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venerdì 28 ottobre 2011


Il dopo-Todi e la Dottrina sociale di Marco Invernizzi, 28-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

E adesso che cosa succederà dopo tanto clamore attorno al forum svoltosi a Todi il 17 ottobre? Proviamo a ricostruire sinteticamente. Alcune associazioni del mondo cattolico, prevalentemente impegnate nel settore del lavoro (Acli, Mcl, Cdo, Cisl), dopo avere steso un comune manifesto sulla buona politica nel mese di luglio, hanno promosso un seminario a porte chiuse appunto svoltosi a Todi. La grande stampa italiana, Corriere della Sera in testa, ha “caricato” l’avvenimento come se rappresentasse la “grande svolta” politica dei cattolici italiani, pronti ad abbandonare un preteso sostegno al governo Berlusconi per un nuovo governo espressione di una nuova maggioranza.

Soltanto che per realizzare questo obiettivo era necessario mettere in secondo piano i “principi non negoziabili” rispetto ad altri valori, il lavoro per esempio, o la difesa della Costituzione, più adatti a realizzare un possibile accordo culturale e politico con le forze politiche di sinistra, notoriamente refrattarie ad accordarsi con il mondo cattolico su temi quali la difesa della vita, la centralità della famiglia o la libertà di educazione, che significa parità scolastica. Senonché arriva a Todi ad aprire i lavori il Presidente dei vescovi italiani, card. Angelo Bagnasco, con uno splendido e profondo discorso impostato sulla centralità dei principi non negoziabili, qualificati come sorgivi e fondativi, cioè premessa necessaria per qualsiasi discorso relativo al bene comune. E questo avviene nello stesso giorno in cui il direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, invitato come relatore al forum, invita i cattolici in un editoriale del suo giornale ad assumere una centralità politica proprio rinunciando a insistere sui principi non negoziabili.

A noi della Bussola interessa soprattutto questo aspetto del problema perché i principi non negoziabili riguardano anzitutto il Magistero della Chiesa, in particolare quella dottrina sociale della Chiesa indicata dal beato Giovanni XXIII come “parte integrante della concezione cristiana della vita” nell’enciclica Mater et Magistra (n. 206). Certamente esistono anche evidenti conseguenze politiche e di schieramento (non siamo così ingenui) come si è puntualmente verificato a Todi al termine del Convegno, quando alcuni dei partecipanti hanno incontrato i giornalisti per esprimere la loro contrarietà all’attuale governo e il desiderio che si formi una nuova maggioranza e un nuovo governo, prescindendo dal fatto che la maggioranza degli italiani aveva largamente voluto questa maggioranza politica nelle ultime elezioni. Ma concentriamoci sull’aspetto dottrinale del problema.

Come ha detto proprio a Todi il card. Bagnasco, non si tratta di scegliere a caso fra tanti valori messi a caso uno a fianco dell’altro, perché «la Dottrina Sociale della Chiesa non è un insieme di argomenti slegati e chiusi, ma un corpo organico con un centro vitale e dinamico che è la natura umana con i suoi dinamismi e le sue leggi». La natura umana, dunque, è in gioco perché è contro di essa che si sta verificando, da molto tempo, un pesante attacco culturale. «Sono in gioco, infatti, - ha continuato il card. Bagnasco - le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perché sono “sorgenti” dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili”».

Viene da chiedersi che cosa se ne farà adesso di questi principi? Il discorso del cardinale verrà preso sul serio? E se sì, che cosa ne sarà dell’evidente tentativo del Corriere della Sera di fare mettere fra parentesi i principi non negoziabili per favorire un’aggregazione di cattolici diversa, orientata a costituire altre alleanze politiche? E chi ha organizzato Todi che cosa farà? Continuerà a promuovere un modello di aggregazione che inevitabilmente tende a ridimensionare la centralità dei principi non negoziabili? Oppure si renderanno conto che l’odio ad personam nei confronti dell’attuale Presidente del Consiglio rischia di offuscare la mente di chi non si rende conto che nel giudicare l’operato delle persone pubbliche non si deve privilegiare il comportamento privato, per quanto immorale possa essere, ma si deve guardare anzitutto ai risultati legislativi, quelli che soprattutto influiscono sul bene comune.

Da questo punto di vista c’è poco da stare allegri, se sull’ancora più diffuso settimanale cattolico, Famiglia Cristiana, il direttore risponde ai lettori, il 19 ottobre, lamentando che la maggiore tolleranza dei cattolici praticanti nei confronti del malcostume politico (cioè la tolleranza verso i comportamenti di Berlusconi, l’ossessione di certi cattolici) è il risultato dell’ignoranza della dottrina sociale: «Se c’è una maggiore tolleranza dei cattolici praticanti del malcostume personale e politico, c’è da chiedersi come mai la Dottrina sociale della Chiesa intercetta così poco i credenti praticanti». E se invece i cattolici fossero indulgenti proprio perché intuiscono che i principi della dottrina sociale vengono prima dei comportamenti privati?

Se i cattolici intuissero che è meno grave comportarsi male la sera a casa propria piuttosto che firmare leggi abortiste, come i ministri democristiani hanno fatto con la legge 194, o proporre l’equiparazione alla famiglia delle coppie di fatto e omosessuali, come fece il ministro Rosy Bindi con i Dico e con lei il Partito democratico? E se fosse questo il modo di esercitare la misericordia tanto invocata e poco praticata, che consiste nel non giudicare gli altri quando sbagliano, ma nel pregare per la loro conversione, soprattutto quando veniamo a conoscenza dei comportamenti privati di un capo di governo solo perché contro di lui è stata imbastita la più dispendiosa e odiosa campagna di intercettazione personale che si conosca?

Forse è venuto il tempo di studiarla e promuoverla davvero questa benedetta Dottrina sociale della Chiesa, insieme organico di principi che ci aiutano a non dividere la fede dalla vita e a portare Cristo nella storia degli uomini, per realizzare un mondo migliore per mezzo di ciò che il decreto sul laicato del Concilio Vaticano II ha chiamato l’«animazione cristiana dell’ordine temporale».

lunedì 17 ottobre 2011


Avvenire.it, 17 ottobre 2011, L’impegno per il bene di tutti - Presenti e mai cinici di Francesco D’Agostino

Nell’età moderna, la politica vive sotto il segno di un paradosso. L’agire politico è infatti qualificato dalla presenza e dall’iniziativa dei "partiti", che aspirano a conquistare la maggioranza dei voti per governare tutto il Paese e per il "bene di tutti" i cittadini. Ma i partiti, anche se ne nobilitiamo l’identità, distinguendoli radicalmente dalle antiche "fazioni", rappresentano pur sempre, e per definizione, movimenti, interessi e orientamenti "di parte". Ora, come può una "parte", per di più consapevole del suo essere "parte", pretendere di governare il "tutto"? La teoria politica moderna non è mai riuscita, nemmeno nei suoi esponenti più lucidi, a risolvere questo paradosso.

Quando portiamo la nostra riflessione sull’impegno politico dei cattolici, come impegno "partitico", vediamo che le difficoltà, anziché diminuire, aumentano. Sappiamo che nell’aggettivo "cattolico" è implicito un riferimento all’universale: come è possibile costringere l’universalità cattolica nell’ambito, inevitabilmente particolare, di un "partito"? Delle due l’una: se i cattolici scendono in campo per difendere e promuovere valori universali e non particolari (ad esempio, i diritti umani) non ha senso che lo facciano costruendo un "partito".

Se invece ritengono indispensabile costruire un "loro" partito, per portare avanti istanze che, benché orientate al bene comune, risentono inevitabilmente delle contingenze storiche e possiedono di conseguenza valenze occasionali e accidentali (come è il caso, ad esempio, dei progetti di riforma tributaria o dei piani di sviluppo industriale o di risanamento economico), troveranno inevitabilmente al loro fianco – e con legittima, reciproca soddisfazione – chi cattolico non è, ma condivide l’ ideologia e la prassi del partito. In questo caso, però, l’etichetta di "partito cattolico" corre il rischio di divenire inappropriata ed è meglio optare per un’etichettatura diversa che non faccia menzione della fede degli aderenti (come nel caso del Partito popolare). Quindi, anche in questo seconda ipotesi, i cattolici corrono il rischio di ritrovarsi senza un partito veramente "loro".

Come se ne esce? Sono decenni che questa domanda viene rivolta ai teorici della politica, senza che si sia mai ottenuta da loro una risposta soddisfacente. La politica, però – chi non lo sa? – non è teoria, ma prassi; è l’arte del possibile e le sue contraddizioni teoriche possono serenamente convivere con mille diverse legittime forme di soluzione pratica dei problemi. Nulla di scandaloso. Non è nemmeno scandaloso, pertanto, che i cattolici militino in partiti diversi e antagonistici, continuando a qualificarsi espressamente come cattolici: anche in questo modo si può promuovere il bene comune.

C’è un solo scandalo che i cattolici in politica devono evitare. Non devono mai cedere alla tentazione del cinismo, di quel cinismo che va a nozze con l’opportunismo, che ritiene che tutto sia negoziabile, che nulla abbia un valore assoluto, che il fine giustifichi i mezzi, che il "realismo" debba essere la parola d’ordine dei politici, che tutto possa essere fatto, purché se ne ricavi un adeguato profitto. Il cinismo, che rappresenta la fase matura, e probabilmente definitiva, del "secolarismo", è la dimensione che assume il relativismo in politica. Lasciamo il cinismo a coloro che cattolici non sono e, se questo comporta un prezzo, paghiamolo fino in fondo. Dai politici cattolici dobbiamo pretendere preparazione, sobrietà dei costumi, buona volontà; ma soprattutto dobbiamo chiedere loro di agire e di imparare ad agire con intelligenza per il bene comune, senza mai arrendersi però all’idea che la vita umana si svolga nel segno del primato della politica.

Le dimensioni del bene umano, quelle di cui papa Benedetto XVI invita tutti gli uomini a farsi carico, usando la forte espressione «ecologia umana», non hanno valenza politica; vanno affrontate e risolte non attraverso la dialettica dei partiti, ma secondo giustizia. Chi è cinico sorriderà leggendo queste parole. Chi non lo è troverà la conferma dell’estremo paradosso dell’esistenza umana (e della politica, nel senso più alto del termine): dobbiamo operare per il bene anche di coloro che non credono al bene e dobbiamo rendere giustizia anche a coloro che l’irridono.