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mercoledì 28 novembre 2012
martedì 20 novembre 2012
venerdì 16 novembre 2012
«Impariamo ad ascoltare gli stati vegetativi» di Pino Ciociola, Avvenire,
15 novembre 2012 L’annuncio di un canale di dialogo aperto con un paziente canadese che
da 12 anni non mostrava segni di
coscienza ha confermato che la strada intrapresa
da alcuni neurologi è quella giusta: rivedere le diagnosi di questi disabili
gravi imparando a non darli più per spacciati
Vent’anni fa avevamo una concezione
delle varie patologie conseguenza delle gravissime cerebrolesioni acquisite,
dieci anni fa un’altra, oggi sicuramente un’altra ancora. Il lavoro di Adrian
Owen è la conferma di quanto sappiamo da molti anni»: così dice Steven Laureys,
belga, il più autorevole neurologo europeo (e fra i luminari mondiali) a
proposito di stato vegetativo. Non è troppo stupito da quanto ha raccontato il suo
collega e amico Owen (rilanciato da Avvenire di ieri): un uomo in stato vegetativo
da 12 anni, il 39enne canadese Routley Scott, ha fatto sapere che non prova
dolore rispondendo a domande attraverso la risonanza magnetica funzionale. «Anche
noi abbiamo ottenuto e pubblicato lo stesso risultato, due anni fa», spiega.
Questa novità «fa venir fuori l’aspetto più importante», che è «dare maggiore
ascolto ai familiari. È una lezione che dobbiamo imparare. Anche nel caso di
quest’uomo canadese, i genitori avevano sempre detto, inascoltati, che secondo
loro riusciva a percepire qualcosa».
I neurologi che lo seguono da
dieci anni sono stupefatti e si sono convinti che andranno riscritti i libri di
medicina sulla materia: «In realtà da tempo abbiamo a disposizione tecnologie
grazie alle quali possiamo dimostrare che esiste una coscienza anche nelle
persone in stato vegetativo. Io ne sono sicuro», annota Laureys. Per questo
bisogna avere umiltà, accettando che le concezioni precedenti sono state via via
smantellate dalle evidenze scientifiche, come ripete più volte il neurologo
belga: «Le diagnosi sono sempre rimaste ingabbiate dentro le loro differenti
"scatole" (in inglese usa la parola "boxes", ndr): lo stato
vegetativo, la minima coscienza, e così via». Ma questa strada va abbandonata:
«Non è più possibile definire con certezza quelle "scatole"», non
fosse soltanto perché «si può passare da uno stato all’altro in modo molto
veloce», e «dunque sarebbe sbagliato rinchiudere ancora le patologie
conseguenti alle gravi cerebrolesioni dentro le vecchie "scatole"».
Infatti – aggiunge, convinto –
«noi li chiamiamo "stati", ma in realtà non sono tali. Sono
sindromi... Ed è ben diverso». Non a caso la «European task force of vegetative
state» (di cui Laureys è membro) propose fin dal 2008 la nuova definizione di
«Sindrome di veglia aresponsiva» al posto di stato vegetativo. Insomma,
«davvero non si può più semplificare con le diagnosi di "stato
vegetativo" e "minima coscienza"», come è anche vero che «su
queste non si hanno più risposte certe. Bisogna quindi stare molto, molto
attenti». Owen ha subito sottolineato come adesso si aprano nuovi scenari:
presto si potrebbe chiedere a questi pazienti come poter migliorare la qualità
della loro vita. «È vero, ma anche qui dobbiamo muoverci con i piedi di piombo
– annota Laureys –. Prima di tutto dovremo capire molto bene cosa potremo
chiedere alla tecnologia e poi ai pazienti. Dovremo arrivare a fidarci di
queste due variabili: la tecnologia e le risposte di questi pazienti», anche
perché «ne discende tutta una serie di aspetti, anche legali».
I motivi della prudenza sono evidenti.
«Intanto noi otterremo risposte attraverso una tecnologia» – continua Laureys –
e poi «le avremo da un paziente di cui non sappiamo quale percezione abbia di sé.
Dovremo arrivare a fidarci di quelle due variabili: la macchina e il paziente».
sabato 6 ottobre 2012
L'ospedale assume due labrador «Fiutano i tumori prima dei test» - http://www.corriere.it
Addestrati a identificare le cellule malate in campioni di urine. Dalla Gran Bretagna a Trento, usati come supporto
MILANO - «Ho un cane come dottore». Lucy e Glenn non si offendono. Sono i primi «medici a quattro zampe» a lavorare in Italia. Due labrador addestrati nel Regno Unito sbarcati in Trentino, a Pergine Valsugana. «Laboratori d'analisi» viventi, dai nasi che non sbagliano un colpo. Fiutano i tumori prima anche dei test scientifici. Non solo. Sono attenti anche al calo di zucchero nel sangue di diabetici di tipo 1 (senza alcun test sul sangue) e possono diagnosticare il raro morbo di Addison (ghiandole surrenali in tilt) o la narcolessia. E chissà quant'altro. E come i loro «colleghi» che fiutano droghe o esplosivi, sembrano non sbagliare un colpo. Con un vantaggio economico non indifferente per i servizi sanitari in rosso. Gli inglesi sono stati i primi ad approfittarne, studiando scientificamente le doti di questi nasi da laboratorio e cominciando ad utilizzare questi «doc» scodinzolanti dopo una sorta di laurea-addestramento.
I LABRADOR - La nera Lucy ha sei anni, è una veterana e stupisce gli italiani invitati per metterla alla prova. Glenn è un cucciolone di 18 mesi, sta completando il suo addestramento proprio a Pergine Valsugana dove entrambi i cani sono ospitati. Lucy è il primario e Glenn lo specializzando. Lucy è capace di diagnosticare carcinomi alla vescica, prostata, polmoni e reni. Glenn sta imparando. La sperimentazione è curata dal Medical Detection Dogs Italia (Mdd), una onlus che si occupa di ricerca medica con l'utilizzo dei cani in svariati ambiti, da quello della ricerca delle cellule tumorali nelle urine a quello «d'allarme» per un pericoloso calo di zucchero nei diabetici di tipo 1. Il loro lavoro è di supporto a medici e laboratoristi, nei casi dubbi oppure quando i pazienti rivelano dei sintomi che le analisi non confermano. Spiega Diego Pintarelli, presidente della onlus: «In Inghilterra dove da anni si svolge questa attività è stato dimostrato come riescano a individuare cellule tumorali soprattutto negli stadi precoci della malattia».
L'OPERAZIONE - Lucy si «esibisce» in una sala appositamente allestita nella residenza sanitaria assistenziale di Pergine. È il suo nuovo ambulatorio. Dei supporti in alluminio contengono urine congelate e appositamente trattate in modo da rilasciare alcune particelle volatili attraverso delle aperture. Lucy annusa con attenta professionalità, due volte nei casi dubbi, tutti i campioni e si siede (o si sdraia) solo di fronte a quello in cui fiuta la malattia, le cellule malate. Quando il campione è negativo il labrador resta in piedi e fissa insistentemente il conduttore. Si cambiano i campioni e Lucy riparte con le analisi. L'attendibilità di questi cani supera il 90% in tumori agli stadi iniziali. E si sono rivelati utili anche per scoprire l'innalzamento o l'abbassamento improvviso di alcuni valori nel sangue - commenta il medico inglese Claire Guest -. Sono più di 15 anni che facciamo ricerca e addestriamo cani per questo scopo e forse la conclusione più importante è che se le cellule tumorali hanno un odore allora anche virus o batteri ne hanno uno e quindi possono essere individuati dagli amici a quattro zampe».
martedì 18 settembre 2012
venerdì 14 settembre 2012
mercoledì 27 giugno 2012
Algoritmi voce spia diagnosi Parkinson - Matematico cerca 10mila
volontari nel mondo, 26 giugno, http://www.ansa.it
(ANSA) - MILANO, 26 GIU - Il morbo di
Parkinson potra' essere diagnosticato dalla voce del malato. Il matematico Max
Little, infatti, ha messo a punto un test non invasivo ed economico per
rilevare la malattia, che funziona tramite algoritmi informatici che analizzano
la voce registrata. Il sistema e' stato presentato in occasione della
TedConference in corso a Edimburgo, come riporta la Bbc. Il sistema messo a
punto da Little, un database, 'impara' a rilevare le differenze nella voce.
venerdì 15 giugno 2012
Quei rimedi per la peste logici, coerenti, sbagliati - Un libro sulla
battaglia contro il morbo nell'Italia del '600: errori di metodo che insegnano
qualcosa ancora oggi - CARLO M. CIPOLLA - 15/06/2012 - http://www3.lastampa.it/
Quando nel 1557-1558 una grave
epidemia di influenza colpì la Sicilia, il dottor Giovanni Filippo Ingrassia,
nel rivolgersi all’amministrazione di Palermo, ammoniva le autorità a non
chiedere ai medici informazioni specifiche sulle terapie, «perché quelli havemo
da provedere noi, et si potrà disputare altra volta; ma quanto a quello, che le
Signorie V. ricercano da noi, cioè che possano essi provvedere all’universale».
In termini più chiari, la terapia
doveva essere affare soltanto del medico, che era direttamente responsabile
verso il paziente. Gli uffici della Sanità dovevano «provvedere
all’universale», vale a dire alla collettività, in termini di prevenzione.
Le sfere di competenza, tuttavia,
non erano e non potevano essere separate in modo così netto. I dottori si
occupavano non soltanto della terapia ma anche della prevenzione, ed erano
tenuti a fornire consulenza tecnica agli uffici della Sanità su tutti e due gli
aspetti. Inoltre, poiché molto spesso le terapie correnti dimostravano di non
aver alcuna efficacia contro la peste, gli stessi dottori erano propensi a dare
maggiore importanza alla prevenzione che alla terapia. Durante l’epidemia del
1576 il medico genovese Giovan Agostino Contardo scrisse un breve trattato su
Il modo di preservarsi e curarsi dalla peste , nel quale rimarcava che in
medicina «la parte preservativa è più nobile assai, e più necessaria che la
curativa».
Sono concetti, questi, che danno
una bella impressione di modernità. Purtroppo la loro applicazione risultava
mal indirizzata e approssimativa, perché sull’eziologia del morbo infettivo
prevalevano idee inadeguate. La convinzione predominante riguardo alla peste
era che essa fosse originata da atomi velenosi. Che fossero generati da materia
in putrefazione o emanati da individui infetti (persone, animali, oggetti), gli
atomi velenosi infettavano l’aria salubre e la rendevano «miasmatica», vale a
dire velenosa. Era proprio l’aria «corrotta» a costituire, secondo i dottori
del Rinascimento, la condizione di base indispensabile perché scoppi
un’epidemia di peste.
Oltre che mortalmente velenosi,
gli atomi cattivi erano anche estremamente «viscosi»: si attaccavano agli
oggetti, agli animali e agli esseri umani allo stesso modo che i profumi e i
cattivi odori impregnano i tessuti e gli altri materiali. Se inalati o assorbiti
da una persona o da un animale attraverso i pori della pelle, gli atomi
pestiferi avvelenavano il corpo, causavano infermità e, in virtù della loro
estrema malignità, nella massima parte dei casi portavano alla morte. Per
contatto diretto o per inalazione, gli atomi potevano persino passare da
oggetto a oggetto, da persona a persona, da un oggetto o un animale a una
persona e viceversa. Ne conseguiva logicamente che il solo modo per evitare la
diffusione della malattia era interrompere ogni contatto con persone, animali e
oggetti provenienti da aree colpite dalla peste.
Nonostante la vaghezza del
linguaggio, la teoria di base era semplice, logica e dotata di coerenza
interna. Ma semplicità, logicità e coerenza non erano allora né sono mai
garanzia di validità. In realtà il sistema teorico in questione non era molto
più che ignoranza dogmatica. Dovremmo però badare a non ridere dei dottori del
Rinascimento: ancora oggi, trecento anni dopo la rivoluzione scientifica,
un’allarmante quantità di sedicenti scienziati sociali sembra credere che, se i
propri modelli sono logici e coerenti, devono essere anche esatti. Com’è ovvio,
le cose non stanno così. Il vero test di esattezza è l’osservazione, e questo è
un fatto incontestabile, con alcune importanti condizioni.
L’uomo non è in grado di
comprendere i fatti nuovi senza fare riferimento a un certo numero di concetti
esistenti, e tali concetti inevitabilmente modificano il tipo di fatti che egli
vede e il suo modo di vederli. Quando un ricercatore osserva la realtà, non
opera nel vuoto, perché appartiene al proprio tempo e alla propria società.
Persino le parole e i concetti che adopera hanno connotazioni specifiche che
sono determinate dai suoi pensieri e dalla sua argomentazione, e non è mai
immune da un sistema concettuale di riferimento presupposto in modo più o meno
consapevole. Nemmeno il ricercatore più incline all’induzione parte mai da una
tabula rasa .
In realtà, se il paradigma
dominante è del tutto estraneo alla realtà sotto esame, è possibile che il
ricercatore non si accorga nemmeno di quel che gli passa sotto gli occhi (come
attesta la storia del microscopio nei primi secoli della sua esistenza); se poi
nota il fenomeno, può essere indotto a scartarlo considerandolo irrilevante. Il
fatto è che ciò che uno osserva è soltanto una particella infinitesimale della
realtà, e quella particella acquista un significato soltanto se si adatta bene
al mosaico cui appartiene. Se il mosaico giusto non c’è, se non c’è nulla a cui
quella tessera minuta possa collegarsi, essa sembra insignificante e non
veicola alcun messaggio. Solo il genio d’eccezione può concepire l’intero
universo da uno sguardo a una minuscola particella. Se tutto ciò suona
ridicolmente astratto, mi sia consentito di citare un episodio significativo
che riguarda l’oggetto del libro.
All’inizio del secolo
decimosettimo in Francia i medici che visitavano i malati di peste cominciarono
a indossare una palandrana di toile-cirée , vale a dire di una sottile tela di
lino rivestita di una pasta fatta di cera mescolata a sostanze aromatiche.
Questo sinistro vestito divenne molto popolare, soprattutto in Italia, e
durante l’epidemia del 1630-1631 venne spesso impiegato non solo in città come
Bologna, Lucca e Firenze, ma anche in piccoli paesi della Toscana come
Montecarlo, Pescia e Poppi. Allorché una nuova epidemia di peste devastò parte
dell’Italia nel 1656-1657, il costume tornò a essere di uso comune a Roma e a
Genova. L’idea che stava dietro alla confezione e all’utilizzo dell’abito
cerato era che gli atomi velenosi dei miasmi non si «attaccavano» alla sua
superficie liscia e scivolosa. E dal momento che il suo impiego sembrava
funzionare e rispondere allo scopo, i medici del tempo trovarono in ciò una
conferma alle loro teorie sul contagio e sul ruolo dei miasmi.
Padre Antero Maria di San
Bonaventura (al secolo Filippo Micone) era un frate sveglio ed energico, che
durante l’epidemia del 1657 venne incaricato della gestione del principale
lazzaretto di Genova. L’esperienza gli insegnava che coloro che andavano a
prestare servizio nei lazzaretti senza essersi mai infettati di peste in
precedenza raramente mancavano di contrarre il morbo. Non aveva alcuna fiducia
nelle precauzioni correnti, e circa l’abito di tela cerata, ecco cosa aveva da
dire: «la tonica incerata in un Lazaretto, non hà altro buon effetto, solo che
le pulici non si facilmente vi s’annidano».
L’osservazione del frate
sull’abito cerato era corretta e coglieva il punto: quel costume non proteggeva
la gente dai miasmi, la proteggeva dalle pulci. Con il suo commento il frate
era giunto incredibilmente vicino a una scoperta straordinaria. Ma non la fece.
Nel sistema di pensiero dominante le pulci erano animali fastidiosi ma innocui.
Ne seguiva che, se l’abito serviva soltanto a proteggere dalle pulci, contro la
peste era inutile. Come avrebbe potuto mai pensare, il frate, di sfidare
l’intero sistema sulla base di una casuale osservazione riguardo alle pulci? Il
sistema di conoscenze era universale e autorevole. L’osservazione sulle pulci era,
al contrario, occasionale, quasi una battuta, e sembrò irrilevante anche a lui
che l’aveva fatta. Accadde così che il sistema prevalse e l’osservazione andò
perduta.
martedì 12 giugno 2012
Arrivano le nanomacchine 'viventi' - Sono fatte di proteine e si
auto-assemblano, 11 giugno, http://www.ansa.it
(ANSA) - MONTREAL, 11 GIU - Nuovo passo in
avanti verso la realizzazione di microscopiche macchine molecolari 'viventi',
fatte di proteine e capaci di autoassemblarsi per funzionare, ad esempio, come
rilevatori di inquinanti ambientali o come sensori per la diagnosi di malattie.
La tecnica, descritta da ricercatori dell'università di Montreal su 'Nature
Structural and Molecular Biology', aiuterà anche a comprendere meglio l'origine
di malattie causate dall'accumulo di proteine difettose, come Alzheimer e Parkinson.
sabato 19 maggio 2012
La storia, profezia sul passato - Come in medicina, è il ripetersi dei
sintomi la chiave di tutto di Luciano Canfora 18 maggio 2012, http://www.corriere.it
Scriveva Leopold von Ranke in un
bel capitolo della sua Storia universale che «Tucidide non era rimasto
insensibile alle nuove teorie scientifiche intorno alla natura». In realtà si
tratta di ben più che un modesto interesse: si tratta dell'influsso su di lui
del metodo diagnostico e prognostico dalla medicina ippocratica. Il luogo
classico che rivela la assunzione da parte di Tucidide di tale metodo e la
estensione di esso al sapere storico-politico è il preambolo con cui egli
introduce la descrizione della cosiddetta peste di Atene. Dichiara in quel
passo lo storico di voler descrivere i sintomi del male dal quale egli stesso
fu affetto, e che riuscì a superare, «affinché lo si possa riconoscere quando
eventualmente si ripresenterà». La conoscenza, dunque, di un fenomeno che
potrebbe verificarsi (cioè «futuro») è fondata secondo Tucidide sull'attento
studio dei sintomi. Analogamente, quando nel proemio spiega perché ha deciso di
dedicare un racconto così analitico alla guerra peloponnesiaca, da lui ritenuta
la più importante di tutta la storia passata, introduce come giustificazione un
argomento simile: che cioè la natura umana essendo sostanzialmente immutabile o
forse modificabile in un tempo lunghissimo, eventi «uguali o simili» è
altamente probabile che si ripresentino; donde la necessità di conoscere
analiticamente l'esperienza già consumatasi. Il pronostico del medico e il
pronostico del politico si fondano dunque entrambi sullo stesso presupposto
empirico-sintomatologico.
Tucidide estende questo metodo
anche alla conoscenza del passato remoto: anche in tale ambito, dove l'assenza
di documentazione è vastissima, saranno i sintomi («segni») a suggerire una
possibile ricostruzione di un passato ormai smarrito, e soprattutto renderanno
possibile valutarne la grandezza a paragone della ben più verificabile
grandezza della storia in fieri. Profezia sul passato, dunque, e profezia sul
futuro, si potrebbe dire: il metodo è il medesimo; è il metodo della medicina
ippocratica.
Alla luce di tale concezione, è
evidente che le altre forme di «pronostico» a base arcaicamente oracolare
vengano considerate da Tucidide con distacco, con ironia, se non con disprezzo.
Celebre la considerazione ironica che egli riserva all'oracolo che fu
rispolverato in Atene appunto in occasione dell'esplosione del contagio. Si
ricordarono in quella occasione - dice Tucidide - che tempo addietro aveva
circolato una profezia, secondo la quale «insieme con la guerra sarebbe
sopraggiunto il contagio pestilenziale« (che effettivamente si produsse nel
430-429 a.C., cioè appena un anno dopo l'inizio della guerra con Sparta). Il
fatto è che, nota ancora Tucidide, la parola indicante il flagello concomitante
con la guerra inizialmente non era «pestilenza» (loimòs) ma «carestia» (limòs).
Nondimeno - conclude Tucidide - ritoccarono il dettato della profezia sulla
base di quanto effettivamente era accaduto ed essa risultò, se così si può
dire, veridica (II, 54). Questa notazione, che potremmo definire volterriana,
indica, in modo inequivocabile, la lontananza di Tucidide dal mondo
magico-profetico-oracolare. È facile riconoscere in tale libertà di pensiero,
in tale visione razionale dei fatti storici e naturali, l'influsso decisivo di
quella fondamentale corrente intellettuale che definiamo sommariamente
«sofistica» e che un grande storico del pensiero greco, Theodor Gomperz, definì
«illuminismo».
Plutarco
Intorno ad una guerra così totale
e alla fine disastrosa come la guerra peloponnesiaca era inevitabile che si
«incrostassero» profezie, più o meno costruite alla maniera di quella che
Tucidide deride. Nella commedia di Aristofane intitolata Pace (421 a.C.), la
festosa accoglienza riservata al trionfo della pace, da parte dei protagonisti
di quella commedia, viene disturbata dalla interferenza di un indovino di nome
Ierocle che si affanna a sbraitare che non è ancora tempo, «non è gradito
ancora agli dei che si interrompa il grido di guerra» (vv. 1073-1075). Effettivamente
anche Plutarco nella Vita di Nicia, cioè del politico che più fortemente volle
la pace stipulata nel 421, apparsa inizialmente come risolutiva, ricorda che un
bel po' di fanatici andavano in giro sbraitando che la guerra era fatale che
durasse tre volte nove anni, e che dunque era prematuro che il conflitto
terminasse dopo appena dieci. E Plutarco soggiunge che gli Ateniesi la
stipularono ugualmente quella pace «sbeffeggiando» codesti profeti di sventura.
Purtroppo la guerra ricominciò
dopo alcuni anni e si sviluppò con un andamento asimmetrico. Ma a cose fatte,
quando ormai Atene dovette capitolare e rinunciare alle mura e alle navi,
qualcuno sfoderò l'antica profezia e, forzando un po' le cifre, cercò di
dimostrare che la guerra era durata effettivamente ventisette anni.
Tucidide
A rigore, anche accettando la
tesi audace di Tucidide, secondo cui si trattò di un'unica guerra protrattasi
fino a che Atene non capitolò, ugualmente i conti non tornano: oltre tutto lo
stesso Tucidide sembra oscillare a proposito dell'esatto inizio del conflitto,
posto dapprima al momento dell'attacco a sorpresa degli Spartani contro Platea
e successivamente soltanto nel momento della prima invasione dell'Attica. E
quanto poi alla conclusione, essa può ragionevolmente porsi o nel momento
dell'ingresso di Lisandro in Atene ormai prostrata, ovvero sei mesi dopo,
quando si arrese anche l'isola di Samo, alleata fedelissima di Atene, cui era
stata attribuita in blocco la cittadinanza ateniese: come dire, semplificando,
che a distanza di sei mesi Atene cadde due volte.
Insomma, i propalatori di oracoli
anche in questa occasione dovettero affannarsi a far quadrare i conti, mentre
gli storici di formazione «realpolitica» e dotati di una mentalità aliena dal
soprannaturale, ebbero ancora una volta materia per sorridere di queste cabale
numerologico-oracolari.
lunedì 2 aprile 2012
LA RICHIESTA - Diagnosi, «basta con i protocolli diversi» di Alessandra
Turchetti, 2 aprile 2012, http://www.avvenire.it/
In occasione della Giornata
mondiale dell’Autismo che si celebra domani, l’Istituto di Ortofonologia (IdO)
di Roma promuove un’iniziativa per sensibilizzare e informare sulla malattia
insieme alla volontà di revisione delle linee guida sull’autismo, espressa da
un gruppo trasversale di parlamentari e sostenuta da diverse società
scientifiche, scuole e centri di riabilitazione.
Quale mondo ruota intorno a
questo particolare disturbo rispetto alle possibile cure? «La questione parte
da molto lontano – spiega Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’IdO
e psicoterapeuta dell’età evolutiva –. L’autismo è patologia ancora ignota. Nel
tempo ne è stata accertata la causa genetica ma colpisce il brusco aumento di
casi degli ultimi anni: oggi nasce 1 bambino autistico più o meno ogni 200. E,
altro dato importante, lo spettro autistico è molto ampio, con tratti
variabili, e dunque è necessaria una diagnosi univoca, fatta utilizzando gli
stessi protocolli».
L’intenzione, dunque, di porre un
freno alla confusione e ai protocolli diversificati, spesso spacciati come
miracolistici, ha portato alla petizione per rivedere le linee guida
dell’Istituto superiore di sanità che si schierano soprattutto a favore del
metodo "Aba", la terapia che con programmi intensivi agisce sul
comportamento del paziente. «Il mondo scientifico è diviso in due per ciò che
riguarda l’approccio terapeutico – chiarisce il direttore dell’IdO – perché due
sono i principali metodi: quello comportamentalista e quello evolutivo integrato.
Il primo si basa su tecniche di addestramento applicate per 30-40 ore alla
settimana e finalizzate a modificare il comportamento. Il secondo, invece,
tiene presente le tappe evolutive del bambino considerandone l’affettività e le
varie fasi di maturazione».
Dunque, due metodi molto diversi
che riflettono l’estrema variabilità del disturbo in cui spesso il danno
cerebrale è confuso con quello autistico: solo 3 bambini su 10 hanno un
problema di ritardo mentale, inoltre la terapia stessa può portare alla luce
capacità intellettive mascherate o dare benefici diversi a seconda del livello
di gravità da cui si parte. «L’approccio evolutivo integrato – prosegue Bianchi
di Castelbianco – ha come obiettivo la relazione che è l’elemento più critico
nell’autismo. Gli studi ci convincono che sia la strada corretta da perseguire.
L’intervento terapeutico previsto è di 6 ore a settimana, inoltre il percorso è
sempre personalizzato. Ma, soprattutto, la modifica di un comportamento non è
la guarigione: l’addestramento agisce per "normare" il bambino ma,
così, se ne perdono le singole potenzialità».
Domani, IdO e associazione
"Divento Grande Onlus" presenteranno alle 10 al cinema Barberini di
Roma, il film Temple Grandin. Una donna straordinaria, per ricordare la
personale vicenda della scienziata autistica. «Organizziamo questo evento anche
per ribadire il diritto delle famiglie di scegliere la terapia più idonea»,
conclude Bianchi.
venerdì 30 marzo 2012
giovedì 29 marzo 2012
mercoledì 28 marzo 2012
PRESTO DEI NANOSENSORI DIAGNOSTICHERANNO I TUMORI DAL RESPIRO DEI
MALATI - Due i filoni di ricerca: nanotubi di carbonio e naso elettronico, http://www.sanitanews.it
Due team di ricerca separati
stanno lavorando alla messa a punto di nanosensori in grado di diagnosticare
tumori dal respiro delle persone malate. Il primo gruppo guidato da Hossam
Haick dell’Israel Institute of Technology di Haifa, come riporta Nano News,
usando rilevatori nanoscale arrays, ha riprodotto mediante uno strumento
meccanico, la capacità di individuare un tumore “annusando” il respiro di una
persona ammalata, al pari di quanto si verifica con i cani. Per realizzare tale
strumento, sono stati impiegati nanotubi di carbonio chimicamente modificati
per creare un sensore multicomponente capace di discriminare un alito sano da
uno caratteristico di un paziente affetto da tumore al polmone. E’ stato così
dimostrato che la resistenza elettrica dei nanotubi di carbonio, rivestiti da
uno strato di materiale organico non polimerizzato, cambia sostanzialmente
quando molecole organiche non polari, come quelle presenti nel respiro, passano
nei nanotubi. Grazie a tecniche computazionali è stato possibile registrare e
decifrare i complessi segnali raccolti dallo strumento, che, una volta
schematizzati in un grafico danno origine ad un vero e proprio profilo
molecolare, graficamente differente a seconda dello stato di salute del
paziente. Questo stesso strumento è stato in grado di dare promettenti
risultati discriminando con una notevole precisione ratti sani e ratti affetti da
insufficienza renale cronica. Un secondo gruppo guidato da Silvano Dragonieri
dell’Università di Bari, come riporta la rivista Lung Cancer, ha invece usato
un “naso” elettronico basato su un nanoarray commerciale per discriminare
l’alito di pazienti affetti da carcinoma al polmone a grandi cellule da quelli
affetti da malattia polmonare cronica ostruttiva. Con un approccio diverso, il
gruppo di ricerca ha impiegato un naso elettronico ampiamente usato
nell’industria chimica e della trasformazione alimentare, che utilizza un
sensore nanocomposito realizzato per individuare i composti organici nell’aria.
Nella ricerca sono stati raccolti campioni del respiro di 10 pazienti affetti
da carcinoma al polmone del tipo “a grandi cellule”, di 10 affetti da malattia polmonare
ostruttiva cronica e di 10 pazienti sani. I campioni sono stati poi analizzati
con il naso elettronico, mediante il software statistico in dotazione. Così
come le impronte digitali, i tre tipi di campioni sono risultati chiaramente
distinguibili, senza alcuna ambiguità: un risultato che potrebbe giustificare
un trial per determinare se il sistema possa essere realmente impiegato in
clinica.
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venerdì 23 marzo 2012
Se il chip va in vena, Il Mondo (F.Fr.) - DIAGNOSTICA PRONTO UN
MICRODISPOSITIVO, http://www.scienzaevita.org/rassegne/31c2a9987e3107953f8c0cfb9013f80b.PDF
Un chip che nuota, letteralmente,
nel sangue e che è capace di raccogliere informazioni sullo stato di salute di
un paziente o di svolgere operazioni di nanochirurgia senza alcun intervento
invasivo.
Non è (più ) fantascienza, ma lo
scenario che si prospetta in conseguenza di uno studio compiuto alla Stanford
University e dimostrato alla International Solid-State Circuits Conference.
Il processore, di appena 2
millimetri quadrati di super fi cie, è totalmente rivoluzionario rispetto a
quanto visto fi no a oggi perch é è privo di batteria.
Ad alimentarlo, facendogli
svolgere i compiti per i quali viene programmato, è un flusso di energia
trasmessa da un'antenna esterna al corpo che lo segue e lo guida, ma nello
stesso tempo gli fornisce corrente mediante il principio dell'induzione.
La rivoluzionariet à sta proprio
nello studio che ha scon fi tto la convinzione, fondata su principi matematici,
che nessun dispositivo sarebbe potuto essere controllato a distanza dentro al
corpo usando l'induzione elettromagnetica perch é muscoli e ossa umane sono un
ottimo conduttore e dissipano facilmente le basse cariche elettriche.
In base ad alcuni calcoli svolti
dalla professoressa Teresa Meng, specializzata in ingegneria elettrica e
scienze informatiche, il corpo umano è in grado di ricevere onde a profondit à
molto superiori a quanto immaginato, dunque è possibile creare microdispositivi
quasi privi di antenne e, perciò, piccolissimi.
La dimostrazione organizzata a
San Francisco ha messo in mostra due differenti dispositivi: uno trainato da un
altro apparecchio esterno e uno che è in grado di «remare » nella corrente
sanguigna mediante due piccolissime spirali.
Una volta af fi nata, la
tecnologia potrebbe condurre a creare dispositivi che portano medicinali con
bassissimo dosaggio direttamente agli organi malati, ripuliscono le arterie o
tengono sotto controllo gli organi senza ricorrere a sonde o interventi
chirurgici.
sabato 17 marzo 2012
la ricerca - Nanotech, dentro la materia una rivoluzione culturale - «Medicina,
ambiente, elettronica: serve un uso responsabile» di Roberta Scorranese, 16
marzo 2012, http://www.corriere.it
Spesso le grandi idee nascono da
intelligenti distrazioni. Come quella che, nel XVII secolo, indusse l'astronomo
tedesco Johannes Kepler a distogliere gli occhi dalle stelle per osservare un
minuscolo fiocco di neve. Lo scienziato si limitò ad annotare un dettaglio
semplice ma essenziale: la sua armonia era dovuta alla disposizione di elementi
minuscoli e uniformi, schierati secondo un ordine perfetto.
Si cominciava a «pensare in
piccolo», punto di partenza delle ricerche sulle nanotecnologie. Certo,
Democrito e gli atomisti avevano ipotizzato l'atomo secoli prima ma la base
scientifica nasceva con la costante osservazione della natura. «Osservazione
che continua ancora oggi - dice il professor Marcello Cacace, dell'Istituto di
Materiali Nanostrutturati del CNR di Siena - e non smettiamo mai di
meravigliarci». Per la grazia con cui il mondo lillipuziano attraversa la scala
delle grandezze: parliamo di elementi di dimensioni inferiori ai cento
nanometri, miliardesimi di metro. Ed è su questa architettura in piccola scala
che la ricerca scientifica ha deciso di puntare. La Commissione europea è in
prima linea: ogni anno ci investe dai 500 ai 600 milioni di euro. Con un piano
di comunicazione, NanoChannels. «Una iniziativa - spiega Cristina Gabellieri,
project Officer di NanoChannels - nell'ambito della strategia di comunicazione
sulle Nanotecnologie della Commissione europea volto a promuovere informazione
e dialogo sui benefici e l'uso responsabile di queste discipline, utilizzando
vari mezzi di comunicazione: scuole, conferenze, radio e stampa». Ma perché in
tanti ci scommettono?
«Perché è una nuova rivoluzione
culturale - afferma Cacace - un radicale spostamento del punto di vista. È al
tempo stesso un'analisi profonda della materia, isolando le sue componenti
minime e un suo ridimensionamento. Vari i settori, dalla medicina alla difesa
dell'ambiente, all'elettronica». Tecnicamente consiste nel manipolare atomi,
molecole e agglomerati per costruire elementi infinitamente minuti. Ma è molto
di più, è uno sguardo diverso sul mondo, un approccio che presuppone un atto di
coraggio: saper pensare in piccolo. Se alcuni prodotti nano tecnologici sono
ormai di uso comune (creme antirughe con molecole piccolissime, dentifrici ai
nanocristalli, nanoparticelle d'argento nelle calze), oggi i progetti promossi
dalla Commissione europea vanno oltre: si fanno nanocontenitori per veicolare i
medicinali, si ricostruiscono i tessuti partendo dalla trama del legno, si
creano elementi per una diagnostica accurata, nonché microchip sempre più
piccoli. Ma è stato frutto di un percorso lento e difficile.
Medicina
La medicina è tra le applicazioni
principali. «Specie la diagnostica - sottolinea Cacace - fa progressi». Micro
strumenti per controllare da vicino l'effetto della terapia (soprattutto nel
trattamento sui tumori), vettori piccolissimi che rilasciano farmaci, insomma
l'utilizzo dell'infinitamente piccolo per agire con precisione sui punti
interessati. Prendiamo Teresa Pellegrino, dell'Istituto Italiano di Tecnologia
di Genova (nonché dell'Istituto di Nanoscienze del CNR di Lecce), a capo del
progetto Magnifyco: realizza nanocontenitori magnetici per il «trasporto» di
farmaci antitumorali. «Combiniamo l'effetto dell'ipertermia con rilascio
controllato del medicinale - spiega Pellegrino - e siamo in grado di monitorare
la risposta al trattamento con maggiore precisione. Lavoriamo in particolare
sulle cellule del tumore ovarico».
Il progetto Vibrant, finanziato
da Bruxelles e coordinato dal tedesco Theo Schotten, invece, sviluppa un
sistema basato sulle nanotecnologie per la diagnosi o la terapia del diabete.
Il programma Nanother guidato dallo spagnolo Pedro Heredia sviluppa nanovettori
in grado di andare a «scovare» le cellule malate e veicolare i farmaci con due
tipi di nanoparticelle. Con questi metodi, secondo molti specialisti, si
risolvono diversi problemi legati agli effetti collaterali delle cure contro i
tumori, come la chemioterapia. Certo, il cammino è ancora lungo: i test sono
difficili e il lancio di un brevetto qualche volta richiede una tempestività
che non coincide con i tempi della ricerca.
L’impermeabilità di alcuni
campioni di cuoio coperti da microcapsule testata nei laboratori Bayer di
Leverkusen, in Germania
Ambiente
Il cammino delle nanotecnologie è
lento, paziente, meditato. Dalla felice intuizione del fisico Richard Feynman
(che alla fine degli anni Cinquanta disse: «I principi della fisica non
impediscono di manipolare le cose atomo per atomo») sono trascorsi anni, mondi,
quasi epoche. Così oggi queste ricerche aiutano anche in una delle sfide più
complesse: la salvaguardia dell'ambiente. Il progetto New ED, per dire, che
unisce il lavoro di scienziati europei e israeliani, mira alla purificazione
dell'acqua. Ma le ricerche sull'ambiente sono tante, diversificate: materiali
polimerici per la produzione di imballaggi eco-compatibili, vernici protettive
non inquinanti. Per esempio il piano N2P (www.n2p-project.eu/ ) in cui si va a
modificare la struttura dei pannelli solari migliorandone notevolmente le
potenzialità. E poi ci sono cementi per l'edilizia che catturano gli elementi
inquinanti, rivestimenti ecologici. Ma il principio resta sempre quello:
realizzare oggetti più piccoli, con minore spreco di risorse, di rifiuti ed
emissioni. Anche se rimane il problema dei costi nella produzione di
nanomateriali (come le nanofibre in carbonio), un nodo che la ricerca tenta di
sciogliere da tempo.
Elettronica
Sono passati solo trentasette
anni da quando l'ingegnere americano Kim E. Drexler, parlò di «tecnologia a
livello molecolare», coniando il termine «nanomacchina». Oggi la scienza
dell'infinitamente piccolo fa parte della nostra vita quotidiana, con cellulari
di ultima generazione, chip sempre più minuti ed efficienti, monitor
sofisticati. Ma ci sono anche i progetti più elaborati, come Multiflexioxides,
coordinato da Rodrigo Martins. I ricercatori sviluppano sottili pellicole di
ceramica (contenenti ossidi a più componenti) che permettono di produrre
dispositivi elettronici economici, ecosostenibili e ad elevate prestazioni. C'è
anche il progetto CARBonCHIP, capitanato da Caroline Whelan, che combina i
vantaggi dei nanotubi di carbonio con la tecnologia del silicio, per produrre
materiali ad alta capacità di trasporto di corrente.
La rincorsa all'infinitamente
piccolo è lastricata di domande, discussioni, dubbi. Quali saranno le reali
ricadute sull'ambiente? E i rendimenti saranno in grado di riequilibrare i
costi di questi investimenti? È presto per dirlo ma una cosa è certa: imparare
a sentirsi nani sulle spalle dei giganti, come diceva Bernardo di Chartres, è
un esercizio che impone disciplina costante. E una consapevolezza: quel che
sembra così nuovo, in fondo, ci sta accanto da secoli. Guardiamo le vetrate di
alcune cattedrali: assumono differenti colori a seconda di alcune minuscole
particelle di oro contenute nella struttura. Tutto si trasforma, dunque, con la
necessaria umiltà.
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nanotecnologia,
terapia
martedì 24 gennaio 2012
La diagnosi? Un vero puzzle di Diana Mortarini, http://www.milanofinanza.it
La business analytics si mette al
servizio di medici e pazienti nel campo delle malattie scheletriche rare per
migliorare le capacità di ricerca e diagnosi dei primi e la qualità di vita dei
secondi. Se in ambito sanitario la sperimentazione e l'errore sono parti
essenziali per il progresso dell'analisi, la disponibilità di dati ordinati e
confrontabili costituisce infatti un valido aiuto per tracciare la storia e
l'evoluzione di determinate patologie, soprattutto quelle meno comuni, per cui
non è disponibile una storia clinica chiara.
«Uno dei grandi misteri delle
malattie scheletriche ereditarie è la variabilità clinica, ovvero come le persone
colpite all'interno di uno stesso nucleo familiare possano mostrare differenze
anche drastiche nella manifestazione dei sintomi», ha raccontato a Circuits
Luca Sangiorgi, direttore dell'Ambulatorio di genetica medica dell'Istituto
Ortopedico Rizzoli di Bologna, specializzato in malattie ereditarie rare
dell'apparato scheletrico.
Questo perché l'evoluzione di una
patologia può essere il risultato di molteplici dinamiche: una serie di
mutazioni, l'interazione di più geni, un insieme di fattori genetici e
ambientali o una combinazione di queste tre possibilità. Poter confrontare e
incrociare i dati genetici di un paziente con quelli relativi ai sintomi
manifestati risulta dunque essenziale per una più profonda comprensione del
problema.
Invece, ricorda il dottor
Sangiorgi, in passato «i dati clinici venivano prodotti in un modo e i dati
genetici in un altro, per non parlare delle immagini biomediche, come per
esempio le radiografie, che avevano ancora un linguaggio diverso», con un
considerevole spreco di informazioni preziose.
L'esigenza dell'istituto
bolognese consisteva dunque nel trovare un sistema che consentisse a questi
dati eterogenei di dialogare tra loro. La risposta è arrivata da Ibm Research,
che ha proposto l'implementazione di una piattaforma di analisi integrata, la
Pedigree visualization and analytics platform, in cui sono confluite tutte le
informazioni presenti all'interno dell'ospedale tradotte in modo da essere
facilmente confrontabili.
Si tratta di una soluzione
flessibile, in grado di riutilizzare le componenti già esistenti all'interno
dell'azienda, e facilmente ampliabile per includere nuovi elementi qualora si
rendessero disponibili in futuro: il fulcro è l'Enterprise Content Manager,
responsabile dell'accesso e della gestione delle informazioni utilizzate
nell'analisi del pedigree come le immagini biomediche e i dati provenienti da
ospedali e laboratori, a cui si aggiungono diverse applicazioni per
l'autenticazione dell'utente e per l'archiviazione a lungo termine.
«L'analisi incrociata di dati
genotipici (ovvero la predisposizione genetica a una determinata malattia) e
fenotipici (cioè il modo in cui la malattia si manifesta) all'interno
dell'intero albero genealogico del paziente apre scenari importanti sulle
interazioni che determinano la patologia», ha spiegato ancora il dottor
Sangiorgi. Con riflessi positivi non solo su ricerca e diagnostica, ma anche
sulla qualità di vita dei pazienti. «Bisogna considerare che stiamo parlando di
malattie per la maggior parte dei casi non guaribili, per cui la sfida per i
medici è la gestione del disturbo, in modo da consentire al paziente la
migliore qualità di vita possibile», ha proseguito il medico, «in quest'ottica
la possibilità di prevedere con buona approssimazione il decorso di una malattia
in un determinato soggetto consente di evitare esami inutili e di predisporre
trattamenti di follow-up personalizzati, con un miglioramento sia in termini di
costi a carico del servizio sanitario regionale e nazionale, sia in termini di
comodità dei pazienti, che così riducono al minimo indispensabile gli
spostamenti».
Dal momento che pochi ospedali in
Italia dispongono attualmente delle risorse necessarie per affrontare le
malattie scheletriche rare infatti, ha ricordato il medico, «spesso i pazienti
e le loro famiglie sono costretti a percorrere centinaia di chilometri per
curarsi in istituti specializzati come il Rizzoli». Grazie alla compatibilità
con gli standard chiave per il sistema sanitario, la soluzione Ibm consente
invece di scambiare dati clinici, genomici e di immagine anche con altri
istituti, mettendo così le informazioni a fattor comune in modo da far girare i
dati e non i pazienti.
«Il nuovo approccio all'analisi
del pedigree, reso possibile dalla tecnologia introdotta da Ibm, ci consentirà
di giungere a nuove intuizioni sul trattamento delle malattie ereditarie», ha
concluso Sangiorgi. Nel breve termine si punta a ridurre del 30% i ricoveri
correlati a un intervento chirurgico grazie a procedure di trattamento più
personalizzate, e di quasi il 60% gli esami di imaging.
giovedì 5 gennaio 2012
mercoledì 30 novembre 2011
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