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martedì 17 luglio 2012


GRAN BRETAGNA - Londra, anoressica vuole lasciarsi morire - Ma il giudice dispone la nutrizione forzata, Avvenire, 16 giugno 2012

Un giudice dell'Alta Corte d'Inghilterra ha disposto la nutrizione forzata per una donna di 32 anni malata di una grave forma di anoressia, che da un anno rifiuta cibi solidi ed è fermamente decisa a lasciarsi morire. La giovane, una studentessa di Medicina del Galles chiamata con l'iniziale E., già due volte lo scorso anno ha firmato dei moduli in cui chiedeva di non essere sottoposta ad alcun trattamento che la tenesse in vita. Il caso è finito in tribunale quando il mese scorso la donna, ridotta a un passo dalla morte, continuava a rifiutare di essere alimentata. "Va nutrita a forza", sostiene ora il giudice Peter Jackson della Court of Protection. "Un giorno - afferma - questa donna potrebbe scoprire di essere una persona speciale, la cui vita vale la pena di essere vissuta".
Parole forti, sufficienti a scatenare polemiche, anche politiche. Si tratta infatti di un caso delicato e insolito
all'interno del dibattito bioetico. Per ammissione dello stesso giudice, è la prima volta che si affronta una vicenda in cui il trattamento vitale potrebbe non essere nel "migliore interesse" di un paziente "pienamente consapevole" delle proprie condizioni.

Jackson ammette di trovarsi di fronte al caso più difficile della sua carriera. Anche se sottoposta ad alimentazione forzata, per E. le possibilità di salvarsi non supererebbero il 20%, a fronte di terapie invasive che fra l'altro dovrebbero durare almeno un anno. Tuttavia bisogna considerare che "viviamo una volta sola - osserva il giudice motivando la propria decisione - Veniamo al mondo una sola volta e una sola volta moriamo. E quella tra la vita è la morte è la più grande differenza che conosciamo".

E. ha alle spalle una lunga storia di sofferenza - riporta il quotidiano Telegraph - che comincia all'età di 4 anni con abusi sessuali proseguiti fino agli 11 anni all'insaputa dei genitori. A 12-13 anni la ragazza è entrata nel tunnel della bulimia, iniziando a mangiare in modo compulsivo per poi indursi il vomito. Contemporaneamente ha cominciato ad abusare di alcolici. A 15 anni è entrata in cura da un esperto di disturbi alimentari dell'adolescenza. Nonostante tutto non ha perso l'ambizione di diventare un medico e ha iniziato a studiare per laurearsi. Ma dopo una delusione d'amore ha ricominciato a bere, ha lasciato l'università e dal 2006 al 2011 ha trascorso più della metà della sua vita passando da un centro all'altro specializzato in disturbi dell'alimentazione e dipendenza dall'alcol.
Un'odissea segnata dal dolore, che le ha tolto la voglia di vivere. Tramite il suo avvocato, la donna ha spiegato al giudice che la sua esistenza era diventata "puro tormento", che aveva fallito tutti gli sforzi per uscirne e che ora desiderava soltanto "morire in pace". Secondo il giudice Jackson, però, un giorno E. potrebbe cambiare idea e capire che "la vita val la pena di essere vissuta".

"Ci sconvolge dover difendere il diritto di nostra figlia a morire - affermano invece i genitori - La amiamo moltissimo, ma comprendiamo che ora il nostro compito dovrebbe essere aiutarla a lottare il suo interesse. E al momento, il meglio per lei ci sembra conquistare il diritto di seguire la strada che a scelto, libera da condizionamenti e senza il terrore di essere alimentata a forza. Sentiamo che ha sofferto troppo. Ha perso ogni speranza di raggiungere i traguardi che si era prefissata", dicono mamma e papà.

La decisione del giudice divide società e politica. "Ha preso una decisione saggia e coraggiosa", sostiene Peter Saunders, direttore della campagna pro-vita Care Not Killing. "È una sentenza molto controversa", ritiene invece Evan Harris, ex parlamentare liberal democratico e membro del comitato etico della British Medical Association: "La nutrizione forzata comporterebbe immobilizzazione e sedazione, implicazioni molto pesanti per un paziente che riufiuta ogni cura, e in più senza la certezza di un successo. Si imporrebbe tutto questo a una persona che ha tutti gli strumenti per rifiutarlo".


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giovedì 7 giugno 2012


Anoressia, nuova ipotesi sulle cause - Dal lavoro scientifico di due ricercatori italiani una nuova ipotesi sulle cause dell’anoressia nervosa, 05/06/2012 - http://www3.lastampa.it/

Le cause che stanno dietro all’anoressia nervosa non sono mai state del tutto comprese. Sebbene si siano condotti diversi studi e si siano fatte numerose ipotesi, la malattia che colpisce in prevalenza il genere femminile non è ancora stata sconfitta; per questo motivo la ricerca continua.

Oggi, tuttavia, un nuovo studio a opera di ricercatori italiani e pubblicato sulla rivista internazionale Medical Hypotheses suggerisce che una possibile causa dell’anoressia nervosa si possa trovare in un’alterazione delle aree cerebrali che integrano le percezioni e le sensazioni che partono dal nostro corpo. A motivo di ciò, le pazienti con anoressia nervosa perderebbero la consapevolezza del proprio corpo reale e si troverebbero ancorate alla memoria di un “corpo virtuale”, che nemmeno drastici cambiamenti del proprio corpo reale, come quelli indotti da una dieta, sarebbero in grado di mutare. Un po’ come a dire che la paziente non si rende conto in quali condizioni versa oggi il proprio fisico perché conserva l’immagine di come era prima.

In questo nuovo lavoro il prof. Giuseppe Riva, dell’Istituto Auxologico di Milano e lo psichiatra Santino Gaudio, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma forniscono le basi per una maggiore comprensione di questo grave disturbo alimentare. E una risposta si potrebbe proprio trovare in quello che è stato battezzato “blocco allocentrico” (o allocentric lock), così come confermato da una serie di recenti studi eseguiti con tecniche di risonanza magnetica su campioni di soggetti anoressici.
E’ noto da tempo – spiegano gli scienziati – che la rappresentazione del nostro corpo prende forma da due diversi sistemi di riferimento spaziale: il sistema di riferimento egocentrico, che integra le percezioni e le sensazioni che partono dal nostro corpo, e il sistema di riferimento allocentrico, che immagazzina la nostra immagine per come la percepiamo dall’esterno – come avviene allo specchio.

Secondo il lavoro dei due ricercatori italiani un deficit nel processo di conversione delle informazioni corporee da egocentriche ad allocentriche, dovuto all’alterazione delle aree cerebrali deputate a questa funzione, impedirebbe alle pazienti di aggiornare la propria immagine del corpo immagazzinata nella memoria a lungo termine (“blocco allocentrico”).
In altre parole, la percezione del proprio corpo reale non riuscirebbe più a modificare la rappresentazione del proprio corpo rivissuta in terza persona attraverso la memoria: il soggetto si troverebbe ancorato a un corpo virtuale che nemmeno drastici cambiamenti del proprio corpo reale sono in grado di mutare. Questo spiegherebbe perché le pazienti con anoressia nervosa temono di ingrassare anche quando sono in condizioni di grave deperimento psico-fisico.

Se dunque il motivo, o uno dei motivi, può essere questo, le cure e i trattamenti – al di là del semplice intervento di “sostentamento” fisico – dovranno essere indirizzate alla possibilità di intervenire sul cervello in modo da offrire la possibilità alle pazienti di “vedere” quale sia la realtà, e quale quella “virtuale” che le sta lentamente uccidendo.

lunedì 1 agosto 2011

GB/ Bambini di 5 anni con l'anoressia. Meluzzi: il sintomo della dissoluzione familiare - INT. Alessandro Meluzzi - lunedì 1 agosto 2011 – il sussidiario.net

In Gran Bretagna scoppia un nuovo "allarme anoressia", questa volta ancora più  pericoloso perché le vittime sarebbero bambini di 5 anni. Già dopo l'asilo i bambini assumerebbero pratiche alimentari sbagliate. Una tendenza preoccupante evidenziata dai dati del Servizio Sanitario Nazionale (Nhs) e ottenuti grazie al Freedom of Information Act e da molte organizzazioni che si battono contro le malattie da dieta: 98 bambini tra i cinque e i sette anni sono stati ricoverati in ospedale negli ultimi tre anni a causa di disturbi alimentari solitamente associati ad adolescenti e adulti. Una piaga che interroga inevitabilmente il mondo degli adulti. «L'anoressia - spiega a IlSussidiario.net il Professor Alessandro Meluzzi - è una psicopatologia che interessa l'attaccamento delle figure genitoriali, in particolare la figura materna. Generalmente si manifesta in una aggressività rivolta verso la madre,  anche se il più delle volte implicita, nell'età dell'adolescenza». Ma com'è possibile che il disturbo oggi interessi anche i bambini? «È il segno che il contesto familiare si sta deteriorando sempre più, coinvolgendo in questo modo anche fasce d'età che fino ad oggi erano esenti. I ruoli genitoriali infatti sono sempre più spesso contraddistinti da instabilità, insicurezza, ansia. Laddove la madre dovrebbe essere accogliente, avvolgente e nutriente è disturbata e assente. Questi dati fotografano le conseguenze inevitabili di questa drammatica situazione».


«Purtroppo - prosegue Meluzzi - le società anglosassoni hanno anticipato trend che poi hanno coinvolto i paesi latini. Per questo è un campanello d'allarme che non può lasciarci indifferenti. I dati, tra l’altro, ci dicono che per quanto riguarda la dissoluzione famigliare non siamo così lontani dalla Gran Bretagna. Una famiglia su tre in Italia non regge alle prove della vita e forse, molto spesso, sono i nonni a mettere una pezza sui danni fatti dai giovani genitori. Cosa che in Inghilterra non accade, per il diverso grado di autonomia tra le persone». Se questa è la situazione attuale, da dove si riparte? «Soltanto da una famiglia armoniosa, stabile, presente e rassicurante. Legami certi, ruoli definiti e attaccamento. Dove questo viene a mancare, ormai è stato sperimentato, insorgono inevitabilmente problemi di salute e psicopatologie».
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martedì 11 gennaio 2011

Avvenire.it, 11 gennaio 2011- Uno stile di vita proposto alle adolescenti - Le letali sirene dell'anoressia viaggiano sulla Rete di Giuseppe O. Longo

È morta a Tokyo più di un mese fa, ma la notizia è stata data solo qualche giorno addietro: Isabelle Caro, la modella e attrice francese ventottenne che nel 2007 aveva posato nuda per una campagna di Oliviero Toscani contro l’anoressia. Isabelle all’epoca pesava 31 chili e con quelle foto tremende, poi bloccate dal giurì della pubblicità, voleva lanciare un monito per le tante adolescenti ossessionate dalle diete e dalla moda devastante della magrezza a tutti i costi. Da 13 anni Isabelle soffriva di una forma gravissima di anoressia, tanto che nel 2006, quando pesava meno di 25 chili, era caduta in coma.

Si calcola che in Italia le giovani colpite da questa grave turba psicoalimentare siano mezzo milione, mentre negli Stati Uniti le persone anoressiche sono 11 milioni, il 99 per cento delle quali donne tra i dodici e i quarant’anni. Se di anoressia da tempo ormai si parla molto e se ne denunciano i pericoli, molto meno noto è un fenomeno che rientra nel lato oscuro del web: i siti pro-Ana (Ana sta per anoressia). Si tratta di luoghi virtuali ben dissimulati che si spalancano su un mondo parallelo dove si parla solo di calorie, magrezza, esercizio fisico, tecniche per ridurre l’assunzione di cibo e orgoglio derivante dall’asservimento del corpo e dei suoi bassi istinti.

Mentre nel mondo reale l’anoressia è considerata una patologia grave e potenzialmente esiziale, nei pro-Ana essa è uno stile di vita che fa sentire le adepte superiori ai comuni mortali. Nonostante i tentativi delle autorità di oscurarli, questi siti rinascono e si moltiplicano, e in numero crescente le orgogliose anoressiche conducono blog inneggianti alla loro patologia, divenuta una divinità benevola, esaltano con fierezza i risultati raggiunti, si comunicano metodi ed espedienti per ridurre le calorie e perdere qualche grammo; e celebrano le martiri della loro pseudoreligione, cioè le compagne morte, tra le quali oggi c’è da annoverare anche la povera Isabelle Caro. Questi siti si ispirano alla leggerezza, alla magrezza e alla perfezione del corpo, assumendo come simboli la farfalla – animale totemico – i petali di rosa, le piume.

Benché l’accesso ai pro-Ana appaia difficile, in realtà pare che basti presentarsi con una richiesta di aiuto per perdere chili e con un profilo convincente (parametri corporei ed esperienze fatte) e spesso si è ammessi (anzi, ammesse). E gli slogan sono all’ordine del giorno: «Ci sono tante cose che puoi fare quando ti viene fame», «pensa a qualcosa di schifoso, vedrai che la fame ti passa», «ti spiego come fare per nascondere che vomiti», «sono ana e sono orgogliosa di esserlo». Agghiacciante è il Decalogo pro-Ana: 1. Se non sei magra non sei attraente, 2. Essere magre è più importante che essere sane, 3. Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi dei lassativi, muori di fame: fai di tutto per sembrare più magra, 4. Non puoi mangiare senza sentirti in colpa, 5. Non puoi mangiare cibo che ingrassa senza poi punirti, 6. Devi calcolare le calorie e ridurle più che puoi, 7. La cosa più importante è ciò che dice la bilancia, 8. Perdere peso è bene, guadagnarne è male, 9. Non sarai mai troppo magra, 10. Essere magra e non mangiare sono il vero simbolo della forza di volontà e dell’autocontrollo.

Protette dall’anonimato, queste ragazze, esaltandosi a vicenda, sono su una strada pericolosissima: esaltano il proprio corpo mortificandolo fino all’estremo. È quanto mai importante che i genitori aiutino i figli (le figlie) a non entrare in contatto con le sirene anoressiche: internet può essere davvero un mare dove si rischia di naufragare.