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martedì 11 dicembre 2012


Gioco patologico, allarme separazioni - 11 dicembre 2012 - http://www.avvenire.it


​«La nostra impresa familiare ci ha sempre consentito di vivere agiatamente. Ma a un certo punto mi sono ritrovata in una tale ristrettezza economica da non poter fare neanche la spesa. Mio marito non mi parlava, mi sfuggiva. A un certo punto l’ho costretto a rivelarmi la causa delle nostre difficoltà. Mi ha confessato che stava dilapidando tutto nel gioco d’azzardo. Attività commerciale, casa, conto bancario, ha sacrificato persino le catenine d’oro dei nostri figli. L’ho sbattuto fuori di casa e gli ho tolto le chiavi. Ora voglio la separazione».

La testimonianza di Claudia, 39 anni, colpisce profondamente persino un avvocato dalla consumata esperienza come Attilio Simeone che, nelle vesti di coordinatore nazionale del Cartello "Insieme contro l’azzardo" – che aderisce alla Consulta nazionale antiusura –, ne ha viste e sentite di «tutti i colori». «Claudia – dice – è entrata nel mio studio dopo aver trascorso 6 anni di inferno in cui ha assistito a una vera e propria trasformazione da parte dell’uomo che ha sposato e che le ha sempre nascosto la sua malattia. Quell’uomo fa parte di un esercito di quasi un milione di italiani affetto da gioco d’azzardo patologico e che sembra interessare molto poco al nostro governo».

Ma sulla scrivania dello studio di Simeone, a Bari, non ci sono solo le testimonianze come quella di Claudia. C’è un dossier che fa tremare i polsi. Perché indica che il 10% delle separazioni nel nostro Paese è causato proprio dal gioco d’azzardo di cui soffre uno dei due coniugi e di cui si è discusso ieri nel convegno su gioco d’azzardo e usura, organizzato dall’associazione Anteas di Toritto (Bari), con la partecipazione della Fondazione antiusura San Nicola e Santi Medici, di "Insieme contro l’azzardo" e del Comune barese.
«Di questo 10% – spiega Simeone –, l’80% è costituito da ricorsi di separazione introdotti soprattutto da donne che, sfinite dai reiterati comportamenti compulsivi dei mariti, decidono di buttare la spugna rivolgendosi al tribunale anche per porre un argine alla devastazione sociale ed economica che un giocatore patologico ha la capacità di determinare in ambito familiare e lavorativo». Ma quell’80% non è da assumere in termini assoluti perché sempre più donne giocano ("gratta e vinci" e slot machine su tutto); un dato che, evidenzia Simeone, darà presto i suoi effetti in termini di separazione coniugale.Ma il legale sottolinea anche che, «trattandosi di una patologia strettamente connessa, se non proprio indotta, da difficoltà economiche dovute, nella migliore delle ipotesi, alla perdita del posto di lavoro magari già precario, la percentuale dell’80% è più che "giustificata" dal fatto che in molte parti d’Italia, in special modo al Sud, è ancora l’uomo l’unico percettore di reddito che, trovandosi in difficoltà lavorative, è tendenzialmente portato a tentare la dea bendata più della donna».

Un aspetto su tutti, nella triste sequenza di litigi e di declini familiari, è, a giudizio di Simeone, «socialmente rilevante»: quasi tutte le coppie arrivano alla separazione senza aver fatto prima un serio tentativo di risoluzione del problema. «Nessuno si è mai recato da un esperto o da un sacerdote – ammette l’avvocato barese – per capire innanzitutto che il gioco d’azzardo patologico è una malattia, una dipendenza dalla quale da soli non si arriva lontano. E della quale è complice lo Stato che, incentivando il ricorso all’azzardo quasi fosse una risoluzione a tutti i problemi esistenziali ed economici, non fa altro che impedirne una vera consapevolezza sociale».

Insomma, è questo il cambiamento di rotta che il Cartello "Insieme contro l’azzardo" chiede sia posto in essere: il giocatore incallito è un malato. Dunque, i giudici «dovranno cominciare a considerare l’aspetto patologico del gioco, che offusca provvisoriamente la capacità dei soggetti affetti. Se si vuole fare un "servizio" alla giustizia, in molti casi più che di separazione, l’istituto civilistico più adatto è quello dell’"amministrazione di sostegno" che offre ai giocatori un valido supporto nella capacità decisionale», e che può investire il coniuge del giocatore. Perché, come rileva Simeone, quasi mai viene messo in dubbio l’affetto verso il coniuge. E «quando è la famiglia a farsi carico del problema patologico – dichiara – muta radicalmente la visione delle cose, tutto appare rapportato alla risoluzione della patologia e a riscrivere le regole dello stare insieme».Repentinamente «cambiano le priorità di ogni membro del nucleo», si diventa più attenti «ai bisogni essenziali e meno consumisti. Registriamo un maggior equilibrio familiare, una maggiore capacità di rapportarsi agli altri, aumenta sia l’autostima sia la complicità di coppia». 

giovedì 22 marzo 2012


Prevenzione tra i giovanissimi e diagnosi precoce - Dipendenza sommersa. E non chiamatelo «gioco» di Chino Pezzoli, 22 marzo 2012, http://www.avvenire.it/

Il gioco d’azzardo è davvero una grande emergenza, che genera terribili dipendenze compulsive. Ed è importante e utile che questo giornale continui a pubblicare servizi e a mettere in allerta famiglie e istituzioni. Noi che operiamo nell’area delle dipendenze (droga e alcol), ci siamo accorti da tempo che il gioco d’azzardo riserva ai giocatori gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti e ha le sue vittime sia tra i giovani sia tra gli adulti.

Gli studi condotti in diverse parti del mondo ribadiscono l’accresciuta pericolosità del nuovo gioco d’azzardo. Sono state indicate tre variabili principali, che sembrano aver contribuito all’aumento del gioco tra le fasce adulte e giovanili: la crescente liberalizzazione e maggiore tolleranza nonché l’incoraggiamento verso questa pratica sviluppatasi in questi ultimi anni e percepita come innocua; la ritardata consapevolezza del problema; la scarsa attenzione ai programmi per pervenire a una coscienza collettiva sui problemi legati al gioco. Il fenomeno, inoltre, lo si conosce poco, né gode di prevenzione e di cura riabilitativa.

La fiducia nella fortuna è una caratteristica arcaica dell’uomo. Il gioco d’azzardo è una gara in cui si cerca di vincere non l’avversario, ma il proprio destino. Anche in questi giochi, detti «sociali», in chi gioca c’è l’illusione del "controllo" della situazione e l’aspettativa di un successo personale quasi certo. Inoltre, si stima purtroppo che circa il 6-10% dei frequentatori delle sale siano minorenni. Alcuni psicologi hanno condotto uno studio sugli adolescenti di 13 e 14 anni dediti al gioco d’azzardo, evidenziando alcuni fattori di rischio: l’inesperienza, il desiderio di sconfiggere la noia, il piacere di avere facili ricompense, le gratificazioni economiche immediate.

Conoscere le fragilità dei ragazzi può servire per prevenire eventuali patologie o dipendenze. Se è vero che il gioco parte da aspetti ludico-ricreativi che possono essere altamente piacevoli e addirittura consigliabili, può, in alcune situazioni personali, portare a una condizione di dipendenza patologica. Gli educatori vigilino sempre sul tipo di gioco che i ragazzi intraprendono, sapendo che quelli in cui ci sono di mezzo i soldi sono trappole da evitare, e che spesso sono gli adulti i cattivi maestri. Il gioco d’azzardo patologico rimane ancora oggi nell’immaginario sociale un fenomeno più associato al "vizio" o alla "cattiva volontà" che non alla malattia.

A livello epidemiologico, si stima che l’80% della popolazione abbia giocato almeno una volta nella vita ai giochi cosiddetti "leciti" (slot machine, gratta-e-vinci, lotto, bingo) e che circa il 17-20% abbia un rapporto problematico con il gioco a rischio, tale da trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Il gioco d’azzardo purtroppo è considerato da pochi un’emergenza sociale. È una dipendenza, in parte ancora "sommersa", quindi un fenomeno ancora sottostimato, non riconosciuto come malattia. Credo, inoltre, che un certo numero di genitori sia inconsapevole di quel che accade ai figli. La stessa parola "gioco" li tranquillizza. Dovremmo promuovere azioni d’informazione attraverso i mass-media sui rischi del gioco d’azzardo, informare le famiglie su questa nuova forma di dipendenza, ottenere una diagnosi precoce del problema per poi accedere alla cura.


L'ALLARME DA LONDRA - «Malati di gioco d’azzardo - Uno su tre commette reati» di Elisabetta Del Soldato, 22 marzo 2012, http://www.avvenire.it

Henrietta Bowden-Jones, psichiatra specializzata in patologie legate alla dipendenza al gioco, è la fondatrice e direttrice della National Problem Gambling Clinic di Londra, prima clinica nel Regno Unito per la cura di persone affette da sindrome da gioco. È stata aperta nel 2008 e da allora è stata inondata da centinaia di richieste d’aiuto. Bowden-Jones inoltre insegna all’Imperial College di Londra, gestisce l’UK Problem Research Gambling Consortium, un gruppo di 12 ricercatori delle Università di Cambridge, Oxford, UCL e Imperial College che collaborano a diversi progetti tesi a esplorare la neurobiologia della patologia del gioco. È anche consulente del governo in questo settore.

Lei ha una lunghissima esperienza nella cura di persone affette da sindrome da gioco. Che tipo di lavoro sta conducendo?
Sto lavorando con i ricercatori del consorzio "UK Problem Galbling Research" che ho fondato nel 2010. Nella mia clinica di Soho lavoro a contatto con i pazienti. Registriamo tutti i loro progressi con la speranza di trovare un giorno la miglior cura per questa patologia. Dividere le persone affette in diverse categorie aiuterà senz’altro a raggiungere questo scopo.

È davvero possibile guarire?
Sì, anche se il rischio di ricaduta è molto alto come in tutte le forme di dipendenza e il gioco d’azzardo non fa eccezione. Il settanta per cento dei nostri paziente non ha ricadute nei primi sei mesi di cure e questo è un dato molto promettente.

Quali sono attualmente le terapie che funzionano meglio?
Attualmente il trattamento più usato per curare questa forma di dipendenza è la terapia cognitiva comportamentale, ma esistono ricerche che confermano che anche altri metodi sono efficaci come quello dei dodici passi usato dagli alcolisti anonimi.

Quale invece il tipo di prevenzione migliore?
L’autoesclusione sociale, cioé la rinuncia a quelle attività e quelle frequentazioni che potrebbero indurre questi pazienti a ricadere nel vizio. Poi è fondamentale che decidano di affidare completamente la gestione delle loro finanze a un membro della famiglia.

Quanti sono i casi di patologie di questo tipo in Gran Bretagna?
In Gran Bretagna ci sono circa 4.500  persone che soffrono di problemi legati alla dipendenza al gioco. Nei ragazzi sotto i 16 anni si teme che il numero sia doppio.

E la criminalità legata al gioco d’azzardo?
Circa un terzo di coloro che soffre di questo problema commette atti illegali. Si tratta di un dato comune a tutto il mondo. I crimini più diffusi sono la frode e l’appropriazione indebita. Spesso il paziente ruba dal posto di lavoro dopo aver rubato ad amici e familiari. Credo che nessuno dei miei pazienti avrebbe rubato se non fosse stato spinto da questa patologia

Dal 2007 i casinò sono diventati più accessibili. C’è stato da quell’anno un aumento delle patologie?
L’aumento c’è stato, ma è impossibile, dai dati che abbiamo a disposizione, stabilire se questo sia dovuto all’apertura di più casino, dei negozi di scommesse o alla crescita del gioco d’azzardo online.

È possibile capire quale sia la vastità dell’internet addiction considerata la natura difficilmente regolamentabile del fenomeno?
Circa il 20 per cento dei nostri pazienti gioca online, altri scommettono in vari modi, ma la maggioranza non usa internet. Gioca invece alle varie macchinette e scommette sugli sport nei negozi di boomaker.

Ha incontrato situazioni limite?
Non mi scorderò mai il caso commovente di un paziente che era così magro, quando si è presentato alla nostra clinica, da farmi seriamente preoccupare per la sua sopravvivenza. Da tempo si nutriva solo con il cibo dei suoi pappagalli perché non aveva più soldi per se. Gli offrimmo cibo e lo mettemmo in contatto con alcuni enti di carità che distribuiscono pasti gratis ai poveri.

In Italia la dipendenza da gioco d’azzardo non è ancora riconosciuta dal sistema sanitario nazionale come patologia, com’è la situazione in Gran Bretagna?
La situazione è simile anche qui. Il sistema sanitario nazionale (Nhs) non finanzia il trattamento anche se riconosce il problema e loda la nostra clinica per il suo spirito pionieristico e il suo grande successo (dal 2008 l’Nhs ci ha mandato 1.500 pazienti). Il problema è che attualmente l’Nhs non ha fondi e il problema legato alla dipendenza al gioco non è tra le sue priorità. Al momento la mia clinica è finanziata dal governo attraverso un ente di carità che raccoglie soldi dall’industria del gioco e che poi li passa al sistema sanitario.

Quali somiglianze tra dipendenza da gioco d’azzardo e altre patologie da dipendenza?
Innanzi tutto l’impulso del giocatore di dedicare a questa patologia sempre più tempo e soldi. Poi la totale ossessione con l’attività del gioco a scapito di altri aspetti importanti della vita come la famiglia, il lavoro, gli amici. Inoltre, da un punto di vista neurobiologico, esistono simili meccanismi che scattano nel cervello del giocatore e che coinvolgono neurotrasmettitori come la dopamina.

mercoledì 21 marzo 2012


In Italia il primato mondiale di spesa pro capite. Gli imprenditori: tavolo di confronto - Sanità pubblica per i malati di gioco - Il ministro Balduzzi: una vera patologia. Riccardi: vietare gli spot. In Italia sono un milione; la metà, giovani e giovanissimi - Alessandra Arachi, 21 marzo 2012, http://www.corriere.it

(Errebi)
ROMA - Sembra una parola gentile: ludopatia. Invece è una tragedia. Vuol dire «dipendenza dal gioco d'azzardo»: in Italia si stima che siano circa un milione i giocatori patologici, e la metà sono addirittura giovani e giovanissimi. Slot machine, gratta e vinci, lotterie, scommesse sportive: con 500 euro di spesa pro capite il nostro Paese detiene un primato mondiale. Un primato di cui davvero non si può andare fieri. Così il governo decide di correre ai ripari, ed è pronto a prendere provvedimenti.
Per cominciare: un «decreto interdirigenziale», come ha garantito Renato Balduzzi, ministro della Salute, annunciando anche che il Servizio sanitario nazionale prenderà presto in carico i malati da gioco. Mentre Andrea Riccardi, ministro per l'Integrazione con delega alla Famiglia, ha chiesto il blocco totale e definitivo degli spot sui giochi d'azzardo.
Spiega il ministro Renato Balduzzi: «La ludopatia sarà inserita nell'aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) in modo da garantire il giusto percorso di prevenzione, cura e riabilitazione». Non ha dubbi il ministro della Salute: «La ludopatia va curata secondo le regole di una malattia. Occorre quindi rafforzare tutto il percorso di contrasto a questa malattia attraverso protocolli diagnostici-terapeutici, linee-guida e in generale tutto quello che si fa quando c'è una malattia. L'attenzione al problema è diventata finalmente generalizzata».
Si discuteva di ludopatia ieri in un convegno organizzato a Roma, a Palazzo Marini, intitolato: «A che gioco giochiamo? Un'oscura dipendenza» e il ministro Andrea Riccardi ha fatto sapere di aver chiesto direttamente al ministro dell'Economia di «inserire un articolo specifico nel decreto interdirezionale per evitare che singole patologie, curabili, diventino invece un vasto e drammatico costume sociale». Ma non solo.

Il ministro Riccardi ha rilanciato poi la sua crociata contro gli spot sui giochi d'azzardo: «Vogliamo vietare o, perlomeno limitarne la pubblicità» dice. E poi spiega: «Siamo in una fase di crisi economica e questo è un momento di grande vulnerabilità per i giovani, per coloro e per gli anziani con bassa pensione. Tante persone in ristrettezza possono scegliere di gettarsi nel gioco d'azzardo, raccogliendo il messaggio rassicurante che pesca proprio in questa fragilità profonda. Il nostro non vuole essere un falso moralismo, ma l'intenzione di riflettere su una patologia».

Massimo Passamonti, presidente di «Sistema gioco Italia» che aderisce a Confindustria, ha polemizzato con l'organizzazione del convegno, che ha escluso dal dibattito gli addetti ai lavori.
Ha spiegato Passamonti: «Ritengo errato nella forma e nella sostanza l'aver deciso di non invitare gli operatori del settore a un'occasione di dibattito pubblico e istituzionale di così grande rilievo». E poi ha aggiunto: «Sono state ignorate circa 5 mila e 800 imprese, 140 mila punti vendita, oltre 100 mila addetti, ovvero una vero e proprio settore industriale. Ma risulta ancor più sorprendente l'assenza nel panel dei relatori AAMS, l'autorità demandata dallo Stato a regolamentare il settore dei giochi. A nome di tutta la Federazione rilancio la proposta di un tavolo di confronto con tutte le autorità».

sabato 25 febbraio 2012


"LA VITA NON È UN COLPO DI FORTUNA" - Il discorso del cardinale Bagnasco al convegno sul gioco d'azzardo

ZI12022408 - 24/02/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-29687?l=italian

ROMA, venerdì, 24 febbraio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo il testo dell'intervento conclusivo del cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), al convegno sul gioco d'azzardo, che si è svolto oggi nel capoluogo ligure su iniziativa della Fondazione Antiusura.
***
Un cordiale saluto a tutti e un vivo ringraziamento alla Fondazione Antiusura della nostra Diocesi che ha organizzato opportunamente questo Convegno. Al suo Presidente, Mons. Marco Granara, e ai collaboratori rinnovo la mia stima grata e il sentito apprezzamento per il servizio che da quindici anni offrono a quanti vengono a trovarsi in situazioni di grave difficoltà.
Da tempo il gioco d’azzardo è presente anche nel nostro Paese come una piovra che allunga i suoi mortali tentacoli promettendo molto e sradicando moltissimo, non di rado tutto, per i ben noti motivi. Sono testimone di quanto la Fondazione genovese sia da sempre un sensore attento e costante di tutto ciò che, a monte, può condurre a situazioni di tale disagio così da spingere nel vortice strangolatore dell’usura. In quest’opera di vigile osservatorio è necessario continuare.
Purtroppo non ho potuto partecipare al Convengo fin dall’inizio, ascoltando i diversi interventi per i quali ringrazio gli stimati Relatori, e quindi mi inserisco – in ultimo – per aggiungere alcune mie considerazioni che riprendono in parte quanto già ho espresso in alcune occasioni nazionali. Immagino che siano state formulate anche delle proposte concrete, mirate su scala locale e nazionale, e chiedo scusa se probabilmente ritornerò su cose già dette questa mattina. Ma, come si suol dire, “repetita iuvant”!
1. Un’emergenza sociale
Ho letto che in Italia ci sono un milione e ottocento mila giocatori a rischio, di cui ottocento mila sono da considerarsi “malati” perché giocatori patologici e compulsivi; e che nello scorso anno sono stati bruciati circa ottanta miliardi, quasi il doppio della manovra “salva Italia” del Governo Monti. Inoltre, è ormai risaputo che a Genova sono fiorenti 46 mini-casinò, i quali hanno coinvolto un numero esorbitante di minorenni. Questi pochi dati fanno comprendere che siamo di fronte ad una vera emergenza sociale. Quando si bruciano infatti le risorse, inseguendo il miraggio della vincita, resta solo la cenere e, per continuare a sbarcare l’inevitabile lunario, si cercano altre strade rovinose per sé e per i propri cari. Per questa ragione dicevo recentemente che “è necessario arginare la piaga del gioco d’azzardo, quale fuga disperata da una realtà ritenuta ingrata, o quale seducente sirena di vita facile, ma che si rivela come abbruttente dipendenza che deforma l’umano dell’uomo e sconquassa le famiglie” (A. Bagnasco, Prolusione al Consiglio Episcopale Permanente, 23.1.2012). L’azzardo esasperato, mentre illude, si rivela essere un fattore non indifferente del malessere generale e di destabilizzazione sociale, creando dei circoli viziosi non solo per i singoli che entrano nel giro della dipendenza psicologica ed emotiva, ma anche per la collettività intera che viene a risentirne sul piano della solidità e della sicurezza.
2. Una cultura più umana
Questa situazione di fatto, di cui siamo ormai tutti avvertiti e speriamo tutti preoccupati, testimonia una verità che oggi spesso viene non solo disattesa, ma anche negata: e cioè che siamo legati gli uni altri, e che ogni comportamento personale ha risvolti anche sul piano sociale, ricade prima o dopo su tutti. Viceversa, la mentalità corrente, ragiona in termini di individualismo parossistico e cieco, secondo cui ognuno deve fare ciò che vuole e che si sente di fare, come se il riferimento unico del proprio agire fosse solo lui stesso; come se fosse una monade indipendente dagli altri, come se gli altri non c’entrassero con le sue scelte in alcun modo, e la sfera del privato, certamente da rispettare, fosse estesa quanto l’esistenza in ogni suo forma e momento. In realtà, come ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI recentemente, “La nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale” (Messaggio per la Quaresima 2012).
Dalla constatazione empirica siamo dunque passati alla riflessione teoretica, e ciò non significa fare dell’astrazione, ma risalire ai principi che sempre sono sottesi alla prassi degli uomini e delle società. Se dall’esperienza dobbiamo imparare – historia magistra vitae – allora un primo rimedio da invocare per noi e per il Paese è una cultura diversa da quella che viene mediata continuamente e che respiriamo; una cultura che non ci è estranea ma che dobbiamo tutti richiamare alla coscienza. Essa nasce da un umanesimo relazionale e aperto alla Trascendenza: l’uomo non è un soggetto chiuso in se stesso e autocentrato, ma aperto sulla realtà intera, in dialogo con la vita. Realtà e vita che ci vengono incontro attraverso il volto degli altri e il volto dell’Assoluto che fonda la nostra contingenza umana, e le dona luce e destino. L’uomo è dunque un soggetto ad alta densità relazionale che vive e si sviluppa in un contesto familiare e sociale. E’ in relazione innanzitutto con Colui che lo pone nell’essere, e quindi con gli altri in una reciprocità di dono. Se le proprie scelte non vengono vissute dentro a questo orizzonte culturale, allora ognuno è legge a se stesso, e gli altri sono percepiti come legami fastidiosi, come dei vincoli da cui liberarsi se non sono utili. Prevale allora la categoria dell’utile non della verità e del bene.
3. Il compito educativo
Siamo entrati, così, nell’orizzonte educativo, quello che è decisivo anche se richiede tempi propri. In questo senso dicevo che bisogna resistere “alle malattie nuove di una post-modernità infragilita dalle proprie ossessioni prima ancora che dai deficit di bilancio” (A.Bagnasco, Prolusione cit.). Vi sono, infatti, delle storture culturali ed educative che, se non riprese e corrette con decisione e unitariamente, coltivano illusioni devastanti a cui seguono infelicità e depressione non solo dei singoli – soprattutto delle giovani generazioni – ma della società intera. Le malattie che evocavo sono quelle note del mito della vita facile e gaudente, come se la disciplina, la fatica e l’impegno quotidiano fossero cose superate d’altri tempi, magari oggetto di irrisione. L’educazione piena, che trova il paradigma e la sorgente nel Signore Gesù, ci parla invece della vita come dono e compito, come libertà e responsabilità, che richiede il gusto della fedeltà al lavoro come cifra dell’esistenza comune, il gusto non innanzitutto del guadagno o degli onori, ma la soddisfazione di far bene il proprio dovere. L’opera educativa aiuta ad una presa di coscienza serena e onesta di se stessi, delle proprie capacità, senza depressioni e senza presunzioni; allena ad avere la misura delle cose, anche delle aspettative; sollecita alla fiducia e al coraggio nell’intraprendere, disposti al sacrificio e con la gioia nel cuore; ricorda la bellezza della costruzione lenta e metodica, la pazienza dell’attesa, senza pretendere di avere tutto e subito negli affetti, nel lavoro, nella vita. Insegna a stare in piedi con forza anche quando le delusioni e gli insuccessi si fanno sentire e vorrebbero indurre allo scoraggiamento fino a fuggire dalla realtà. Ma – lo sappiamo – fuggire dalla vita non è possibile, e quando si tenta ci si accorge che si è scivolati verso un baratro più pericoloso e triste. Bisogna dunque aiutare l’uomo a ritrovare se stesso, la sua verità e bellezza. La vita non è un colpo di fortuna. Oggi si vuol far credere che la sostanza del tempo risiede nel successo e nell’apparenza, nella quantità delle esperienze gratificanti; e che per ottenere questa patina luccicante sia inevitabile tentare la sorte e giocarsi le sostanze. Ma non si tratta solo delle proprie risorse, si tratta anche e in primo luogo di qualcosa di spirituale, di intimo, che non si vede e non si pesa, che non si compra, ma che vale la vita stessa, che definisce l’uomo non in ciò che ha ma in ciò che è. Uscire dall’orizzonte della propria anima per diventare un inseguitore forsennato e ossessivo dell’azzardo, significa, dunque, non solo rimetterci i propri beni, ma il bene che ognuno è per se stesso, e quindi impoverire la società intera. Il Paese stesso si snatura nella sua anima profonda, che è il tesoro più prezioso perché lo identifica e lo rende vivo.
4. Una società educante
Sta qui – a mio parere – il peggio del peggio a cui dobbiamo pensare e metteeducazionere mano con estremo rigore intellettuale ed etico. Ma insieme! E’ per questo che più volte ho insistito perché la famiglia non sia lasciata sola dalla società, né nel compito educativo né nelle sue dinamiche interne che devono trovare – all’occorrenza – delle interlocuzioni appropriate. Adeguate politiche di sostegno devono sempre più e meglio farsi sentire dalle famiglie in quanto tali, cioè come soggetto specifico, altrimenti verrà meno il primo e insostituibile nucleo sociale che ha valenze plurime per i singoli componenti e per la collettività intera. Ma anche la scuola deve essere, secondo la sua stessa finalità, luogo di istruzione e di educazione umana; luogo dove – oltre le necessarie conoscenze e competenze – viene offerto un costante stimolo a pensare, un quotidiano richiamo ai valori ultimi e decisivi che riguardano non il come delle cose, ma il loro senso, il gusto della verità per se stessa, il criterio del bene, i valori che danno sostanza alla vita e creano appartenenza alla comunità. La Chiesa è “madre e maestra” come diceva il beato Giovanni XXIII: illuminata dal suo Signore e sostenuta dallo Spirito Santo, ha una storia bimillenaria di evangelizzazione e di promozione culturale e umana, storia che è alla radice dell’umanesimo e della civiltà europea.
Ma, come è stato auspicato più volte, è l’intera società che deve diventare educativa. Nel momento storico che viviamo, nel quale il rischio del disorientamento è evidente anche se spesso viene interpretato come arricchimento, è necessario che la società nel suo complesso faccia un salto di responsabilità e di qualità: dalle istituzioni ai vari gruppi associati, dal grande e importante mondo della comunicazione al corpo legislativo, dall’economia alla finanza, dalla burocrazia al tempo libero…ognuno deve fare la sua parte in chiave di rigore e di coerenza, perché le giovani generazioni siano ammirate e contagiate da stili reali e virtuosi, da esempi che hanno qualcosa da dire di importante e di vero, per essere all’altezza non solo del nostro dovere di adulti, ma anche delle attese delle giovani generazioni. I giovani hanno l’istinto del vero e del bene, sentono la nostalgia dell’Assoluto e del Trascendente, e cercano e pretendono di trovarlo in chi è più avanti nella vita. Ne hanno diritto. E’ ormai evidente, anche nella cultura occidentale che pure sembra inesorabilmente secolarizzata e sorda ai richiami dello spirito, che la ricerca di Dio, della verità e della bellezza spirituale, di ciò che dà sostanza al vivere e al morire, è desiderato e attraversa il cuore.
Auspico con voi che leggi opportune e puntuali siano poste in essere sia a livello locale che nazionale come è stato fatto in altri campi nefasti, ma senza dimenticare che sarà soprattutto una educazione nuova e vera la prevenzione migliore per reagire positivamente non solo alla piaga del gioco d’azzardo, ma ad ogni altro devastante miraggio. Una cultura che sia veicolata dal vissuto della società intera. Grazie.

martedì 17 gennaio 2012


Quando il gioco diventa malattia di Antonio Giuliano, 17-01-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Non chiamatela più febbre. Quella del gioco è una patologia che adesso fa davvero paura. Secondo l’ultimo dossier “Azzardopoli” dell’associazione Libera, sono circa 800 mila nel nostro paese i giocatori patologici: sono quelli che si accaniscono in media tre volte a settimana, spendendo fino a 600 euro al mese. Con 2 milioni di giocatori considerati a rischio. «Purtroppo sono cifre realistiche. Oltre alla grandissima offerta di giochi, peraltro in continua espansione e alle cifre di introito, basterebbe frequentare per una settimana una sala gioco per rendersi conto della gravità del problema». È il commento amaro di Cesare Guerreschi, psicoterapeuta, fondatore della Siipac, la Società italiana d’intervento sulle patologie compulsive, già autore di diverse pubblicazioni sul tema, come Giocati dal gioco (San Paolo 2000, pp. 160 euro 9,30)
Siamo in verità da sempre un popolo di giocatori. Già al tempo dei Romani si scommetteva sui gladiatori e si giocava a dadi. E deteniamo una serie di primati in merito: il più antico mazzo di carte d’Europa (1410), una prima forma di lotto nel XV secolo, il Ridotto di Venezia primo casinò italiano addirittura nel 1638. E oggi i giocatori on line in Italia sono oltre 3 milioni e mezzo (secondo le stime di NetBetCasino.it). Senza contare che nel nostro Paese ci sono orma 400 mila slot machine, una ogni 150 abitanti, più del 15% in più rispetto agli altri Paesi.

Ma quando il gioco diventa un azzardo?
Per definizione il gioco d’azzardo esiste quando è prevista una vincita in denaro e quando la componente dell’”alea” (il caso) prevarica sull’”agon” (abilità). I vari gratta & vinci, slot, video lottery terminal (vlt), scommesse, superenalotto… Sono tutti giochi d’azzardo.

Ci sono giochi più pericolosi di altri?
Non si può fare una distinzione netta. Le slot machine permettono al giocatore di “fuggire” dalla realtà, di crearsi un mondo parallelo del tutto personale, permettono la non visibilità e l’isolamento. Lo stesso accade per il gioco on-line, praticabile comodamente da casa propria nella totale assenza di possibilità identificativa da parte dell’esterno. Altri giochi vengono invece condivisi socialmente, come l’attività nei casinò, i bingo, le scommesse sportive, le carte, ma non sono da considerarsi meno pericolosi.

Quali sono i sintomi per riconoscere un ludopatico?
Giocare diventa pericoloso nel momento in cui subentra l’incapacità di smettere volontariamente di farlo. E spie allarmanti sono per esempio mentire ai familiari, “giocarsi” un affetto, commettere illeciti per finanziare il gioco… Oltre all’investimento di denaro e tempo sempre maggiore, l’irritabilità, l’irrequietezza e gli stati depressivi, la rincorsa della perdita ossia la tendenza a risanare le perdite di gioco con puntate sempre più alte.

In Italia si spendono 1260 euro di spesa pro capite per video-poker, slot machines, Gratta e vinci, Sale Bingo. Abbiamo un fatturato legale di 76 miliardi di euro (e almeno 10 miliari di euro illegale) che ci colloca al primo posto in Europa. Sembra che la crisi amplifica il fenomeno anziché diminuirlo…
Negli ultimi anni a causa dell’aumento dell’offerta delle pubblicità che promettono soldi facili il numero dei giocatori patologici è aumentato e vengono coinvolti sempre più giovani (anche minorenni) e anche le donne. Il gioco d’azzardo ha avuto in Italia una forte crescita, sia negli introiti che nel numero di utenze, proprio a causa della crisi. Si fa leva sulle ristrettezze della gente per spingerla a puntare sul gioco d’azzardo come possibile investimento e/o soprattutto come “speranza” per risolvere problemi di natura economica.

Quanti sono quelli che si rivolgono ai vostri centri?
Nell’ultimo anno abbiamo avuto nella nostra clinica di Bolzano 170 pazienti, 28 in più del 2009. I pazienti in cura in Siipac sono giocatori che hanno sviluppato una dipendenza patologica che ha portato a conseguenze psicologiche e sociali molto gravi. Circa il 70% sono uomini di età compresa tra i 25 e i 45 anni con una buona istruzione e con un lavoro mediamente retribuito. Una percentuale abbastanza elevata proviene dal sud, probabilmente a causa del minor controllo esercitato dallo stato sui sistemi di gioco nelle regioni del meridione.

Secondo le vostre statistiche più del 50% dei ludopatici ha un lavoro dipendente e oltre l’80% ha un diploma o la laurea. Il lavoro e il livello d’istruzione non sono quindi deterrenti.
Il comportamento di gioco d’azzardo patologico è una patologia che potenzialmente può colpire chiunque a prescindere dall’età, dalla provenienza e dallo status sociale. Più che il livello d’istruzione contano le esperienze di vita di una persona, le sue caratteristiche di personalità, il suo sistema familiare e l’ambiente che lo circonda, nonché le capacità che ha sviluppato di far fronte ad eventuali situazioni stressanti.

In che cosa consiste il vostro trattamento?
Noi adottiamo un approccio multimodale proprio perché il gioco coinvolge vari aspetti della vita dell’individuo. La terapia prevede colloqui motivazionali, psicoterapia individuale, terapia di coppia, terapia familiare, terapia di gruppo, consulenza psichiatrica, consulenza legale. Naturalmente il tutto si svolge all’interno della comunità terapeutica semiresidenziale e prevede la collaborazione in equipe di diverse figure professionali tra cui psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, avvocati. Inoltre, la struttura offre la possibilità di partecipare a gruppi di auto-mutuo aiuto, che non prevedono la presenza di alcuna figura professionale ma vengono gestiti da ex-giocatori e giocatori stessi, all’interno dei quali hanno la possibilità di confrontarsi e condividere esperienze di vita al fine di ottenere un aiuto e uno sostegno reciproco. Un altro elemento fondamentale del nostro modello di intervento è il tutoraggio economico. Un processo grazie al quale aiutiamo la persona a riprendere contatto col denaro e a gestire nuovamente le proprie risorse economiche in base ad un principio di realtà e non di piacere.

Quanto dura la terapia?
Dai 3 ai 18 mesi. Poi i pazienti possono ricominciare la loro nuova vita, senza gioco d’azzardo, con la consapevolezza di quanto questo possa nuocere a loro e alle loro famiglie. Quando un giocatore patologico viene a curarsi alla Siipac capisce che dal gioco d’azzardo non se ne può uscire con le sole proprie forze. Per questo va osservata una rigida e indispensabile astinenza dal giocare, affiancata, nel nostro caso da un costante supporto psicoterapeutico che mira a ricostruire una personalità, il più delle volte, distrutta.

Una forte motivazione spirituale può essere di aiuto?
Noi prevediamo anche attività che esulano dalla terapia strettamente clinica. E con l’ausilio di qualche lettura o con la visione di cicli di film dedicati, affronto con i pazienti il tema della spiritualità, per renderli consapevoli del loro problema in modo riflessivo e ad elaborarlo anche tramite la fede o il loro credo. Ricordo con piacere diversi pazienti che grazie a questo approccio terapeutico hanno ripreso contatto con la spiritualità religiosa, ormai persa da tempo. Proprio nella fede hanno trovato in parte quelle risorse necessarie per continuare nel periodo di astinenza, attivando un gruppo di A.M.A (auto mutuo aiuto) nel centro giovanile della propria parrocchia.

Che cosa fate sul fronte della prevenzione?
Da un decennio abbiamo attivato programmi di informazione e sensibilizzazione nelle scuole, rivolti sia agli studenti che ai docenti e ai genitori. Inoltre, rimane uno dei nostri principali obiettivi quello di organizzare serate, incontri e dibattiti per l’intera popolazione.

L’associazione Libera ha censito 41 clan della criminalità organizzata invischiati nel gioco d’azzardo. Tra le proposte rilanciate dall’Alea (Associazione per lo studio del gioco d’azzardo) e dal Conagga (Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d’azzardo) ci sono oltre a una legge ad hoc sul gioco d’azzardo con norme anti riciclaggio e l’inasprimento delle sanzioni, l’obbligo di destinare il 5% degli introiti e dei premi non riscossi ad attività di ricerca e cura delle dipendenze.
Mi trova ovviamente particolarmente d’accordo. Le associazioni che curano il gioco d’azzardo patologico a tutt’oggi sono ancora costrette a combattere contro forze politiche ed economiche ancora troppo miopi di fronte alle conseguenze sociali provocate da questa dipendenza.

lunedì 25 luglio 2011

Poker on line: azzardo chiamarlo gioco di Mario Palmaro, 25-07-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Un po’ di poker per tutti. Nei giorni scorsi un decreto del governo ha stabilito che si possono puntare soldi – e soldi veri, non quelli del Monopoli – giocando a poker sulla rete internet. E insieme al poker, arrivano anche altri giochi d’azzardo. Come tutti i provvedimenti che liberalizzano il male, anche in questo caso lo Stato ostenta il suo lato materno dettando qualche limite: c’è un tetto alla cifra che ogni utente può lasciare sul tavolo. Ma, a parte questa pietosa pecetta, resta la svolta epocale: incoraggiare la gente a spendere tempo e denaro nel gioco d’azzardo, cavandoci sopra dei soldi attraverso le tasse.

Il fenomeno aveva da molto tempo una sua legittimazione attraverso le Case da Gioco legali. Ma c’è una bella differenza fra la creazione di luoghi fisici per permettere di giocare con la roulette o il poker, e la possibilità di fare la stessa cosa collegandosi da casa propria o dall’ufficio. La stessa differenza che passa fra l’esistenza delle “case chiuse”, e la possibilità di accedere alla pornografia con un semplice clic.

Una volta il poker era un fenomeno esclusivamente cinematografico: faceva parte dell’arredamento nei vecchi saloon dei film western, dove c’era sempre qualche sfida epica al tavolo da gioco, ravvivata da qualche sparatoria finale per punire il solito baro. D’accordo, anche nel mondo reale c’era qualcuno che “giocava i soldi”. Ma si trattava di una minoranza esigua, costretta a fare le ore piccole in ambienti non sempre raccomandabili, e colpita da una solida e diffusa riprovazione sociale. Insomma: il poker non era cosa per gente normale.

Oggi ci risvegliamo in un’Italia profondamente trasformata anche sotto questo profilo: è arrivato il poker nazionalpopolare. Da qualche annetto si è cominciato a vedere in tv o sui siti dei quotidiani nazionali una singolare attenzione dei mass media per il fenomeno: rubriche, cronache “sportive”, trasmissioni sull’argomento, corsi on line per imparare tutti i segreti del gioco. Una stranezza che aveva il suo perché: introdurre quanta più gente possibile al poker. E a giocare soldi, facendo la fortuna di qualcun altro.

E’ facile notare che anche in questo caso il cambiamento dei costumi non segue una sua spontanea e ingovernabile direttrice, ma viene sapientemente orientato da chi si vuole arricchire sui vizi della gente. Costumi e consumi vanno di pari passo, e la società liberale – che non ha costruito gulag e campi di sterminio – rivela il suo volto inquietante e totalitario proprio in questa forma di sottile, terribile manipolazione delle coscienze. Ovviamente, tutti rimangono liberi di continuare a giocare a scopone e a tresette e di ignorare il poker on line. Però, intanto il sistema offre nella enorme vetrina di Internet un nuovo, appetitoso, prodotto. Un prodotto che solo fino a qualche decennio fa sarebbe stato rigettato come profondamente, intrinsecamente immorale, in base a un ragionamento molto semplice, che riprendiamo da una vecchia Filotea, di quelle che usavano le nostre nonne, nei tempi in cui le nonne non leggevano Novella 3000. Il gioco d’azzardo – spiegava il libro di preghiere – è moralmente illecito perché – checché se ne dica - non si fonda sulla bravura dei protagonisti, ma sulla fortuna. E la fortuna, nell’azzardo, non c’entra nulla con la Provvidenza. Ognuno deve guadagnarsi il necessario per vivere con il suo lavoro, e non con mezzucci ed espedienti di vario genere. Senza dire che nel poker, e soprattutto in quello on line, si annidano sempre i furbacchioni e i profittatori. Ed è qui, nei grandi numeri della rete, che i professionisti dell’imbroglio potranno fare caccia grossa, e spennare un gran numero di polli.
Ovviamente, oltre a questa lineare e semplice constatazione, si deve aggiungere che l’azzardo apre nella vita di moltissime persone una voragine terribile: quella che deriva dalla possibilità, tutt’altro che remota, di perdere un sacco di soldi sul tavolo verde. Giocare soldi significa fare debiti, e fare debiti significa diventare schiavi.

Ma alla società liberale fanno comodo uomini-schiavi. Schiavi dei loro vizi, delle loro passioni, delle cattive abitudini che trasformano una singola esperienza innocente in una droga di cui non si può fare a meno. Un rapporto Eurispes rivela che in Italia ci sono almeno 700.000 individui patologicamente dipendenti dal gioco d’azzardo online, la stragrande maggioranza dei quali è un adulto maschio over-40. Nel solo 2010 il numero di giocatori è aumentato di quasi il 30% ed è destinato a salire. Ora, di fronte a uno scenario così inquietante, una società sana interverrebbe per impedire una condotta che riduce la gente ad automi in preda al demone del gioco. O, quanto meno, non farebbe nulla per incentivarlo. Ma il famoso stato laico e secolarizzato è tutt’altro che neutrale. Predica un’idea di libertà basata sull’autodeterminazione del singolo: ogni atto che è voluto da un individuo è, per ciò stesso, morale. Che poi le conseguenze di questo atto siano devastanti per lui, per la sua donna, per i suoi figli, non importa. La scelta è già etica. E’ da questa stessa radice che si dipartono i rami contorti e orribili dell’aborto, del diritto al suicidio e all’eutanasia, e, appunto, del diritto a rovinarsi giocando soldi. L’infaticabile Tentatore osserva soddisfatto lo spettacolo di un’umanità resa indifesa di fronte a qualunque lusinga.

Se mai il diavolo ha una casacca, il suo sponsor deve essere un breve, interrogativo slogan: “Che male c’è?” La stessa domanda che si fanno gli uomini prima di iniziare la loro prima partita a poker on line.

martedì 19 luglio 2011

Avvenire.it, 19 luglio 2011 - FAMIGLIE A RISCHIO - La psicologa: «Con il poker cash, nuovi malati» di Paolo Ferrario

Con una finestra di gioco di tre ore, che sarà replicata oggi, ha esordito ieri in Italia il poker cash, ultimo ritrovato dei Monopoli di Stato in fatto di giochi d’azzardo legali. In pochissimo tempo, come confermato da Lottomatica, migliaia di persone si sono collegate ad Internet per provare il nuovo “gioco”. E molte di più lo faranno nei prossimi giorni. Domani e giovedì, si potrà giocare dalle 8 alle 20, mentre da venerdì tutto il giorno. A differenza del poker online, la versione cash prevede che si giochi con soldi veri, con puntate da un minimo di 50 centesimi a un massimo di mille euro. Secondo le stime degli operatori, a regime il nuovo gioco dovrebbe produrre un giro d’affari di 1,5 miliardi al mese. Cifre enormi che danno l’idea della vastità del fenomeno. E della gravità dei problemi che produce, a partire dalla piaga del gioco compulsivo. Proprio per questo motivo, ieri il senatore Raffaele Lauro (Pdl), che da anni si batte in Parlamento per limitare la proliferazione del gioco d’azzardo, ha parlato di «nuova fiera delle illusioni», sollecitando una commissione parlamentare d’inchiesta. Di «vera tassa sui poveri che alimenta gli affari della criminalità», ha invece parlato l’associazione Libera.


«Il gioco è sfuggito di mano e sta producendo danni sociali gravissimi. Se fino a ieri ci domandavano quale fosse il limite di sostenibilità della diffusione del gioco d’azzardo in Italia, oggi possiamo dire che questo limite è stato ampiamente superato».

Va dritta al cuore del problema, Daniela Capitanucci, psicologa e psicoterapeutica, presidente dell’associazione di promozione sociale “Azzardo e nuove dipendenze” di Gallarate (Varese): il poker cash farà molto male alla salute di migliaia di persone. Il rischio di diventare giocatori compulsivi è infatti molto alto e chi si ammala non riesce più a fare a meno di giocare. Molto spesso rovinandosi e gettando sul lastrico la famiglia.

Quante italiani giocano d’azzardo?
Un dato elaborato dal Cnr nel 2008 dice che gioca abitualmente il 2% della popolazione generale, compresi quindi i neonati e i centenari. Stiamo parlando, insomma, di oltre 1,2 milioni di persone.

A quanto ammonta il giro d’affari complessivo?
È letteralmente esploso in questi ultimi anni. Se nel 2004 si attestava intorno ai 24 miliardi di euro, l’anno scorso ha chiuso a quota 61 miliardi, mentre quest’anno arriverà a sfondare i 70 miliardi di euro. Cifre spaventose che, dopo l’introduzione di questi nuovo giochi on line, sono purtroppo destinate ad aumentare.

Giocano più gli uomini o le donne?
Sicuramente gli uomini anche se la forbice si sta riducendo. Il fatto grave è che il gioco d’azzardo interessa tutte le fasce sociali e tutte le categorie professionali e, per ogni gioco, esiste uno specifico target. Il poker cash, per esempio, è rivolto a un pubblico giovane, con un discreto livello culturale e la capacità di sapersi muovere nella rete di Internet.

Perché giocare d’azzardo è così pericoloso?
Perché a un certo punto non si riesce più a smettere, il gioco diventa patologico e ci si può anche rovinare e distruggere la vita altrui. Sono purtroppo migliaia le famiglie italiane finite sul lastrico perché un proprio membro si è giocato tutto al tavolo verde. Pensiamo poi a quanti arrivano a sottrarre denaro sul posto di lavoro per mantenere questo vizio.

Eppure è lo Stato che incentiva questi giochi, sostenendo che hanno anche una finalità sociale. Il poker cash servirà a ricostruire l’Abruzzo terremotato...
Vedo molta demagogia. Intanto mi piacerebbe davvero verificare quanti di questi soldi andranno alla ricostruzione e quanti, invece, prenderanno altre strade. E poi, credo che lo Stato avrebbe fatto meglio a chiedere agli italiani di partecipare a una sottoscrizione per l’Abruzzo, anziché promuovere un nuovo gioco d’azzardo. Avrebbe raccolto più soldi e fatto meno danni.

Su chi ricadono, in definitiva, questi problemi?
In buona parte sulle famiglie dei giocatori compulsivi, visto che il gioco d’azzardo patologico non compare in nessun prontuario sanitario e non è inserito tra i Lea, i Livelli essenziali di assistenza. Insomma, prima lo Stato crea il problema e poi se ne lava le mani, abbandonando le famiglie, che non sanno dove far curare i propri cari ammalati.

Sarà possibile invertire la marcia, restringendo e non allargando le aree di gioco?
Qualcosa si muove. La giunta regionale del Piemonte sta lavorando per rimuovere le slot machines dai luoghi pubblici. Il problema è che queste iniziative si scontrano con lobby potentissime, con agganci in Parlamento, che invece si muovono per diffondere sempre più il gioco d’azzardo in Italia.
Avvenire.it, 19 luglio 2011 - Azzardo: delitto contro i poveri - Adescamento non libertà di Giuseppe Anzani

L’idea era venuta col terremoto dell’Aquila, ed era già un’idea brutta che aveva provocato disgusto. Far soldi incrementando il gioco d’azzardo, messo in mano ai privati, per spremer qualcosa da questi profitti apparentemente facili, era sembrato a moltissimi un vergognoso e complice favore alla malizia che spenna i polli. Da ieri quel progetto è divenuto realtà, il gioco d’azzardo entra liberamente nelle case attraverso internet, il casinò online ci viene a trovare, e non per finta ma in modo interattivo, e si giocano soldi veri, non gettoni, fino a mille euro a sessione. È la «liberalizzazione», dicono. Già, sembra una parola magica, va bene per tutto; anche per le libere volpi in liberi pollai.

Ma non siamo polli, siamo uomini. Non ce n’era abbastanza di gioco d’azzardo e di scommesse e di puntate e di lotterie e di gratta e vinci e di altre diavolerie (50 miliardi di euro all’anno, una follia), per aprire il portone al dilagare della privata concorrenza? Così si consegnano i fragili all’adescamento infinito, fin dentro casa; ai rischi della dipendenza dal gioco, e delle patologie compulsive note da sempre, si accoppia l’altra dipendenza da web, sulla quale hanno levato l’allarme studi recenti. Stipendi interi in fumo, famiglie angosciate. I soldi che si fanno sulla rovina dei disperati sono sporchi, sono turpi.

E a che serve allora l’Antimafia, quando pur dice che il gioco d’azzardo è un settore dove tipicamente si allunga l’ombra della criminalità organizzata?
Questa decisione è un delitto contro i poveri, perché sono i poveri che più degli altri restano presi al laccio, nella trappola che li brucia; la statistica sovrappone i territori del gioco ai territori del disagio sociale. E il disagio ne viene inasprito.

Qualcuno dirà che il web è globale, e se si fa altrove si deve lasciar fare anche qui. Qualcuno dirà
che se siamo in Europa liberalizzare tutto ci è imposto dal Trattato Ue. Errore. Il Trattato non dice così. Anzi, è proprio la Corte di giustizia europea a darci con le sue sentenze, nell’arco di un decennio, la lettura del fenomeno economico "gioco d’azzardo" dentro l’articolo 49 del Trattato. Alcune pronunce basilari sono state rese proprio verso l’Italia (causa Gambelli, novembre 2003; causa Placanica, marzo 2007); e poi verso il Portogallo (settembre 2008), la Germania (settembre 2010), l’Olanda; e l’ultima verso la Francia, pochi giorni fa (30 giugno 2011).

E in tutte la Corte ha ripetuto che sono possibili le limitazioni, non necessariamente uniformi tra i Paesi membri, giustificate per «ragioni imperative di interesse generale» (citando espressamente la protezione dei consumatori dalla dipendenza, i rischi di frode e di disordine sociale, la lotta alla delinquenza).

Quando a chiedere libertà è l’idolo del mercato che non bada alle sue vittime sacrificali, c’è una sottile menzogna, c’è l’abbandono degli uomini fragili al cappio preparato dai furbi. Questo avalla la Corte. E aggiunge anche un monito che fa drizzare le orecchie: dice che lo Stato dev’essere coerente, e se gli obiettivi che gli permettono di far legge sull’azzardo sono la tutela dei cittadini dai suoi effetti devastanti e la lotta al disordine sociale, questi obiettivi devono essere veri e non bugiardi. Vale a dire che lo Stato dev’essere un pulpito credibile, per fare la predica; e credibile non è quando tollera politiche che incoraggiano la partecipazione al gioco (sentenza del 2010 citata).

Per l’Italia, il cedimento di oggi sembra l’epilogo di una lunga vergogna. Ma perché non si ravvede? O perché non promuoviamo, tutti, uno "sciopero del gioco"? Saremo liberi, liberi noi stavolta.