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mercoledì 14 dicembre 2011


Politiche del clima, dogmi non dimostrati di Anna Bono, 14-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Si è conclusa nella notte del 10 dicembre, con quasi due giorni di ritardo, la XVII Conferenza mondiale sul clima svoltasi a Durban, Sudafrica. La prosecuzione del summit oltre i termini previsti si spiega con le difficoltà di trovare, in vista della scadenza del Protocollo di Kyoto, un’intesa che tutti i 194 paesi convenuti potessero accettare sui futuri passi da compiere per ridurre le emissioni inquinanti, ritenute responsabili di un prossimo innalzamento delle temperature che certe fonti prevedono di 4°, e per far fronte ai problemi economici e sociali che il surriscaldamento globale comporterà. L’accordo infine trovato consiste in sostanza nell’impegno collettivo di avviare i lavori per elaborare un nuovo piano di salvaguardia del pianeta da adottare entro il 2015 e rendere operativo entro il 2020.

Non sembra gran cosa se si considerano le aspettative della vigilia del summit e l’urgenza di scongiurare catastrofi naturali irrimediabili. Tuttavia il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha accolto il risultato raggiunto come “un importante passo avanti nel nostro lavoro sul cambiamento climatico”. “Abbiamo fatto la storia” è stato il trionfale commento del Ministro sudafricano degli Esteri, Maite Nkoana-Mashabane, che presiedeva l’assemblea.

Più che dai termini dell’accordo raggiunto e dalle divergenze che ne hanno ritardato la sottoscrizione, chi da tempo segue la questione è rimasto sconcertato dal fatto che i delegati dei 194 stati membri delle Nazioni Unite abbiano discusso e lavorato per giorni a Durban – e per mesi durante la preparazione dell’evento – senza tener conto dei molti dubbi avanzati da autorevoli personalità scientifiche sul fenomeno del riscaldamento globale e sulla sua origine antropica, delle tante notizie allarmanti poi smentite sugli effetti già percepibili dell’aumento delle temperature, della provata alterazione di molti dati che avrebbero contraddetto le teorie sul global warming.

Limitare inquinamento e sprechi di risorse va bene e così pure dotarsi di strumenti più efficaci per far fronte ai cambiamenti climatici e per contenere i danni causati dai fenomeni naturali avversi e rimediarvi tempestivamente: cosa che l’umanità tenta di fare da sempre e per fortuna con successo crescente, almeno in certe regioni del pianeta. Ma altra cosa è dare per assolutamente certo un progressivo aumento delle temperature, al punto di finanziare già progetti come quello varato nel 2010 in America Latina per dipingere di bianco le Ande con una vernice fatta di calce, acqua e bianco d’uovo, spalmandola a mano, senza macchinari “per proteggere gli animali e mostrare rispetto verso Apu, lo spirito tutelare che abita nelle viscere di ogni montagna”. Per colorare le pareti oltre i 4.700 metri di altezza del Monte Chalon Hat, nella regione andina di Ayacucho, la Banca Mondiale ha stanziato 200.000 dollari in favore dell’organizzazione non governativa Glaciares, vincitrice del concorso bandito nel 2009 dall’agenzia ONU “100 idee per salvare il pianeta”.

Per salvare il pianeta nei prossimi anni fino al 2020, a Durban si è convenuto di creare un Fondo Verde dotato di 100 miliardi di dollari, gestito dall’ONU e destinato a paesi in via di sviluppo. Servirà a rifornirli di tecnologie atte a prevenire il riscaldamento globale e di risorse finanziarie per compensare i danni dovuti ai fenomeni climatici.

Data per certa e indiscutibile l’origine antropica del global warming, va da sé che l’onere di finanziare il Fondo Verde debba ricadere soprattutto sui paesi di più antica industrializzazione: quindi Europa e Stati Uniti. Dato che la maggior parte dei paesi sottosviluppati sono africani, il grosso dei capitali dovrebbe riversarsi ancora una volta sull’Africa: la più esposta e penalizzata – così si dice – e la più innocente, per il basso livello delle emissioni inquinanti di cui è responsabile.
Come faremo a trovare i capitali per il Fondo Verde, noi europei, apparentemente non importa a nessuno, nonostante le evidenti difficoltà economiche in cui ci troviamo. Per contro, con giusta fierezza gli africani dichiarano intanto ottime performance, con una previsione di crescita media del PIL continentale nel 2012 ben superiore al 5%. Stracolmi di minerali preziosi, corteggiati dalle potenze economiche mondiali che anelano ad assicurarsene l’acquisto, con una popolazione che sfiora appena il miliardo ed è in gran parte giovane, gli stati africani non dovrebbero prima o poi essere finalmente in grado di cavarsela da soli?

martedì 29 novembre 2011


La vera e la falsa ecologia di Massimo Introvigne, 29-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Oggi, 29 novembre, si celebra la «Giornata per la custodia del creato», che coincide con l’anniversario della proclamazione di san Francesco d’Assisi (1182-1226) quale patrono dei «cultori dell’ecologia» da parte del Beato Giovanni Paolo II (1920-2005) nel 1979. In preparazione a tale ricorrenza, lunedì 28 novembre Padre Benedetto XVI ha ricevuto gli scolari e studenti delle scuole italiane che hanno partecipato al progetto «Ambientiamoci a scuola» promosso dalla Fondazione «Sorella Natura» di Assisi. Il discorso pronunciato dal Papa è stato occasione per tornare su un tema che gli è caro, la distinzione fra vera e falsa ecologia.

La festa del 29 novembre, ha ricordato il Papa ai giovani, ha una «profonda ispirazione francescana. Anche la data odierna è stata scelta per fare memoria della proclamazione di san Francesco d’Assisi quale Patrono dell’ecologia da parte del mio amato Predecessore, il beato Giovanni Paolo II, nel 1979. Tutti voi sapete che san Francesco è anche Patrono d’Italia. Forse però non sapete che a dichiararlo tale fu il [venerabile] Papa Pio XII [1876-1958], nel 1939, quando lo definì “il più italiano dei santi, il più santo degli italiani”. Se dunque il santo Patrono d’Italia è anche Patrono dell’ecologia, mi pare giusto che le giovani e i giovani italiani abbiano una speciale sensibilità per “sorella natura”, e si diano da fare concretamente per la sua difesa».

Continuando sul tema francescano, il Pontefice ha fatto notare agli studenti che «quando si studia la letteratura italiana, uno dei primi testi che si trovano nelle antologie è proprio il “Cantico di Frate Sole”, o “delle creature”, di san Francesco d’Assisi: “Altissimo, onnipotente, bon Signore…”. Questo cantico mette in luce il giusto posto da dare al Creatore, a Colui che ha chiamato all’esistenza tutta la grande sinfonia delle creature. “…tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione… Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature”». Certo, «questi versi fanno parte giustamente della vostra tradizione culturale e scolastica». Ma non bisogna mai dimenticare che «sono anzitutto una preghiera, che educa il cuore nel dialogo con Dio, lo educa a vedere in ogni creatura l’impronta del grande Artista celeste, come leggiamo anche nel bellissimo Salmo 19: “I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento… Senza linguaggi, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio” (v. 1.4-5)».

Non dobbiamo scambiare san Francesco per un esponente di quello che in altra occasione il Papa ha chiamato un ecologismo pagano, che si mette in ascolto della natura divinizzandola. La natura parla, ma ci parla di Dio. «Frate Francesco, fedele alla Sacra Scrittura, ci invita a riconoscere nella natura un libro stupendo, che ci parla di Dio, della sua bellezza e della sua bontà. Pensate che il Poverello di Assisi chiedeva sempre al frate del convento incaricato dell’orto, di non coltivare tutto il terreno per gli ortaggi, ma di lasciare una parte per i fiori, anzi di curare una bella aiuola di fiori, perché le persone passando elevassero il pensiero a Dio, creatore di tanta bellezza (cfr Vita seconda di Tommaso da Celano, CXXIV, 165)».

Lo studio del creato da parte della scienza o la sua cura da parte dell’ecologia battono strade sbagliate o parziali se non riconoscono nel creato l’impronta del Creatore. «La Chiesa, considerando con apprezzamento le più importanti ricerche e scoperte scientifiche, non ha mai smesso di ricordare che rispettando l’impronta del Creatore in tutto il creato, si comprende meglio la nostra vera e profonda identità umana. Se vissuto bene, questo rispetto può aiutare un giovane e una giovane anche a scoprire talenti e attitudini personali, e quindi a prepararsi ad una certa professione, che cercherà sempre di svolgere nel rispetto dell’ambiente». Ma anche questo rispetto non è una semplice forma di umanitarismo ecologico. Nasce dalla consapevolezza che l’uomo prendendosi cura del creato diventa collaboratore di Dio. Se invece «nel suo lavoro, l’uomo dimentica di essere collaboratore di Dio, può fare violenza al creato e provocare danni che hanno sempre conseguenze negative anche sull’uomo, come vediamo, purtroppo, in varie occasioni».

Il Papa ha anche ripreso un tema centrale nell’enciclica «Caritas in veritate»: l’ecologia dell’ambiente è importante, ma non è credibile se non è accompagnata o meglio preceduta da una ecologia umana. È paradossale intenerirsi per certe specie di foche minacciate di estinzione e rimanere indifferenti di fronte all’aborto. «Oggi più che mai ci appare chiaro che il rispetto per l’ambiente non può dimenticare il riconoscimento del valore della persona umana e della sua inviolabilità, in ogni fase della vita e in ogni condizione. Il rispetto per l’essere umano e il rispetto per la natura sono un tutt’uno, ma entrambi possono crescere ed avere la loro giusta misura se rispettiamo nella creatura umana e nella natura il Creatore e la sua creazione». Se il rispetto per il creato prescinde dal Creatore possono generarsi infiniti equivoci.

Il Papa loda l’iniziativa della giornata del 29 novembre perché «ha una chiara prospettiva educativa. È infatti ormai evidente che non c’è un futuro buono per l’umanità sulla terra se non ci educhiamo tutti ad uno stile di vita più responsabile nei confronti del creato». Ma anche nella pedagogia occorrere riflettere su che cosa significa «creato». «E sottolineo – ha detto il Pontefice – l’importanza della parola “creato”, perché il grande e meraviglioso albero della vita non è frutto di un’evoluzione cieca e irrazionale, ma questa evoluzione riflette la volontà creatrice del Creatore e la sua bellezza e bontà». No, san Francesco non ci insegna un ecologismo pagano. Ci propone invece di «cantare, con tutta la creazione, un inno di lode e di ringraziamento al Padre celeste, datore di ogni dono».

giovedì 27 ottobre 2011


La "Borsa dell'ambiente" paradosso ecologista di Fabio Spina, 27-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

La superficie boschiva italiana è in costante aumento. Ormai siamo a quota 10,6 milioni di ettari, con una crescita negli ultimi 25 anni del 19 per cento. Questo patrimonio, se utilizzato al meglio e in modo corretto, potrebbe rappresentare una grande opportunità. Maurizio Gardini, presidente di Fedagri, parte dai numeri: «La superficie boschiva italiana copre ben il 34,7% del territorio nazionale, una percentuale superiore a quelle di Paesi tradizionalmente considerati “verdi” come la Germania (31%) o la Francia (28,6%)».

E’ difficile far credere alle persone ormai convinte dell’imminente catastrofe ambientale che in Italia la superficie forestale da anni è in costante aumento, è opportuno quindi segnalare che i dati riportati sopra hanno finalmente trovato spazio, dovremmo scrivere purtroppo solo, sul sito del quotidiano “Terra” dei Verdi il 14 ottobre 2011, in un articolo a firma di Michele Fiorito.
Per non perdere l’abitudine al catastrofismo l’articolo ha il titolo: «La metà dei boschi italiani è abbandonata». Al suo interno si può anche leggere: "Peccato che «oltre la metà dei boschi e delle foreste del nostro Paese è abbandonato e versa in uno stato di degrado che espone il territorio al forte rischio di sviluppare incendi, i cui effetti sono amplificati dalla mancanza di manutenzione, e di gravi dissesti idrogeologici», ha denunciato ieri Fedagri-Confcooperative, la maggiore federazione delle coop agricole e agroalimentari italiane, all’assemblea annuale del settore Forestazione e Multifunzionalità che si è tenuta ieri a Orsara di Puglia (Fg)”. 

Il problema non è la deforestazione, semmai è che le superficie alberata  «attualmente versa in uno stato di conservazione insoddisfacente e inadeguato». Gli addetti ai lavori puntano il dito contro l’abbandono, «poiché risultano irreperibili i proprietari dei terreni e manca la manutenzione».
Finalmente anche i Verdi si accorgono che la natura da sola, senza attività dell’uomo degrada. Non è vero, come fatto credere finora, che l’uomo è il cancro del pianeta, che per la salvaguardia del Creato è indispensabile far scomparire l’uomo. Semmai è vero il contrario: serve l’uomo che segua dei comportamenti  giusti. Come già scritto in una precedente occasione, la cultura contadina sapeva che la natura senza l’uomo degrada: un bosco abbandonato si ammala prima e s’incendia con maggiore facilità, il vigneto abbandonato non produce, sull’orto non lavorato prende il sopravvento l’erbaccia, i canali di scolo non puliti con il tempo creano la palude e la malaria.

Molto interessante anche l’informazione riportata nella seguente frase dell’articolo: "C’è poi l’industria italiana del mobile che, secondo Fedagri, «pur potendo contare sull’81% della superficie boschiva disponibile al prelievo del legname, senza intaccare il patrimonio vegetale e di biodiversità, importa per il 90% il legno dell’estero». Infine le centrali a biomasse che «acquistano legna da Canada, Brasile e da tutto il sud del mondo, col paradosso che incentivi per la riduzione della CO2, pagati dagli utenti italiani, vengono usati per produrne altra con i viaggi transoceanici».”

Avete letto bene: ”Col paradosso che incentivi per la riduzione della CO2, pagati dagli utenti italiani, vengono usati per produrne altra con i viaggi transoceanici”. Grazie ai meccanismi messi in atto dalla finta finanza ecologista, quella del “Protocollo di Kyoto”, quella ad esempio pubblicizzata da organizzazioni che vorrebbero imporre il cibo a “Km 0” e contemporaneamente festeggiano quando il vino italiano è venduto in tutto il mondo, conviene produrre legname all’estero e poi importarlo emettendo CO2.

Possibile che nessuno si chieda, tra i tantissimi ambientalisti in buona fede, come mai quella che loro ritengono la salvezza del pianeta, la riduzione delle emissioni di CO2, alla fine è stata riposta nelle mani delle speculazioni in “Borsa”? Come mai gli “indignati” ed i “black bloc” di oggi manifestano contro la finanza, mentre gli “ecologisti” e “no global” di ieri hanno fatto di tutto per favorirla creando in borsa una nuova commodity, i cosiddetti “carbon credit”?

Chissà quanti decenni serviranno prima che questa informazione e queste domande potranno raggiungere il grande pubblico e i libri di testo scolastici.

sabato 1 ottobre 2011


Ecologismo? L'opposto della visione cristiana di Fabio Spina, 01-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Durante il ricco e profondo discorso fatto da Benedetto XVI al Bundestag, a Berlino il 22 settembre 2011, in una parte il Papa ha fatto cenno ai benefici che ha portato negli anni ’70 la nascita del “partito dei Verdi” in Germania; tanto è bastato per far dire a molti commentatori che si era in presenza di una svolta verde/ecologista della Chiesa.

Le parole di Benedetto XVI al riguardo esattamente sono state: “Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. […] L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere.”.

Ma prima di quest’ipotetica svolta verde cosa scriveva il Papa negli anni ’70? In occasione dell’inaugurazione della famosa e storica Conferenza di Stoccolma del 1972, quella da cui nacque il Programma ONU per l’ambiente (UNEP) ed in ricordo della quale ogni anno il 5 giugno si festeggia la “giornata mondiale per l’ambiente”, Papa Paolo VI inviò un messaggio nel quale era scritto: ”L’Uomo e il suo ambiente sono più che mai indissolubili. L’ambiente costituisce il condizionamento fondamentale della vita e dello sviluppo dell’uomo. Questi a sua volta perfeziona e raffina l’ambiente mediante la sua presenza, il suo lavoro e la sua contemplazione. Tuttavia le capacità creative dell’uomo daranno frutti autentici solo allorché l’uomo rispetterà le leggi che governano la vita e il potere rigeneratore della natura. Così l’uomo e la natura sono legati a vicenda e costretti a condividere la comune sorte terrena”.

Cosa è cambiato nella “visione dell’ambiente” in questi quaranta anni? Fino ad alcuni decenni fa le cose erano semplici: si sapeva che andava affrontato il problema dello smaltimento dei rifiuti, delle piogge acide, dello smog, della diossina, delle buste di plastica, del DDT, non si era “consumisti” perché non c’erano cose in abbondanza da consumare, il maltempo o la siccità potevano essere causati al massimo da una divinità ma mai dall’uomo, sui prati si poneva l’attenzione ai colori dei fiori e non alle siringhe, ma soprattutto: tutto ciò che era un prodotto naturale non inquinava. Anzi si era fermamente convinti che la panacea di tutti i mali fossero i processi produttivi “biodegradabili”; processi in grado di dare come prodotti finali solo “scorie” naturali, che potevano essere inserite senza danni nei cicli dell’ecosistema (un esempio era la pubblicità del detersivo fatta con l’uomo in ammollo). Ora invece le mucche ed i ruminanti inquinano in quanto respirando emettono metano; ma anche l’uomo, gli animali e le piante inquinano “respirando” in quanto emettono anidride carbonica. Dell’automobile il problema non sembra più lo smaltimento della batteria, della plastica, degli acidi, ma si parla quasi sempre e solo dell’anidride carbonica. Metano ed anidride  carbonica che sono composti fino a poco tempo fa ritenuti naturali, perché da sempre presenti sulla terra, sono gli inquinanti a cui si è portati a fare più attenzione e che la cui emissione angoscia di più.

E’ nato così un nuovo tipo di problema, da non sottovalutare, dovuto all’introduzione nell’ambiente di materiali naturali o “biodegradabili”, che generalmente viene indicato sempre con la stessa parola:“inquinamento” (generando così in taluni casi della confusione). Le attività umane hanno sempre un impatto sull’ambiente circostante, un impatto che sicuramente va limitato ma che non può essere zero (come sarebbe indispensabile per i veri inquinamenti) in quanto ciò non significherebbe altro che la scomparsa dell’essere umano dalla Terra. Inoltre non è detto che l’impatto zero sia un bene per lo stesso ambiente: la cultura contadina sapeva che la natura senza l’uomo degrada: un bosco abbandonato si ammala prima e s’incendia con maggiore facilità, il vigneto abbandonato non produce, sull’orto non lavorato prende il sopravvento l’erbaccia, i canali di scolo non puliti con il tempo creano la palude e la malaria.

Un primo caso di impatto dell’attività umana a grande scala è stata l’agricoltura che, pur cambiando in modo sensibile la superficie terrestre (quindi il bilancio radiativo dell’atmosfera) e distorcendo gli equilibri naturali a favore dell’uomo, a nessuno mai in passato era venuto in mente di definirla inquinamento. Solo a questo secondo tipo d’inquinamento, l’impatto, può essere applicato il principio “chi inquina paga” su cui si basa ad esempio il Protocollo di Kyoto, gli ecopass, elettrosmog, etc., non sarebbe possibile farlo per inquinamenti tossici dovuti a sostanze naturali/artificiali veramente inquinanti come l’arsenico, mercurio, amianto o artificiali come la diossina.

Negli anni ’70 il partito dei verdi nasceva per combattere il primo tipo d’inquinamento, nel corso degli anni invece è divenuta generalmente prevalente l’attenzione al secondo. Per combattere quest’ultimo l’azione politica ecologista si è basata su due principi cardine impensabili per l’inquinamento di “tipo tradizionale”: il “principio di precauzione”(PdP) e “chi inquina paga”.

“Chi inquina paga” è diseducativo: se uno inquina veramente deve smettere e va sanzionato, non ha senso continuare pagando altrimenti  non sarebbe altro che una ulteriore discriminazione per censo. Spesso tale principio non si riduce ad altro che fare le stesse cose che si facevano prima pagando una ulteriore tassa, più gradita delle altre perché si dice che aiuta il pianeta.

Il “principio di precauzione” (Art.15 della Dichiarazione di Rio del 1992) afferma che “Ove vi siano minacce di danno grave o irreversibile, l’assenza di certezze scientifiche non deve servire come pretesto per posporre l’adozione di misure, anche non a costo zero, volte a prevenire il degrado ambientale”. Forse sarebbe stato meglio tener conto che ogni azione umana comporta un rischio, anche il rimanere a casa, quindi applicando bovinamente il PdP ogni attività può essere bloccata a fin di bene e per aumentare la sicurezza. Applicando il PdP nel 1997 si è firmato il Protocollo di Kyoto, non sulla base di evidenze scientifiche.

Senza accorgersene ed in modo latente il PdP ha sostituito la millenaria virtù della Prudenza. Il PdP valuta solo i rischi del fare, la prudenza nella scelta dell’azione da intraprendere metteva a confronto i rischi del fare con quelli del non fare. Infatti in Morale esiste la prudenza/saggezza nell’agire, che corrisponde a minimizzare i rischi e ad affrontarli valutandoli insieme i benefici. Le precauzioni invece non sono altro che dispositivi per ridurre il rischio mentre si opera, ad esempio l'air-bag in auto.

Ricordava Papa Giovanni Paolo II nell’Udienza Generale del Mercoledì, 25 ottobre 1978: “L’uomo prudente, che si adopera per tutto ciò che è veramente buono, si sforza di misurare ogni cosa, ogni situazione e tutto il suo operare secondo il metro del bene morale”. La prudenza non può divenire una scusa per non fare ciò che è giusto e possibile, la ragione deve essere stabilmente orientata al vero bene ed è necessario che abbia la capacità, l’attitudine a scegliere mezzi opportuni (il “giusto” mezzo) e concretamente disponibili nella situazione per raggiungere il fine stesso. La prudenza si manifesta nel comando della ragion pratica che dice: questo è buono, questo va fatto qui ed adesso (il saggio o prudente è colui che fa, non basta il giudizio). L’azione va giudicata nello specifico, il fine ed i relativi rischi debbono essere valutati nel complesso e non solo se il rischio è assente: la prudenza mi fa evitare gli inutili rischi e non i rischi in generale (ciò vorrebbe dire la totale immobilità). Le precauzioni riducono il rischio anche se non sarà mai possibile eliminarlo del tutto, quando esiste un’incertezza scientifica questa deve essere una spinta a nuove ricerche e non all’abbandono o peggio proibizione delle stesse. La prudenza non corrisponde all’assenza o rimozione del coraggio, ma ne è il fondamento affinché non si trasformi in azzardo.

Così la prudenza costituisce la chiave per la realizzazione del fondamentale compito che ognuno di noi ha ricevuto da Dio: la perfezione dell’uomo stesso. Dio ha dato a ognuno di noi la sua umanità.
“La Chiesa cattolica si avvicina al problema della protezione dell’ambiente dal punto di vista della persona umana. È nostra convinzione, quindi, che ogni programma ecologico debba rispettare la piena dignità e libertà di chiunque possa essere fatto oggetto di tali programmi. I problemi ambientali dovrebbero essere visti in relazione alle necessità di uomini e donne concreti, delle loro famiglie, dei loro valori, delle loro inestimabili eredità sociali e culturali. Perché lo scopo ultimo dei programmi ambientali è di elevare la qualità della vita umana, di mettere nel miglior modo possibile il creato al servizio dell’umana famiglia” predicava il Beato Giovanni Paolo II nel 1985. E' una radicata visione cristiana che ha poco o nulla a che fare  con la maggior parte delle attuali ideologie verdi, che non propongono “di vedere” il sistema Terra come Casa dell’uomo; anzi, quest’ultimo è sempre e solo un disturbo da eliminare, specie quando mette al mondo figli e non è produttivo.

venerdì 30 settembre 2011


IL CASO/ Perché Benedetto XVI è un "ambientalista" vero? - INT.  Alberto Indelicato, il sussidiario.net, venerdì 30 settembre 2011

«Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va». E poi: «L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente». Sono le parole che Benedetto XVI, durante il suo discorso al Bundestag, ha dedicato ai movimenti ecologisti sviluppatisi in Germania a partire dagli anni 70. Una citazione che ha sorpreso molti, nel bel mezzo di un discorso riservato al diritto e ai fondamenti della legge. Ilsussidiario.net ha cercato di capirne il senso con Alberto Indelicato, diplomatico, ultimo ambasciatore italiano nella Germania comunista.

Se la cultura europea, come ha detto il Papa al Bundestag, è nata dall’incontro di Gerusalemme, Atene e Roma, dove sono nati invece i verdi tedeschi?

Occorre una premessa. Quel riferimento che il Papa ha fatto ai movimenti ecologisti va inquadrato nel suo contesto. Benedetto XVI ha fatto un discorso «alto», di tipo più filosofico che strettamente politico. Qui c’è stato il riferimento all’identità europea e alle tradizioni che la costituiscono, quella ebraico-cristiana, greca e romana. Il riferimento all’ecologia non è estraneo a quelle eredità.

In che modo?

Ci arriviamo. A mio avviso però, per capirlo, occorre prima giungere alla coscienza. Mi permetta di fare un inciso. Molti forse non se ne sono accorti, ma Benedetto XVI ha citato la Sharia senza nominarla. Ha detto che il cristianesimo, a differenza di altre religioni, non detta norme giuridiche; invece la Sharia dice ai musulmani cosa devono fare e lo fa da un punto di vista strettamente giuridico, al pari di una legge. Ma in uno stato democratico, con buona pace dei ribelli libici, la legge la fa la maggioranza e non la Sharia...

Ma la maggioranza non è tutto.

Vero. Il Papa ammette che le leggi devono essere fatte dalla volontà popolare, ma c’è un pericolo: e se la volontà popolare è malvagia? Allora, il punto è la differenza tra una concezione nella quale il diritto è dettato dalla natura - lui dice dalla coscienza, e in definitiva dallo spirito divino che c’è nella coscienza degli uomini - e una visione positivista, in base alla quale è legge solo quella che sta scritta nei codici.

E gli ecologisti cosa c’entrano?

È una grande «rivelazione» della modernità il fatto che la natura va rispettata, proprio per la legge morale di cui parlava implicitamente il re Salomone (il «cuore che ascolta», organo del bene). Quindi la giustizia si applica dovunque, anche alla natura. Ma c’è forse qualcosa che agli ecologisti non piace: attenzione, dice il Papa, anche l’uomo ha un aspetto «naturale». Se gli ecologisti dicono, e a ragione, che occorre dare il giusto rilievo alla natura, alla natura esterna, lo stesso si deve fare - ammonisce Benedetto XVI - rispetto alla natura dell’uomo. Bene dunque rispettare ciò che è fuori di noi, ma c’è qualcosa che sta in noi che è dato, esattamente come ciò che è fuori di noi, e come tale va rispettato. E infatti il Papa ha detto: non ci creiamo da soli.

L’ambientalismo tedesco è stato determinante per la politica tedesca, ma in Italia non è stato così: la cultura ambientalista sembra relegata ad uno stato di minorità politica. È d’accordo? Come lo spiega?

È innanzitutto una questione di persone e poi di cultura. La classe politica verde italiana non ha mai elaborato una filosofia. Questo ha senz’altro inciso sul nostro ambientalismo. I nostri verdi sono sempre stati una sorta di appendice della sinistra, mentre i verdi tedeschi hanno un’origine più liberale. Lo dimostra storicamente la lotta contro il comunismo: infatti uno degli elementi che hanno scosso le basi fisiologiche del regime comunista tedesco-orientale è stato proprio l’ambientalismo. Nei paesi comunisti, e in particolare nella DDR, la corsa all’industrializzazione aveva portato ad un degrado della natura tale da alimentare un ambientalismo essenzialmente antitotalitario. Cosa che da noi non è avvenuta, perché l’ambientalismo nostrano si è radicato prima in funzione filo socialista e poi antiliberale. Mentre i verdi tedeschi sono contro l’energia atomica per ragioni puramente ambientaliste, quelli italiani sono nati dalla protesta creata artificiosamente dall’allora Unione sovietica contro l’energia atomica prima militare e poi civile.

Quanto potranno pesare i movimenti ecologisti e i partiti politici verdi nel futuro della Germania?

Molto, perché la delusione nei confronti dei partiti tradizionali è assai forte. Si è detto: “ma a Berlino hanno vinto i socialdemocratici...”, sì, ma questo è avvenuto per l’abbandono dei competitori, e infatti non hanno aumentato i propri voti se non dell’1 o del 2 per cento. Non la si può definire una vittoria. Ora la strada dei verdi è acquisire maggiore coscienza di sé e maggiore indipendenza. Hanno davanti a sé buone prospettive. In ogni caso, quanto in futuro la Linke possa diventare verde al Papa non interessa.

(Federico Ferraù)

© Riproduzione riservata.

lunedì 26 settembre 2011


Il futuro dell'uomo non sta nell'eco-scienza di Fabio Spina, 24-09-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Una volta era tutto semplice: la civiltà e la cultura erano nella città, la civitas; al di là delle mura, nella foresta, regnava la barbarie e le popolazioni selvagge, la dura legge della natura. Nel tempo continuò l’aumento della popolazione nelle città ed in esse continuò a voler vivere l’elite culturale, economica e politica, ma con il trascorrere degli anni e l’aumentare del benessere la prospettiva iniziò a cambiare: per molti filosofi, scrittori e gli stessi cittadini, la città divenne il posto degli intrighi, dell’inquinamento e dell’immoralità mentre si diffuse il mito del “buon selvaggio”. La contrapposizione tra “natura” e cultura cambiò i pesi dei due “attori”.
 
A tal proposito Jean-Jacques Rousseau (1727-1778) nel 1762, nel libro “Emilio o dell’educazione”, scrisse: “Tutto è bene uscendo dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera nelle mani dell’uomo. Egli sforza i terreni a nutrire i prodotti propri d’un altro, un albero a portare i frutti d’un altro; mescola e confonde i climi, gli elementi, le stagioni; mutila il suo cane, il suo cavallo, il suo schiavo; sconvolge tutto, altera tutto, ama le deformità, i mostri; non vuol nulla come ha fatto la natura, neppure l’uomo; bisogna addestrarlo per sé, come un cavallo da maneggio; bisogna sformarlo a modo suo, come un albero da giardino”.

Una delle caratteristiche del “buon selvaggio” era il saper vivere in armonia con la natura adeguandosi ai suoi ritmi e le sue produzioni.

Se Rosseau osservava quanto sopra quasi tre secoli fa, non può sorprendere quando il famoso sociologo Zygmunt Bauman lancia l'ennesimo allarme ecologico dalla prima pagina del quotidiano “La Repubblica”,  il 17 settembre 2011, scrivendo un articolo dal titolo “Il progresso è finito, al futuro serve l’eco-scienza”.

Nell’articolo è possibile leggere: ”Più o meno una dozzina di anni fa due chimici di spicco dell´atmosfera, Paul Crutzen e Eugene Stoermer, si sono resi conto che l´epoca geologica nella quale si presumeva che vivessimo, quella nota con il nome di "Olocene", era in ogni caso passata e che siamo entrati viceversa in un´epoca diversa della storia, nella quale le condizioni planetarie sono plasmate dalle attività di origine culturale della specie umana più che da qualsiasi forza naturale.[…] Negli ultimi due secoli gli uomini hanno "sciolto" e rilasciato nell´atmosfera un volume di carbon fossile che la Natura aveva impiegato centinaia di milioni di anni per legare e ammassare). Crutzen e Stoermer hanno suggerito che questa nuova epoca meriti il nome di «Antropocene», ossia «la recente epoca dell´uomo»”.

Da questa nuova era nasce la domanda fino a che punto deve spingersi il dominio della “cultura” sulla “natura”: “La loro linea di separazione veniva considerata eminentemente flessibile e soggetta a spostarsi” ma “siamo ormai giunti pericolosamente vicini alla linea d´arrivo dei progressi sostenibili e plausibili”. “La presunta serie infinita di battaglie vinte contro la resistenza della Natura ci ha portati davanti alla prospettiva (alcuni dicono: l´imminenza) di perdere la guerra. Anzi forse, intossicati per aver vinto questa lunga striscia di battaglie, abbiamo già raggiunto il punto di non ritorno, che in questo caso significa che la sconfitta definitiva è ormai divenuta una conclusione inevitabile e irrevocabile”.

La definizione “Antropocene” potrebbe sembrare meno originale ricordando, ad esempio, che già dal 1992, anno del Summit della Terra, si parla della nuova era dell’Ecozoico nelle integrazioni di Leonardo Boff  (1938- ), ex frate francescano ed ex presbitero, teologo e filosofo brasiliano, alla sua “Teologia della Liberazione” (in passato condannata dal Vaticano) utilizzando i temi dell’ecologia e sostenibilità, in quanto Boff ritiene che formiamo insieme alla “Terra viva” la grande comunità cosmica e vitale; secondo tale visione siamo l'espressione cosciente del processo cosmico che necessità di una nuova cosmologia.

Ma ciò che Zygmunt Barman si dimentica di scrivere, mentre lo stesso Paul J. Crutzen ne fa cenno nel suo testo “Benvenuti nell’Antropocene!”, è che già nel 1873 il famoso sacerdote geologo Antonio Stoppani (Lecco 1824 – Milano 1891), parlò di un’’era Antropozoica” e definì l’uomo “una forza tellurica”. Nell’articolo intitolato “L’uomo ed il suo impero sulla terra”, Stoppani aveva definito il genere umano “ladrone del mondo”, facendo trasparire la preoccupazione per il quesito: ”Che sarà quando tutta l’Europa sia lavorata come l’Inghilterra, e tutto il mondo come l’Europa?”. Tuttavia egli aveva finito per ribadire come la Terra fosse destinata al progresso, all’uomo ed al suo sviluppo: ”Monti disboscati; piagge nude imboschite; deserti mutati in prati; le squallide ericaie in campi biondeggianti di messi; i nudi colli in vigneti e giardini […]. Giorno verrà che la terra non sarà che un suggello della potenza dell’uomo, e l’uomo un suggello della potenza di Dio”.

Eppure quelli erano anni in cui la “teoria dell’effetto serra”, quella che prevede un riscaldamento globale a causa dell’incremento della concentrazione di anidride carbonica e preoccupa Zygmunt Barman, doveva ancora essere sviluppata da Svante August Arrhenius (Vik 1859 – Stoccolma 1927) nell’ambito della spiegazione delle ere glaciali; ciò avverrà “solo” nel 1896. “Finalmente nell’era antropozoica, ecco l’uomo, che viene a raccogliere ciò che non ha seminato, e si trova ricco ad un tratto di una immensa eredità, accumulata per tanti secoli, con tanto lavoro di animali e d’elementi. […] Così sorsero quinci, coi calcari paleozoici e triassici, le cattedrali d’Italia; quindi coi nummuliti, le piramidi d’Egitto. A gara l’arte e l’industria fanno a chi più spende del gratuito acquisto.” (tratto  dalla sesta conferenza riportata nella pubblicazione “Della purezza del mare e dell’atmosfera” del 1873). 

La differenza tra “Antropocene” e “Antropozoico” può apparire sottile, invece è sostanziale: in uno si è portati a domandarsi dove va posizionata la linea che divide l’uomo dalla natura, nell’altro tra la creatura ed il suo Creatore. In uno senza dirlo esplicitamente Dio sparisce e la Natura, sempre più spesso, prende implicitamente il suo posto, nell’altro l’ambiente ha senso solo se visto come casa dell’Uomo. In uno la natura è al sicuro solo quando “scompare” l’uomo, nell’altro caso il pianeta senza uomo è meno ricco, solo l’uomo integra la Creazione con il suo ingegno “dando vita” a prodotti “frutto della terra e del lavoro dell’uomo” (Gesù sceglie sulla tavola per l’Eucarestia il pane ed il vino, non ad esempio l’acqua ed un frutto).

Lo scopo della creatura uomo è umanizzare il pianeta, questo deve guidare ogni sua attività: il pianeta migliora quando diviene più umano. Per questo l’uomo ha il dovere di preoccuparsi delle piante e degli animali (non sono loro ad avere diritti). La natura senza il lavoro responsabile dell’uomo degrada: un bosco abbandonato si ammala prima e s’incendia con maggiore facilità, il vigneto abbandonato non produce, sull’orto non lavorato prende il sopravvento l’erbaccia, i canali di scolo non puliti con il tempo creano la palude e la malaria, etc.

 “Oggi assistiamo non di rado al dispiegamento di opposte posizioni esasperate: da una parte, in nome della esauribilità e della insufficienza delle risorse ambientali, si chiede la repressione della natalità, specialmente nel confronti del popoli poveri e in via di sviluppo. Dall’altra, in nome di una concezione ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, si propone di eliminare la differenza ontologica e assiologica ha l’uomo e gli altri esseri viventi, considerando la biosfera come un’unità biotica di valore indifferenziato. Si viene cosi ad eliminare la superiore responsabilitá dell’uomo in favore di una considerazione egualitaristica della dignità dl tutti gli esseri viventi. Ma l’equilibrio dell’ecosistema e la difesa della salubrità dell’ambiente hanno bisogno proprio della responsabilità dell’uomo e di una responsabilità che deve essere aperta alle nuove forme di solidarietà. Occorre una solidarietà aperta e comprensiva verso tutti gli uomini e tutti i popoli, una solidarietà fondata sul rispetto della vita e sulla promozione di risorse sufficienti per i più poveri e per le generazioni future. L’umanità di oggi, se riuscirà a congiungere le nuove capacità scientifiche con una forte dimensione etica, sarà certamente in grado di promuovere l’ambiente come casa e come risorsa a favore dell’uomo e di tutti gli uomini, sarà in grado di eliminare i fattori d’inquinamento, di assicurare condizioni di igiene e di salute adeguate per piccoli gruppi come per vasti insediamenti umani. La tecnologia che inquina può anche disinquinare, la produzione che accumula può distribuire equamente, a condizione che prevalga l’etica del rispetto per la vita e la dignità dell’uomo, per i diritti delle generazioni umane presenti e di quelle che verranno. Tutto ciò ha bisogno di saldi punti di riferimento e di ispirazione: la coscienza chiara della creazione come opera della sapienza provvida di Dio, e la coscienza della dignità e responsabilità dell’uomo nel disegno creazionale.”
(Giovanni Paolo II, discorso ai partecipanti al Convegno “Salute e Ambiente”, marzo 1997).

Il futuro non è nell’eco-scienza come riporta il titolo dell’articolo de “La Repubblica”, che significa casa-scienza. “Non esistono scienze applicate ma solo applicazioni della scienza” affermava Pasteur. La scienza è un metodo di conoscenza, non è lei da sola a determinare il futuro dell’uomo ma eventualmente i valori che guidano il suo uso: con la stessa “scienza delle costruzioni” si può costruire una casa per poveri, un magazzino per viveri, una base missilistica e la “torre di babele” per mettersi al posto di Dio.

La crisi ambientale, come quella economica attuale, colpisce l’immaginazione e la sensibilità delle persone ma sono solo gli effetti visibili di una crisi morale/etica invisibile ma reale. Tali crisi avvengono quando utilissimi strumenti come l’economia, la finanza, i soldi, il potere, non sono più mezzi per migliorare/umanizzare il mondo ma la loro accumulazione diviene il  fine ultimo delle attività umane. I mercanti invece di essere scacciati dal Tempio riescono a far divenire lo stesso mercato un tempio. Gradualmente e senza accorgersene  gran parte delle persone si preoccupano solo del “come” e non del “perché”, nell’azienda si da valore al “know how” e si dimentica il “know why”, nella scuola non serve più insegnare a pensare ma è auspicato un finalizzato addestramento.

Il tutto va avanti nell’illusione che per “migliorare” il sistema sia sufficiente affinare progressivamente solo le tecniche del “come”, finché ad un certo momento l’intera struttura entra in crisi definitiva e l’unico modo per uscirne è convincersi che non basta più agire sugli strumenti ma occorre decidere un nuovo sistema di valori. In altre parole la crisi può essere un segno dei tempi.


Sul piano ambientale in molti casi la “green economy” non è stato altro che un modo far andare avanti il sistema vendendo sul mercato “nuovi” prodotti e dando modo alla finanza di poter speculare in borsa su una “innovativa” merce di scambio che sono i “carbon credit”; troppo spesso purtroppo tutto era, ed è, solo un modo “come” far girare più soldi. In altri casi la risposta alla crisi è stata più radicale con l’affascinante proposta di un nuovo sistema di valori “ecologici” che fa riferimento alla natura “vista” quasi come una nuova divinità pagana disturbata dalla presenza umana.


La proposta cristiana per affrontare la crisi ambientale è resa visibile nel mese di settembre, ormai da anni, dedicato alle iniziative sviluppate in occasione della “Giornata per la Salvaguardia del Creato”. In tale occasione sarebbe opportuno ricordare che l’Uomo non è il problema del pianeta ma la più preziosa ed inesauribile risorsa. Risorsa che è in grado con le proprie e non limitate capacità intellettive, di cambiare gli scenari futuri passando dal consumo all’uso delle risorse naturali, riducendo lo spreco ed aumentando l’efficienza dei processi tramite le nuove tecnologie, modificando in modo avveduto e razionalmente i nostri comportamenti individuali e sociali. Il proporre la “giusta misura” nel “coltivare e custodire il Creato”, che prenda sempre l’uomo in se stesso come valore di riferimento, è quanto in ogni epoca il Cristianesimo propone con una lettura del mondo alla luce della rivelazione, lettura che porta con se un messaggio sempre nuovo di speranza e salvezza per l’Uomo, per gli ultimi del mondo ed anche per il nostro pianeta. Una visione sicuramente non dominante, ma di ciò i cristiani non si devono preoccupare più del dovuto perché sono da sempre destinati ad essere minoranza che non deve sparire nell’omologazione, fermento, seme destinato a morire per dar nuova vita.

In questo modo sarà più difficile illudersi che il futuro sia l’eco-scienza come cerca di  persuadere il titolo su “La Repubblica”. Occorre invece seguire con fede e speranza il motto del viaggio in Germania di Papa Benedetto XVI: “Dove c'è Dio, là c'è futuro". Infatti, “priva di futuro sarà la terra solo quando si spegneranno le forze del cuore umano e della ragione illuminata dal cuore – quando il volto di Dio non splenderà più sopra la Terra. Dove c’è Dio, là c’è futuro”.

martedì 7 giugno 2011

Allarme cibi, due lezioni dal batterio «killer» di Fabio Spina, 07-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

La ricerca del posto da dove è partita l’infezione in Germania continua, al momento si contano 23 vittime e oltre 2mila contagi in Europa. Le certezze al momento sono poche, non si sa ancora chi è il “colpevole”, però possiamo comunque tentare di sviluppare due riflessioni.


La prima riguarda il ripetersi di allarmi dovuti alle nuove pandemie. Negli ultimi anni se ne sono riprodotte molte: l’influenza aviaria, la suina, l’H1N1, le uova alla diossina. Per la Sars si parlò di migliaia di morti ed invece furono 85, solo per l’Italia si prevedeva che avrebbe colpito 16 milioni di persone con 15mila vittime. Allora le previsioni erano accurate, le conferenze stampa si ripetevano continuamente, l’informazione copiosa. Si sapeva da dove l’infezione partiva e come si diffondeva. Tutto nasceva sempre da paesi lontani, dall’agricoltura arretrata dove l’uomo conviveva con le bestie. Le simulazioni matematiche portarono molti ad acquistare - meglio: accaparrarsi - vaccini per patogeni ancora da isolare. Da quanto accaduto sembra che siamo in grado di prevedere infezioni partite da lontano e come queste si sviluppano per lunghi periodi, mentre paradossalmente pur essendosi sviluppata qui vicino, non si riesce a comprendere da dove sia partita l’ultima epidemia e come si diffonderà a breve scadenza. Sembra che in quest’ultimo caso si brancoli nel buio. Come per la modellistica dell’atmosfera, sembra stranamente che sia più precisa quando deve prevedere lunghe scadenze rispetto quelle ravvicinate.

La seconda riflessione riguarda il modo in cui l’infezione si è sviluppata. All’inizio si sono incolpati i cetrioli spagnoli avendo, così si disse, rintracciato “il batterio in una partita di cetrioli provenienti da due aziende di agricoltura biologica di Almeria e Malaga”. Successivamente si è pensato che l’infezione fosse partita dai germogli di soia prodotti da una cooperativa di produzione biologica tedesca, che produce e distribuisce anche germogli e semi di altri ortaggi: tra cui quelli di fagiolo mungo, broccoli, piselli, ceci, ravanelli e lenticchie. Ora sembra che anche questa seconda azienda non sia colpevole anche se è stata fatta chiudere.

Ma perché si cerca sempre nelle produzioni biologiche? Sembra che in queste possano riprodursi quei “contatti” tra vegetali e scarti provenienti dalla produzione animale, come ad esempio il letame per la concimazione, che possono creare situazioni di potenziale rischio. Per questo è tassativo lavare la vedura. Insomma la nuova epidemia fa emergere che il rischio che sembrava legato solo ai paesi lontani, dove è presente un’agricoltura arretrata, può riprodursi anche nella progredita Europa e Germania, dove con le aziende biologiche di fatto si cerca di tornare al passato.


I  prodotti biologici non sono meno pericolosi di quelli convenzionali, il Robert Koch Institut ha comunicato che ogni anno in Germania dalle 150mila alle 200mila persone si ammalano per contaminazioni “in natura” di generi alimentari. Il Die Welt in questi giorni ha scritto che i decessi sul suolo tedesco ogni anno sono centinaia, in UK sono in media 700 decessi per contaminazione biologica del cibo, negli USA 5mila.

Nella realtà non esiste e quindi non va fatta la divisione ideologica tra il biologico che è sempre e comunque meglio del prodotto da agricoltura tradizionale. Va deciso con “razionalità” caso per caso. Il prof. Silvio Garattini scrive che i prodotti biologici hanno una sola caratteristica accertata, quella di essere molto più costosi di quelli che rappresentano il frutto dell’agricoltura moderna. Secondo Garattini, la differenza tra i tipi di prodotti è anzitutto di base ideologica e si riassume nello slogan: “la natura è buona, la chimica è cattiva”. In realtà in natura possiamo trovare i veleni, “fitofarmaci endogeni” e batteri micidiali, mentre con la chimica si producono i medicinali. La bontà o malvagità di un prodotto non dipende dall’origine artificiale o naturale del prodotto ma è una sua caratteristica intrinseca.

Appare quindi ingiustificato diffondere l’idea che i prodotti biologici abbiano qualità migliori e siano più sani. Ciò significa solo creare paure e frustrazioni nelle classi sociali a basso reddito che non possono accedere al miraggio dei prodotti biologici venduti come se fossero l’“elisir di lunga vita”.

giovedì 2 giugno 2011

«Ecologisti, nemici dell'uomo» di Riccardo Cascioli, 02-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

“L’idea che la natura sia buona e l’uomo cattivo è davvero stupida. Se davvero pensassimo che la natura sarebbe meglio senza l’uomo allora tanto varrebbe suicidarsi”. Può sembrare incredibile ma a parlare così è Patrick Moore, uno dei fondatori – nel 1971 – di Greenpeace, l’organizzazione ambientalista radicale forse più famosa al mondo. Solo che le strade di Greenpeace e di Moore nel 1986 si sono separate e quest’ultimo, come dice lui stesso, è diventato un “ambientalista ragionevole”, come dice il titolo italiano della sua autobiografia, appena uscita per i tipi di Dalai editore (“Confessioni di un fuoriuscito da Greenpeace”, aggiunge il sottotitolo). Lo abbiamo incontrato a Milano, tappa di un breve tour italiano, nella sede del Politecnico dove ha incontrato un piccolo gruppo di esperti di economia e politiche energetiche, per spiegare cosa sia e quanto sia conveniente un ambientalismo ragionevole e quanto sia invece pericoloso quell’ambientalismo incarnato da Greenpeace.

Patrick Moore, canadese di Vancouver, è stato per nove anni presidente di Greenpeace Canada e poi per altri sette anni direttore di Greenpeace International, quando all’inizio degli anni ’80 da associazione nazionale che lottava contro i test nucleari e la corsa al riarmo, è esplosa come organizzazione internazionale ecologista. Poi la rottura, e Patrick Moore fonda un’altra associazione, Greenspirit, che fa soprattutto informazione e consulenza sui temi ambientali. 

Cosa ha spinto Moore a lasciare Greenpeace? “Si è trasformata in una associazione antiscientifica, antitecnologica, antiglobalizzazione e anticapitalista. In una parola Greenpeace è diventata antiumana”. Era così diversa all’inizio? “C’è sempre stata anche una componente anarchica e radicale – dice Moore – ma era minoritaria, e comunque non ci voleva certo un dottorato per rendersi conto dei pericoli dell’uso delle armi nucleari e della corsa al riarmo. La questione ecologica è venuta successivamente, quando ci mettemmo in testa di salvare le balene dalla caccia spietata che facevano soprattutto sovietici e giapponesi: anche qui non ci voleva certo una laurea per rendersi conto che evitare l’estinzione delle balene era una cosa buona. Una parte dei pacifisti e antinuclearisti più convinti rimase sconcertata per la scelta, eppure fu proprio grazie a un incidente con le baleniere sovietiche che Greenpeace divenne famosa in tutto il mondo e vide moltiplicarsi in pochissimo tempo associazioni nazionali e fondi a disposizione. Nel giugno 1975 intercettammo delle baleniere sovietiche a non più di 30 chilometri dalle coste della California e riuscimmo a filmare il momento in cui un arpione veniva lanciato sfiorando le nostre teste per andare a colpire sul dorso una femmina di capodoglio. Quelle immagini fecero rapidamente il giro del mondo e diedero una enorme notorietà a Greenpeace; inoltre per la maggior parte degli americani fu uno choc scoprire che i sovietici cacciavano regolarmente balene a pochi chilometri dalle loro coste. Ad ogni modo la crescita tumultuosa di Greenpeace International negli anni successivi ha spinto sempre più l’associazione su posizioni radicali e irrazionali, antiumane”.

Moore, cresciuto nella foresta intorno Vancouver , grande amante degli alberi che considera “la più grande fonte rinnovabile di energia e la risposta a tantissime esigenze dell’umanità, dall’energia alla costruzione”, non sopporta un ecologismo diventato superstizione, senza alcuna base scientifica se non l’odio verso l’umanità, parla del rischio che i verdi ci facciano piombare in “secoli bui dal punto di vista intellettuale”. E addirittura parla di “crimine contro l’umanità” il tentativo di impedire l’uso degli organismi geneticamente modificati in agricoltura: “Ogni anno 500mila bambini nel mondo perdono la vista per carenza di vitamina A e il 70% muore: una strage che potrebbe essere evitata con le coltivazioni Ogm, che invece vengono ostacolate”.

Su energia e sviluppo (“l’elettricità è un punto chiave per lo sviluppo”) Moore avverte del pericolo che ogni cosa venga fatta dipendere dalle politiche del clima. E’ qui che l’approccio anti-umano del movimento ecologista trova il suo culmine: “Gli esseri umani sono parte della natura, sono una parte bella e positiva della natura. Non c’è nulla di più lontano dalla realtà che credere che l’aumento della popolazione faccia morire la natura. Così come è totalmente sbagliata l’idea che l’aumento del consumo pro-capite di energia si risolva in un danno per l’ambiente. E’ invece la povertà ad avere un impatto ambientale enorme. Per questo è importante favorire lo sviluppo dei paesi poveri attraverso un grande cambiamento tecnologico”.

A cominciare dall’agricoltura, dove la meccanizzazione è la chiave per lo sviluppo: “Nelle società arretrate, l’80% delle persone è impegnata in agricoltura, impegnata a procurarsi il necessario per sopravvivere giorno dopo giorno. Senza che mai nessuno possa dedicarsi ad altro e senza mai riuscire a superare il livello di sussistenza. Solo la meccanizzazione permette di aumentare la produttività liberando al contempo moltissime energie per altri lavori. Così i popoli migliorano le loro condizioni. Ma gli ecologisti pretendono di imporre soltanto l’agricoltura biologica, impedendo lo sviluppo”.

E non ha paura Patrick Moore del riscaldamento globale? Sorride: “E’ vero, c’è un aumento della temperatura negli ultimi 130 anni, ma soprattutto perché si usciva da una fase di secoli molto freddi. In ogni caso siamo in un’era interglaciale, quindi la Terra andrà ineluttabilmente verso una nuova glaciazione: tra mille anni, duemila, non lo sappiamo. Comunque, da un punto di vista scientifico non c’è alcuna prova che l’uomo sia responsabile di questo riscaldamento. Poi francamente non capisco questa paura di un aumento delle temperature: l’uomo è una specie tropicale, non polare. Non siamo pinguini, i nostri progenitori venivano dall’equatore, siamo fatti per il caldo. E’ dimostrato che se non fossimo vestiti, a una temperatura di 20°C, all’ombra, non potremmo sopravvivere. Dunque, perché avere paura del riscaldamento?”.

Senza considerare che il ruolo dell’anidride carbonica, CO2, nell’aumento delle temperature è tutto da dimostrare: “E’ chiaro che se aumentasse la concentrazione di CO2 restando ferme tutte le altre variabili che contribuiscono a formare il clima, questo comporterebbe un aumento delle temperature. Ma possiamo affermare che tutti gli altri elementi sono fissi? No”. Eppure ormai nell’immaginario collettivo la CO2 è diventata il mostro, il nemico numero uno, considerato un inquinante quando è invece l’elemento fondamentale della vita: “Su questo punto si gioca sulle parole: anche se la gente pensa diversamente, inquinamento non è un termine scientifico, è un giudizio. Infatti dicono che la CO2 è inquinante, non dicono che è tossica. Un elemento o un oggetto inquinante è semplicemente qualcosa che, per diversi motivi, non dovrebbe esserci, è qualcosa che crea un problema. E siccome la CO2 è considerata un problema per il clima, viene definita inquinante, ma la percezione dell’opinione pubblica è ovviamente diversa. E’ una terminologia fuorviante, ma non è casuale”.

Mentre invece non si agisce su ciò che inquina veramente: “I verdi sono il più grosso ostacolo alla riduzione dei combustibili fossili, perché si oppongono a qualsiasi alternativa: dal nucleare alle pompe geotermiche fino alle vere fonti rinnovabili, legno e acqua che insieme costituiscono il 90% delle rinnovabili. Le fonti rinnovabili migliori sono infatti quelle che è possibile immagazzinare, che possono essere disponibili a richiesta. L’idroelettrico per esempio è fondamentale, ma i verdi non vogliono far costruire le dighe. E’ un’assurdità, dicono che rovina l’ecosistema ma è vero il contrario: si creano dei laghi artificiali che diventano un paradiso di biodiversità oltre a rispondere ai bisogni dell’uomo. Prendiamo il caso della Diga delle Tre Gole in Cina, la più grossa centrale idroelettrica costruita: gli ecologisti hanno creato ostacoli di ogni tipo per impedirne la costruzione. Oggi c’è un bel lago e produce tanta energia pari a quella per cui sarebbero necessarie 40 centrali a carbone.  Inoltre prima, per le alluvioni morivano ogni anno migliaia di persone, ora non più. Si fa bene all’uomo e si fa bene all’ambiente, questa è la realtà”.

Sole e vento? “Non è possibile immagazzinarli, e sono terribilmente costosi rispetto alle altre fonti. Per questo, chi sostiene che l’alternativa siano eolico e fotovoltaico in realtà sta spingendo per l’uso dei combustibili fossili”.

sabato 6 novembre 2010

ECOLOGIA E BIOETICA - ROMA, domenica, 21 marzo 2010 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Bioetica pubblichiamo l'articolo di prof.ssa Mariella Lombardi Ricci, docente di Bioetica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale (sezione di Torino).

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SINTESI DEL CAPITOLO

Le parole che usiamo evocano un insieme di significati e di suggestioni. Così avviene anche per la parola ecologia. Sennonché la rivoluzione del sapere scientifico, spalancando all'uomo il potere di modificare la struttura del vivente, ha aperto nuove frontiere anche nel rapporto tra l'uomo e l'habitat in cui egli vive. Problematiche nuove sono entrate prepotentemente nell'ambito della questione ecologica, di per sè vecchia quanto l'uomo, arricchendola di prospettive inedite, che ancora non sono immediatamente comprese nel campo semantico del termine ecologia e dunque rischiano di restare esterne ad essa.

L'ecologia è una questione affrontata e dibattuta in vari ambiti: amministrativo, economico, sanitario, politico, giuridico, filosofico-antropologico; è oggetto di una vasta letteratura specifica; è tema ben noto al pubblico, perché frequentemente trattato dai mezzi di informazione.

Per avvicinare il tema dell'ecologia partiamo dalla bioetica, la prospettiva più nuova. Solitamente si associa la bioetica alla medicina, ma se pensiamo alle ragioni che hanno provocato la nascita di questa nuova disciplina appare plausibile riconoscere anche l'ecologia oggetto della riflessione bioetica. L'intendimento proprio della bioetica non è tanto quello di suggerire tecniche per affrontare singole questioni, quanto piuttosto di indicare spunti per una riflessione etica. L'approccio è quello tipicamente interdisciplinare e attento alla concretezza dei fatti che prende in esame, cioè il risultato e le procedure mediante le quali esso si raggiunge. Si presume, in tal modo, che la partecipazione alla conservazione dell'ambiente possa divenire più consapevole.

Il percorso che faremo ci porterà innanzitutto a conoscere le nuove questioni ecologiche che stanno suscitando, tra entusiasmi e timori, anche il bisogno di prendere tempo per capire il significato di quanto sta accadendo nei laboratori di ricerca; quindi cercheremo di valutare aspetti positivi, rischi e prospettive, per accedere a quelle aperture tecno-scientifiche che possono migliorare la qualità di vita. Le tecno-scienze sono e devono restare uno strumento nelle mani dell'uomo per il bene del singolo e della comunità umana tutta. E su questo nuovo settore dell'ecologia, nuovo e in rapida espansione, credo sia importante soffermarci. Esso costituirà presumibilmente uno spazio nel quale molti giovani troveranno lavoro e potranno indirizzare la loro attività pratica o di ricerca; per questo è bene cercare insieme di capire quale sia la posta in gioco.


L'EVOLUZIONE DELLA QUESTIONE ECOLOGICA

Quando l'uomo è apparso sulla terra, è entrato nel mondo dei viventi in condizioni di totale interscambio. Da allora egli ha cercato di modificare l'ambiente per renderlo meno ostile, proteggendo e favorendo forme vegetali e animali ritenute vantaggiose per la sua esistenza. Ha, così, addomesticato gli animali, ha trasformato i prodotti agricoli mediante vari procedimenti, tra cui la fermentazione per ottenere alimenti, quali, per esempio, pane birra e vino; ha cercato di intervenire sulla popolazione di piante e animali, creando innesti e ibridi. Nonostante l'evoluzione culturale sia venuta ponendo l'uomo in posizione diversa da quella iniziale, non è mai stato possibile annullare lo stato di interdipendenza, perché esso costituisce la possibilità dell'esistenza stessa dell'uomo. Di qui l'esigenza di salvaguardare l'ambiente.

Per renderci conto di quanto sia antica la necessità di salvaguardare l'ambiente basta ricordare che già Artaserse ritenne opportuno mantenere controllato l'abbattimento dei cedri del Libano; ma è solo verso la fine del milleottocento che si acquista consapevolezza che dalla conservazione dell'ambiente dipende la sopravvivenza dell'uomo e del pianeta. Con il progredire della tecnica, l'avanzare dell'industrializzazione, e quindi il ricorso sempre più incisivo alle risorse naturali, ci si rende conto che l'intervento dell'uomo comincia ad alterare le condizioni dell'ambiente naturale in modo così significativo da far sorgere il dubbio che la sopravvivenza stessa del pianeta possa essere messa a repentaglio.

La questione ambientale assume tale consistenza che si sente il bisogno di affrontarla in modo sistematico e organico. L'ecologia diviene una disciplina a sè, il cui scopo è individuare la forma del corretto rapporto tra ambiente e singola specie o raggruppamenti di più specie e tra l'uomo e l'ambiente.

Inquinamento idrico e atmosferico, effetto serra e buco nell'ozono, piogge acide e scorie radioattive, sono solo alcuni degli attuali problemi ecologici. In tempi più recenti sono state prese in considerazione anche le esigenze ambientali dell'uomo in quanto individuo con abitudini sociali, abitudini che si differenziano a seconda dell'età, del sesso, del lavoro. In altre parole si è sviluppata l'ecologia delle città, dove degrado urbano, droga, violenza costituiscono altrettanti aspetti che devono divenire oggetto di intervento per una valida ecologia umana. L'ambiente intero in cui l'uomo vive, naturale e culturale - peraltro non facilmente separabili, costituisce un patrimonio che va protetto.


L'ATTIVITÀ DELL'UOMO SULLA TERRA

La ricerca di modificare il vivente per renderlo più consono alle proprie esigenze, si diceva, ha accompagnato l'uomo fin dal suo apparire sulla terra; ma questo sforzo restava soggetto più al caso, all'incompatibilità tra specie diverse, alla lotteria genetica che alla sua volontà.

Le cose cominciano a cambiare nel momento in cui, intorno alla metà del XX secolo, l'uomo individua la struttura della molecola di DNA (la molecola della vita in quanto è responsabile dell'essenziale del materiale che passa in eredità) e impara a interpretarne il "linguaggio". Se già alla fine dell'ottocento grazie agli studi del monaco Mendel era stato possibile conoscere alcuni meccanismi di trasmissione dei caratteri ereditari, la biologia molecolare del secondo novecento apre la possibilità di controllare tali meccanismi.

La cellula diviene oggetto di ricerca e in particolare si studia la struttura genetica di vegetali e animali. Di molte specie si decodifica posizione e funzione dei singoli geni che compongono la molecola di DNA e che costituiscono la parte del patrimonio genetico che si trasmette ai discendenti. Tra le specie di cui si studia il DNA e le sue funzioni c'è anche l'uomo. Un esempio è ilProgetto Genoma Umano.

Prende corpo così l'idea che sia possibile alterare un carattere ereditario mediante modificazione genetica o introduzione di materiale genetico proveniente da altra specie.

Contemporaneamente altre novità tecnologiche si impongono; da un lato è necessario che i mezzi che si usano siano adeguati all'oggetto su cui si interviene, ricordiamo che si tratta della cellula, e così divengono biologici anche gli strumenti per "tagliare" e "cucire" il materiale genetico, per immettere informazioni: nascono le biotecnologie. Dall'altro l'informatica accompagna questa ricerca, strutturando programmi per identificare, archiviare, assemblare i dati che provengono dai vari laboratori di ricerca e rendendo in tal modo molto più rapido il cammino della ricerca stessa. Si tratta della bioinformatica.

Questa connessione di conoscenza scientifica e tecnologie nuove, trasforma radicalmente la qualità dell'intervento dell'uomo sull'ambiente: al caso e all'aleatorio si sostituisce la trasmissione ereditaria delle modificazioni volute dall'uomo in quella data specie di vivente: anche le generazioni future avranno la nuova caratteristica immessa artificialmente nel loro DNA.


LE BIOTECNOLOGIE

L'applicazione dell'ingegneria genetica, cioè la tecnica di correzione genetica, riguarda in particolare due situazioni, una è la transgenia, che consiste nell'immissione di geni estranei alla specie che li riceve il risultato è quello di un vegetale o di un animale transgenico. L'altra la riproduzione asessuata di animali identici a quello di origine o clonazione, che consente di trasmettere ai discendenti la struttura modificata.

Se il gene viene inserito in una cellula sessuale o in un embrione, l'individuo che nascerà conserverà nel suo patrimonio genetico questa modificazione e la trasmetterà ai discendenti. La trasmissione genetica presenta ancora molti aspetti problematici, che sono punto di partenza per nuove ricerche.

La ragione per cui l'uomo ritiene opportuno introdurre geni estranei in una pianta o un animale deriva dal desiderio di renderlo più consono alle sue esigenze. Qualche esempio: oggi esistono capre che producono farmaci nel loro latte; suini con geni umani, primo passo verso la possibilità di utilizzare organi animali o parti di essi per trapianti umani, in quanto essi sono resi geneticamente più affini alla biologia umana in modo da "ingannare" l'organismo ricevente. Si spera in questo modo di abbattere l'incidenza del fenomeno del rigetto, aspetto critico nella medicina dei trapianti.

Recenti ricerche genetiche sono indirizzate ad alterare i ritmi di accrescimento di alcuni animali (potremmo dire di "condensarne" la durata della vita) in modo da renderne più attiva la funzione riproduttiva; migliorarne l'immunità alle malattie; accrescere il valore nutritivo ai prodotti da loro derivati.

In campo agricolo il fine è migliorare la produzione rendendo le coltivazioni più resistenti a condizioni ambientali sfavorevoli (per esempio a climi freddi, aridi, terreni troppo salini); più tolleranti nei confronti di certi componenti chimici (per esempio a diserbanti anche potenti che quindi possono essere usati in dosi minori rispetto a quelle dei tradizionali diserbanti, sebbene questo aspetto sia uno molto dibattuto). Anche per il prodotto finito si rincorre una migliore qualità, regolando il tempo di maturazione a seconda dei bisogni del mercato: il pomodoro, di cui il gene che regola la maturazione è stato "corretto", marcirà molto lentamente.


PROSPETTIVE, BENEFICI E RISCHI

Le applicazioni dell'ingegneria genetica e i benefici che ne derivano sono ben noti. In campo medico si affacciano nuovi strumenti diagnostici e nuove terapie, la produzione di alcuni farmaci prima rari e/o molto costosi è facilitata, la costruzione di tessuti umani è possibile mediante il clonaggio cellulare. In campo alimentare la prospettiva di rendere coltivabili terreni finora dimostratisi improduttivi apre a risposte inedite al problema della fame nel mondo. In campo agricolo si registra un miglioramento produttivo per quantità e qualità del prodotto. In campo zootecnico è facilitata la selezione e il controllo sulle razze pregiate, la produzione di organismi con caratteristiche rispondenti alle esigenze dell'uomo (si pensi ai batteri i grado di pulire le acque del mare da inquinamento petrolifero).

Neppure il campo economico è esente da benefici: le grandi industrie di biotecnologie come le aziende farmaceutiche che finanziano le ricerche di bioingegneria traggono vantaggi economici dalle applicazioni delle innovazioni a cui hanno contribuito. Proprio in difesa di questo benefico economico è nata la contesa circa la brevettabilità o meno degli organismi manipolati geneticamente.

Lo stato della questione

Il cuore della questione ecologica in riferimento alle biotecnologie riguarda una questione di fondo che successivamente si articola nella concretezza delle singole situazioni. Essa riguarda la difesa di due valori, riconosciuti unanimemente come valori da tutelare, che rischiano spesso di entrare in collisione, da un lato la libertà della scienza e della ricerca a progredire, perché esse costituiscono, se ben usate, uno strumento per il bene dell'uomo, dall'altro la tutela della salute e dell'ambiente.

É questa la ragione del nascere di Comitati di Etica (o Etici o di bioetica)e Commissioni di inchiesta, istituite a vari livelli, fin da quando l'uomo ha scoperto di essere in grado di modificare il patrimonio genetico di un batterio.

Va ricordato che la bioetica non è chiamata ad esprimere giudizi su contenuti scientifici, sono altre le sfere chiamate a questa competenza, ma a capire il senso dell'agire tecnologico dell'uomo. É l'attività umana che ha valore morale, non la conoscenza scientifica in sè.

Rischi interni ai luoghi di ricerca

Inizialmente il timore di rischi riguardava le tecniche e i laboratori di ricerca. Si temeva un'eventuale patogenicità derivante dalla modificazione genetica, donde la necessità di valutare la natura del mutamento indotto nell'individuo transgenico. Così si è deciso di mantenere l'organismo manipolato all'interno dei laboratori e di costituirlo in modo da essere inadatto a vivere in ambiente esterno. Ora la fase iniziale è superata e le biotecnologie sono ritenute sufficientemente sicure; infatti si è raggiunto un consenso diffuso sulle procedure di sicurezza da seguire nei laboratori.

Rischi ecologici

Oggi il problema si è postato dai laboratori all'ambiente esterno, poiché è iniziata l'immissione nell'ambiente di organismi geneticamente modificati. Per quanto riguarda gli animali un problema preliminare concerne le motivazioni e le finalità della ricerca (devono esserci garanzie che la costruzione di animali transgenici sia davvero benefica per l'umanità), che la procedura sia sicura ed efficace (non comporti rischi o effetti secondari indesiderati), che si tenga conto della sofferenza inflitta agli animali, per la quale dovrebbero essere fissati dei limiti.

Il grosso problema etico delle biotecnologie riguarda il fatto che, per vari fattori, non è possibile prevedere interamente gli effetti dell'immissione nell'ambiente di questi organismi. Trattandosi di viventi, entra in crisi la possibilità di controllare rigidamente il processo riproduttivo. Soprattutto a livello botanico il controllo della diffusione della pianta transgenica è molto difficile per il fenomeno dell'impollinazione; nei confronti degli animali transgenici il controllo risulta invece meno complesso. É, quindi, verosimile il rischio di proliferazione dell'individuo transgenico come lo scambio di materiale genetico ad altri organismi. Non solo, ma è anche problematico prevedere quale potrà essere l'equilibrio naturale, dal momento che questi organismi si trovano in assenza di nemici naturali. Ricordiamo che la mutazione genetica induce necessariamente dei cambiamenti fisiologici che non rendono l'organismo riconoscibile dai quelli che dovrebbero essere i suoi naturali nemici. Il rischio di sovrappopolazione di un tale individuo con effetto dannoso sull'ambiente è pertanto reale.

Valutare i rischi è possibile ma non è sufficiente, perché bisogna attuare misure di prevenzione e correzione. Per questo scopo occorrono certezze nelle previsioni, cosa per il momento difficile perché sono ancora in via di studio sistemi di modello per simulare le dinamiche ecologiche relative al rilascio nell'ambiente degli organismi manipolati geneticamente. Inoltre gli effetti a lungo termine sono poco prevedibili.


MASS MEDIA E OPINIONE PUBBLICA

Dal punto di vista scientifico esiste una buona capacità di identificazione del rischio, pur nella consapevolezza dell'impossibilità attuale di previsione certe. Questo spiega il giudizio di accettabilità delle biotecnologie da parte della comunità scientifica. Perché allora dibattiti, talk show, polemiche su questi nuovi organismi? soprattutto perché sembra serpeggiare tra l'opinione pubblica tanta ritrosia verso le biotecnologie ?

Credo si possa affermare che la perplessità diffusa, sociale e psicologica, deriva dal carattererivoluzionario - e non soltanto evolutivo - dell'intervento genetico sulla vita e quindi sull'ambiente. Si tratta di un intervento che non soltanto muta la struttura fisiologica e funzionale dell'organismo trattato, ma resta permanente ed ereditario; il che significa che influenza sia la struttura delle generazioni future sia l'ambiente in cui esse vivranno. Si comprende perché susciti non soltanto giusta prudenza e accurata riflessione, ma anche reazioni emotive che rischiano di inquinare il dibattito e, in parte, la connessa attività decisionale.

Si percepisce che in questo settore dell'attività umana, le reazioni dell'opinione pubblica hanno un peso notevole sia nel momento normativo sia nel momento della ricerca.

Nel momento normativo perché la questione ecologica è anche, come buona parte ormai delle questioni bioetiche, questione politica.

Nel momento euristico, da un lato perché buona parte della ricerca oggi si avvale di denaro proveniente da industrie private, le quali guidano una ricerca già finalizzata a dei traguardi da raggiungere per poter recuperare gli alti finanziamenti emessi. Dall'altro, perché l'altra fonte cospicua di finanziamenti proviene da denaro pubblico, pubblico nel senso di denaro donato dalla popolazione (sono note le serate televisive in raccolta di fondi da donare alla ricerca scientifica). Occorre quindi che la popolazione non sia lasciata ad una informazione parziale, magari scandalistica o strumentalizzata, ma che sia correttamente informata, su base scientifica chiara e comprensibile, che si enuncino coraggiosamente i rischi e i relativi programmi di copertura, le prospettive benefiche ma anche i limiti che ora, al momento presente, forse è bene porre, per eliminarli non appena le misure di sicurezza saranno perfezionate.

Questo potrebbe essere un modo per definire indici di priorità nella ricerca e nell'uso delle innovazioni, badando ai benefici nel rispetto dei vantaggi per tutta l'umanità (e non solo per la parte di popolazione che è in grado di avanzare nelle tecno-scienze).


ECOLOGIA E UMANITÀ, QUALE RAPPORTO?

L'identificazione dei rischi biologici e ambientali, di cui finora ci siamo occupati, è essenziale per una valutazione etica delle biotecnologie, ma sarebbe riduttivo limitarsi a valutare la sicurezza per l'ambiente e per l'uomo restando soltanto nell'ambito della sicurezza biologica.

Una tale semplificazione darebbe protezione all'uomo in quanto specie vivente tra le altre specie, come "animale umano", e non come essere biologico che poggia la sua specificità nell'inserimento in un tessuto culturale e simbolico. Che altro significherebbero espressioni del tipo "essere trattato con umanità" o "dar prova di umanità"? Le rappresentazioni simboliche che costituiscono la trama della cultura umana sono situate esse stesso entro un rapporto ecologico.

Il rapporto tra l'uomo e l'animale non è certo esente da simbolismi culturali; "correggere" la pecora, la capra, il maiale, il toro, il topo è difficile presupporre che non abbiano un'influenza sull'immaginario individuale e collettivo. Forse, in modo magari intuitivo più che consapevole e riflesso, la percezione del rischio di rottura, di perdita di questo simbolismo è alla base delle forti remore sociali a fronte degli aspetti più sensazionali della nuova manipolazione dell'uomo sulla vita. La questione ecologia è ben più complessa di quanto non siamo soliti stimare.





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