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martedì 10 luglio 2012


10 luglio 2012 – MEDICINA - «Chirurgia estetica Sbagliato infliggerla ai bambini Down» Emanuela Vinai, http://www.avvenire.it/

Non è lecito sottoporre le persone Down a interventi di chirurgia estetica finalizzati alla conformazione ai canoni sociali di "normalità". È una piena bocciatura quella contenuta nel parere "Aspetti bioetici della chirurgia estetica e ricostruttiva", approvato dal Comitato Nazionale per la Bioetica nella seduta plenaria del 21 giugno.


Analizzando la legittimità delle richieste nell’ambito della chirurgia estetica, il documento attesta un’importante pronuncia per la tutela dell’individualità e della fragilità dei minori e degli incapaci. Parlando della liceità della chirurgia estetica su bambini o adulti incapaci con sindrome di Down, il parere ne nega l’utilizzo «specie se presenta un carattere invasivo e doloroso, considerato anche che con questi interventi difficilmente si realizza un beneficio per la persona con sindrome di Down e sia frequente la possibilità di accentuare, anziché diminuire, il suo disagio personale».


Il parere, coordinato e redatto da Lorenzo d’Avack, Laura Palazzani e Giancarlo Umani Ronchi, parte dalla premessa che la chirurgia estetica si configura come intervento non strettamente terapeutico. Da queste basi, il Cnb riflette sul rapporto che intercorre tra il paziente e il medico e richiama anzitutto i criteri deontologici, a volte trascurati, che qui regolano la prassi medica. Si rammenta il rischio di un’esecuzione "accondiscendente" da parte del medico delle richieste espresse, sottolineando l’inaccettabilità di interventi sproporzionati, perché eccessivamente invasivi o inutilmente rischiosi e inadeguati rispetto ai possibili benefici richiesti dal paziente.


Il Comitato ritiene, inoltre, che la liceità dell’intervento debba essere subordinata al bilanciamento dei rischi e benefici, commisurato alle condizioni psico-fisiche del paziente, alla funzionalità degli organi interessati e ad una completa informativa al paziente, con una adeguata consulenza anche psicologica.


Nel contesto della discussione non sono trascurabili i molteplici fattori etici, sociali e culturali che influiscono sulla «mutazione di atteggiamento nei confronti del corpo e di una dilatazione del concetto di salute in senso soggettivo». Da ciò nasce l’auspicio di un maggiore rigore nella formazione e professionalità del chirurgo estetico, mirata anche alla comprensione degli aspetti psicologici ed etici.


Capitolo imperativo è quello relativo agli interventi sui minori e incapaci, per i quali il Cnb ritiene vi debbano essere limiti alla liceità, «a meno che tali interventi non rispondano al loro esclusivo interesse oggettivo sotto il profilo della salute, tenuto in particolare conto dell’età adolescenziale». Va inoltre garantita protezione ai minori vietando forme di pubblicità e di servizi televisivi che provochino il rifiuto della propria immagine.
Nella seconda parte del documento si affrontano i problemi bioetici emergenti nella chirurgia ricostruttiva, che corregge malformazioni congenite o causate da traumi con l’obiettivo primario di restituire la funzione e migliorare l’immagine di pazienti gravemente menomati.

Trattandosi di un settore in continua espansione e sviluppo, gli snodi da affrontare sono molteplici e, in particolare, il Cnb esorta un’adeguata informazione al paziente e la realizzazione di un consenso informato che si avvalga anche delle nuove tecnologie informatiche. Si raccomandano campagne di sensibilizzazione per la donazione degli organi esterni e dei tessuti, così come avviene per la donazione di quelli interni, auspicando «la possibilità di un’integrazione normativa che preveda il consenso o dissenso "parziale" alla donazione degli organi esterni». Attualmente, oltre a trapianti di tessuto osseo, muscoli, segmenti vascolari, cute, denti, si effettuano trapianti  di tessuti composti, di arti superiori e inferiori, dita, piede, viso, parete addominale, laringe, utero.

© riproduzione riservata

Botoxetica - Gli eccessi mostruosi della chirurgia estetica sono solo i frutti inevitabili della libertà


lunedì 9 luglio 2012


9 luglio 2012 -  Labbra e seni rifatti: L’alt della Bioetica, Corriere della Sera - di Margherita De Bac, http://www.blogger.com/

Bruna, capelli corti, 28 anni. Felice per aver superato il grande complesso che l’affligge dall’adolescenza. Piatta. Ma adesso ha un seno da terza misura: «Avrei voluto una quarta abbondante. Il professore si è opposto. Aveva ragione lui, così è perfetto». Un caso di moderazione e saggezza in chirurgia plastica. Purtroppo sono rari. In giro di rifacimenti pacchiani se ne vedono fin troppi. Come rimarca il Comitato nazionale di bioetica (Cnb) in un nuovo documento che richiama i medici al rispetto della deontologia. Gli esperti avvertono che non bisogna prestarsi a una «accondiscendente esecuzione della richiesta espressa dai pazienti». Viene sottolineata poi «l’inaccettabilità di interventi sproporzionati in quanto eccessivamente invasivi o inutilmente rischiosi e inadeguati rispetto ai possibili benefici». Il Comitato insiste su questo punto: «La liceità dell’intervento deve essere subordinata al bilanciamento del rapporto tra rischi e benefici e commisurato alle condizioni psico fisiche, alla funzionalità degli organi interessati e a una completa informativa con adeguata consulenza anche psicologica». Un esempio. Se la giovane donna, anziché una terza misura, fosse riuscita ad ottenere la quarta che cercava sarebbe andata incontro a problemi. Il suo torace è troppo piccolo per ospitare un simile ingombro, le spalle si sarebbero incurvate. Ed esteticamente il risultato non sarebbe stato armonico. Il documento sugli «aspetti bioetici della chirurgia estetica e ricostruttiva» verrà con ogni probabilità approvato la prossima settimana. E’ firmato dal vicepresidente vicario Lorenzo D’Avack, da Laura Palazzani e Giancarlo Umani Ronchi, che ha proposto l’argomento nel gennaio 2011. C’è anche una lunga riflessione sulle operazioni che riguardano minori e incapaci. No a interventi sugli adolescenti e sui bambini Down finalizzati «alla conformazione a canoni di normalità». Una terza parte è dedicata alla chirurgia ricostruttiva con particolare riferimento a trapianto di viso e arti che vengono valutati con estrema prudenza e «richiedono adeguata riflessione per la sperimentalità e non sono necessari per la sopravvivenza ». Gli interventi che più si prestano a rischi ed esagerazioni sono l’ingrandimento delle labbra e del seno (mastoplastica additiva). «Il medico che riceve richieste incongrue non dovrebbe a mio parere assumere una posizione rigida. Il paziente di fronte al rifiuto netto troverà di sicuro qualche collega pronto ad accontentarlo. Dunque meglio la dissuasione ragionata », è la tattica di mediazione di Maurizio Valeriani, primario di chirurgia plastica e ricostruttiva all’ospedale San Filippo Neri di Roma. Il rapporto di fiducia tra medico e paziente non va spezzato: «No agli occhi tirati alla cinese e alle labbra canotto—dice Valeriani —. Se non c’è modo di convincere allora ricorriamo alla medicina estetica per simulare i risultati. Botulino e sostanze riempitive come l’acido ialuronico sono riassorbibili. Per il seno l’unica via è invece la garbata dissuasione ». Per Pierluigi Santi, direttore del reparto di chirurgia plastica all’università di Genova, occorre ricordare alle donne che le protesi dovrebbero servire a correggere e non gonfiare le forme del corpo: «La consulenza di uno psicologo dovrebbe essere obbligatoria. Dietro l’insistenza per avere forme esagerate si possono nascondere problemi più importanti del semplice desiderio di aumentare lemisure e eliminare i segni dell’età ».

lunedì 20 febbraio 2012


Il silicone che avvelena le donne nel silenzio di medici e governi di Naomi Wolf, 20 febbraio 2012, http://27esimaora.corriere.it/

Nel corso della mia vita, mi è capitato di sentire un’infinità di dichiarazioni al limite della credibilità da parte delle autorità, ma finora non mi era mai successo di sentire o vedere qualcosa di così scandaloso come in un programma della Bbc (Newsnight), mandato in onda il 7 febbraio scorso, al quale ero stata invitata a partecipare. Venticinque donne avevano accettato di presentarsi in trasmissione per porre domande a Anne Milton, ministro della Salute britannico, per cercare una risposta alle loro domande e ai loro timori. Tutte queste donne hanno ricevuto protesi mammarie al silicone della Pip (Poly Implant Prothèse), ritirate dal mercato europeo nel 2010, in seguito al rilevamento di elevati tassi di rottura e la conferma dell’utilizzo, al loro interno, di silicone di qualità inferiore – silicone industriale e non per uso medico, per intenderci.

A dicembre 2011, il governo francese ha consigliato la rimozione delle protesi Pip e anche le autorità sanitarie di altri Paesi hanno adottato queste misure. Ma non la Gran Bretagna. Le autorità francesi, secondo il consiglio globale dell’Organizzazione mondiale della sanità, «hanno inoltre scoperto che il gel contenente il silicone di qualità inferiore si è rivelato un irritante per i tessuti circostanti e, in caso di perdite, può portare a infiammazione e dolore».

Durante le ricerche per il mio libro Il mito della bellezza , nel 1991, già leggevo nella stampa medica specializzata quali fossero i tremendi rischi per la salute causati dalle protesi mammarie al silicone. Ero rimasta scioccata nell’apprendere che mentre le riviste femminili facevano grande pubblicità alla moda di rifarsi il seno, le pubblicazioni mediche – che le donne di certo non leggevano – offrivano ai chirurghi speciali polizze assicurative per tutelarsi dal rischio di rottura delle protesi, stimata attorno al 30-70 percento. Gli effetti collaterali erano tutti elencati: fino al 70 percento degli impianti si sarebbero induriti come «palle da golf», per poi rompersi, lasciando infiltrare il silicone nei tessuti circostanti e in altre parti del corpo delle donne, con conseguenze del tutto sconosciute.

Questi avvertimenti furono ascoltati negli Stati Uniti e le protesi al silicone vennero vietate nel 1992. Non così in Gran Bretagna. Oggi le donne inglesi, come le venticinque ospiti nello studio di Newsnight, si ritrovano a vivere un incubo, non essendo mai state informate dei pericoli del silicone da nessun organo governativo, anche quando le cliniche private accumulavano ingenti fortune con l’impianto delle protesi. E ora, con lo scandalo Pip, il sistema sanitario britannico rischia di dover accollarsi costi milionari per asportare le protesi difettose e sottoporre le donne a esami di risonanza magnetica per controllare se vi sono state rotture o perdite.

In questo contesto, sono rimasta di sasso quando ho sentito il ministro della Salute rivolgere le seguenti, testuali parole a uno studio affollato di donne spaventate: «Dagli studi realizzati si evince che le protesi Pip non sono pericolose».
Non credevo alle mie orecchie, specie considerando il fatto che il suo ministero doveva aver ricevuto l’allarme globale lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità che ribadiva il rischio maggiore di rotture cui andavano incontro le protesi Pip e la natura irritante del suo gel. A quel punto l’ho informata che la Food and Drug Administration (Fda) in America le aveva vietate nel 1992, dopo decenni di ricerche, avvertimenti e cause legali. Il divieto della Fda era durato per 14 anni, per poi essere sollevato nel 2006, dietro pressioni commerciali. A dispetto di tutto ciò, il ministro Milton ha reiterato la sua affermazione sconcertante alle donne che chiedevano risposte chiare e convincenti e non solo la risonanza magnetica o la rimozione delle protesi.

Confesso che a quel punto non sono riuscita a trattenermi e le ho detto che le possibilità erano due: o mentiva oppure occupava la poltrona sbagliata. Non è ammissibile che il governo di Cameron – e il ministro in persona – non sapessero nulla del divieto del 1992 della Fda, che aveva suscitato vasta eco a livello mondiale. Alla luce dei costi milionari che il governo sta cercando di aggirare, è semplicemente inconcepibile che un suo ministro non sia stato informato sull’entità del rischio. I dati sui pericoli per la salute sono inconfutabili: «Provi a digitare protesi mammarie al silicone rischi per la salute su Google» le ho suggerito. Basta una sola ricerca per produrre 14 milioni di risultati.

Nel 2011 Saundra Young, giornalista della Cnn, ha fatto notare che le ditte produttrici Mentor e Allergan avevano riferito alla Fda di aver perso contatto con molte pazienti dopo l’impianto delle protesi. Pur avendo assicurato la Fda, come condizione dell’approvazione dei loro prodotti, che avrebbero monitorato nel corso degli anni tutte le donne cui erano state impiantate le loro protesi, a distanza di tempo queste ditte hanno fornito i dati riguardanti solo il 21 percento delle pazienti. Nel 2009, negli Stati Uniti sono stati effettuati 318.000 impianti di protesi mammarie e il 70 per cento con protesi al silicone.

 Le protesi mammarie introducono nel corpo delle donne sostanze come alcol denaturato, gomma di nafta, resina epossidica, cloruro di polivinile, polvere di talco e acetone, oltre al silicone.

Il dottor Edward Melmed, chirurgo plastico di Dallas, ha riferito alla commissione della Fda nel 2011 che le protesi sono composte da «sostanze tossiche industriali». «I sintomi sono reali. Ogni sera ricevo da cinque a sette mail da donne di tutto il mondo che mi chiedono: “Che cosa devo fare per questi disturbi?”».

Melmed ha riferito alla Fda che dopo 10 anni dall’impianto, il 50 per cento delle protesi ha subito rotture; dopo 15 anni, il 72 per cento; e il 94 per cento si rompe entro vent’anni:

«Perché la Fda acconsente che vengano inserite nel corpo di giovani donne protesi che sicuramente nel giro di 10 anni, e nell’80 percento dei casi, sono soggette a deterioramento o rottura? Lo permetterebbe per le protesi all’anca? Lo permetterebbe se fossero destinate a pazienti maschi?».
Il dottor Melmed è diventato una figura profetica: chirurgo di Dallas che ha impiantato protesi mammarie a migliaia di donne, nel 2007, quando la Fda ha revocato il divieto imposto nel 1992, ha pubblicato sul Los Angeles Times un articolo intitolato «Le protesi al silicone restano pericolose».

Avendo utilizzato «le protesi al silicone sin dal loro esordio, negli anni Sessanta», il dottor Melmed aveva notato i disturbi più comuni segnalati dalle pazienti nel corso degli anni: «La maggior parte delle protesi con gel al silicone si indurisce con il passar del tempo. Si chiama contrazione capsulare. Le donne colpite da contrazione capsulare si ritrovano con seni deformi e doloranti». Una sua paziente, Helen S. di 71 anni, riferiva di protesi impiantate 23 anni prima e ormai indurite, che le causavano notevoli dolori. La risonanza magnetica aveva rivelato che le protesi si erano rotte e successivamente calcificate: «Quando ho asportato le protesi, la cavità era piena di silicone liquido e melmoso, il rivestimento delle protesi era praticamente sparito». Negli ultimi 14 anni, il dottor Melmed ha asportato le protesi a mille donne e aggiunge: «Non sappiamo ancora con sicurezza dove finiscono le microparticelle di silicone, io le ho ritrovate nei linfonodi».

Il dottor Melmed fa notare come ogni generazione di protesi al silicone viene accolta come migliore e più sicura e lo stesso è stato con quest’ultima. Stavolta, lo scrive nel 2007, la Fda consiglia alle donne di sottoporsi a risonanza magnetica per vedere se ci sono state rotture degli involucri e di sostituire le protesi ogni dieci anni. «Peccato che le donne diventeranno le cavie da laboratorio per queste protesi» commenta Melmed, sottolineando che saranno loro, le pazienti, e non i chirurghi, a dover pagare per i costosi controlli. Altri chirurghi negano categoricamente qualsiasi nesso tra protesi al silicone e problemi di salute, ma il dottor Melmed conferma: «Ho visto un numero rilevante di pazienti che lamentavano sintomi come affaticamento, perdita di memoria a breve termine, dolenzia muscolare e articolare, eritemi, disturbi del sonno, depressione e perdita di capelli, che ben presto si risolvono con la rimozione delle protesi».

Gli studi emanati dai produttori stessi delle protesi avvertono che un quarto delle pazienti potrebbe richiedere un ulteriore intervento chirurgico nel primo anno dopo l’impianto e molte di loro rischiano di dover sottoporsi a ripetute correzioni chirurgiche. «Le donne che chiedono queste protesi devono sapere che vanno incontro a più operazioni chirurgiche» avverte il dottor Daniel Schultz, direttore del Centro protesi e rischio radiologico della Fda.

Le donne presenti negli studi della Bbc di Londra sono rimaste esterrefatte: nessuno aveva mai parlato loro di questi rischi. E continuavano a ripetersi, comprensibilmente: «Come mai il governo non ha vigilato? Dove sono i test?». I test, ahimè, non sono stati effettuati a causa delle pressioni commerciali e finanziarie che hanno volutamente tenuto le donne all’oscuro dei pericoli che le aspettavano. La vera beffa non è tanto scoprire che oggi costa meno di 600 dollari, in Gran Bretagna, farsi rifare il seno con protesi al silicone – un vero affare – quanto piuttosto che si dovranno spendere dai 3.000 agli 8.000 dollari per asportarle o per nuovi interventi correttivi nel caso di protesi indurite o rotte. È proprio la natura difettosa delle protesi – sulla quale le donne non sono correttamente informate – che garantisce al chirurgo un futuro redditizio dalla stessa paziente, man mano che le sue protesi si irrigidiscono o si deteriorano con il passar del tempo.

«Caspita, abbiamo dimenticato di spiegarle quali potrebbero essere i rischi di queste protesi» è l’approccio più comune anche negli Stati Uniti. Quando le protesi al silicone sono state reintrodotte sul mercato nel 2007, la Fda – per placare le ire dell’industria chimica e della lobby dei chirurghi – ha imposto ai produttori, come condizione per ottenere l’autorizzazione, l’obbligo di seguire per dieci anni le 80.000 donne che avrebbero ricevuto le loro protesi. Già questo passo era di per sé scandaloso. Nelle parole del dottor Melmed, a quel tempo la politica del governo era «impiantate adesso, studiate dopo». In base al tasso di richiesta delle protesi, nel giro di dieci anni cinque donne americane su cento avranno questo tipo di protesi inserita nei loro corpi.

Che novità ci sono state da allora? Sorpresa: le case produttrici non hanno ottemperato all’obbligo di monitorare le pazienti, troppo indaffarate a batter cassa con la vendita delle protesi. Ci sono fortissimi interessi nel non compilare questi dati da sottoporre allo scrutinio del governo; anzi, si può tranquillamente affermare che le autorità inglesi e americane hanno deciso cinicamente di guardare dall’altra parte. La reazione della Fda, davanti alla mancata raccolta dei dati clinici da parte dell’industria manifatturiera, prerequisito indispensabile per l’autorizzazione governativa, è stata semplicemente di commentare che rifletterà sulla situazione e non prenderà alcuna misura se non dopo aver consultato chirurghi – c’è da rabbrividire! – pazienti e «sponsor». Prima che la Fda si consegnasse per intero nelle mani dei gruppi di interesse, la sua missione era quella di difendere la salute e la sicurezza dei cittadini, non di tranquillizzare gli azionisti finanziari.

E così una nuova generazione di donne non avrà accesso, neppure stavolta, a importantissimi documenti governativi che confermano la schiacciante evidenza dei problemi di salute causati dalle protesi al silicone.

Perché sono sempre le donne a essere trattate da cavie e i loro corpi da topini da laboratorio? Perché, a mio avviso, sussiste un clima culturale nel quale alle donne non bisogna render conto di nulla, come il governo britannico ha dimostrato la settimana scorsa in pubblico, specie se il problema è imputabile alla loro «vanità».
Anne Milton e i suoi colleghi di governo saranno convinti che le donne sono di due tipi: o proprio stupide o davvero insignificanti, poiché – alla pari del governo americano – non si sentono minimamente in obbligo di difenderle contro tutti i poteri e le pressioni commerciali che lucrano sulla loro salute e incolumità.

© Guardian News & Media 2012

(Traduzione di Rita Baldassarre)

mercoledì 1 febbraio 2012


Protesi al seno, tra etica ed estetica, di Tommaso Scandroglio, 01-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

La notizia tiene ormai banco da qualche settimana: sarebbero intorno alle 4.000-4.300 le protesi al seno difettose di marca Pip (Poly Implants Prothesis) vendute in Italia. La vicenda fa sorgere una domanda di carattere generale e previa al brutto fattaccio di cronaca clinica. Il quesito si pone in questi termini: quando è lecito dal punto di vista morale intervenire sul nostro corpo per modificarlo?

Le tracce che seguiremo per tentare di dare una risposta sono per lo più ipotesi che non sicuri assiomi veritativi. O meglio: alcune indicazioni sono certe altre ci paiono degne di maggiore riflessione futura.

Scopo terapeutico. Se intervengo sul mio corpo al fine di curarlo l’azione è sicuramente buona. Lo scopo terapeutico può essere volto da una parte per salvare la vita: l’intervento potrà essere sia di tipo demolitivo (amputazione di un braccio per evitare che la cancrena investa organi vitali), sia di tipo additivo (impianto di un cuore artificiale a seguito a sua volta di un intervento demolitivo, come l’asportazione del cuore o parte di esso malato). Oppure la modificazione del mio corpo può essere mirata al fine di tutelare il bene salute: anche in questo caso l’intervento può essere di tipo demolitivo (togliere le tonsille) oppure additivo (poniamo mente alle protesi per eccellenza: gli occhiali). Quando c’è un’azione additiva per uno scopo terapeutico, l’azione in genere ripristina una funzione persa o messa in pericolo: pensiamo a cuori e arti artificiali, agli occhiali etc.

Scopo estetico: ripristino della funzionalità estetica. Analizziamo ora il caso di intervento per ripristinare la completezza estetica di una persona. Il corpo umano ha una sua naturale e dunque fisiologica completezza, non solo quindi funzionale di tipo meccanico (come visto prima) ma anche estetico. Completezza che per quanto è possibile deve essere conservata oppure, ed è il caso che ci interessa, deve essere ripristinata. Tutti noi abbiamo due braccia, due occhi, un naso etc. Perderli o menomarli reca un danno alla completezza della persona, alla sua armonia estetica. Quindi nulla osta ad intervenire anche con  protesi per ripristinare, non più la funzione meccanica ad esempio di un arto perso, bensì la funzione estetica naturale, cioè originaria, di una parte del nostro corpo ad esempio distrutta a seguito di un incidente (sfondamento della cavità orbitale dell’occhio) oppure a seguito di un’operazione chirurgica (mastectomia, cioè amputazione del seno ad esempio a causa di una neoplasia), oppure mancante dalla nascita. Quindi semaforo verde sul piano morale per la sostituzione dell’occhio ormai perso con uno artificiale e per le protesi mammarie dopo un intervento chirurgico per togliere un carcinoma al seno. In questi casi non si ripristina una funzionalità meccanica: l’occhio artificiale non permetterà al paziente di vedere, né il seno di secernere latte. Qui si ripristina una funzionalità estetica naturale.

Scopo estetico: miglioramento dell’estetica. Qui la materia inizia a diventare insidiosa. Procediamo per gradi. Nel caso precedente abbiamo visto che l’intervento era volto a reintegrare una parte del corpo persa al fine di ricostruire un’armonia del corpo compromessa per incidenti, operazioni chirurgiche etc. Ora occupiamoci invece del caso in cui non si agisce per ripristinare esteticamente una parte del corpo persa, ma per migliorarne sempre dal punto di vista estetico una già esistente. Due sono i criteri di liceità sotto il profilo morale. Un primo oggettivo ed un secondo soggettivo.

Dal punto di vista oggettivo vi sono imperfezioni fisiche che non compromettono la funzionalità degli organi o degli apparati ma che non rientrano in alcuni standard previsti dalla letteratura medica. Pensiamo ad una asimmetria tra le due orbite oculari (un occhio un poco più alto dell’altro) ed altre anomalie simili. Le funzionalità non sono compromesse e nemmeno si tratta di ripristinare parti del corpo andate distrutte o mancanti geneticamente. Qui si tratta di eliminare un difetto ritenuto tale dalla medicina attraverso la comparazione di parametri scientifici: l’imperfezione è oggettiva. In questi casi l’intervento è lecito dal punto di vista morale (ovviamente rispettando il divieto di accanimento terapeutico, cioè di sproporzione tra mezzi impiegati e risultati sperati).

La questione diventa spinosa – ed interessa il caso delle protesi al seno “per sentirsi più belle” – quando il difetto è giudicato tale non più dalla medicina ma dalla persona medesima. Una prima di seno non è un’imperfezione fisica oggettiva, ma può essere percepita tale dalla donna. Quando allora è lecito intervenire per migliorare questi difetti ritenuti tali dal soggetto?

Iniziamo ad eliminare criteri di giudizio erronei. C’è chi afferma che gli interventi di mastoplastica additiva, al di fuori dei casi menzionati prima, sono da rifiutare sul piano morale perché alterano artificialmente l’aspetto di una persona. Se è per questo anche il fondotinta e il rimmel lo alterano artificialmente. Anche lo sport e una sana dieta sono strumenti assai artificiali per modificare il nostro corpo.

C’è chi aggiunge che gli interventi di modificazione dell’aspetto sono morali allorchè valorizzano la naturale bellezza della persona, non aggiungono nulla alla fisiologica bellezza umana, come invece fanno gli interventi al seno (che tra l’altro possono essere volti anche alla diminuzione del volume dello stesso). Ma sono due le obiezioni a tal proposito. La prima: anche il fondotinta, a rigore, aggiunge qualcosa – il materiale minerale di cui è fatto: titanium dioxide, mica, iron oxides, etc. – alla naturale bellezza della pelle. Che dire poi delle extension per capelli e ciglia? Sono sicuramente interventi additivi.

A tal proposito è da rigettare anche la controreplica che un seno rifatto è per sempre e il fondotinta no.  A parte il fatto che la donna potrebbe ad un certo punto decidere di eliminare la protesi, non si comprende il motivo per cui un intervento di modificazione perenne è di per sé immorale ed uno temporaneo è di per sé da accettare.

Seconda obiezione: valorizzare significa, in questo ambito, o aggiungere un plus di bellezza ad una bellezza già esistente, cioè aggiungere un valore estetico. E allora la critica non ha ragione d’essere perché è autoconfutatoria. Oppure valorizzare significa svelare, scoprire, mettere in risalto una bellezza sì già esistente ma un poco velata. Ma allora perché così non potrebbe essere anche nel caso di un aumento di taglia del seno? Non potrebbe essere un modo per dare risalto alla bellezza di un seno naturale? Infatti non si aggiungerebbe un nuovo seno, sostituendolo ad uno precedente, ma si valorizzerebbe, aumentandone le dimensioni, quello già esistente.

La strada per comprendere quando un’imperfezione fisica, percepita tale solo dal soggetto, può lecitamente indirizzare ad un intervento di modificazione del proprio corpo – che va dal rimmel ai seni rifatti – passa invece dalle motivazioni che spingono all’intervento stesso. Se queste non sono etiche allora anche l’intervento non lo sarà. Facciamo il caso di Tizio che ha un neo vistoso sulla punta del naso o le orecchie a sventola: la medicina gli dirà che ciò rientra nei canoni estetici. Ma la sua percezione sarà diversa: tutti appena lo guardano pensano a quel neo o a quelle orecchie così brutte. E’ lecito l’intervento di miglioria? No, se è dettato da vanità, da insicurezza, da manie di perfezionismo estetico, etc. Sì, se è dettato dalla consapevolezza che ad esempio dal punto di vista sociale la vita di Tizio ne avrà un sicuro giovamento. No, se sarà un’ossessione: tutta la vita di Tizio dipende da quel neo. Sì se Tizio si dice: “Anche se me lo tenessi non sarebbe un dramma”. Cioè dare al difetto il suo peso reale, seppur relativamente all’esistenza particolare di Tizio.

Questo criterio però non deve essere inteso in senso assoluto. Le motivazioni – quindi i fini soggettivi perseguiti – che spingono all’intervento sono importanti, ma vi sono fini più importanti che hanno la precedenza nella vita di un uomo. Spieghiamoci meglio. Noi abbiamo il dovere morale di diventare sempre più belli. Una delle motivazioni è di carattere etico: tutti noi per natura tendiamo al totale e quindi anche fisico perfezionamento di noi stessi (tenuto ovviamente conto delle contingenze: età, sostanze economiche, luoghi e tempi dove si svolge la nostra esistenza etc.). Un’altra motivazione ha un suo fondamento escatologico-teologico: noi qui sulla terra dobbiamo già tendere alla condizione paradisiaca che vivremo – si spera – nell’Aldilà. In Paradiso diventeremo bellissimi anche fisicamente una volta che il nostro corpo risorgerà (alcuni di noi – ammettiamolo – saranno irriconoscibili). Nel Regno dei Cieli non ci sarà posto per i brutti (nel senso che là tutti diventeremo belli). Questo dovere morale però è contingente. Detto in parole povere tale obbligo non è da soddisfare sempre e comunque, costi quel che costi. Ci sono altri doveri più importanti che se entrano in conflitto con questo è bene privilegiare. Così, tornando a Tizio, se l’operazione di asportazione del neo sottraesse risorse economiche preziose ai suoi cari, dovrebbe rinunciare all’operazione oppure rimandarla. Se si incaponisse significherebbe che le sue motivazioni non sono limpide dal punto di vista etico.

Quest’ultimo passaggio ci permette di argomentare intorno al problema della chirurgia estetica. Il più delle volte albergano nelle menti delle donne e degli uomini che si sottopongono a questi interventi motivazioni non eccelse: mancanza di accettazione di sé, disistima, vanità, immaturità, sindrome da fashion victim, superbia, classismo, etc. Le spese ingenti, il carattere di intrusività, la complessità dell’intervento, i rischi paventati sono tutti ostacoli i quali, se si vogliono superare, mettono in luce che le motivazioni soggiacenti sono per lo più non apprezzabili sotto il profilo morale. Insomma: ci si tiene troppo a questo seno rifatto, ergo, anche solo inconsciamente, si punta tutto su questo sperando una svolta significativa nella propria vita. Ma sappiamo bene che il problema si sposterà più in là: non è con un seno più grande che si diventerà più sicuri nelle relazioni con gli altri. Ed infatti dopo questa prima operazione poi ce ne saranno altre che interesseranno nasi, bocche, zigomi, etc. L’accettazione di sé germina non nel proprio seno ma sotto e sopra ad esso, cioè nel cuore e nella testa di ognuno di noi.

Quindi in teoria l’intervento per rifarsi seno, bocche etc. di suo non è immorale, ma può diventarlo per le motivazioni che spingono ad esso.

Questo rimane vero anche per quelle azioni meno intrusive sempre di carattere estetico: i trucchi per le donne, le tinte, i profumi etc. così anche per le attività sportive. Se diventano atti di idolatria di noi stessi anche questi semplici gesti non sono perfetti dal punto di vista morale.

Un ultimo e suggestivo capitolo riguarda l’ipotesi fantascientifica – perché allo stato dell’arte di questo si tratta – di intervento per alterare geneticamente il nostro patrimonio cromosomico. Quando è lecito? Oltre che ovviamente per motivi terapeutici, anche per finalità funzionali ed estetiche di carattere migliorativo. Dal punto di vista funzionale: se per ipotesi si potesse intervenire geneticamente per essere più forti, più resistenti alle influenze, per avere una memoria più estesa ciò sarebbe lecito (così come lo è ora mangiando pesce). Dal punto di vista estetico: se, sempre pensando in modo futuribile, potessimo debellare la calvizie intervenendo sul nostro DNA ciò sarebbe ugualmente lecito. E quando non si tratta di migliorare una funzione o un tratto estetico ma di sostituirne una presente con un’altra equipollente? Non è un problema morale, nel rispetto dei criteri prima elencati, che le donne si tingano i capelli e che da uno scialbo castano ad esempio si passi ad un biondo platino, o che qualcuno si metta lenti a contatto colorate: non c’è un miglioramento oggettivo ma solo soggettivo, dunque semplicemente una sostituzione di un tratto particolare della nostra estetica con un altro ritenuto migliore. Ciò sarebbe ugualmente etico se intervenissimo sul DNA per cambiare ad esempio colore dei capelli o degli occhi? Il criterio del fine preposto è sempre quello scriminante: come prima accennato la complessità dell’intervento di alterazione genetica, i costi, i rischi, la probabile irreversibilità dell’operazione (forse), etc. fanno sospettare che le motivazioni addotte non siano delle migliori. Cioè ci sarebbe una sproporzione immotivata tra mezzi adoperati e fini perseguiti. Non così in genere ed invece in relazione ad una semplice tinta per capelli.

Gli interventi genetici quindi, rispettando queste condizioni, sarebbero leciti, esclusi però quelli di modificazione dei tratti identitari della persona, costitutivi della sua unicità e specificità: mai sarebbe lecito ad esempio intervenire per cambiare sesso da XX a XY e viceversa. Mai per cambiare cancellare la nostra memoria o sostituirla con un’altra creata a tavolino, mai per cambiare radicalmente le fattezze del nostro viso e casi simili. Il Magistero infatti a questo proposito ha indicato che – ed utilizziamo l’argomento per valore analogico – il trapianto di cervello (semmai si riuscirà a compierlo) e di faccia sono illeciti dal punto di vista morale proprio perché aspetti distintivi ed unici di ciascuno di noi.

giovedì 5 gennaio 2012


Inghilterra Sarah, 51 anni e un centinaio di interventi, e' soprannominata La barbie umana - Mamma «previdente»: regala alla figlia di 7 anni un buono da 8.500 euro per la liposuzione - Poppy non potrà usarlo prima dei 16 anni. Il suo sogno: «un seno grande». Le sorelle fanno regolarmente iniezioni di botulino - Francesco Tortora, 4 gennaio 2012, http://www.corriere.it

MILANO - Non potrà usarlo prima di aver raggiunto i 16 anni, ma la piccola Poppy Burge continua a sostenere che è il regalo più bello che ha ricevuto a Natale. Fa discutere l'opinione pubblica britannica l'ultima trovata di Sarah Burge, soprannominata dai tabloid d'Oltremanica "The Human Barbie" (La Barbie Umana) per gli oltre cento interventi di chirurgia estetica a cui si è sottoposta nel corso degli ultimi decenni. La cinquantunenne ha fatto trovare nella calza di Natale di sua figlia di appena sette anni un buono da 8.500 euro che la bambina dovrà conservare e fra qualche anno potrà spendere per una futura liposuzione.
IL SOGNO - La signora Burge, che vive in una grande casa da oltre 500.000 sterline a St Neots, nella contea del Cambridgeshire, è considerata in Inghilterra una vera e propria «dipendente da botulino». Autoproclamatasi in passato detentrice del record mondiale d’interventi di chirurgia estetica, nel corso degli anni ha speso oltre 600.000 euro per modificare il suo aspetto fisico. La sua "passione" per il bisturi e per le forme prorompenti è stata velocemente trasmessa alla piccola Poppy che ha confessato al Daily Mail di voler assomigliare in tutto e per tutto a sua madre e che il suo più grande desiderio è avere presto «un seno grande». Per non tradire le aspettative della piccola qualche mese fa la cinquantunenne, che gestisce un'azienda di chirurgia plastica, mentre durante il tempo libero scrive romanzi erotici, le ha già fatto un regalo che a tanti è sembrato inopportuno. Per il suo ultimo compleanno ha donato a Poppy un altro buono che dovrebbe essere usato per un futuro intervento chirurgico al seno. Dell’ultimo regalo però è particolarmente orgogliosa: «Ho messo il voucher nella calza di Natale - ha confessato al Daily Mail - Non vedo cosa ci sia d’inappropriato. Ogni giorno mi dice di voler sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica. Vuole apparire bella e la liposuzione è uno di quelle procedure che potranno sempre tornare utili. Diciamo che questo buono è un investimento sul futuro, proprio come i soldi messi da parte per la formazione scolastica».

ADDIO CENERENTOLA - La piccola Poppy che ha già un sito web ufficiale ha ricevuto dai genitori anche altri costosi regali a Natale come un computer da 400 euro, un anello di cristalli Swarovski e la promessa di una giornata da passare in un centro di bellezza. La bambina conferma che il dono più gradito resta il buono per la liposuzione: «Volevo un computer nuovo, una vacanza e un voucher per un intervento chirurgico - rivela la bambina - Ho avuto tutto ed è stato come se un sogno si avverasse. Tutti i miei amici si sono ingelositi. Non vedo l'ora di essere come mamma e avere un grande seno. Sarà meraviglioso». A chi la considera una cattiva madre la signora Surge risponde senza batter ciglio di sapere quello che fa: «Le bambine di oggi non sognano più Cenerentola o Biancaneve - sottolinea la cinquantunenne - Loro vogliono essere come Cheryl Cole o Lady Gaga e io non sto facendo altro che aiutare mia figlia a realizzare il suo sogno». Charlotte e Hannan, le altre due figlie della Barbie umana, rispettivamente di ventisette e diciassette anni, da tempo fanno regolarmente iniezioni di botulino così come Jazzy, la figlia adottiva della cinquantunenne: «L'estetica ha una grande importanza nella nostra società - dichiara la Surge - Perciò non bisogna considerare negativamente chi cerca di essere più bella».


domenica 6 marzo 2011

 MEDICINA/ La plastica senza bisturi che migliora la pelle - INT. Antonino Di Pietro - venerdì 4 marzo 2011 – il sussidiario.net

Quando sentiamo parlare di dermatologia plastica pensiamo subito a un intervento chirurgico, a un’incisione, al lifting. “Ma plastica in medicina vuol dire plasmare, migliorare il corpo; in questo caso, la cute”, dice Antonino Di Pietro, Professore in Dermatologia Plastica all’Università di Pavia, fondatore e Presidente dell’Isplad (International Society of Plastic-Regenerative and Oncologic Dermatology).
Certo, fino a poco tempo fa la possibilità di plasmare il corpo era legata unicamente al bisturi: ecco perché negli anni Sessanta è nata la “chirurgia plastica”. Le cose però sono cambiate nel 1999 quando un gruppo di dermatologi italiani, capeggiati da Di Pietro, ha inaugurato una nuova disciplina: la dermatologia plastica, che utilizza metodi alternativi per migliorare la pelle senza ricorrere alla chirurgia, senza incidere o tagliare. Sulle potenzialità e gli avanzamenti in questo campo si confronteranno a Roma da oggi al 6 marzo esperti di tutto il mondo nel 2° Meeting Internazionale dell’Isplad dal titolo “High Technology in Dermatology”. Ilsussidiario.net ne ha parlato con Antonino Di Pietro.

Nella lotta all’invecchiamento cutaneo la vostra prospettiva è diversa da quella che punta agli aspetti puramente estetici e agli interventi invasivi sulla pelle?

È totalmente diversa. Noi non riteniamo importante riempire le rughe, ma piuttosto curare la pelle per farla restare giovane. L’approccio della dermatologia plastica ha come obiettivo quello di rigenerare i tessuti, senza riempire o trasformare un volto: siamo per una bellezza sana, autentica. Una pelle sana è più distesa, più elastica, più tonica e dà quindi quell’aspetto piacevole, come al ritorno da una bella vacanza. Non siamo per le facce rifatte, ma per la vitalità dei tessuti. E per questo mettiamo in atto tutte quelle terapie che possono contribuire alla rigenerazione tissutale.

Quali sono queste terapie?
Anzitutto quelle nutrizionali. Riteniamo importante l’alimentazione e anche gli integratori, che vanno molto rivalutati. Dare all’organismo vitamine, aminoacidi, enzimi, sali minerali contribuisce a mantenere vitali le cellule, a migliorarne il metabolismo e quindi a produrre più collagene, più elastina e di conseguenza ad avere una pelle più giovane. Tra le sostanze su cui puntiamo c’è il licopene, un derivato dai semi di pomodoro che appartiene al gruppo della vitamina A e migliora il ricambio cellulare. Ci sono i flavonoidi, derivati dai frutti di bosco, che migliorano la microcircolazione e quindi fanno arrivare più ossigeno alle cellule e frenano l’avanzata dei capillari. Ci sono poi tutte le altre vitamine: E, F, C.

Qual è allora il compito del dermatologo plastico?

È quello di capire quali sono i bisogni specifici della pelle e indicare al paziente la corretta alimentazione per frenare l’invecchiamento, consigliando gli integratori più adatti. C’è poi anche il supporto della dermocosmesi, che non è più solo uno strumento di bellezza, ma offre delle vere e proprie cure della pelle. Tra le più recenti applicazioni posso citare quelle che sfruttano i fosfolipidi, che ristrutturano le membrane cellulari riparandone i danni causati da vari agenti esterni (Sole, ultravioletti, ecc.). Importante è anche la glocosamina, precursore dell’acido ialuronico e del collagene: farla arrivare in profondità significa poter produrre nuovo acido ialuronico e nuovo collagene proprio, endogeno, senza apporti esterni. Si parla anche del delta-lattone: i lattoni sono sostanze vegetali (quelle tra l’altro che danno lo specifico odore a molti vegetali) importanti nel ricompattare le cellule superficiali, migliorando lo strato corneo superficiale della cute e quindi prevenendo la disidratazione.

Anche in dermatologia si può quindi parlare di “medicina personalizzata”?

È proprio uno dei temi che affronteremo nel congresso che inizia oggi. C’è ormai la possibilità di fare una diagnosi più precisa circa i fabbisogni della pelle. Ciò si ottiene sia sfruttando la genomica, cioè lo studio dei nostri geni che adesso si può eseguire semplicemente prelevando un po’ di mucosa orale con un batuffolo di cotone e cercando, con adeguata strumentazione, le predisposizioni della pelle a invecchiare precocemente. Una seconda promettente metodologia è la lipidomica, che parte dal prelievo di una goccia di sangue per studiare le parete dei globuli rossi e valutare eventuali alterazioni delle membrane cellulari; si può così capire se c’è una carenza di determinate sostanze, come ad esempio gli omega 3 o gli omega 6. Quindi il dermatologo plastico può abbinare alla sua esperienza tutta una serie di indagini diagnostiche molto accurate.

Sembra di capire che il vostro è un approccio più medico e meno estetico…
Sì. Noi ci differenziamo dalla chirurgia plastica, ma anche dalla medicina estetica. Consideriamo riduttivo e fuorviante parlare di estetica, anche perché riteniamo che il medico non debba pensare all’estetica, bensì alla salute. Se poi riesce anche a ottenere un buon risultato estetico, questo po’ essere solo una conseguenza, ma non l’obiettivo. Tante facce rovinate che si vedono in giro, piene di silicone e di metacrilati che non si riassorbono più, sono l’esito di una preoccupazione per l’estetica e non per la salute; si pensa solo a riempire quelle rughe senza considerare che quelle sostanze possono essere tossiche per l’organismo.

Cosa si aspetta da questo Meeting?