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giovedì 10 settembre 2015

«Io obietto» Il caso Davis e le nostre leggi di Giorgio Carbone, 10-09-2015, http://www.lanuovabq.it/

La libertà di religione deve essere garantita dall'obiezione di coscienza
La libertà di religione deve essere garantita dall'obiezione di coscienzaL’eccellenza richiede sempre scienza e coscienza: se voglio compiere un’azione eccellente, dovrò agire con scienza e coscienza. Detto in altri termini, perché io possa mettere in atto un’azione virtuosa è necessario che io abbia conoscenza di quanto sto facendo e che io giudichi rettamente non solo le circostanze, ma anche la sostanza del mio atto e i miei obiettivi. L’azione virtuosa, qualsiasi sia la virtù implicata, richiede che io compia questa azione con la mia personale partecipazione. E quanto più tale partecipazione è completa e integrale, intelligente e volontaria, tanto maggiore sarà il progresso virtuoso e tanto più eccellente il risultato finale e il merito conseguente. Visto che ognuno di noi è chiamato a vivere virtuosamente, sarà giocoforza comportarsi con scienza e coscienza sempre, e non solo in alcune circostanze aspre dell’esistenza  e non solo nell’esercizio di alcune professioni.

Questo universale principio etico di agire secondo scienza e coscienza è strettamente connesso con il diritto-dovere di ricerca, di studio, di informazione, con il diritto-dovere di formazione di un personale giudizio circa le azioni da compiersi e con il principio etico di responsabilità personale. Proprio dall’universale principio etico di agire secondo scienza e coscienza deriva la cosiddetta clausola di coscienza o obiezione di coscienza: invocare la clausola di coscienza o fare obiezione di coscienza – che sono la stessa cosa – significa rifiutare di compiere un’azione prescritta dall’autorità, motivando tale rifiuto con la personale coerenza a principi fondamentali. Quindi, perché l’obiezione di coscienza sia eticamente lecita, si richiede che il rifiuto non sia espressione di un capriccio o di un arbitrio, ma sia manifestazione ragionevole di una fedeltà interiore a beni di capitale importanza. 

Se io non mi rifiutassi e quindi se io compissi l’atto prescritto dall’autorità questo bene fondamentale sarebbe leso. Proprio per non partecipare alla lesione di questo bene fondamentale, obietto e invoco la clausola di coscienza. L’obiettore non è né un ribelle, né un disobbediente. È piuttosto un testimone dell’eccellenza del bene che altrimenti sarebbe leso, esprime l’incondizionata fedeltà a un bene non-negoziabile. Ad esempio il medico, ginecologo o anestesista, che obietta davanti alla proposta o all’ordine di partecipare a un aborto, testimonia con fedeltà che è in gioco un bene fondamentale, la vita di un essere umano di età embrionale o fetale. Il medico di famiglia e il farmacista che invocano l’obiezione di coscienza per non prescrivere e non vendere prodotti chimici contraccettivi affermano indirettamente l’eccellenza del bene della salute della donna – visto che nessun contraccettivo chimico è esente da controindicazioni e effetti collaterali –, e la serietà dell’atto coniugale – visto che l’atto coniugale per essere autentico amore richiede la donazione totale e senza riserve di un coniuge all’altro.

Dal punto di vista giuridico l’obiezione di coscienza è il risvolto negativo della libertà di espressione del pensiero e della libertà religiosa. Ad esempio, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, votata dalle Nazioni Unite il 10/12/1948, all’art. 18 sancisce: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione». L’obiezione di coscienza trova sempre maggiori ambiti di applicazione negli Stati democratici e liberali. Lo Stato ha la potestà di imporre, mediante leggi e in forza di queste mediante organi amministrativi e giudiziari, determinati comportamenti ai cittadini: si tratta degli obblighi giuridici. Una volta si riteneva che il fondamento di questi obblighi giuridici fosse la volontà sovrana del re o dello Stato. Oggi questi obblighi giuridici sono visti come strumenti di salvaguardia e di protezione dei diritti inviolabili dell’uomo o se si preferisce dei beni non-negoziabili. In passato ciò che contava era il potere di imperio dello Stato, mentre il cittadino era un mero suddito rispetto alle disposizioni dell’autorità. 

Oggi, invece, al centro c’è il singolo uomo, che è il titolare di diritti fondamentali non-negoziabili, cioè non soggetti a deroga o a eccezione. E, quindi, nell’attuale sistema l’insieme degli obblighi e dei divieti giuridici è funzionale alla reale fruizione dei diritti umani. In questo sistema giuridico liberale l’obiezione di coscienza è una facoltà che lo Stato riconosce ai cittadini: determinati precetti e obblighi giuridici, che oggettivamente compromettono beni fondamentali, non sono vincolanti quando il cittadino invoca la clausola di coscienza proprio al fine di non partecipare e non essere coinvolto nella lesione di un bene fondamentale. Con chiarezza la Corte costituzionale (sentenza n. 467/1991) afferma che: «La protezione della coscienza individuale si ricava dalla tutela delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all’uomo come singolo, ai sensi dell’art. 2 Cost. [... È] un valore costituzionale così elevato da giustificare la previsione di esenzioni privilegiate dall’assolvimento di doveri pubblici qualificati dalla Costituzione come inderogabili».

La storia della salvezza ci presenta vari casi di obiezione di coscienza. Si pensi alle levatrici egiziane, Sifra e Pua, che non danno seguito all’ordine del faraone di uccidere i neonati delle donne ebree (Esodo 1,15-21). Oppure agli apostoli Pietro e Giovanni: l’autorità locale, il sinedrio dà loro un ordine e loro non ottemperano. I membri del sinedrio dicono: «“Perché non si divulghi maggiormente tra il popolo [la notizia della guarigione compiuta nel nome di Gesù], proibiamo loro con minacce di parlare ancora ad alcuno in quel nome”. Li richiamarono e ordinarono loro di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni replicarono: “Se sia giusto dinnanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”» (Atti 4,17-20).

La cronaca dei nostri giorni ci presenta molti casi di fedeltà ai beni umani non-negoziabili. Ad esempio la vicenda di Kim Davis, cancelliera della Contea rurale di Rowan, Kentucky, che è finita in galera per non aver firmato le licenze di matrimonio per quattro coppie, due delle quali formate da omosessuali. Ha invocato la libertà di coscienza proprio per non esser complice nello stravolgimento dell’istituto del matrimonio. Ed è arduo negare che il matrimonio non sia un bene di capitale importanza per la pacifica convivenza civile e il futuro delle generazioni umane. Inoltre è paradossale che ciò accada negli Stati Uniti d’America che si staccarono dal Regno Unito proprio per difendere e promuovere la libertà di coscienza e di religione. La libertà di coscienza e la facoltà di usare la clausola di coscienza sono l’espressione pratico-pratica della libertà di pensiero e di religione. Un parlamento può varare decine e decine di leggi sulla libertà di pensiero e di religione, ma perché queste non rimangano solo a livello teorico e meramente intellettuale, dovrà prevedere in concreto delle fattispecie in cui è riconosciuta l’obiezione di coscienza. 

Se, poi, questi beni fondamentali dell’uomo (cioè la libertà di coscienza, la libertà religiosa e l’obiezione di coscienza) sono violati a norma di legge e a suon di sentenze – come accade nel caso di Kim Davis –, allora lo Stato cessa di essere democratico e liberale, e si presenta come illiberale e totalitario: sotto le eleganti vesti della democrazia politicamente ineccepibile si cela l’imposizione tirannica del pensiero unico. Basta con strane convinzioni sulla realtà del matrimonio, la Corte suprema ha stabilito cosa è il matrimonio, tutti si uniformino come bravi soldatini. Perciò, la libertà di coscienza e l’obiezione di coscienza sono un efficace baluardo a non esser ridotti a bravi soldatini dello Stato o ciechi burattini del pensiero unico, ma a vivere da attivi e ragionevoli cittadini.

lunedì 20 luglio 2015

Usa. Il matrimonio gay, il «totalitarismo» dell’amore e la libertà dei cristiani. Di «portare la croce» luglio 19, 2015 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/


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Davvero la sentenza della Corte suprema che ha imposto a tutti gli Stati Uniti il riconoscimento del matrimonio gay come diritto costituzionale non avrà conseguenze sulla libertà religiosa dei cittadini? Nel parere della maggioranza dei giudici favorevoli al verdetto, ha osservato il giudice capo John Roberts nella sua “dissenting opinion”, si «prospetta che i credenti potranno continuare a “difendere” e “insegnare” la loro visione del matrimonio», ma «il Primo Emendamento tutela la libertà di “esercitare” la religione». Che fine farà il “vivi e lascia vivere” su cui si regge da sempre il multiculturalismo americano? David Crawford, professore di teologia morale, di diritto di famiglia e di bioetica presso il John Paul II Institute di Washington, dice a tempi.it che in America si respira ormai «un clima totalitario». Non esita a chiamare in questo modo quello che si sta realizzando anche a causa della «resa silenziosa dei cattolici» alla condizione di «irrilevanza» che immagina per loro il potere. Ai cristiani, secondo Crawford, resta solo una possibilità: «Il martirio della disobbedienza, della comunione e dell’abbandono dell’individualismo, per la salvezza della fede e del mondo».

Professor Crawford, come si è arrivati alla negazione di cose che dovrebbero essere per tutti evidenti?
Innanzitutto questa svolta non è frutto del voto popolare ma della decisione di un manipolo di giudici. Anche se dobbiamo comunque domandarci come sia possibile che le istanze radicali della rivoluzione sessuale, cominciata negli anni Sessanta, siano diventate dominanti: com’è possibile che in pochi anni tante persone siano diventate incapaci di riconoscere l’ovvio? La ragione sta in un processo politico e morale, di gran lunga precedente alla rivoluzione sessuale, cominciato con la modernità: Cartesio mise in dubbio la realtà sostituendo l’essere con la volontà umana. Per lui il corpo non era più parte strutturante della persona, ma un accessorio materiale; così smise anche di avere un senso e uno scopo determinante per lo spirito. È da questa separazione che si è giunti alla negazione della differenza sessuale come fattore determinante la persona. La linea tracciata da Cartesio proseguì con Bacone e Locke, per cui la comunità umana, in primis la famiglia, non è fondata sulla legge naturale, ma su un contratto artificiale, esclusivamente dipendente dalla volontà mutevole del soggetto. Solo che in questa visione la comunità e la famiglia non hanno più alcuna protezione oggettiva dal potere e dalla legge positiva imposta dalla maggioranza.

Già prima della sentenza negli Stati Uniti si è assistito a casi anche clamorosi di persone isolate, licenziate e assalite dai media in quanto “omofobe” semplicemente perché hanno una certa visione del matrimonio. Cosa accadrà ora che il “same-sex marriage” è diventati un diritto costituzionale?
Prima della sentenza molti servizi ed esercizi commerciali, che si sono rifiutati di partecipare attivamente a cerimonie fra persone dello stesso sesso, sono stati chiusi in seguito a multe o denunce. L’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha subìto una campagna d’odio per aver chiesto alle scuole cattoliche di seguire l’insegnamento della Chiesa sulla morale. Lo Stato dell’Indiana, dopo una pressione violenta delle lobby economiche, ha ritirato la legge per proteggere l’obiezione di coscienza. Diverse persone, fra cui giornalisti, insegnanti, impiegati, militari, sono state licenziate per aver espresso il loro parere sulla famiglia. Ora tutto questo diventerà la norma, perché un’impresa, una scuola o qualunque istituzione pubblica non potrà più opporsi a questa nuova ideologia senza essere considerata un nemico dell’ordine pubblico. Quindi i cristiani avranno due opzioni: o conformarsi o essere esclusi dalla scena pubblica.

Com’è possibile che un paese nato da uomini fuggiti da un potere che limitava la loro libertà sia giunto a imporre una “dittatura del pensiero unico”?
L’ideologia gender ha bisogno che chi non la accetta sia considerato un bigotto intollerante. Tutto questo è possibile per via di quanto accennato prima: la moderna visione distorta di cosa sia l’essere umano e quale sia il suo destino. Se uno pensa che il suo destino dipenda da lui e non da un creatore, automaticamente il nemico diventa colui che pone limiti alla sua volontà. Quindi anche la visione cattolica deve essere esclusa dal discorso pubblico, il che è davvero grave, porterà solo infelicità e distruzione per molte persone.

Fino a poco tempo fa, però, almeno il dissenso era tollerato.
La nuova ideologia è riuscita a farci accettare un’analogia falsa, che fa coincidere la lotta contro la segregazione razziale del movimento dei diritti civili degli anni Sessanta con quella per la liberalizzazione dell’omosessualità. Così anche le scuole e le istituzioni private, che all’epoca furono obbligate ad accettare le persone di razza diversa, oggi saranno costrette ad ammettere l’omosessualità come normale. È evidente che l’errore è nella premessa, accettata sempre per via dell’equivoco moderno, perché se la razza è una caratteristica innata, l’omosessualità invece è un’inclinazione che può conseguire in un comportamento scelto.

In America si assiste alla crescente intrusione dello Stato in più ambiti. Basta pensare al regolamento dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, che prevede l’obbligo per tutti i datori di lavoro di offrire ai dipendenti piani assicurativi comprensivi di coperture per l’aborto e la contraccezione. Come giustifica queste “invasioni” l’opinione pubblica statunitense, da sempre ostile allo statalismo?
Credo che faccia tutto parte della stessa ideologia totalitaria. L’argomentazione a favore di queste azioni è la stessa che sta alla base delle motivazioni adottate dai cinque giudici della Corte suprema che hanno deciso la sentenza sul matrimonio “same-sex”. Anche questo è frutto della grande disintegrazione della ragione a causa della quale non capiamo più lo scopo della persona e della sessualità: se si accetta che il fine principale dell’atto sessuale non sia più la procreazione, allora la contraccezione non diventa solo legittima, ma un diritto da garantire da tutti. Così come le unioni omosessuali.

Esiste una alternativa all’adattamento al mainstream?
È evidente che stiamo entrando in un tempo davvero difficile. Dobbiamo metterci nell’ottica per cui essere cattolici negli Stati Uniti, ma anche negli altri paesi occidentali, ci costerà. L’alternativa alla resa silenziosa o al compromesso è la disobbedienza civile. Ecco credo che noi, per non scomparire o diventare come il mondo, abbiamo una sola possibilità: essere martiri, cioè testimoni della verità anche a costo di una tremenda persecuzione.

«Io morirò in un letto, il mio successore morirà in prigione e il suo successore morirà martire in una piazza pubblica». È realistica la celebre battuta del defunto cardinale di Boston, Francis George?
Sarebbe troppo facile: emergerebbe il carattere totalitario di questa ideologia, che invece ha un metodo peggiore. Come ha annunciato perfino il governatore repubblicano del New Jersey, Chris Christie, se i preti, ad esempio, si rifiuteranno di celebrare i “nuovi” matrimoni saranno semplicemente privati della possibilità di farlo con effetti civili. È tutto molto più accettabile e apparentemente indolore.

Non vede alcuna una possibilità di dialogo?
Con le persone sì. Ma bisogna essere realisti: si può dialogare solo con chi è disposto a parlare e questo è diventato impossibile con un potere politico che obbedisce a lobby senza alcuna intenzione di rinunciare al proprio obiettivo totalitario. Dobbiamo domandarci: è ragionevole che il corpo sia solo un artefatto biologico riducibile alla volontà o al desiderio? C’è una tendenza a ridurre il problema della nobilitazione dell’omosessualità a una questione morale, ma è più radicale e profonda. Il problema è sopratutto antropologico, un equivoco su cosa sia l’essere umano.
La disobbedienza civile è una via percorribile?
Sarà necessario seguire questa via, perché la nostra vocazione di cristiani è l’amore al mondo: dobbiamo quindi difenderlo richiamandolo e riportandolo a Dio. E, come il Signore, dobbiamo mettere in conto il martirio che non è necessariamente quello della morte in croce. Credo che la nuova generazione potrà conservare la fede solo se la comunità cristiana si unirà in questa lotta per la verità, perché da soli è impossibile reggere di fronte a un potere così violento.

Pensa alle minoranze creative di cui parlava papa Benedetto XVI?
Non penso che come cristiani possiamo ritirarci dal mondo, accettando un ordine mondiale legale che nega la creazione e la verità. Tollerare questo regime in silenzio sarebbe un tradimento della nostra vocazione d’amore. Dobbiamo essere testimoni ad ogni costo. Per fare questo dobbiamo rinforzare la famiglia, la vita comunitaria, quella dei movimenti ecclesiali come Cl, ad esempio. E dobbiamo educare, mai tacendo la verità e sempre rivolti al mondo, verso il quale abbiamo una responsabilità storica.

Sembra un richiamo alla conversione il suo.
Dobbiamo convertirci per convertire e quindi approfondire la fede, rinnovarla. Dobbiamo abbandonare l’individualismo, e quindi rinforzare la preghiera e il sacrificio. Perché il modernismo ha toccato anche noi: abbiamo cominciato ad essere soddisfatti della nostra fede e a pensare che la croce non fosse una parte così necessaria di essa. E così ci siamo indeboliti: per salvare il mondo dobbiamo imitare Cristo e portare la croce con lui. L’alternativa è rifiutarla, assecondando il potere e perdendo definitivamente la fede.

@frigeriobenedet
Foto Ansa

domenica 28 giugno 2015

Nozze gay, primo sì. Negli Usa vince la tecnocrazia di Massimo Introvigne, 27-06-2015,http://www.lanuovabq.it/


Corte Suprema Usa

Con la maggioranza di un solo giudice – cinque contro quattro – il 26 giugno la Corte Suprema di Washington ha dichiarato che tutti gli Stati degli Stati Uniti sono obbligati a introdurre il «matrimonio» omosessuale. I giuristi americani analizzeranno nei promossi giorni la sentenza e le possibilità di resistenza di qualche Stato, che sembrano limitatissime. Ma fin da ora si possono formulare cinque commenti di carattere generale.

Primo. Non era mai capitato nella storia degli Stati Uniti che un presidente scendesse in campo per «consigliare» energicamente ai giudici della Corte Suprema come votare. L’indipendenza delle supreme toghe di Washington è sacra. Il presidente Obama lo ha fatto, esprimendo apertamente le sue preferenze in modo perfino tracotante, così come Hillary Clinton, che si sente già l’erede designata per le prossime elezioni. Questo dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che le lobby LGBT sono così potenti da far svanire come neve al sole qualunque principio e anche qualunque forma di correttezza istituzionale. Tanto i grandi media sono tutti dalla parte del «matrimonio» gay: e nessuno ha criticato il presidente.

Secondo. Si legge che cinque giudici hanno cambiato la nozione costituzionale del matrimonio e della famiglia negli Stati Uniti. Per la verità è stato uno solo. Tutti sapevano che quattro giudici progressisti erano a favore del «matrimonio» omosessuale e quattro giudici conservatori contrari. E che tutto dipendeva da un singolo giudice, Anthony Kennedy, un ottantenne – compirà gli ottanta l’anno prossimo – bizzoso e imprevedibile, che ha votato con i progressisti. Un uomo solo ha rovesciato la storia e la Costituzione di un’intera grande nazione. Si tratta di un libero pensatore, di un laicista arrabbiato? Al contrario: Kennedy è un cattolico che si vanta di essere stato un chierichetto modello e che fu nominato giudice della Corte Suprema dal presidente Ronald Reagan, che ne apprezzava le idee conservatrici. In materia di aborto e di droga ha votato con i conservatori. Ma con gli anni è diventato sempre più imprevedibile, e su questioni che riguardano gli omosessuali si è sempre schierato con i progressisti. Per la prima volta nella sua storia, la Corte Suprema aveva una maggioranza di cinque cattolici su nove. A loro onore, quattro giudici cattolici su cinque hanno votato contro il «matrimonio» omosessuale. Il quinto era Kennedy.

Chi ha seguito le vicende americane sa che non si può imputare nulla in questa materia ai vescovi cattolici. Si sono sempre pronunciati in modo chiarissimo. E, dopo il passaggio da Papa Benedetto XVI a Papa Francesco, hanno interpretato il messaggio del nuovo Pontefice sull’autonomia dei singoli episcopati intensificando la loro opposizione e passando dai documenti all’intervento diretto nelle aule giudiziarie, insieme ad altre comunità religiose, partecipando a una causa promossa dagli Stati dello Utah e dell’Oklahoma, particolarmente ostili al «matrimonio» omosessuale. Tutto bene, dunque, per i vescovi di oggi. Ci si può chiedere però se un uomo come Kennedy non risenta del clima che predominava nel mondo cattolico degli Stati Uniti negli anni della sua maturazione come giurista e come intellettuale, improntato a un ampio «lassez faire» in campo morale. Peraltro, non si può neppure speculare troppo su quella che, alla fine, è stata la scelta personale di un singolo giudice. Gli auguriamo lunga vita – si ritirasse ora, Obama nominerebbe un giudice peggiore – ma, considerata l’anagrafe, presto risponderà delle sue scelte di fronte a tutt’altro tribunale.

Terzo. È comune nel diritto americano che le decisioni della Corte Suprema siano combattute e che cinque giudici votino contro altri quattro. Chi vota contro la maggioranza motiva la sua decisione con una «dissenting opinion» scritta, che è resa pubblica. Di solito, però, le opinioni contrarie sono redatte con grande cortesia. I giudici della Corte Suprema passano gran parte del loro tempo insieme. Alcuni vivono negli appartamenti della Corte, sono vicini e colleghi in alcuni casi da trent’anni. Questa volta i dissidenti hanno scritto parole di fuoco, aprendo una lacerazione nella Corte e nel Paese che impiegherà anni a rimarginarsi. In un’opinione firmata da tutti e quattro gli oppositori, con alla testa il presidente della Corte Suprema, anche lui cattolico, John Roberts, hanno scritto che «si è trattato di un atto di imperio, non di una sentenza fondata sul diritto». Se siete a favore, si legge nel documento, «celebrate la sentenza di oggi. Ma per favore non celebrate la Costituzione, non ha niente a che fare con essa».

Ancora più dure le parole dei singoli giudici, che hanno redatto anche opinioni di dissenso individuali. Il giudice Samuel Alito ha scritto che «la decisione di oggi usurpa il diritto costituzionale del popolo di decidere se mantenere e modificare la nozione tradizionale del matrimonio. Tutti gli americani, comunque la pensino sul punto, dovrebbero preoccuparsi delle implicazioni della sentenza e del potere straordinario che conferisce a una maggioranza dei membri della Corte». Il giudice Anthony Scalia ha scritto che la sentenza minaccia la democrazia, sovverte la Costituzione, maltratta il diritto in un modo tale che se l’avesse firmata, scrive, «dovrei nascondere la mia testa in un sacco» e che, più che sul «ragionamento legale», sembra fondarsi su sciocchezze romantiche «del tipo che si leggono nei bigliettini nascosti nei dolci della fortuna cinesi».

Al di là del sarcasmo amaro di Scalia, i giudici hanno, per la seconda volta nella storia degli Stati Uniti, cambiato la Costituzione in modo radicale. Lo fecero una prima volta nel 1973 con la sentenza «Roe versus Wade» in cui, introducendo l’aborto, modificarono la nozione costituzionale di diritto alla vita, escludendo i bambini non nati. Nessun Parlamento americano ha mai votato una legge sull’aborto. L’hanno introdotta i giudici, che ora modificano anche le nozioni costituzionali di matrimonio e famiglia. E tutto questo dopo che, in trenta Stati su trentadue dove si erano celebrati referendum, gli elettori americani avevano detto «no» al matrimonio omosessuale. Le schede di quei referendum sono ora carta straccia.

Benedetto XVI lo aveva scritto con molta chiarezza nella «Caritas in veritate»: non c’è solo la tecnocrazia degli scienziati. Quando i giudici si affermano detentori di un sapere superiore, in nome del quale «correggono» le decisioni sbagliate di elettori giudicati retrogradi e ignoranti, la democrazia è sostituita dalla tecnocrazia. Anche chi non apprezza altri passaggi dell’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco dovrebbe ringraziare il Pontefice per avere ripreso e rilanciato la dottrina di Benedetto XVI sulla tecnocrazia. Francesco si rende conto che solo nel quadro di questa dottrina è possibile dare un solito fondamento magisteriale alla sua critica delle «colonizzazioni ideologiche» del gender, che altrimenti qualcuno in Europa potrebbe ridurre a esternazioni estemporanee tipiche di una certa mentalità sudamericana. Anzi, l’enciclica «Laudato si’» fonda in modo teologico la critica della tecnocrazia nel pensiero di Romano Guardini, maestro sia di Benedetto XVI sia di Papa Francesco.

Quarto. Nel giorno della decisione della Corte Suprema, Papa Francesco ha ricevuto la Conferenza Internazionale Cattolica delle Guide, cui ha detto che «siamo in un mondo in cui si diffondono le ideologie più contrarie al disegno di Dio sulla famiglia e sul matrimonio». Non solo ideologie contrarie ma «le ideologie più contrarie». Le più contrarie nella storia: parole che fanno eco, anche qui, a quelle di Benedetto XVI quando definì la teoria del gender la maggiore sfida per la Chiesa e per la società. Sullo sfondo si sentono rumori molto sospetti. Con una «excusatio non petita» i consiglieri del presidente Obama assicurano che la libertà religiosa non è in pericolo e che le Chiese e comunità religiose non saranno costrette dai giudici a «sposare» persone dello stesso sesso. Lo precisano, perché sanno bene che gli attivisti LGBT, con poca prudenza ma con il pregio della chiarezza, annunciano già che questa è la prossima battaglia: obbligare le Chiese a celebrare «matrimoni» gay.

Nel mese di aprile è morto il cardinale Francis George, che fu arcivescovo di Chicago e presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. Ha detto che moriva nel suo letto, ma che il suo successore sarebbe morto in prigione e il suo ulteriore successore su un patibolo. Forse aboliranno la pena di morte, ma la prigione per chi si rifiuta di celebrare matrimoni gay è già stata minacciata ieri dalle voci più estreme, o forse solo più sincere, della lobby LGBT.

Quinto. Come in Irlanda, anche negli Stati Uniti la battaglia non è stata persa in un giorno e non c’entra solo il giudice Kennedy. Si è cominciato a perderla quando, Stato dopo Stato, ben prima del «matrimonio» sono state riconosciute forme di unione civile che assomigliavano tanto al regime matrimoniale. Poi sono state ammesse anche le adozioni. «Purché non si chiamino matrimonio»: così qualche «moderato» giustificava la sua non opposizione. Ma, una volta introdotta una forma identica al matrimonio, la strada è tracciata e la sorte è segnata. Un proverbio americano dice che se un animale cammina come un’anatra e starnazza come un’anatra tanto vale chiamarlo anatra.

Questa, alla fine, è la lezione per l’Italia. Sentiamo strane voci per cui alcuni parlamentari «cattolici», forse benedetti da qualche ecclesiastico, voterebbero la legge Cirinnà purché con una clausola che precisi in modo solenne che non si tratta di matrimonio ma solo del riconoscimento di una «formazione sociale» diversa. Anche il caso americano dimostra che i nomi contano poco. Posso scrivere sulla bottiglia «champagne» ma se dentro c’è della gazzosa non si trasforma miracolosamente in Dom Perignon. Con qualunque clausola cosmetica a uso degli ingenui, la legge Cirinnà è un’anatra che cammina come il matrimonio e dà i diritti del matrimonio, adozioni comprese. Dopo un po’ la chiameranno anatra, cioè matrimonio. Ma non subito. Prima, perché l’anatra spicchi il volo, chiederanno a qualcuno di fare la figura del pollo.

Usa, la libertà di religione è ora in pericolo, di Massimo Introvigne, 28-06-2015, www.lanuovabq.it


Protesta cattolica di fronte alla Corte SupremaIl giorno dopo la sentenza della Corte Suprema che ha imposto a tutti gli Stati degli Stati Uniti d’introdurre nelle loro leggi il «matrimonio» omosessuale, l’America s’interroga: «è in pericolo la libertà religiosa? Si potrà ancora parlare male delle “nozze” tra omosessuali senza essere arrestati i base alle leggi sull’omofobia? Preti e pastori saranno costretti a “sposare” persone dello stesso sesso?». La sentenza fa seguito a una del tutto analoga della Corte Suprema messicana dello scorso 19 giugno, contro cui hanno protestato con una durissima lettera i vescovi cattolici del Messico, i cui argomenti sono così simili a quelli della decisione di Washington da fare fortemente sospettare che i due tribunali siano ispirati dalle stesse fonti e lobby

Ora dopo ora emerge come il quesito sia molto serio. Il giudice Kennedy, il magistrato cattolico che con il suo voto ha fatto pendere l’ago della bilancia – cinque giudici hanno votato a favore, quattro (tutti a loro volta cattolici) contro – dalla parte del “matrimonio” omosessuale, se n’è subito preoccupato. Scrive infatti nella sentenza che «le religioni, e coloro che aderiscono con sincera convinzione a dottrine religiose, potranno continuare a sostenere che per precetto divino il matrimonio fra persone dello stesso sesso non può essere ammesso».

Questa frase, che ha tutta la forza di una sentenza della Corte Suprema, ha già cominciato a essere oggetto di studio da parte dei giuristi, tanto più che molti Stati americani hanno leggi sull’omofobia. La sentenza, dunque, afferma che tesi contrarie al «matrimonio» omosessuale potranno continuare a essere sostenute dalle «religioni» e da «coloro che aderiscono con sincera convinzione a dottrine religiose». E la tesi che si potrà sostenere senza andare in prigione è che il «matrimonio» gay non può essere ammesso «per precetto divino». Queste affermazioni vanno lette con attenzione. La Costituzione americana prevede una fortissima protezione della libertà religiosa, non facile da erodere neppure da parte della Corte Suprema. Ma questa protezione tutela, appunto, le religioni. E le tutela quando si comportano da religioni. Se dunque un non credente volesse sostenere che il «matrimonio» omosessuale è inammissibile sulla base di argomenti puramente laici, rischierebbe di cadere sotto le leggi sull’omofobia. Ma anche se un prete, un pastore, un laico cristiano invocassero argomenti di buon senso e di bene comune anziché i «precetti divini» non starebbero esercitando la libertà religiosa, e dunque cadrebbero fuori dall’eccezione.

Nella sua opinione in dissenso che accompagna la sentenza contro la quale ha votato, non un neo-laureato in legge ma il presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti, il giudice John Roberts, svela il trucco. Insiste sul fatto che mentre la Costituzione tutela due cose, la libera espressione e il «libero esercizio» della religione, qui con un gioco di prestigio il «libero esercizio» sparisce. «Bontà sua – scrive Roberts – la maggioranza dei miei colleghi afferma che le persone religiose potranno continuare a “pensare” e “insegnare” la loro dottrina sul matrimonio. Però il Primo Emendamento della Costituzione Americana prevede il loro libero “esercizio” della religione. In un modo che non lascia bene sperare per il futuro, la maggioranza si astiene scrupolosamente dall’usare questa parola».

Detto in altre parole, preti e pastori potranno predicare dal pulpito che il «matrimonio» omosessuale è sbagliato, facendo molta attenzione a usare come argomento i «precetti divini» e non argomentazioni naturali, perché altrimenti cadrebbero fuori dal discorso strettamente religioso e dentro le leggi sull’omofobia. Ma potranno rifiutarsi di «sposare» due persone dello stesso sesso? O di accoglierli come padrini o madrine di battesimo? Nulla è meno certo, e in America non c’è un Concordato che regoli i rapporti fra Stato e Chiesa.

Il nostro giornale ha già dato conto della causa pendente a Coeur d’Alene, nell’Idaho, la capitale americana dei matrimoni, dove il sindaco cerca di obbligare i pastori di una comunità pentecostale a celebrare «matrimoni» omosessuali perché la loro chiesa sul lago è un luogo ideale per le fotografie ed escludere i gay dalle nozze nuoce al turismo. Prima di arrivare a questo, come succede già in Canada – il caso della Trinity Western University, di cui pure abbiamo parlato su queste colonne, insegna –, si cercherà di ritirare il riconoscimento legale e le esenzioni fiscali alle università dove s’insegnano tesi ostili al «matrimonio» omosessuale o dove gli studenti dello stesso sesso, ancorché «sposati», non possono dormire nella stessa stanza. 

Anche qui non si tratta di speculazioni, ma di parole del presidente della Corte Suprema Roberts, il quale paventa che dopo la sentenza del 26 giugno le università cristiane statunitensi non potranno più adottare regole di comportamento che implichino un giudizio negativo sull’omosessualità e le agenzie di adozione, molte delle quali cattoliche, non potranno rifiutarsi di consegnare bambini alle coppie omosessuali. Dal canto loro, nelle opinioni in dissenso il giudice Scalia ha scritto che «la sentenza minaccia la libertà religiosa che la nostra nazione ha cercato tanto a lungo di proteggere» e il giudice Thomas che ci sono «conseguenze potenzialmente rovinose per la libertà religiosa».

Thomas prevede che si partirà dal ritirare i benefici fiscali a istituzioni religiose che rifiutano il «matrimonio» omosessuale – l’avvocato generale dello Stato, su incarico del presidente Obama, ha già annunciato che procederà in questo senso – e che presto i giudici passeranno a occuparsi delle «chiese che rifiutano di accettare e di celebrare matrimoni omosessuali». «La maggioranza dei miei colleghi – scrive Thomas – non sembra turbata da questa conseguenza inevitabile. Fa solo un debole gesto verso la libertà religiosa in un singolo paragrafo. E anche quel gesto indica un equivoco su che cos’è la libertà religiosa nella nostra tradizione nazionale. La libertà religiosa è più della protezione della possibilità per le organizzazioni e persone religiose di “parlare e insegnare” (…) È libertà di “agire” nelle materie che in modo molto generale hanno a che fare con la religione». Per questo, conclude Thomas, la materia del «matrimonio» omosessuale avrebbe dovuto essere lasciata ai parlamenti federale e statali, dove almeno i parlamentari avrebbero potuto inserire clausole di salvaguardia specifica per la libertà religiosa.

Ma questo non è avvenuto. I giudici americani hanno già deciso che i fotografi sono obbligati a fotografare un «matrimonio» omosessuale, i pasticceri a preparare torte per «John e Jim sposi», e che una fioraia non può rifiutarsi di preparare una composizione con un festone che inneggia alle «nozze» tra due lesbiche. I giudici dissidenti della Corte Suprema – che non sono «fondamentalisti» allarmisti ma alcune delle menti giuridiche più note degli Stati Uniti – sembrano non avere torto quando concludono che il prossimo passo sarà obbligare anche università cristiane, agenzie di adozione, preti e pastori a obbedire alla nuova dittatura dell’omosessualismo. O a finire in prigione. Altro che diritti riconosciuti agli omosessuali che non minacciano né fanno del male a nessun altro!

giovedì 23 ottobre 2014

Usa: un messaggio ai sacerdoti Celebra le "nozze" gay o vai in galera di Massimo Introvigne, 23-10-2014, http://www.lanuovabq.it/

I pastori incriminatiNon dite che non ve l’avevamo detto. Su questo giornale spieghiamo da tempo che dove passano le leggi sull’omofobia, dove si riconoscono le unioni civili e i «matrimoni» omosessuali, dove si sostiene che i diritti degli omosessuali a non essere discriminati prevalgono su ogni altro diritto, è solo questione di qualche anno e poi si andranno a prendere e portare in prigione anche i preti e i pastori che si rifiutano di «sposare» persone dello stesso sesso. Oggi dobbiamo confessare ai lettori che ci eravamo sbagliati. Pensavamo fosse questione di qualche anno: ma si trattava di qualche mese. Negli Stati Uniti, che pure sono un Paese con una grande tradizione di rispetto per la libertà religiosa, ci siamo già arrivati.

Il 13 maggio 2014 la Corte d’Appello Federale per il Nono Circuito ha ordinato allo Stato dell’Idaho di cominciare a celebrare «matrimoni» fra persone dello stesso sesso il 15 ottobre di quest’anno, in una delle tante decisioni in cui i giudici calpestano in nome dei diritti degli omosessuali la volontà delle autorità statali elette dai cittadini e degli stessi elettori che si sono espressi in senso contrario mediante referendum. Il 15 ottobre nell’Idaho gli omosessuali hanno cominciato a «sposarsi»: s’intende, in municipio. Ma bastava leggere le pubblicazioni LGBT per sapere che, vinta la battaglia con lo Stato, la loro lobby e i loro avvocati si preparavano a combattere quella successiva, con le Chiese e comunità religiose, per obbligare preti e pastori a «sposarli».

Due giorni dopo la data del 15 ottobre, il 17 ottobre, due omosessuali hanno preso contatto con i coniugi Donald ed Evelyn Knapp, pastori della Chiesa del Vangelo Quadrangolare nella ridente cittadina di Coeur d’Alene, Idaho. Che la cittadina sia ridente non è una semplice nota di colore. Gode di una straordinaria posizione su un lago che offre numerosi angoli pittoreschi e romantici, e subito alle spalle ci sono alte montagne coperte dalla neve per parecchi mesi. Celebrata da tante canzoni, Coeur d’Alene è una meta amata dai turisti, ma soprattutto da un tipo di turista particolare. A Coeur d’Alene si va per sposarsi, e per farsi fotografare vestiti da sposi con lo sfondo dei suoi panorami mozzafiato. Una causa relativa a matrimoni a Coeur d’Alene ha dunque tutte le carte in regola per diventare un caso nazionale. Quanto alla Chiesa del Vangelo Quadrangolare, è una delle maggiori denominazioni del protestantesimo pentecostale, presente tra l’altro anche in Italia. Per chi fosse stupito dall’aggettivo «quadrangolare» e pensasse a dottrine bizzarre, precisiamo che il nome della comunità fa riferimento ai quattro Vangeli e ai quattro ruoli di Gesù Cristo che salva, battezza nello Spirito Santo (dopo tutto si tratta di pentecostali), guarisce e regna.

I coniugi Knapp sono anziani pastori di questa comunità – stanno per celebrare le loro nozze d’oro, giacché sono sposati da quarantasette anni – molto conosciuti e rispettati a Coeur d’Alene. La Chiesa del Vangelo Quadrangolare rifiuta il «matrimonio» omosessuale, come tantissime altre Chiese e comunità religiose. Quando dunque ricevono la richiesta di «sposare» due uomini, i due pastori rifiutano in nome della loro dottrina. A questo punto scende in campo il sindaco Steve Widmyer, il quale fa parte di un partito indipendente di sinistra, Balance North Idaho, che a sorpresa ha sconfitto sia i repubblicani, egemonici dello Stato, sia i democratici in diverse elezioni comunali celebrate nel 2013. Che sia il sindaco a muoversi induce a riflettere, perché si tratta di una strategia ormai internazionale degli attivisti LGBT: contare sulla politica e sulla magistratura, ma corteggiare e cercare di fare intervenire anche i sindaci, come avviene in Italia in modo spettacolare in questi giorni con primi cittadini che violano la legge e sfidano i prefetti trascrivendo «matrimoni» omosessuali celebrati da italiani all’estero.

In molti Stati americani i sindaci hanno poteri di polizia e possono effettivamente mandare in prigione chi viola i loro ordini. Il sindaco ha dunque fatto notificare ai coniugi Knapp un ordine che ingiunge loro di celebrare subito il «matrimonio» fra i due omosessuali. Diversamente dovranno pagare una multa di mille dollari per ogni giorno di ritardo nella celebrazione del «matrimonio». Inoltre saranno arrestati e sconteranno 180 giorni di carcere, sempre per ogni giorno di ritardo. Come il sindaco – che dev’essere più forte in matematica che in tema di libertà religiosa – ha spiegato, questo significa che se i due anziani pastori dovessero mantenere il loro rifiuto per un mese, cioè trenta giorni, dovrebbero poi pagare trentamila dollari di multa e rimanere in prigione quattordici anni, dunque verosimilmente trascorrere in galera tutto il tempo che resta loro da vivere.

Il sindaco sostiene che in tutto questo non c’è nessuna violazione della libertà religiosa, perché – a differenza di quanto avviene nella Chiesa Cattolica, ma con modalità comuni a molte denominazioni protestanti – i matrimoni nella comunità dei pastori Knapp non sono gratuiti, ma sottoposti al pagamento di una quota fissa. Inoltre, a richiesta, la chiesa si occupa anche dei fiori e della musica e, per regolarità fiscale, emette una fattura che parte da una società appositamente costituita. Si potrebbe pensare che questo metta al riparo almeno i cattolici, ma è evidente che la lobby LGBT vuole costruire un caso pilota: dopo di che sosterrà che anche nella Chiesa Cattolica chi si sposa normalmente fa un’offerta, che costituisce un pagamento mascherato, e naturalmente se li vuole paga i fiori e la musica.

Evangelicamente convinti che si debba obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, i due pastori hanno rifiutato di «sposare» gli omosessuali, dichiarando che preferiscono andare in prigione. Fortunatamente, come sanno i lettori di questa testata, negli Stati Uniti esiste una grande e agguerrita organizzazione di giuristi e avvocati che si battono per la causa della libertà religiosa, della vita e della famiglia, l’Alliance Defending Freedom, molto temuta dalla lobby LGBT perché ha vinto il 75% delle cause in cui ha partecipato. Nello scorso mese di luglio, abbiamo pubblicato un’intervista esclusiva con il suo presidente, il cattolico Alan Sears, che di interviste non ne concede molte. L’Alliance Defending Freedom ha capito la posta nazionale in gioco nel caso di Coeur d’Alene e ha preso in mano il caso dei coniugi Knapp, notificando alla città dell’Idaho un atto di citazione, che ha anche reso pubblico, il quale ha già avuto come primo risultato quello di bloccare l’esecuzione dell’ordine del sindaco, per cui per il momento i due pastori pentecostali non andranno in prigione. La battaglia legale si annuncia lunga, e decisiva per la libertà religiosa negli Stati Uniti. Ha un parallelo in una grande città, Houston, in Texas, dove una strabiliante ordinanza del sindaco – come si vede, è proprio il momento dei sindaci – ha chiesto a una serie di pastori «sospetti» di registrare, far trascrivere e trasmettere al comune i testi di tutte le loro prediche dove si menzioni l’omosessualità, in modo che possa verificare se sono passibili di incriminazione secondo le leggi sull’omofobia. Anche qui, i pastori sono difesi dall’Alliance Defending Freedom.

Da noi non succederà? «Illusione, dolce chimera sei tu», cantava tanti anni fa Claudio Villa. Potreste preferire la versione di Aurelio Fierro, ma le cose non cambierebbero. Le lobby gay hanno già annunciato che dopo gli Stati anche le Chiese dovranno essere obbligate a «non discriminare» e a «sposare» gli omosessuali. Impossibile nei Paesi dove la Costituzione protegge la libertà religiosa? Ma in teoria nessuno Stato la protegge di più degli Stati Uniti, e guardate che cosa succede. Quanto all’Europa, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ci ha spiegato nel caso «Ladele» del 2013 relativo a una funzionaria di stato civile cristiana inglese che non voleva celebrare un’unione civile fra due persone dello stesso sesso, che il diritto degli omosessuali a non essere discriminati prevale sulla libertà religiosa. L’appello è stato rigettato e la sentenza è definitiva.

I preti in Italia sono protetti dal Concordato? Forse pensava lo stesso anche il cardinale Fernando Sebastián quando rilasciava con tranquillità un’intervista dove affermava che gli atti omosessuali sono una «forma deficiente» di espressione della sessualità. È vero, poteva usare un’altra parola: ma non voleva offendere, spiegava che «deficiente» significa etimologicamente mancante di qualcosa. Ma dopo tutto, avrà pensato, in Spagna c’è il Concordato, e io non sono neppure un semplice prete, sono appena stato nominato cardinale, sono amico del popolarissimo Papa Francesco e ho 84 anni. Il 6 febbraio 2014 il cardinale Sebastián è stato iscritto sul registro degli indagati per incitamento alla discriminazione degli omosessuali e omofobia. Rischia due anni di prigione. Non so voi, ma io comincerei a preoccuparmi.

domenica 31 agosto 2014

Legge omofobia, le bugie di Scalfarotto di Gianfranco Amato, 31-08-2014, www.lanuovabq.it

In un’intervista pubblicata sul quotidiano online Giornalettismo all’on. Ivan Scalfarotto è stata posta questa domanda: «Chi esprime un’idea contraria al matrimonio omosessuale o alle unioni civili, rischia la galera?». Questa la risposta dell’ineffabile Sottosegretario ai rapporti con il parlamento: «Assolutamente no. E per due motivi fondamentali. Il primo è che qui stiamo parlando dell’estensione della legge Reale-Mancino, che non ha mai colpito le opinioni. Poi c’è la costituzione che protegge la libertà di pensiero eppure, non contenti di questo, ci abbiamo messo l’emendamento Verini che esplicitamente fa salve le opinioni».

Con un’unica risposta Scalfarotto è riuscito a dire due cose non vere. Analizziamole entrambi partendo da quella relativa alle conseguenze della Legge Mancino. Evidentemente i numerosi impegni politici del deputato PD (compresa la sua candidatura alla leadership nazionale del centrosinistra alle elezioni primarie de L'Unione del 2005) lo hanno tenuto lontano dalla cronaca giudiziaria. Basta ricordarne due tra i numerosi casi di applicazione della Legge Mancino, per far capire all’attuale Sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, qual è l’orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione sul tema.

Cominciamo dal primo. Nel 2001 l’attuale sindaco di Verona Flavio Tosi - insieme alla moglie Barbara e ai compagni di partito Matteo Bragantini, Enrico Corsi e Maurizio Filippi – viene rinviato a giudizio su accusa del procuratore Guido Papalia per aver violato proprio la legge Mancino, partecipando attivamente alla campagna di protesta, organizzata dalla Lega Nord di Verona contro un campo nomadi abusivo intitolata “No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”. Nel 2005 tutti gli imputati vengono condannati a sei mesi di reclusione e a tre anni di interdizione dai pubblici uffici, con la motivazione che gli stessi imputati hanno «diffuso idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato».

Nel 2007 la Corte di Appello di Venezia confermava, pur riducendo le pene, la condanna per aver organizzato una propaganda di idee fondate sull'odio e sulla superiorità etnica e razziale. La Corte, infatti, riteneva che la petizione promossa dagli imputati fosse di per sé lecita, ma riconosceva che la campagna mediatica promossa diffondesse idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale. Nel 2007 la Corte di Cassazione annullava la sentenza d'appello ritenendola carente sotto il profilo motivazionale, rinviando Tosi e gli altri imputati a nuovo giudizio.

Nel 2008 la Corte d’appello di Venezia ha confermato la condanna di Tosi e degli altri imputati.
Con la sentenza n. 41819 del 10 luglio 2009, la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione statuiva che «è configurabile il reato di propaganda di idee discriminatorie, previsto dall'art. 3, comma primo lett. a), della L. n. 654 del 1975, nell'affissione di manifesti sui muri della città del seguente tenore: “No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari”». Interessante è notare il ragionamento dei giudici nella prima sentenza della Cassazione del 2007. In quel provvedimento di annullamento con rinvio, infatti, ai giudici della Corte d’Appello viene espressamente chiesto di stabilire se il pregiudizio razziale mostrato dagli imputati costituisse – tenuto conto delle circostanze temporali ed ambientali nelle quali era stato espresso – un’idea discriminatoria fondata sulla diversità e non sul comportamento. In pratica, i giudici sono stati invitati a discettare sulle singole frasi del manifesto e a scoprire quale "idea" muovesse i promotori della raccolta di firme: essi esprimevano un'idea fondata sulla "diversità" degli zingari o sul loro comportamento discutibile? Ma questo modus operandi è assai pericoloso. Non si può lasciare alla discrezionalità del giudice – e, quindi alla sua personale Weltanschauung – una simile valutazione.

Il ragionamento diventa più evidente se si considera il secondo caso, ovvero quello legato alla vicenda di Emilio Giuliana, consigliere comunale di Trento. In un intervento tenuto in aula dallo stesso consigliere, questi lamentava il fatto che l'asilo strutturato nel campo nomadi non era frequentato dai bambini, mentre la mensa, invece, risultava pienamente utilizzata da tutti gli occupanti del campo, e criticava, conseguentemente, non solo il carico economico gravante sulla collettività per tali servizi, ma anche l’opportunismo di detta comunità. Nella foga del discorso, il consigliere Giuliana si è lasciato, poi, andare ad espressioni poco felici, come il fatto che gli zingari fossero dei delinquenti, molti assassini e comunque animati da pigrizia, furore e vanità.

Denunciato per violazione della Legge Mancino, il Giuliana finisce rinviato a giudizio, ma viene assolto, sia in primo che in secondo grado. Infatti, il Tribunale e la Corte d'appello di Trento hanno ritenuto le frasi del consigliere espressive di avversione, ma non di superiorità ed odio razziale. Inoltre entrambi i giudici avevano escluso che nel caso di specie si potesse parlare di “propaganda”. Per i giudici del Tribunale e della Corte d’Appello di Trento, quindi, non vi erano i presupposti per l’applicazione della Legge Mancino. Non l’ha pensata in questo modo, però, la Prima Sezione della Suprema Corte di Cassazione che, infatti, con la sentenza n. 47894 del 22 novembre 2011 ha condannato il consigliere Giuliana, sul presupposto che «integra il reato di propaganda di idee discriminatrici, previsto dall'art. 3 comma primo lett. a) della l. n. 654 del 1975, l’intervento di un consigliere comunale contenente affermazioni fondate sull'odio e la discriminazione razziale ai danni delle Comunità Rom e Sinti nel corso di una seduta consiliare». La stessa sentenza della Cassazione ha poi escluso che la condotta di "propaganda" sia qualcosa di meno della semplice diffusione: «il reato previsto dalla L. n. 654 del 1975, art. 3, lett. a) non esclude affatto dall'alveo precettivo anche un’isolata manifestazione a connotazione razzista; l'elemento che caratterizza la fattispecie è la propaganda discriminatoria, intesa come diffusione di un’idea di avversione tutt’altro che superficiale, non già indirizzata verso un gruppo di zingari (magari quelli dediti ai furti), ma verso tutti gli zingari».

Per quanto riguarda la propaganda, quindi, secondo la Cassazione nessun ostacolo alla punizione: in sostanza basta pronunciare le frasi in pubblico, ad esempio, come nel caso Giuliana, durante la seduta di un Consiglio comunale. Ad essere state ritenute punibili sono due condotte che rientrano nell'alveo della democrazia: in un caso, l’intervento di un consigliere comunale nell'assemblea cittadina, nell’altro, una raccolta di firme per una petizione, espressione di una democrazia partecipata, accompagnata da riunioni pubbliche. Tali condotte si sono concretizzate nella semplice manifestazione del proprio pensiero: le frasi pronunciate o scritte erano certamente discutibili e censurabili, ma non erano del tutto sganciate dalla realtà concreta. Il solo fatto che le idee fossero state manifestate pubblicamente è stato ritenuto sufficiente per integrare una "propaganda". I giudici, in realtà, hanno analizzato le singole frasi per ricavare l'idea di fondo che muoveva chi le pronunciava. Siamo ancora una volta allo “psicoreato” orwelliano.

Ora, non è difficile neppure per l’onorevole Scalfarotto immaginare quale sarà l’applicazione del citato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione, qualora la Legge Mancino venisse estesa agli omosessuali e ai transessuali. Ed è facile intuire come essa verrà applicata nei confronti di coloro che, per esempio, invocano pubblicamente (propaganda) il divieto per gli omosessuali di accedere al diritto al matrimonio, all’adozione di minori, alla fecondazione artificiale, o nei confronti di coloro che ritengono l’omosessualità una «grave depravazione», citando le Sacre Scritture (Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10), o considerano la stessa omosessualità come un insieme di atti «intrinsecamente disordinati», e «contrari alla legge naturale», poiché «precludono all’atto sessuale il dono della vita e non costituiscono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica). Si parlerà di «discriminazione», di «superiorità di un orientamento sessuale su un altro», di «affermazioni offensive», di «incitazione all’odio», secondo lo schema britannico dello ”hate speech”? Dipenderà dal giudice, e, quindi, secondo il noto adagio dei saggi romani «tot capitae, tot sententiae», il principio di legalità penale andrà a farsi benedire. In ogni caso, ci penserà la Suprema Corte di Cassazione a dire l’ultima parola. L’orientamento giurisprudenziale, come si è visto, appare inequivoco e chiarissimo. Purtroppo.

Veniamo ora ad analizzare la questione relativa al cosiddetto emendamento Verini. Scalfarotto si riferisce a quella disposizione del disegno di legge in discussione al Senato – prevista nella prima parte della lett.c) dell’art.1 del DDL S.1052 –, la quale sancisce quanto segue: «Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente».

Ora, che la «libera espressione delle opinioni» non costituisca di per sé «discriminazione», è un fatto oggettivo desumibile in re ipsa. Non occorre neppure scomodare Monsieur de La Pallisse. Sotto il profilo giuridico, poi, a tutelare la «libera espressione delle opinioni» già è posto il baluardo dell’art. 21 della Costituzione. Il fatto è che qui stiamo ragionando in ambito penale, e la questione si fa tremendamente seria. Utilizzare concetti quali «odio», «discriminazione», «pluralismo delle idee», «libera opinione», che non sono definiti dal codice penale (e che vengono quindi rimessi alla libera valutazione del magistrato) è operazione giuridica tanto azzardata, quanto pericolosa sotto il profilo dello stesso art.21 della Costituzione.

Facciamo un esempio per comprendere meglio. Dice la norma che la libera manifestazione delle opinioni è consentita purché non istighi all’odio. Ora, ricordare pubblicamente la dottrina cattolica nel punto in cui si ribadisce che «il peccato dei sodomiti è uno dei quattro peccati mortali che gridano al cielo» (art. 1867 del Catechismo della Chiesa Cattolica), e che destinano gli stessi omosessuali alla dannazione eterna, sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – incitazione all’odio? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. Sostenere che l’eterosessualità ha una superiorità morale rispetto all’omosessualità, perché questa è una «grave depravazione» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica) sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – incitazione all’odio? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. Sostenere che gli omosessuali non possono e non devono accedere ad alcuni diritti, come il diritto al matrimonio e all’adozione di minori, a causa del loro orientamento sessuale, sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – «discriminazione» e «incitazione all’odio»? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. L’esperienza anglosassone relativa al concetto di “hate speech” rende evidentissimi il rischio di rimettere all’interpretazione concetti non definiti dalla legge. E questo è il punto che Scalfarotto finge di ignorare.

Del resto, la stessa previsione di una “clausola di garanzia”, di una “norma di salvaguardia”, o come la si voglia chiamare, è sintomatica del pericolo percepito dallo stesso ordinamento in ordine al diritto alla libera manifestazione del pensiero (art.21 Cost.) e del diritto alla libertà religiosa (art.19 Cost.). È più che evidente la consapevolezza di addentrarsi in un terreno scivolosissimo e insidioso, tanto da avvertire l’esigenza di adottare, appunto, idonee guarentigie.

Il vizio di origine dell’intervento legislativo per contrastare il fenomeno dell’omofobia, che trae origine dal DDL Scalfarotto, sta proprio nel fatto che non si è deciso di adottare una nuova legge ad hoc sulla materia, ma si è ritenuto di utilizzare uno strumento normativo già esistente, ovvero la Legge Reale Mancino nata, tra l’altro, per combattere il fenomeno dell’antisemitismo e del razzismo. Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica derivante dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una “razza” come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie che appaiono aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra etnie diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù delle disposizioni normative della Legge Reale Mancino, la reclusione fino a un massimo di un anno e sei mesi se parlasse a titolo personale, fino ad un massimo di quattro anni se chi fa quell’affermazione partecipa a organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che propugnato tali idee, e fino ad un massimo di sei anni se parlasse in qualità di presidente o dirigente di simili organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi. Una volta estesa la Legge Reale Mancino agli omosessuali e ai transessuali, sono automaticamente estese tutte le relative conseguenze giuridiche.

Sempre dall’intervista di Scalfarotto a Giornalettismo, infine, apprendiamo che lo stesso onorevole ha già di fatto scaricato il sub-emendamento Gitti. Questo il suo epitaffio: «È un emendamento che auspico il Senato voglia eliminare, anche perché dice male ciò che è già contenuto nell’emendamento Verini». Tanto per intenderci, il cosiddetto sub-emendamento Gitti, – previsto nella seconda parte della lettera c) dell’art.1 del DDL S1052 –, è quello secondo cui non costituiscono discriminazione, o istigazione alla discriminazione le opinioni «assunte all’interno di organizzazioni che svolgono un’attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione, ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni». Questa norma sosterrebbe che all’interno di organizzazioni politiche, sindacali, culturali, sanitarie, di istruzione o religiose si posso impunemente esprimere idee omofobe. In pratica, per fare un esempio comprensibile, sarebbe come dire: se una persona ruba da sola, commette un furto e finisce in galera, se invece si associa con altri può tranquillamente rubare senza nessuna conseguenza di carattere penale. L’omofobia individuale sarebbe illecita, mentre quella collettiva sarebbe perfettamente legale. Non occorrono le celebri doti divinatorie di Nostradamus per intuire quanto potrà reggere un simile impianto dinanzi alla Corte costituzione, se si considera che nel nostro sistema penale l’elemento associativo è considerato un’aggravante e mai una scriminante. Non si comprende, poi, perché una persona singolarmente non possa chiedere in divieto per legge del matrimonio gay, ma sia costretta ad associarsi per poterlo fare.

In realtà, che l’on. Scalfarotto non avesse mai visto di buon occhio il sub-emendamento Gitti era cosa risaputa. Ne è prova l’interpretazione autentica da lui data il giorno successivo all’approvazione del disegno di legge alla Camera: «Il sub-emendamento Gitti in realtà è molto meno preoccupante di come sia stato descritto. Basta leggerlo. Vi si dice che non costituiscono atti di discriminazione le condotte delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto a queste condizioni: a) se sono conformi al diritto vigente; b) se sono assunte all’interno (non all’esterno) della organizzazione; c) se si riferiscono all’attuazione di principi e di valori di rilevanza costituzionale». Tradotto, significa, ad esempio, che i cattolici nel chiuso delle loro sagrestie possono leggersi tranquillamente i passi “omofobi” di San Paolo e il Catechismo della Chiesa cattolica, ma non possono azzardarsi a farlo pubblicamente all’esterno.

Sulla questione relativa all’asserita norma di salvaguardia merita di essere riportato un passo dell’intervento tenuto dal Prof. Ferrando Mantovani, autorità indiscussa del diritto penale italiano, in occasione del convegno svoltosi il 19 gennaio 2014 a Palazzo Vecchio di Firenze, dal titolo: “Proposta di Legge Scalfarotto: quali criticità per la Costituzione, i diritti minorili ed i mass media?”. In quell’occasione, l’insigne ed esimio giurista si è espresso proprio sulla cosiddetta “clausola di garanzia” dell’emendamento Verini-Gitti, sostenendo che essa «oltre che costituire l’espresso riconoscimento, da parte del legislatore, della pericolosità della suddetta normativa, innanzitutto per il diritto di libera manifestazione del pensiero, è clausola: 1) del tutto atipica ed eccentrica, non trovando significativamente alcun analogo precedente nel nostro ordinamento giuridico; 2) non priva di ambiguità, per la genericità ed indeterminatezza della terminologia usata, che si presta alle più diverse interpretazioni del giudice, e di verbosità, perché l’onnicomprensiva locuzione delle «condotte conformi al diritto vigente» è sufficiente per scriminare ogni attività  giuridicamente autorizzata, innanzitutto dalle norme costituzionali sulla libertà di manifestazione del pensiero, sulla libertà religiosa e sulla libertà di educazione dei genitori verso i figli; 3) è inutile, se si limita  a tutelare la libertà di manifestazione del pensiero in materia di orientamenti sessuali, essendo tale libertà garantita a livello costituzionale dall’art. 21 Cost.; 4) è incostituzionale se intende, quale legge ordinaria, limitare la libertà di manifestazione del pensiero o altre libertà riconosciute e garantite a livello costituzionale, riconoscendole soltanto all’interno (e non all’esterno) delle organizzazioni elencate dalla suddetta clausola e non anche ai singoli individui non organizzati». Non c’è null’altro da aggiungere.

lunedì 18 agosto 2014

Quando parlare da cristiani è "propagandare odio" di Lorenzo Schoepflin, 18-08-2014, http://www.lanuovabq.it

Essere accusati di «propagandare odio» per aver scritto sul proprio blog un articolo, ripreso da un settimanale poi costretto a scusarsi per la pubblicazione, nel quale si enunciano semplicemente i motivi per i quali un cristiano dovrebbe opporsi al matrimonio omosessuale. Accade in Canada, il settimanale è il Newfoundland Herald, l’autore del contributo incriminato risponde al nome di Matt Barber e gli accusatori sono i soliti attivisti per i diritti Lgbt.

L’articolo di Barber era apparso nell’edizione del 3 agosto del periodico come lettera all’editore, Pam Pardy-Ghent, che nel successivo numero si è dichiarata «veramente dispiaciuta» per il fatto che molte persone si sono sentite offese per quanto pubblicato. Pur affermando che «le opinioni, non importa quanto popolari o controverse, possono essere liberamente espresse in questo paese sia che siano di una minoranza che di una maggioranza», Pam Pardy-Ghent ha ritenuto opportuno presentare le proprie scuse. Scuse prontamente accettate dalla comunità Lgbt canadese, che per voce di Kyle Curlew ha prontamente ritirato la minaccia di adire le vie legali contro il Newfoundland Herald.

Insomma, non è difficile capire che siamo di fronte ad una lezione di censura impartita da chi si fa difensore della libertà. Un monito chiarissimo: guardatevi bene dal criticare tutto ciò che ruota attorno al pianeta Lgbt o incorrerete in guai giudiziari. Quali altri organi di stampa avranno adesso il coraggio di pubblicare opinioni difformi dal mantra dei “diritti” gay?

E’ lo stesso Curlew, molto candidamente, a fornire questa chiave di lettura: «Abbiamo deciso che vogliamo assumere un atteggiamento educativo e di non farne una questione di risarcimento. Pensiamo che sia meraviglioso che si siano scusati». Educare – con la forza – al gay-friendly, questo l’obiettivo di Curlew, che spera che da ora in poi il Newfoundland Herald possa instaurare un bel rapporto con trans, bisessuali e omosessuali.

Ma vediamo quali sarebbero i contenuti offensivi per i quali Matt Barber è stato iscritto nella lista dei nemici dei diritti Lgbt.

Quasi a presagire cosa gli sarebbe accaduto, Barber scriveva: «Con la scusa della “antidiscriminazione”, i cristiani si trovano ad affrontare una discriminazione a livelli senza precedenti». Per poi proseguire: «I cristiani, i veri cristiani […] non possono prendere parte a, approvare, facilitare o incoraggiare certi comportamenti che secondo le Sacre Scritture sono immorali o peccaminosi». Non è questione di odio o di esser bigotti, neppure di sentirsi superiori o di voler imporre il proprio credo, ma semplicemente di «obbedienza a Cristo» e «compassione» per coloro che vivono nell’errore.

Centrale per il Cristianesimo e ribadito sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento è il fatto che ogni atto sessuale vissuto al di fuori del matrimonio tra un uomo e una donna causa una «separazione da Dio». Ciò ovviamente vale anche per persone dello stesso sesso, che agiscano o meno sotto «la nuova nozione del cosiddetto “matrimonio omosessuale”». Barber, nell’articolo, estende l’orizzonte anche ad aborto, incesto, adulterio e ad ogni altro comportamento contrario alla morale cristiana: «Non è tanto che i cristiani, volenti o nolenti, vogliono chiamare l’aborto, il comportamento omosessuale, la fornicazione, l’adulterio, l’incesto o qualsiasi altra disordinata propensione sessuale “peccaminosa”. Piuttosto, dobbiamo. Per il vero cristiano, le verità oggettive di Dio comanderanno sempre sui desideri soggettivi dell’uomo». Ispirandosi ai sempre più frequenti casi di disobbedienza civile verificatisi negli Stati Uniti, dove molti si sono ribellati alle leggi di Obama che limitano la libertà religiosa e di coscienza soprattutto in merito alla riforma sanitaria e al ricorso alla contraccezione e all’aborto, Barber ha ricordato che «per 2000 anni, ogni volta che sono sorti conflitti, i cristiani hanno posto le leggi di Dio al di sopra delle leggi degli uomini».

E’ una responsabilità morale, conclude Barber ricordando una celebre frase di Martin Luther King, obbedire alle leggi giuste e disobbedire a quelle ingiuste. E’ un dovere resistere al male, «anche quando il male è adornato di sigillo e firma presidenziale».

Sfidiamo chiunque a trovare contenuti offensivi o incitamenti all’odio nei confronti delle persone omosessuali. A scanso di equivoci e per una completa informazione, l’articolo di Barber può essere consultato integralmente qui.

Se, leggendo le parole del contributo ospitato sul Newfoundland Herald, è difficile capire in cosa consisterebbe la motivazione di una potenziale azione legale contro Barber, molto semplice è associare quanto accaduto con il caso Barilla verificatosi in Italia. Con una piccola differenza: a scusarsi non è stato l’autore delle presunte offese, ma chi ha deciso di dar voce ad una libera, documentata e pacata espressione delle proprie idee. Barber ha invece rilanciato, con un post dove ha affermato che da adesso la libertà di espressione sembra vietata in Canada: «Infatti, i sedicenti campioni di “tolleranza” e “diversità” dimostrano, più e più volte, di essere i più intolleranti e monolitici in mezzo a noi. La loro versione di “intolleranza” (cioè qualsiasi posizione filosofica che è in conflitto con i rigidi dettami della “correttezza politica”) semplicemente non sarà tollerata».

Una piccola curiosità: Matt Barber, oggi giurista, nella breve biografia di presentazione sul proprio blog, precisa di esser stato un boxer professionista – peso massimo – ritiratosi con nessuna sconfitta al passivo. Come dire: la lobby omosessualista non ha paura di niente e di nessuno.

martedì 22 luglio 2014

Comunicato stampa - Giuristi per la Vita e Associazione Pro Vita Onlus, 22 luglio 2014

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COMUNICATO STAMPA

I Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus esprimono la propria posizione a riguardo dell’incresciosa vicenda che ha coinvolto l’Istituto Sacro Cuore di Trento.

Com’è noto, infatti, una virulenta campagna mediatica diffamatoria – ormai giunta a livello nazionale – ha insinuato che i responsabili della scuola paritaria trentina avessero licenziato una giovane insegnante a causa del suo orientamento sessuale.

La FLC CGIL di Trento ha parlato di «ennesimo episodio di discriminazione e di violazione della dignità delle persone in Istituti paritari che colpisce tutto il mondo della scuola», chiedendo la «revoca del licenziamento e il ripristino dei diritti civili e sociali», e minacciando non solo «iniziative legali» ma anche «la richiesta di revocare i finanziamenti pubblici». Il Ministro dell’Istruzione in un comunicato ufficiale diramato il 20 luglio scorso ha dichiarato che interverrà sulla vicenda dell’Istituto del Sacro Cuore di Trento «con la dovuta severità».

I “Comitati per l’altra Europa con Tsipras” hanno formalmente chiesto al presidente della Provincia, Ugo Rossi, che ha delega all’istruzione, «un intervento di pubbliche scuse alla docente discriminata», e insieme al partito “Sinistra Ecologia e Libertà”, hanno colto l’occasione per invocare un’accelerazione dell’iter parlamentare del disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia, e l’introduzione della propaganda gender nelle scuole. Tutto ciò, mentre le associazioni omosessualiste Arcilesbica, Agedo, Equality Italia e Famiglie Arcobaleno continuano un intollerabile e vergognoso linciaggio morale nei confronti del responsabile dell’istituto, Madre Eugenia Libratore.

L’inutile polemica si potrebbe tranquillamente chiudere precisando che nel caso in questione non si è trattato di alcun licenziamento, in quanto il contratto a tempo determinato con l’insegnante è cessato in data 30 giugno 2014, contratto nel quale, peraltro, la stessa docente aveva dichiarato di «essere consapevole dell’indirizzo educativo e del carattere cattolico dell’istituzione e di collaborare alla realizzazione di detto indirizzo educativo». 

I Giuristi per la Vita, Pro Vita Onlus e il Coordinamento delle Famiglie Trentine colgono l’occasione per evidenziare:
Il diritto, sancito in una nota sentenza della Corte Costituzionale (29 dicembre 1972, n. 195), e ribadito nel 2011 da una pronuncia della Corte europea dei Diritti dell’uomo, di una struttura scolastica paritaria a «scegliere i propri docenti in base a una valutazione della loro personalità», e di «recedere dal rapporto di lavoro ove gli indirizzi religiosi o ideologici del docente siano divenuti contrastanti con quelli che caratterizzano la scuola»;
il principio sancito dall’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il quale testualmente prevede che «i genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli»;

l’evidente strumentalità della risibile richiesta avanzata dal segretario generale della FLC CGIL, Mimmo Pantaleo, di revoca del contributo pubblico erogato dalla Provincia di Trento all’Istituto Sacro Cuore, in quanto tale contributo, essenziale per la stessa sopravvivenza dell’Istituto, non può far venir meno i summenzionati principi di autonomia, né determinare un’indebita ingerenza della pubblica amministrazione nella gestione della scuola, o un’imposizione di scelte incompatibili con l’ispirazione religiosa che connota l’Istituto medesimo. 

I Giuristi per la Vita e Pro Vita Onlus esprimono la propria sincera e piena solidarietà a Madre Eugenia Libratore e a tutto l’Istituto Sacro Cuore di Trento, auspicando che il Ministro Giannini sappia valutare questo caso in modo imparziale, senza lasciarsi trasportare da indebite pressioni ideologiche, e chiedono al Presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, di denunciare senza indugi i metodi intimidatori, diffamatori, e intolleranti di tutti coloro che tentano operazioni di bassa speculazione demagogica, travisando i fatti di questa vicenda in maniera vergognosamente strumentale.

GIURISTI PER LA VITA                                         PRO VITA ONLUS
     Il Presidente                                                               Il Presidente
(avv. Gianfranco Amato)                                             (Antonio Brandi)

martedì 15 luglio 2014

Dalla lobby gay un attacco mondiale alla famiglia di Massimo Introvigne Da sinistra: Massimo Introvigne e Alan Sears, 15-07-2014, http://www.lanuovabq.it

Alan Sears è riconosciuto come uno dei più importanti leader - se non, semplicemente, il più importante, nella lotta per la libertà religiosa, la vita e la famiglia in cui i cristiani degli Stati Uniti sono impegnati da diversi decenni, a fronte di leggi che aggrediscono in modo sempre più virulento i principi che Benedetto XVI chiamava non negoziabili. Avvocato, procuratore federale, collaboratore del presidente Ronald Reagan (1911-2004), da vent'anni Sears presiede l'Alliance Defending Freedom (Adf), una coalizione di migliaia di giuristi, con la partecipazione anche di giornalisti e accademici, che intervengono quando la libertà dei cristiani o i diritti della vita e della famiglia sono attaccati. L'Adf ha avuto un ruolo cruciale in migliaia di cause nei tribunali americani, e non solo, compresi casi pilota della Corte Suprema, fra cui il recente caso Hobby Lobby di cui anche La nuova Bussola quotidiana si è occupata. Lo incontro a Naples, in Florida, in occasione dell'”Accademia»”che forma ogni anno diverse centinaia di avvocati e studenti di legge interessati alle cause difese dall'Adf. Sears non concede molte interviste, ritenendo che il lavoro dell'Adf debba essere condotto, per assicurare i risultati, in modo discreto e senza troppa pubblicità per la sua sigla. Ma si tratta di un personaggio chiave per capire non soltanto che cosa succede, e non solo negli Stati Uniti, nell'aggressione mondiale alla libertà religiosa, alla vita e alla famiglia, ma anche che cosa si può fare in concreto per resistere. In questa intervista esclusiva ci spiega che la battaglia non è affatto perduta.

Che cos'è l'Adf?

Come dice il nome, è un'alleanza. Un'alleanza di credenti, in maggioranza giuristi, che vogliono praticare la loro fede liberamente e garantire lo stesso diritto a tutti. In concreto, operiamo in quattro settori: strategia, formazione, raccolta di fondi e intervento legale. Strategia per noi significa avere un piano globale, difensivo e offensivo. Quando la casa brucia, per prima cosa si cerca di spegnere l'incendio, fare intervenire i pompieri. Ma in seguito si tratterà di prevenire gli incendi, e questo può avvenire solo mettendo insieme un numero sufficiente di persone e organizzazioni. Abbiamo collaborato con oltre tremila organizzazioni diverse, cercando di coordinarle e di evitare che una senza volerlo ne danneggiasse un'altra.

Seconda area, la formazione. Abbiamo formato o fornito informazioni a circa cinquemila avvocati di oltre venti Paesi. Con il nostro programma Blackstone offriamo ogni anno nove settimane di formazione a studenti di legge di dieci Paesi. Hanno seguito questo programma oltre 1.400 studenti. Non mettiamo gli Stati Uniti al centro, facciamo conoscere i diversi sistemi legali, e insistiamo molto sulla nozione del diritto naturale.

Terzo: raccolta di fondi. Abbiamo ricevuto aiuti in vent'anni da un milione di persone, e oggi abbiamo circa 110.000 benefattori che incontriamo tramite eventi e conferenze pubbliche, il sito Internet e soprattutto i contatti personali. I nostri avvocati lavorano gratis, senza onorari, ma le cause comportano anche spese vive. Abbiamo investito quarantadue milioni di dollari nell'attività legale. Questa è la nostra quarta attività, quella per cui forse siamo più noti. Interveniamo, talora come parte, con il nostro nome, ma molto spesso lasciando che altri firmino le memorie, senza che il nostro nome appaia, in centinaia di casi di fronte a tribunali di ogni grado, e ormai di tutto il mondo. E il nostro intervento è sempre assolutamente gratuito. Gli avvocati lavorano gratis, e anche le spese vive sono pagate dai nostri benefattori, non dai clienti.

Com'è nata l'idea dell'Adf?

Nel 1993 trentacinque leader di fama nazionale del mondo protestante conservatore americano si sono riuniti per discutere un problema che li preoccupava da tempo. Da molti anni nelle cause relative alla libertà dei cristiani, alla vita e alla famiglia intervenivano apertamente o dietro le quinte organizzazioni anticristiane e ostili alla famiglia e alla vita come Planned Parenthood e la American Civil Liberties Union (Aclu). Organizzazioni gigantesche, con milioni e milioni di dollari da spendere. Che cosa c'era dall'altra parte, dalla parte dei cristiani, della vita e della famiglia? La risposta era facile: niente. I leader commissionarono uno studio che rivelò che la giurisprudenza in queste materie era cambiata perché amministrazioni statali o comunali o organizzazioni religiose spesso mal rappresentate e con budget limitati erano state citate in giudizio da colossi come l'Aclu che si potevano permettere avvocati costosissimi. Così era stata erosa la libertà religiosa, era stato introdotto per via giudiziaria l'aborto, e così via. Per usare una metafora sportiva, una squadra vinceva perché l'altra semplicemente non si presentava a giocare la partita. Era dunque assolutamente necessario opporre alle varie Aclu una grande organizzazione dove ottimi avvocati si mettessero a disposizione gratis di queste cause, e dove giovani avvocati fossero formati a combattere in questi settori. I trentacinque leader erano protestanti ma volevano da subito collaborare con ebrei, cristiani ortodossi e soprattutto cattolici. Non a caso chiamarono me, che sono un cattolico, a dirigere l'Adf. E fin dall'inizio alcuni dei leader pensavano a un'organizzazione internazionale. Abbiamo uffici a Città del Messico, Delhi, Vienna e ne stiamo aprendo altri due in Europa. Il programma di formazione degli studenti di legge che oggi offriamo negli Stati Uniti sarà offerto dal 2015 anche in Messico e dal 2016 anche a Vienna.

L'Adf è particolarmente nota per i suoi interventi alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Di recente, ha avuto un ruolo cruciale nel caso Conestoga - Hobby Lobby, di cui si è occupato anche il nostro quotidiano. Perché il caso è così importante?

A un pubblico europeo direi: è in corso una tremenda lotta morale per la coscienza e la libertà di coscienza. Molti oggi pensano che la coscienza sia un mero sentimento, ma è la chiave della nostra vita morale. Senza coscienza non abbiamo più una nozione del bene e del male. Ci sono leggi in tutto il mondo che violano la libertà di coscienza. Negli Stati Uniti la riforma sanitaria di Obama vuole costringere le aziende a finanziare direttamente l'acquisto di anticoncezionali di tipo abortivo per le loro dipendenti. Sono esentate solo le aziende con meno di cinquanta dipendenti, un migliaio di aziende che hanno ottenuto esenzioni dalla riforma sanitaria in genere perché affermano di trovarsi un difficoltà economiche (vedi caso, alcune sono aziende che donano somme significative al Partito Democratico), e le “chiese”, Ma “chiesa” è definito in modo molto restrittivo, per esempio si è deciso che i giornali e le case editrici religiose non sono “chiese”. Si è negata l'esenzione alla grande casa editrice protestante Tyndale, che esiste solo per diffondere la dottrina cristiana e reinveste qualunque profitto nel sostegno alle missioni. Insisto sull'espressione «finanziare direttamente» perché certamente tutti gli americani finanziano l'aborto e altre pessime cose con le loro tasse, ma in quei casi si tratta di finanziamento indiretto. Questo è un finanziamento diretto, una partecipazione diretta alla soppressione di una vita umana innocente. Nessuno può essere costretto a fare questo, è in gioco la coscienza. Nelle aziende familiari, obbligare l'azienda a partecipare alla soppressione di una vita umana significa obbligare le persone che la gestiscono. I nostri primi clienti in questo caso, i proprietari della Canastoga, sono mennoniti, cioè fanno parte di una comunità che ha una lunga storia di lotta per la libertà religiosa. Siamo intervenuti e abbiamo vinto. La decisione è importante perché ha aperto la strada ad altri diciannove casi, in cui altre aziende (alcune no profit, alcune commerciali) hanno chiesto la stessa esenzione dal pagamento di prodotti abortivi alle loro dipendenti. Abbiamo vinto tutti i casi, diciannove a zero. Compreso il caso della casa editrice Tyndale. Tutto questo è importante anche in Europa. Anche lì gli Stati violano la libertà di coscienza e pretendono di limitare l'obiezione di coscienza definendo che cosa è una “chiesa” e che cosa non lo è.

Un altro caso della Corte Suprema, deciso due mesi fa, di cui vi siete occupati è il caso City of Greece. Di che si tratta?

Va premesso che negli Stati Uniti la Corte Suprema non è obbligata a esaminare tutti i casi che le sono sottoposti. Riceve da cinquemila a diecimila richieste ogni anno e ne accetta solo un centinaio. Nell'ultimo anno ha accettato 75 casi. In cinque di questi siamo intervenuti. Grazie a Dio, li abbiamo vinti tutti e cinque. Per arrivare a City of Greece abbiamo compiuto un lunghissimo cammino durato molti anni. Negli Stati Uniti, fin dai tempi dei Padri fondatori, c'è la tradizione di iniziare le sessioni del Parlamento e le lezioni nelle scuole con una preghiera. Questo vale anche per i consigli comunali e i Parlamenti statali. Le organizzazioni antireligiose e atee hanno cominciato ad attaccare non il Parlamento ma piccole scuole e Comuni, sostenendo che queste preghiere violano i diritti delle minoranze non religiose. In City of Greece la Corte Suprema ha stabilito che, quando la grande maggioranza dei cittadini è favorevole alla preghiera in un consiglio comunale, i giudici non possono vietarla per compiacere una piccola minoranza di atei militanti. Ora stiamo scrivendo a tutte le scuole e a tutti i Comuni degli Stati Uniti spiegando che dopo questa sentenza hanno diritto di aprire i loro lavori con una preghiera. Anche questo ha paralleli e implicazioni in Europa: pensiamo ai casi relativi al Crocefisso.

Parlando di Europa, la grande questione oggi è quella delle unioni omosessuali. La stampa ci racconta che la Corte Suprema americana, più «avanzata» di alcuni tribunali europei, ha introdotto il «matrimonio» omosessuale negli Stati Uniti per via giudiziaria nel 2013. È proprio così?

Vorrei anzitutto notare la globalizzazione del diritto. Le sentenze della Corte Suprema americana da qualche anno citano come precedenti quelle della Corte Europea dei Diritti Umani. E viceversa. Per questo dobbiamo lavorare insieme e l'Adf ha aperto uffici in Europa - uffici europei con avvocati europei, non vogliamo fare i turisti americani in visita in Europa. Detto questo, la Corte Suprema nel 2013 non ha imposto agli Stati di introdurre il “matrimonio” omosessuale. Potrebbe farlo nel caso dello Utah, di cui ora si dovrà occupare: un caso noto perché cinque organizzazioni religiose, compresa la Chiesa cattolica, sono intervenute a sostenere lo Stato dello Utah che si oppone a sentenze di giudici federali che vorrebbero imporgli il “matrimonio” omosessuale anche se la maggioranza dei suoi cittadini lo rifiuta. Seguiranno casi analoghi dell'Oklahoma e della Virginia. In questi casi la Corte Suprema potrebbe stabilire che è obbligatorio per gli Stati sposare persone dello stesso sesso. Oppure potrebbe anche non farlo. Come si dice nello sport in America, la partita non è finita fino al fischio finale. E in verità neanche dopo. Nel XIX secolo la Corte Suprema ha emesso diverse decisioni a favore della schiavitù. Poi ha cambiato idea. La terribile sentenza sull'aborto ha portato all'uccisione di cinquantasei milioni di bambini americani, con conseguenze devastanti anche sull'economia, sulle pensioni. Ci sarebbe stata la crisi economica con cinquantasei milioni di consumatori e di contribuenti ai fondi pensione in più? Non ci arrendiamo sull'aborto, dove ci sono piccoli segnali incoraggianti anche nelle sentenze, e non ci arrenderemo sulla famiglia, così come qualcuno a suo tempo non si arrese sulla schiavitù.

In Europa pensavamo che gli Stati Uniti fossero il Paese della libertà di espressione e di coscienza. Sembra che con le leggi sull'omofobia non sia più così. Il nostro quotidiano ha dato spazio a un caso di cui l'Adf si è molto occupata, il caso Elane Photography, in cui la Corte Suprema del New Mexico ha imposto a una fotografa di mettere la sua arte al servizio di una coppia di lesbiche, che come cristiana si era rifiutata di fotografare. Questa settimana abbiamo anche riferito di una sentenza della Corte Suprema della Louisiana, che attacca direttamente il segreto della confessione cattolica imponendo a un sacerdote di avvisare la polizia quando viene a conoscenza di un reato in confessione. Che sta succedendo?

Il problema è sempre quello della coscienza. C'è un'aggressione mondiale alla libertà di coscienza. Negli Stati Uniti e ora anche in Europa ci sono casi contro fiorai e pasticceri che si sono rifiutati per ragioni di coscienza di preparare torte o composizioni floreali per matrimoni o eventi omosessuali. Torno al punto di partenza: se la coscienza è un semplice sentimento queste sentenze sono comprensibili. Ma se è il sacrario inviolabile della nostra libertà le cose stanno diversamente. Questo vale anche per la confessione in Louisiana, e come cattolici consideriamo la protezione del segreto della confessione qualche cosa di sacro. Se il caso arriverà alla Corte Suprema (si può sempre sperare in una transazione fondata sul buon senso, e noi alle transazioni siamo sempre favorevoli), l'Adf se ne occuperà e cercherà di vincere. È importante sottolineare che noi non iniziamo mai casi legali per ragioni propagandistiche o per farci pubblicità: in effetti, non ci facciamo nessuna pubblicità. Noi iniziamo le cause per vincerle, e grazie a Dio in un'ampia maggioranza di casi le vinciamo. Detto questo, nel lontano 2003 ho pubblicato un libro che ha avuto un certo successo, «L'agenda omosessuale. La maggiore minaccia alla libertà religiosa oggi». Che sia la maggiore minaccia ormai è chiaro in tutto il mondo. Con altri si può negoziare. Con gli attivisti omosessualisti no. Lo dicono chiaramente: non si accontentano di trovare soluzioni pragmatiche a qualche problema, ma vogliono ridefinire la cultura e la società, e vietare per legge che qualcuno si opponga.

venerdì 11 luglio 2014

Dagli Usa una bella lezione per i timidi cattolici italiani di Tommaso Scandroglio, 11-07-2014, http://www.lanuovabq.it

La sentenza della Corte Suprema di qualche giorno fa che, in contrasto con quanto previsto dall’Obama-care, ha permesso a due aziende statunitensi quotate in borsa – la Hobby Lobby e la Conestoga Wood Specialties - di non pagare le spese per la contraccezione eventualmente sostenute dai propri dipendenti, sta creando un effetto a catena. Infatti, dopo solo 24 ore dalla pronuncia dei giudici della Suprema Corte, due tribunali federali hanno preso decisioni identiche a favore di una televisione cattolica e cinque enti no-profit di ispirazione cristiana del Wyoming: la diocesi di Cheyenne, la Caritas statale, l’orfanatrofio di Saint Joseph, la scuola di Saint Anthony e l’Università cattolica del Wyoming. In modo analogo ha sentenziato una corte dell’Illinois a favore del Wheaton College alle porte di Chicago.

E siamo solo all’inizio dato che ad oggi sono 100 i gruppi che hanno fatto causa al ministero della Salute a motivo della riforma sanitaria di Obama varata nel 2010. Senza poi contare che 80 enti no profit hanno già vinto la loro sfida nei tribunali federali o statali. Voci di corridoio affermano che il presidente stia preparando una contromossa per arginare questo diluvio di ricorsi che molto probabilmente lo vedrebbero in futuro di nuovo perdente. Il cardine di queste vittorie si situa su uno snodo giuridico particolare: la libertà religiosa. Secondo i giudici tale libertà deve essere tutelata anche quando Tizio agisce da imprenditore e non solo alla domenica quando si reca in chiesa.

Importare questo ragionamento giuridico in casa nostra verrebbe qualificato da molti scandaloso, anzi al limite del ridicolo. L’espressione dei propri convincimenti religiosi da noi non solo non è tutelata – semmai tollerata posto che sia esercitata nel chiuso di ambienti domestici o in luoghi deputati – ma addirittura viene osteggiata. Poniamo mente solo a tutta la querelle che è fiorita intorno alla teoria del gender: l’asserzione di personali giudizi di carattere morale – propri anche del portato culturale cattolico – viene interpretata come atto di discriminazione a danno delle persone omosessuali.Ma il caso Obama-care versus libertà religiosa è d’insegnamento per noi altri anche per ulteriori motivi. La strategia vincente made in Usa è quella non di lisciare il pelo del nemico per il verso giusto, tentando compromessi con il governo o arrabattandosi nel trovare nelle norme delle riforma sanitaria di Obama pertugi per non pagare le assicurazioni su aborto e contraccezione (ci saranno pur state in questa riforma delle parti buone, no?). Bensì è una strategia dichiaratamente antagonista che dice un “No” semplice e tondo tondo alla riforma sanitaria.

Tutto l’opposto, ad esempio, di quello che è avvenuto e sta avvenendo in alcuni settori della cultura “cattolica” in merito alla pronuncia della nostra Corte Costituzionale sull’eterologa dove non pochi, all’indomani della sentenza ed anche prima, si sono affrettati ad indicare la strada della legittimazione parlamentare dell’eterologa come rimedio per arginare la stessa eterologa (un bel controsenso). Optando per la formalizzazione normativa di quanto disposto dai giudici, alcuni “cattolici” illuminati non solo hanno fatto propria una soluzione in contrasto con la morale naturale – mai si può varare una legge intrinsecamente malvagia seppur meno malvagia di un’altra – ma si sono altresì allineati perfettamente all’orientamento deciso dalla Corte. In buona sostanza: negli Usa Obama pone una norma liberticida e diocesi, università, conventi, imprese la contrastano in radice e vincono. Noi ci troviamo davanti a dei giudici che dicono “Sì” all’eterologa e una parte del mondo pro-life dice pure lui “Sì” all’eterologa seppur in versione un poco depotenziata (cosa poi che nei fatti sarà tutta da verificare: vedasi cosa ha detto il ministro Lorenzin un paio di giorni fa al Corriere).

Insomma, tanto per rimanere legati alla recente cronaca calcistica, i giudici mettono a segno sette gol e noi siamo tutti contenti se riusciamo a limitare la sconfitta e segnare il gol della bandiera. Ma, è bene ricordarselo, anche se abbiamo fatto una rete l’incontro l’abbiamo perso ugualmente. E’ l’eterologa che va in finale, non la dottrina della Chiesa. Qualcuno obietterà: “Ma lì è l’America, è la patria dei duri e puri, un Paese con una lunga tradizione di manifestazioni popolari. Noi siamo diversi per sensibilità e storia”. Risposta: l’Italia è la culla della cristianità, nazione dove ha sede la cattedra di Pietro. Non si capisce cosa ci manca per ribaltare la situazione in quanto a tradizione, risorse e talenti. Non è nelle nostre corde dire evangelicamente “Sì sì, no no”? La soluzione è semplice: impariamo a dirlo questo “Sì sì, no no”. Milioni di bambini che continuamente muoiono per aborto e per Fivet lo esigono.

Continuiamo ad approfondire il tema del “che fare?”. Andiamo a bussare alla porta dei politici? Il mondo della politica non offre appigli. Anzi, gli esponenti “cattolici” nel momento attuale o remano contro o, per usare un eufemismo, hanno le idee confuse. Bene lavorarli ai fianchi, ma non aspettiamoci fuochi artificiali. Ci appelliamo ai pastori? La realtà italiana ecclesiale, nella maggior parte dei casi, col cambio di stagione della teologia morale ha messo in naftalina la pastorale sui principi non negoziabili e allorché ne parla assume posizioni dottrinali eterodosse. Il silenzio omertoso di una buonissima fetta della Chiesa italiana su questi temi – vedasi da ultimi eterologa e unioni civili di Renzi – fa addirittura sospettare che le bocche chiuse siano merce di scambio per ottenere qualcosa d’altro.

Ci rivolgiamo infine alla base del laicato? Ampi settori del mondo pro-life o sono ostaggi di questa Chiesa del silenzio (e l’espressione non rimanda alla Chiesa perseguitata) e quindi stanno al verone a guardare. Oppure, se sono da questa indipendenti, nel momento attuale sono assai divisi in lotte intestine e dunque – a  parte qualche significativo caso – risultano essere paralizzati nell’azione. Ma forse è proprio questo “significativo caso” che potrebbe essere la nostra ancora di salvezza. Esistono realtà laicali ben formate e agguerrite sul piano operativo. Perché non esportare il loro modello in altri ambiti e non ingrandire di scala i loro progetti? Nei momenti di confusione, basta una voce chiara che dica e proponga di fare cose semplici ma radicali per trascinare. Forse che questa è la strada buona?