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venerdì 28 giugno 2013

NOZZE GAY/ 1. McCarthy (Usa): le leggi hanno fallito, ora sta a noi difendere il matrimonio - venerdì 28 giugno 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

NOZZE GAY/ 1. McCarthy (Usa): le leggi hanno fallito, ora sta a noi difendere il matrimonio

L’altro ieri il presidente Barack Obama ha espresso la sua opinione a proposito di amore e matrimonio, a seguito della decisione della Corte Suprema di cancellare il Defense of Marriage Act (Doma). “L’amore è amore”, ha cinguettato sull’account presidenziale di Twitter. Tutto qui. Insomma, perché tutte queste storie da millenni? "Fate l'amore, non la guerra!"

Per esser chiari, la sentenza di ieri non ha reso costituzionale il “matrimonio” omosessuale. La sentenza ha dichiarato incostituzionale quella parte del Doma, approvato nel 1996, che impediva alle coppie omosessuali, il cui matrimonio era stato riconosciuto dallo Stato in cui vivevano, di usufruire dei benefici riconosciuti dalla legge federale alle altre coppie sposate. La maggioranza (costituita, presumibilmente, dai giudici di “sinistra” più il “voto oscillante” del giudice Anthony Kennedy) ha posto una sorta di ipotesi di “federalismo” passivo, “lasciando che siano gli Stati a decidere” (per inciso, su queste basi anche il senatore Rand Paul, un libertario del Tea party, si è dichiarato a favore della decisione).

Nello stesso tempo, tuttavia, la medesima maggioranza ha truccato i dadi per la prossima battaglia legale - la costituzionalità del matrimonio omosessuale in sé - affermando che il difetto fondamentale del Doma era la sua “deprivazione della equa libertà delle persone”, con “lo scopo e l’effetto di creare disparità” e offendere la “personalità e dignità” delle coppie omosessuali. Il giudice Antonin Scalia, in rappresentanza della minoranza, ha letto il suo fermo dissenso da una decisione che ha la pretesa di non decidere nulla mentre decide tutto in anticipo.

“Ci vuole una bella faccia tosta della maggioranza odierna per assicurarci, mentre esce dalla porta, che qui non è in discussione una necessità costituzionale di dare riconoscimento formale alle coppie omosessuali, quando ciò che ha preceduto questa assicurazione è una lezione sulla superiorità del giudizio morale della maggioranza in favore del matrimonio omosessuale rispetto all’odioso giudizio morale del Congresso contro di esso… Dichiarando formalmente che chiunque si opponga al matrimonio omosessuale è un nemico della dignità umana, la maggioranza arma nel migliore dei modi ogni ricorrente contro una legge statale che restringa il matrimonio alla sua definizione tradizionale”. 

Il problema è, ovviamente, molto più grande del dibattito che lo riguarda, sia che i giudici debbano “legiferare dall’alto” o “lasciare che decidano gli Stati”. Dovremmo forse “rimandare agli Stati” la decisione se le persone di colore sono o non sono esseri umani? In gioco è la natura umana, e questa include lo status della corporeità umana, della differenza sessuale, del fatto che i bambini sono concepiti da un padre e da una madre. Non si vota su questo, nemmeno in democrazia. Per ironia, è stata la lobby gay a far appello ad una sorta di “legge naturale”, quando il matrimonio omosessuale è stato vietato in California (“Proposizione 8”), affermando che un diritto così naturale come il matrimonio non poteva essere sottoposto al voto popolare!

Il punto, quindi, è cosa e chi siamo noi? La risposta della cultura dominante, come sappiamo, è diventata progressivamente negativa, senza contenuto. Siamo il prodotto della nostra volontà, “liberati” dal peso del nostro passato, delle nostre ascendenze, delle nostre tradizioni e, soprattutto, l’uno dall’altro. E andiamo avanti (“speranza”), ricreando noi stessi secondo i nostri desideri (“e cambiamento”): avanti! 

Questa non è una storia nuova. Per molto tempo abbiamo guardato a noi stessi solo come individui e portatori di diritti astratti nel nostro “stato naturale”. La famosa dichiarazione del citato giudice Kennedy nel caso Planned Parenthood vs. Casey (1992) dice tutto a tal proposito: “Al cuore della libertà è il diritto di definire il proprio concetto di esistenza, di significato, dell’universo e del mistero della vita umana”. Questa dichiarazione ci dà un’idea di cosa “vita, libertà e ricerca della felicità” hanno voluto dire per un lungo periodo e cosa di sicuro significano oggi. 

Ciò che si percepisce ora come una rivalsa, comunque, è che tutto si sta giocando sul piano del corpo umano, l’ultimo baluardo di resistenza al progetto dell’io moderno. Essere incarnati ci chiede di riconoscere che troviamo noi stessi in relazioni che non sono il prodotto di una scelta e che invece, ci costituiscono. Essere in un corpo è riconoscere che siamo quello che siamo in virtù di un altro (diverso) e che il nostro compimento è legato al “rischio” che assumiamo con lui o lei. Nel corpo, non siamo un prodotto nostro, il prodotto dei nostri voleri. E la nostra felicità non è “come noi la definiamo”.

Le decisioni prese ieri dalla Corte Suprema, ma anche decisioni precedenti (sul divorzio e l’aborto) e altre che si prospettano negli anni a venire (sul “diritto” delle coppie omosessuali ad “avere figli”, attraverso “l’uguale diritto di accesso” alle tecniche di riproduzione artificiale) possono essere tutte comprese come mosse per superare l’ultima frontiera di resistenza a quella che Papa Benedetto ha definito la “dittatura del relativismo”.

È chiaro che il bene dei figli, che ora saranno certamente separati da almeno un genitore, se non da tutti e due, non sarà avvantaggiato da quest’ultima decisione, come non lo è stato dalle precedenti. Ed è dubbio che lo sia il bene dei loro “genitori”. Talvolta l’amore non è amore, talvolta è guerra.

In risposta alla decisione di ieri, i vescovi degli Stati Uniti hanno parlato di “decisione tragica”.


“Il bene comune di tutti, specialmente dei nostri figli, dipende da una società che lotti per difendere la verità del matrimonio.  Adesso è il momento di raddoppiare i nostri sforzi nel testimoniare questa verità. Queste decisioni sono parte di una discussione pubblica di grande importanza. Il futuro del matrimonio e il bene della nostra società sono in bilico”. 

Dobbiamo notare che i vescovi non hanno fatto come molti protestanti, che si rifanno subito al “piano divino” o a “ciò che la Bibbia dice”. Hanno fatto ciò che Gesù fece quando si trovò a discutere sul matrimonio con i Farisei. Hanno fatto riferimento “all’inizio”, alla creazione iniziale di Dio che creò l’uomo maschio e femmina, ma hanno fatto anche riferimento “all’inizio” nel cuore dell’uomo, per cui ognuno, uomo, donna, bambino, può conoscere, in linea di principio, la verità della propria umanità, corpo e anima.  

Ciò detto, non è mai stato facile capire tutte queste cose, perché non è mai stato facile essere un marito, una moglie, una madre, un padre, un figlio. Come suggeriscono i vescovi, per poter capire tutte queste cose ci vogliono testimoni della più profonda verità del cuore dell’uomo. 

© Riproduzione Riservata. 

martedì 14 maggio 2013


VALENCIA, 4-7 LUGLIO 2006
«RAGGIO DIVINO AL MIO PENSIERO APPARVE, DONNA, LA TUA BELTÀ» (G. LEOPARDI) - Julián Carrón

L’intervento di Julián Carrón al Congresso teologico pastorale “La trasmissione della fede nella famiglia”, in occasione del V Incontro mondiale delle famiglie con Benedetto XVI. Valencia, 5 luglio 2006 

Risulta ogni volta più evidente che non si può dare per scontata la maturità del soggetto umano che si accosta al matrimonio. Indipendentemente dalla loro buona volontà, la realtà è che tanti giovani arrivano al matrimonio senza la coscienza adeguata della natura dell’avventura che stanno per intraprendere. Ciò non si può dare per scontato neanche per i giovani cristiani, che in non poche occasioni si avvicinano al matrimonio in condizioni non dissimili da quelle dei loro amici non cristiani, con l’unica differenza che si sposano in chiesa e hanno quanto meno un desiderio di sposarsi secondo la concezione del matrimonio che la Chiesa difende e testimonia. Questa carenza di coscienza non si può risolvere con i corsi prematrimoniali che conosciamo, i quali per loro propria natura non possono dare risposta alla situazione di quanti li frequentano. Grande è la sfida che si presenta all’intera comunità cristiana: è messa alla prova la sua capacità di generare personalità adulte, uomini e donne, in grado di accostarsi al matrimonio con una minima prospettiva di un esito positivo.
In un intervento come questo, è impossibile affrontare tutta la problematica del matrimonio e della famiglia. Mi concentrerò su una questione che mi sembra essenziale per mettere in luce quella relazione particolare che si stabilisce fra un uomo e una donna.
La crisi della famiglia è una conseguenza della crisi antropologica nella quale ci troviamo. Gli sposi infatti sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno si fa della propria vita, della realizzazione di sé. Ciò implica una concezione dell’uomo e del suo mistero. «La questione del giusto rapporto fra l’uomo e la donna - ha detto Benedetto XVI - affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?».1
Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è l’aiuto a prendere coscienza del mistero del loro essere uomini. Solo in questo modo potranno mettere adeguatamente a fuoco la loro relazione, senza attendersi da essa qualcosa che per loro natura nessuno di loro può dare all’altro. Quanta violenza, quanta delusione potrebbero essere evitate nel rapporto matrimoniale, se fosse compresa la natura propria della persona!
Questa mancanza di coscienza del destino dell’uomo conduce a fondare tutto il rapporto su un inganno, che si può formulare così: la convinzione che il tu può rendere felice l’io. Il rapporto di coppia, in questo modo, si trasforma in un rifugio, tanto desiderato quanto inutile, per risolvere il problema affettivo. E quando l’inganno si manifesta, è inevitabile la delusione perché l’altro non ha compiuto l’aspettativa. Il rapporto matrimoniale non può avere altro fondamento che la verità di ciascuno dei suoi protagonisti. È la stessa relazione amorosa che contribuisce in maniera particolare a scoprire la verità dell’io e del tu, e insieme con la verità dell’io e del tu si manifesta la natura della vocazione comune.
In effetti, «il mistero eterno del nostro essere» ci viene rivelato dalla relazione con la persona amata. Nulla ci risveglia, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata. La sua presenza è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Ciò che il poeta Cesare Pavese dice del piacere si può applicare al rapporto amoroso: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito».2 Un io e un tu limitati suscitano l’uno nell’altro un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal loro amore verso un destino infinito. In questa esperienza si rivela a entrambi la propria vocazione. Sentono la necessità l’uno dell’altro per non restare paralizzati nel proprio limite, senza altra prospettiva che la noia della solitudine.
Ma nello stesso momento in cui si rivelano a noi stessi le dimensioni senza limite del nostro desiderio, ci viene offerta una possibilità di compimento. Più ancora, intravedere nella persona amata la promessa del compimento accende in noi tutto il potenziale infinito del desiderio di felicità. Per questo non c’è nulla che ci faccia comprendere il mistero del nostro essere uomini meglio del rapporto fra un uomo e una donna, come ci ha ricordato Benedetto XVI nella enciclica Deus caritas est: «l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente, […] all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, […] al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono».3
In questo rapporto l’uomo sembra incontrare la promessa che gli fa superare il proprio limite e gli permette di raggiungere una pienezza incomparabile.4 Per questo storicamente si è percepita una relazione fra l’amore e il divino: «L’amore promette infinità, eternità - una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere».5
È l’esperienza che testimonia il poeta italiano Giacomo Leopardi nel suo inno ad Aspasia: «Raggio divino al mio pensiero apparve, 
Donna, la tua beltà».6

La bellezza della donna è percepita dal poeta come un “raggio divino”, come la presenza della divinità. Attraverso la sua bellezza, è Dio che bussa alla porta dell’uomo. Se l’uomo non comprende la natura di questa chiamata, e invece di assecondarla si ferma alla bellezza che vede davanti a sé, presto essa si manifesta incapace di compiere la sua promessa di felicità, di infinito.

«Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l’errore e gli scambiati oggetti
Conoscendo, s’adira; e spesso incolpa
La donna a torto».7

Vuol dire che la donna, con il suo limite, desta nell’uomo, anch’egli limitato, un desiderio di pienezza sproporzionato rispetto alla capacità che essa ha di rispondervi. Suscita una sete che non è in condizione di estinguere. Suscita una fame che non trova risposta in colei che l’ha destata. Da qui la rabbia, la violenza, che tante volte sorgono fra gli sposi, e la delusione nella quale vanno a cadere, se non comprendono la vera natura del loro rapporto.
La bellezza della donna è in realtà «raggio divino», segno che rimanda oltre, ad altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto alla sua natura limitata.8 La sua bellezza grida davanti a noi: «Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?».9 Con queste parole il genio di C.S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, della quale il rapporto fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cade nell’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. Come se una donna che riceve un mazzo di fiori, rapita dalla loro bellezza, si dimenticasse del volto di chi glieli ha mandati, e del quale sono segno, perdendo il meglio che i fiori recavano. Non riconoscere all’altro il suo carattere di segno conduce inevitabilmente a ridurlo a ciò che appare ai nostri occhi. E prima o poi si manifesta incapace di rispondere al desiderio che ha suscitato.
Per questo, se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è condannato a rimanere insoddisfatto. Di fronte a questa insoddisfazione, l’unica via d’uscita che oggi tanti vedono è cambiare la coppia, dando inizio a una spirale in cui il problema viene rinviato fino al momento della prossima delusione. 
Il poeta tedesco Rainer Maria Rilke ha identificato con singolare efficacia il dramma del rapporto amoroso, intuendo che entrare in questa spirale non può essere l’unica via d’uscita: «Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno».
Solo nell’orizzonte di un amore più grande si può evitare di consumarsi nella pretesa, carica di violenza, che l’altro, che è limitato, risponda al desiderio infinito che desta, rendendo così impossibile il compimento di sé e della persona amata. Per scoprirlo bisogna essere disposti ad assecondare la dinamica del segno, restando aperti alla sorpresa che questa possa riservarci.
Leopardi ha avuto il coraggio di correre questo rischio. Con una intuizione penetrante del rapporto amoroso, il poeta italiano intravede che ciò che cercava nella bellezza delle donne di cui si innamorava era la Bellezza con la B maiuscola. Al vertice della sua intensità umana, l’inno Alla sua donna è un inno alla «cara beltà» che cerca in ogni bellezza; tutto il suo desiderio è che la Bellezza, l’idea eterna della Bellezza, assuma una forma sensibile.10 È ciò che è accaduto in Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo Luigi Giussani ha definito questa poesia come una profezia dell’Incarnazione.11
Questa è la pretesa di Gesù, che troviamo in alcuni testi che a prima vista possono risultarci paradossali. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; […] Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,34-37; 39-40).
In questo testo Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. Ponendo se stesso al cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera. In tal modo Gesù rivela la portata della promessa che la sua persona costituisce per quanti lo lasciano entrare. Non si tratta di una ingerenza di Gesù a livello dei sentimenti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo abbia potuto mai ricevere: senza amare Cristo, la Bellezza fatta carne, più della persona amata, quest’ultimo rapporto avvizzisce, perché è Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale l’un l’altro si rinviano e nella quale il loro rapporto si compie. Solo permettendogli di entrare in esso è possibile che il rapporto più bello che può accadere nella vita non si corrompa e con il tempo muoia. Tale è l’audacia della sua pretesa.
In questo momento appare in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire un’esperienza del cristianesimo come pienezza di vita per ogni uomo. Solo nell’orizzonte di questo rapporto più grande, come diceva Rilke, è possibile non consumarsi, perché ciascuno trova in esso il suo compimento umano, sorprendendo in sé una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di gratuità senza limiti, di perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento positivamente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione di cui sono i protagonisti principali, limitandosi a pensare che l’appartenenza alla comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà.
In ciò si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro suscita costantemente in me, verso Cristo. Così si potrà non passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4,18) senza riuscire a soddisfare la propria sete. La coscienza della propria incapacità a risolvere da se stessa il proprio dramma, neppure cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile che non ha potuto evitare di gridare: «Signore […], dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete» (Gv 4,15).
Senza un’esperienza di Cristo come pienezza dell’uomo, l’ideale del cristianesimo per il matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile a realizzarsi. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. In realtà esse sono frutto di una tale intensità dell’esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che «per Dio nulla è impossibile». Solo un’esperienza così può mostrare la razionalità della fede cristiana, come totalmente corrispondente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto così costituisce la migliore proposta educativa per i figli, che attraverso la bellezza del rapporto fra i genitori sono introdotti, come per osmosi, nel significato dell’esistenza. La loro ragione e la loro libertà sono costantemente sollecitate a non staccarsi da tale bellezza; la stessa bellezza risplendente nella testimonianza degli sposi cristiani che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare.

Note

1 Benedetto XVI, Apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma su Famiglia e Comunità Cristiana, in La Traccia, n. 6, 2005, p. 160.
2 C. Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 2000, p. 190.
3 Deus caritas est, 2.
4 Deus caritas est, 4: «I greci - senz’altro in analogia con altre culture - hanno visto nell’eros innanzitutto l’ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una “pazzia divina” che strappa l’uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. Tutte le altre potenze tra il cielo e la terra appaiono, così, d’importanza secondaria: “Omnia vincit amor”, afferma Virgilio nelle Bucoliche - l’amore vince tutto - e aggiunge: “et nos cedamus amori” - cediamo anche noi all’amore».
5 Deus caritas est, 5.
6 G. Leopardi, Aspasia, vv. 33-34.
7 Ibidem, vv. 44-48.
8 Ct 8,6-7: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, / come sigillo sul tuo braccio; / perché forte come la morte è l’amore, / tenace come gli inferi è la passione: / le sue vampe son vampe di fuoco, / una fiamma del Signore! / Le grandi acque non possono spegnere l’amore / né i fiumi travolgerlo. / Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio».
9 C.S. Lewis, Sorpreso dalla gioia, Jaca Book, Milano 2002, p. 160.
10 G. Leopardi, Alla sua donna, vv. 45-47 : «Se dell’eterne idee / l’una sei tu cui di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita…».
11 Il tema è affrontato più ampiamente in: L. Giussani, Le mie letture, Bur, Milano 1996.

giovedì 21 marzo 2013


Se siete a favore della “morte dignitosa” è perché non avete mai letto questo racconto di Vonnegut - marzo 20, 2013 Gianmario Gatti - Mauro Grimoldi - http://www.tempi.it

manchester-islam-diritto-vita-eutanasia

Leggiamo su tempi.it (ah se non ci fosse Tempi!?!) del dottor Michael Irwin e della sua idea di aprile una clinica per il suicidio assistito e “razionale” in Gran Bretagna, il nome potrebbe essere die-alogue, sul modello della Dignitas elvetica.
Allora qui bisogna raccontare una storia.

Un tizio è seduto in quella che ha l’apparenza d’essere una sala d’aspetto ed è talmente evanescente che nessuno si accorge della sua presenza, come fosse invisibile. C’è lì anche un pittore che sta affrescando la stanza con i ritratti di quelli che poi scopriremo essere dei benefattori e, mentre lavora, scambia quattro chiacchiere con una signora, forse un’infermiera. Entra il dottor Hitz, un uomo di qualche centinaio d’anni, ancora pieno di energie. Dice che deve occuparsi di un padre la cui moglie sta per mettere al mondo tre gemelli. “Sono qui” dice l’uomo invisibile. Ha una faccia triste. Non è un uomo contento. Non gioisce per l’imminente paternità. Nel suo paese, infatti, non c’è più povertà, non c’è più fame, si vive a lungo e in salute, ma per fare posto ai nuovi nati è necessario che qualcuno, spontaneamente, accetti di togliersi di mezzo. Naturalmente con dignità e in modo indolore, come garantisce l’Ufficio Federale di Terminazione, la geniale creatura del dottor Hitz dove ci troviamo. Così Edward K. Wehling, questo è il nome del fantasma triste, deve trovare tre “benefattori” se vuole che i suoi figli vengano al mondo. “Ci sarebbe la nonna” – pensa; ma c’è anche un piccolo problema: “Io voglio questi bambini” dice Edward. “Naturalmente. È umano, questo”, replica il dottore. “Sì, ma non voglio che muoia la nonna” insiste lo spettro. “Così lei preferirebbe tornare a due secoli fa, quando io ero giovane e il mondo era un inferno? Non c’era acqua, né cibo, né spazio per tutti! E tutti pretendevano di riprodursi come conigli e di vivere, magari a lungo! Un inferno, le assicuro, di violenze, malattie, ingiustizie. Pensi al presente! Pensi ai suoi figli che, a prezzo di un sacrificio accettabile, vivranno in un mondo felice, spazioso, in pace! Per tanto tempo e senza preoccupazioni, neppure quella di guadagnarsi da vivere”.

Niente da fare, realizza Edward, non c’è alternativa al “suicidio etico”. Il fantasma si deve rassegnare. Allora decide che penserà lui stesso a fare spazio ai suoi figlioli. Estrae una pistola e uccide il medico, poi spara all’infermiera e infine si suicida. Tre morti. Tre posti.

Il pittore assiste sgomento alla scena; scende dalla scala, è tentato di farla finita pure lui, ma poi ci ripensa. Va al telefono e compone un numero strano: 2BR02B. In inglese: To be or not to be. Gli risponde il Federal Bureau of Termination e lui si prenota per morire, il più presto possibile.

“Grazie signore. La sua città la ringrazia. Il suo paese la ringrazia. Il pianeta la ringrazia. Ma soprattutto la ringraziano le future generazioni” , risponde la calda voce d’una signorina, all’altro capo del filo.

È un racconto, introvabile in italiano, del 1962 di Kurt Vonnegut, pacifista, illuminista, liberal, americano anti-americano, apocalittico, fantascientifico, nato a Indianapolis nel 1922 e morto nel 2007 a New York. Sopravvissuto al bombardamento di Dresda, ha raccontato la cosa nel suo libro più famoso, Mattatoio numero cinque (Feltrinelli).

L’ultimo numero del New York Review of Books ospita qualche brano del primo capitolo dell’ultimo libro dell’insigne giurista Ronald Dworkin, morto il 14 febbraio scorso, dal titolo Religion Without God, Religione senza Dio. L’idea riportata all’inizio e da molti condivisa è più o meno che le guerre di religione sono una maledizione della nostra specie, come il cancro. Gli uomini si uccidono tra loro perché ciascuno odia il dio dell’altro. Così se noi riusciremo a separare la religione da Dio, la temperatura dell’odio scenderà e diminuiranno misura e rilevanza delle guerre.

Il Papa, incontrando il 20 marzo i rappresentanti delle altre religioni e confessioni cristiane, dice esattamente il contrario: Sappiamo quanta violenza abbia prodotto nella storia recente il tentativo di eliminare Dio e il divino dall’orizzonte dell’umanità, e avvertiamo il valore di testimoniare nelle nostre società l’originaria apertura alla trascendenza che è insita nel cuore dell’uomo.

Che c’entra tutto ciò con la storia raccontata prima? Lo chiarisce lo stesso Francesco: …Dobbiamo tenere viva nel mondo la sete dell’assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione, secondo cui l’uomo si riduce a ciò che produce e a ciò che consuma: è questa una delle insidie più pericolose per il nostro tempo.

Sarà ora che ciascuno decida cosa è davvero razionale, cioè cosa è davvero umano.

venerdì 9 novembre 2012


La pedagogia del desiderio umano e il desiderio di Dio - http://www.zenit.org

Un commento di Massimo Introvigne all'Udienza del 7 novembre 2012
di Massimo Introvigne
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 novembre 2012 (ZENIT.org ) - All’udienza generale del 7 novembre 2012, Benedetto XVI ha affrontato – nell’ambito delle sue catechesi per l’Anno della fede – un tema tradizionale della teologia cattolica di tutti i tempi: il desiderio di Dio. «L’uomo porta in sé un misterioso desiderio di Dio», e il Catechismo della Chiesa Cattolica lo ribadisce con grande chiarezza: «Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l'uomo e soltanto in Dio l'uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa» (n. 27). 
Ci sono ancora nel mondo, osserva il Papa, culture dove questa affermazione «appare del tutto condivisibile, quasi ovvia». Invece, «nell’ambito della cultura occidentale secolarizzata» la tesi del desiderio di Dio «potrebbe sembrare una provocazione. Molti nostri contemporanei potrebbero infatti obiettare di non avvertire per nulla un tale desiderio di Dio. Per larghi settori della società Egli non è più l’atteso, il desiderato, quanto piuttosto una realtà che lascia indifferenti, davanti alla quale non si deve nemmeno fare lo sforzo di pronunciarsi». Ma non per tutti. Il desiderio di Dio, nota il Pontefice, «non è del tutto scomparso», e in un certo senso non può scomparire e non scomparirà mai.
Benedetto XVI invita a rileggere la sua prima enciclica, forse da molti dimenticata, Deus caritas est, dove afferma che anche nella nostra epoca secolarizzata c’è ancora «un momento di estasi, di uscita da sé», un «luogo in cui l’uomo avverte di essere attraversato da un desiderio che lo supera»: è l’esperienza dell’amore tra l’uomo e la donna, che «sperimentano in modo nuovo, l’uno grazie all’altro, la grandezza e la bellezza della vita e del reale». Anche dove sembra sparito il desiderio di Dio, resta però il desiderio di un amore vero e totale, non facile da trovare e realizzare, sulla cui strada «ci si deve esercitare, allenare, anche correggere» per arrivare alla meta.
L’amore potrà anche partire dal classico colpo di fulmine, ma solo con il tempo e con una sorta di lavoro su se stessi «potrà progressivamente approfondirsi per l’uomo la conoscenza di quell’amore che aveva inizialmente sperimentato». Attraverso questo lavoro, ciascuno finirà per scoprire un mistero: che nessun uomo, nessuna donna «è in grado di saziare il desiderio che alberga nel cuore umano, anzi, tanto più autentico è l’amore per l’altro, tanto maggiormente esso lascia dischiudere l’interrogativo sulla sua origine e sul suo destino, sulla possibilità che esso ha di durare per sempre». Alla fine, l’amore tra uomo e donna ci pone «di fronte al mistero che avvolge l’intera esistenza», ci rimanda – se abbiamo il coraggio di andare fino in fondo, di non chiuderci alle conseguenze ultime – a Dio.
E questo non vale solo per la relazione fra un uomo e una donna ma anche per «l’amicizia, l’esperienza del bello, l’amore per la conoscenza: ogni bene sperimentato dall’uomo protende verso il mistero che avvolge l’uomo stesso; ogni desiderio che si affaccia al cuore umano si fa eco di un desiderio fondamentale che non è mai pienamente saziato». Intendiamoci, precisa il Papa: da queste esperienze non si arriva «direttamente» alla fede. «Non si può conoscere Dio a partire soltanto dal desiderio dell’uomo». E tuttavia quando vediamo la persona amata, un’opera d’arte, un paesaggio avvolto in una luce misteriosa sorge in noi «il desiderio di conoscere la luce stessa, che fa brillare le cose del mondo e con esse accende il senso della bellezza».
Capire che questa luce è Dio non è più né ovvio né automatico, perché oggi viviamo in un’epoca «refrattaria alla dimensione trascendente». C’è bisogno che qualcuno ci aiuti attraverso «una sorta di pedagogia del desiderio» in due tappe. Nella prima, dobbiamo «imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita» in tutti i campi: «la famiglia, l’amicizia, la solidarietà con chi soffre, la rinuncia al proprio io per servire l’altro, l’amore per la conoscenza, per l’arte, per le bellezze della natura». «Contro la banalizzazione e l’appiattimento oggi diffusi» occorre educare sin da bambini a coltivare un «gusto interiore»,  «purificandosi dalla mediocrità nella quale possono trovarsi invischiati» sia i giovani sia gli adulti. Alla bellezza ci si educa e si educa.
La seconda tappa consiste nel «non accontentarsi mai di quanto si è raggiunto»: è giusto, in tema di bellezza, volere sempre di più, il che ci porterà a «percepire con sempre maggiore chiarezza che nulla di finito può colmare il nostro cuore». Può darsi – ammette con franchezza il Pontefice – che questo desiderio di bellezza ci porti su cammini sbagliati.
Anche in questo caso, «non dobbiamo però dimenticare che il dinamismo del desiderio è sempre aperto alla redenzione. Anche quando esso si inoltra su cammini sviati, quando insegue paradisi artificiali e sembra perdere la capacità di anelare al vero bene». Tutti dobbiamo – ma anche tutti possiamo – «percorrere un cammino di purificazione e di guarigione del desiderio». Non si tratta mai «di soffocare il desiderio che è nel cuore dell’uomo, ma di liberarlo, affinché possa raggiungere la sua vera altezza».
Molti non sono ancora arrivati a chiamare Dio la luce cui il loro desiderio inconsapevolmente tende. Ma chi «si lascia interrogare con sincerità dal dinamismo del proprio desiderio» è già almeno avviato sulla strada che porta alla fede.

mercoledì 12 settembre 2012


Davanti al desiderio copiato - Oddone Camerana, 12.9.2012, L’Osservatore Romano, http://www.news.va


Dire che vediamo noi stessi negli altri, o che il sé e l’altro sono inestricabilmente combinati, o che è grazie al collante esistente tra sé e l’altro che riusciamo a capire ciò a cui l’altro sta pensando o che sta per fare, sono espressioni che non sembrano, a tutta prima, affermare cose nuove in materia di intersoggettività.Senonché lo sono se si tiene conto che non stiamo parlando di concetti o di ipotesi, ma di cellule cerebrali, più precisamente dei “neuroni a specchio”, i “personaggi” che da qualche anno calcano la scena delle neuroscienze da protagonisti, sostituendosi in questo, e per ciò che riguarda le possibilità d’incontro tra i viventi, alle vecchie categorie della sociologia e della psicologia.
Sapevamo già che, mossi da spiriti camaleontici, abbiamo l’istinto di imitarci reciprocamente, di sincronizzare i nostri corpi e le nostre azioni e perfino il modo di parlare gli uni con gli altri. E non ci era sconosciuto il fatto che l’imitazione e il piacersi tendono ad andare di pari passo e che attraverso la mimica siamo in grado di provare ciò che provano le altre persone. L’imitazione e la sincronia, alla base della conversazione e della chiacchiera, sono, infatti, il collante che ci lega. Ciò che non sapevamo — ma non è più così grazie alle scoperte del gruppo dei neurofisiologi di Parma coordinati da Giacomo Rizzolatti e da quando, il testo di Marco Iacoboni  I neuroni a specchio (Torino, Bollati Boringhieri, 2008) è in circolazione — ciò che non sapevamo è che si tratta di cellule,  di organismi oggetto di osservazione, analisi e valutazione da parte del neuroimaging (tomografia assiale computerizzata, risonanza magnetica, tomografia a emissione di positroni, elettroencefalografia e altre tecniche a disposizione). A proposito del linguaggio umano qualcuno ha fatto notare che «se il linguaggio è stato dato all’uomo per nascondere i pensieri, allora l’intento dei gesti è quello di svelarli». È un bel modo per commentare l’origine gestuale del linguaggio, ma anche per richiamare la centralità dell’imitazione nel linguaggio stesso e nel nostro caso dei neuroni a specchio. Un particolare, questo, che se vale per tutto il mondo animale è ancora più vero per gli umani. «L’uomo — precisa Aristotele in Poetica, 4 — si differenzia dagli altri animali in quanto è più adatto all’imitazione». E in proposito, per capire i pensieri di qualcuno in un dato momento un personaggio di Poe faceva presente come cercasse di assumerne l’espressione del viso. In altre parole si trattava dell’empatia, della facoltà di immedesimarsi nel prossimo, di fare dell’altro un altro sé.
Stabilito che l’imitazione sta dunque al centro della rete dei neuroni a specchio rappresentando così la colonna portante dei comportamenti, può succedere che essa si trasformi nel suo punto di debolezza. Cosa che avviene per esempio nell’autismo, quando la macchina del sistema neuronale descritto s’inceppa, quando la capacità di risuonare emotivamente con gli altri non si mette in moto, quando le aree del cervello che dovrebbero entrare in sintonia si manifestano deficitarie. Tralasciando la descrizione delle modalità di cura previste in questo caso dai neurologi, anch’esse centrate in ogni modo sull’imitazione, si fa notare come noia e depressione si presentino come stati d’animo in cui la possibilità di ricorrere alla risorsa imitativa  è resa inerte. Ma come regolarsi di fronte ai casi di “violenza mediatica”, quando cioè i comportamenti criminosi sono il risultato di imitazione di comportamenti criminosi trasmessi dai media? A questo punto il problema che sorge riguarda l’area del libero arbitrio, area che sarebbe compromessa dalla potenza dell’imitazione. Una faccenda che non appartiene più solo alle neuroscienze ma alla visione deterministica del comportamento umano e fa dire a uno degli studiosi citati da Iacoboni: «Quando le persone sono libere di fare a modo loro, in genere si imitano a vicenda». Se non siamo liberi, come ancora si pensa, ma predeterminati come ci induce a pensare l’invadenza dei neuroni a specchio sollecitati dall’imitazione, ne va di mezzo la libertà, e il potere legislativo e quello dei tribunali penali devono rivedere il loro ruolo.soc
Problemi ardui, al cui esame possono dare un contributo, aggiungo io, due tipi di valutazioni: quella offerta dal funzionamento della pubblicità, l’advertising commerciale, e gli studi di René Girard. È merito della pubblicità di averci fatto capire come molte delle scelte che facciamo siano il risultato di considerazioni che, fuori di ogni consapevolezza, non siamo in grado di giustificare altro che tirando in ballo il bisogno di soddisfare esigenze di appartenenza e di identificazione. «Piace alla gente che piace», raccomandava a sostegno di un prodotto un vecchio slogan commerciale, verbalizzando senza volerlo la potenza dell’imitazione nel determinare un acquisto. Quanto a Girard, la sua ormai nota ipotesi sul desiderio copiato, cioè imitato, ricavata dallo studio dei testi della letteratura universale letti come manuali di antropologia, potrebbe servire a indurre a dirottare l’imitazione estirpandola dalla china verso la violenza imitativa, volgendola all’imitazione del Padre, come si legge nelle pagine dell’Imitazione di Cristo.

lunedì 19 marzo 2012


Gleeden, le donne la chiamano fedeltà di Raffaella Frullone, 19-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Lo presentano come il primo sito di incontri extraconiugali ideato dalle donne. Come se il tocco femminile fosse garanzia di qualità, un bollino anzi, da porre in calce a cartelloni e manifesti come tocco di classe. Si chiama Gleeden e conta oltre un milione e duecento iscritti nel nostro paese. Infedeli, penserete voi, invece no, perché il manifesto affisso sui muri delle nostre città recita: «Essere fedeli a due uomini significa essere due volte più fedeli». Uno slogan decisamente convincente, se si considera nella sola Milano ha attirato qualcosa come 50mila iscritti. Mariti, mogli, fidanzati e persone impegnate a tempo più o meno determinato che possono soddisfare i propri desideri e insieme vedersi pulita la coscienza perché no, non si tratta di essere fedifraghi, bensì fedeli due volte.

Lo staff del sito è composto rigorosamente da donne, che hanno pensato a questa campagna per mettere in rilievo, si legge nel sito, come la ricerca di soddisfazione dei propri desideri al di fuori del matrimonio sia diventata un’esigenza anche femminile. E devono averci visto lungo se, come non mancano di sottolineare, il gentil sesso rappresenta il 37% degli iscritti alla community.

Ecco come Gleeden invita ad unirsi al club degli infedeli: “Donne sposate alla ricerca di un'avventura o uomini sposati alla ricerca di un incontro extraconiugale, Gleeden è il vostro giardino segreto, il vostro spazio privilegiato. La vostra coppia non vi soddisfa più completamente? Una parentesi infedele e sicura vi è offerta da Gleeden! Siete finalmente liberi di incontrare altre donne o altri uomini sposati che potranno capirvi” Nessun accenno al concetto di tradimento e anzi, l’infedeltà è presentata come il frutto naturale di una legittima esigenza da soddisfare. Non solo, il sito di incontri si fa promotore dei valori della trasparenza e dell’onestà: “Su Gleeden puoi dichiarare onestamente qual è il tuo status civile. L'onestà è alla base del nostro lavoro, rispettiamo i nostri utenti presentando unicamente profili reali di uomini e donne sposati, in coppia o anche single. La nostra politica si compone di valori forti e la nostra comunità si costruisce ogni giorno in modo naturale”.

I media hanno accolto l’arrivo di Gleeden in Italia con entusiasmo, scrive La Stampa: “Con pochi clic si può combinare un incontro perfetto. Niente più complicate bugie, chi decide di tradire può farlo con facilità. Voglia di ravvivare i piaceri passati dei primi momenti, dei flirts et della seduzione? Bisogno di fuggire, voglia di nuovo, ricerca di una relazione, sete di passione? Chi cerca tutto questo non deve perdere tempo”. Rincara la dose Vanity Fair che scrive “Il tradimento, poi, fa crescere: altrimenti perché mai si userebbe come sinonimo il sostantivo «adulterio»? Ma soprattutto fa bene. Ai singoli, e alle coppie, che proprio sul vincolo, sia pure romantico, dell’esclusività alla fine finiscono per schiantarsi. Bisogna che il tradimento sia esercitato liberamente, ma segretamente”.

Sul sito è possibile trovare le testimonianze di chi ha sperimentato il “servizio”: scrive una ragazza registrata come Dolcegiorno: «Mi sono sposata quando avevo 20 anni e l’ho fatto per amore, credevo davvero in quello che facevo. Dopo 15 ho capito che ho bisogno di una scossa alla mia vita, emozioni nuove per non rischiare di addormentarmi e vivere così il resto dei miei giorni. Ho trovato persone in Gleeden che mi hanno fatto risvegliare e vivere ancora e per questo le ringrazio. Non mi vergogno affatto del sito, ha esaudito il mio desiderio nascosto». Le fa eco Carola39 che scrive:  «Due bambini, la casa, il lavoro, un marito ormai troppo occupato a pensare ad altro e io non mi sentivo più valorizzata come donna. In questo sito ho trovato chi mi ha fatto nuovamente sentire femminile, sensuale, desiderata. Queste sono cose che per una donna contano tanto e io ne avevo bisogno per ritrovare fiducia nella mia femminilità». Dichiarazioni che appaiono accanto alle relative fotografie, naturalmente accessibili anche a mariti, fidanzati o compagni di vita più o meno ufficiali.

L’unica fedeltà consentita in questo sito pare quella verso i propri desideri e le proprie “esigenze”. Forse è questo il tocco di classe promesso e realizzato da uno staff tutto in rosa, con un clic le donne si guadagnano l’ultimo baluardo della parità, quello del tradimento, che nell’immaginario collettivo continuava ad essere un passatempo prevalentemente maschile. «Credo che oggi le coppie che si sposano ammettono la possibilità di una scappatella nel corso del matrimonio – afferma Teddy Truchot, uno dei fondatori del sito. - Prima di Gleeden, non c’era niente su Internet che coniugasse i siti di incontri e l’infedeltà. È un’alternativa più onesta, che propone incontri senza bisogno di nascondersi o di nascondere il proprio status matrimoniale».

Più che un’alternativa onesta somiglia ad un’ipocrisia collettiva o una scappatella virtualmente assistita, in ogni caso, non chiamatela fedeltà.

venerdì 9 marzo 2012


Famiglia: il desiderio che si fa diritto di Francesca Ruggero, Corrispondenza romana | 1232, Famiglia, 8 marzo 2012, http://www.corrispondenzaromana.it

Una società fondata sul desiderio. Questo siamo diventati. Il desiderio di considerare la vita, del nascituro e di chi soffre, nella disponibilità individuale e in base al vantaggio che ne può trarre la società; quello di rendere mutevole l’identità sessuale che ci è stata fornita dalla natura; quello di procreare usando le provette; quello di perseguire gli istinti, le convenienze, abbandonando qualsiasi ancoraggio ai principi. Si muta, così, l’antropologia umana, trasformando il desiderio in un diritto.

E’ questo il contesto in cui si situa la discussione sul divorzio cosiddetto “breve”. Attualmente, la legislazione italiana prevede che il divorzio non possa essere pronunciato se non dopo un periodo di tre anni di separazione, salve alcune eccezioni in pratica poco rilevanti. La proposta di legge che la Commissione Giustizia della Camera ha approvato lo scorso 23 febbraio, prevede, invece, che questo periodo sia ridotto ad un anno per i coniugi che non hanno figli minori e a due anni se invece vi sono minori.

Un provvedimento di “civiltà giuridica”, l’ha definito il Presidente della Commissione Giulia Bongiorno. Sono in molti  ̶  i soliti radicali, in primis  ̶  a voler abolire il periodo di separazione o a ridurlo ulteriormente nel dibattito che su questo tema vi sarà in Parlamento, in linea con quanto accade in molti Paesi europei, dove è frequente la scelta di concedere immediatamente il divorzio se entrambi i coniugi sono d’accordo o se uno riesce a dimostrare gravi colpe da parte dell’altro.

Tanto che in Italia, negli ultimi anni, ha proliferato il business di quelle agenzie che hanno come scopo sociale quello di fornire la possibilità alle coppie sposate di divorziare usufruendo della legislazione di altri Paesi. Quella inglese, ad esempio, in base alla quale il divorzio si ottiene quasi subito o quella francese, che prevede dai tre ai sei mesi oppure quella spagnola, in base alla quale ne servono sei. Per la soddisfazione del desiderio, è sufficiente il certificato di matrimonio, il patto di separazione consensuale e prendere la residenza del Paese che si sceglie.

Sta di fatto, che negli ultimi quarant’anni il numero di matrimoni in Europa è sceso di quasi il 40%. L’Italia è appena sotto la media europea con i suoi 4 matrimoni ogni 1000 abitanti. Parallelamente alla riduzione dei matrimoni si registra un netto incremento dei divorzi, che si attestano a una media europea di 2,1 ogni 1000 abitanti.

Con una diminuzione dei matrimoni e un aumento delle coppie che divorziano, cresce il numero dei figli che nascono fuori dalla famiglia tradizionale. La tendenza è comune a tutti i Paesi dell’Unione Europea, ma risulta particolarmente accentuata nel nord, dove addirittura in molti Stati, come Svezia, Estonia, Francia, Belgio, Danimarca e Gran Bretagna, la maggioranza o quasi delle nascite avviene fuori dal matrimonio.

La distruzione dell’istituto familiare, operata dall’Europa scristianizzata, sta scritta in questi dati,  che dimostrano, più di tante parole, quanto sia urgente una nuova evangelizzazione del continente europeo. Ma questi stessi dati, impongono almeno una domanda: qual è il compito del legislatore? Solo registrare dei fenomeni e assecondare dei desideri? Se così fosse, la maggioranza di un momento risponderebbe solo a se stessa nel fare le leggi.

Eserciterebbe la sua responsabilità libera da qualsiasi vincolo, solo per ingraziarsi il sentire comune di quel momento storico. A quella maggioranza, poi, se ne sostituirebbe un’altra, anche questa con nessun vincolo, se non quello di affermare il suo potere, magari in contrapposizione al primo e solo badando ai nuovi istinti che emergessero. Questo è il cuore del problema che pone una società che si fonda sul relativismo, di quella cultura che Benedetto XVI chiama del «disincanto totale»: nell’indifferenza di tanti, si fa strame degli unici principi che veramente contano e che costituiscono un prius, quelli del diritto naturale. (Francesca Ruggiero)

lunedì 19 dicembre 2011


ITALO SVEVO/ Magris: rideremo anche noi come il vecchio Zeno di fronte a Mefistofele? - INT. Claudio Magris, lunedì 19 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

«È stato uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo, e la sua grandezza è una scoperta che non è ancora compiuta. Per molti versi più grande di Joyce», dice di Italo Svevo (Trieste, 19 dicembre 1861) Claudio Magris, triestino come Svevo, scrittore, germanista, profondo conoscitore della cultura mitteleuropea. Ilsussidiario.net ha raggiunto Magris per parlare di un dei massimo esponenti della nostra letteratura, non uno scrittore di professione, non un intellettuale: «un borghese normale, come tutti gli altri, che aveva soltanto questo di diverso: il genio», dice Magris, e che ha segnato un punto di svolta nella nostra letteratura. Difficile fermare il professore, quando parla di Svevo. È stato lui a condurre la conversazione, alla quale si è prestato più che volentieri. «Svevo, nonostante sia divenuto un classico, non è stato paradossalmente ancora scoperto nella sua straordinaria grandezza, una grandezza di cui lui stesso non era consapevole».

Chi era Ettore Schmitz, professore?

Un buon borghese triestino, un padre di famiglia normale. Non un intellettuale. Una persona in tutto normale, ma con una cosa in più: il genio. Italo Svevo è stato capace come pochissimi altri di fissare lo sguardo nella vertigine dell’identità individuale e nella molteplicità della vita, di scorgere in essa il vuoto dell’esistenza. Svevo è colui che è riuscito a guardare in faccia la Medusa e poi, in qualche modo, a fare finta di non averla vista; a chiudere le porte aperte sull’abisso vertiginoso della condizione dell’uomo, talora perfino dimenticandosi di averle aperte.

Qual è l’abisso dell’esistenza intravisto da questo «borghese normale»?

Ha capito più di tutti i suoi contemporanei come il grande pericolo che minaccia l’uomo moderno – e contemporaneo – non è tanto il non essere amato, il non raggiungere la felicità, ma qualcosa di ben peggiore: non amare, non desiderare.

Svevo è forse il suo autore prediletto. Qual è il tratto che più colpisce in lui?

Credo che sia molto interessante notare, innanzitutto, la compresenza di facilità e difficoltà. Svevo è molto più difficile di Joyce; naturalmente Joyce è più difficile dal punto di vista linguistico, però... chiediamoci, perché amiamo tanto l’Ulisse? Ma perché ci dice quello che ci aspettiamo e che vogliamo sentire: l’ignoranza di Molly Bloom sulla metempsicosi è esattamente ciò che ci aspettiamo da lei, e gli esempi si potrebbero moltiplicare a non finire. Quando invece Svevo parla della sigaretta di Zeno (Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno, ndr) e della sua volontà di smettere di fumare, noi per un attimo dimentichiamo che sta parlando di questo io che impovvisamente scopre di essere una moltitudine, di questa radicale trasformazione del soggetto che non è più l’io compatto della borghesia ottocentesca, di questo io che non sa chi sia; seguiamo Zeno nella sua vertigine senza punti fermi... L’«inettitudine» – Un inetto era il titolo che Svevo diede al suo primo romanzo, Una vita – è il disagio invincibile di una civiltà che Svevo ha vissuto a fondo come pochi altri e che egli riesce a trasformare in una specie di rifugio, di cura quasi omeopatica...

Si spieghi, professore.
Perché la vecchiaia ha un così grande ruolo nell’opera di Svevo? Perché il vecchio non ha più alcun bisogno di vincere, di avere successo con le donne, di avere successo nel lavoro: è autorizzato alla propria emarginazione e alla propria sconfitta. Ha la capacità, se vogliamo anche cinica, di guardare in faccia la vita senza averne più paura, proprio perché è fuori dal gioco. C’è una bellissimo frammento di Svevo, forse l’ultimo, scritto nell’abbozzo di ciò che avrebbe dovuto probabilmente costituire un quarto romanzo, tre pagine splendide che non posso rendere se non con un goffo riassunto. È una scena direi cinematografica alla Chaplin – o alla Buster Keaton. Vediamo un vecchio – il quale è poi il vecchio Zeno – a mezzanotte, spogliarsi per coricarsi al fianco di una moglie anziana, che già dorme russando. Ecco, questa è l’ora in cui potrebbe venire Mefistofele – pensa il vecchio – e propormi l’antico patto... Gli darei subito la mia anima, ma per che cosa, poi? Per l’immortalità? No, è terribile l’immortalità, ma anche la morte è spaventosa. Per la giovinezza? No, la giovinezza è così triste, piena di malinconia, di delusioni... E allora il vecchio capisce che non avrebbe nulla da chiedere. E immagina Mefistofele, imbarazzato, grattarsi perplesso la barba – un Mefistofele rappresentante di commercio di una ditta i cui prodotti non sono più tanto richiesti. All’idea il vecchio, coricandosi, ride forte – e penso davvero che questo sia il riso più nietzscheano della letteratura –. Ride e sveglia la moglie la quale gli dice «Ridi sempre tu, anche a quest’ora. Beato te» e subito si riaddormenta, ricominciando a russare. Credo sia una delle spiagge letterarie più estreme del nichilismo occidentale.

C’è in Svevo una apertura metafisica?

Io credo che in Svevo ci sia la percezione terribilmente malinconica, che non c’è altro e oltre il nostro mondo; al tempo stesso, c’è il senso fortissimo che questo nostro mondo anche se è così esistente, non basta. Non credo ci sia la virtù cristiana della speranza – che prima di essere cristiana è ebraica e Svevo, non dimentichiamolo, viene dalla civiltà e dalla cultura ebraica –, la speranza che Péguy considerava la più grande delle virtù; c’è però la consapevolezza di come sia duro e tremendo esserne privi. Ma Svevo non fa nemmeno il sincero retore di questa malinconia. Non declama la disperzione, come altri autori hanno fatto.

La scrittura letteraria di oggi può – o dovrebbe, secondo lei – andare nella direzione intrapresa da Italo Svevo? Sarebbe, prima di tutto, in grado di farlo?
Troppe domande in una. Io non credo che ci siano obblighi perché ogni autore, anche il più modesto, ha il dovere di seguire la sua strada, che potrà portarlo ad essere come Svevo oppure un povero diavolo come noi. Credo invece, questo sì, che il mondo sveviano non sia stato ancora analizzato a fondo; e non parlo della ricchissima critica lettaria a lui dedicata, ma del mondo esistenziale che si identifica con la sua opera. Penso che Svevo abbia ancora moltissimo da dire come avventura odissiaca, e come rappresentazione poetica di tale avventura ulissiaca, perché in fondo Zeno è un Ulisse contemporaneo. E ci offre anche una chiave di quello antico: l’Ulisse di Omero ha capito che la vita è anche morte e dunque ascolta il canto, ma si fa legare. Non vuole correre rischi: è già il borghese che fa l’assicurazione casco. Però Svevo si è reso conto di quanto questo sia tremendo, perché quando non si rischia si finisce per non avere: come per Zeno e Ada, se uno che si innamora non rischia, vede alla fine svanire anche l’amore.

(Federico Ferraù)

© Riproduzione riservata.

sabato 15 ottobre 2011


L'attesa tremante di una felicità eterna di Giovanni Fighera, 15-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Quello di Ada Negri (1870-1945) rappresenta un «caso letterario», proprio come quello di Svevo, ma dagli esiti assolutamente antitetici. Se il triestino, scrittore sconosciuto fino a pochi anni prima della morte (1928), entrerà nel novero dei grandi scrittori europei del Novecento, la poetessa trovò la fama fin da giovane e cadde nel Secondo dopoguerra nella dimenticanza e smemoratezza della critica. Le sue poesie non solo non si studiano a scuola, ma neppure compaiono sulle antologie, segno di una immeritata censura che colpì una delle poche poetesse del nostro panorama letterario.

A soli ventidue anni (1892) Ada Negri già pubblicava la sua prima raccolta Fatalità per Treves, una delle maggiori case editrici dell’epoca. L’anno precedente era uscita la prima raccolta del trentaseienne Pascoli (Myricae). Sofia Bisi Albini parlò di «poesia impressionistica» al riguardo dei componimenti della Negri recensendo la sua raccolta su Il Corriere della Sera, mentre già nel 1894 le veniva assegnato il premio Giannina Milly, primo di tanti riconoscimenti. L’anno successivo usciva la seconda raccolta, Tempeste. Una vita intensa e dai toni profondamente drammatici caratterizza questi anni: il matrimonio, la nascita di un primo figlio e, poi, di Vittoria che morirà a solo un mese (1900), la morte del fratello (1903). Seguiranno la raccolta Maternità (1904), la separazione dal marito, la sua attività umanitaria, altre sillogi di poesie, di racconti, il romanzo autobiografico. Il premio Mussolini (1931) non è che il preludio all’apoteosi: la medaglia d’oro del Ministero dell’educazione (1938) e la nomina ad accademica d’Italia (1940), prima ed unica donna ad ottenere un simile riconoscimento.

La natura umana è desiderio di compimento e di risposta alla domanda di felicità e di amore. Per questo la vita è attesa di un’avventura, nel senso etimologico del termine, attesa di qualcosa che, non costruito e non progettato da noi, irrompa e sopraggiunga dall’esterno. La poesia di Ada Negri vive di questa consapevolezza e si traduce spesso nell’attesa di un amore pieno. Nel componimento «A colui che non è venuto» la poetessa scrive: «Io t’aspettavo fin dal giorno in cui/di fiorire m’accorsi all’improvviso,/ primula di marzo. E venne uno, con viso/dolce. Ma io mi dissi: «Non è lui».//Pioggia e sol, spine e rose, fieno e paglia/m’apportarono gli anni. Anche l’amore./Non te!... Qualcun ti assomigliò, che il cuore/aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia://ed io mi persi a capofitto, giù,/col desiderio folle d’annientarmi/tra forti braccia che potean spezzarmi/come la creta. – Ma non eri tu. –». La poetessa si sente nata per questo sconosciuto e ignoto amante. Lo sconforto per l’unione impossibile («Non venisti, non vieni, non t’attendo/ più. Domani morrò. La vita ha fretta») non riesce a spegnere la fiamma e la segreta speranza che un giorno l’amore sarà totale: «Ma forse/ di là, nell’ombra ove uno spirito tocca/l’altro in silenzio, io troverò la bocca/ che solo in sogno la mia bocca morse».

Questo desiderio di infinito, di pienezza, di senso, di capire dove stiamo andando, questo abisso di vita, di pienezza, di non accontentarsi è la vera statura dell’uomo. La poesia appartiene alla raccolta Esilio (1914). La poetessa si è appena separata dal marito e dall’anno successivo si dedicherà in maniera indefessa all’assistenza ai feriti di guerra della Prima guerra mondiale. Vent’anni più tardi, nella raccolta Il dono (1935), nella poesia che dà il nome all’intera silloge, Ada Negri manifesta la stessa attesa: «Il dono eccelso che di giorno in giorno/ e d’anno in anno da te attesi, o vita/ (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza/ anche il pianto), non venne: ancor non venne. Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”: ad ogni giorno che tramonta io dico: “Sarà domani”».

La giovinezza è un atteggiamento del cuore, non un dato anagrafico. Ci sono cuori che vivono pieni di domanda e di attesa e altri che, già a vent’anni, non si aspettano più nulla. Ada Negri è testimone che la facoltà di sorprendersi è l’atteggiamento proprio della giovinezza che può permanere nel cuore, anche quando l’età avanza. La giovinezza è, infatti, una dimensione dello spirito. La poetessa lo esprime molto bene in «Mia giovinezza», appartenente a Fons amoris (1939-1943). Ada Negri scrive, rivolgendosi alla gioventù: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/senza fronda né fior, senza il lucente/ riso che avevi al tempo che non torna,/ senza quel canto. Un’altra sei, più bella».

Questa giovinezza, non più accompagnata dall’appariscenza esteriore, è divenuta più consapevole e si è fortificata nel dolore, più capace di riconoscenza e di gratitudine, piena di speranza, fiduciosa e tesa a ciò che non inganna e non passa: «Ami, e non pensi esser amata: ad ogni/ fiore che sboccia o frutto che rosseggia/o pargolo che nasce, al Dio dei campi/ e delle stirpi rendi grazie in cuore./ Anno per anno, entro di te, mutasti/ volto e sostanza. Ogni dolor più salda/ ti rese: ad ogni traccia del passaggio/ dei giorni, una tua linfa occulta e verde/ opponesti a riparo. Or guardi al Lume/ che non inganna: nel suo specchio miri/ la durabile vita. E sei rimasta/ come un’età che non ha nome: umana/ fra le umane miserie, e pur vivente/ di Dio soltanto e solo in Lui felice.// O giovinezza senza tempo, o sempre/ rinnovata speranza, io ti commetto/ a color che verranno: - infin che in terra/ torni a fiorir la primavera, e in cielo/ nascano le stelle quand’è spento il sole». In realtà l’atteggiamento di domanda stupita non è naturale solo del bambino, non è fanciullesco, ma è proprio di una persona che sia interessata al reale, cioè che sia pienamente coinvolta nella vita.

Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere. Nella poesia di Ada Negri questa tensione si tramuta, spesso, in preghiera: «Fammi uguale, Signore, a quelle foglie/ moribonde che vedo oggi nel sole/ tremar dell’olmo sul più alto ramo./ Tremano, sì, ma non di pena: è tanto/ limpido il sole, e dolce il distaccarsi/ dal ramo per congiungersi alla terra» (da «Pensiero d’autunno» appartenente alla raccolta Vespertina del 1930).

Quello della foglia è un movimento delicato di ritorno a casa. Il tramonto della vita è l’avvicinarsi al Mistero che la poetessa ama con tutto il cuore tanto che confessa in «Atto d’amore» (Il dono 1935): «Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio/ nel quale credo, Dio che sei la vita/ vivente, e quella già vissuta e quella/ ch’è da viver più oltre».

sabato 1 ottobre 2011


L’infinita ricerca dell’infinito per trovare un senso alla vita di Vittorio Macioce, sabato 01 ottobre 2011, Il Giornale

Nel saggio dello scrittore statunitense, la matematica riflette il disperato bisogno di regole universali che trascendano l’uomo
L’infinito ci perseguita. Questo concetto ritorna nelle lettere che Don De Lillo e David Foster Wallace si sono scritti a intervalli più o meno regolari nei primi anni di questo secolo. L’interruzione è avvenuta perché a un certo punto Wallace ha detto basta. Non con De Lillo ma con la vita. Non si sa quasi nulla di questo scambio epistolare. Solo che i due, il patriarca postmoderno ormai settantaciquenne e quel diamante pazzo con la bandana in testa, sentono che il romanzo non può sottrarsi alle stesse sfide delle matematica e della fisica.
Non c’è via d’uscita, per due motivi semplici ma drammaticamente profondi. Il primo estetico. Tutti e due sono convinti che il linguaggio dei numeri ha una poesia e una creatività superiore a quello delle parole. È quel vecchio problema dell’inesprimibile, una sorta di afasia che ti fa sentire il linguaggio, vuoto, inutile, o semplicemente non adeguato per raccontare la vita e il mondo. Qualcosa che ti fa sentire stupido. Wallace pensava che la matematica fosse sexy e trovava molto triste che le persone «normali» non potessero di solito gustare la bellezza artistica dell’astrazione. Wallace ci prova a raccontare al suo pubblico la seduzione della matematica. Lo fa in Tutto, e di più. Storia compatta dell’Infinito (Codice, pagg. 262). Questo libro, che può essere considerato un saggio-romanzo che parte dalla matematica di Georg Cantor e la sua teoria sugli insiemi e ti porta ai confini pensabili dell’infinito, è uscito per la prima volta in Italia nel 2005, ora torna con una nuova traduzione. Per capirsi Tutto, e di più può essere considerato il lato B di Infinite Jest, il romanzo capolavoro di Wallace. De Lillo stranamente parla di Tutto, e di più nella prefazione di Questa è l’acqua (Einaudi), un altro romanzo di DFW. E scrive: «Tutto, e di più potrebbe anche essere la descrizione del romanzo Infinite Jest, una serissima beffa sulle forme di dipendenza dell’umanità. Possiamo immaginare i suoi testi narrativi e i suoi saggi come stralci di rotoli da un lontano futuro». In quei rotoli ci sono solo frammenti dell’enigma dell’umanità e forse una grande solitudine che ci fa attaccare a tutti i nostri vizi e alle nostre paure. Noi rispondiamo al «non so» rifugiandosi nella dipendenza, come burattini innamorati del proprio filo. L’effetto è comico.
Se in Infinite Jest Wallace narra un mondo dominato da un caos apparente, nel suo libro matematico mostra il cosmos, tutto quello che insomma nel romanzo sfugge agli occhi dei protagonisti. Non perché sono ciechi ma perché non hanno una teoria per interpretare il reale. E qui arriviamo alla seconda questione che destabilizza Wallace e De Lillo. Tutti e due cercano disperatamente di fare i conti con l’identità. È un «non so chi sono» metafisico e resta la colonna sonora dei loro romanzi. È una voglia disperata di infinito che li porta a ragionare sul malessere della dipendenza, del rifugiarsi in qualcosa di umano che non basta, sulla difficoltà di concepire l’individuo come qualcosa di irrilevante, fino ad arrendersi all’evidenza dei fatti, questo almeno fino a quando non verrà risolta l’equazione del tutto. È quel qualcosa che manca che li ossessione, lo spazio bianco che rende incomprensibile le vicende che stanno narrando. Ma il segreto delle loro storie è proprio lì, nel non detto.
È l’enigma anche delle nostre storie, quelle che trovate nei giornali di questi giorni. Immaginate un neutrino che va da A a B. Scoprite, come è successo, che compie questo tragitto in un tempo più veloce della luce. Non sapete assolutamente perché. Facciamo qualche ipotesi. È assurdo, ma davvero è più veloce della luce. Oppure il cronometrista ha sbagliato a prendere il tempo. O ancora il neutrino è saltato in una dimensione parallela prendendo una sorta di scorciatoia e aprendo infinite possibilità alla nostra concezione di universo, tempo, luogo e in fin dei conti anche di uomo. Lo spazio bianco sul viaggio del neutrino è il senso profondo di gran parte della letteratura post moderna. Noi siamo quello che non sappiamo.
È lo stesso Wallace a rivelare durante un’intervista a Michel Silverblatt che Infinite Jest ricorda un frattale: «È proprio una delle cose su cui si basa il romanzo. È in effetti strutturato come una cosa che si chiama triangolo di Sierpinski, un tipo primitivo di frattale piramidale». Che cos’è? Lasciamo a un matematico, Roberto Natalini, la risposta: «Si parte con un triangolo equilatero e si elimina il triangolo centrale con i vertici posti sul punto medio di ogni lato. Questo ci lascia con tre triangoli pieni e uno vuoto. Per ognuno dei triangoli pieni si ripete questa operazione. Il triangolo di Sierpinski è il limite di questa procedura ripetuta un numero infinito di volte. In Infinite Jest compare a pagina 254, sul muro della camera del protagonista Hal, dove c’è ne è uno enorme disegnato a mano». Tutto quello che non avete capito di Foster Wallace è nello spazio bianco all’interno del triangolo. Aveva ragione Borges nel Giardino dei sentieri che si biforcano: «In un indovinello sulla scacchiera qual è l’unica parola proibita? La scacchiera».
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mercoledì 10 agosto 2011


LATO B/ Quel concorso-macelleria che riapre la domanda sul rapporto padre-figlia - Luigi Ballerini - mercoledì 10 agosto 2011 – il sussidiario.net

La notizia non è certo da prima pagina, specie in questi tempi dove le cose che contano sembrano ben altre: finanza, immigrazione, scandali. Eppure quello che è successo a Monica, sedicenne di Verona in un locale vicentino non riesce a lasciarci indifferenti. La ragazza, accompagnata dal padre, ha partecipato e vinto il concorso di Miss Lato B, con presidente di giuria una pornostar, ritenuta probabilmente competente sull’argomento e dal giudizio autorevole sul tema. Erano in ventidue, arrivate da tutta Italia, a contendersi non tanto il montepremi di tremila euro, quanto le luci della ribalta, sebbene di una piccolissima ribalta. Sotto l’occhio vigile del padre, che vegliava sul fatto “che tutto andasse bene”, la figlia si è prodigata in tre prove: in pedana, piegamenti alla sedia e appoggio al tavolo (!), in jeans, bikini e, una volta finalista, in biancheria intima. Viene da chiederci che cosa avrebbe potuto andare male, secondo il giudizio di questo padre, per cui sarebbe intervenuto portando via la figlia. A ben guardare poi non si trattava nemmeno di un concorso di bellezza, ma di un concorso-macelleria in cui una singola parte del corpo veniva isolata, ipertrofizzata e decontestualizzata. Tipo di concorsi ai quali Monica era avvezza, avendone già vinti altri due.
La notizia, banalotta in sé, pone invece una questione interessante, che la rende universale sottraendola anche a quel certo provincialismo che le cronache estive spesso conferiscono: la questione del rapporto padre-figlia. Ogni donna lo sa,quello col padre è un rapporto specialissimo:  in fin dei conti noi padri siamo i primi uomini delle nostre figlie e il modo che abbiamo di guardarle, di pensarle e, conseguentemente, di trattarle ha un effetto potente sul loro futuro. Senza scherzare, consiglio spesso ai ragazzi di stare attenti alle ragazze che odiano il proprio padre: probabilmente avranno delle difficoltà anche nel rapporto con loro, a meno che non facciano un lavoro su questo trovando una soluzione personale.
Per un padre accompagnare una figlia nella vita significa dotarla della certezza quanto al proprio apprezzamento e considerazione, stimarla innanzitutto in quanto pensante, portatrice di desideri e capace di orientare il suo moto a proprio beneficio e vantaggio. La prima stima è per il pensiero, inscindibilmente dal corpo che da esso verrà animato.
L’onore che si deve portare a una figlia faccia da orientamento personale ai padri nelle scelte quotidiane durante il loro venir grandi. “Che c’è di male?” ha chiesto un po’ piccato il padre di Monica a un giornalista che lo intervistava dopo la premiazione della figlia. Già, che c’è di male?
Diciamo che quantomeno la reificazione del corpo di Monica non ha reso giustizia alla sua grandezza di giovane donna, ha piuttosto operato una profonda riduzione della giovane. Speriamo che abbia occasione di imparare altrove a farsi apprezzare e stimare, non tanto o solo per ciò che può offrire agli sguardi degli uomini, ma per ciò che apporta ai loro pensieri nel presentarsi come compagna affidabile e sincera.
Potrà farlo non censurando, ma giudicando lo stesso desiderio che l’ha portata a iscriversi all’ennesimo concorso e muoversi sul palco come da copione. Forse deve solo scoprire, anzi riscoprire, ciò che in lei è stato potentemente censurato: il fatto di essere davvero già piaciuta a qualcuno. Da lì in poi la strada è tutta in discesa.

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martedì 26 luglio 2011

Avvenire.it, 26 luglio 2011 - La tragica morte di Amy Winehouse/1 - Le domande senza più risposta - L'ipocrisia dei legalizza tori di Pino Ciociola

Quante Amy Winehouse esistono? Quanti che non sono famosi né cantano, che non hanno gli onori e gli oneri della notorietà, eppure vivono identici inferni interiori? E hanno, dentro, lo stesso vuoto che tentano di colmare con stupefacenti illusioni da sniffare o fumare o ingoiare? Te lo chiedi e ti rendi conto che c’è qualcosa che stride in alcune parole di «commozione» e «dolore» per la morte annunciata di quella ragazza dalla voce graffiante come Aretha Franklyn. Nella frase di rito: «È scivolata fino al fondo dell’abisso». Vero, certo. Ma il punto è che quella frase la sta pronunciando, turbato, anche chi conduce una battaglia campale quasi quotidiana per depenalizzare o legalizzare o liberalizzare le droghe, che – se vincesse – darebbe una gran mano alle mille altre Amy ad annientarsi meglio e in fretta, anzi darebbe loro una bella spinta proprio nell’«abisso». Allora delle due l’una: certi turbati e commossi "antiproibizionisti" nemmeno sanno per cosa (e chi) battagliano, oppure la loro ipocrisia è inquietante assai più delle loro idee. In entrambi i casi, sarebbe stato meglio, molto meglio, se avessero taciuto.

La tragedia di quella giovane e magnifica cantante non era la droga e neanche l’alcol o l’anoressia. Era lei stessa. Il suo cuore. La sua anima talmente aggrovigliata d’averla, alla fine, soffocata e uccisa. E nessuno probabilmente ha provato (davvero) a liberargliela o, almeno, nessuno c’è riuscito. Di sicuro, non avrebbero potuto droga e alcol, che sono tra i migliori strumenti per trasformare il vuoto che si ha dentro in un buco nero nel quale scomparire per sempre. Amy non poteva non saperlo. Però quella che sarebbe diventata la sua ultima notte l’aveva cominciata – ci hanno raccontato – proprio con la voglia decisa e sfrenata di sballarsi alla grande. L’aveva già fatto tante e tante altre volte, e tutti lo sapevano. Eppure, lo stesso, le era facilissimo trovare droghe e impossibile qualcuno che invece le accendesse una luce.

La domanda resta così senza risposta: cosa avrebbe preferito Amy? La droga o una luce? Non lo si saprà più. A meno che venga voglia di girare la domanda a qualsiasi ragazzo che le droghe le viva (o le abbia vissute) sulla sua pelle: cioè a qualsiasi altra Winehouse, famosa o meno che sia. Per questo le pubbliche "commozioni" di certi antiproibizionisti somigliano più a un’offesa che al turbamento: la droga del resto (stando a loro e solo loro), come pure la morte, non è un «diritto»? Non è «assoluta, intangibile libertà personale»? Secondo i parametri di certi signori, Amy ha «scelto» liberamente e autonomamente. Si è autodeterminata. Dunque un «peggio per lei» o quanto meno un «peccato, le è andata male» su quelle bocche sarebbe stato meno ipocrita. A proposito: nelle cronache di questi giorni il nome di Amy Winehouse viene spessissimo legato anche ai concetti di «leggenda» e di «per sempre»: sarà vero – illustri precedenti lo testimoniano – però anche quest’accostamento appare in fondo sgradevole. Come a voler certificare che il passaporto per una sorta d’eternità terrena passi dallo sballo (possibilmente definitivo) o – peggio – che quanta più sregolatezza si possieda (possibilmente suicida) tanto più si è prossimi al genio. Annotazione finale: si è lasciato che Amy incenerisse la sua vita appena ventisettenne, però ieri il suo secondo disco (Back to Black) è schizzato in cima alla classifica degli album scaricati dal web, mentre nel Regno Unito si sono già moltiplicate trentasette volte le vendite...