Visualizzazione post con etichetta africa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta africa. Mostra tutti i post

domenica 18 dicembre 2011


Il virologo Perno: «la risposta all’AIDS non è il preservativo, ma l’educazione», 17 dicembre, 2011, http://www.uccronline.it

Quest’anno si celebra il trentennale dell’AIDS essendo essa stata descritta per la prima volta nel 1981. La società pigra e nichilista -dominatrice di Facebook e del web, per intendersi- pare essersi convinta fino all’ossessione che il profilattico sia la salvezza di tutto, la prevenzione e perfino la cura. I radicali, abili sfruttatori di queste persone, sanno conquistarsi apprezzamenti cavalcando e approfittandosi di questo, del politicamente corretto per intendersi. Molto schierata sull’argomento è poi la lobby omosessualista, dato che -come ha recentemente dimostrato il “Centers for Disease Control”- gli uomini omosessuali coprono il 61% delle nuove infezioni da HIV (negli Stati Uniti), nonostante essi siano solo il 2% della popolazione del Paese e i giovani omosessuali sono l’unico gruppo in cui le nuove infezioni da HIV aumentano (cfr. Ultimissima 24/08/11).

Tuttavia, si sa benissimo che in Africa l’unico metodo ad aver sconfitto l’AIDS è stato quello proposto da Suor Miriam Duggan in Uganda, basato su fedeltà al matrimonio e astinenza. La religiosa è stata recentemente premiata dall’Università di Harvard, dall’Holy Cross College degli Stati Uniti, e nel 2008 ha ricevuto un premio di riconoscimento per la sua opera dal Presidente e dal Parlamento dell’Uganda (cfr. Ultimissima 3/12/11). Gli stessi ricercatori di Harvard, come Edward C. Green e Daniel Halperin, hanno riconosciuto attraverso studi scientifici la correlazione tra maggior disponibilità e uso dei condoms e tassi di infezioni HIV più alti.

Il motivo lo ha spiegato di recente Carlo-Federico Perno, responsabile dell’Unità di monitoraggio delle terapie antivirali e antineoplastiche presso l’IRCCS L. Spallanzani di Roma, direttore dell’Unità di Virologia Molecolare al Policlinico Universitario Tor Vergata e grande esperto di AIDS. In un comunicato ufficiale di Medicina e Persona, una libera Associazione fra Operatori Sanitari (www.medicinaepersona.org), ha spiegato che «l’unico modo di impedire la progressione della malattia è quello di assumere per lunghi anni, probabilmente per tutta la vita, la terapia antivirale. Il vaccino è ancora lontanissimo». Qui si dovrebbero concentrare le risorse e l’attenzione mediatica, sempre che ci sia vero interesse per il fenomeno. Ma una delle ragioni per cui il problema dell’AIDS non è ancora risolto è il fatto che «manca la percezione delle ragioni fondanti della diffusione della malattia, basate spesso su elementi comportamentali, quali l’uso di droghe iniettive e soeprattutto la promiscuità sessuale. Questi elementi ancor oggi mantengono stabile, anno dopo anno, il numero di nuove infezioni (in Italia più di 3000 nel 2011), nonostante che i farmaci abbiano fatto la differenza in termini di riduzione della mortalità».

Ed ecco il punto su cui nessuno vuole soffermarsi, eccetto la Chiesa ovviamente: «La domanda fondante che pone questa malattia rimane sempre la stessa: è possibile eliminare una malattia legata spesso ai comportamenti, senza cambiare i comportamenti stessi? Il ritorno della sifilide, della gonorrea, e in genere l’aumento di tutte le patologie a trasmissione sessuale, indicano con chiarezza che il problema non è l’AIDS, ma che l’AIDS è l’epifenomeno di un problema ben più ampio, legato primariamente ad una visione positivista e libertaria. Positivista, perché ritiene certa la capacità dell’uomo di controllare l’HIV con strumenti tecnici, quali farmaci (per la terapia) e preservativi (per la prevenzione). Libertaria, perché giustificando la libertà dell’uomo di essere pieno artefice della propria vita, di fatto autorizza qualsiasi comportamento, con la sola precauzione di limitarne le conseguenze (appunto, la cultura del preservativo)».

Ma la vera prevenzione non si fa tamponando il problema con rimedi e artefici tecnici (con l’altissimo rischio di svalutare il rapporto affettivo), ma modificando culturalmente i comportamenti. Continua l’ordinario di Virologia: «Come medici, il nostro intervento sull’AIDS guarda in primis all’uomo malato, ma chiede anche la capacità di dare un giudizio sulle cause di queste malattie, sapendo che attraverso tale giudizio passano le scelte di politica sanitaria in termini di prevenzione dell’infezione».

martedì 1 novembre 2011


La strage dei bambini "stregoni" di Anna Bono, 01-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Una bambina di 14 anni accecata dalla madre con la candeggina per liberarla da visioni demoniache, un bambino di 12 anni ucciso dal padre che gli ha iniettato nello stomaco della soluzione acida per batterie convinto che il piccolo fosse uno stregone, un altro dodicenne salvato all’ultimo momento dalla furia di parenti e di vicini che stavano per annegarlo in un fiume, dopo averlo torturato, credendolo uno stregone e colpevole di aver assassinato il proprio padre, morto per cause non chiarite dai medici: è capitato in Angola dove non passa giorno senza che un bambino subisca abusi e torture o venga abbandonato dai parenti oppure ucciso perché ritenuto uno stregone.

Non succede solo in Angola: in Africa la stregoneria è una delle più radicate e persistenti istituzioni tribali. Se ne parla poco, forse anche perché la sua esistenza contraddice la prevalente rappresentazione delle comunità tradizionali africane come modelli di pacifica convivenza, tolleranza, equità e armonia sociale, depositarie di valori umani che l’Occidente avrebbe invece sacrificato al potere e al denaro.

È stato il Papa ancora una volta a rompere il silenzio il 29 ottobre, durante la visita “ad limina” dei vescovi angolani, con un appello a combattere in Angola e nel resto del continente gli “assassinii rituali di bimbi e di anziani” per stregoneria. “Ricordando che la vita umana è sacra in tutte le sue fasi e situazioni, continuate – ha raccomandato Benedetto XVI ai vescovi angolani – ad alzare la voce in favore delle sue vittime”. Il Pontefice ha quindi sollecitato “uno sforzo congiunto delle comunità ecclesiali provate da questa calamità, cercando di determinare il significato profondo di tali pratiche, di identificare i rischi pastorali e sociali da esse veicolati e di giungere a un metodo che conduca al loro definitivo sradicamento, con la collaborazione dei governi e della società civile”.

Il Papa aveva già affrontato il problema della stregoneria nel 2009, in occasione della sua visita in Angola. “Tanti vivono – aveva detto allora – nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani perché – dicono – sono stregoni”.

Nessuno in effetti può dirsi al sicuro: non solo i bambini, neanche gli adulti e, men che meno, i disabili e in genere coloro che presentano anomalie fisiche o psicologiche, tradizionalmente guardati con diffidenza e allarme.

Fece scalpore nel 2008 la notizia che in Kenya 11 o forse 15 persone accusate di stregoneria erano state bruciate vive in un villaggio. Ma altri, frequenti episodi analoghi si verificano senza essere registrati dai mass media internazionali.

Ancora meno si sa e si dice di un altra conseguenza terribile della stregoneria, a cui si deve un numero forse ancora maggiore di vittime. Servono organi e parti del corpo umano per eseguire determinati riti e per preparare pozioni, amuleti e sortilegi. Per disporne non si esita a uccidere. Anche in questo caso, nessuno è al sicuro, ma le vittime sono soprattutto i bambini e i “diversi”.
Si preferiscono i bambini di strada, sulla cui sorte nessuno indaga. Ma in Mozambico, ad esempio, nel 2004, tale era la richiesta di organi umani nella provincia di Nampula che i bambini venivano rapiti quasi sulla porta di casa o all’uscita da scuola: ne sparivano in media due alla settimana.

Tra i “diversi” in pericolo si annoverano gli albini di cui si fa strage soprattutto nei paesi dell’Africa Orientale e nella Repubblica Democratica del Congo dove si assiste a un vero e proprio traffico transnazionale di cadaveri e di organi. Venduti dai familiari per migliaia di dollari oppure rapiti su incarico di guaritori tradizionali, a causa delle proprietà speciali attribuite ai loro organi, sono richiesti soprattutto in Tanzania per realizzare pozioni potenti contro le malattie e per assicurare il successo economico. Alcuni anni fa il governo di quel paese, nel tentativo di porre un limite alla “caccia all’albino”, ne ha nominato uno parlamentare, per affermane i pari diritti. Successivamente la vittoria elettorale di un albino, Salum Khalfani Bar’wani, alle politiche del 2010, ha fatto sperare in una svolta che tuttavia ancora non si è data: tuttora i bambini affetti da albinismo spesso non vengono neanche mandati a scuola e in famiglia vivono ai margini, a stento tollerati, il che li condanna da grandi a vivere di carità e di espedienti, in solitudine.