Visualizzazione post con etichetta principio di autonomia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta principio di autonomia. Mostra tutti i post

venerdì 30 agosto 2013

«L’eutanasia è spinta da un’autodeterminazione illusoria», 29 agosto, 2013, http://www.uccronline.it/

CHAassembly_MM_06-14-10_

Il dibattito pubblico sul fine vita fa certamente affiorare in superficie le domande sul senso della vita e della morte, sul valore della sofferenza. Per questo il centro culturale Crossroads ha organizzato un incontro a New York il 20 giugno scorso, con Daniel Sulmasy che è Kilbride Clinto Professor di Medicina ed Etica all’Università di Chicago e direttore associato del McClean Center for Clinical Medical Ethics.

Riportiamo alcune sue parole, davvero molto interessanti, dell’intervista a “Tracce” : «Il diritto di morire è uno dei diritti più bizzarri da rivendicare, perché è un po’ come reclamare il diritto del sole a sorgere: non abbiamo scelta, moriremo tutti in ogni caso. In realtà il dibattito è sorto dal desiderio di impedire che un paziente venisse tenuto in vita artificialmente per un tempo troppo lungo. Successivamente però si è trasformato nella richiesta del diritto di essere uccisi o di uccidersi. Fondamentalmente credo che questa sia cattiva medicina, cattiva morale e cattiva politica». Una una pretesa di libertà, contraddittoria perché «affermare che la giustificazione dell’eutanasia sia un diritto illimitato all’esercizio della libertà è incongruente, perché nell’atto di ucciderci distruggiamo le basi dell’argomentazione, ovvero il nostro stesso essere, e perciò la nostra libertà e capacità di agire nel mondo».

Mentre le associazioni mediche lo capiscono, «uno dei problemi principali è che l’opinione pubblica non si rende conto che questa pratica mina le basi stesse della medicina». Se il valore intrinseco è il valore che una persona ha in virtù del fatto che è un essere umano, e questa è la base di ogni morale e certamente della medicina, il valore attribuito è il valore che conferiamo a noi stessi o che gli altri attribuiscono a noi. Quest’ultimo «è all’origine dell’idea che un adulto con il pannolone sia, nel senso del valore attribuito, privo di dignità. La domanda però è: l’attacco che la malattia porta al valore attribuito di una persona riesce mai a distruggere completamente la sua dignità? Credo che la risposta debba essere no. Se un paziente è in coma e noi diciamo che ha perso la razionalità, e quindi il fondamento della propria dignità, e quindi il proprio valore, diciamo una cosa sbagliata. Quando diciamo che i medici possono uccidere un paziente, ancorché con il suo consenso, stiamo dicendo che esistono persone a proposito delle quali possiamo a buon diritto affermare che non hanno valore. E se è così, il fondamento etico della medicina viene minato irreparabilmente, insieme a quello di tutta la morale».

A volte le persone malate sono vittime anche di un’altra problematica: non essendoci «modo per diventare biologicamente immortali, messe di fronte a questa profonda realtà metafisica, alcune persone hanno una reazione istintiva, debole: poiché non posso sconfiggere la mia mortalità, la rivendico uccidendomi. Ma è solo un’illusione di controllo e di libertà, perché mette capo alla morte dell’individuo». L’eutanasia ha preso piede sopratutto in Europa settentrionale, «penso che il successo di questa mentalità dipenda dall’indebolimento dei valori religiosi e da un senso di autorità tipico di certe persone benestanti e istruite, convinte che il senso dell’essere umani sia nell’esercitare il controllo. Gran parte di loro non si rende conto che questa pretesa di controllo è in ultima analisi illusoria». Queste persone, al contrario di quelle meno benestanti, «si illudono di essere padrone del proprio corpo perché sono padrone di tante altre cose nel mondo che le circonda. Ma in ultima analisi si tratta di un’illusione, anche per l’Occidente industrializzato. Non esercitiamo alcuna autorità sui momenti fondamentali della nostra esistenza. Per quanti progressi possa compiere l’ingegneria genetica, non potremo mai scegliere i nostri genitori. Non potremo scegliere di nascere o di non nascere, o di non morire. Non possiamo imporre a qualcuno di amarci. Questa filosofia del controllo, che oggi sembra essere una forza predominante, non può spiegare la nascita, la morte e l’amore, perciò mi sembra un sistema filosofico piuttosto debole».

Non si può infine non osservare il piano inclinato inevitabile una volta che si apre lo spiraglio all’eutanasia: «Per vederne l’impatto reale, dobbiamo osservare i Paesi Bassi dove l’eutanasia era illegale ma non perseguita; poi è diventata legale, ma solo per chi era in grado di esprimersi e scegliere liberamente. Oggi, all’atto pratico, subiscono l’eutanasia anche persone che non sono in grado di intendere e di volere, perché la famiglia decide al posto loro: “La mamma non vorrebbe andare avanti così”. Di fatto, il 32 per cento delle morti per suicidio assistito sono non-volontarie. Quindi si è passati dal volontario al non-volontario, e inoltre ora si passa dagli anziani ai bambini». Tutto si basa «sull’assunto che la persona malata preferirebbe essere morta e che sia più pietoso ucciderla. Inoltre, l’eutanasia non riguarda più solo i malati terminali, come prevede la legge: viene praticata a persone depresse che non sono riuscite a curarsi, e si afferma che la loro depressione è terminale perché si suiciderebbero se il medico non praticasse loro l’iniezione letale». E ancora: «Una volta che l’eutanasia sarà legalizzata, la norma si ribalterà e la domanda da porre alla persona vulnerabile diventerà: perché non ti sei ancora suicidata?».

giovedì 31 gennaio 2013


Eutanasia: diritto o delitto? di Mario Palmaro - http://www.corrispondenzaromana.it

Eutanasia, diritto o delitto? di Mario Palmaro

(di Fabrizio Cannone) Il filosofo del diritto Mario Palmaro pubblica un importante saggio (Eutanasia: diritto o delitto? Il conflitto tra i principi di autonomia e di indisponibilità della vita umana, Giappichelli editore, Torino 2012, pp. 116, € 13), in cui con un linguaggio asciutto e preciso, l’Autore esamina il problema dell’eutanasia e della sua legalizzazione, da un punto di vista giuridico.

Si nota fin da subito, e questo non è affatto un limite, l’appartenenza dello studioso al campo dei cultori del diritto naturale, che cercano dei punti fermi nella realtà, per stabilire il loro discorso e le loro analisi. D’altra parte è innegabile che Palmaro conosca a fondo l’oggetto della sua trattazione e i numerosi rimandi bibliografici, sono non meri riferimenti di contorno, ma elementi imprescindibili di una logica tanto ferrea, quanto chiaramente documentata, anche nelle fonti “avverse”. Eccellente appare la capacità di sintesi del filosofo che presenta in poche pagine (cf. pp. 50-58) una carrellata – ci si passi il termine poco tecnico – dei principali argomenti sia a favore che contrari alla legalizzazione dell’eutanasia. Anche gli argomenti favorevoli all’inumana pratica vengono esposti non in modo riduttivo o semplificato, ma chiaro e corretto.

Proprio per ciò risulta più evidente la superiorità logica degli argomenti che militano in favore dell’indisponibilità e della sacralità della vita umana innocente. Così i tanto sbandierati diritti pro-eutanasia, come il diritto a morire (come e quando si vuole), il diritto all’autodeterminazione e il diritto a morire «con dignità», vengono ben confutati da Palmaro mostrando ciò che essi contengono di assurdo: l’idea implicita di ineguaglianza tra i cittadini, l’idea che il dolore sia un “male assoluto”, l’idea che ci sia un primato della società e dei suoi costi in rapporto al rispetto di un singolo suo individuo, l’idea che la maggioranza (ammesso che essa esista sul tema dell’eutanasia) possa determinare la verità morale, l’idea che in una società laica e democratica ognuno possa far ciò che vuole, l’idea che sia lecito uccidere l’innocente quando lo si fa per pietà…

Oltre a questi pseudo-argomenti, prendiamo, a contrario, uno solo dei ragionamenti anti-eutanasia svolti da Palmaro, ossia quello della volontà del malato di morire. Nota il filosofo: «Se (questa volontà) è formulata prima della malattia, rimane il dubbio che essa sia ancora valida quando il soggetto ha perso conoscenza; se invece è contestuale alla sofferenza, nessuno può garantire che essa sia lucida e libera, proprio per la morsa che la sofferenza stringe intorno alla psiche del sofferente» (pp. 46-47). Ecco così volatilizzato, il principale argomento dei fautori della “dolce morte”. Di sicuro il criterio odierno dell’autonomia assoluta dell’individuo è fortemente condizionato da fenomeni (negativi) come la secolarizzazione del pensiero e dello stesso Diritto positivo, i quali hanno evaporato la «concezione oggettiva della morale» (p. 82), tipica dei secoli cristiani, ma già presente, ad un grado di minor sviluppo, nella tradizione classica del diritto romano.

Si è così giunti alle recenti invenzioni, sulla scorta della capziosa lezione di Kelsen, del Diritto mite (Zagrebelsky) o del Diritto liquido (ben criticato da Bauman), i quali sostengono un sistema sociale libertario avente un carattere «essenzialmente autodistruttivo» (p. 96). Si capisce, meditando bene il testo di Palmaro, che non si tratta solo di salvare vite umane innocenti, ma altresì di salvare quel che resta di una civiltà storica che si costruì attorno al Vangelo e diede frutti meravigliosi anche in ordine al retto pensiero e alla giustizia sociale. (Fabrizio Cannone)

lunedì 21 gennaio 2013


L'Irlanda respinge l'attacco alla vita
di Lorenzo Schoepflin - http://www.lanuovabq.it
21-01-2013
Eutanasia in Irlanda

Suicidio assistito legale? No, grazie. E’ questo l’orientamento manifestato dai tre giudici dell’Alta Corte irlandese, chiamati a esprimersi sul caso della signora Marie Fleming, costretta alla seggiola a rotelle dalla sclerosi multipla, diagnosticatale nel 1986. Da allora, il progressivo peggioramento della malattia ha fatto sì che oggi la donna si trovi in una condizione di grave disabilità, afflitta da forti dolori e difficoltà a deglutire. Una situazione che la signora Fleming non sopporta e che l’ha spinta a ricorrere contro la legge che in Irlanda punisce coloro che collaborano al suicidio di una persona, per permettere al suo compagno, Tom Curran, di aiutarla a morire.

Il signor Curran è, da febbraio 2011, il punto di riferimento europeo per la nota associazione Exit International, capeggiata dal cosiddetto “Dottor morte australiano”, Philip Nitschke, e che fa dell’impegno a favore di eutanasia e suicidio assistito una missione a livello planetario. 
Riguardo a Curran, nella sua breve scheda di presentazione sul sito di Exit, si fa riferimento a una «ragione molto personale» che ispira il suo attivismo. Una ragione per la quale si dice pronto ad andare in carcere. 
Già nel 2010, in un’intervista all’Irish Mail, l’uomo si era detto disposto a perdere la propria libertà pur di aiutare Marie a morire. Una determinazione espressa anche adesso, durante il programma “Momenti di verità”, mandato in onda dall’emittente televisiva pubblica RTE.

Una ferma volontà che si scontra dunque con la sentenza della Corte, i cui contenuti sono trapelati su molti organi di informazione d’oltremanica. 
Secondo i giudici, l’impossibilità di uccidersi senza che chi collabora al suicidio venga incriminato non costituisce una violazione dell’autonomia personale e dell’uguaglianza dei diritti. Al contrario, sempre secondo la Corte, è proprio il bando di ogni forma di suicidio assistito ad essere una forma di tutela per le persone più vulnerabili: anche immaginando ogni possibile cautela e garanzia, con rigorosi criteri di accesso al suicidio assistito, un rischio reale sarebbe quello che persone appartenenti a categorie deboli (anziani, disabili, poveri, soli), una volta legalizzatolo, si possano sentire un peso per la società e chiedere dunque di morire.

La Corte ha inoltre affermato che spetta al Pubblico ministero il compito di scegliere caso per caso se formulare un’accusa contro chi collabora concretamente al suicidio di una persona, ma non quello di emanare delle linee guida che possano fungere da criteri generali da applicare in ogni circostanza. 
Nessuno spiraglio, a quanto pare: ogni diluizione del bando totale del suicidio assistito, ha affermato il giudice presidente della Corte Nicholas Kearns, sarebbe l’apertura del vaso di Pandora.

Il caso, comunque, non è chiuso: Marie Fleming ha già presentato ricorso alla Corte Suprema. L’Irlanda, quindi, si trova tra le mani l’ennesima patata bollente relativamente alla tutela della vita umana. Se la vicenda Fleming riguarda il tramonto dell’esistenza umana, da un punto di vista della vita nascente l’Irlanda è sotto assedio, sia interno che esterno, a causa della legge molto restrittiva che regolamenta l’interruzione di gravidanza.

La vicenda di Savita Halappanavar, a novembre scorso, ha catalizzato l’attenzione mediatica per settimane. La trentunenne indiana sarebbe morta a causa del rifiuto dei medici di praticarle un aborto nonostante delle complicazioni durante la gestazione: il condizionale, però, è d’obbligo. Nei giorni seguenti alla notizia del decesso di Savita, di cui le associazioni abortiste erano venute a conoscenza prima che la notizia venisse resa pubblica dai media, si sono tenute manifestazioni che chiedevano la legalizzazione dell’aborto in Irlanda. Ma, proprio sulla sequenza degli eventi che hanno portato alla morte di Savita e sul modo in cui molti media li hanno raccontati, sussistono ancora molti dubbi.

Una delle reporter che più da vicino aveva seguito la vicenda, Kitty Holland, pochi giorni dopo ammise che non era così sicuro che davvero la donna indiana avesse chiesto di abortire. 
Il caso Halappanavar ha scosso l’Irlanda proprio nei giorni in cui il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto era acceso a causa dell’imminente pubblicazione di un report governativo in cui si prendevano in considerazione, proponendo delle soluzioni adeguate, le osservazioni che a livello europeo erano state fatte alla legislazione irlandese. 
In particolare, fu la Corte europea dei diritti umani, nel 2010, a esprimersi sul ricorso presentato contro il governo dell’Irlanda da tre donne espatriate per abortire (il caso ABC vs. Ireland), decretando che per una delle tre sussistevano effettivamente troppi dubbi circa la possibilità o meno di abortire in base alla legge attualmente vigente in Irlanda.

Sul report si è espressa in modo molto critico la Conferenza episcopale irlandese, mettendo in evidenza come tre delle quattro proposte della commissione di esperti che ha elaborato il testo contengano espliciti riferimenti all’aborto. 
Il Primo ministro Enda Kenny ha recentemente dichiarato che non è all’ordine del giorno la legalizzazione dell’aborto su richiesta, ma che si sta discutendo solo degli aspetti della legge che devono essere chiariti a tutela del personale medico che si trovi coinvolto in casi come quello di Savita. 
Dichiarazioni che non tranquillizzano i prolife irlandesi: sabato, a Dublino, si è tenuta la manifestazione «Uniti per la Vita», che vuol essere un monito contro l’eventuale modifica della legge in senso permissivo. Il testo della nuova legge è atteso per Pasqua. 
Si annunciano mesi caldissimi per l’Irlanda prolife, nella morsa tra aborto e suicidio assistito.

lunedì 3 settembre 2012


LA SCIENZA E IL DIRITTO DEVONO PARLARE LA STESSA LINGUA - Giorgio Lambertenghi Deliliers, La Repubblica – Milano, 3 settembre, 2012, La Repubblica - Milano

E' notizia recente che il giudice del tribunale di Venezia ha ordinato di continuare le infusioni di cellule staminali sulla bambina di due anni affetta da atrofia muscolare, considerando la cura come "compassionevole". Nello scorso maggio l'Alfa, ente adibito ad autorizzare l'uso di farmaci che abbiano requisiti di efficacia e sicurezza, aveva imposto lo stop della terapia all'ospedale civile di Brescia. Il provvedimento, che sta suscitando vivaci reazioni da parte degli scienziati, ricorda altre vicende che in passato avevano richiesto interventi diretti del governo, pressato da una certa parte dell'opinione pubblica che spesso confonde la libertà assoluta di curarsi come uno desidera, con il diritto ad una cura approvata dal ministero della Salute in quanto efficace e non dannosa.

L'ordine di procedere con le infusioni di staminali rischia di stravolgere quegli aspetti etici e deontologici della sperimentazione clinica ormai consolidati, e di rimettere in discussione le regole che governano i rapporti tra ricercatori e legislatori. Le pubblicazioni scientifiche internazionali più accreditate sulle cellule staminali hanno sottolineato che non esistono prove sulla loro efficacia curativa, tranne per alcune malattie del sangue, dell'occhio e della pelle.

In questi casi si utilizzano staminali che per loro natura sono già orientate a fabbricare sangue, pelle o cornea. Invece, per altre gravi condizioni patologiche, come le malattie muscolari e neurodegenerative, l'obiettivo è di utilizzare staminali (ad esempio del sangue) manipolate in laboratorio, così da indurle a trasformarsi in cellule di tipo diverso, in grado di rigenerare, una volta iniettate nel corpo, il tessuto malato (ad esempio cervello o muscolo). E un'ipotesi di ricerca affascinante, che tuttavia per essere trasferita sul piano clinico necessita di prove solide, non solo di efficacia ma anche di sicurezza. Sono infatti recenti le segnalazioni di tumori insorti in pazienti trattati con staminali che, a seguito della manipolazione in laboratorio, hanno subito alterazioni e mutazioni a carico del loro dna, responsabili delle tragiche conseguenze.

La vicenda suggerisce altre considerazioni. Oggi il paziente pretende la guarigione sulla scorta di falsi annunci e dichiarazioni, che spesso hanno anche un obiettivo commerciale. E' un rischio insito nella eccessiva scientizzazione della medicina, per cui tutto ciò che è tecnicamente possibile fare, è giusto farlo perché serve a qualcosa. Inoltre, l'enfasi sull'autonomia del malato, che lo ha reso praticamente titolare di scelte terapeutiche scientificamente non ancora validate, può avere, come sta avvenendo, risvolti di carattere giudiziario sul medico e/o sull'ospedale, quando rifiutano determinati interventi che non hanno alcuna garanzia di successo.

Da qui la necessità urgente di sostenere con fermezza il ruolo decisionale degli Enti regolatori (come l'Aifa) incaricati di redigere i criteri di qualità, sicurezza ed efficacia per autorizzare le procedure di trattamento ed infusione delle cellule staminali nelle diverse patologie. Ciò servirebbe anche a facilitare il delicato compito dei Comitati etici ospedalieri, spesso discordi nella valutazione delle sperimentazioni cliniche. E' auspicabile che prossimamente di fronte a casi analoghi, scienza e diritto parlino lo stesso linguaggio, al fine di evitare, come hanno scritto Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (vedi il "Sole 24 ore" di domenica 26 Agosto), che un giudice decreti che "un malato deve continuare ad essere trattato con qualcosa che non si sa cosa sia, come funzioni e quali effetti produca".

martedì 24 aprile 2012


L'aborto è un'opzione, se la scienza è l'etica di Giovanna Arcuri, 24-04-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

A leggere in modo assai superficiale l’articolo di Ritanna Armeni su il Foglio del 13 Aprile scorso – articolo che metteva sotto la lente di ingrandimento il tema dell’aborto - pare che la storica femminista e giornalista de Il Manifesto, l’Unità e Liberazione abbia deposto falce e martello per prendere in braccio la causa della vita dato che in più punti del suo pezzo plaude alla decisione delle donne di mettere al mondo il proprio figlio “anche quando si è giovani, anche quando tutto congiura contro la maternità: il lavoro, i soldi, la società, il modo di pensare delle generazioni precedenti, la mentalità comune e diffusa”. Ma per capire se una banconota è vera o falsa occorre perlomeno metterla in controluce per verificare in essa la presenza della filigrana. Allora abbiamo provato a mettere in controluce il pezzo della Armeni e abbiamo constatato che la filigrana non c’è.

L’ex portavoce di Bertinotti esordisce così: “Le donne che hanno lottato per la libera scelta della maternità, e quindi per leggi che garantissero anche l’aborto a chi non poteva o non voleva fare un figlio…”. Il solito inganno logico che nasce da un errore di ragionamento o da posizioni saldamente ideologiche: la maternità responsabile (decidere quando avere un figlio ma rimanendo sempre aperti alla vita) è un valore. Ma quando è in atto la gravidanza non si può scegliere di essere madri perché già si è madri dal momento che già c’è un figlio. Da ciò segue che la madre è responsabile del figlio che porta in grembo e quindi non può ricorrere all’aborto come strumento di maternità responsabile. Quest’ultima si può predicare solo prima del concepimento. Dopo questo, l’unica scelta è l’accettazione e l’accoglienza del figlio (almeno fino al parto).

“Una maternità precoce – prosegue l’Armeni – può non essere una dramma, può arricchire e non spezzare la vita di una ragazza se lei la vuole, se attorno a lei c’è un clima di accettazione”. Frase che rinfocola l’usuale cliché che la decisione di proseguire una gravidanza indesiderata, a maggior ragione quando si è giovani, è un atto eroico da vere e proprie martiri. Invece non è un’azione superogatoria (come donare un rene o la propria vita per altri) bensì un dovere morale: se un essere umano è venuto ad esistenza non si può sopprimerlo, anche nel caso in cui la sua venuta al mondo non è stata cercata.

Inoltre la giornalista dà per scontato che una maternità in giovane età sia di per sé stessa un dramma. E perché dovrebbe esserlo? Anzi a dare retta a madre natura il periodo più fertile di una donna è intorno ai 18-25 anni. E’ perciò la stessa fisiologia della donna ad indicarci come periodo più opportuno per essere madri la giovane età. Oppure l’Armeni vuole contraddire ciò che è inscritto a lettere di fuoco nel corpo delle donne?

Proseguiamo nell’azione di carotaggio giornalistico: “Non è in nome della vita dell’embrione o ‘contro l’aborto’ che si vuole essere madri, ma in nome della propria vita che si ritiene essere più felice con la scelta della maternità”. Il periodo mette in evidenza una visione utilitarista ed egoista dell’esistenza: l’unico indice da tenere in considerazione nel decidere se continuare o meno la gravidanza è il wellness della donna. E il figlio che è il vero attore della maternità? Dimenticato.

Infine l’Armeni commenta i film pro-life “Juno” e il recente “17 ragazze”: “Non c’è in loro [nelle protagoniste dei film le quali decidono di non abortire n.d.a] alcuna ideologia pro-life. L’aborto? Semplicemente […] preferiscono di no”. L’Armeni a chiare lettere ci dice che è la scelta a fondare l’etica e non viceversa. Ciò a dire che qualsiasi decisione di per se stessa è lecita a priori purchè sia libera. E’ esattamente quello che scriveva Thomas Hobbes (1588 –1679) nel Leviatano: “Auctoritas non veritas facit legem”. E’ il potere decisorio del soggetto che crea la legge morale non il fatto puro e semplice del riconoscimento che nell’utero della donna c’è un essere umano. In questo senso la morale si fonda, come scrive l’Armeni, sulle preferenze, sui gusti, sulle opportunità. Così ancora una volta Thomas Hobbes: “Bene e male sono nomi che significano i nostri appetiti e le nostre avversioni”.

L’intervento della Armeni sul quotidiano di Giuliano Ferrara non manda, come recita il titolo, “Magnifici segnali di vita”, ma è l’ennesimo spot al principio di autodeterminazione della donna. Ma quando quest’ultima si scopre madre l’unico atto di autodeterminazione che può compiere è amare quel figlio che già custodisce nel suo grembo. Questo sì che arricchirà il wellness e la salute psico-fisica della madre. Anche nel caso di una gravidanza indesiderata. Insomma, si sta dalla parte delle donne se si sta dalla parte del bambino.

giovedì 5 aprile 2012


IDEE/ Che cos’hanno in comune i "gaudenti" e i salutisti? Di Salvatore Abbruzzese, giovedì 5 aprile 2012, http://www.ilsussidiario.net/

Un recente articolo di Slavoj Žižek uscito sul Corriere ha il pregio di portare all’estremo due principi orientativi dell’ethos contemporaneo. Si tratta delle scelte “salutiste” da un lato e del diritto del singolo all’autonomia totale della propria esistenza dall’altro. Due ethos contrapposti dove al controllo totale di ogni atteggiamento che possa danneggiare la salute della persona nel primo caso (e si è con ciò molto vicini a quell’etica dell’amor proprio teorizzata da Fernando Savater vent’anni fa) si contrappone quello della libertà più completa di ciascuno, purché non leda i diritti degli altri.
Spinti ciascuno al proprio limite, come Žižek dimostra, questi due modelli di vita danno vita a situazioni paradossali.
Ciò che è tuttavia emblematico di un tale processo risiede nella comune base antropologica che sorregge tanto la figura del “salutista” quanto quella del “gaudente senza limiti”. In entrambi i casi infatti il soggetto è visto come artefice, libero e indipendente, della propria esistenza.
Nel primo caso questi deve solo liberarsi dalle pulsioni incontrollate a favore di un recupero degli “equilibri della persona”, del “consumo salutare”, del “governo dei propri desideri”. Nel secondo invece si tratta di liberarsi dalle convenzioni sociali, dalle regole e, più in generale, da tutte le costruzioni sociali, destrutturando e ristrutturando in modo personale ogni angolo della propria esistenza.
Tutto questo conduce a vite paradossali, dove il vero problema non è tanto quello costituito dall’estensione illimitata delle regole di comportamento o, all’opposto, dalla soppressione radicale di ogni regola morale, quanto quello del credere in una promessa di potenziale realizzazione del proprio sé.
Tanto in un caso che nell’altro si ritiene infatti che una realizzazione piena sia possibile, a condizione di correggere i propri difetti e riequilibrare i propri desideri (nel primo caso) oppure di sbarazzarsi di tutte le convenzioni e di tutti i divieti (nel secondo). Si tratta quindi di credere nella tesi, politicamente corretta, di un soggetto che è potenzialmente padrone della propria esistenza, a condizione di saper dominare sé stesso oppure di avere ragione di tutte le convenzioni sociali che vede intorno a sé.
Questi modi di pensare sono diventati veri e propri luoghi comuni, modelli di ragionamento diffuso al quale non è possibile contravvenire se non opponendovi un principio avverso, altrettanto radicale.
Si tratta allora di affermare, almeno in una prospettiva relazionale, come l’uomo non sia mai realmente indipendente dai legami che lo definiscono e quindi, in questo senso, non sia mai libero.
L’uomo non è mai libero in quanto ha bisogno degli altri per vivere e questo bisogno non risiede nell’obbligatorietà dei rapporti materiali, ma anche e soprattutto nella indispensabilità di quegli immateriali. L’uomo non ha bisogno tanto di scambiare beni per la propria sopravvivenza (uno scambio tanto necessario quanto irrilevante sotto l’aspetto relazionale) quanto ha invece bisogno di scambiare doni, ha cioè bisogno di donarsi e di ricevere i segni del riconoscimento, della stima e dell’affetto degli altri.
Ma c’è di più, proprio perché mortale e quindi inevitabilmente carente, ha bisogno di un tipo particolare di dono, quello del perdono per le miserie (i limiti) che continua a portarsi dentro.
Rileggendo la frase di Sartre “l’inferno sono gli altri” (espressa ad epilogo della pièce Intimità a porte chiuse) si può dire che, per questo maestro dell’esistenzialismo, l’inferno sono gli altri quando ci riportano a ciò che siamo, svelando fino in fondo i nostri limiti, privandoci della maschera con la quale ci nascondiamo agli altri e, soprattutto, a noi stessi.
Ma l’intera analisi di Sartre si regge solo ammettendo, accanto alla coscienza realistica di ciò che noi realmente siamo e gli altri svelano, l’idea (o la convinzione triste) che Dio, semplicemente e drammaticamente, non esista, non ci sia.
È solo a condizione che Dio non esista che i nostri limiti ci appaiono insopportabili e gli altri che ce li svelano, costituiscano un vero e proprio inferno. Per un essere che si è prefisso la realizzazione piena del proprio sé, ogni limite gli appare insopportabile, ogni cedimento intollerabile, ogni fallimento insostenibile: chiunque ce lo ricordi ci rende la vita impossibile, infernale.
L’inferno è lo scandalo dei nostri limiti svelati, agli altri come a noi stessi. Limiti che ci appaiono tanto più insopportabili quanto più ci manca tanto la presa d’atto realistica della nostra natura imperfetta, quanto la certezza di essere amati con tutte le nostre imperfezioni da un altro.
L’inferno è quindi la vita smascherata nei propri limiti umani senza la speranza di essere amati così come siamo. E poiché il perdono è il miracolo dell’amore, e questo non ha tracce nel tessuto biologico e psichico dell’uomo, ma rinvia ad un Altro che ce lo pone nel cuore, l’inferno è la vita senza la possibilità, né la speranza dello sguardo e dell’accoglienza di quest’Altro, senza il dono del suo perdono.
È questa cecità nel vedere l’Altro, un Altro che consapevolmente ci accoglie con tutti i nostri limiti, e che ci ama, a costituire l’unico ed autentico Inferno.
La  cifra esatta della vita non risiede allora tanto nel superamento delle proprie imperfezioni (una ginnastica quotidiana nella quale è bene impegnarci ogni giorno, ma dalla quale usciamo sempre perdenti) né nel liberarci dalle convenzioni, quanto nel riuscire a riconoscere l’amore del quale siamo oggetto e, proprio in grazia di questo, riprendere vita.
Si tratta di una missione irrealistica se non si riconosce la grazia di qualcuno che ci ha amati per primo, senza condizioni. E ci è accanto.

© Riproduzione riservata.

lunedì 2 aprile 2012


DAL PARLAMENTO | Valore e dignità della vita umana, MOZIONE BIPARTISAN PER L’OBIEZIONE DI COSCIENZA di Paola Binetti, Deputato, Parlamento Italiano, Neuropsichiatra infantile, Professore Ordinario di Storia della Medicina, Campus Biomedico, Roma; Past President Associazione Scienza & Vita, Newsletter di Scienza & Vita n. 55, Marzo 2012

 Il recente dibattito sul cosiddetto “testamento  biologico” (meglio: dichiarazioni anticipate di  trattamento o DAT) ha lungamente monopolizzato  l’opinione pubblica italiana sollecitandola a riflettere  in modo del tutto peculiare sull’obiezione di  coscienza con cui i medici  possono rispondere alle  eventuali richieste dei malati. Durante l’iter della  legge la figura del medico è andata acquistando uno  spessore e un’incisività sempre maggiore. Partiti dal  principio di autodeterminazione, come espressione  della libertà e dell’autonomia del paziente,  l’attenzione parlamentare si è progressivamente  spostata dalla volontà del paziente come parametro  unico di riferimento verso  la peculiarità della sua  relazione con il medico, concentrandosi sull’alleanza  terapeutica, che si stabilisce tra medico e paziente.   Integrare qualità di cura e piena autonomia del  soggetto non è un obiettivo semplice, perché è  proprio del processo di cura prendere atto della  fragilità del paziente, sia sotto il profilo biologico che  sotto quello emotivo e cognitivo. La valutazione del  medico non è mai fine a se stessa e prelude sempre  ad una serie di decisioni, in cui la responsabilità va  condivisa con il paziente, pur lasciando a  quest’ultimo la decisione finale. Per questo serve  un’alleanza in cui medico e malato fronteggiano  insieme la fatica e la sofferenza che la malattia  comporta nel suo divenire  fatto anche di precisi e  concreti supporti terapeutici. E’ importante  trasmettere al malato la certezza che non resterà mai  solo, né in famiglia né sul piano clinico-assistenziale.  Il “suo” medico è lì per prendere insieme le decisioni  necessarie, senza sostituirsi a lui, ma senza fargli  sperimentare l’angoscia dell’abbandono o  l’anonimato di una relazione indifferente. La  condivisione della responsabilità richiede decisioni  consensuali da adattare alla malattia mentre  progredisce, cambia volto e pone nuovi quesiti. E’ il  tempo terapeutico della elaborazione delle  informazioni, che richiedono una loro  metabolizzazione, per poter rappresentare un fattore  di protezione e non un fattore di stress. La riflessione  sulle DAT entra nel vivo della relazione medicopaziente, per chiedersi quali siano i rispettivi compiti  davanti alle nuove sfide che le conquiste tecnicoscientifiche pongono alla medicina. L’opinione  pubblica si chiede se la vita umana ha sempre e per  tutti uno stesso altissimo valore, oppure se ci sono   vite che meritano di essere vissute e vite che non lo  meritano. Si chiede se accanto al diritto alla vita  esista anche un diritto alla morte e perfino un diritto  al suicidio; se davvero siamo tutti uguali nei nostri  diritti come recita l’art. 3 della Costituzione italiana o  se il diverso stato di salute crea una classe di  differenze che la Costituzione non ha preso  adeguatamente in considerazione. Da sempre  compito della medicina è stato il prendersi cura di  qualcuno, ma nelle pieghe del discorso sulle DAT si  annida un quesito totalmente diverso. Un quesito  che nasce contestualmente nell’alveo della medicina  dei desideri e nell’alveo della visione aziendalistica  della sanità. Abbiamo un paziente che da un lato  conferisce ai suoi desideri valore di necessità e  dall’altro, considerandosi cliente all’interno del  sistema sanitario nazionale, pretende che le sue  decisioni abbiano immediata e concreta attuazione.  Si saldano così l’approccio emotivo:  mi piacerebbe  che… vorrei che…  alla richiesta che ne consegue:  devi darmi questo o quello, perché mi spetta di  diritto. Entrambi gli atteggiamenti sono svalutativi  nei confronti del medico e lo riducono al ruolo di  mero esecutore di desideri  e direttive di altri. Per  salvare l’autodeterminazione del paziente si scivola  verso l’etero-direzione del medico, si accentua la  libertà del primo a scapito  della responsabilità del  secondo: si mette in discussione il suo diritto alla  obiezione di coscienza. Per questo un gruppo di  parlamentari ha recentemente presentato alla  Camera una mozione che  in continuità con le  decisioni prese dalla Assemblea Parlamentare del  Consiglio di Europa ha ribadito (Raccomandazione  1763, approvata il 7 ottobre 2010) che nessuna  persona, ospedale o istituzione sarà costretta,  ritenuta responsabile o discriminata se rifiuta di  eseguire, accogliere, assistere o sottoporre un  paziente ad un aborto o eutanasia o qualsiasi altro  atto che potrebbe causarne la morte. L’Assemblea  parlamentare ha sottolineato la necessità di  affermare il diritto all'obiezione di coscienza insieme  con la responsabilità dello Stato per assicurare che i  pazienti siano in grado di accedere a cure mediche  lecite in modo tempestivo. L’Assemblea ha invitato il  Consiglio d’Europa e gli Stati membri ad elaborare  normative complete e chiare che definiscano e  regolino l'obiezione di coscienza in materia di servizi  sanitari e medici, volte soprattutto a garantire il  diritto all’obiezione di coscienza.   13 14 In materia di obiezione di coscienza  si devono  ricordare le indicazioni contenute:   nel IV Articolo dei Principi di Nuremberg;   nell’Art. 10.2 della Carta dei Diritti  Fondamentali della unione Europea;   negli Artt. 9 e 14 della Convenzione Europea  dei Diritti Umani;   nell’Art. 18 della Convenzione  Internazionale dei Diritti Civili e Politici;  perché il diritto alla obiezione di coscienza non può  essere in nessun modo ‘bilanciato’ con altri diritti, in  quanto rappresenta il simbolo, oltre che il diritto  umano, della libertà nei confronti degli Stati e delle  decisioni ingiuste e totalitarie.  La mozione è iniziativa dei deputati Luca Volontè (Udc),  Giuseppe Fioroni (Pd), Eugenia Roccella (Pdl),  Massimo Polledri (Lega Nord), Rocco Buttiglione (Udc),  Paola Binetti (Udc), Luisa Capitanio Santolini (Udc),  Marco Calgaro (Udc), Domenico Di Virgilio (Pdl) e  Alfredo Mantovano (Pdl).  

giovedì 8 marzo 2012


Avvenire.it, 8 marzo 2012 - Presunzioni umane e disumane - Il «migliore interesse» (E l’etica è sovvertita)

Datemi un punto di appoggio e vi solleverò la terra. Anche in ambito etico valgono le regole della fisica: s’incomincia sempre inserendo la leva in un piccolo varco. Pian piano, con tale grimaldello, la porta viene forzata, fino a farci passare di tutto. È accaduto con l’aborto, trasformatosi in pochi anni da crimine, a evento da depenalizzare in casi particolari, a 'diritto' da garantire. Sta accadendo ora per la vita delle persone con disturbi prolungati di coscienza. Fino a non molti anni fa, idratazione e nutrizione facevano parte dell’assistenza di base, anche se 'assistite'. Poi in America furono ribattezzate come 'artificiali' e equiparate a trattamento medico, rifiutabili, quindi, in base al principio di autodeterminazione. Si garantiva, però che l’interruzione sarebbe stata autorizzata solo per chi ne avesse fatto richiesta nelle sue direttive anticipate. Poi la platea fu allargata, permettendo la ricostruzione della volontà 'presunta' del paziente, il percorso utilizzato anche in Italia nel caso Englaro. In assenza di una volontà del paziente, esplicita o presunta, prevaleva comunque il favor vitae, la presunzione d’interesse a restare in vita. Si trattava, tuttavia, di un fragile argine. Già dal 2006, infatti, le società mediche americane avevano convenuto che, nell’impossibilità di ricostruire la volontà presunta, la sospensione dei sostegni vitali avrebbe potuto essere autorizzata, se il rappresentante legale o il giudice lo avessero ritenuto opportuno «nel miglior interesse del paziente».

L’anello mancante della catena viene ora proposto sul numero di marzo della rivista Bioethics. Nell’articolo, Catherine Constable, della New York University, sostiene che la nutrizione e l’idratazione 'artificiali' dovrebbero essere sospese a tutti i pazienti in stato vegetativo permanente, salvo evidenza della volontà di essere tenuti in vita. L’onere della prova viene dunque ribaltato: chi non vuole morire deve averlo lasciato detto con chiarezza.

Secondo il medico americano, la presunzione a favore del mantenimento della nutrizione e idratazione non sarebbe nell’interesse del paziente e causerebbe inutili costi per la società. Tuttavia, più che sugli oneri per il paziente e la società, il ragionamento di Constable fa leva sulla definizione di persona. Presupponendo (arbitrariamente) che il paziente in stato vegetativo sia privo di coscienza, l’autrice dell’articolo non lo riconosce più come un soggetto portatore di interessi e, conseguentemente, come persona umana. In linea con il pensiero di Peter Singer (sempre lui), il fatto che il paziente sia vivo o meno diventa, in tale schema, del tutto irrilevante dal punto di vista morale. Le conseguenze sociali e giuridiche sono evidenti: in assenza di una manifestazione di volontà del paziente o di una opposizione della famiglia, la scelta se tenere o no in vita il paziente sarebbe affidata a considerazioni di altra natura. Per esempio ai sondaggi: se l’opinione pubblica sembra non gradire il nutrimento attraverso un sondino, allora il trattamento dei pazienti che ne hanno necessità, basato sulla presunzione del favor vitae, rischia di violare un diffuso desiderio di autonomia.

La dottoressa Constable non sembra turbata dalla possibilità che il paziente possa uscire dallo stato vegetativo, un’eventualità non considerata nell’interesse del paziente, poiché avverrebbe al prezzo di una disabilità residua, tale da garantire «una vita – verosimilmente – peggiore della non esistenza». È la stessa mentalità per la quale in Olanda non sono stati sviluppati centri di riabilitazione per i gravi cerebrolesi, costringendo anche la famiglia reale a rivolgersi all’estero per trattare i danni cerebrali riportati in Austria dal figlio della regina a causa di una valanga. E se domani la sospensione d’idratazione e nutrizione venisse identificata come la prassi di buona pratica clinica, salvo specifica richiesta contraria? Non vi sarebbero discriminazioni per i medici che rifiutassero di operare secondo le regole? È uno scenario già visto in diversi paesi a danno dei medici che si sono rifiutati di eseguire aborti legali. Quali pressioni si eserciterebbero sulle famiglie che decidessero di lasciare in vita il congiunto? Dovrebbero assumersi esse l’onere finanziario delle cure? È già accaduto nel Maryland a Rachel Nyirahabiyambere, sottoposta a interruzione forzata dell’alimentazione e idratazione su ordine del magistrato, perché la famiglia non poteva pagare cure ritenute inutili «nel suo interesse». Anche per questo è importantissimo che nel testo sulle Dat all’esame del Parlamento sia mantenuto fermo il concetto che l’azione del legale rappresentante deve avere «come scopo esclusivo la salvaguardia della salute e della vita dell’incapace», invece che il suo «migliore interesse».

lunedì 30 gennaio 2012


Contro l'Eutanasia, vittoria di Pirro, di Tommaso Scandroglio, 30-01-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Il 25 gennaio scorso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha pubblicato la Risoluzione n. 1859 in cui sprona i 47 Stati membri, tra cui l’Italia, ad introdurre nelle loro legislazioni una disciplina normativa che riguardi lo strumento del cosiddetto testamento biologico, o direttive anticipate di trattamento (DAT) o living will.
I pericoli, gli errori e gli inciampi giuridici contenuti in questo testo sono molteplici. Vediamone qualcuno in sintesi.
In prima battuta dobbiamo osservare che l’Assemblea fa discendere “il principio di autonomia personale e il principio del consenso” informato dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo. Derivazione indebita dato che questo articolo riguarda il rispetto della vita privata e familiare, cioè la privacy personale. Detto in parole povere questo articolo impone che lo Stato o chicchessia non entri nell’intimità della vita personale. Non riguarda assolutamente la possibilità di rifiutare cure mediche.
Un secondo errore sta nel fatto che la Risoluzione applica la disciplina del consenso informato allo strumento del testamento biologico. Ma questa operazione di fatto è impossibile da realizzarsi. Infatti il consenso perché sia valido deve essere formale e attuale. Formale: io firmo o mi rifiuto di firmare un modulo in cui mi si chiede di essere sottoposto ad alcune cure particolari. Attuale nel senso che il mio consenso è efficace solo se espresso dopo che ho ricevuto le dovute informazioni dal medico. Come potrei acconsentire a sottopormi ad un trattamento che non mi è stato ancora spiegato nel dettaglio?
Ora il testamento biologico è sicuramente un documento formale, cioè scritto nero su bianco e – si spera – rispettando alcune caratteristiche di redazione. Ma non è strumento che soddisfa il criterio di attualità. Infatti nel testamento biologico io posso rifiutare cure di cui non ho avuto illustrazione alcuna da parte dei medici, perché forse vi sarò sottoposto solo tra molti anni. Il consenso/rifiuto inserito nel testamento biologico è quindi un consenso/rifiuto non informato, ma disinformato.
Altro inciampo: l’Assemblea afferma che le volontà espresse nel testamento biologico sono vincolanti per il medico perché così è stato stabilito dall’art. 9 della Convenzione di Oviedo. Purtroppo l’art. 9 dice l’esatto opposto. Infatti se si va a leggere il Rapporto Esplicativo di questo stesso articolo si scopre che gli estensori hanno inteso dire che le dichiarazioni anticipate hanno valore non vincolante bensì orientativo, valore consultivo non obbligatorio.
La Risoluzione poi ad un certo punto richiama una Raccomandazione del 2009 (CM/Rec [2009]11), la quale afferma che l’estensore del testamento biologico può nominare un suo fiduciario per l’applicazione corretta delle sue volontà. Purtroppo, come abbiamo già scritto sulla Bussola in passato, il fiduciario, al pari di noi tutti poveri esseri umani, non è immune da errori e quindi non si esclude che possa in buona fede sbagliarsi nell’interpretare il testo del testamento biologico, così come alcuni studi hanno messo in evidenza. Ma potrebbe cadere in errore anche dolosamente se l’estensore delle DAT per ipotesi lo aveva nominato in aggiunta – cosa non rara – successore del suo patrimonio o parte di esso. La tentazione di dare una spintarella al caro nonno moribondo verso la dolce morte in alcune circostanze potrebbe essere molto seducente.
La Risoluzione, come se non bastasse, complica la situazione ancora di più laddove permette all’estensore di nominare più fiduciari: difficile ipotizzare che vadano tutti d’accordo. In merito a questa eventualità il testo prevede l’elezione sempre da parte dell’estensore delle DAT di uno specie di arbitro. Ma anche costui non è esente da errore. E poi viene da chiedersi dove è finito il principio di autodeterminazione con tutta questa gente che decide al posto del paziente.
Inoltre il fiduciario deve seguire non solo le volontà espresse nelle DAT, scritte nero su bianco, ma anche i desideri, gli stati d’animo e gli orientamenti generali di vita devono essere rispettati. Il problema è che desideri, orientamenti di vita etc. sono criteri troppo generali e quindi troppo ambigui per fornire indicazioni precise su quali scelte compiere. Ricordiamo che Eluana morì di fame e di sete perché un giudice sentenziò che gli stili di vita di questa donna prima dell’incidente strizzavano l’occhio all’eutanasia.
Di fronte a tutte queste incertezze i deputati Luca Volontè (Udc) e Renato Farina (Pdl) hanno presentato un emendamento in cui si indica che in caso di dubbio sul da farsi occorre sempre applicare il principio del favor vitae. Però non è escluso che il fiduciario sia sicurissimo di applicare le volontà dell’estensore delle DAT nonostante questi abbia in realtà disposto altro e allora il dubbio nemmeno si pone. Oppure chi ci assicura che fiduciario, familiari e medico non decidano di far dire alla DAT quello che non vogliono dire? Chi controlla? Chi adirà un giudice? E anche nel caso in cui qualcuno percorrerà le vie legali riuscirà a farlo in tempo utile prima che si stacchi la spina?
Altro emendamento proposto da Volontè e Farina: "L'eutanasia, intesa come l'uccisione volontaria o per omissione di un essere umano dipendente per il suo supposto beneficio dovrebbe essere sempre proibita". E' sicuramente apprezzabile lo sforzo di questi due parlamentari nell’evitare derive eutanasiche, ma cantare vittoria contro l'eutanasia per il passaggio di questi emendamenti, è quanto meno temerario. Rimangono infatti alcuni problemi sul tavolo. Se per esempio io nel testamento biologico chiedo, allorchè sarò incapace di intendere e volere, di non essere sottoposto o di interrompere  cure salvavite, i medici dovranno obbedire a questa mia richiesta, causando così la mia morte. Questa situazione configura né più né meno un caso di eutanasia omissiva: io medico non ti do quelle cure che ti permetteranno di vivere, perché tu le hai rifiutate nel tuo testamento biologico. L’effetto di questa decisione è la morte del paziente con la collaborazione omissiva dei medici. Insomma la legge può anche vietare l’eutanasia sulla carta, ma poi non può legittimare pratiche – l’obbligo di rendere effettiva qualsiasi disposizione delle DAT – che rendono nella prassi vano quel divieto.
Altra pezza cucita dall’Assemblea parlamentare: non devono essere accolte quelle indicazioni contrarie alla legge, alla buona pratica medica, o difformi alla situazione prospettata in precedenza nel testamento biologico.
In merito alla legge: io chiedo di morire ma c’è una legge che vieta l’eutanasia. Purtroppo si potrà dare il caso che comunque prevarrà la volontà del paziente seppur il suo rifiuto di cure salvavita lo porterà alla morte. Questo perché su una disposizione generale – divieto d’eutanasia – prevale la normativa specifica (quella sul testamento biologico). Anche nel nostro ordinamento è previsto che il medico debba curare sempre e comunque, eccetto però il caso di rifiuto attuale. Anche un rifiuto che consapevolmente porterà alla morte il paziente.

Per quanto riguarda la pratica medica: in Italia i medici non recitano più nemmeno il giuramento di Ippocrate che vietava l’eutanasia quindi i confini della buona pratica medica ormai sono sempre più indefiniti. Nel nostro Paese è già accaduto che assecondare gli istinti di morte del paziente sia stato qualificato come dovere deontologico del medico.
Infine in merito al verificarsi di nuove situazioni non previste dal testamento biologico, occorre tenere presenti due elementi. Il primo: il testamento biologico non può che avere carattere generico nelle sue disposizioni. Tenta infatti di scrutare il futuro che di per se stesso è ignoto. In genere cosa c’è scritto in questi documenti? Nel caso in cui non fossi più capace di intendere e volere in modo permanente…., nel caso in cui versassi in uno stato vegetativo…. rifiuto qualsiasi presidio vitale. Chiaro è che la situazione di incapacità descritta nel testamento biologico una volta che venisse dichiarata irreversibile (a torto dato che in medicina l’unico stato irreversibile è la morte) come potrebbe mai cambiare? Insomma dopo un mese o poco più di coma si staccherebbe la spina, eliminando così l’ipotesi descritta dalla Risoluzione di un cambiamento del quadro generale.
Seconda obiezione: se invece si decidesse di scrivere le DAT mentre si è già affetti da una patologia grave e degenerativa – in genere è in queste situazioni che si prendono carta e penna –, se non addirittura quando si versa in uno stato terminale della malattia, ci viene da chiedere come questa patologia potrebbe volgere al meglio mutando così la situazione prospettata nelle DAT?
Concludendo potremmo dire che il problema di fondo di questa Risoluzione sta nell'assegnare valore giuridico e quindi vincolante allo strumento del testamento biologico che è uno strumento fragile. Ed è uno strumento fragile perché ha la pretesa di attualizzare una volontà che non può essere attualizzata. Pretende di decidere ora per allora, quando quell’ “allora” non si è ancora compiuto. Non si può attualizzare la volontà nel futuro perché è impossibile prevedere di che male soffrirò e di quali cure avrò bisogno.
E poi una cosa è decidere della mia salute quando sono sano, un altro quando sono ammalato. Se prima da sano alcune terapie mi potevano sembrare un trattamento disumano e inutile, dopo da paziente quelle stesse cure mi potrebbero apparire come una scialuppa di salvataggio. Il testamento biologico elimina questa possibilità di aggrapparsi con speranza alla vita, perché blocca la mia libertà nel passato, la congela in un “ieri” in cui tutta la mia psicologia è completamente diversa da quella dell’oggi in cui mi trovo in un letto di ospedale. Il testamento biologico e le DAT sono la contraddizione dell’autodeterminazione la quale esige che la mia libertà si attualizzi istante per istante.
Infatti quello che ieri era detastabile – respiratori, cannule, sacche per l’alimentazione, esami clinici, interventi operatori – oggi potrebbe apparirmi come strumento prezioso per rimanere in vita. Lasciamo decidere dunque al paziente cosa fare, non alle DAT o al testamento biologico.

lunedì 5 dicembre 2011


Le bugie condivise sull'eutanasia di Alessandra Nucci, 05-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

C'è una lobby internazionale che dissemina attivisti a tutte le latitudini per inculturare la domanda di eutanasia come se essa sorgesse spontanea dalla società e dalla legge naturale. Per riuscirci gioca con le parole e predispone le notizie in modo tale da suscitare nelle masse l’emulazione e l’assuefazione. Contando sull’emulazione si dà ad intendere ad un’opinione pubblica, assordata da una fiumana di notizie le più disparate, che il proprio Paese sarebbe uno degli ultimi retrogradi a non riconoscere il “diritto umano” all’”autodeterminazione”, evitando il più a lungo possibile l’uso della parola eutanasia.  Contando sull’assuefazione si procede per piccoli passi, un oltraggio alla volta, a inculturare una visione dell’essere umano sempre più materiale, meccanico e privo di valore intrinseco.

In Italia, nei servizi di commento alla decisione del fondatore del Manifesto Lucio Magri di recarsi in Svizzera per il servizio suicidio assistito, è rimbalzata l’informazione secondo cui l’eutanasia sarebbe legale oltre che nel Benelux (i Paesi nord europei di Olanda, Belgio e Lussemburgo, una popolazione totale che è meno della metà di quella italiana) anche in Canada, Australia e in “alcuni stati” degli USA. Si tratta di informazioni false, ma in quanti sono andati a controllare?

In Canada l’eutanasia è punita senza eccezioni, ai sensi della sezione 222 del Codice penale, ovvero come omicidio. La sezione 241 dello stesso codice vieta il suicidio assistito e precisa che è proibito assistere, favorire o consigliare il suicidio.

In Australia, nel 1995 lo stato del Northern Territory fu il primo nel mondo ad approvare una legge per il “diritto di morire”, con il nome di “Diritti dei malati terminali”, ma nel giro di nove mesi fu abrogato dal Parlamento federale australiano.  Oggi l’eutanasia volontaria e il suicidio assistito sono illegali in tutti i territori australiani e le uniche leggi riguardante il fine-vita sono quelle in tema di “direttive mediche avanzate”, nessuna delle quali permette di chiedere un’assistenza attiva al suicidio.

La china scivolosa

Le tappe della “china scivolosa”  che ha portato l’essere umano da responsabile della raccolta differenziata a componente alla raccolta differenziata sono iniziate molto lentamente, salvo poi acquistare velocità mano a mano che proseguiva la discesa.

Una volta approvata una legge che introduce il principio della morte come diritto umano, il fenomeno dell’assuefazione permette di avanzare in modo sempre più veloce sulla strada della trasformazione della vita umana  da sacra e inviolabile in merce usa e getta.

La Svizzera, che aveva legalizzato il suicidio assistito per “motivi compassionevoli” nel lontano 1942, oggi è meta di “suicidio turistico”, arrivano stranieri  in buona salute e coppie sposate che hanno fatto un “patto per il suicidio”, e il fondatore dell’Istituto “Dignitas” definisce il suicidio assistito una “meravigliosa opportunità”.  Nel 2007 ha esteso il servizio benevolo anche a chi è affetto da malattia mentale, ivi compresa la depressione.

L’Olanda ha cominciato dopo ma è arrivata molto più lontano. Nel 1973 il Paese dei tulipani depenalizza l’eutanasia limitatamente all’atto compiuto da un medico per “compassione” verso un malato terminale. Passano quasi vent’anni prima che la Corte Suprema olandese approvi il suicidio assistito per i depressi, nel 1995. Appena due anni dopo, nel 1997, arriva il permesso di eutanasia per i neonati disabili. Oggi, attesta la rivista medica The Lancet, l’8 per cento delle morti infantili deriva da iniezione letale. Nel 2006  in Olanda si prevede l’eutanasia dei bambini al di sotto dei 12 anni (Protocollo di Groningen). Nel corso di questi anni ripetuti studi statistici ufficiali attestano l’aumento costante di casi di eutanasia da quando è entrata in vigore la legge, e l’estensione del fenomeno anche a malati non terminali e sempre di più, come in Svizzera, a quelli che semplicemente non hanno più voglia di vivere. Oltretutto in Olanda la classe medica si auto-legittima, visto che chi controlla l’operato dei medici che applicano la legge sull’eutanasia, decidendo per il bene dei pazienti di farli morire, sono altri medici, anche nei casi nei quali l’eutanasia non sia richiesta.

Ovviamente all’aumento al ricorso all’eutanasia corrisponde una diminuzione del ricorso alle cure palliative. E pazienza se il 99% delle sofferenze fisiche oggi si riescono a sedare e, le statistiche dicono che  il malato curato e accudito sia fisicamente che psicologicamente non chiede mai la morte.

Oggi si è arrivati fino a mille casi l’anno di “termination” effettuate senza né richiesta né consenso.

L’ultima proposta partorita dall’Associazione dei medici olandesi prevede delle squadre di medici volanti pronti a intervenire a domicilio per mettere fine alla vita su richiesta. Quando si dice la creatività ..

Non si pensi però che l’Olanda se ne stia con le mani in mano quando si tratta di divieti. E’ di questi giorni la severa presa di posizione contro la circoncisione maschile. (È appena il caso di osservare che la circoncisione per gli ebrei è un sacramento, per i cristiani è legata alla presentazione di Gesù al Tempio … )

Negli Stati Uniti l’eutanasia è illegale ovunque e il suicidio assistito è permesso solo in due stati su 50, l’Oregon e Washington. Quest’anno è morto (di malattia) Jack Kevorkian, che si è prodigato per anni a forza di gesti shock nell’opera di abituare l’opinione pubblica americana all’idea del medico pietoso che fa morire i  malati.  Ma il Presidente Barack Obama, fra le tante azioni dirompenti di cui in Europa abbiamo poche notizie, ha inserito nella riforma sanitaria  il colloquio di fine-vita, per chiedere ai pazienti anziani quali cure vorrebbero rifiutare;  obbligando per ciò stesso l’anziano a prendere in considerazione delle alternative alla morte naturale e  percepire una sorta di dovere di morire e togliere il disturbo.  Quanto influiranno sui consigli distribuiti dai medici incaricati di queste consulenze le considerazioni legate alla spesa sanitaria?

In Austria, il gennaio scorso, sono state ritrovate, vicino ad un ospedale che si voleva ampliare, delle fosse comuni con i resti di 200 malati uccisi probabilmente tra il 1942 e il 1944 in applicazione alla legge sull’eutanasia nazista. Ciò ci ricorda opportunamente che il Mein Kampf prevedeva, fra i progetti “umanitari” da portare avanti in Germania insieme all’eugenetica, anche l’eutanasia. 

È il caso, alla fine di questa carrellata, di sottolineare che si sta parlando delle gesta di una piccola minoranza di attivisti, all’interno di una piccolissima minoranza di Paesi. Basta guardare infatti oltreconfine per trovare un recente esempio positivo: in  Francia, all’inizio di quest’anno, il Senato ha bocciato la proposta di legalizzare l’eutanasia. Notevolmente influenti sono state le mobilitazioni sul tema dei semplici cittadini, chiaramente in maggioranza, conclusisi con i 700 contestatori che, vestiti di bianco e riversi a terra davanti alla sede del Senato, avevano atteso davanti alle telecamere che passasse fra loro la compassionevole "morte" eutanasica.

mercoledì 30 novembre 2011


Quella pretesa superba di avere l’ultima parola di Luca Doninelli, mercoledì 30 novembre 2011, http://www.ilgiornale.it

Pur non condividendo alcune sue idee, ho sempre provato simpatia per Lucio Magri, così come ho sempre letto con interesse e stima il manifesto, da lui fondato. La cultura infatti non è tanto ripetere ciò che noi siamo, o pensiamo di essere, ma imparare da quello che non siamo.
La notizia della sua morte mi ha dato dispiacere, e ancor più dispiacere apprendere il modo in cui ha voluto dare fine ai suoi giorni. Non sono un prete e non intendo condannare. Non posso nemmeno escludere me stesso dalla possibilità di compiere io stesso un atto del genere: non perché ci abbia mai pensato, ma perché non sono così sicuro di me da sapermi a priori capace di affrontare certe situazioni.
So però una cosa: che, se venisse un giorno così, potrei sempre invocare l’aiuto di Dio e contare sull’aiuto di tanti amici, che sono la mano di Dio.
Magri è andato a morire in Svizzera, dove si può avere il suicidio assistito, dove cioè ci sono persone fidate, stipendiate, che ti aiutano (non so e non voglio sapere come) a concludere la tua vita. Non voglio nemmeno immaginare come sia la vita di questi generosi cittadini, cosa chiederà la loro moglie, la sera, quando rientrano a casa dal lavoro. Mi basta rilevare una differenza importante: per morire è sufficiente una persona fidata, rassicurante; per vivere, invece, questo non basta, occorrono degli amici, occorre una compagnia profonda. Si muore sempre per evitare qualcosa, mi disse una mamma davanti al cadavere del proprio figlio di vent’anni, morto di cancro.
Quanto alla modalità scelta da Magri per morire, la trovo particolarmente triste. In ogni suicidio c’è un messaggio, una lettera criptata. Impiccarsi non è come spararsi un colpo, tagliarsi le vene non è come buttarsi dal decimo piano. Sono tutti messaggi, lettere, biglietti: quelli veri (perché quelli lasciati scritti generalmente sono pieni di bugie).
Scegliere il suicidio assistito è, tra tutte le soluzioni, la più malinconica, per certi aspetti (chiedo scusa a Magri) la più proterva. Chi si uccide è come se dicesse: l’ultima parola su di me voglio dirla io. Ma nessuno, per quanto ateo, può essere così certo di questo pensiero: non possiamo escludere che la smentita dei nostri pensieri ci balzi davanti, all’improvviso. Ce lo ha insegnato Shakespeare, nel suo Essere o non essere. Per questo, e non solo per soffrire il meno possibile, di solito ci si ammazza in fretta.
Magri sapeva bene queste cose: la scelta di andare in Svizzera lo dimostra. Voleva cautelarsi contro la possibilità stessa di cambiare idea, contro i fantasmi della vita, che si possono incontrare anche nelle nebbie della morte.
Un’ultima considerazione, visto che la tragedia si è svolta in Svizzera. C’è da credere che il povero Magri abbia pagato chi lo ha aiutato nel grande passo. Ora, so che quello che sto per dire non è granché cattolico, ma io sono abbastanza d’accordo con l’idea, molto svizzera, che ciascun uomo abbia il suo prezzo. L’espressione «la vita umana non ha prezzo» è una di quelle che condannano chi le usa a perdere tutte le battaglie civili alle quali partecipa. È quasi matematico. Io cerco di non usarla mai perché non dice chiaramente nessuna verità.
Ma proprio qui sta il paradosso. Se la vita di un uomo ha un valore economico, vuol dire che la vita non è solo un fatto privato, e che togliersela dicendo «è roba mia» è insensato. Se un uomo bruciasse un miliardo di dollari (meglio lasciar perdere l’euro, per adesso) dicendo sono miei, ci faccio quello che mi pare, noi giustamente disapproveremmo: il suo gesto in qualche modo danneggerebbe anche noi.
Figuriamoci se, al posto di un mucchio di carta, c’è un uomo.
Con questo, mi guardo bene dal giudicare Lucio Magri. Ho solo cercato di spiegare perché, prima dell’accordo o del disaccordo col gesto in sé, una notizia come questa ci lascia tanto tristi.
© IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

lunedì 26 settembre 2011


LA VITA E I SUOI LIMITI: RIFLESSIONI BIOETICHE - di don Giuseppe Zeppegno
ZI11091810 - 18/09/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-27990?l=italian

Giuseppe Zeppegno, sacerdote della diocesi di Torino, è direttore scientifico del Master Universitario in Bioetica nella Sezione di Torino della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Ha ricoperto e ricopre incarichi di docenza anche presso il Ciclo istituzionale, il Ciclo di specializzazione in Teologia Morale e il Centro di formazione al Diaconato Permanente. Autore prolifico di libri ed articoli scientifici, è anche assistente ecclesiastico regionale dell’A.C.O.S. (Associazione Cattolica Operatori Sanitari) e assistente ecclesiastico dell’A.M.C.I. (Associazione, Medici Cattolici Italiani).

ROMA, domenica, 18 settembre 2011 (ZENIT.org).- Desidero prima di tutto soffermare la mia attenzione sull’autonomia personale. Il significato di questo termine è stato indicato primariamente da Aristotele come la possibilità data all’uomo di organizzare la vita scegliendo tra il bene e il male in virtù delle leggi presenti nella sua natura. Il concetto di autonomia proposto oggi dalla bioetica laica è completamente sganciato da ogni riferimento valoriale universalmente evidente. In Principles of Biomedical Ethics, T. L. Beauchamp e J. Childress affermano che le persone devono poter agire secondo i loro personali valori senza che terzi possano interferire, neppure nel caso che scelgano di mettere a repentaglio la loro vita. L’idea di fondo è che ciascuno ha la sua idea di bene e di male e tali idee non possono essere discusse per sviluppare un confronto su ciò che veramente è bene e male. Il Professor Paolo Merlo, che insegna in questa Facoltà, ha affermato nel suo libro «Fondamenti & temi di bioetica» (2009) che in questo modo «la moralità dell’agire non rinvia più alla libera scelta del bene conosciuto, ma al semplice darsi di un agire autonomo, esente da costrizioni esterne».
Chiediamoci: la dignità personale ha veramente come unico referente il principio di autodeterminazione, inteso come assenza di limite alla condotta personale e sociale? Una seconda questione può essere formulata con la seguente domanda: chi è la persona? Nella lingua greca il termine πρόσωπον (prosōpon), persona, indicava: il volto dell’uomo, la maschera portata dagli attori durante le rappresentazioni. Di fatto, lungo la storia del pensiero umano questo termine acquisì un significato ontologico indicando l’individuo umano concreto, il singolo soggetto di diritti. Con Cartesio (1596-1650) ci fu una grande svolta. Egli definì la persona non più in rapporto all’essere ma all’autocoscienza: “Cogito ergo sum”. Oggigiorno è questo il modo diffuso, da parte di certa bioetica, di interpretare la persona. La formulazione cartesiana aprì a concezioni deboli della persona. Con conseguenze molteplici. Cito a conferma due autori contemporanei. M. Tooley nel 1992 ha scritto: «Un organismo possiede un serio diritto alla vita se possiede il concetto di sé come soggetto continuo nel tempo di esperienze e altri stati mentali, e crede di essere una tale entità nel tempo». Il secondo autore è H. T. Engelhardt. Nel 1996 scrisse: «Non tutti gli umani sono persone. Non tutti gli umani sono autocoscienti, razionali e capaci di concepire la possibilità del biasimo e della lode. Feti, infanti, ritardati mentali gravi e malati o feriti in coma irreversibile sono umani, ma non sono persone […]. Essi non possiedono un’autonomia suscettibile di essere lesa dagli altri».
Quali le conseguenze di questo tipo di informazioni sulla vita? Interpretando questa logica M. Reichlin M. in un articolo del 2001, notò che è plausibile porre termine «alla vita nei casi in cui la condizione patologica è tale da non consentire più alcun esercizio della personalità morale, ossia quando la corporeità personale è privata in maniera pressoché definitiva e non più reversibile delle capacita di trascendenza e di relazione all’altro che ne contraddistinguono la condizione “normale”». Engelhardt arrivò a dire nel suo manuale che è lodevole la disponibilità ad aiutare a morire chi desidera concludere la sua esistenza, ma è incapace di procurarsi da sé la morte purché abbia manifestato l’esplicito “consenso”. Allo stesso modo si esprime il Nuovo Manifesto di Bioetica laica del 2007. Nel testo si legge: «Rivendichiamo la possibilità di scegliere, per mezzo del testamento biologico, i modi nei quali morire, esercitando il diritto di accettare, di rifiutare o di interrompere le terapie anche se iniziate, il diritto di respingere tutti gli interventi medici non voluti, fossero anche il prolungamento della respirazione, idratazione e alimentazione artificiali, anche qualora non fossero futili».
Arriviamo dunque allo stato vegetativo (SV). P. Singer in un articolo comparso nel 2000 sulla rivista Bioetica, Rivista interdisciplinare, e in altri testi, ha presentato un’idea di SV sovente ripresa da altri Autori. Egli evitò di indicare come morti quanti hanno irreversibilmente smarrito l‟attività cosciente perché «considerare morti esseri umani che respirano e il cui cuore batte senza alcuna assistenza esterna», sarebbe «paradossale». Tuttavia, osservò che la coscienza è normalmente indicata come la facoltà rivelatrice della persona umana. Consigliò allora di spostare l’attenzione dalla «morte dell’organismo» alla «morte della persona», continuando a definire gli esseri umani incapaci di coscienza, vivi come organismi, ma «non occupati», cioè morti come persone. In definitiva, è persona l‟essere umano cosciente. Quando viene a mancare la coscienza possiamo dire di essere ancora di fronte ad un essere umano, ma non più ad una persona. Sarebbe allora legittimo poter interrompere l’esistenza di queste «non più persone» che definisce «organismi non occupati», cioè morti come persone.
Su questa scia si pose anche Santosuosso, giurista che molta parte ha avuto nella vicenda di Eluana Englaro. Nel medesimo fascicolo della rivista ha sostenuto che i soggetti in SV, pur essendo ritenuti individui viventi da tutti gli ordinamenti giuridici del mondo, «non hanno alcuna possibilità di recupero della vita cognitiva e quindi di un ritorno, anche solo parziale, a una qualche forma di vita di relazione». Dopo aver seguito la Lettura Magistrale della prof.ssa Mazzucchi, possiamo affermare che è un giudizio a dir poco tranchant … La loro irrecuperabilità, prosegue Santuosso, dovrebbe essere sufficiente a riconoscere la «morte personale» (– analogo criterio di Singer –) di questi individui e dovrebbe indurre a «trovare criteri accettabili e ragionevoli per le decisioni che il progresso tecnico medico rende necessarie in un numero sempre crescente di situazioni».
In altri suoi scritti ha precisato che la medicina ha delle capacità tecniche rilevanti, riesce, ad esempio, a individuare nuove terapie per curare malati che un tempo non sarebbero sopravvissuti. È però necessario evitare il prolungamento di vite che non sembrano più personali. In questa linea, il diritto di morire stabilito dalla «Sentenza Englaro» (9 luglio 2008) ha inaugurato in Italia un pericoloso pendio scivoloso dove nascita, vita e morte non hanno valore in sé, ma sono affidati all’apparente potere dell’uomo di essere arbitro indiscusso della vita. Infatti, dallo stato vegetativo si potrebbe passare ad altre situazioni di disabilità. Una persona malata di Alzeheimer, ad esempio, potrebbe secondo questo tipo di indicazione, essere ritenuta non più occupata, quindi non più persona.
È mio compito presentare una diversa prospettiva. Cito una importante Conferenza svoltasi dal 4 al 7 luglio 2010 a Salerno: «3rd International Conference on Coma and Consciousness». Essa ha offerto una nuova definizione allo SV: sindrome della veglia relazionale o non responsiva. Basandosi unicamente sui dati scientifici, i partecipanti sono stati concordi nell’affermare che con le tecniche avanzate di neuroimaging oggi in uso è possibile dimostrare che nei pazienti con questi gravi disordini di coscienza la situazione non è statica ma dinamica. Per questi pazienti nel 2005 il Gruppo di lavoro del Ministero della Salute «Stato vegetativo o di minima coscienza» presieduto dall’On. Di Virgilio, aveva indicato quattro possibili strategie di intervento: fase acuta: che si deve realizzare in area d‟emergenza; fase subacuta: in reparto intermedio in prossimità della rianimazione; fase riabilitativa: in unità caratterizzate da una importante governance clinica; fase degli esiti: richiede una diversificazione degli interventi secondo il grado di recupero raggiunto dal paziente (riabilitazione domiciliare, ricovero in unità di accoglienza permanente).
Questo Gruppo di lavoro si rifiutò di definire quest’ultima fase come cronica perché «il termine “cronicità” molto spesso non evoca la necessita di accompagnamento, condivisione, presa in carico». É altresì scorretto indicare le strutture di lungodegenza attrezzate per questi pazienti come “parcheggi”, “attese di fine vita”. Allo stesso modo, deve essere corretta la terminologia spesso coniata dai media per descrivere chi è in SV (“non mondo”, “non vita”). É più appropriato indicarle come “persone con gravissima disabilità”. Nella fase degli esiti, l'inserimento a domicilio è possibile se non sono avvenute importanti evoluzioni cliniche e s'ipotizza la persistenza dello SV perché in condizione di bassa responsività i malati non necessitano di trattamenti complessi. É indispensabile però che i caregiver non siano abbandonati, ma si attivi una rete di interventi che preveda la fornitura dei necessari ausili, di un mezzo di trasporto adeguato da far intervenire all’occorrenza, la possibilità di ricoveri temporanei di sollievo, il coinvolgimento diretto del medico di medicina generale, delle strutture socio-sanitarie territoriali, di gruppi e associazioni di volontariato. Infatti, molto spesso uno dei più gravi problemi dei familiari è quello di non sentirsi sufficientemente supportati dalle strutture pubbliche e dalle reti di volontariato. Inoltre, non tutti possono tenere il loro malato in casa. In Italia sono ancora poco presenti strutture dedicate alla fase post-acuta e non hanno ancora standard d’intervento condivisi. Spesso, come nel caso della Casa dei Risvegli “Luca De Nigris”, tali strutture sono state promosse grazie alla lodevole iniziativa di privati toccati dalla vicenda di congiunti caduti in SV. Altre volte, sono sorte grazie alla felice intuizione di esperti come il prof. Giuliano Dolce e la prof.ssa Anna Mazzucchi che hanno saputo affiancare alla cura d’eccellenza progetti di ricerca all’avanguardia. Il loro operato è contraddistinto da una duplice capacità: curare i singoli casi e condurre una ricerca altamente qualificata nel settore.
In alcuni casi si vengono a creare delle situazioni limite di interesse bioetico. Può capitare che lo SV si prolunghi e diminuiscono le possibilità di ripresa. In questo caso devono essere garantiti gli interventi ordinari e palliativi. Attenta ponderazione va posta nella valutazione della proporzionalità della cura all’insorgenza di patologie di natura spontanea. Interventi rianimatori, chirurgici, chemioterapici, possono risultare sproporzionati per un paziente che ne ottiene l’unico beneficio di continuare la sua vita vegetativa. In sostanza, ha senso rianimare uno SV che va in arresto cardiaco? Ha senso porre in essere importanti interventi chirurgici in una persona in SV? Durante la vicenda Englaro, ad esempio, si registrò una grave emorragia. Quasi tutti erano concordi nel dire «non interveniamo con le trasfusioni». Perché questo tipo di sottolineatura? Perché sembra che l’unico beneficio che il paziente ne potrebbe ricavare sarebbe quello di essere messo in condizione di prolungare il suo SV.
[Per saperne di più consigliamo la lettura del volume che raccoglie gli atti del convegno “La vita ed i suoi limiti” svoltosi a Torino il 26 giugno del 2011, ed edito dal Centro Cattolico di Bioetica dell’arcidiocesi di Torino. La seconda parte della riflessione di don Zeppegno verrà pubblicata domenica 25 settembre]

LA VITA E I SUOI LIMITI: RIFLESSIONI BIOETICHE (PARTE II)
di don Giuseppe Zeppegno*
ZI11092504 - 25/09/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-28091?l=italian

ROMA, domenica, 25 settembre 2011 (ZENIT.org).- Passo ora alla riflessione circa il rispetto dovuto alla vita umana secondo la riflessione ecclesiale. Cito un documento che non parla di Stato Vegetativo (SV), ma che nelle sue parti iniziali mi pare che indichi molto chiaramente l’obiettivo che possiamo anche noi tenere presente: intangibilità della vita umana. La dichiarazione «Dignitas Personae» della Congregazione per la Dottrina della Fede, focalizzata sul tema della fecondazione medicalmente assistita, al primo paragrafo afferma: «Ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta la dignità di persona». E ancora: «Questo principio fondamentale, che esprime un grande “sì” alla vita umana, deve essere posto al centro della riflessione etica».
Altre fonti aiutano ad evidenziare che la Chiesa si pone, nell’ambito della questione della sofferenza, un obiettivo ben definito. Giovanni Paolo II, ad esempio, nella «Evangelium Vitae», la prima Enciclica interamente dedicata alla bioetica, al n° 65 aveva affermato: «Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento». Nello stesso paragrafo aveva aggiunto: «La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte». È ciò che ha messo in pratica lo stesso Pontefice, quando si è trovato al termine della sua esistenza, evitando ulteriori interventi che potevano essere null’altro che accanimento terapeutico. Chiediamoci: qual è la scelta di fondo di questi documenti? Sostanzialmente quella di evitare due antitetici fondamentalismi: quello tipico di chi sostiene che la vita debba essere difesa, anche a costo di cadere nel disastroso “accanimento terapeutico” che si oppone al naturale processo di morte prolungando con mezzi sproporzionati l’agonia; quello tipico di chi sostiene che ogni uomo ha il diritto di scegliere il tempo e il modo di procurarsi la morte arrivando a rifiutare ogni terapia ed anche le cure palliative.
Ritengo sia necessario ribadire i concetti sopra espressi perché troppo spesso alcuni sostengono che la Chiesa vuole il proseguimento della vita a tutti i costi. Non escludo che qualche ecclesiastico si esprima in questi termini, ma la sua è una riflessione non supportata dalla riflessione magisteriale.
La riflessione della Chiesa sulla proporzionalità delle cure è molto antica, ma sono in pochi a saperlo. Risale a Francisco de Vitoria (1483-1546), teologo morale che i più conoscono per quanto egli ha scritto sul diritto internazionale. Nel testo Relectiones Theologicae, pubblicato postumo (Lugduni, 1586), riferendosi alla Summa Theologiae di San Tommaso sostenne l’obbligo morale d’offrire al malato un’adeguata alimentazione e idratazione fino a quando l’assunzione di cibi e bevande è possibile senza eccessivo sforzo. Precisò inoltre che non vige l’obbligo morale di cercare tutti i mezzi medicinali; ci si può lecitamente accontentare di quelli comuni astenendosi dal dilapidare il patrimonio per sottoporsi a una terapia esosa. Affermazioni analoghe sono presenti nei seguenti documenti: Pio XII, Allocuzione, 24.XI.1957; Iura et bona, 1980: IV parte; Pontificio Consiglio Cor Unum, 1981: II parte; Catechismo della Chiesa Cattolica, par. 2278; XIV Assemblea Generale della PAV (25-27 febbraio 2008).
L‟ultimo documento tra quelli sopra citati offre una nuova comprensione della proporzionalità delle cure. Invita a considerare tre fasi di elaborazione del giudizio morale: la prima fase ha lo scopo di valutare la proporzionalità/sproporzionalità oggettiva di un determinato intervento; la seconda fase invece prevede la valutazione dell’ordinarietà/straordinarietà attenta alla soggettività del paziente; la terza fase offre un quadro sintetico delle prime due. Riunisce le valutazioni del medico (proporzionalità/sproporzionalità) con quelle del paziente (ordinarietà/straordinarietà). Ovviamente questo è possibile quando il malato è senziente. Per gli altri casi diventa necessario considerare attentamente quali sono le sue indicazioni eventualmente espresse in precedenza e interpretate da chi lo ha conosciuto profondamente.
Mi avvio alla conclusione presentando lo specifico insegnamento ecclesiale sulla cura delle persone in stato vegetativo. Un primo documento utile, anche se non tratta direttamente dello stato vegetativo, ma della rianimazione, fu redatto da Pio XII. Egli ha scritto più di 98 discorsi per i medici e gli operatori sanitari in genere. Certi principi da lui individuati sono utilissimi ancor oggi. Il 24 novembre 1957 ha affermato che «la rapidità con cui è necessario agire all’insorgere di un insulto cerebrale grave non permette di chiarire la gravità e l'eventuale irreparabilità del trauma subito. La doverosa prudenza pertanto giustifica la rianimazione».
Prosegue su questa linea un documento del 1980, redatto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, «Iura et bona» (IV parte): «É legittimo sospendere i trattamenti anche quando si ravvisa l’approssimarsi imminente della morte e si riconosce che i mezzi usati procurano un prolungamento precario e penoso della vita. Il medico in questo caso è tenuto ad assolvere ancora il suo compito di assistenza offrendo le necessarie cure normali. La morte che apre la via all’immortalità, quando sta per giungere, deve essere accettata con dignità». In sostanza, la morte deve essere accettata come dimensione del vivere.
In tempi recenti questa riflessione fu stimolata soprattutto dai vescovi americani in quanto si trovarono per primi a discutere sugli stati vegetativi e sulla soluzione che alcune procedure giudiziarie avevano posto. In concomitanza con gli studi che venivano fatti in America, Giovanni Paolo II si è espresso in due discorsi. Nel 1998 durante la visita ad limina dei Vescovi della California, del Nevada e delle Hawaii e nel 2004 nel discorso alla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici e alla Pontificia Accademia per la Vita. Particolarmente discussa è stata la questione della somministrazione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale, la cosiddetta NIA: American Medical Association approvò la rimozione dei supporti vitali in chi presentava una situazione di irreversibilità (1981, 1990); President’s Commission for the Study of Ethical Problems in Medicine and Biomedical and Behavioral Research stabilì che la decisione di interrompere la NIA non deve essere determinata da pronunciamenti giudiziari, ma deve essere delegata unicamente ai decisori surrogati (1983); Council of Ethical and Judicial Affairs dell‟American Medical Association la definì trattamento medico sospendibile al pari di ogni altro trattamento (1986); Hasting Center (1987) espresse parere concorde alla sospensione.
Su questo tema in America sono stati condotti molti studi “bipartisan”. Quello che considero di maggior interesse è «Artificial Nutrition and Hydration – The New Catholic Debate» pubblicato nel 2008. I Vescovi americani dal canto loro, perplessi dalle dispute che il caso Terri Schiavo aveva procurato, decisero di interpellare la Congregazione per la Dottrina della Fede. Le loro domande pervennero in Vaticano l’11 luglio 2005 attraverso la lettera scritta da Mons. W. S. Skylstad. La risposta della Congregazione giunse il primo di agosto del 2007. Questa la risposta sul tema dell’alimentazione e dell’idratazione: «La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione. […] Un paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona, con la sua dignità umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali. […] La NIA può essere sospesa solo quando non ottiene più l'effetto proprio. Anche quando sussistesse scarsa probabilità di recupero, non si può decretare la morte di queste persone per fame e per sete. Tale scelta sarebbe un deliberato atto d'eutanasia per omissione».
Pertanto, solo nella fase della terminalità può essere giustificata l’interruzione della NIA. È evidente che la Chiesa invita a valutare – di fronte al letto del malato, quindi considerando il singolo caso clinico – non teorie generali, bensì ciò che è proporzionato in ogni fase della situazione clinica, arrivando anche alla sospensione di certi trattamenti quando non risultano più efficaci. Mai vige la logica dell’abbandono. Sussiste una abissale differenza tra l’aiutare a morire – ossia un intervento attivo o omissivo finalizzato a provocare la morte (il caso Englaro entra in questo tipo di dinamica) – e l’aiutare nel morire. Il medico ha l’obbligo morale di continuare a prendersi cura della vita del paziente accompagnandolo con la palliazione fino all’ultimo respiro. Negli ultimi frangenti non tutte le cure palliative sono utili. Desidero concludere il mio intervento citando la frase di una lettera di Marco Bettiol, un ragazzo morto giovanissimo a causa di una gravissima disabilità. Egli ha compiuto un percorso davvero grande sia dal punto di vista umano che spirituale. Seppur giovanissimo, ha colto il senso profondo della vita umana: «La vita è una strada che non si ferma quando vorremmo sederci, che molte volte non va nella direzione che avremmo desiderato, che spesso è così in salita da lasciarci senza fiato, ma che va affrontata con lo sguardo puntato sulla meta e non solo con il capo chino per non inciampare sui sassi che ci intralciano il cammino».
[La prima parte dell'articolo è stata pubblicata il 18 settembre]