giovedì 10 settembre 2015
«Io obietto» Il caso Davis e le nostre leggi di Giorgio Carbone, 10-09-2015, http://www.lanuovabq.it/
lunedì 20 luglio 2015
Usa. Il matrimonio gay, il «totalitarismo» dell’amore e la libertà dei cristiani. Di «portare la croce» luglio 19, 2015 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/
domenica 28 giugno 2015
Nozze gay, primo sì. Negli Usa vince la tecnocrazia di Massimo Introvigne, 27-06-2015,http://www.lanuovabq.it/
Usa, la libertà di religione è ora in pericolo, di Massimo Introvigne, 28-06-2015, www.lanuovabq.it
giovedì 23 ottobre 2014
Usa: un messaggio ai sacerdoti Celebra le "nozze" gay o vai in galera di Massimo Introvigne, 23-10-2014, http://www.lanuovabq.it/
domenica 31 agosto 2014
Legge omofobia, le bugie di Scalfarotto di Gianfranco Amato, 31-08-2014, www.lanuovabq.it
In un’intervista pubblicata sul quotidiano online Giornalettismo all’on. Ivan Scalfarotto è stata posta questa domanda: «Chi esprime un’idea contraria al matrimonio omosessuale o alle unioni civili, rischia la galera?». Questa la risposta dell’ineffabile Sottosegretario ai rapporti con il parlamento: «Assolutamente no. E per due motivi fondamentali. Il primo è che qui stiamo parlando dell’estensione della legge Reale-Mancino, che non ha mai colpito le opinioni. Poi c’è la costituzione che protegge la libertà di pensiero eppure, non contenti di questo, ci abbiamo messo l’emendamento Verini che esplicitamente fa salve le opinioni».
Con un’unica risposta Scalfarotto è riuscito a dire due cose non vere. Analizziamole entrambi partendo da quella relativa alle conseguenze della Legge Mancino. Evidentemente i numerosi impegni politici del deputato PD (compresa la sua candidatura alla leadership nazionale del centrosinistra alle elezioni primarie de L'Unione del 2005) lo hanno tenuto lontano dalla cronaca giudiziaria. Basta ricordarne due tra i numerosi casi di applicazione della Legge Mancino, per far capire all’attuale Sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, qual è l’orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione sul tema.
Cominciamo dal primo. Nel 2001 l’attuale sindaco di Verona Flavio Tosi - insieme alla moglie Barbara e ai compagni di partito Matteo Bragantini, Enrico Corsi e Maurizio Filippi – viene rinviato a giudizio su accusa del procuratore Guido Papalia per aver violato proprio la legge Mancino, partecipando attivamente alla campagna di protesta, organizzata dalla Lega Nord di Verona contro un campo nomadi abusivo intitolata “No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”. Nel 2005 tutti gli imputati vengono condannati a sei mesi di reclusione e a tre anni di interdizione dai pubblici uffici, con la motivazione che gli stessi imputati hanno «diffuso idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato».
Nel 2007 la Corte di Appello di Venezia confermava, pur riducendo le pene, la condanna per aver organizzato una propaganda di idee fondate sull'odio e sulla superiorità etnica e razziale. La Corte, infatti, riteneva che la petizione promossa dagli imputati fosse di per sé lecita, ma riconosceva che la campagna mediatica promossa diffondesse idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale. Nel 2007 la Corte di Cassazione annullava la sentenza d'appello ritenendola carente sotto il profilo motivazionale, rinviando Tosi e gli altri imputati a nuovo giudizio.
Nel 2008 la Corte d’appello di Venezia ha confermato la condanna di Tosi e degli altri imputati.
Con la sentenza n. 41819 del 10 luglio 2009, la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione statuiva che «è configurabile il reato di propaganda di idee discriminatorie, previsto dall'art. 3, comma primo lett. a), della L. n. 654 del 1975, nell'affissione di manifesti sui muri della città del seguente tenore: “No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari”». Interessante è notare il ragionamento dei giudici nella prima sentenza della Cassazione del 2007. In quel provvedimento di annullamento con rinvio, infatti, ai giudici della Corte d’Appello viene espressamente chiesto di stabilire se il pregiudizio razziale mostrato dagli imputati costituisse – tenuto conto delle circostanze temporali ed ambientali nelle quali era stato espresso – un’idea discriminatoria fondata sulla diversità e non sul comportamento. In pratica, i giudici sono stati invitati a discettare sulle singole frasi del manifesto e a scoprire quale "idea" muovesse i promotori della raccolta di firme: essi esprimevano un'idea fondata sulla "diversità" degli zingari o sul loro comportamento discutibile? Ma questo modus operandi è assai pericoloso. Non si può lasciare alla discrezionalità del giudice – e, quindi alla sua personale Weltanschauung – una simile valutazione.
Il ragionamento diventa più evidente se si considera il secondo caso, ovvero quello legato alla vicenda di Emilio Giuliana, consigliere comunale di Trento. In un intervento tenuto in aula dallo stesso consigliere, questi lamentava il fatto che l'asilo strutturato nel campo nomadi non era frequentato dai bambini, mentre la mensa, invece, risultava pienamente utilizzata da tutti gli occupanti del campo, e criticava, conseguentemente, non solo il carico economico gravante sulla collettività per tali servizi, ma anche l’opportunismo di detta comunità. Nella foga del discorso, il consigliere Giuliana si è lasciato, poi, andare ad espressioni poco felici, come il fatto che gli zingari fossero dei delinquenti, molti assassini e comunque animati da pigrizia, furore e vanità.
Denunciato per violazione della Legge Mancino, il Giuliana finisce rinviato a giudizio, ma viene assolto, sia in primo che in secondo grado. Infatti, il Tribunale e la Corte d'appello di Trento hanno ritenuto le frasi del consigliere espressive di avversione, ma non di superiorità ed odio razziale. Inoltre entrambi i giudici avevano escluso che nel caso di specie si potesse parlare di “propaganda”. Per i giudici del Tribunale e della Corte d’Appello di Trento, quindi, non vi erano i presupposti per l’applicazione della Legge Mancino. Non l’ha pensata in questo modo, però, la Prima Sezione della Suprema Corte di Cassazione che, infatti, con la sentenza n. 47894 del 22 novembre 2011 ha condannato il consigliere Giuliana, sul presupposto che «integra il reato di propaganda di idee discriminatrici, previsto dall'art. 3 comma primo lett. a) della l. n. 654 del 1975, l’intervento di un consigliere comunale contenente affermazioni fondate sull'odio e la discriminazione razziale ai danni delle Comunità Rom e Sinti nel corso di una seduta consiliare». La stessa sentenza della Cassazione ha poi escluso che la condotta di "propaganda" sia qualcosa di meno della semplice diffusione: «il reato previsto dalla L. n. 654 del 1975, art. 3, lett. a) non esclude affatto dall'alveo precettivo anche un’isolata manifestazione a connotazione razzista; l'elemento che caratterizza la fattispecie è la propaganda discriminatoria, intesa come diffusione di un’idea di avversione tutt’altro che superficiale, non già indirizzata verso un gruppo di zingari (magari quelli dediti ai furti), ma verso tutti gli zingari».
Per quanto riguarda la propaganda, quindi, secondo la Cassazione nessun ostacolo alla punizione: in sostanza basta pronunciare le frasi in pubblico, ad esempio, come nel caso Giuliana, durante la seduta di un Consiglio comunale. Ad essere state ritenute punibili sono due condotte che rientrano nell'alveo della democrazia: in un caso, l’intervento di un consigliere comunale nell'assemblea cittadina, nell’altro, una raccolta di firme per una petizione, espressione di una democrazia partecipata, accompagnata da riunioni pubbliche. Tali condotte si sono concretizzate nella semplice manifestazione del proprio pensiero: le frasi pronunciate o scritte erano certamente discutibili e censurabili, ma non erano del tutto sganciate dalla realtà concreta. Il solo fatto che le idee fossero state manifestate pubblicamente è stato ritenuto sufficiente per integrare una "propaganda". I giudici, in realtà, hanno analizzato le singole frasi per ricavare l'idea di fondo che muoveva chi le pronunciava. Siamo ancora una volta allo “psicoreato” orwelliano.
Ora, non è difficile neppure per l’onorevole Scalfarotto immaginare quale sarà l’applicazione del citato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione, qualora la Legge Mancino venisse estesa agli omosessuali e ai transessuali. Ed è facile intuire come essa verrà applicata nei confronti di coloro che, per esempio, invocano pubblicamente (propaganda) il divieto per gli omosessuali di accedere al diritto al matrimonio, all’adozione di minori, alla fecondazione artificiale, o nei confronti di coloro che ritengono l’omosessualità una «grave depravazione», citando le Sacre Scritture (Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10), o considerano la stessa omosessualità come un insieme di atti «intrinsecamente disordinati», e «contrari alla legge naturale», poiché «precludono all’atto sessuale il dono della vita e non costituiscono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica). Si parlerà di «discriminazione», di «superiorità di un orientamento sessuale su un altro», di «affermazioni offensive», di «incitazione all’odio», secondo lo schema britannico dello ”hate speech”? Dipenderà dal giudice, e, quindi, secondo il noto adagio dei saggi romani «tot capitae, tot sententiae», il principio di legalità penale andrà a farsi benedire. In ogni caso, ci penserà la Suprema Corte di Cassazione a dire l’ultima parola. L’orientamento giurisprudenziale, come si è visto, appare inequivoco e chiarissimo. Purtroppo.
Veniamo ora ad analizzare la questione relativa al cosiddetto emendamento Verini. Scalfarotto si riferisce a quella disposizione del disegno di legge in discussione al Senato – prevista nella prima parte della lett.c) dell’art.1 del DDL S.1052 –, la quale sancisce quanto segue: «Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente».
Ora, che la «libera espressione delle opinioni» non costituisca di per sé «discriminazione», è un fatto oggettivo desumibile in re ipsa. Non occorre neppure scomodare Monsieur de La Pallisse. Sotto il profilo giuridico, poi, a tutelare la «libera espressione delle opinioni» già è posto il baluardo dell’art. 21 della Costituzione. Il fatto è che qui stiamo ragionando in ambito penale, e la questione si fa tremendamente seria. Utilizzare concetti quali «odio», «discriminazione», «pluralismo delle idee», «libera opinione», che non sono definiti dal codice penale (e che vengono quindi rimessi alla libera valutazione del magistrato) è operazione giuridica tanto azzardata, quanto pericolosa sotto il profilo dello stesso art.21 della Costituzione.
Facciamo un esempio per comprendere meglio. Dice la norma che la libera manifestazione delle opinioni è consentita purché non istighi all’odio. Ora, ricordare pubblicamente la dottrina cattolica nel punto in cui si ribadisce che «il peccato dei sodomiti è uno dei quattro peccati mortali che gridano al cielo» (art. 1867 del Catechismo della Chiesa Cattolica), e che destinano gli stessi omosessuali alla dannazione eterna, sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – incitazione all’odio? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. Sostenere che l’eterosessualità ha una superiorità morale rispetto all’omosessualità, perché questa è una «grave depravazione» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica) sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – incitazione all’odio? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. Sostenere che gli omosessuali non possono e non devono accedere ad alcuni diritti, come il diritto al matrimonio e all’adozione di minori, a causa del loro orientamento sessuale, sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – «discriminazione» e «incitazione all’odio»? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. L’esperienza anglosassone relativa al concetto di “hate speech” rende evidentissimi il rischio di rimettere all’interpretazione concetti non definiti dalla legge. E questo è il punto che Scalfarotto finge di ignorare.
Del resto, la stessa previsione di una “clausola di garanzia”, di una “norma di salvaguardia”, o come la si voglia chiamare, è sintomatica del pericolo percepito dallo stesso ordinamento in ordine al diritto alla libera manifestazione del pensiero (art.21 Cost.) e del diritto alla libertà religiosa (art.19 Cost.). È più che evidente la consapevolezza di addentrarsi in un terreno scivolosissimo e insidioso, tanto da avvertire l’esigenza di adottare, appunto, idonee guarentigie.
Il vizio di origine dell’intervento legislativo per contrastare il fenomeno dell’omofobia, che trae origine dal DDL Scalfarotto, sta proprio nel fatto che non si è deciso di adottare una nuova legge ad hoc sulla materia, ma si è ritenuto di utilizzare uno strumento normativo già esistente, ovvero la Legge Reale Mancino nata, tra l’altro, per combattere il fenomeno dell’antisemitismo e del razzismo. Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica derivante dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una “razza” come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie che appaiono aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra etnie diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù delle disposizioni normative della Legge Reale Mancino, la reclusione fino a un massimo di un anno e sei mesi se parlasse a titolo personale, fino ad un massimo di quattro anni se chi fa quell’affermazione partecipa a organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che propugnato tali idee, e fino ad un massimo di sei anni se parlasse in qualità di presidente o dirigente di simili organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi. Una volta estesa la Legge Reale Mancino agli omosessuali e ai transessuali, sono automaticamente estese tutte le relative conseguenze giuridiche.
Sempre dall’intervista di Scalfarotto a Giornalettismo, infine, apprendiamo che lo stesso onorevole ha già di fatto scaricato il sub-emendamento Gitti. Questo il suo epitaffio: «È un emendamento che auspico il Senato voglia eliminare, anche perché dice male ciò che è già contenuto nell’emendamento Verini». Tanto per intenderci, il cosiddetto sub-emendamento Gitti, – previsto nella seconda parte della lettera c) dell’art.1 del DDL S1052 –, è quello secondo cui non costituiscono discriminazione, o istigazione alla discriminazione le opinioni «assunte all’interno di organizzazioni che svolgono un’attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione, ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni». Questa norma sosterrebbe che all’interno di organizzazioni politiche, sindacali, culturali, sanitarie, di istruzione o religiose si posso impunemente esprimere idee omofobe. In pratica, per fare un esempio comprensibile, sarebbe come dire: se una persona ruba da sola, commette un furto e finisce in galera, se invece si associa con altri può tranquillamente rubare senza nessuna conseguenza di carattere penale. L’omofobia individuale sarebbe illecita, mentre quella collettiva sarebbe perfettamente legale. Non occorrono le celebri doti divinatorie di Nostradamus per intuire quanto potrà reggere un simile impianto dinanzi alla Corte costituzione, se si considera che nel nostro sistema penale l’elemento associativo è considerato un’aggravante e mai una scriminante. Non si comprende, poi, perché una persona singolarmente non possa chiedere in divieto per legge del matrimonio gay, ma sia costretta ad associarsi per poterlo fare.
In realtà, che l’on. Scalfarotto non avesse mai visto di buon occhio il sub-emendamento Gitti era cosa risaputa. Ne è prova l’interpretazione autentica da lui data il giorno successivo all’approvazione del disegno di legge alla Camera: «Il sub-emendamento Gitti in realtà è molto meno preoccupante di come sia stato descritto. Basta leggerlo. Vi si dice che non costituiscono atti di discriminazione le condotte delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto a queste condizioni: a) se sono conformi al diritto vigente; b) se sono assunte all’interno (non all’esterno) della organizzazione; c) se si riferiscono all’attuazione di principi e di valori di rilevanza costituzionale». Tradotto, significa, ad esempio, che i cattolici nel chiuso delle loro sagrestie possono leggersi tranquillamente i passi “omofobi” di San Paolo e il Catechismo della Chiesa cattolica, ma non possono azzardarsi a farlo pubblicamente all’esterno.
Sulla questione relativa all’asserita norma di salvaguardia merita di essere riportato un passo dell’intervento tenuto dal Prof. Ferrando Mantovani, autorità indiscussa del diritto penale italiano, in occasione del convegno svoltosi il 19 gennaio 2014 a Palazzo Vecchio di Firenze, dal titolo: “Proposta di Legge Scalfarotto: quali criticità per la Costituzione, i diritti minorili ed i mass media?”. In quell’occasione, l’insigne ed esimio giurista si è espresso proprio sulla cosiddetta “clausola di garanzia” dell’emendamento Verini-Gitti, sostenendo che essa «oltre che costituire l’espresso riconoscimento, da parte del legislatore, della pericolosità della suddetta normativa, innanzitutto per il diritto di libera manifestazione del pensiero, è clausola: 1) del tutto atipica ed eccentrica, non trovando significativamente alcun analogo precedente nel nostro ordinamento giuridico; 2) non priva di ambiguità, per la genericità ed indeterminatezza della terminologia usata, che si presta alle più diverse interpretazioni del giudice, e di verbosità, perché l’onnicomprensiva locuzione delle «condotte conformi al diritto vigente» è sufficiente per scriminare ogni attività giuridicamente autorizzata, innanzitutto dalle norme costituzionali sulla libertà di manifestazione del pensiero, sulla libertà religiosa e sulla libertà di educazione dei genitori verso i figli; 3) è inutile, se si limita a tutelare la libertà di manifestazione del pensiero in materia di orientamenti sessuali, essendo tale libertà garantita a livello costituzionale dall’art. 21 Cost.; 4) è incostituzionale se intende, quale legge ordinaria, limitare la libertà di manifestazione del pensiero o altre libertà riconosciute e garantite a livello costituzionale, riconoscendole soltanto all’interno (e non all’esterno) delle organizzazioni elencate dalla suddetta clausola e non anche ai singoli individui non organizzati». Non c’è null’altro da aggiungere.
lunedì 18 agosto 2014
Quando parlare da cristiani è "propagandare odio" di Lorenzo Schoepflin, 18-08-2014, http://www.lanuovabq.it
Essere accusati di «propagandare odio» per aver scritto sul proprio blog un articolo, ripreso da un settimanale poi costretto a scusarsi per la pubblicazione, nel quale si enunciano semplicemente i motivi per i quali un cristiano dovrebbe opporsi al matrimonio omosessuale. Accade in Canada, il settimanale è il Newfoundland Herald, l’autore del contributo incriminato risponde al nome di Matt Barber e gli accusatori sono i soliti attivisti per i diritti Lgbt.
L’articolo di Barber era apparso nell’edizione del 3 agosto del periodico come lettera all’editore, Pam Pardy-Ghent, che nel successivo numero si è dichiarata «veramente dispiaciuta» per il fatto che molte persone si sono sentite offese per quanto pubblicato. Pur affermando che «le opinioni, non importa quanto popolari o controverse, possono essere liberamente espresse in questo paese sia che siano di una minoranza che di una maggioranza», Pam Pardy-Ghent ha ritenuto opportuno presentare le proprie scuse. Scuse prontamente accettate dalla comunità Lgbt canadese, che per voce di Kyle Curlew ha prontamente ritirato la minaccia di adire le vie legali contro il Newfoundland Herald.
Insomma, non è difficile capire che siamo di fronte ad una lezione di censura impartita da chi si fa difensore della libertà. Un monito chiarissimo: guardatevi bene dal criticare tutto ciò che ruota attorno al pianeta Lgbt o incorrerete in guai giudiziari. Quali altri organi di stampa avranno adesso il coraggio di pubblicare opinioni difformi dal mantra dei “diritti” gay?
E’ lo stesso Curlew, molto candidamente, a fornire questa chiave di lettura: «Abbiamo deciso che vogliamo assumere un atteggiamento educativo e di non farne una questione di risarcimento. Pensiamo che sia meraviglioso che si siano scusati». Educare – con la forza – al gay-friendly, questo l’obiettivo di Curlew, che spera che da ora in poi il Newfoundland Herald possa instaurare un bel rapporto con trans, bisessuali e omosessuali.
Ma vediamo quali sarebbero i contenuti offensivi per i quali Matt Barber è stato iscritto nella lista dei nemici dei diritti Lgbt.
Quasi a presagire cosa gli sarebbe accaduto, Barber scriveva: «Con la scusa della “antidiscriminazione”, i cristiani si trovano ad affrontare una discriminazione a livelli senza precedenti». Per poi proseguire: «I cristiani, i veri cristiani […] non possono prendere parte a, approvare, facilitare o incoraggiare certi comportamenti che secondo le Sacre Scritture sono immorali o peccaminosi». Non è questione di odio o di esser bigotti, neppure di sentirsi superiori o di voler imporre il proprio credo, ma semplicemente di «obbedienza a Cristo» e «compassione» per coloro che vivono nell’errore.
Centrale per il Cristianesimo e ribadito sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento è il fatto che ogni atto sessuale vissuto al di fuori del matrimonio tra un uomo e una donna causa una «separazione da Dio». Ciò ovviamente vale anche per persone dello stesso sesso, che agiscano o meno sotto «la nuova nozione del cosiddetto “matrimonio omosessuale”». Barber, nell’articolo, estende l’orizzonte anche ad aborto, incesto, adulterio e ad ogni altro comportamento contrario alla morale cristiana: «Non è tanto che i cristiani, volenti o nolenti, vogliono chiamare l’aborto, il comportamento omosessuale, la fornicazione, l’adulterio, l’incesto o qualsiasi altra disordinata propensione sessuale “peccaminosa”. Piuttosto, dobbiamo. Per il vero cristiano, le verità oggettive di Dio comanderanno sempre sui desideri soggettivi dell’uomo». Ispirandosi ai sempre più frequenti casi di disobbedienza civile verificatisi negli Stati Uniti, dove molti si sono ribellati alle leggi di Obama che limitano la libertà religiosa e di coscienza soprattutto in merito alla riforma sanitaria e al ricorso alla contraccezione e all’aborto, Barber ha ricordato che «per 2000 anni, ogni volta che sono sorti conflitti, i cristiani hanno posto le leggi di Dio al di sopra delle leggi degli uomini».
E’ una responsabilità morale, conclude Barber ricordando una celebre frase di Martin Luther King, obbedire alle leggi giuste e disobbedire a quelle ingiuste. E’ un dovere resistere al male, «anche quando il male è adornato di sigillo e firma presidenziale».
Sfidiamo chiunque a trovare contenuti offensivi o incitamenti all’odio nei confronti delle persone omosessuali. A scanso di equivoci e per una completa informazione, l’articolo di Barber può essere consultato integralmente qui.
Se, leggendo le parole del contributo ospitato sul Newfoundland Herald, è difficile capire in cosa consisterebbe la motivazione di una potenziale azione legale contro Barber, molto semplice è associare quanto accaduto con il caso Barilla verificatosi in Italia. Con una piccola differenza: a scusarsi non è stato l’autore delle presunte offese, ma chi ha deciso di dar voce ad una libera, documentata e pacata espressione delle proprie idee. Barber ha invece rilanciato, con un post dove ha affermato che da adesso la libertà di espressione sembra vietata in Canada: «Infatti, i sedicenti campioni di “tolleranza” e “diversità” dimostrano, più e più volte, di essere i più intolleranti e monolitici in mezzo a noi. La loro versione di “intolleranza” (cioè qualsiasi posizione filosofica che è in conflitto con i rigidi dettami della “correttezza politica”) semplicemente non sarà tollerata».
Una piccola curiosità: Matt Barber, oggi giurista, nella breve biografia di presentazione sul proprio blog, precisa di esser stato un boxer professionista – peso massimo – ritiratosi con nessuna sconfitta al passivo. Come dire: la lobby omosessualista non ha paura di niente e di nessuno.
martedì 22 luglio 2014
Comunicato stampa - Giuristi per la Vita e Associazione Pro Vita Onlus, 22 luglio 2014
martedì 15 luglio 2014
Dalla lobby gay un attacco mondiale alla famiglia di Massimo Introvigne Da sinistra: Massimo Introvigne e Alan Sears, 15-07-2014, http://www.lanuovabq.it
Alan Sears è riconosciuto come uno dei più importanti leader - se non, semplicemente, il più importante, nella lotta per la libertà religiosa, la vita e la famiglia in cui i cristiani degli Stati Uniti sono impegnati da diversi decenni, a fronte di leggi che aggrediscono in modo sempre più virulento i principi che Benedetto XVI chiamava non negoziabili. Avvocato, procuratore federale, collaboratore del presidente Ronald Reagan (1911-2004), da vent'anni Sears presiede l'Alliance Defending Freedom (Adf), una coalizione di migliaia di giuristi, con la partecipazione anche di giornalisti e accademici, che intervengono quando la libertà dei cristiani o i diritti della vita e della famiglia sono attaccati. L'Adf ha avuto un ruolo cruciale in migliaia di cause nei tribunali americani, e non solo, compresi casi pilota della Corte Suprema, fra cui il recente caso Hobby Lobby di cui anche La nuova Bussola quotidiana si è occupata. Lo incontro a Naples, in Florida, in occasione dell'”Accademia»”che forma ogni anno diverse centinaia di avvocati e studenti di legge interessati alle cause difese dall'Adf. Sears non concede molte interviste, ritenendo che il lavoro dell'Adf debba essere condotto, per assicurare i risultati, in modo discreto e senza troppa pubblicità per la sua sigla. Ma si tratta di un personaggio chiave per capire non soltanto che cosa succede, e non solo negli Stati Uniti, nell'aggressione mondiale alla libertà religiosa, alla vita e alla famiglia, ma anche che cosa si può fare in concreto per resistere. In questa intervista esclusiva ci spiega che la battaglia non è affatto perduta.
Che cos'è l'Adf?
Come dice il nome, è un'alleanza. Un'alleanza di credenti, in maggioranza giuristi, che vogliono praticare la loro fede liberamente e garantire lo stesso diritto a tutti. In concreto, operiamo in quattro settori: strategia, formazione, raccolta di fondi e intervento legale. Strategia per noi significa avere un piano globale, difensivo e offensivo. Quando la casa brucia, per prima cosa si cerca di spegnere l'incendio, fare intervenire i pompieri. Ma in seguito si tratterà di prevenire gli incendi, e questo può avvenire solo mettendo insieme un numero sufficiente di persone e organizzazioni. Abbiamo collaborato con oltre tremila organizzazioni diverse, cercando di coordinarle e di evitare che una senza volerlo ne danneggiasse un'altra.
Seconda area, la formazione. Abbiamo formato o fornito informazioni a circa cinquemila avvocati di oltre venti Paesi. Con il nostro programma Blackstone offriamo ogni anno nove settimane di formazione a studenti di legge di dieci Paesi. Hanno seguito questo programma oltre 1.400 studenti. Non mettiamo gli Stati Uniti al centro, facciamo conoscere i diversi sistemi legali, e insistiamo molto sulla nozione del diritto naturale.
Terzo: raccolta di fondi. Abbiamo ricevuto aiuti in vent'anni da un milione di persone, e oggi abbiamo circa 110.000 benefattori che incontriamo tramite eventi e conferenze pubbliche, il sito Internet e soprattutto i contatti personali. I nostri avvocati lavorano gratis, senza onorari, ma le cause comportano anche spese vive. Abbiamo investito quarantadue milioni di dollari nell'attività legale. Questa è la nostra quarta attività, quella per cui forse siamo più noti. Interveniamo, talora come parte, con il nostro nome, ma molto spesso lasciando che altri firmino le memorie, senza che il nostro nome appaia, in centinaia di casi di fronte a tribunali di ogni grado, e ormai di tutto il mondo. E il nostro intervento è sempre assolutamente gratuito. Gli avvocati lavorano gratis, e anche le spese vive sono pagate dai nostri benefattori, non dai clienti.
Com'è nata l'idea dell'Adf?
Nel 1993 trentacinque leader di fama nazionale del mondo protestante conservatore americano si sono riuniti per discutere un problema che li preoccupava da tempo. Da molti anni nelle cause relative alla libertà dei cristiani, alla vita e alla famiglia intervenivano apertamente o dietro le quinte organizzazioni anticristiane e ostili alla famiglia e alla vita come Planned Parenthood e la American Civil Liberties Union (Aclu). Organizzazioni gigantesche, con milioni e milioni di dollari da spendere. Che cosa c'era dall'altra parte, dalla parte dei cristiani, della vita e della famiglia? La risposta era facile: niente. I leader commissionarono uno studio che rivelò che la giurisprudenza in queste materie era cambiata perché amministrazioni statali o comunali o organizzazioni religiose spesso mal rappresentate e con budget limitati erano state citate in giudizio da colossi come l'Aclu che si potevano permettere avvocati costosissimi. Così era stata erosa la libertà religiosa, era stato introdotto per via giudiziaria l'aborto, e così via. Per usare una metafora sportiva, una squadra vinceva perché l'altra semplicemente non si presentava a giocare la partita. Era dunque assolutamente necessario opporre alle varie Aclu una grande organizzazione dove ottimi avvocati si mettessero a disposizione gratis di queste cause, e dove giovani avvocati fossero formati a combattere in questi settori. I trentacinque leader erano protestanti ma volevano da subito collaborare con ebrei, cristiani ortodossi e soprattutto cattolici. Non a caso chiamarono me, che sono un cattolico, a dirigere l'Adf. E fin dall'inizio alcuni dei leader pensavano a un'organizzazione internazionale. Abbiamo uffici a Città del Messico, Delhi, Vienna e ne stiamo aprendo altri due in Europa. Il programma di formazione degli studenti di legge che oggi offriamo negli Stati Uniti sarà offerto dal 2015 anche in Messico e dal 2016 anche a Vienna.
L'Adf è particolarmente nota per i suoi interventi alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Di recente, ha avuto un ruolo cruciale nel caso Conestoga - Hobby Lobby, di cui si è occupato anche il nostro quotidiano. Perché il caso è così importante?
A un pubblico europeo direi: è in corso una tremenda lotta morale per la coscienza e la libertà di coscienza. Molti oggi pensano che la coscienza sia un mero sentimento, ma è la chiave della nostra vita morale. Senza coscienza non abbiamo più una nozione del bene e del male. Ci sono leggi in tutto il mondo che violano la libertà di coscienza. Negli Stati Uniti la riforma sanitaria di Obama vuole costringere le aziende a finanziare direttamente l'acquisto di anticoncezionali di tipo abortivo per le loro dipendenti. Sono esentate solo le aziende con meno di cinquanta dipendenti, un migliaio di aziende che hanno ottenuto esenzioni dalla riforma sanitaria in genere perché affermano di trovarsi un difficoltà economiche (vedi caso, alcune sono aziende che donano somme significative al Partito Democratico), e le “chiese”, Ma “chiesa” è definito in modo molto restrittivo, per esempio si è deciso che i giornali e le case editrici religiose non sono “chiese”. Si è negata l'esenzione alla grande casa editrice protestante Tyndale, che esiste solo per diffondere la dottrina cristiana e reinveste qualunque profitto nel sostegno alle missioni. Insisto sull'espressione «finanziare direttamente» perché certamente tutti gli americani finanziano l'aborto e altre pessime cose con le loro tasse, ma in quei casi si tratta di finanziamento indiretto. Questo è un finanziamento diretto, una partecipazione diretta alla soppressione di una vita umana innocente. Nessuno può essere costretto a fare questo, è in gioco la coscienza. Nelle aziende familiari, obbligare l'azienda a partecipare alla soppressione di una vita umana significa obbligare le persone che la gestiscono. I nostri primi clienti in questo caso, i proprietari della Canastoga, sono mennoniti, cioè fanno parte di una comunità che ha una lunga storia di lotta per la libertà religiosa. Siamo intervenuti e abbiamo vinto. La decisione è importante perché ha aperto la strada ad altri diciannove casi, in cui altre aziende (alcune no profit, alcune commerciali) hanno chiesto la stessa esenzione dal pagamento di prodotti abortivi alle loro dipendenti. Abbiamo vinto tutti i casi, diciannove a zero. Compreso il caso della casa editrice Tyndale. Tutto questo è importante anche in Europa. Anche lì gli Stati violano la libertà di coscienza e pretendono di limitare l'obiezione di coscienza definendo che cosa è una “chiesa” e che cosa non lo è.
Un altro caso della Corte Suprema, deciso due mesi fa, di cui vi siete occupati è il caso City of Greece. Di che si tratta?
Va premesso che negli Stati Uniti la Corte Suprema non è obbligata a esaminare tutti i casi che le sono sottoposti. Riceve da cinquemila a diecimila richieste ogni anno e ne accetta solo un centinaio. Nell'ultimo anno ha accettato 75 casi. In cinque di questi siamo intervenuti. Grazie a Dio, li abbiamo vinti tutti e cinque. Per arrivare a City of Greece abbiamo compiuto un lunghissimo cammino durato molti anni. Negli Stati Uniti, fin dai tempi dei Padri fondatori, c'è la tradizione di iniziare le sessioni del Parlamento e le lezioni nelle scuole con una preghiera. Questo vale anche per i consigli comunali e i Parlamenti statali. Le organizzazioni antireligiose e atee hanno cominciato ad attaccare non il Parlamento ma piccole scuole e Comuni, sostenendo che queste preghiere violano i diritti delle minoranze non religiose. In City of Greece la Corte Suprema ha stabilito che, quando la grande maggioranza dei cittadini è favorevole alla preghiera in un consiglio comunale, i giudici non possono vietarla per compiacere una piccola minoranza di atei militanti. Ora stiamo scrivendo a tutte le scuole e a tutti i Comuni degli Stati Uniti spiegando che dopo questa sentenza hanno diritto di aprire i loro lavori con una preghiera. Anche questo ha paralleli e implicazioni in Europa: pensiamo ai casi relativi al Crocefisso.
Parlando di Europa, la grande questione oggi è quella delle unioni omosessuali. La stampa ci racconta che la Corte Suprema americana, più «avanzata» di alcuni tribunali europei, ha introdotto il «matrimonio» omosessuale negli Stati Uniti per via giudiziaria nel 2013. È proprio così?
Vorrei anzitutto notare la globalizzazione del diritto. Le sentenze della Corte Suprema americana da qualche anno citano come precedenti quelle della Corte Europea dei Diritti Umani. E viceversa. Per questo dobbiamo lavorare insieme e l'Adf ha aperto uffici in Europa - uffici europei con avvocati europei, non vogliamo fare i turisti americani in visita in Europa. Detto questo, la Corte Suprema nel 2013 non ha imposto agli Stati di introdurre il “matrimonio” omosessuale. Potrebbe farlo nel caso dello Utah, di cui ora si dovrà occupare: un caso noto perché cinque organizzazioni religiose, compresa la Chiesa cattolica, sono intervenute a sostenere lo Stato dello Utah che si oppone a sentenze di giudici federali che vorrebbero imporgli il “matrimonio” omosessuale anche se la maggioranza dei suoi cittadini lo rifiuta. Seguiranno casi analoghi dell'Oklahoma e della Virginia. In questi casi la Corte Suprema potrebbe stabilire che è obbligatorio per gli Stati sposare persone dello stesso sesso. Oppure potrebbe anche non farlo. Come si dice nello sport in America, la partita non è finita fino al fischio finale. E in verità neanche dopo. Nel XIX secolo la Corte Suprema ha emesso diverse decisioni a favore della schiavitù. Poi ha cambiato idea. La terribile sentenza sull'aborto ha portato all'uccisione di cinquantasei milioni di bambini americani, con conseguenze devastanti anche sull'economia, sulle pensioni. Ci sarebbe stata la crisi economica con cinquantasei milioni di consumatori e di contribuenti ai fondi pensione in più? Non ci arrendiamo sull'aborto, dove ci sono piccoli segnali incoraggianti anche nelle sentenze, e non ci arrenderemo sulla famiglia, così come qualcuno a suo tempo non si arrese sulla schiavitù.
In Europa pensavamo che gli Stati Uniti fossero il Paese della libertà di espressione e di coscienza. Sembra che con le leggi sull'omofobia non sia più così. Il nostro quotidiano ha dato spazio a un caso di cui l'Adf si è molto occupata, il caso Elane Photography, in cui la Corte Suprema del New Mexico ha imposto a una fotografa di mettere la sua arte al servizio di una coppia di lesbiche, che come cristiana si era rifiutata di fotografare. Questa settimana abbiamo anche riferito di una sentenza della Corte Suprema della Louisiana, che attacca direttamente il segreto della confessione cattolica imponendo a un sacerdote di avvisare la polizia quando viene a conoscenza di un reato in confessione. Che sta succedendo?
Il problema è sempre quello della coscienza. C'è un'aggressione mondiale alla libertà di coscienza. Negli Stati Uniti e ora anche in Europa ci sono casi contro fiorai e pasticceri che si sono rifiutati per ragioni di coscienza di preparare torte o composizioni floreali per matrimoni o eventi omosessuali. Torno al punto di partenza: se la coscienza è un semplice sentimento queste sentenze sono comprensibili. Ma se è il sacrario inviolabile della nostra libertà le cose stanno diversamente. Questo vale anche per la confessione in Louisiana, e come cattolici consideriamo la protezione del segreto della confessione qualche cosa di sacro. Se il caso arriverà alla Corte Suprema (si può sempre sperare in una transazione fondata sul buon senso, e noi alle transazioni siamo sempre favorevoli), l'Adf se ne occuperà e cercherà di vincere. È importante sottolineare che noi non iniziamo mai casi legali per ragioni propagandistiche o per farci pubblicità: in effetti, non ci facciamo nessuna pubblicità. Noi iniziamo le cause per vincerle, e grazie a Dio in un'ampia maggioranza di casi le vinciamo. Detto questo, nel lontano 2003 ho pubblicato un libro che ha avuto un certo successo, «L'agenda omosessuale. La maggiore minaccia alla libertà religiosa oggi». Che sia la maggiore minaccia ormai è chiaro in tutto il mondo. Con altri si può negoziare. Con gli attivisti omosessualisti no. Lo dicono chiaramente: non si accontentano di trovare soluzioni pragmatiche a qualche problema, ma vogliono ridefinire la cultura e la società, e vietare per legge che qualcuno si opponga.
venerdì 11 luglio 2014
Dagli Usa una bella lezione per i timidi cattolici italiani di Tommaso Scandroglio, 11-07-2014, http://www.lanuovabq.it
La sentenza della Corte Suprema di qualche giorno fa che, in contrasto con quanto previsto dall’Obama-care, ha permesso a due aziende statunitensi quotate in borsa – la Hobby Lobby e la Conestoga Wood Specialties - di non pagare le spese per la contraccezione eventualmente sostenute dai propri dipendenti, sta creando un effetto a catena. Infatti, dopo solo 24 ore dalla pronuncia dei giudici della Suprema Corte, due tribunali federali hanno preso decisioni identiche a favore di una televisione cattolica e cinque enti no-profit di ispirazione cristiana del Wyoming: la diocesi di Cheyenne, la Caritas statale, l’orfanatrofio di Saint Joseph, la scuola di Saint Anthony e l’Università cattolica del Wyoming. In modo analogo ha sentenziato una corte dell’Illinois a favore del Wheaton College alle porte di Chicago.
E siamo solo all’inizio dato che ad oggi sono 100 i gruppi che hanno fatto causa al ministero della Salute a motivo della riforma sanitaria di Obama varata nel 2010. Senza poi contare che 80 enti no profit hanno già vinto la loro sfida nei tribunali federali o statali. Voci di corridoio affermano che il presidente stia preparando una contromossa per arginare questo diluvio di ricorsi che molto probabilmente lo vedrebbero in futuro di nuovo perdente. Il cardine di queste vittorie si situa su uno snodo giuridico particolare: la libertà religiosa. Secondo i giudici tale libertà deve essere tutelata anche quando Tizio agisce da imprenditore e non solo alla domenica quando si reca in chiesa.
Importare questo ragionamento giuridico in casa nostra verrebbe qualificato da molti scandaloso, anzi al limite del ridicolo. L’espressione dei propri convincimenti religiosi da noi non solo non è tutelata – semmai tollerata posto che sia esercitata nel chiuso di ambienti domestici o in luoghi deputati – ma addirittura viene osteggiata. Poniamo mente solo a tutta la querelle che è fiorita intorno alla teoria del gender: l’asserzione di personali giudizi di carattere morale – propri anche del portato culturale cattolico – viene interpretata come atto di discriminazione a danno delle persone omosessuali.Ma il caso Obama-care versus libertà religiosa è d’insegnamento per noi altri anche per ulteriori motivi. La strategia vincente made in Usa è quella non di lisciare il pelo del nemico per il verso giusto, tentando compromessi con il governo o arrabattandosi nel trovare nelle norme delle riforma sanitaria di Obama pertugi per non pagare le assicurazioni su aborto e contraccezione (ci saranno pur state in questa riforma delle parti buone, no?). Bensì è una strategia dichiaratamente antagonista che dice un “No” semplice e tondo tondo alla riforma sanitaria.
Tutto l’opposto, ad esempio, di quello che è avvenuto e sta avvenendo in alcuni settori della cultura “cattolica” in merito alla pronuncia della nostra Corte Costituzionale sull’eterologa dove non pochi, all’indomani della sentenza ed anche prima, si sono affrettati ad indicare la strada della legittimazione parlamentare dell’eterologa come rimedio per arginare la stessa eterologa (un bel controsenso). Optando per la formalizzazione normativa di quanto disposto dai giudici, alcuni “cattolici” illuminati non solo hanno fatto propria una soluzione in contrasto con la morale naturale – mai si può varare una legge intrinsecamente malvagia seppur meno malvagia di un’altra – ma si sono altresì allineati perfettamente all’orientamento deciso dalla Corte. In buona sostanza: negli Usa Obama pone una norma liberticida e diocesi, università, conventi, imprese la contrastano in radice e vincono. Noi ci troviamo davanti a dei giudici che dicono “Sì” all’eterologa e una parte del mondo pro-life dice pure lui “Sì” all’eterologa seppur in versione un poco depotenziata (cosa poi che nei fatti sarà tutta da verificare: vedasi cosa ha detto il ministro Lorenzin un paio di giorni fa al Corriere).
Insomma, tanto per rimanere legati alla recente cronaca calcistica, i giudici mettono a segno sette gol e noi siamo tutti contenti se riusciamo a limitare la sconfitta e segnare il gol della bandiera. Ma, è bene ricordarselo, anche se abbiamo fatto una rete l’incontro l’abbiamo perso ugualmente. E’ l’eterologa che va in finale, non la dottrina della Chiesa. Qualcuno obietterà: “Ma lì è l’America, è la patria dei duri e puri, un Paese con una lunga tradizione di manifestazioni popolari. Noi siamo diversi per sensibilità e storia”. Risposta: l’Italia è la culla della cristianità, nazione dove ha sede la cattedra di Pietro. Non si capisce cosa ci manca per ribaltare la situazione in quanto a tradizione, risorse e talenti. Non è nelle nostre corde dire evangelicamente “Sì sì, no no”? La soluzione è semplice: impariamo a dirlo questo “Sì sì, no no”. Milioni di bambini che continuamente muoiono per aborto e per Fivet lo esigono.
Continuiamo ad approfondire il tema del “che fare?”. Andiamo a bussare alla porta dei politici? Il mondo della politica non offre appigli. Anzi, gli esponenti “cattolici” nel momento attuale o remano contro o, per usare un eufemismo, hanno le idee confuse. Bene lavorarli ai fianchi, ma non aspettiamoci fuochi artificiali. Ci appelliamo ai pastori? La realtà italiana ecclesiale, nella maggior parte dei casi, col cambio di stagione della teologia morale ha messo in naftalina la pastorale sui principi non negoziabili e allorché ne parla assume posizioni dottrinali eterodosse. Il silenzio omertoso di una buonissima fetta della Chiesa italiana su questi temi – vedasi da ultimi eterologa e unioni civili di Renzi – fa addirittura sospettare che le bocche chiuse siano merce di scambio per ottenere qualcosa d’altro.
Ci rivolgiamo infine alla base del laicato? Ampi settori del mondo pro-life o sono ostaggi di questa Chiesa del silenzio (e l’espressione non rimanda alla Chiesa perseguitata) e quindi stanno al verone a guardare. Oppure, se sono da questa indipendenti, nel momento attuale sono assai divisi in lotte intestine e dunque – a parte qualche significativo caso – risultano essere paralizzati nell’azione. Ma forse è proprio questo “significativo caso” che potrebbe essere la nostra ancora di salvezza. Esistono realtà laicali ben formate e agguerrite sul piano operativo. Perché non esportare il loro modello in altri ambiti e non ingrandire di scala i loro progetti? Nei momenti di confusione, basta una voce chiara che dica e proponga di fare cose semplici ma radicali per trascinare. Forse che questa è la strada buona?