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venerdì 15 novembre 2013

La responsabilità colpevole tra libero arbitrio e neodeterminismo biologico. Profili psicologici e forensi dei nuovi strumenti delle neuroscienze.



ABSTRACT
I nuovi strumenti delle Neuroscienze hanno acquisito, negli ultimi anni, una posizione di sempre maggior rilievo nel campo delle Scienze Forensi, modificando entità e natura del loro contributo al Sistema Giustizia, che si trova così di fronte alla riproposizione di interrogativi riguardanti l’oggetto, i mezzi ed i criteri di conduzione dell’indagine sullo stato mentale del reo.
Gli autori, da prospettive in costante relazione, tentano di rispondere a queste domande, approfondendo il rapporto tra libero arbitrio e responsabilità colpevole, anche alla luce delle più recenti innovazioni della clinica.
La disamina è frutto di una corposa opera di ricerca multidisciplinare, alla quale ha fatto seguito un confronto teso ad evidenziare i punti di contatto della riflessioni dei singoli studiosi, conducendo, poi, a delle conclusioni condivise.

Per visualizzare il testo integrale dell'articolo clikkare qui.

martedì 11 dicembre 2012


Sempre più medici denunciati Ma è colpevole uno su cento - 11 dicembre 2012 - http://www.ilgiornale.it

L'idillio medico- paziente esiste solo in Tv. Nella realtà le denunce che piovono sulla settore sanitario sono lievitate del 300% in soli otto anni. E i pazienti sono diventati nemici dei camici bianchi che vengono denunciati spesso con leggerezza. Lo confermano i dati della Procura di Roma elaborati dall'Istituto di medicina legale dell'Università cattolica Sacro Cuore: solo una denuncia su 100 è fondata e si trasforma in condanna. In pratica, il 99% dei medici viene scagionato dopo aver subito un processo che può durare dai cinque agli otto anni. Una degenerazione che provoca uno sperpero di denaro pubblico nel settore giudiziario e in quello sanitario. Già, perché i medici non ne possono più di ricevere avvisi di garanzia per ogni magagna. E contrattaccano con la medicina difensiva, un'arma a doppio taglio: se da un lato li cautela, dall'altra aggrava i costi della sanità pubblica per circa un miliardo di euro l'anno.Un'indagine della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari rileva infatti che quasi il 70% dei medici propone un ricovero non necessario mentre sei su dieci suggeriscono più esami del dovuto. «La classe medica si sente perseguitata e la conseguenza è l'aumento del 10% della spesa nazionale» incalza Maurizio Maggiorotti, presidente di Amami, acronimo di Associazione Medici Accusati di Malpractice. «I costi lievitano in tutti i settori - aggiunge il medico - La spesa farmacologica cresce del 15%, gli accertamenti di circa 20% e si traducono in 200 milioni l'anno, le visite specialistiche aggiuntive si stimano intorno ai 150 milioni l'anno. Alla fine il miliardo di euro lo superiamo senza problemi». E tutto perché in Italia, unica nazione nella Ue e nel mondo è previsto lo strumento penale per colpa del medico. Fuori dai confini un professionista viene condannato solo per dolo o per aver agito sotto l'effetto di sostanze stupefacenti o dell'alcol.
Ma il nostro codice è rimasto un po' indietro. E si assiste a una sorta di perversione giudiziale che lascia una vittima anche dopo un'assoluzione. E nell'ambiente ospedaliero, chi ha ricevuto un semplice avviso di garanzia è colpito dalla «sindrome dell'appestato»: vive una crisi psicologica che gli crea isolamento professionale e limita le sue capacità professionali. Molti finiscono dal collega psicanalista. I medici sono disorientati, sfiduciati e hanno voglia di rivalsa. E anche il presidente di Amamai, Maggiarotti ammette che di fronte a 30 mila sinistri all'anno, questa reazione è inevitabile. «Un medico - racconta - è stato condannato per omicidio colposo perché di fronte a una cefalea non ha prescritto una risonanza per allontanare il sospetto di aneurisma di arteria cerebrale. I giudici hanno detto che l'evento, anche se è improbabile, andava previsto anche a costo di prescrivere esami lunghi e costosissimi».

martedì 23 ottobre 2012


PROCESSO ALLA PREVISIONE – di Stefano Rodotà, LA REPUBBLICA - 23 OTTOBRE 2012 - http://www.dirittiglobali.it

È BUONA norma, di fronte a sentenze di particolare rilevanza, ricordare che un giudizio adeguato esige la lettura delle motivazioni. Tacere, quindi, fino a quando queste saranno conosciute? Ma la pesante condanna dei componenti della Commissione Grandi Rischi solleva troppi interrogativi.
Diventa quindi legittimo cercare di individuare almeno i punti critici intorno ai quali già si è avviata una discussione che richiama i dubbi e le emozioni che accompagnarono subito il terribile terremoto che colpì quella città.
La condanna è stata pronunciata per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali, con riferimento al fatto che la Commissione avrebbe dato informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità della situazione dopo le scosse che si erano registrate nei mesi precedenti al terremoto del 6 aprile 2009. Il punto chiave, allora, diventa quello delle modalità delle informazioni fornite e del modo in cui queste erano state elaborate. Un processo alla scienza, la porta aperta a qualsiasi ciarlatano che lancia allarmi senza un adeguato fondamento? La risposta è affidata alle motivazioni della sentenza, anche se gli elementi disponibi-li, messi in evidenza dalla requisitoria del pubblico ministero, orienterebbero le valutazioni piuttosto verso la frettolosità del lavoro della Commissione, le modalità del comunicato diramato alla fine della veloce riunione, la dichiarata volontà dell’allora responsabile della Protezione civile di utilizzare la Commissione per rassicurare la popolazione di fronte a un allarme ritenuto ingiustificato. Così delimitata la materia del giudizio, non sarebbe la scienza ad essere sotto accusa, ma i comportamenti specifici delle persone riunite d’urgenza in quella mattinata, di chi ha scritto il comunicato, di chi guidava la Protezione civile. Questa precisazione, tuttavia, non sarebbe sufficiente se si concludesse in modo sbrigativo che il rischio terremoto sfugge alla possibilità scientifica della previsione, sì che ricercare responsabilità individuali sarebbe una forzatura. Allo stesso tempo, però, il riferimento all’uragano Katrina, fatto dal pubblico ministero, appare improprio, perché in quel caso la negligenza era evidentissima di fronte ad un rischio ormai evidente.
Allontanandoci da posizioni tanto divaricate, è possibile provare a fare qualche riflessione intorno agli effetti che la sentenza è destinata comunque a produrre. È indubbio, infatti, che diverrà particolarmente difficile acquisire le competenze necessarie per svolgere funzioni così delicate. Quali studiosi accetteranno domani di far parte della Commissione Grandi Rischi? E, comunque, non si manifesterà una attitudine simile a quella che ha dato origine alla cosiddetta “medicina difensiva”? Proprio di fronte al rischio di dover risarcire possibili danni, si sono radicati comportamenti volti non a garantire la salute del paziente, ma a mettere il medico al riparo da quella eventualità. Ecco, allora, la prescrizione infinita di accertamenti preventivi, di analisi forse inutili, fino alla rinuncia ad effettuare interventi ritenuti troppo rischiosi non per il malato, ma per il chirurgo.
Forse, di questa attitudine difensiva abbiamo già avuto una prova in occasione dell’allarme recente su un nubifragio a Roma, rivelatosi in buona parte infondato, ma che evidentemente rifletteva la volontà di non trovarsi di nuovo di fronte ad una emergenza incontrollabile, com’era avvenuto in occasione della memorabile nevicata dell’inverno scorso. Meglio questo, si dirà, che far correre rischi alle persone. Ma un regime di allarme permanente e generalizzato, non filtrato da alcuna valutazione scientifica, può alterare le dinamiche sociali, produrre costi ingiustificati.
Nella sentenza di ieri si riflette un bisogno diffuso di individuare comunque responsabilità singole anche in situazioni complesse. Questo non vuol dire che, per evitare simili distorsioni, debbano svanire le responsabilità individuali. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quali siano i modi più corretti per affrontare questioni difficili in una società sempre più spesso definita appunto come quella del rischio e dell’incertezza. Ma questa definizione non assolve dall’obbligo di apprestare strumenti, anche giuridici, adeguati al modo in cui si manifestano e si sommano problemi vecchi e nuovi. Basta ricordare il rilievo assunto da principi come quelli di prevenzione e di precauzione, che hanno determinato anche un modo diverso di costruire i criteri della valutazione scientifica. La scienza non è mai stata un mezzo per sottrarsi alle responsabilità.

Sarà sempre allarme - La Stampa, 23 ottobre 2012


martedì 24 luglio 2012


La truffa delle unioni civili Una gabbia senza garanzie, Annamaria Bernardini de Pace - Lun, 23/07/2012, http://www.ilgiornale.it

Così le coppie cedono la loro libertà di non sposarsi in cambio di qualche beneficio amministrativo. Senza però assumersi le responsabilità dei coniugi

Le unioni civili, gay ed etero, non costituiscono una questione di destra e neppure di sinistra. Il fatto che l'uno e l'altro schieramento se ne approprino, per strumentalizzare l'avanguardismo o il conservatorismo, è solo prova della malafede con la quale i politici affrontano qualsiasi tema che possa aggregare consensi o dissensi. Per fare numeri e fare parlare di sé.In realtà quello delle unioni civili è un problema non problema, artefatto e in buona parte sintomo di ignoranza.Dunque.


Ogni cittadino ha diritti individuali e diritti riconosciuti. La Costituzione lo tutela sia come singolo, sia quale componente di una creazione sociale o familiare. E dice anche che la famiglia è riconosciuta in quanto fondata sul matrimonio e che il matrimonio è costruito sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.A questo punto varie domande si impongono: perché, se la famiglia è riconosciuta in quanto fondata sul matrimonio, si discute sempre delle famiglie non «matrimoniate», pretendendosi che abbiano gli stessi diritti di quelle segnate dal vincolo coniugale? È un non senso e un controsenso: il matrimonio è imperniato sulla libera volontà delle parti di assumerne doveri e diritti. Libera volontà espressa in forma solenne e sempre revocabile.Perché una ipotesi di legge, quali lo sono state le ineffabili Pacs, Dico, e Didore, dovrebbe sostituire il consenso personale e far trovare all'improvviso semisposate coppie solo conviventi in forza della precisa scelta di libertà di non sposarsi? O, peggio, fare trovare a sua insaputa sposato quello dei due che non ne aveva alcuna intenzione? O c'è, il matrimonio, o non c'è. E se c'è, deve contare solo la volontà libera e incondizionata di chi se ne assume le responsabilità. Non la volontà populistica dei tribuni pseudoprogressisti.Di conseguenza anche queste manfrine delle unioni civili costituiscono un inganno: agli ideali, alla Costituzione, al convivente speranzoso di essere un giorno praticamente sposato all'altro, senza nessuna fatica. Le unioni civili sono la trappola della libertà, in cambio di qualche misero beneficio amministrativo. Hanno poco da raccontare, quelli che pensano di superare le discriminazioni istituendo il registro: così facendo discriminano tra coppie che si sposano, con la volontà e l'impegno di farlo, e coppie che non assumono le responsabilità del matrimonio, ma ne acquisiscono le tutele assistenzialiste. Per di più con l'ipocrisia pesante e risonante di fare di tutta l'erba fascio: etero e gay così saranno contenti. Se, invece, gli omosessuali hanno dignità, come sono certa, devono rifiutarsi di iscriversi a qualsiasi registro, perché questo è un contentino che li discrimina ancora di più, pur se da molti viene loro proposto come il regalone politico.

Ricordiamo, intanto, che esiste il matrimonio cattolico come quello laico e che il Concordato ha fissato le regole perché le nozze in Chiesa abbiano effetti civili nello Stato italiano. Il matrimonio civile ha pertanto natura e obbiettivi diversi, è un'altra cosa e riguarda solo lo Stato italiano. Con tutto il rispetto verso il matrimonio-sacramento, non si può dimenticare che il nostro Stato è laico e deve affrontare il matrimonio omosessuale in termini del tutto avulsi dal contesto e dal pensiero religiosi. Per i laici il matrimonio è una sorta di convenzione, che l'individuo sceglie per organizzare la famiglia; nel potere di autodeterminazione, può anche decidere di costruirla senza regole, nell'unione di fatto. Ma l'individuo omoaffettivo non ha la scelta alternativa, non può decidere di sposarsi per formare la sua personalità nel contesto di vincoli e opportunità, che invece hanno gli etero: parentela, riserve ereditarie, pensione di reversibilità, tanto per richiamare la base solidaristica del matrimonio. Già tante sentenze hanno detto che la legge matrimoniale, del 1942, dovrebbe adeguarsi alla Costituzione, del 1948, rendendo attuale il matrimonio anche agli omosessuali. Senza del quale continuano a essere ingiustamente discriminati: perché c'è confusione tra nozze civili e canoniche; perché non c'è scritto nella Costituzione che i coniugi non possano essere dello stesso sesso, perché il matrimonio laico non obbliga alla procreazione; perché l'intento solidaristico non può vietarsi a chicchessia, se ha i presupposti per sposarsi, tra i quali non è previsto il sesso. Sono perciò ridicoli i registri per regolarizzare (??) le unioni civili, quasi sia per dare una possibilità agli omosessuali.

Le famiglie omoaffettive, invece, non devono coltivare questa speranza, perché hanno diritto al diritto di sposarsi. Una seconda scelta è patetica e irrispettosa degli inviolabili diritti di uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla condizione personale e, cioè, anche dall'orientamento sessuale, che è un modo di porsi individuale, «una possibile variante del comportamento umano» (Oms, 1994). La Costituzione, per chi è in buona fede, è chiara e non richiede di istituire registri per aggirare i problemi irrisolti. Se gli studiosi del diritto negano la possibilità del matrimonio omosessuale, non resta che integrare la Costituzione e poi ricorrere al referendum confermativo sul tema, così da bypassare, una volta per tutte, politici vili, ignoranti e manipolatori.

giovedì 17 maggio 2012


La fecondazione eterologa «smonta» la famiglia -  Il divieto contenuto nella legge 40, sottoposto al giudizio della Corte Costituzionale atteso a giorni, difende valori fondamentali legati al rapporto tra genitori e figli e all’identità di chi non deve essere generato con gameti altrui di Paola Ricci Sindoni, Avvenire, 17 maggio 2012  

 Nell’epoca delle playstation e dei videogiochi, in questo tempo postmoderno, votato alla percezione fluida e frastornata della realtà, gli adolescenti che si affacciano al mondo non smettono – oggi come ieri, come sempre – di fare domande e di chiedere racconti. «Dove trovo me stesso?», è l’interrogativo. E gli interlocutori primari, se sono capaci di intercettare quelle richieste, sono i genitori, i fratelli più grandi, i nonni in particolare, più disposti a dare il loro tempo con i racconti del tempo che fu, che in una strana alchimia che dal biologico cresce dentro l’ordine simbolico, ritrovano nello sguardo del più giovane, in qualche sua movenza, in quell’inossidabile patrimonio costituito dalla catena generazionale.
Sono questi i momenti – spiegano i dati empirici offerti dalle scienze umane – in cui il ragazzo comincia coscientemente a percorrere l’irto percorso di riconoscimento, che è per prima cosa riconoscimento di sé legato all’esigenza di vedersi riconosciuto da altri, proprio attraverso quei legami genetici intrecciati a quelli culturali, che fanno di ogni persona "simile" alla sua famiglia generativa e "unico" nello sviluppo libero della sua personalità. Sin dalle remote origini, dunque, l’impulso istintivo alla riproduzione porta in sé "naturalmente" il desiderio di sopravvivenza e di proiezione verso il futuro, là dove la vita in tutte le sue inesauribili potenzialità si autoriproduce. Qualche volta, però, quella spontanea rincorsa si inceppa: qualcosa di malato si insinua nella vita biologica individuale e di coppia. Sterilità maschile e anche patologie dell’apparato genitale femminile bloccano il desiderio del figlio; il ricorso alle tecnologie riproduttive appare allora lo sbocco ovvio e, nonostante i grandi sacrifici fisici e psicologici, la coppia inizia il difficile percorso, in vista del risultato desiderato.
Dentro questa pratica, che si può chiamare di "responsabilità procreativa", ogni coppia esprime l’esigenza imprescindibile di bigenitorialità e con essa quell’insieme di racconti serbati al momento opportuno. Loro compito infatti non sarà soltanto garantire ogni richiesta di cura, ma anche offrire l’ambiente più consono per la futura identificazione del figlio dentro una genealogia, a loro consegnata e che a loro volta riconsegneranno. Si affaccia però un altro modello procreativo, espressione di quella libertà autodeterminata, pronta a raccogliere quanto la scienza offre, pur di realizzare quel desiderio frustrato. Se dunque altre patologie si affacciano, perché non varcare ancora la soglia e servirsi di altro materiale biologico, esterno ai due genitori per garantirsi un nascituro? Da qui la procreazione eterologa, di cui si occuperà martedì prossimo – come è noto – la Corte costituzionale, quando deciderà se abolirne o meno il divieto, previsto dalla legge 40.
A noi tocca continuare a pensare sull’opportunità di amplificare l’ambito dei diritti individuali, che in questo caso nascono dalla convinzione che il desiderio di avere un figlio è di fatto espressione di legittimità per rivendicare un diritto. Diritto al figlio o diritto del figlio? Viene da supporre che anche il bambino, frutto di una plurigenitorialità, comincerà – come i suoi coetanei – a fare domande, a voler reinterpretare la propria storia parentale, con gli occhi confusi di fronte a una figura oscura che non conosce e che forse mai vedrà.
Come indica molta letteratura scientifica sul tema, questo figlio di una non verità biologica non potrà che coltivare confusione riguardo alla sua identità, che non è mai solo culturale e sociale ma che risulta intrecciata con quella genetica. Ma c’è dell’altro: il nascituro, pur inizialmente bene accolto dalla coppia, comincerà ad assorbire il senso di frustrazione e di rivalità del genitore sociale nei confronti di quello biologico, quasi un vissuto di "adulterio genetico". Non è raro infatti il caso che il genitore "presente" nella vita familiare finisca per disconoscere la paternità così innaturalmente acquisita. Va da sé che donare un gamete non equivale a donare il sangue, dal momento che nel primo caso si mette a disposizione metà del patrimonio genetico, fonte in futuro di nuove storie biografiche e personali.
Da queste brevi considerazioni fenomenologiche del vissuto procreativo non può che scaturire un’etica, l’etica della terza persona, quella che, a differenza di una scelta autonomamente realizzata in nome di una esigenza pur legittima, vede spostare l’attenzione su quanti da quella scelta vengono inconsapevolmente coinvolti e per sempre segnati. C’è da chiedersi al riguardo che tipo di racconti potrà aspettarsi quel ragazzo, quando risulta così difficile, se non impossibile, coniugare dentro il suo vissuto la componente tecnologica, l’apporto biologico, il legame sociale, il vissuto relazionale, l’ansia di verità, il desiderio di vedersi riconosciuto nello sguardo di un padre e di una madre.  

venerdì 27 aprile 2012


LA RICERCA - L'ADOLESCENTE HA IL «DIRITTO ALL'IMMATURITÀ», Se la scienza scopre che si diventa adulti soltanto a 24 anni, Lo studio su «The Lancet». I tempi di maturazione del cervello più lunghi di quelli ipotizzati, Fulvio Scaparro, 27 aprile 2012, http://www.corriere.it

Recenti ricerche sugli adolescenti pubblicate inThe Lancet tentano di dare una risposta alla domanda «A che età si diventa adulti?». I ricercatori non si riferiscono alle apparenti certezze della maturità giuridica: un'età per il sesso, una per guidare l'auto, una per bere alcolici, un'altra ancora per votare e così via. Ma la domanda alla quale tentano di rispondere si riferisce alla maturità naturale e la loro risposta non è quella che convenzionalmente indicava nella pubertà l'inizio dell'adolescenza e attorno ai vent'anni l'ingresso nell'età adulta. Secondo i ricercatori il nostro cervello non si sviluppa del tutto fino all'età di ventiquattro anni e solo dopo questa età possiamo ragionevolmente ritenere che si possa entrare nell'età adulta. Prima il cervello degli adolescenti non sarebbe sufficientemente attrezzato per valutare appieno le conseguenze dei comportamenti. Questo spiegherebbe la sottovalutazione dei rischi, degli effetti dell'abuso di alcolici, di droghe ecc... che in molti ritengono «tipicamente adolescenziale».
Non conterei troppo sulla convinzione che l'ingresso nell'età adulta comporti quel tanto di saggezza ed equilibrio che serve a vivere nel mondo senza far troppi danni a noi stessi e al prossimo. Se però le ricerche saranno confermate è senz'altro utile sapere che il cervello degli adolescenti ha tempi di maturazione più lunghi di quelli finora ipotizzati. Si pensi, ad esempio, all'apporto che queste ricerche possono fornire quando si valuta la eventuale discordanza tra l'incapacità legale di agire e la capacità naturale del soggetto minorenne.

Il fatto è che è del tutto discutibile che «adulto» sia sinonimo di «maturo» e «adolescente» sia sinonimo di «immaturo», almeno finché non ci chiediamo «maturo o immaturo per cosa?». Io definisco la maturazione come il processo di acquisizione della capacità di separarsi da esperienze precedenti senza che questo impedisca al soggetto di stabilire nuove relazioni, alla ricerca di nuovi e più soddisfacenti equilibri. La precarietà di ogni equilibrio raggiunto rende continua la ricerca, relative e provvisorie le diverse tappe raggiunte, le diverse maturità, fisiche, affettive, cognitive, morali e sociali. Siamo sempre più o meno maturi per affrontare certe prove e contemporaneamente più o meno immaturi per altre.
Secondo questa definizione, da uno stato fusionale in cui il neonato è ancora soggetto pienamente e sanamente immaturo, nel corso dello sviluppo si afferma con sempre maggiore evidenza la capacità di separarsi e stabilire nuove relazioni. La nostra maturità è messa alla prova ogni giorno.

Il bambino e l'adolescente soffrono se essi stessi o altri confondono il processo, la maturazione, con una o più delle sue tappe, le diverse maturità che vengono via via raggiunte a livelli e in tempi differenti da individuo a individuo. Soffrono se percepiscono, o altri percepiscono, il loro processo di maturazione come privo o carente di caratteristiche essenziali quali il movimento, l'orientamento e la regressione, se in altre parole scambiano, o altri scambiano, un fotogramma con l'intero film della loro vita.

In altri termini, al bambino e all'adolescente va riconosciuto il diritto all'immaturità, totale all'inizio dell'esistenza, ma anche quello al riconoscimento di tempi personali di maturazione che non procede mai senza arresti e regressioni.
Arthur Koestler in Buio a mezzogiorno faceva dire a un suo personaggio, in risposta a chi gli chiedeva a quale età era diventato adulto, che sono le esperienze che ci fanno maturare: «Se vuoi veramente sapere, sono diventato uomo a diciassette anni, quando fui mandato in esilio per la prima volta».

lunedì 2 aprile 2012


«Nessun reato ma potranno chiedere il risarcimento», L'intervetno del presidente dei giuristi cattolici sul grave incidente all'impianto dell'ospedale San Filippo Neri di Roma che ha fatto strage di embrioni, 1/04/2012, http://vaticaninsider.lastampa.it/

Gi. Gal.
Roma
Professor Francesco D’Agostino, lei è presidente dei giuristi cattolici italiani, fondatore del Comitato nazionale di bioetica, membro del dicastero vaticano della Famiglia e della Pontifica Accademia per la vita. Quanto accaduto a Roma è reato?

«No, perché manca la specifica fattispecie. La legge del 2004 proibisce la distruzione intenzionale, dolosa degli embrioni. A titolo di colpa si puniscono solo l’omicidio e le lesioni. Questo è un incidente tecnico. Più sono complessi gli impianti, più è ipotizzabile un incidente, come si è visto con le centrali nucleari».

E’ una vicenda grave?

«Sì, soprattutto sotto il profilo simbolico. E’ andato perso materiale biologico nobilissimo. Non paragonabile a un guasto ad un frigorifero che rovini sacche di sangue. E’ un fatto che addolora le coscienze, al di là delle conseguenze materiali. In quelle provette c’erano embrioni, cioè futura prole delle coppie in attesa di impianto. Sul piano civile si può chiedere il risarcimento del danno».

Che tipo di danno?

«Non solo materiale (per i costi sostenuti nella procedura), ma anche biologico. Una ditta che fa manutenzione sanitaria è sempre assicurata per far fronte a simili situazioni, come nel caso di un impianto a raggi X difettoso che investa di radiazioni un paziente. Prevedo cause di responsabilità civile, quindi ci saranno risarcimenti. Non esiste una quantificazione perché sono situazioni di frontiera, perciò toccherà ai giudici fissare una somma equa, adeguata al danno materiale e biologico subito».

Come va considerato l’embrione?

«Lo scorso ottobre la Corte europea di giustizia ha stabilito che è embrione non solo l’ovocita fecondato (e fin dal momento della fecondazione), ma qualunque ovocita che a seguito di qualsivoglia manipolazione abbia la potenzialità di svilupparsi e di dar vita a un individuo umano. Quindi la nozione di embrione umano va interpretata nel senso più ampio. La vita umana inizia con la fecondazione, questo è un dato di cui il diritto deve prendere atto. Perciò è dal momento della fecondazione che si attiva il dovere di tutelare la vita umana e la sua dignità».

martedì 21 febbraio 2012


Perché Quelle "anime nere" non ci soppianteranno mai di Maurizio Ferraris, - la Repubblica, 21 Febbraio 2012

Il rischio che un giorno (bello o brutto che sia) le macchine prendano il sopravvento sugli uomini mi sembra remoto, per due motivi. Il primo è, banalmente, che le macchine hanno sempre avuto la prevalenza, giacché la specificità umana si è sempre definita in termini tecnologici. La capacità di fabbricare delle protesi che ne potenziano le risorse naturali è la caratteristica fondamentale dell´essere umano, e ne ha decretato - con tecniche molto antiche, come la clava o la ruota - il successo evolutivo rispetto ad altre specie animali.
Da questo punto di vista poco è cambiato dal paleolitico. Semplicemente, nuove tecniche hanno rimpiazzato altre tecniche, che appaiono a torto come "più naturali". I computer sono venuti dopo le macchine per scrivere, e le macchine per scrivere dopo la carta e la penna, la pergamena, il papiro, che erano a loro volta tecnologia, ed estremamente evoluta, qualcosa di tutt´altro che naturale. Chiunque consideri gli sforzi che i bambini devono fare a scuola per imparare a leggere e scrivere si renderà facilmente conto di non avere a che fare con la natura, ma con una tecnica complessa (che, sia detto di passaggio, si sta parzialmente perdendo, insieme alla capacità di calcolo, per via dei computer). Così, nel momento in cui gli impiegati della borsa di New York si sono messi a lavorare senza computer non sono regrediti allo stato di natura, hanno semplicemente adottato una tecnologia precedente. Un po´ come quando si usano i fiammiferi per accendere il gas, se si è rotto il sistema automatico di accensione, il tutto per beneficiare di una tecnologia che ci riporta alle caverne, e cioè il fuoco.
L´idea che siamo sempre più dipendenti dalla tecnica va dunque precisata. In un senso, è semplicemente falso, visto che le tecniche davvero fondamentali, dal fuoco alla ruota alla scrittura, sono in campo da migliaia di anni. Vero è piuttosto (ma si tratta di un altro paio di maniche) che siamo sempre meno capaci di gestire autonomamente la tecnica: di certo, un´automobile piena di dispositivi elettronici è un arcano per un utente normale, e riparare un computer non è precisamente come rimettere in sesto la catena della bicicletta.
Quello che però a mio avviso è, di nuovo, semplicemente falso, è che la tecnica possa prendere il posto della responsabilità umana. Era un argomento ricorrente nel secolo scorso, quando si parlava delle "imposizioni" della tecnica, ossia del fatto che l´uomo non è più in grado di decidere ed è totalmente condizionato dalla tecnologia che lo circonda. Io non credo affatto che sia così, e ho l´impressione che si trattasse di una forma di deresponsabilizzazione, che metteva in capo alla tecnica le colpe delle guerre tecnologiche o, peggio ancora, degli stermini tecnologici. Era una specie di "eseguivo gli ordini", dove l´anima nera era la macchina. Ma in effetti accade piuttosto il contrario, e cioè che le macchine tendono a responsabilizzarci sempre di più: non è più possibile, come ai bei tempi della posta cartacea, dire che la lettera è andata persa, non è più possibile non rispondere alle chiamate di cui rimane comunque traccia, e questo non manca di accrescere la nostra ansia, il nostro essere febbrili.
Quest´ultimo punto suggerisce il secondo e più fondamentale motivo per cui dubito che le macchine potranno mai soppiantarci. Non ne hanno ragione: non hanno ansia, né responsabilità, non hanno fretta e non si annoiano, non hanno un corpo e non muoiono, ossia non hanno tutto il sistema di bisogni e di dipendenze che caratterizzano l´essere umano. E che lo rendono attivo, irrazionale, e anche bisognoso di controllo, assillato dalla necessità di darsi dei fini in un tempo limitato, pieno di illusioni, di desideri e di paure. Ecco perché mi pare altamente improbabile che venga il giorno in cui i computer, dialogando tra loro, decidano di farci fuori. Chi glielo farebbe fare? Sono più saggi, tranquilli, indifferenti, immuni da quella aspirazione al dominio (che è ovviamente anche bisogno di sicurezza) che è piuttosto la prerogativa di paranoici con corpi umanissimi e tempi contingentati.

giovedì 22 dicembre 2011


TRE LEZIONI SULLA DIGNITÁ DELLA VITA UMANA Robert Spaemann, Ed. Lindau (2011), pp. 112, ISBN: 978-88-7180-949-6, € 12,00, Newsletter di Scienza & Vita n°52 del 21 Dicembre 2011, http://www.scienzaevita.org 

I tre saggi che compongono questo libro sono stati  presentati alle McGivney Lectures 2010 del  Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su  matrimonio e famiglia presso l’Università cattolica  d’America. […] Robert  Spaemann, autore delle  conferenze del 2010, è professore emerito di filosofia  all’Università di Monaco. […] Rimanendo nella  grande tradizione filosofica dell’Occidente, il  professor Spaemann ci ha aiutato con pazienza e  profondità a riflettere sulle grandi questioni che la  civiltà umana si trova a dover affrontare oggigiorno  tornando nuovamente sugli interrogativi  fondamentali: chi è una persona? Che cosa significa  parlare di identità personale e della dignità della  persona? Come osserva il professor Holger  Zaborowski in un suo libro di recente pubblicazione  –  Robert Spaemann’s philosophy of the human  person: nature, freedom, and the critique of  modernity (Oxford University Press), la prima  monografia in inglese dedicata al filosofo tedesco –  Spaemann sottopone la  modernità a una critica  interessante e stimolante mettendoci in guardia, al  contempo, dal rischio di  scivolare in un moderno  antimodernismo che non farebbe che perpetuare  alcuni dei principali aspetti problematici della  modernità. In questi saggi affascinanti, il professor  Spaemann si occupa dapprima dei “Paradossi  dell’amore”, in cui, inter alia, riflette sul perché “ciò  che il termine ‘conoscere’ significa può essere  realizzato soltanto nell’amore”: ubi amor, ibi oculos (“dove c’è l’amore, lì c’è lo sguardo”, Riccardo di San  Vittore); perché “amare qualcuno significa capire il  motivo per cui Dio ha creato quella persona”  (Nicolás Gómez Dávila) e perché “l’essere persona  esiste soltanto al plurale”.  In “La dignità dell’uomo e la natura umana” il  professore sostiene che non dovremmo dire che “è  un diritto veder rispettata  la propria dignità, che è  piuttosto il motivo metafisico per cui gli esseri umani  hanno diritti e doveri. Hanno dei diritti perché  hanno dei doveri, ossia perché i normali membri  adulti della famiglia umana non sono né animali  integrati per istinto nelle proprie comunità, né esseri  indeterminati assoggettati all’istinto. … La capacità  di assumersi la responsabilità è ciò che chiamiamo  libertà.   Chi non è libero non può essere ritenuto  responsabile di alcunché. Chi però può assumersi la  responsabilità ha il diritto di non essere trattato  come un semplice oggetto né costretto fisicamente  ad adempiere il proprio dovere”.  E ancora: “la preziosità dell’uomo ‘in quanto tale’ –  che cioè non è ‘prezioso’ solo a se stesso – ne rende  sacra la vita, conferendo al concetto di dignità una  dimensione ontologica che è in effetti il suo sine qua  non. La dignità è un segno di sacralità. E’ un concetto  fondamentalmente religioso-metafisico”.  Nell’ultimo saggio, il professor Spaemann affronta  una questione spinosa: la morte cerebrale può essere  il criterio che definisce la morte? Nel 1968, la  Commissione della Harvard Medical School ha  cambiato fondamentalmente lo status quaestionis in  merito, dichiarando che la  morte del cervello è in  effetti la morte dell’essere umano. Nel suo saggio,  Spaemann contesta tale conclusione e, citando il  giurista tedesco prof. Dott. Ralph Weber, sulla base  di un giudizio filosofico fondato su dati empirici  sostiene che: “il criterio  della ‘morte cerebrale’ è  adatto soltanto a dimostrare l’irreversibilità del  processo di morte e quindi a fissare un termine al  dovere del medico di curare per tentare di ritardare  l’evento”.  Il paziente cerebralmente morto, per dirla con le  parole di un altro giurista tedesco, il prof. Dott.  Wolfram Höfing: “è un essere umano morente, ma  ancora in vita ai sensi della Costituzione (della  Repubblica  Federale  Tedesca,  art.  2,  II,  1  99).  I  pazienti cerebralmente morti vanno considerati  correttamente moribondi, quindi persone vive in uno  stato di insufficienza cerebrale irreversibile”.  Una volta un critico, parlando di un libro del  professor Spaemann, ha detto che se Socrate ne  avesse scritto uno, sarebbe  stato il testo di Robert  Spaemann che stava recensendo. Ciò che intendeva  con tali parole è evidente nei saggi che seguono.  *Si riporta la prefazione  a cura di David L. Shindler  Preside e Docente di Teologia fondamentale  Pontificio Istituto GPII per Studi su matrimonio e  famiglia, Università Cattolica d’America 

domenica 18 dicembre 2011


"IL VALORE DELLA COSCIENZA NELL'IMPEGNO SOCIALE E POLITICO" - Intervento del cardinale Bagnasco alla giornata di riflessione sulla formazione sociale e politica di Retinopera

ZI11121705 - 17/12/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-29029?l=italian

ROMA, sabato, 17 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il discorso pronunciato oggi dal cardinale Angelo Bagnasco alla Pontificia Università Gregoriana (PUG) di Roma durante la Giornata di riflessione sulla formazione sociale e politica di Retinopera.
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Cari Amici,
sono lieto di partecipare a questa Giornata di riflessione sulla formazione sociale e politica di Retinopera. C’è un tema ricorrente nei nostri discorsi, specialmente in quelli più impegnati, e che si presenta cruciale in particolare se riferito alla responsabilità della singola persona rispetto alla realtà storico-politica: è il tema della coscienza. Ci poniamo dunque nel campo che è particolarmente vostro, di voi associazioni e movimenti di ispirazione cristiana che, mantenendo un legame esplicito con la comunità cristiana, guardate alla realtà secolare che costantemente interpella. Argomento di per sé trasversale, quello della coscienza, rispetto ai differenti ambiti che vi vedono coinvolti (esistenziale, nuziale, familiare, professionale, sociale, politico…). Ed è nel contempo un argomento che, per natura sua, richiede una considerazione che non rimanga in superficie, per guadagnare invece una prospettiva più profonda, alla radice stessa della persona, al suo modo di essere e di porsi rispetto agli accadimenti e ai problemi che le si presentano.
Che cosa dunque intendiamo per coscienza? È la voce di Dio dentro di noi, è una struttura antropologica fondamentale insita alla persona, che appartiene quindi alla nostra essenza. È la consapevolezza della responsabilità davanti all’insieme della creazione e davanti a Chi l’ha creata. La parola coscienza ricorre spesso nel linguaggio corrente, sia in quello più colto sia in quello più popolare, per situazioni e contingenze le più diverse, e non sempre a proposito. La modernità ha individuato infatti nel tema della coscienza una delle sue frontiere più emblematiche. E certo non ci costa – anzi − riconoscere che col progredire dell’esperienza storica, non siano poche le prove di affinamento che questo concetto ha avuto da parte anche laica, a riprova di un’inquietudine talora incandescente che gli uomini sentono circa le responsabilità verso la vita e la storia. Così non ci dispiace apprezzare l’impegno strenuo di quanti, in nome dell’uomo, si battono per valori che ci sono comuni, o che rientrano anche solo nell’orizzonte laico, ma interpretati tuttavia in una tensione costante e con passione esplicita. Non raramente, nel nostro contesto, si tratta di esperienze che hanno avuto nella religione cristiana e cattolica l’humus vitale propizio per interiorizzare l’ alfabeto di idealità e moralità.
Tuttavia non possiamo tacere che questa parola trova, specie nella fluidità del post-moderno, versioni e citazioni intrinsecamente ambigue. “La religione dell’uomo», come il Papa Paolo VI definì il cattolicesimo in una circostanza solenne come l’allocuzione conclusiva del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965 (il prossimo anno celebreremo il cinquantesimo d’inizio di quello storico evento), non può – questa religione che contempla addirittura il Natale del Figlio di Dio – non può, dicevo, non inchinarsi dinanzi ad ogni testimonianza di amore e abnegazione. Ma la fragilità è connessa alla nostra natura. Così nella cultura elaborata, non raramente si registra la perniciosa tendenza a svuotare questa parola del suo contenuto primordiale di crogiuolo discriminante il bene dal male, e farla così slittare a sinonimo di individualismo sofisticato. E può diventare un alibi alla propria ostinazione quando la caparbia indisponibilità alla correzione di sé viene giustificata con la fedeltà alla voce interiore. Una contraffazione che non di rado scambia l’ossequio vitale alla verità con l’uscita dai confini dell’obbedienza ecclesiale. Così come, nel linguaggio comune, è spesso un termine superficialmente svilito per spiegare situazioni di comodo, di fraintendimento, di disimpegno nei confronti di sé, degli altri, di Dio. Nell’un caso come nell’altro, è una equivocità in qualche modo connessa alla corruttela a cui è sottoposto in questa stagione l’ethos personale e pubblico. Parole importanti, riguardo a questi fenomeni, sono state spese a suo tempo da Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor (1993), dove «indicò con forza profetica nella grande tradizione razionale dell’ethos cristiano le basi essenziali e permanenti dell’agire morale. Questo testo oggi deve essere messo nuovamente al centro» (Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana per gli Auguri di Natale, 20 dicembre 2010). Con analogo acume, il suo Successore annota che secondo molti oggi «non esisterebbero né il male in sé, né il bene in sé. Esisterebbe soltanto “un meglio di” o “un peggio di”. Niente sarebbe in se stesso bene o male. Tutto dipenderebbe dalle circostanze e dal fine inteso. La morale viene sostituita da un calcolo delle conseguenze e con ciò cessa di esistere» (ib).
Come non rilevare, inoltre, la foga con cui si tende a confondere l’assenza di costrizioni e il comportarsi secondo i dettami della coscienza? Oppure a sovrapporre l’interesse politico, in sé non negativo se sorvegliato e tenuto nei giusti confini, con la spiegazione dell’esigenza generale? Sappiamo che la Religione aiuta a distinguere fra un concetto e l’altro, ma essa sembra essere scarsamente considerata dalla coscienza moderna. Vediamo però che il deperimento a cui viene sottopone il senso religioso produce inevitabilmente smarrimento etico. Gioverà tuttavia una segnalazione. E cioè che queste derive sono tipiche delle età di passaggio. Scriveva Newman nella seconda metà dell’800: «Al giorno d’oggi, per una buona parte della gente, il diritto e la libertà di coscienza consistono proprio nello sbarazzarsi della coscienza, nell’ignorare il Legislatore e Giudice, nell’essere indipendenti da obblighi che non si vedono. […] La coscienza è una severa consigliera, ma in questo secolo è stata rimpiazzata da una sua contraffazione, di cui i diciotto secoli passati non avevano mai sentito parlare o dalla quale, se ne avessero sentito, non si sarebbero mai lasciati ingannare: è il diritto ad agire a proprio piacimento» (Lettera al Duca di Norfolk, Milano 1999). Ora, a parte il rilievo già avanzato in altra occasione (cfr. Prolusione al Consiglio Permanente della Cei, 26 gennaio 2011), e cioè che la stagione in cui Newman scriveva sembra essersi d’incanto prolungata fino ad oggi, conviene farsi aiutare proprio dal nuovo Beato inglese, a cui il nostro Papa si sente così vicino, così da imparare a individuare nello stravolgimento del concetto di coscienza la causa di tanti equivoci nei quali navighiamo. Forse che non è vero che l’origine di molte scelte sbagliate sta nello scambiare l’opzione di coscienza con la pretesa di essere padroni ad agire come ci pare? Oppure com’è, in quel momento, più conveniente e redditizio? Troppe volte, nella cultura come nella vita, si confonde il concetto di coscienza, ossia la capacità della persona di riconoscere la verità e la decisione di incamminarsi in essa, con l’ultima perentorietà dell’istanza soggettiva (cfr anche Benedetto XVI, Discorso alla Questura di Roma, 21 gennaio 2011). In pratica, è lo stordimento attorno al falso concetto di autonomia ciò che fa entrare in profonda confusione la cultura odierna, quella secondo cui la persona si pensa tanto più felice quanto più si sente prossima a fare ciò che vuole.
Ora, per ovviare a queste degenerazioni, proviamo a identificare alcune linee di lavoro che inducano il credente a sentire la responsabilità verso la coscienza, e a sentirla – se possibile – anche per chi non si pone il problema. La persona è unità molteplice, e tutta intera è coinvolta nel compito di pensare e agire in coscienza: tutti gli elementi, dunque, devono svilupparsi e armonizzarsi tra di loro: «È in pericolo di fatto il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi» (GS 15).
1°. Anzitutto, tenere vivo nella cultura e nel costume odierni il concetto vero di coscienza quale «nucleo più segreto e sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria» (GS 16). Si può dire di più e meglio del Concilio? «Nucleo» più recondito e sacro, anzi «sacrario» inaccessibile, dove la persona si trincera per difendersi da pervasive interferenze, affermando in tal modo il connotato originalissimo di sé, dotata infatti del diritto e della responsabilità di guidare se stessa. Non stupirà allora l’«elogio della coscienza» che Benedetto XVI ha fatto nel suo recente viaggio in Croazia. La coscienza ha bisogno di essere continuamente purificata; essa peraltro ha pretese di lealtà e prudenza, nella consapevolezza dei possibili abusi che possono verificarsi circa i grandi valori, quando la si chiama in causa troppo in fretta. C’è un travaglio precedente, per così dire, fatto di studio e di confronto, che è sanamente propedeutico all’orientamento e alla decisione da prendere. Forse si dà poca importanza oggi a questa fase di necessaria chiarificazione, di sgombero delle macerie e pulizia del campo, al fine di avvicinarsi il più possibile alle strutture del reale, liberandosi via via dalle rappresentazioni soggettive. Vi è una ragione dell’essere che è più forte e più resistente di ogni costruzione umana. Riconoscere questo reale in sé, e piegarsi riconoscenti ad esso, è l’atto più morale che noi possiamo compiere.
2°. Sperimentare dunque la coscienza, per imparare a scegliere sempre il bene concreto, tenendo presente che il bene dell’uomo coincide con la sua strutturale apertura al futuro. Nell’impianto dell’essere ci sono pilastri irrinunciabili o imprescindibili. Ci sono principi che non sono negoziabili, dove l’espressione negativa non sta a dire che non se ne possa discutere, anzi; significa piuttosto che, per loro natura, essi emergono con evidenza propria dalla realtà, infrangibili e intrattenibili, salvo che non si eserciti la violenza. Si tratta allora di riconoscerli nelle mille, diverse e cangianti situazioni, identificarli nella circostanza data, farli luccicare nella loro intrinseca plausibilità. La vita umana dal suo primo istante alla morte, la libertà di crescere e maturare, il matrimonio tra l’ uomo e la donna, sono beni fondamentali e fondativi; sono beni senza dei quali non ce ne potranno essere altri, come il lavoro, l’inclusione, la sicurezza, l’ambiente, la pace.… Le necessarie mediazioni che la politica richiede non potranno mai infirmare i beni primari, né indebolirli o contraddirli, né sottrarre loro l’energia che apre al futuro. Vanno fatti costantemente salvi in una dinamica organica che ne svelerà l’intrinseca e gerarchica connessione.
3°. Educare e formare la coscienza. Essa infatti può farsi debole e inferma, può essere deformata a tal punto da esprimersi a stento o in modo distorto. Il silenzio della coscienza, per incuria e abbandono, può far scambiare l’istintività per spontaneità, il velleitarismo per pertinenza, l’ingiustizia per giustizia, la morte per vita, l’egoismo per amore. E’ il retaggio del peccato originale e dei peccati personali: retaggio che appesantisce e annebbia la luce della coscienza come eco di quella Voce che crea e salva, guida e libera con la sua Parola. Incisivo quanto leggiamo in Gesù di Nazaret circa il “malum mundi”: “Filosofi moderni hanno illustrato questa situazione storica dell’uomo in molteplici modi; per esempio Martin Heidegger, quando parla dell’essere condizionati dal ‘sì’ impersonale, dell’esistere nella ‘non-autenticità’. In maniera molto diversa appare la stessa problematica, quando Karl marx illustra l’alienazione dell’uomo. Con questo, la filosofi descrive in fondo precisamente ciò che la fede chiama ‘peccato originale’” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, vol. II, pag. 117).
Che senso ha quel criterio molta in voga secondo il quale ognuno può sempre fare ciò che la coscienza gli consente? E se un individuo non ha coscienza può forse sentirsi autorizzato a fare ciò che vuole? Occorre in altre parole determinare in sé qualità permanenti (le virtù) che mettono la persona in sintonia con il bene concreto, sapendo resistere alle pulsioni e ai tiranneggiamenti. Per giudicare e agire bene bisogna creare in sé una iniziale e globale disponibilità interiore. Infatti «il giudizio sulle scelte concrete – scrive padre Giordano Muraro – risente della interiore situazione della persona». Ecco perché il Concilio avverte che “la coscienza diventa cieca in seguito alla abitudine del peccato”, e precisa che nel credente “quanto più prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità” (Gaudium et spes, 16).
4°. Esercitare la coscienza nel discernimento ecclesiale. Per riuscire in una scelta concretamente buona serve il discernimento, che non è mai un’iniziativa solitaria perché include la comunità ecclesiale, nella quale il discrimine viene dalla Parola di Dio e dal Magistero. Abbiamo bisogno dell’una e dell’altro perché la coscienza sia “convenientemente formata” (Gaudium et spes, 43): “il Magistero della Chiesa – recita la Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede – non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà di opinione dei cattolici su questioni contingenti. Esso intende invece – come è suo proprio compito – istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, n. 6). Ha scritto un giorno il Card. Joseph Ratzinger: «Il credente non insegna ciò che ha scoperto da se stesso, ma testimonia la vivente saggezza della fede, nella quale la saggezza primitiva dell’umanità viene purificata, mantenuta, approfondita»: questo è il lavoro della coscienza. Si potrebbe dire con il Papa che questa attitudine o proprietà è la coscienza. Chi non conosce il pregiudizio secondo il quale il Magistero sarebbe inattendibile perché poco trasparente e obsoleto rispetto all’interpretazione della realtà? Nel momento stesso tuttavia in cui si debella dalla coscienza il Magistero, senza rendersene conto già lo si sostituisce con un surrogato. L’apostolo Paolo esorta i credenti in Cristo a raggiungere l’età adulta, per non restare fanciulli in balia delle onde (cfr Ef 4,13-14). Conviene però vigilare sull’espressione «cristiani adulti», perché non succeda anche qui un più o meno volontario slittamento semantico, come se l’espressione implicasse l’adozione di atteggiamenti di autosufficienza e di autonomia dal Magistero della Chiesa. Diceva il Papa, il 29 giugno 2009, proprio a riguardo di questa espressione: l’esprimersi contro il Magistero talora «lo si presenta come coraggio (…). In realtà, non ci vuole per questo del coraggio, giacché si può essere sicuri del pubblico applauso». E continuava: «Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa anche se questa contraddice lo schema del mondo. È questo conformismo della fede che Paolo chiama una fede adulta».
Cari amici, con questa esortazione ad un coraggioso e sereno anticonformismo, che privilegia la coscienza della verità e l’obbedienza ad essa, alla soggezione mondana, vi consegno questa riflessione perché possa accompagnarvi e – se non chiedo troppo − ne sia fatto argomento di studio e di confronto all’interno delle vostre aggregazioni. Le realtà che aderiscono a Retinopera hanno uno specifico da apportare al movimento che – grazie a Dio – ha preso il largo e che deve portare i cattolici del nostro Paese a spendersi non per smania, ma «in scienza e coscienza», nei vari ambiti e livelli della vita sociale e politica. Vogliate accoglierla con la stessa simpatia e larghezza di cuore con cui è stata offerta e preparata.
Grazie anche per la vostra presenza intelligente e operosa là dove vivete. Ci auguriamo che cresca e maturi un soggetto interiormente coeso e diffuso che – come fermento capillare – stimoli ad una formazione dottrinale sempre più documentata e, al contempo, provochi alla lettura cristiana della realtà. Non dimentichiamo che “la fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso ‘via, verità e vita’ (Gv 14, 16) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica (…) Del resto lo spessore culturale raggiunto e la matura esperienza di impegno politico che i cattolici in diversi paesi hanno saputo sviluppare (…) non possono porli in nessun complesso di inferiorità nei confronti di altre proposte che la storia recente ha mostrato deboli e radicalmente fallimentari. E’ insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei cattolici possa limitarsi ad una semplice trasformazione delle strutture, perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere, giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale, le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta” (Nota cit. n. 7). Forse risentendo questa parziale citazione, potrà spuntare la nota domanda se i cattolici vogliano imporre agli altri la propria fede; ma sull’argomento, se qualcuno fosse interessato, mi permetto di rimandare a quanto ho avuto modo di dire recentemente nel mio intervento a Todi (17.10.2011).
Vi ringrazio e vi auguro buon lavoro.

sabato 19 novembre 2011


Roma, 18.11.2011
Convegno di Scienza e Vita "Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia"
Cardinale Angelo Bagnasco Arcivescovo di Genova Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Saluto i partecipanti al Convegno sul tema "Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia", e ringrazio l'Associazione "Scienza e Vita" per questa iniziativa che affronta una questione quanto mai delicata e ineludibile non solo per ogni singola persona, ma anche per la società, sapendo che dalla responsabilità e dai modi di affronto della vita nei suoi vari momenti si ha una prima e decisiva misura del livello umano della convivenza. Siamo tutti consapevoli della delicatezza dell' argomento in gioco, così come delle visioni diverse che spesso si confrontano, tanto da essere considerata — la vita umana — uno di quegli argomenti "divisivi" di cui è meglio non parlare, come se l'ordine sociale, basato sulla giustizia, potesse reggersi sull' ingiustizia che deriva dal non affrontare ciò che fondamentale: "come Chiesa e come credenti — abbiamo scritto nel Documento conclusivo della XLVI Settimana Sociale — siamo chiamati al grande compito di servire il bene comune della civitas italiana in un momento di grave crisi e allo stesso di memoria dei centocinquant'anni di storia politicamente unitaria" ( Documento conclusivo, Reggio Calabria ottobre 2010, n.2). E' questo lo spirito e l'intendimento dei cattolici consapevoli che, storicamente, "se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza" (CEI, La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese, 1981, n.13). Tutti ci rendiamo conto che siamo dentro ad una crisi internazionale che non risparmia nessuno, e che nessuno, nel mondo, può atteggiarsi da supponente maestro degli altri. I grandi problemi dell'economia e della finanza, del lavoro e della solidarietà, della pace e dell'uso sostenibile della natura, attanagliano pesantemente persone, famiglie e collettività, specialmente i giovani. Su questi versanti, che declinano la cosiddetta "etica sociale", la sensibilità e la presenza della Chiesa sono da sempre sotto gli occhi di tutti. Fanno parte del messaggio cristiano come inderogabile conseguenza: "Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4,20). L'incalcolabile rete di vicinanza e di solidarietà che abbraccia l'intero territorio nazionale grazie ai nostri sacerdoti, consacrati, innumerevoli volontari, associazioni, rappresenta una mano tesa trasparente, universalmente nota: è quotidianamente frequentata da un crescente stuolo di fratelli e sorelle in difficoltà che ricevono ascolto, aiuto, attenzione. Ed è sempre più anche luogo di incontro e di concreta integrazione tra popoli, religioni e culture. Una rete che si avvale di risorse provvidenziali e di quell'amore gratuito che nessuna legge può garantire poiché l'amore viene dal cuore e dall'Alto.
1. E' possibile conoscere?
Ma oggi dobbiamo puntare la nostra attenzione sulla vita umana nella sua nudità: è evidente che gli aspetti citati fanno parte dell'esistenza concreta di ogni persona, ma essi non devono oscurare la vita nei momenti della sua maggiore fragilità e quindi di più pericolosa esposizione. Per questo credo sia inevitabile allargare, seppur brevemente, l'orizzonte per poter meglio affrontare il tema della vita umana nella sua assoluta indisponibilità o, se si vuole, sacralità. Per poter parlare di qualcosa, infatti, bisogna innanzitutto chiederci se esiste qualcosa fuori di noi. E, se esiste, possiamo conoscerla? Oppure siamo dentro ad una realtà unicamente costruita dal soggetto pensante, siamo alle prese solo con le nostre opinioni individuali, senza una presa diretta sulla realtà oggettiva? E' il problema antico ma non scontato della conoscenza. Come rispondere? Dando fiducia al mondo e all'uomo! La conoscenza, infatti, parte da un atto positivo, di fiducia: fa appello al senso comune, all'esperienza universale. E' più naturale, logico, istintivo, porre questo atto di fiducia oppure sfiduciare l'universo? E' dunque un atto di sintonia, di comunione preriflessa con il mondo il punto di partenza del nostro rapportarci con il mondo, non il rinchiuderci nel sospetto e nel dubbio metodico e universale che - forse con aria di profonda intelligenza - accusa di fanatismo chi affermi che la verità esiste ed è conoscibile. La storia umana della conoscenza - nonostante grovigli a volte sofferti - corre sostanzialmente su questo filo e testimonia che, ogni qualvolta lo scetticismo si è imposto, gli esiti personali e sociali non sono stati più Miei. Il figlio di questo atteggiamento è lo scetticismo che genera inevitabilmente quel nulla di significato e di valore, quello svuotamento della vita e del mondo che già Nietzsche aveva annunciato. In realtà egli lo fa derivare dalla dichiarata "morte di Dio", nia quando la ragione viene cancellata dall' orizzonte, anche la fede si indebolisce: "Cerco Dio! cerco Dio! (...) Dove se n'è andato Dio? - gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?" (Nietzsche, La gaia scienza, Mondadori 1971, pagg. 125-126). Il nichilismo di senso e di valori nasce da una visione materialista dell'uomo e del mondo, e si alimenta allo spettro ridente del consumismo che porta a concepire l'esistenza come una spasmodica spremitura di soddisfazioni e godimenti fino all'estremo. Ma ben presto - lo vediamo nella cronaca - ne deriva una immane svalutazione della vita. Essa non è più custodita dal sigillo della sacralità, e cosi quando non è più gradita o risulta faticosa, la si vorrebbe eliminare. "Si va costituendo - dice Benedetto XVI - una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Questa ideologia è divenuta un modo di vivere, una prassi, che troviamo presente in molti ambiti e che ha diversi volti" (J. Ratzinger, Omelia della Messa Pro eligendo Pontifice, 18.4.2005).
2. Cos'è la verità?
"Cos'è la verità?" chiedeva Pilato a Gesù prigioniero davanti a lui. E' una domanda sempre attuale che richiede una risposta seria e motivata. Per aiutarci con un esempio, possiamo dire che la verità della cappella Sistina consiste nella sua corrispondenza con l'idea di Michelangelo: in questo caso, la Sistina dipende dal pensiero di chi l'ha ideata. Ma la verità della mia idea dell'aula in cui siamo consiste nella corrispondenza della mia idea con ciò che è oggettivamente davanti a me: in altre parole è il mio pensiero che dipende dall'oggetto conosciuto. La tradizione culturale parla di verità ontologica nel primo caso, e di verità logica nel secondo. E' vero che nella conoscenza logica il soggetto entra in gioco con la sua soggettività, ma mai a tal punto da falsare la realtà stessa; infatti ognuno di noi si ribella quando si sente conosciuto da un altro in modo distorto. Ora, se dal piano teoretico passiamo al piano pratico dell'agire, ci chiediamo: nella conoscenza dei valori morali in quale campo siamo? Ontologico, per cui siamo noi, come Michelangelo, a creare qualcosa? oppure in quello logico per cui noi dobbiamo piegarci alla realtà di qualcosa che ci precede e che non ammette distorsioni? Oggi si tende a pensare che, sul piano dell'etica, ognuno è costruttore di ciò che per lui, soggettivamente, ha importanza e significato; che il nostro compito è quello di comporre i diversi, a volte opposti, valori: che l'importante - quando va bene - è disturbare gli altri il meno possibile. Ma non esiste qualcosa a cui l'uomo possa rifarsi nella sua conoscenza e quindi adeguarsi raggiungendo così la verità'? E' fuori dubbio che non pochi di quelli che chiamiamo valori appartengono alla sfera della soggettività individuale e sociale, basta pensare al modo di vestire, di nutrirsi, a tante convenzioni che hanno un peso nella convivenza, hanno una importanza, ma sono destinati nel tempo a mutare. Ma è tutto solo così? Non esiste nulla di oggettivo in grado di essere metro della verità morale? Che possa regolare, normare i miei comportamenti? Qualcosa che sia talmente fondamentale per l'uomo da essere universale, cioè per tutti? Di solito, fino ad un certo punto di questo ragionare tutti si è concordi, ma quando entra in gioco la questione del "valido per tutti", allora si accende una spia e sorge in noi una trincea difensiva quasi si sentisse in pericolo la propria libertà individuale, che si esprime nell’autodeterminazione.
3. La libertà e l'autodeterminazione
 Entra sulla scena, dunque. la libertà nervo sensibile dell'anima moderna. Mi pare interessante ricordare quanto affermava Hegel nella sua Enciclopedia delle scienze filosofiche: "La libertà è l'essenza propria dello spirito e cioè la sua stessa realtà. Intere parti del mondo, l'Africa e l'Oriente, non hanno mai avuto questa idea (...) i Greci e i Romani, Platone e Aristotele (...) non l'hanno avuta: essi sapevano che l'uomo è realmente libero in forza della nascita (come cittadino ateniese, spartano, ecc.); o della forza del carattere o della cultura, in forza della filosofia. Quest'idea è venuta nel mondo per opera del cristianesimo, ed essendo oggetto e scopo dell'amore di Dio, l'uomo è destinato ad avere relazione assoluta con Dio come spirito, e far sì che questo spirito dimori in lui. cioè l'uomo è destinato in sé alla somma libertà" (Hegel. Enciclopedia delle scienze filosofiche Tr. h., Laterza, Bari 1951, pp. 442-443). Del resto è noto che, prima del Cristianesimo, si conceph a come superiori all'uomo le grandi potenze del Fato. della Natura, della Storia; ed egli doveva obbedire a queste forze. Ora, se l'uomo è libero per dono di Dio, ed egli si realizza attraverso l'esercizio della propria libertà (in actu exercito), bisogna chiederci se qualunque forma di esercizio realizza la persona oppure no. A ben vedere, come qualunque agire non si qualifica da sé ma è qualificato da ciò verso cui tende - camminare per fare una passeggiata non è lo stesso che camminare per andare a fare una rapina — così la libertà, se per un verso è valore in se stesso in quanto è condizione di responsabilità, per altro verso non è la sorgente della bontà morale. La libertà è qualificata dal contenuto che scelgo liberamente, e sta ad esso come il contenitore sta al suo contenuto. Il fatto che un atto sia una mia scelta non qualifica l'agire come buono, vero, giusto. inoltre, non bisogna dimenticare che la bontà e il male morale non sono astrazioni lontane alle quali sacrificare gli uomini nei loro desideri individuali; il bene è tale perché mi fa crescere come persona mentre il male mi diminuisce nella mia umanità. E se le persone crescono nel loro essere persone, la società intera cresce dato per acquisito che tra l'individuo e la collettività vi è un rapporto reciproco. Oggi la tendenza diffusa è rendere la libertà individuale un valore assoluto, sciolto non solo da vincoli e norme ma anche indipendente dalla verità di ciò che sceglie; in tale modo però essa si rivolta contro l'uomo e perde se stessa, diventa prigioniera di se stessa come ogni personalità narcisista. Ecco perché il Signore Gesù ricorda che la verità libera la libertà e rende libero l'uomo. Oggi vi è una certa allergia per ciò che si presenta come assoluto, cioè oggettivo, universale e definitivo: sembra di sentirsi come in una gabbia insopportabile. Ma, dobbiamo chiederci, qual' è la vera prigione: l'assolutismo di una libertà individualista o l'assolutezza della verità?
4. Partecipazione dei cattolici alla civica
 Ma torniamo alla domanda: esiste qualcosa con la quale la nostra libertà deve rapportarsi come ciò che la precede nel valore e la qualifica moralmente? Qualcosa che, conosciuto dalla nostra ragione, permetta di superare l'angusto cerchio dell'opinione e di camminare liberi nella verità oggettiva per tutti e per sempre? Verità che dia senso al vivere e alla storia, alla persona e alla società? Risuonano sempre attuali le parole di Schopenauer quando parlava della "naturale disposizione metafisica dell'uomo", quella disposizione universale che spinge ciascuno a suo modo a cercare una risposta alla più tremenda e fondamentale delle domande: "Per quale motivo esiste qualcosa piuttosto che il nulla se nulla ha necessità di esistere?". Una verità, dicevo, che crei appartenenza e generi una comunità di vita e di destino? Oppure non esiste altro che vari, piccoli e brevi significati, relativi alla riuscita nella vita, al piacere, alle voglie, alle emozioni, alla fortuna'? Ogni anno in Europa muoiono circa 50.000 persone per suicidio, e in una quindicina di Paesi europei la più alta percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio! Se tutto è relativo, merita ancora vivere quando la vita mostra le sue durezze?
La Chiesa, inviata dal suo Signore come sale della terra e luce del mondo, svolge la sua missione evangelizzatrice in molti modi, con la Parola, i Sacramenti e il servizio della carità. Fa parte del suo sentire il mondo l'essere con umiltà e amore coscienza critica e sistematica della storia: non è arroganza. ingerenza o intransigenza, ma fedeltà a Dio e agli uomini. E' portare il suo contributo alla costruzione della civitas terrena. Per questo non c'è da temere per la laicità dello Stato, infatti il principio di laicità inteso come "autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto (...) La laicità, infatti, indica in primo luogo l'atteggiamento di ehi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale dell'uomo che vive in società, anche se tali verità sono nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una" (Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota doto-Mak circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24.11.2002, n. 6). E' dunque giusto riconoscere la rilevanza pubblica delle fedi religiose: però se il semplice riconoscimento è già un valore auspicabile e dovuto, dall'altro è fortemente insufficiente in ordine alla costruzione del bene comune c allo stesso concetto di vera laicità. Potremmo dire che è come una cornice di apprezzabile valore ma che deve essere riempita di contenuti. Fuori dall'immagine, la laicità positiva non può ridursi a rispetto e a procedure corrette, ma deve misurarsi con l'uomo, per ciò che è in se stesso universalmente, cioè con la sua natura. E' questa - la sua conoscenza integrale e il suo rispetto plenario - che invera le diverse culture e ne misura la bontà o, se si vuole il livello intrinseco di umanesimo. A questo livello primario si colloca il doveroso apporto dei cristiani come cittadini, consapevoli che le principali virtù di chiunque si dedichi al servizio della città è la competenza e il merito: questo è l'insieme di onestà, spirito di sacrificio e stile sobrio. Essi offrono il loro contributo senza per questo dover mettere tra parentesi la propria coscienza formata dalla Dottrina Sociale della Chiesa, dal Magistero autentico e da una solida vita spirituale nella comunità ecclesiale, ricordando che la coscienza è l'eco della voce di Dio - come affermava il beato Newman - ed deve essere sempre attenta perché le opinioni, le ideologie, gli interessi o le abitudini, non oscurino quella suprema voce che indica la via della verità e del bene. Il ministero di Pietro, che è servizio di verità e di carità, è posto da Cristo Gesù perché la coscienza non si smarrisca tra gli innumerevoli rumori del mondo.
5. Umanesimo e umanesimi
 Se, come ha affermato il Santo Padre Benedetto XVI, "la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica" (Benedetto XVI, ('aritas in voltate, 75), allora i cattolici non possono tacere circa la concezione dell'uomo che fonda l'umanesimo integrale. Non tinti gli umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale: da umanesimi differenti discendono conseguenze opposte per la convivenza civile. Se si concepisce l'uomo in modo individualistico, come oggi si tende, come si potrà costruire una società aperta e solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? E se lo si concepisce in modo materialistico, chiuso alla trascendenza e centrato su se stesso, un "sasso" che rotola nello spazio, come riconoscerlo non come "qualcosa" tra altre cose, ma come "qualcuno" che è qualitativamente diverso dal resto della natura? L'uomo si autotrascende nel senso che è sempre più di se stesso, tende ad andare oltre di sé per essere sé, già e non ancora, finito e desiderio di infinità, tempo ma con la scintilla di eterno: è la creatura di confine fra cielo e terra, umano ma chiamato all'intimità con Dio. Individuo ma non individualista, unico ma non chiuso, soggetto aperto al mondo e agli altri in virtù dell'istinto di comunione nella verità e nell'amore. " Il mondo moderno - scriveva J. Maritain - confonde semplicemente due cose che la sapienza antica aveva distinte: confonde l'individualità e la personalità" ( J. Maritain, Tre rifbrmatori, Brescia 1964, 26). Purtroppo, segnali inquietanti di questa tragica confusione non mancano. Su che cosa, allora, si potrà poggiare la sua dignità inviolabile, e quale il fondamento oggettivo e perenne dell'ordine morale? Era questa la domanda che il Santo Padre Benedetto XVI poneva nel viaggio apostolico nel Regno Unito e anche a in Germania. E sta proprio qui il punto di incontro e d'intesa di ogni dialogo civile e politico, sta qui il giudizio di verità su ogni società. cultura e religione: "La Chiesa cattolica è convinta di conoscere, attraverso la sua fede, la verità sull'uomo e quindi di avere il dovere di intervenire in favore che sono validi per l'uomo in quanto tale indipendentemente dalle varie culture. Essa distingue fra la specificità della sua fede e le verità della ragione, a cui la fede apre gli occhi e alle quali l'uomo in quanto uomo può accedere anche a prescindere da questa fede. (...). La Chiesa, al di là dell'ambito della sua fede, considera suo dovere difendere, nella totalità della nostra società, le verità e i valori, nei quali è in gioco la dignità dell'uomo in quanto tale. Quindi, per citare un punto particolarmente importante, non abbiamo diritto di giudicare se un individuo sia 'già persona', oppure 'ancora persona', e ancor meno ci spetta manipolare l'uomo e voler, per cosi dire, farlo. Una società è veramente umana soltanto quando protegge senza riserve e rispetta la dignità di ogni persona dal concepimento tino al momento della sua morte naturale" (Benedetto XVI. Discorso al nuovo Ambasciatore tedesco, Roma 7,11,2011). Non si tratta quindi di voler imporre la fede e i valori che ne scaturiscono direttamente, ma solo di difendere i valori costitutivi dell'umano e che per tutti sono intelligibili come verità dell'esistenza. Poiché appartengono al DNA della persona non possono essere conculcati, né parcellizzati o negoziati attraverso mediazioni che, pur con buona intenzione, li negano. E' questo il ceppo vivo e solido che costituisce l'etica della vita, ed è su questo ceppo che germogliano tutti gli altri necessari valori che vengono riassunto con etica sociale. Tra questi, la vita umana. dal suo concepimento alla sua fine naturale, è certamente il primo. La coscienza universale ha acquisito - e sancito almeno nelle carte - una elevata sensibilità verso i più poveri e deboli della famiglia umana. Ma ci dobbiamo chiedere: chi è più debole e fragile, più povero. di coloro che neppure hanno voce per affermare il proprio diritto, e che spesso nemmeno possono opporre il proprio volto? ...Vittime invisibili ma reali! E chi più indifeso di chi non ha voce perché non l'ha ancora o, forse, non l'ha più? La presa in carica dei più poveri e indifesi esprime il grado più vero di civiltà di un corpo sociale e del suo ordinamento. E modella, educa. I forma di pensare e di agire — il costume- di un popolo e di una Nazione, il suo modo di rapportarsi al suo interno. di sostenere le diverse situazioni della vita adulta sia con codici strutturali adeguati, sia nel segno dell'attenzione e della gratuità personale. A volte si evidenzia che un conto è la presa in carica, il prendersi cura della vita fragile di chi questo vuole e comunque ne ha diritto, e un altro sarebbe la volontà diversa di chi determina un diverso comportamento. Torniamo ad un punto cruciale: se la libertà individuale abbia o non abbia qualcosa di più alto a cui riferirsi e a cui obbedire. Abbiamo visto che l'autodeterminazione non crea il bene e il male, ma ciò che è scelto. Ora la libertà è tenuta a fare i conti con la natura umana, con il suo bene oggettivo poiché per questo Dio ce l'ha donata, perché costruissimo noi stessi e non per andare contro noi stessi. Ma anche fuori da un'ottica religiosa, penso si possa giungere alla medesima conclusione. A questo punto credo che le questioni siano due. Innanzitutto, come anche recita la nostra Costituzione. il bene della salute e quindi della vita, ma dovremmo dire ogni uomo, è un bene non solo per sé ma anche per gli altri; e questi altri non sono solamente i familiari e gli amici — che purtroppo a volte possono non esserci — ma sono la società nel suo insieme. Qui sta una nota dolente a cui bisogna sempre più reagire: se l'uomo sta scivolando dalla realtà di persona a quella di individuo assoluto e geloso della propria assoluta indipendenza e autonomia, allora la società si concepirà come una massa di monadi dove ciascuno si arrangia a portare la vita, nutrendo dei diritti verso il corpo sociale come la casa, il lavoro, la sicurezza … ma lasciando gli altri fuori tutto il resto. Il punto non è far entrare la società nel privato, ma si tratta di ricuperare la natura relazionale della persona sicché la società possa e debba concepirsi e strutturarsi non solo come erogatrice di servizi, ma come comunione di destino. Cambia totalmente la prospettiva. Nessuno deve sentirsi solo e abbandonato nella società-comunioe. né nei momenti di gioia né negli appuntamenti del dolore, della malattia e della morte. E se dietro al rispetto di ogni volontà ci fosse il desiderio di non prendersi in carica, poiché il prendersi cura richiede intelligenza e cuore, tempo e sacrificio, risorse umane e economiche? Una cultura siffatta sarebbe più rispettosa o più egoista, umana o violenta? E poi, mi sembra esiste un secondo nodo: dobbiamo recuperare il senso del dolore che è sistematicamente emarginato, nascosto  nella sua naturalità, oppure è esorcizzato somministrandone dosi massicce e continuative nel tentativo di anestetizzare la sensibilità della gente e renderla quindi impermeabile. Due modalità diverse ma lo scopo è identico: far morire la morte. La cultura contemporanea deve riconciliarsi con il dolore e la morte se vuole riconciliarsi con la vita, poiché i primi fanno parte della seconda. E quindi dobbiamo recuperare la capacità di portarlo insieme. La persona sofferente ha paua di essere sola, abbandonata: tutti abbiamo sperimentato quanto una persona malata cerchi il contatto fisico della mano dell’altro, e questo piccolo, umanissimo gesto ha il potere di tranquillizzare e rasserenare. E’ la presenza, la compagnia d’amore che dobbiamo riscoprire non solo come singoli e famiglie, ma come società. Ma per questo dobbiamo rimettere al centro la relazione, sull’esempio di Dio che in Cristo ci ha incontrato nel nostro dolore, nelle molte fragilità della vita e nelle stesse gioie, facendo sentire che nessuno è solo, e che assolutamente nessuno sarà da Lui abbandonato. Grazie.