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venerdì 15 novembre 2013

Bologna. Bambina di tre anni affidata a coppia gay, 15 novembre 2013 - http://www.tempi.it


adozioni gay


L’adozione in Italia a coppie omosessuali è vietata, ma forzando l’interpretazione, il giudice ha deciso che, nel caso dell’affidamento, la minore poteva essere affidata ai due omosessuali.
adozioni gay. Il Tribunale dei minori di Bologna ha deciso di dare in affidamento temporaneo una bambina di tre anni a una coppia omosessuale. Si tratta di una decisione decisamente sorprendente, presa dal Tribunale presieduto da Giuseppe Spadaro che ha scelto di affidare la minore a due uomini di mezza età che, racconta il Corriere della Sera edizione di Bologna, sono descritti come «coppia solida». Tale affidamento è stato caldeggiato anche dai servizi sociali.
L’adozione in Italia a coppie omosessuali è vietata, ma forzando l’interpretazione, il giudice ha deciso che, nel caso dell’affidamento, la minore poteva essere affidata ai due omosessuali. Secondo il Corriere, il Tribunale ha valutato di poter compiere questo passo in forza di una sentenza di gennaio della Corte di Cassazione che aveva sancito «il diritto di una coppia di donne all’affidamento del figlio minore di una delle due partner. Per la Corte (Prima sezione civile) è un “mero pregiudizio” sostenere che “sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale”». Quel caso, però era diverso dall’attuale perché si trattava di una coppia di lesbiche in cui una delle due donne era anche la madre biologica del minore. Allora il padre, un islamico, si era opposto, invano. Ora, è possibile che la Procura minorile di Bologna («che già aveva espresso parere contrario all’affidamento ai due uomini») decida di opporsi.

giovedì 6 dicembre 2012


UNA NUOVA SUSSIDIARIETÀ PER L'AFFIDO FAMILIARE
Presentate le Linee di indirizzo per l'affidamento familiare. Un primo passo verso la giusta direzione: valorizzare le famiglie affidatarie e le associazioni

ZI12120521 - 05/12/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-34337?l=italian

ROMA, mercoledì, 5 dicembre 2012 (ZENIT.org) - Il 22 novembre il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha presentato le “Linee di indirizzo per l’affidamento familiare”, a seguito di un lungo lavoro di riflessione promosso dal ministero stesso in collaborazione col Coordinamento nazionale dei servizi affidi, avvenuto all’interno del progetto “Un percorso nell’affido” che vedeva coinvolte anche Regioni, Province e Comuni.
Anche se perfettibili, le Linee di indirizzo rappresentano un passo importante per lo sviluppo qualitativo e quantitativo degli interventi di affidamento familiare e per una maggior tutela del diritto dei bambini e ragazzi a crescere in una famiglia nonostante un quadro non condivisibile di continui tagli alle risorse pubbliche nel campo delle politiche e degli interventi di protezione minorile e familiare
Il documento è dettagliato; una valutazione di primo impatto permette di evidenziare alcuni aspetti di novità concrete ed operative particolarmente interessanti per le associazioni familiari operanti nel settore.
1. L’affidamento familiare come strumento privilegiato per rispondere alle esigenze dei bambini piccoli allontanati dalla propria famiglia.
La legge 184/83 prevedeva che i minori fino ai 6 anni fossero collocati in comunità di tipo familiare; riprendendo questa indicazione le linee d’indirizzo sottolineano la necessità che ai bambini piccoli (0-5 anni) siano date stabili figure di riferimento e suggeriscono per loro la sola collocazione in famiglie affidatarie, promuovendo specifici programmi
2. Finalmente la famiglia affidataria è riconosciuta come partner dei servizi sociali
La famiglia affidataria partecipa attivamente alla definizione e alla costruzione del progetto di affidamento perché se ne “riconosce il valore sociale, civile e politico del loro impegno di solidarietà e le specifiche competenze educativo/relazionali, migliorabili, ma non surrogabili professionalmente, da sostenere e valorizzare.” Viene ribadito anche il loro diritto a ricevere un contributo economico.
3. Valorizzazione delle Associazioni e Reti di famiglie affidatarie
Viene valorizzato finalmente quello che già alcune Regioni hanno già normato e cioè che il Servizio pubblico può esercitare appieno le responsabilità collegate all’affidamento familiare attraverso una “collaborazione attiva, intenzionale, continua e programmata con le reti di famiglie, l’associazionismo familiare e in generale il privato sociale presenti nel territorio; anch’essi chiamati a svolgere una funzione pubblica.”
Accanto alla importante affermazione della titolarità pubblica dell’affido familiare, si afferma che le Associazioni sono chiamate a partecipare, in integrazione non sostitutiva con le istituzioni pubbliche, alla realizzazione di progetti specifici in tema di accoglienza familiare e diritti dei bambini.
Le associazioni familiari e le reti di mutuo aiuto vengono coinvolte attivamente nel nucleo di coordinamento costituito a livello Comunale, Provinciale e Regionale al fine di assicurare la migliore sinergia tra tutte le risorse presenti sul territorio.
Un maggiore coinvolgimento dell’associazionismo familiare, appositamente accreditato, porterebbe ad un ampliamento delle opportunità e dei pubblici servizi nonché una nuova stagione di promozione della cultura dell’accoglienza tesa ad allargare il tessuto delle famiglie affidatarie e delle associazioni familiari che le sostengono.
4. Affidamento a famiglia affidataria appartenenti ad una rete di famiglie
Viene raccomandata la possibilità di un affidamento a famiglia affidataria appartenente a una rete di famiglie; nel provvedimento di affidamento, viene identificato il nucleo familiare affidatario (non la rete o l’associazione). La famiglia riceve le ordinarie provvidenze previste per gli affidamenti, all’associazione possono essere riconosciute le spese per l’attività di coordinamento e di sostegno degli affidatari, ai bambini e alle loro famiglie. L’appartenenza delle famiglie affidatarie a queste realtà va promossa, riconosciuta e valorizzata
5.  Altro ancora
Ulteriori elementi di rilievo riguardano il promuovere la diffusione a livello nazionale di esperienze positive quali i progetti di sostegno all’autonomia degli affidati che raggiungono la maggiore età, l’attenzione alla realizzazione degli affidamenti di minori stranieri anche ricorrendo al coinvolgimento di persone della stessa nazionalità (cd. affidamento omoculturale), l’ampio riferimento al ruolo preventivo e sinergico che possono svolgere le istituzioni scolastiche, …
Criticità
La promozione e la sensibilizzazione viene affidata al nucleo di coordinamento comunale attivato dall’ente pubblico, cui spetta di coinvolgere le associazioni familiari e le reti di famiglie presenti sul territorio; sembra che, al di fuori di questa regia, non vi sia spazio per autonome iniziative di promozione e sensibilizzazione da parte delle associazioni o reti di famiglie affidatarie.
E’ un’ottica che ci sembra riduttiva del potenziale che offre la società civile a prescindere dal suo inglobamento nel sistema pubblico; la libertà di diffusione delle proprie convinzioni è poi un diritto costituzionalmente protetto, di cui sono titolari anche le formazioni sociali.
Il Forum delle associazioni familiari auspica che in tal modo la collaborazione tra pubblico e privato possa essere il valore aggiunto per una ristrutturazione del sistema affido su tutto il territorio nazionale. 

giovedì 13 ottobre 2011


Affido, forma più alta di accoglienza di Giovanni Fighera, 13-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Quando il giornalista Riccardo Caniato lo intervista sulla nascita dell’associazione Fraternità, il presidente don Mauro Inzoli racconta: «Se penso al caos totale che ha fatto seguito alla risposta spontanea e generosa degli inizi, mi rendo conto che siamo stati graziati. In quella disponibilità che non aveva limiti c’era anche tanta sconsideratezza: insieme con i minori abbiamo accolto, infatti, prostitute, ragazze madri, tossicodipendenti; persone che hanno messo a repentaglio l’incolumità delle famiglie stesse, creando problemi talvolta davvero drammatici. Attraverso queste difficoltà abbiamo preso via via coscienza che dovevamo semplicemente obbedire all’intuizione originale, alla scintilla che aveva incendiato le nostre esistenze». Qual è la genesi, dunque la scintilla, da cui nasce quest’opera?

La nascita nel 1984 e la crescita dell’associazione Fraternità sono il segno di un amore che si spalanca all’accoglienza dell’altro. Lo spunto è offerto dall’esortazione apostolica di Papa Giovanni Paolo II contenuta nella Familiaris Consortio (1981), accolta da don Giussani che negli esercizi della Fraternità nel 1982 sprona in tal senso: «Che cosa c’è di più semplice per due genitori di spalancare la porta di casa e del cuore per accogliere un bambino non concepito da loro?». Il fatto di aprire la propria casa al bisogno dell’altro nasce, quindi, da un invito rivolto dal Papa a tutta la Chiesa e che don Giussani ha raccolto e portato a tante famiglie. Così, l’iniziale idea di ritrovarsi con degli amici in una cascina per stare bene assieme si tramuta nell’iniziativa di ospitare prima ragazzi e ragazze con problemi di tossicodipendenza, poi minori. Un gruppo di persone si ritrova con don Mauro Inzoli per accompagnare e seguire la crescita dell’opera. Il numero cresce sempre più e «a un certo punto ci si è accorti che si è compiuto un miracolo. È come quando un padre prende all’improvviso coscienza che suo figlio è cresciuto e diventato adulto» (Antonio Ricciardi). Oggi, sempre più, i servizi sociali fanno ricorso all’affido, piuttosto che all’adozione, nella speranza che il minore possa prima o poi ritornare nella famiglia di origine. «La Regione e perfino il Parlamento deliberano considerando la nostra esperienza; interpellandoci anche, per valutare che cosa scrivere per il bene dell’affido» dice don mauro Inzoli.

Al raduno delle famiglie del 5 marzo del 2000 Giorgio Vittadini afferma che «l’affido in sé è l’esperienza più alta della verginità, perché avere un figlio, tirarlo su come proprio, senza che lo sia, e nella consapevolezza che, da un momento all’altro, ci possa essere levato e ridesti nato alla famiglia d’origine vuol dire essere veramente vergini, nel senso di volere il destino di quello che si ha davanti sino in fondo, senza possederlo neanche un po’».

Un libro raccoglie la storia dell’associazione Fraternità e l’esperienza dell’affido: Il tuo cuore la mia casa. Dentro la quotidianità dell’affido di Antonio Ricciardi (Edizioni Ares 2011, pp. 200, euro 15). «È un libro caldo, nel senso di attuale, che tratta temi scottanti, ma anche nel senso che è pieno di cuore, di passione- in ogni caso, un libro diverso. Leggendo senti le voci dei protagonisti e intravedi i loro volti, uno più bello dell’altro». Così il cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, introduce il libro di Antonio Ricciardi. Scrive anche che «la famiglia cristiana è credibile e affascinante nella misura in cui vive e testimonia la bellezza dell’amore dono e comunione segno trasparente della presenza di Cristo e riflesso sulla terra della Trinità divina». Le testimonianze raccolte rivelano che l’accoglienza «appartiene alla paternità e alla maternità; e  se l’affido suscita la misericordia che è propria del padre […], esso è anche segno del dare tutto se stessi senza chiedere nulla in cambio, che è intrinseco alla maternità naturale».

martedì 4 ottobre 2011


I bimbi tolti ai genitori senza spiegazioni di Cristina Bassi articolo di martedì 04 ottobre 2011, il Giornale

Ci sono 32mila minori strappati alla loro casa. Impossibile credere che ci siano altrettante famiglie inadeguate
Per Paola, mamma 36enne di T., la giornata di ieri è cominciata portando i vestiti puliti al suo bambino in comunità. T., 11 anni, è stato prelevato mercoledì scorso da una scuola di Falconara, vicino ad Ancona, per allontanarlo dalla famiglia. «Andava messo in sicurezza», ha spiegato Gilberto Baldassarri, l’assessore comunale ai Servizi sociali che ha chiesto al sindaco di firmare il provvedimento di allontanamento. Alla madre, single con altri tre figli, non è stato spiegato il perché. La vicenda rimane poco definita, comincia però a emergere qualche elemento.
Il sindaco di Falconara, Goffredo Brandoni, ieri ha incontrato i servizi sociali che hanno giudicato necessario togliere T. a sua madre. Pur mantenendo il riserbo sui dettagli delle motivazioni di una decisione tanto grave, Brandoni sottolinea: «Abbiamo preso il provvedimento sulla base dell’articolo 403 del Codice civile, che dispone l’obbligo per le autorità locali di intervenire nel caso in cui i minori vengano trovati in stato di abbandono o in condizioni di pregiudizio tali da richiedere il collocamento temporaneo e urgente in un contesto protetto». Una disposizione, spiega il sindaco, nell’interesse del bambino, «attentamente valutata dai servizi sociali, con la massima serietà, competenza e ponderazione». Nessun altro particolare. Anche se il brano della legge citato da Brandoni è specifico e parla di «minore moralmente o materialmente abbandonato o allevato in locali insalubri o pericolosi oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere alla sua educazione».
Paola scava tra le proprie eventuali mancanze: «La scuola dice di avermi chiamato più volte e che io non ho risposto al telefono. Pare che abbiano anche fatto una segnalazione ai servizi sociali. Per l’istituto, T. è violento e indisciplinato e porta spesso vestiti sporchi. Il bambino magari si è messo per tre giorni la stessa felpa: può bastare per dedurre che è abbandonato a sé stesso e per portarmelo via?». La mamma e il padre di T. sono stati convocati per domani dal Tribunale dei minori. «Finché non mi sentiranno - continua lei -, non potrò vederlo». L’avvocato di Paola, Riccardo Vagnoni, aggiunge: «Ci sarà un’audizione e cercheremo di capire meglio i motivi dell’allontanamento. Partirà poi un’istruttoria con cui i magistrati verificheranno la situazione e la fondatezza o meno del provvedimento voluto dai servizi sociali. I tempi non saranno brevi». Ogni giorno circa 86 bimbi vengono portati via alle famiglie, in totale 32 mila l’anno. Nove volte su 10 sono italiani. «C’è un abuso di questi provvedimenti - dice Antonello Martinez, il legale della celebre vicenda dei fratellini di Basiglio che ha fondato l’associazione “Cresco a casa” - e quasi mai per un pericolo reale. Non vengono fatti i dovuti accertamenti, gli assistenti sociali decidono in autonomia, anche se spetterebbe al magistrato. Che però spesso non conosce il caso e si limita ad avallare le relazioni che riceve. Così nascono errori e orrori». Martinez non entra nel merito della storia di Falconara, ma dà un dato inquietante: «Il 92 per cento di questi bambini viene alla fine rimandato a casa. E in media dopo due anni e quattro mesi». Intorno a comunità e case famiglia ruota un giro d’affari miliardario. Se l’allontanamento è deciso non per cause oggettive e gravi, come abusi e maltrattamenti, ma per valutazioni soggettive, come quelle sull’incapacità dei genitori di crescere i figli, quei soldi possono spingere l’ago della bilancia.
© IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

“Affido facile” all’italiana: 32 mila minori strappati alle famiglie - http://www.blitzquotidiano.it

ROMA – I minori strappati alle loro famiglie sono 32 mila in Italia. Una media di 86 bambini al giorno sono affidati a strutture statali. Potrebbe sorgere il dubbio di una tendenza all’affidamento “facile”, senza reali motivi di allontanamento. Ogni bambino costa circa 70 euro al giorno allo Stato, per una spesa mensile di circa 2,100 euro. I soldi pagati alle strutture di affidamento potrebbero essere dati alle famiglie disagiate, evitando così l’allontanamento dei minori dai genitori.
Ogni anno lo stato italiano versa oltre 817 milioni di euro per tenere i minori lontani da 32 mila famiglie giudicate inabili nella cura dei propri figli. Secondo il diritto italiano le pubbliche autorità devono allontanare il minore se “moralmente o materialmente abbandonato o è allevato in locali insalubri e pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all’educazione”.
La Convenzione dell’Aja sottolinea che è interesse del minore non essere allontanato dalla propria famiglia e dai luoghi nei quali svolge la sua vita quotidiana abituale. Sarebbe allora forse più sensato non allontanare i bambini dai genitori, ma aiutare le famiglie disagiate a costruire un ambiente salubre in cui crescere i propri figli. Se i 2.100 euro mensili versati alle case famiglia potrebbero essere allora usati per pagare un educatore che svolga attività di supporto alla famiglia stessa, permettendo così la creazione di un ambiente sano e sereno per i bambini in cui crescere senza però essere strappati alla famiglia d’origine.

giovedì 10 marzo 2011

Una singolare sentenza in Gran Bretagna - Vietato affidare bambini a coppie cristiane (©L'Osservatore Romano 11 marzo 2011)

LONDRA, 10. L'Alta Corte di Giustizia d'Inghilterra e Galles ha emesso una sentenza in base alla quale a una coppia di coniugi cristiani, appartenente alla comunità pentecostale, è stato confermato il divieto di affidamento di bambini a causa dei loro principi morali in materia di educazione sessuale e omosessualità. L'Alta Corte ha di fatto stabilito che i principi morali basati sulla fede dei coniugi sono "ostili" per l'educazione dei bambini. I coniugi, Owen e Eunice Johns, in particolare, avrebbero espresso - secondo quanto stabilito dalla Royal Courts of Justice - opinioni contrarie all'omosessualità, violando per questo il rispetto dell'"Equality Act" 2010 (la legge che punisce discriminazioni sulla base del sesso) che condensa una serie di normative che tutelano i diritti degli omosessuali. La legislazione in materia, risalente al 1965, si era infatti notevolmente arricchita nel tempo anche in attuazione di alcune direttive europee. I coniugi - che nel passato avevano già ricevuto in affidamento una quindicina di minori - si erano appellati all'Alta Corte contro un provvedimento del municipio di residenza (Derby), con il quale era stata bloccata la loro richiesta di accogliere e assistere per brevi periodi nella propria abitazione anche bambini e bambine al di sotto dei dieci anni di età, senza famiglia naturale o con problemi psichici, in quanto si erano rifiutati di aderire all'Equality Act. Il Christian Legal Centre, il servizio di assistenza legale, aveva fornito supporto alla coppia nella causa contro i funzionari del servizio municipale di affido di Derby. Secondo l'Alta Corte la decisione non sarebbe stata presa tenendo conto della fede dei due coniugi ma, hanno puntualizzato i giudici, "è fondamentale, per la legge e per il nostro modo di vivere, che a ciascuna persona sia garantita l'uguaglianza. Noi viviamo in questo Paese, in una società democratica e pluralistica, in uno Stato secolare e non teocratico". L'organo giudiziario ha concluso, pertanto, che le leggi che garantiscono la non discriminazione sulla base degli orientamenti sessuali hanno la precedenza sulle convinzioni religiose. I coniugi hanno sottolineato che la propria fede cristiana non ha comportato alcuna discriminazione. In una dichiarazione scritta rilasciata dopo la sentenza è scritto: "Volevamo offrire amore e una casa ai bambini che hanno bisogno senza alcuna distinzione. Ora siamo stati esclusi dall'affidamento per le opinioni morali basate sulla nostra fede e, per questo, un bambino in difficoltà ha probabilmente perduto l'occasione di trovare un'abitazione sicura e un'assistenza". E concludono: "Non riteniamo che i nostri principi morali cristiani siano dannosi. Essere cristiani non significa ostilità nei confronti delle leggi e non dovrebbe essere considerato di ostacolo nella crescita e nell'educazione dei bambini". Il responsabile del Christian Legal Centre, Andrea Minichiello Williams, ha osservato che attualmente in Gran Bretagna c'è "un grande disequilibrio a livello legislativo", aggiungendo che "non possiamo avere una società dove una persona risulta esclusa in base all'etica sessuale prevalente. La Gran Bretagna in questo momento sta guidando in Europa l'intolleranza contro i principi morali della fede".
L'Equality Act vieta qualsiasi discriminazione nei confronti delle coppie omosessuali e prevede, fra l'altro, anche la possibilità, per queste, di adottare bambini. In pratica, le agenzie britanniche di adozioni che ricevono finanziamenti pubblici, non possono fare differenza sulla base degli orientamenti sessuali delle persone che chiedono di poter avere cura dei bambini, ma questo ha implicato per diverse strutture cattoliche la chiusura delle attività. Le agenzie cattoliche coprono circa il 4 per cento del totale delle adozioni. Secondo alcune stime, dal 2007 almeno tredici agenzie cattoliche di adozioni hanno deciso di interrompere l'attività o di limitarla fortemente. In una nota pubblicata dalla Conferenza episcopale d'Inghilterra e Galles, pubblicata in occasione del lungo dibattito nazionale che ha accompagnato la stesura e la promulgazione dell'Equality Act, era stato evidenziato che la legge avrebbe costretto le agenzie cattoliche "ad agire contro i principi della fede". Le agenzie cattoliche, già nel 2007, avevano chiesto di essere esentate dall'applicazione di quanto stabilito nell'Equality Act, ma la proposta ha incontrato il rifiuto delle autorità statali. Anche la Comunione anglicana aveva espresso disappunto per la decisione di non concedere l'esenzione. In una lettera pubblica, l'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, osservava come molte persone che fanno volontariato nel settore delle adozioni siano animate da motivazioni religiose e che è già prevista in altre leggi, come nel settore sanitario, l'obiezione di coscienza. L'arcivescovo di Canterbury aveva anche aggiunto che il Governo, pur garantendo i principi di non discriminazione non dovrebbe, su questioni morali controverse, compiere scelte indistinte per tutti.

lunedì 21 febbraio 2011

Avvenire.it, 20 febbraio 2011, LA VITA DA DIFENDERE, Il nuovo affido: famiglie in prestito per mamma e bebè di Daniela Pozzoli

Sono ancora piccoli numeri quelli che riguardano l’affido madre-bambino in Italia. Non solo perché si tratta di una strada poco conosciuta e poco battuta, ma anche perché «tenere tra le braccia un figlio piccolo e non tuo non è un’impresa da poco», soprattutto quando c’è anche la madre di cui farsi carico, come spiega Ondina Greco, psicoterapeuta di coppia e della famiglia che lavora presso il Servizio di psicologia clinica dell’Università Cattolica di Milano.

In un momento in cui, dopo la sentenza della Cassazione, si è acceso il dibattito se sia giusto o no dare in adozione un bimbo a un single, sembra quasi controcorrente questa forma di affido che tira in ballo la più assoluta gratuità e apertura all’altro. Anzi, agli «altri», perché si tratta di due genitori che decidono di misurarsi con i problemi legati a un bimbo piccolo e a un adulto, e questo duplice «arrivo» potrebbe anche finire per scombussolare l’equilibrio familiare. «L’affido madre-figlio – spiega Ondina Greco – è però la formula migliore affinché i due restino in una continuità relazionale che li faccia crescere. È un intervento complesso che si basa su un’ipotesi mirata: quella che salvaguardando fin dall’inizio la relazione madre-bambino, venga facilitata la crescita delle capacità genitoriali della madre in difficoltà, fino a permetterle di vivere meglio e gestire i bisogni concreti e affettivi del bambino». Dunque prendere in affido per dare un’altra possibilità alla famiglia naturale e non con l’intenzione di allargare la propria.

Insieme con due colleghe psicologhe, Ivana Comelli e Raffaella Iafrate, Ondina Greco ha condotto un’indagine partita nel 2007 e pubblicata da FrancoAngeli con il titolo <+corsivo_bandiera>Tra le braccia un figlio non tuo<+tondo_bandiera> (pagg. 206, euro 24,50). «Spesso l’affidamento di neonati senza la madre – prosegue la psicologa – scatta quando la situazione della famiglia d’origine è già molto carente. Anche in questo caso, come per quello dell’affido della "coppia" madre-figlio, si tratta di una sfida ricca e complessa sia per gli operatori che per gli affidatari: è fondamentale infatti che madre e padre (quando c’è) naturali siano sempre presenti nell’orizzonte di tutti».

L’indagine in questione ha coinvolto 37 coppie scelte tra chi ha avviato l’affido di neonati tra Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. In un caso su due il bambino dopo l’affido è andato in adozione. È chiaro nel «contratto» con i «genitori a tempo» che il bambino, conclusa l’esperienza, trovi una famiglia tutta sua. «Nel 24% dei casi – spiega la Greco – l’affido si è trasformato in un affido a lungo termine, mentre solo uno su cinque riesce a tornare dai genitori naturali».

In generale la durata dell’intervento con i neonati, proprio per la sua delicatezza e per le gravi ripercussioni che potrebbe avere per tutti un distacco tardivo, va dai 6 ai 12 mesi. «Si scelgono genitori che hanno già accolto altri bambini: sanno a cosa vanno incontro e possono affrontare al meglio il momento della separazione». Nelle interviste e nei disegni delle coppie affidatarie, tra l’altro, emerge che i figli naturali sono molto coinvolti nella scelta di tutta la famiglia di aprirsi all’affido, ma anche nell’accoglienza del neonato o di madre e bambino: «Provano sani sentimenti di tristezza e di dolore alla fine del periodo – continua la psicologa – quando il piccolo se ne va».

Ma affido madre-figlio significa anche che gli operatori sociali devono compiere un «salto», «rivalutando il bambino come "figlio di..." e quindi seguendo la madre (o i genitori naturali) che deve sempre essere tenuta presente, anche nell’eventualità più diffusa che all’affido non prenda parte. Se la famiglia d’origine con tutti i suoi problemi non è aiutata a cambiare – la Greco insiste molto su questo punto – come sarà possibile che quel bimbo le venga restituito?».

Un legame, quello con la mamma, che è forte anche se si tratta ancora di neonati (studi e ricerche sul rapporto tra madre e figlio nella sua vita fetale lo mostrano bene fin dalle prime settimane di vita). È per questo che si sceglie di salvaguardare questa unione attraverso l’affidamento di entrambi, anche se è difficile per operatori e affidatari confrontarsi con chi ancora fatica a stare di fronte a suo figlio.
Avvenire.it, 20 febbraio 2011, La battaglia per la vita - Una famiglia in prestito per chi non ce la fa di Daniela Pozzoli

Uno dei padri della prima legge sull’adozione in Italia, che risale a quarantaquattro anni fa, era solito dire che accoglienza e gratuità non si imparano né si insegnano ai figli. Si possono solo vivere. Devono pensarla così anche le famiglie – ancora poche, vista la novità della proposta – che hanno deciso di aprire la loro casa e il loro cuore a una mamma in difficoltà, spesso minorenne, senza familiari e con una storia già pesante alle spalle, e al figlio, prendendoli entrambi in affido. Ospitare in casa un bimbo molto piccolo, ben sapendo che presto (al massimo nel giro di sei mesi, un anno) se ne andrà, e non per questo lesinargli cure, attenzioni e amore, è però l’aspetto meno complicato in questa esperienza.

Dai racconti delle coppie intervistate in uno studio appena pubblicato risulta evidente che il momento del distacco dal bambino non è facile per nessuno. Né per la coppia di genitori affidatari ai quali ha rivolto magari le sue prime parole, né per i loro figli che in tutti i casi esaminati si sentono coinvolti ed esaltati fin dal suo arrivo, e poi lacerati dallo «strappo» emotivo quando se ne va. Ma se questo è l’aspetto più facile della vicenda – con tutte le implicazioni che comporta affezionarsi a un essere indifeso pur sapendo che non è né sarà mai «nostro» – la prova più impegnativa per le famiglie che accolgono è farsi carico anche della madre naturale, spesso fragile e confusa. Significativo il racconto di una donna affidataria intervistata che nota «l’estremo disordine nel quale la ragazza tiene la sua camera». Come a dire che quella presenza ancora «estranea» lì dentro, sta in qualche modo rompendo un equilibrio familiare consolidato.

L’immaturità della giovane madre spesso è tale da far pensare agli affidatari di doversi prendere cura «di due minori», seppure di età diversa. La difficoltà sta proprio qui: non trattare la mamma come un’altra figlia a tempo, ma come una persona adulta che non è ancora capace di fronte al figlio, prendendola per mano e insegnandole la strada da percorrere per realizzare fino in fondo la sua vocazione di genitore. Spesso addirittura aiutandola a rivedere, come in un film, «spezzoni» della sua vita per non commettere più gli stessi errori.

Una soluzione non semplice da realizzare, ma più adeguata rispetto alla comunità perché permette a madre e figlio di fare «esperienza di famiglia» e garantisce la continuità di un rapporto speciale nato fin dalle prime settimane di gestazione. È nel pancione che il feto riconosce il battito del cuore della madre e il suono della sua voce: tutto questo gli rimarrà come «eredità». Ed è all’insegna del riconoscimento di questo «filo rosso», non solo biologico ma anche emotivo, che si sceglie di salvaguardare quel legame facendosene carico attraverso l’affido di entrambi.

È compito impegnativo e insieme gratificante, per una famiglia affidataria, aprirsi all’accoglienza di due fragili e preziose esistenze. E confrontarsi con una madre che ha smarrito l’ordine delle cose e il senso segreto della relazione col figlio. Una madre che chiede una seconda chance, resa possibile solo dalla gratuità con cui si sente accolta.