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mercoledì 9 gennaio 2013

In carcere, ma sempre uomini
di Riccardo Cascioli - http://www.lanuovabq.it/09-01-2013carcere sovraffollato
L’Italia è stata condannata ancora una volta per lo stato pietoso delle carceri. Questa volta la Corte Europea dei diritti umani ha accolto il ricorso di sette detenuti nei carceri di Busto Arsizio e Piacenza, costretti a vivere in celle con meno di 3 metri quadri a disposizione. E non ci voleva certo la Corte di Strasburgo per rendersi conto che si tratta di condizioni inumane. E’ la seconda volta che l’Italia viene condannata, la prima era stata nel 2009 per un ricorso simile riguardante il carcere romano di Rebibbia. Questa volta all’Italia tocca pagare un totale di 100mila euro per danni morali. Ma ci sono altri 500 e più ricorsi in attesa di essere giudicati a Strasburgo.

Ma aldilà di ciò che si dice in Europa resta il fatto che la situazione delle carceri è una vera e propria vergogna nazionale, che offende l’uomo, tutti gli uomini. Vergogna a cui si aggiunge anche il cinismo di politici che sfruttano un problema vero per meschini calcoli elettorali. Come sta facendo il Grande Digiunatore, che con la scusa del problema delle carceri sta cercando sostegni importanti per presentare una lista alle elezioni che sia in grado di far entrare una pattuglia radicale in Parlamento. Ancora peggio, a questo scopo usa pure il Papa per accreditarsi come difensore dei valori cattolici e trovare stampelle anche su questo versante. Ma non c’è niente di più lontano dal vero interesse per la persona umana e per la sua dignità, che la Chiesa - e in particolare Benedetto XVI, dopo Giovanni Paolo II – testimonia in ogni situazione.

Ma torniamo alla questione centrale: i carcerati; perché di questo parliamo quando ci riferiamo al problema carceri, alle persone guardiamo e non agli edifici. Non è accettabile ciò cui stiamo assistendo e si tratta di una situazione cui si deve dare una risposta urgente. Alcuni parlano di amnistia come la soluzione. Non escludiamo che possa essere usata un’altra volta per fare fronte all’emergenza, ma pensare che questa sia la soluzione è decisamente illusorio. 

Quello dei detenuti non è un problema a se stante, è l’aspetto più inquietante di una situazione disastrosa nella giustizia. Basti pensare che dei circa 70mila detenuti nelle carceri italiane, nel 42% di casi si tratta di detenuti in attesa di giudizio. Cioè, presunti innocenti in carcere in attesa di un processo e di un verdetto. E siccome in Italia un processo penale dura in media più di 5 anni, si capisce bene quanto questo possa influire sul sovraffollamento delle carceri. Inoltre, abbiamo visto anche recentemente come l’istituto della custodia cautelare venga usato con una certa disinvoltura a scopi mediatici da giudici che forse hanno in mente altro che la giustizia. Probabilmente un intervento sull’uso della custodia cautelare avrebbe molta più efficacia dell’amnistia nello svuotare le carceri, e sicuramente più duratura.

Ma c’è un secondo aspetto che va sottolineato, perché il problema dei detenuti non è soltanto lo spazio in cui sono costretti a vivere. Ma è, più in generale, lo scopo della pena che sono chiamati ad espiare. Lo ha ricordato in modo molto chiaro papa Benedetto XVI lo scorso novembre, parlando ai direttori dei penitenziari europei, riuniti a Roma dal Consiglio d’Europa: «Occorre impegnarsi – ha detto - in concreto e non solo come affermazione di principio, per una effettiva rieducazione della persona, richiesta sia in funzione della dignità sua propria, sia in vista del suo reinserimento sociale». Il tempo del carcere non può essere soltanto tempo di umiliazione e pena, la dignità della persona deve restare il centro dell’azione detentiva, è «tempo di riabilitazione e di maturazione».

E questo è anche nell’interesse della società. Dice ancora il Papa: «L’esigenza personale del detenuto di vivere nel carcere un tempo di riabilitazione e di maturazione è, infatti, esigenza della stessa società, sia per recuperare una persona che possa validamente contribuire al bene di tutti, sia per depotenziarne la tendenza a delinquere e la pericolosità sociale».

E’ su questo che bisogna insistere molto se si vuole affrontare veramente la questione carcerati; alcune esperienze interessanti, di lavoro e di formazione, sono già in atto, ma si basano sull’impegno delle organizzazioni di volontariato e sulla buona volontà delle autorità dei penitenziari, spesso senza risorsa alcuna. Sono iniziative invece che devono essere sostenute e incentivate, nell’ottica della sussidiarietà, per la realizzazione degli scopi di ogni istituto penitenziario.

Quella domanda di senso che è comune a tutti gli uomini, non viene sospesa dal fatto di essere chiamati a pagare per una colpa, anzi la situazione del carcere la rende più acuta. E la risposta più vera non sta nell’amnistia ma in una compagnia di uomini aperti alla verità.

CARCERI BOCCIATE/ Siamo uno Stato-canaglia, lo dice anche l'Europa - http://www.ilsussidiario.net

mercoledì 9 gennaio 2013
CARCERI BOCCIATE/ Siamo uno Stato-canaglia, lo dice anche l'Europa

100mila euro da pagare a sette detenuti attualmente nei carceri di Busto Arsizio e Piacenza come risarcimento morale e la richiesta di porre rimedio al sovraffollamento delle nostre carceri entro un anno di tempo. E' la sentenza della Corte europea di Strasburgo che ha condannato l'Italia per violazione dei diritti umani. Una sentenza che, come ha detto il ministro Severino, era da aspettarsi, ma che forse aprirà finalmente uno spiraglio nella drammatica situazione carceraria italiana. Lo dice Patrizio Gonnella, presidente dell'Associazione Antigone, contattato da Ilsussidiario.net, spiegando che questa condanna differisce in modo dirompente dalla precedente già rilasciata dalla Corte nel 2009. "Data la cifra che lo Stato italiano dovrà pagare e visto che ci sono già centinaia di altri ricorsi pronti, all'Italia non conviene neanche più economicamente tenere i detenuti nelle condizioni bestiali in cui si trovano attualmente".
In cosa si distingue questa nuova condanna rispetto a quella che c'era stata nel 2009? 
Si distingue dalla precedente per tre ordini di motivi. In buona sostanza, questa è una sentenza ancora più dirompente. 
Ci spieghi perché.
Il primo è che essendo una sentenza-pilota, essa vedrà molte sentenze fotocopia, se le condizioni rilevate saranno identiche. Non ci sarà cioè ogni volta un nuovo procedimento diretto per ascoltare le ragioni dello Stato italiano. Le ragioni sono già state ritenute non soddisfacenti e pendono già tanti altri ricorsi. Noi soli come associazione abbiamo presentato già 140 ricorsi collettivi e ci hanno fatto già sapere dalla Corte che nei prossimi giorni arriveranno le prossime due sentenze.
Il secondo motivo?
La Corte ha dato un tempo preciso all'Italia per risolvere la cosa. Non è che il nostro paese potrà stare con le mani in mano. A differenza della precedente sentenza, la Corte ha detto che bisogna rimediare la situazione attuale. La decisione su come farlo ovviamente è dell'Italia visto che siamo uno Stato sovrano, ma la Corte dice che ci sono indicazioni che dovranno essere ascoltate e tenute in considerazione. Ovviamente siamo in campagna elettorale e non si può far nulla ma si possono prendere impegni seri già adesso. Infine il terzo motivo: nel precedente caso il ricorrente aveva ottenuto un risarcimento di circa mille euro, adesso l'Italia deve pagarne 100mila ai vincitori del ricorso, perché le loro condizioni erano peggiori rispetto a quelle del carcerato recluso a Rebibbia.
Dunque non conviene più tenere le persone in questo stato neanche dal punto di vista economico.
Esatto. Uno stato bestiale, dove le persone ammassate in pochissimi metri quadri. Ci vuole perciò una decisione anche per interrompere il circolo vizioso dei risarcimenti.

Intanto siamo davanti al recente brutto esempio del decreto lavoro nelle carceri bocciato a Natale dal Senato: possiamo avere fiducia che si faccia davvero qualcosa?
Quel caso è stato incredibile. Un paese dove il capo dello Stato per il secondo anno consecutivo solleva il problema, dove le massime autorità morali e religiose e istituzionali si sono poste il tema anche con toni drammatici e tutto questo non produce nulla per colpa di una classe politica ingessata e impaurita, non può andare avanti. In più, a poche settimane dal voto tutti cercano di racimolare consenso evitando di impegnarsi su questo fronte.
Che cosa si aspetta che faccia la classe politica?
Questo è il momento in cui le forze politiche che vanno al voto devono dire come intendono risolvere la situazione. C'è chi dirà, già me lo immagino, che lo risolveranno costruendo nuove carceri, ma questa è pura propaganda.
Perché?
Non è mai stato fatto in passato di costruire nuove carceri e oggi non ci sono nemmeno i soldi per farlo. Bisogna intervenire invece sulle cause di questa carcerazione di massa che non ha nulla a che fare con la sicurezza dei cittadini.
E con che cosa invece?
Le parlo di casi conosciuti di persona, come quello di un detenuto che era tossicodipendente alla fine degli anni 90 e che a undici anni dal fatto ha visto la sentenza diventare esecutiva. Nel frattempo si era totalmente reinserito nella società lavorando e facendosi una famiglia: ha dovuto spiegare che andava in carcere per fatti commessi undici anni prima. Oppure un extracomunitario che ha accumulato undici anni di carcere per denunce perché vendeva cd contraffatti.Bisogna mettere mano a questi casi con coraggio.
Si può dire che oltre al sovraffollamento delle carceri c'è anche un problema di giustizia inefficiente?
Certo: una giustizia lenta, selettiva e burocratizzata che non riesce più a essere coerente con il suo significato costituzionale.
Nel 2009 si rispose alla prima condanna con il piano carceri, oggi si è lavorato al cosiddetto piano salva carceri: lei ritiene che si sia fatto un passo in avanti?

Personalmente, do merito al governo uscente di aver cambiato le parole d'ordine, non avendo accelerato sui temi dell'intolleranza. Si è insomma passati dal ministro Castelli che definiva le carceri hotel a cinque stelle a chi si è reso conto che il problema esiste. Ma si è fatta tanta propaganda: parlare di salva carceri a chi conosce il mondo penitenziario come noi e visita tutti i giorni i carceri, fa ridere.


In che senso?

Perché non è stato salvato nulla e tutti sapevano che non poteva essere salvato nulla. E' stato un provvedimento tampone e non risolutivo. Ci vuole ben altro. A proposito invece del piano carceri, siamo davanti a un totale fallimento. E' un piano partito nel 2010: siamo nel 2013 e non un solo mattone è stato posato per costruire nuove carceri. Andrebbe chiuso e i soldi usati per progetti di recupero facendo uscire le persone dal carcere con misure alternative e inserendiole nelle comunità terapeutiche. Sto parlando di 450 milioni di euro bloccati per carceri che non si faranno mai.
Il caso Pannella: solo clamore mediatico o iniziativa di qualche utilità?
Pannella ha il merito di essere quello che ha posto il tema pubblico e quindi aver lottato perché la questione diventasse di tutte le forze politiche. Nella nuova legislatura le riforme penali necessarie per far sì che questa ondata di affollamento si arresti, dando una buona risposta alla Corte europea, sono secondo me queste: riforma della legge sulla droga, riforma di quella sull'immigrazione, riforma della recidiva e della custodia cautelare.Contemporaneamente, per far ripartire il sistema un provvedimento di amnistia ci vorrebbe, perché chiunque conosce il sistema carcerario sa che quelle leggi prima di entrare in funzione ci vogliono almeno due anni prima cioè di produrre un effetto decongestionante. Il sistema deve ripartire da numeri decenti e nel frattempo non c'è scusa per l'amministrazione penale per non trattare bene i detenuti.


(Paolo Vites) 

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martedì 2 ottobre 2012


La contrarietà all'ergastolo - Questione di speranza non di scienza di Francesco D'Agostino, 2 ottobre 2012, http://www.avvenire.it

Che argomenti può usare chi, come me, è contro l’ergastolo? Uno solo: quello della speranza. Alludo alla speranza in senso forte, alla speranza cristiana, quella secondo la quale non esiste colpa dalla quale non ci si possa redimere, non esiste crimine che non possa essere espiato, non esiste un reo che non possa essere (con saggezza) riammesso nel vivere sociale.

Qualifico questa speranza come "cristiana", perché essa non ha come fondamento l’esperienza, ma fa riferimento unicamente alla grazia di Dio, che può raggiungere e salvare chiunque e dovunque, imperscrutabilmente e imprevedibilmente. Se invece cerchiamo di dare alla speranza un fondamento esclusivamente umano, affidandoci alle tante tecniche di recupero sociale dei delinquenti che periodicamente vengono proposte e riproposte, dobbiamo purtroppo riconoscere che nessuna di esse regge davvero a una verifica rigorosa e che la probabilità che il carcere possa garantire la rieducazione dei rei (in specie di coloro che siamo soliti qualificare come "efferati") è pressoché nulla o comunque così bassa che non giustificherebbe alcun impegno socio-pedagogico nei loro confronti.

Ecco però che all’argomento della speranza cristiana sembra aggiungersene un altro. Umberto Veronesi (su Repubblica del 26 settembre) sostiene che la «scienza» sta dalla parte di chi vuole abolire l’ergastolo. Egli ci spiega che il nostro sistema neuronale è così plastico, da rimodellare in vent’anni, e in senso buono, l’identità criminale di un reo, così da rendere superflua e al limite sadica la prosecuzione a vita della pena carceraria.

L’argomento è suggestivo, ma (ahimè!) prova troppo. Se è innegabile che il nostro sistema di neuroni è plastico e si rinnova, chi ci garantisce che negli anni esso non possa evolvere in direzione antisociale, attivando o potenziando nella persona pulsioni criminali che in ipotesi non le erano né congenite, né comunque riconducibili alle sue situazioni contingenti di vita? Il principio di legalità (cioè la certezza della durata massima della pena cui si venga condannati) viene a perdere in questa prospettiva ogni senso; dovremmo sostituirlo con nuovi sistemi di controllo neurologici, capaci di verificare periodicamente l’aggressività non solo di ogni carcerato, ma al limite di ogni singolo individuo. Anche, infatti concordando con la dolce prospettiva che Veronesi ci propone, cioè che l’essere umano sia antropologicamente e biologicamente predisposto alla fraternità e alla solidarietà, come escludere che in ognuno di noi (magari a seguito della semplice lettura delle cronache politiche dei quotidiani) non possano scattare reazioni neurologiche incontrollabili di aggressività criminale? La prevenzione neurologica dei delitti dovrebbe diventare il primo dovere di ogni politica sociale, rispettosa delle scoperte della scienza!

La verità è che il principio di legalità, gloria del diritto penale moderno, è una straordinaria sintesi antropologica tra un pessimismo empiricamente molto ben fondato e un doveroso ottimismo, che ha le sue radici nel messaggio evangelico. E qui concordo con Veronesi, quando conclude che la critica all’ergastolo si muove in sintonia con l’appello universale alla conversione di Giovanni Battista; ma proprio a causa di questa sintonia essa ha ben poco a che fare con la scienza. I neuroscienziati meritano tutto il nostro rispetto, non perché confermino l’annuncio evangelico, ma perché ci illuminano sul funzionamento del cervello, un funzionamento che può, nel mistero della libertà, orientare la persona sia verso il bene che verso il male.

Per orientare l’uomo verso il bene dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio, più che quello della scienza, che è in sé eticamente cieca. Un riconoscimento, questo, che non ne sminuisce per nulla il valore e contribuisce anzi a salvarla contro ogni deformazione e utilizzazione ideologica.

giovedì 12 luglio 2012


12 luglio 2012, L’ergastolo ostativo costituisce una pena senza senso - L’uomo, non il suo errore di Marco Pozza, http://www.avvenire.it/

Come uomini-ombra che campeggiano statuari ai bordi di un binario morto. Con il forte rischio di scambiare la luce del sole – che da anni contemplano dal chiuso di una cella di tre passi per due – con quella fioca dell’abat-jour che hanno lasciato nella loro stanza da letto il giorno dell’arresto.

Ergastolani loro ed ergastolane pure le loro donne: perché l’ergastolo, soprattutto quello ostativo che non concede benefici o permessi premio, è una morte pagata a rate da ambedue le parti. In questi giorni, vari libri e studi specialistici stanno riportando l’attenzione sulla validità o meno di continuare a insistere con questa pena, già da tempo abbandonata da altri Stati europei.

Ricercatori e studiosi di fama internazionale hanno ampiamente mostrato come la mente umana si evolva per tutta la vita, con la possibilità di essere continuamente stimolata e orientata. L’evoluzione perpetua della mente chiede, dunque, di essere tenuta in considerazione quando viene stabilita una pena per il reato, perché una punizione è giusta solo quando tende al recupero e al reinserimento sociale di una persona. Nei bassifondi delle galere s’impara presto a comprendere il male senza mai giustificarlo; la comprensione, però, ammonisce contemporaneamente a condannare fermamente la colpa cercando di recuperare con la carità il colpevole.

Se il senso della detenzione e della pena – come recita la Costituzione Italiana all’articolo 27 – è di «tendere alla rieducazione del condannato», allora l’ergastolo è una contraddizione in termini. Perché calarsi dentro l’abisso misterioso di questi uomini e reinsegnare loro a camminare, a scrivere, tante volte addirittura a parlare, se laggiù non s’avverte un barlume di luce nella loro vita? Che senso hanno gli sforzi compiuti da uomini e donne che quotidianamente s’affannano per scommettere sull’uomo che ha sbagliato, se poi non ci sono chance da giocarsi? Perché chi affronta la sfida di riabilitare un’anima dentro un istituto di pena deve sospettare d’essere il sommistratore di un semplice palliativo che aiuta ad ammazzare un tempo "a disposizione" eppure indisponibile? Emanuele era poco più che adolescente quando fu condannato all’ergastolo ostativo.

Ora, dopo più di vent’anni, a guardarlo negli occhi si vede, s’intuisce che quella pena si stia abbattendo su di un altro uomo, contro un Emanuele che è cambiato, s’è sviluppato, ha coscienza del male fatto e ne ha preso le distanze. Probabilmente questa persona non c’entra più nulla con il crimine che commise. E il perdono che ha ricevuto gli fa molto più male della condanna inflitta, perché non gli ha ancora permesso di trovare una giustificazione al male compiuto. Abrogare l’ergastolo ostativo non significa cancellare la responsabilità di una colpa accertata, ma semplicemente permettere alla speranza di poter continuare a fiorire anche su un binario morto della nostra umanità.

Perché oscurare per sempre la parola "speranza" dal vocabolario di queste persone è un po’ come costringere un bambino a imparare un mestiere e, poi, lasciarlo chiuso dentro l’angustia della sua camera. Vivrà, crescerà lo stesso e abbellirà pure la sua cameretta fino a sentirsi quasi bene, ma un giorno sospetterà di essere un morto che cammina. Per rimanere in piedi dentro queste vite segregate, c’è un solo segreto: mettersi in ginocchio, come disse un giorno don Oreste Benzi, dal momento che Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. L’ha gridato Ezechiele, il profeta. Non esiste la predisposizione genetica al delitto, esistono persone che vengono influenzate a compiere delitti. Ecco perché l’uomo – anche il più "cattivo" – non potrà mai essere il suo errore: rimarrà un frammento di Bellezza deturpatasi da restaurare per riportarla allo splendore originario. Lo splendore della Creazione.

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12 luglio 2012, DIETRO LE SBARRE/3 - L’ergastolo «ostativo»? - Strada senza via d’uscita Nello Scavo, http://www.avvenire.it

«Morto che parla», ironizza amaramente una voce da dentro una cella. Sono gli "ergastolani ostativi". Murati vivi perché, a giudicare dal regime carcerario che gli è imposto, essi sono il peggio, la feccia, i "mostri" a cui non deve neanche essere concesso di poter sperare, un giorno, di scoprirsi finalmente cambiati e meritevoli di un’altra possibilità. Perciò, espulsi per sempre dal consesso umano.

Non tutti sanno che nel nostro Paese coesistono l’ergastolo ordinario e quello ostativo ai benefici. Il primo concede al condannato la possibilità di usufruire di permessi premio, semilibertà o liberazione condizionale, tanto che la grande maggioranza dei 1.546 ergastolani rimarranno in cella per non più di ventisei anni, quando scatta la possibilità della cosiddetta "liberazione anticipata". Il secondo, al contrario, nega fin dalla sentenza e in modo perpetuo ogni vantaggio penitenziario. Nessuna redenzione.

Nato negli anni ’90, quale muscolare risposta dello Stato alla guerra dichiarata da Cosa nostra con le stragi di Capaci, Via d’Amelio, e poi le bombe di Milano, Roma e Firenze, l’ergastolo ostativo è la pena prevista per tutti gli imputati condannati per associazione mafiosa o per reati assimilabili, cioè favoriti dall’ambiente mafiogeno.

 Una definizione che si rivelerà ambigua. Sono circa un centinaio i reclusi rassegnati all’idea di uscire di prigione solo a bordo di un carro funebre. Ma non tutti sono "mafiosi" così come li intendiamo di solito. «Un rapinatore preso in flagrante a Scampia viene giudicato secondo criteri di contiguità ambientale alla camorra – osserva Carlo Fiorio, docente di Procedura penale all’Università di Perugia –, mentre lo stesso reato commesso a Trento viene inquadrato in modo differente e meno rigido». Per effetto di alcune norme anche ammettere la propria colpa, ma tacere le responsabilità altrui, è causa di ergastolo perenne. «Il dettato costituzionale è chiaro, quindi se l’ordinamento non prevede la possibilità di uscire dal carcere a condizioni raggiungibili, la pena dell’ergastolo va contro l’articolo 27 della Costituzione», ha detto Valerio Onida, presidente della Corte Costituzionale dal 1996 al 2005, in una riflessione apparsa sull’ultimo numero della rivista del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Le due città.

Gli "ostativi", dunque, sono colpevoli due volte: per aver commesso un reato e per non aver cooperato alle indagini. «Alle volte la scelta di collaborare o no con la giustizia può non dipendere esclusivamente dall’individuo – arguisce Onida –. Non si può generalizzare perché le fattispecie sono tantissime». Ci sono detenuti che tacciono perché questo potrebbe significare mettere a repentaglio la vita dei loro cari, «oppure perché non hanno modo di collaborare, non hanno informazioni, o altro. Alle volte quindi la mancata collaborazione non dipende dalla volontà dell’individuo». Fatti i dovuti calcoli «questo significa che, anche dopo 26 anni, risulta impossibile concedere la libertà condizionata, come invece avviene per gli altri detenuti che scontano l’ergastolo».

La storia simbolo è quella di Carmelo Musumeci, capo di una banda di biscazzieri-rapinatori-spacciatori catanesi attivi in Versilia. Entra in carcere vent’anni fa ma, secondo le sentenze, si rifiuta di fare il nome di un complice. Nell’automobile usata per compiere un delitto (Musumeci è stato giudicato colpevole di omicidio in qualità di mandante) vengono rinvenuti quattro passamontagna. Gli inquirenti di banditi ne acciufferanno solo tre, manca il quarto. Secondo la difesa, però, questi non esisterebbe, semplicemente perché quel copricapo sarebbe stato solo "di scorta". Comunque siano andate le cose, Musumeci si ritrova prima rinchiuso all’Asinara. Ci arriva che aveva la quinta elementare.

Pur non essendo mai uscito dal carcere, attualmente a Spoleto, si è diplomato, laureato in Giurisprudenza e pubblicato testi anche per Mondadori. Il profilo tracciato dagli operatori carcerari racconta di un detenuto esemplare, un uomo che non ha niente a che fare con il ragazzo scapestrato degli anni ’80. Al momento della sentenza venne giudicato "ostativo". E tanto è bastato a gettar via la chiave della sua cella.

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12 luglio 2012 - IL GIURISTA - Eusebi: «Una legge non costituzionale», Nello Scavo, http://www.avvenire.it

«La disciplina normativa manifesta risvolti particolari e drammatici nel caso di condanna all’ergastolo: si verrebbe infatti a configurare l’unica ipotesi, nell’ordinamento penale vigente, in cui l’ergastolo risulterebbe insuscettibile di permettere non soltanto il fine pena, ma addirittura qualsiasi mutamento del regime di esecuzione». Luciano Eusebi, docente di Diritto Penale alla Cattolica di Milano, è uno tra i giuristi che vorrebbero riaprire il dibattito sul tema dell’ergastolo, e in particolare di quello "ostativo".

Professore, ammetterà che stiamo parlando di protagonisti di crimini gravissimi.
Non si trascura certamente la gravità dei delitti ricompresi nella norma in questione e per i quali sia stata inflitta una condanna all’ergastolo, né si discute dell’esigenza di valutare, ai fini della concessione di determinati benefici, l’atteggiamento del detenuto verso il patto di fedeltà che lo abbia legato a una data organizzazione criminosa. Ciò che viene in considerazione, piuttosto, è l’impossibilità, derivante dalla richiamata lettura dell’impianto normativo, di operare un qualsiasi giudizio rilevante per il diritto circa gli eventuali percorsi risocializzativi dei condannati all’ergastolo i quali non abbiano "collaborato". Anche se un’auspicabile interpretazione della legge 94/2009 potrebbe aprire all’applicabilità di alcuni, almeno, fra quei cosiddetti benefici.

Perché la costruzione normativa così come s’è applicata finora non la convince?
La presunzione di non avvenuta rieducazione per il mero persistere della condotta "non collaborante" è in palese contrasto col rilievo che dev’essere attribuito al conseguimento del fine rieducativo della detenzione (art. 27, comma 3 della Costituzione). Ciò tanto più nel caso in cui la scelta di non collaborare sia riferita a vicende criminose ormai del tutto concluse nel tempo e abbia la motivazione del non guadagnare opportunisticamente propri vantaggi, con la privazione della libertà di persone non più legate a quelle attività criminose. Oppure, quando la non collaborazione sia ricollegabile al pericolo concreto di ritorsioni irrimediabili verso i familiari dell’eventuale dichiarante.

Cos’altro non va?
È incomprensibile la disparità di trattamento in rapporto alle normative che solo pochi anni orsono attribuirono rilievo premiale – senza esigere alcuna collaborazione di giustizia – a condotte di dissociazione da attività criminose (e in particolare dal terrorismo). Peraltro, prese di posizione dissociative credibili potrebbero essere riscontrate anche tra condannati all’ergastolo "non collaboranti". Del resto non favorire, rendendoli irrilevanti per il detenuto, percorsi di effettiva rottura con l’attività criminale non giova alla prevenzione.

Messa così, non le sembra una sofisticata tortura psicologica per costringere il detenuto a vuotare il sacco?
Ribadisco che non potrà mai ritenersi costituzionalmente ammissibile un regime giuridico che annulli gli effetti di una rieducazione effettivamente realizzatasi. Che d’altra parte l’attività collaborativa non costituisca necessariamente un indizio di avvenuta rieducazione (e, pertanto, non risulti indispensabile a quel fine) viene riconosciuto dalla stessa suprema Corte. Altro, comunque, è premiare la collaborazione, altro è sanzionare la "non collaborazione". C’è poi un altro aspetto con risvolti drammatici.

Quale?
Il fatto che la disciplina per questo tipo di ergastolo finirebbe per presupporre in modo implicito un ordinamento penale il quale sia esente, senza eccezione, da errori giudiziari, come invece risulta smentito, per esempio, nella vicenda relativa ai tragici fatti di via d’Amelio a Palermo. In caso di errore sarebbe a priori impossibile per il condannato innocente una collaborazione di giustizia veritiera e dunque la modificazione del regime esecutivo, nonché, di conseguenza, il fine pena.

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domenica 24 giugno 2012


22 giugno 2012 - OLTRE LE SBARRE - Lavoro per ex detenuti Terzo settore in rivolta, Luca Liverani, http://www.avvenire.it

«Sono profondamente sorpreso per queste dichiarazioni del capo del Dap Giovanni Tamburino, se mai queste parole le avesse davvero pronunciate. Di recente, insieme, dati alla mano, abbiamo valutato il progetto che ha ereditato dalla precedente amministrazione guidata da Franco Ionta». Salvatore Martinez. presidente del Rinnovamento nello Spirito, confessa la sua amarezza dopo le parole, attribuite ieri da agenzie di stampa, al responsabile del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria su uno stop al progetto Anrel di reinserimento lavorativo di ex detenuti. Martinez è al timone dell’ente morale Fondazione monsignor Francesco Di Vincenzo, capofila del progetto.

Secondo l’attuale capo del Dap, dunque, il progetto Anrel non vedrà mai la luce.
In realtà il “figlio”, da un matrimonio consensuale, è già nato... Dap e Cassa per le ammende, mediante una Commissione ministeriale, hanno interagito con la Fondazione sia nella Convenzione generante Anrel sia nel Protocollo per il suo funzionamento. Sarebbe un’affermazione talmente infondata da rasentare la diffamazione. Escludiamo che Tamburino possa sconfessare l’attività svolta in precedenza dalla stessa amministrazione che ora rappresenta.

Tra i motivi della ventilata chiusura del progetto, a detta del direttore del Dap, ci sarebbe il costo eccessivo, cioè i 4,8 milioni stanziati.
Ci tengo a precisare che, a dicembre 2011, secondo il regime di cofinanziamento previsto dall’accordo, Anrel ha già speso 262mila euro. Senza contare le professionalità messe gratuitamente a disposizione. E abbiamo anche prodotto una costosa fidejussione per l’ammontare del finanziamento previsto, senza che sia stato erogato un solo euro. Altro che sostegno al Terzo Settore: siamo noi a sostenere i progetti dello Stato.

Secondo il Dap si sarebbe «deciso di bloccare» il progetto per la «perplessità» suscitata dal fatto che l’80% dei fondi sarebbe stata destinata «a compensare l’attività della stessa agenzia».
Il progetto prevede l’impianto delle sedi per una spesa pari al 44% dei fondi, destinata quasi del tutto al primo obiettivo di cui il Dap stesso sarà beneficiario, cioè la creazione di una banca dati nazionale dei soggetti ammessi all’esecuzione della pena esterna, per individuare percorsi di reinserimento personalizzato con il coinvolgimento della famiglia.

Ad Anrel verrebbe preferito l’accordo a costo zero con l’Anci, un protocollo d’intesa sui lavori di utilità comune.
Non vorremmo che si trattasse di una versione riveduta e corretta dei lavori socialmente utili, senza nessuna prospettiva di reale reinserimento sociale. La lotta alla recidiva ha bisogno di ben altro; non serve assistenzialismo sotto forma di esperienze lavorative che non potranno fornire stabili prospettive di impiego. La spesa sociale è all’osso, ma serve più società civile per vincere la crisi.

Qualcuno ha paura di sostenere il ruolo del privato sociale?
È la prima volta che si tenta una simile impresa tra pubblico e privato sociale sul principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale. Lo ripeto, non si tratta di un contributo a una o più associazioni di volontariato, ma di un investimento a vantaggio della coesione sociale, con il raggiungimento di obiettivi chiari, concordati e verificabili. Un detenuto costa circa 160 euro al giorno. I 4,8 milioni, ripartiti sulle 5 regioni per i tre anni del progetto, equivalgono al costo di 6 detenuti in più per regione. Come se ce ne fossero 28 in più sugli oltre 63 mila che affollano le carceri. Dunque, un rischio calcolato.

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giovedì 3 maggio 2012


Quei diritti che l'Italia non assicura, VLADIMIRO ZAGREBELSKY, 3 maggio 2012, http://www.lastampa.it

Le visite che il presidente della Corte europea dei diritti dell'uomo periodicamente svolge in ciascuno dei 47 Paesi del Consiglio d’Europa non hanno né lo stile, né il contenuto di una ispezione. Tuttavia non si tratta solo di tener contatti protocollari e di cortesia. Non saranno quindi privi di interesse gli incontri che il presidente della Corte - che è il giudice britannico Nicolas Bratza - e il giudice italiano Guido Raimondi avranno oggi con il Presidente della Repubblica e la ministra della Giustizia. Sarà l’occasione per fare il punto.

L’Italia ha più di un problema quanto all’obbligo di riconoscimento e protezione dei diritti e delle libertà assicurati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, assunto con la ratifica nel 1955. Prima fra tutte la questione dell’inefficienza del sistema giudiziario, nelle sue componenti di complesse norme procedurali, utilizzazione delle risorse a disposizione, attività della magistratura, incidenza dell’imponente avvocatura italiana. Sono ormai quasi trent’anni che la Corte segnala il grave problema, con le condanne dell’Italia per la violazione del diritto delle parti alla ragionevole durata dei procedimenti. Nessun decisivo passo verso la soluzione è stato fino ad ora compiuto, mentre addirittura da qualche tempo l’Italia si espone a nuove violazioni della Convenzione ritardando in ogni modo il pagamento delle somme che le Corti di appello assegnano ai ricorrenti per riparare la violazione del loro diritto. La massa dei ricorsi alla Corte di Strasburgo è tale da avere ormai portato un consistente intralcio al normale funzionamento della Corte e quindi del sistema europeo di protezione dei diritti fondamentali, che sul ruolo della Corte si fonda.

Un altro fronte si è recentemente aperto e riguarda le condizioni dei detenuti, che per il sovraffollamento delle carceri sono spesso tali da poter essere qualificate come trattamento inumano e degradante. Sono ormai centinaia i ricorsi presentati alla Corte da altrettanti detenuti italiani.

Entrambi i temi, urgenti e ineludibili, sono ben presenti alle autorità e ai cittadini italiani. Essi hanno anche un risvolto di responsabilità dello Stato, che incide sulla sua credibilità internazionale.

In recente passato, il governo precedente aveva dato luogo a vive proteste da parte del Consiglio d’Europa per le ripetute violazioni degli obblighi derivanti dai provvedimenti della Corte. Con comportamenti inusitati da parte di uno Stato europeo, sono state ignorate le disposizioni della Corte di non espellere determinate persone in Tunisia ove sarebbero state esposte a serio rischio di torture. Si trattava, è vero, di condannati in Italia per attività di sostegno a reti terroristiche, ma il divieto di tortura, nella cultura europea, garantisce tutti ed è inderogabile. Quelle violazioni commesse dall’Italia e sanzionate dalla Corte europea sono passate qui incredibilmente quasi sotto silenzio, ma a livello europeo hanno fatto molto male alla reputazione dell’Italia.

L’occasione della visita e degli incontri in Italia consentirà al presidente Bratza di discutere e chiarire anche l’esito della recente conferenza di Brighton, in cui i governi dei paesi membri del Consiglio d’Europa hanno indicato la necessità di riforma del sistema, per permettere alla Corte di svolgere efficacemente il suo ruolo. Ora la massa di ricorsi (oltre 50.000 all’anno) schiaccia le strutture della Corte, ritardandone oltre misura le decisioni. La conferenza, oltre ad indicare una serie di modifiche procedurali e a dar atto della necessità di elaborare più profonde riforme destinate ad assicurare l’efficienza del sistema a lungo termine, ha affrontato un tema molto delicato. Il Regno Unito, organizzatore della conferenza, spingeva perché si inserisse nella Convenzione una disposizione che obbligasse la Corte a riconoscere agli Stati un ampio margine di valutazione nazionale nell’adempiere ai loro obblighi. In molte ipotesi - ma non quando si tratta di diritti inderogabili, come quello alla libertà personale o il divieto di tortura o trattamenti inumani o degradanti - un margine di apprezzamento nazionale è riconosciuto dalla giurisprudenza della Corte. Ma l’intenzione del Regno Unito era di andare ben oltre, in una misura che avrebbe finito per vanificare il controllo europeo che la Corte svolge a garanzia dei diritti dei singoli. Il tentativo non è andato a buon fine. Pare che il richiamo al margine di apprezzamento nazionale troverà posto in qualche modo nel Preambolo della Convenzione. Competerà comunque alla Corte di elaborare la propria giurisprudenza in proposito, senza cedere agli interessi dei governi a scapito della protezione dei singoli. L’indipendenza della Corte e la sua natura strettamente giudiziaria sono il pilastro della costruzione europea del sistema di difesa dei diritti individuali. Di ciò ha parlato a Brighton il presidente della Corte, ricordando che non c'è tutela dei diritti se non c’è la possibilità di accesso a un giudice la cui indipendenza non sia messa in crisi o appannata dalle pressioni dei governi. C’è motivo di credere che su questo il presidente della Corte riceverà assicurazioni da parte dei suoi interlocutori italiani.

martedì 3 aprile 2012


Balduzzi: “Entro il 2013 chiuderemo gli Opg” ,”Entro un anno gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari chiusi o riconvertiti”, http://www.lafragolanapoli.it/

Ancora un anno, poi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari “dovranno essere chiusi o riconvertiti: credo che esistano i tempi per il rispetto della norma che è stata fatta”.

E-ilmensile – A dirlo è stato il ministro della Salute, Renato Balduzzi a Firenze, durante un convegno realizzato da Legautonomie.“E’ stato stabilito un crono-programma – ha proseguito il ministro -, e proprio in questi giorni andrà all’accordo in conferenza Stato-Regioni il decreto ministeriale sui requisiti delle strutture. Io credo che sia coraggiosa la scelta di porre un termine a questi momenti non di grande dignità del nostro paese a queste strutture fortemente problematiche – ha aggiunto il ministro – e credo che riusciremo a vincere questa scommessa. Certamente ci vuole da parte di alcune regioni una grande collaborazione, ma penso che ci siano le condizioni per rispettare i tempi della norma”.

L’OPG è, tecnicamente, una Istituzione dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia, più realisticamente una sorta di discarica sociale.
E’ formato da una serie di reparti, in tutto 8, molto simili tra loro, in ognuno dei quali ci sono delle celle, una sala mensa e un cortile interno per le passeggiate.
Alle finestre le sbarre.
Dietro quelle sbarre si trovano gli esseri probabilmente più emarginati della nostra società, i “loro” più diversi, non solo “matti ” ma anche criminali!
Quelle persone di cui tutti si sono ricordati solo dopo che la canzone di Cristicchi è riuscita a vincere l’ultimo festival di San Remo. Quelle persone che invece avrebbero molte cose da dire e far sapere al resto della gente se solo qualcuno ascoltasse.


Ma in questi casi ascoltare è difficile, non a causa della malattia mentale, ma a causa del fatto che queste persone sono colpevoli di un reato, qualunque esso sia, il che li rende agli occhi della gente meno malati e più criminali.
Tutto ciò è certamente comprensibile, soprattutto considerando il punto di vista delle vittime di tali reati, ma non giustifica la pena che queste persone devono scontare. Cercherò di spiegarmi meglio senza entrare troppo nel dettaglio.
Per i cosiddetti “folli rei”, ovvero coloro che commettono un reato in uno stato di incapacità di intendere e volere e sono giudicati “pericolosi socialmente”, il giudice può stabilire un internamento minimo di 2, 5 o 10 anni a seconda dei casi, ma la legge non stabilisce un massimo.
Insomma si sa quando si entra, ma non si sa quando si esce.

Passato il periodo di tempo stabilito (2, 5 o 10 anni), l’internato viene sottoposto ad una ulteriore visita psichiatrica che deve stabilire se la sua pericolosità sia scemata o meno.
Laddove tale perizia stabilisca la scemata pericolosità sociale, il condannato potrebbe essere libero, ma in realtà ancora non lo è perché c’è un’altra condizione fondamentale per la sua liberazione: avere una famiglia o un luogo di cura che si faccia carico di lui e della sua salute.
Questa condizione per molti internati diventa una condanna all’ergastolo: le famiglie molto spesso li rifiutano perché considerano una vergogna la malattia e ancor di più il crimine, o perché non hanno i mezzi per poterli assistere; le istituzioni sanitarie e quelle locali non sembrano avere risorse sufficienti, spazi, personale.
Così, sebbene una persona abbia raggiunto un grado di autonomia e consapevolezza che gli renderebbe possibile tornare alla sua vita “normale”, deve rimanere in OPG.

Questo è uno dei motivi per cui, all’inizio di questo articolo ho definito l’O.P.G. una sorta di discarica sociale.
Non solo. Anche le attività trattamentali, intese come l’insieme delle attività ricreative, socializzanti, psicologiche e lavorative, che dovrebbero essere il momento fondamentale dell’internamento, nonostante l’impegno dei volontari, rivestono un ruolo spesso secondario. I finanziamenti stanziati dai governi sono purtroppo insufficienti per organizzare attività, avere materiale etc.
I soldi previsti dalla legge sono pochi anche per provvedere alla sussistenza degli internati: si pensi che per il cibo di un internato la legge prevede un budget giornaliero minore di quello di un carcerato, come se ad un internato, data la sua condizione, bastasse un minor numero di calorie e principi nutritivi.
Se si considera inoltre che la funzione principale dell’OPG dovrebbe essere, oltre che la cura, quella di riabilitare e rieducare gli internati per poterli reinserire nella società “normale”, non si spiega perché in un istituto come quello di Aversa si trovino solo 3 educatori su 330 internati circa.


Ma il fatto a mio avviso più sconvolgente e paradossale è che all’interno di un Ospedale Psichiatrico giudiziario non esista la presenza continua e permanente nell’arco delle 24 ore di uno psichiatra. Gli psichiatri che lavorano presso l’OPG lo fanno spesso come secondo lavoro, nel senso che sottraggono delle ore ai propri studi privati per fare le visite richieste dall’Istituto.
Succede allora in casi estremi quello che è stato descritto durante un incontro con uno psicologo: nei casi in cui si rende necessario, il medico di guardia può decidere che un internato venga immobilizzato con la forza sul letto di contenimento, ma solo lo psichiatra può decidere di farlo slegare. Così, ad esempio, se questo avviene il venerdì, l’internato dovrà aspettare fino al lunedì per essere liberato, allorché ci sarà uno psichiatra che potrà deciderlo.
Tutto ciò è a dir poco vergognoso.

Il letto di contenimento è stato peraltro molto utilizzato fino ad un recente passato, ma probabilmente in molte realtà tutt’oggi si abusa di questo metodo, soprattutto a causa dell’impreparazione del personale che andava ad operare in OPG: gli infermieri, i poliziotti penitenziari, i medici, non seguono dei percorsi formativi specifici per fare questo tipo di lavoro. Vengono in un certo senso “sbattuti” li, senza essere preparati a questo tipo di realtà che non ha niente a che vedere con un “normale” ospedale o un “normale” carcere.
Oggi, ad Aversa, grazie agli sforzi di alcuni, primo fra tutti il direttore dell’OPG A. Ferraro, sono stati messi in atto dei percorsi formativi rivolti al personale infermieristico e alla polizia penitenziaria, grazie ai quali si cerca di limitare l’utilizzo di mezzi coercitivi come quello sopra indicato insegnando tecniche alternative di contenimento; ma ciò non basta.


La rivalutazione della funzione del personale all’interno di questa istituzione, è una questione che non andrebbe sottovalutata soprattutto in ambito politico, come invece succede, ma piuttosto risolta perché è il primo passo per poter realmente costruire un percorso significativo di recupero.
Il primo importante passo per arrivare a questo consiste nel fare in modo che la società si accorga di queste persone, affronti queste problematiche più apertamente (non solo con programmi televisivi in seconda serata) e se ne faccia carico.
E che di conseguenza anche le Istituzioni se ne interessino, che sappiano ascoltare, rispondere a questi bisogni urlati da centinaia di persone e sappiano investire le giuste energie e le adeguate risorse nell’ambito della cura e del recupero, poiché credo sinceramente che laddove la cura non funziona e il recupero non avviene, tutta la società e il suo sistema di giustizia falliscono.

venerdì 16 marzo 2012


Prigioni dell'anima di Antonio Giuliano, 16-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

«La vita non può finire dietro le sbarre. Io non mi arrendo». Don Francesco Guarguaglini è il giovane cappellano di uno dei penitenziari più antichi e conosciuti d’Italia, quello di Porto Azzurro sull’Isola d’Elba. Una fortezza costruita dagli spagnoli nel XVII secolo che in anni recenti ha accolto i criminali più efferati del nostro Paese. Oggi questa casa penale non è esente dai problemi che affliggono il nostro sistema carcerario. Preoccupa in particolare la lista dei detenuti che muoiono nelle carceri italiane. 186 vittime solo nel 2011, di cui 66 sono stati suicidi. Pesa il tasso medio di sovraffollamento che a livello nazionale è pari a circa il 150% (circa 68.000 detenuti in 45.000 posti). E in tutti gli Istituti nei quali si è registrato più di un suicidio nell’anno 2011 il tasso di sovraffollamento risulta essere superiore alla media nazionale (fonte Antigone).

Anche Porto Azzurro scoppia?
Il carcere di Porto Azzurro in questo momento conta circa 400 detenuti di cui circa la metà stranieri (40 sono gli ergastolani). È una situazione che si è aggravata di recente: a gennaio 2011 i reclusi erano ancora 300, mentre il numero degli agenti e operatori è rimasto lo stesso. La popolazione carceraria è composta per lo più di persone povere (pare che il crimine non paghi) e quindi spesso la vita in carcere è ridotta a sopravvivenza. Molti stranieri sono senza riferimenti sul territorio, gli italiani provengono da famiglie che già vivono difficoltà. Ma i problemi sono legati sia all’aumento dei detenuti sia ai tagli degli investimenti. Meno possibilità di lavorare, meno educatori, difficoltà economiche per i detenuti e i loro familiari, aumento dello stress per gli agenti di polizia penitenziaria, e soprattutto difficoltà a pensare e progettare percorsi per il reinserimento dei detenuti a una normale vita sociale.

Come si presenta oggi il penitenziario?
Le celle sono di diverse dimensioni comunque tra i 9 e 12 metri quadrati. Un centinaio, quelle più piccole, sono singole e nelle altre sono in due per cella non di più. Ci sono due aree adibite ai passeggi e un campo di calcio dove escono a turno per due volte al giorno. Una sala hobby dove producono oggetti di artigianato soprattutto in legno e una piccola palestra. La scuola offre corsi dalle elementari alla maturità scientifica e un interessante gruppo teatrale. In questo momento sono chiuse l’officina meccanica e la falegnameria, la biblioteca e la sala musica a causa della mancanza di fondi per pagare i lavoranti. A Porto Azzurro è nato anche il primo giornale redatto e stampato dai detenuti, si chiamava La grande promessa. Purtroppo da diversi anni tutto si è fermato. Coloro che lo avevano iniziato non sono più qui, e mi è parso di capire che si chiuse sempre per mancanza di finanziamenti e adesso il clima di chiusura che si respira non permette di investire in questo campo.

Quali sono le esigenze del carcere visto dal di dentro?
I detenuti mi chiedono di essere ascoltati. Si parla della vita quotidiana e della capacità di non perdere la speranza. Il carcere è ovviamente un ambiente chiuso, ma è chiuso non solo da fuori, lo è anche da dentro. È l’anima che è in prigione in questo sistema carcerario. Il detenuto è spinto a essere diffidente verso tutti (detenuti, poliziotti e istituzioni) e così ci si ritrova più soli che mai. Talvolta anche la famiglia si allontana e quando è presente con l’affetto è una luce che dà prospettive di vita nuova. I più poveri mi chiedono anche aiuti materiali. In carcere sono assicurati i pasti principali, il letto e le medicine per sopravvivere. Il resto te lo paghi (come per esempio zucchero, caffè, schiuma da barba e in tempi di magra come adesso anche carta igienica, detersivi e bagnoschiuma). Chi ha i soldi (pochi) vive, spesso grazie agli sforzi dei familiari. Chi è solo e povero (e sono sempre di più) tira avanti aiutato dalle associazioni di volontariato e se ci sono risorse dall’amministrazione penitenziaria.

Ha senso parlare di indulto o amnistia per ridurre l’affollamento delle carceri?
Credo che la soluzione migliore si trovi a monte, cioè nel ridurre le cause che portano in carcere tante persone. Per esempio tanti reati sono legati alla tossicodipendenza e al disagio economico e sociale ed è evidente che il carcere, per come funziona adesso, non sia una struttura adatta a far cambiare le persone che commettono reati per questi motivi ma semplicemente rimanda “il problema” di qualche anno e tampona mentre l’articolo 27 della costituzione dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.

Il governo ha approvato di recente un decreto, ribattezzato svuota carceri. C’è il rischio che aumentino i problemi della sicurezza?
Non credo. Le leggi sono chiare e danno garanzie perché si tratta solo di facilitare l’accesso alle forme di pena alternative che già esistono e i criteri per accedervi restano gli stessi.

Non pensa che la lentezza della giustizia sia il vero macigno?
Si, credo sia un limite per tutti, sia per i detenuti sia per chi lavora nel carcere. Purtroppo nel nostro sistema burocratico tante pratiche si rallentano perché chi non opera con spirito di umanità può esercitare un grande potere e rallentare l’operato di chi ha buona volontà. A Porto Azzurro c’è penuria di educatori, psicologi e assistenti sociali? Sicuramente qui non manca il lavoro per loro. Ma il bisogno dei detenuti è ben al di là delle risorse che sono assegnate in questo campo perché tutti questi operatori possano svolgere il lavoro in maniera adeguata ed efficace. Ciò spesso è frustrante sia per gli operatori sia per i detenuti. La buona volontà, il rimetterci spesso anche di persona fa andare avanti le cose. Il sistema è bloccato dalla preoccupazione di rendere tutto efficiente economicamente spesso a discapito delle persone.

In che cosa consiste la sua assistenza?
Per quanto riguarda il servizio più strettamente “religioso”, celebriamo la messa la domenica e i giorni di festa, al mattino per il tempo di un’ora. Un piccolo gruppo di detenuti più motivati animano la liturgia e hanno formato un piccolo coro. Sono stabilmente cappellano a Porto Azzurro solo da un anno e in questo tempo l’attività prevalente è il colloquio con i detenuti. Per molti è un occasione per “sfogare” tutto il mondo interiore che ogni uomo si porta dentro. Non avendo io nessun “potere” nei loro confronti forse si sentono più liberi e a loro agio nell’aprirsi. Talvolta si parte da bisogni concreti e materiali che poi diventano occasione di approfondire la conoscenza. Talvolta sono le situazioni più personali o familiari da rivedere o recuperare. Talvolta è la vita spirituale che condividiamo e in questo anno tanto ho imparato da diversi di loro. La mia presenza come quella dei volontari è un ponte o meglio una finestra proiettata sulla realtà esterna, un’occasione per poter pensare ancora alla vita in termini di speranza e di recupero. Non tutto è luce e ci sono anche tante ombre, ma se non si crede nella capacità dell’uomo di redimersi e non si offre una possibilità, certamente le ombre restano.

Perché nonostante tutto rimane ottimista?
Segni positivi ce ne sono tantissimi. Li vedo quotidianamente. Un poliziotto che salva la vita a un detenuto rischiando la sua, un gesto di umanità che è stato riconosciuto e ringraziato da tutti sia poliziotti che detenuti. Oppure l’anno scorso, tra mille difficoltà, un detenuto si è laureato grazie alla collaborazione di associazioni e educatori. È la vita che non si arrende. Sono fiori tra i sassi. Ma per noi è così, è il Regno simile al granello di senape. Occorre ripartire dalla fiducia che in ogni uomo resta sempre l’immagine del suo creatore, anche quando lui stesso non la riconosce, la nega o la offende in sé e negli altri. Non arrendersi, incoraggiare e creare tutte le occasioni possibili che nutrono la vita vera di ogni essere umano: la sua capacità di amare.

venerdì 2 marzo 2012


Avvenire.it, 1 marzo 2012 , I MAESTRI DEL CINEMA - Taviani: nel nostro film il riscatto dei detenuti di Giacomo Vallati

«Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione» Questo commento lo fa un attore diverso da tutti gli altri. S’è inchinato agli applausi, è sceso dal palco, s’è tolto il costume di scena. Ed è rientrato in cella. È uno dei trenta detenuti della sezione Alta Sicurezza del carcere romano di Rebibbia. Assieme a loro ha interpretato il Giulio Cesare di Shakespeare, ed è stato ripreso all’interno del film Cesare deve morire.

Così il suo commento  – autentico, pronunciato dopo una giornata di riprese, e poi divenuto il finale del film – riassume  tutto il senso della pellicola che ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino. «L’arte apre la mente e l’anima. Rende in qualche modo "liberi" – spiega Paolo Taviani (80 anni) – E questo, per trenta uomini condannati a decine d’ anni di galera, se non al "fine pena mai", ha un significato speciale».

Il significato di Cesare deve morire: la «liberazione interiore» – a metà tra documento e fiction – di trenta, autentici carcerati. Trasformati in attori. «Molti di loro non sanno né leggere né scrivere – considera Fabio Cavalli (che nel film, e nella realtà, è stato il regista dello spettacolo, poi ripreso dai Taviani) – E quando scoprono i poeti hanno uno shock. Capiscono di essere dei potenziali artisti; rimpiangono quanto hanno perduto. Ma soprattutto pensano: forse non è ancora finita. Forse abbiamo ancora una chance».

La singolare storia della costruzione di Cesare deve morire (da domani nelle sale) rispecchia la sua affascinante anomalia. «Un giorno una cara amica c’invitò a vedere uno spettacolo nel carcere di Rebibbia – racconta Vittorio Taviani (82 anni) – All’inizio eravamo diffidenti. "Sarà anche buono – pensavamo – ma pur sempre filodrammatico". I detenuti lessero l’Inferno di Dante, "traducendolo" nel loro parlare dialettale. E confrontandolo col proprio inferno personale. Uno di loro disse: "Queste parole voi potete capirle fino a un certo punto. Noi invece le sentiamo tutte, perché le abbiamo vissute". Rimanemmo fulminati».

Così emoziona, e commuove insieme, la rigorosa pellicola in un severo bianco e nero – e solo a tratti in vividi colori – che segue passo passo la creazione dello spettacolo: provini, letture a tavolino, prove in piedi, rappresentazione. E serale, inesorabile rientro in cella. «Lavorare con attori che sono stati anche ladri o assassini, significa evocare esperienze che un comune attore non possiede. Alcuni di loro hanno talento; ma è un talento diverso. Portano inconsapevolmente negli occhi, nella voce, qualcosa che rende i loro personaggi più veri».

Quanto al rapporto umano con loro, i sentimenti dei Taviani sono stati contrastanti. «Girare un film significa condividere la stessa ricerca di verità. E quindi fare amicizia – osserva Paolo – Poi però abbiamo pensato: è giusto compatire questi assassini? Non bisognerebbe compatire le loro vittime?». Aggiunge Vittorio: «Finchè sentimmo che attraverso Shakespeare riuscivamo a tirar fuori da loro emozioni che, in un certo senso, purificavano le loro colpe. Uno di loro ha scritto alla moglie: "Vieni a vedere lo spettacolo. Quando recito mi sembra di potermi perdonare"».

L’Orso d’Orso, per i due anziani maestri, è stato fonte «di grande piacere e stupore». Circa quelli che hanno cercato di salire sul carro del vincitore, Nanni Moretti («L’unico a voler distribuire il film – precisa la produttrice Grazia Volpi – Nessun’altro ci ha creduto») commenta: «Questa è una vittoria dei  fratelli Taviani. Non del cinema italiano». Ma soprattutto degli interpreti. «Noi speriamo che chi vedrà Cesare deve morire capisca che essi – è vero – si sono macchiati di colpe orrende. Ma che sono e restano uomini».

martedì 14 febbraio 2012


MANI PULITE/ Gherardo Colombo: ho smesso di fare il pm per non dover più giudicare - INT. Gherardo Colombo - martedì 14 febbraio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Il 17 febbraio 1992 finì in manette Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Era l’inizio di Tangentopoli. Sulla stampa si fanno bilanci, si contano guadagni e perdite. Nel suo editoriale sul Corriere di domenica scorsa, Ferruccio De Bortoli ha richiamato la contabilità di quella stagione; Piercamillo Davigo lo ha fatto a proposito dell’«azzeramento di cinque partiti», della «cesura netta nelle dinamiche politiche del Paese».
Ma non c’è solo il tema politico. Il governo vuol fare un indulto perché le carceri scoppiano e non ci sono soldi. Ma fuori dalle statistiche e dai bilanci (in rosso) del sistema penitenziario, a dispetto della «stagione che ha cambiato l’Italia», il male, la colpa, esistono ancora.
«Occorre che pur pagando quello che ognuno di noi deve pagare» scriveva, nel 2005, Ilario, dal carcere Due Palazzi di Padova «ciascuno sia aiutato a guardare a una prospettiva». E aggiungeva: «quando ci si rende conto del male fatto, non si vorrebbe più finire di scontare la pena e anche, quando la si è finita di scontare, il dolore che rimane nel cuore è grande».
Gherardo Colombo, ex pm di Mani Pulite, oggi a capo di Garzanti Libri, ha scritto un libro («Il perdono responsabile», ndr) in cui auspica che sia il perdono  – e non la retribuzione, cioè la pena – il fulcro del sistema penale. Si può davvero fare a meno della restrizione, senza cambiare di senso a parole come giustizia, perdono, riparazione? Non sono domande facili. «Ho smesso di fare il pm per non dover giudicare», dice Gherardo Colombo a IlSussidiario.net.

Da dove vengono le sue obiezioni al nostro sistema penale? Dallo stato delle carceri? O da una visione sbagliata della retribuzione?

Credo che il principio della pena come retribuzione contrasti con una società ispirata al rispetto della dignità delle persone, e insieme porti all’obbedienza ma non alla capacità di esercitare la libertà. Non da ultimo, sono convinto che non dia risultati nemmeno sotto il profilo del contenimento della devianza.

Ma qual è il compito della sanzione penale? Posto che essa non può soddisfare adeguatamente il bisogno umano di giustizia, un sistema basato sul perdono non rischierebbe di vanificare del tutto, svuotandolo, questo bisogno?

Credo che la retribuzione, intesa come l’applicare il male a chi ha fatto il male, se c’è una cosa che soddisfa è solo ed esclusivamente il desiderio di vendetta. Che oggi, per fortuna, è considerato in modo unanime un sentimento assolutamente negativo. Questo porta a dire che urge una prospettiva diversa: tutte le volte che esiste una deviazione dal vivere sociale, bisogna fare in modo che questo atteggiamento deviante sia ricomposto, cioè che le persone che commettono un reato coinvolgendo altre persone non lo facciano più in futuro.

E come si fa?
Sicuramente sappiamo che non lo si può fare attraverso il carcere, perché il 68 per cento delle persone che escono dal carcere tornano a delinquere. Questa è la prova più lampante della sua inutilità. Si dirà: qual è l’alternativa? L’alternativa è una strada, non bisogna nasconderselo, molto difficile. Occorre un percorso attraverso il quale le persone che hanno deviato assumano la responsabilità delle loro azioni. Il carcere fa l’opposto, perché è de-responsabilizzante.

La sua non è una posizione semplice.

Mi rendo conto che l’umanità ha vissuto avendo come punto di riferimento per la devianza il principio di retribuzione. E so che è un percorso difficile da capire, come è difficile spogliarsi di queste istanze «di pancia» che ci rendono così difficile ragionare su questo tema.

Non è possibile che la detenzione possa far parte di un percorso attraverso cui il detenuto riflette su di sé, su quello che ha fatto?

Separerei due aspetti. Un aspetto è quello della pericolosità: quando una persona è pericolosa deve essere messa in condizioni di non nuocere: è il lato della prevenzione. Che – a rigore – dovrebbe anche prescindere dall’effettiva commissione di un reato. Se una persona dice: «adesso faccio una strage», non è necessario che prima la compia per essere resa inoffensiva; occorrerebbe farlo prima.

Come facciamo?

Occorre che quella persona stia in un luogo «a parte». Ma stare da un’altra parte non può voler dire perdere tutti i contatti con la famiglia ed essere chiuso in una cella di tre metri per quattro con altre persone che non ha scelto lui; non può voler dire non potersi fare curare dal proprio medico di fiducia; o poter fare la doccia solo quando lo decidono gli altri.

Si tratta però sempre del carcere. O no?

Vede, quello del carcere diviene un aspetto che non possiamo nemmeno più chiamare, appunto,  «detentivo», perché l’uso di questo termine richiama solo ed esclusivamente il carcere come lo conosciamo oggi. Allora la parola risulta fuorviante. Il significato che diamo normalmente alla parola «detenzione» non ci fa capire che cosa intendiamo per una forma di separazione dagli altri funzionale all’acquisizione della responsabilità e al recupero della persona. Un percorso di cui la vittima è parte in causa e non, viceversa, da cui è esclusa, come avviene oggi.

Il cosiddetto «ristabilimento della giustizia» ha a che fare solo con la dimensione soggettiva, o anche con una dimensione oggettiva cioè con un «ordine» che sarebbe stato violato?

Sarei per evitare queste generalizzazioni, che fanno perdere il contatto con i casi concreti; perché questo «ordine sociale» che verrebbe violato è di una astrazione tale che non riusciamo nemmeno più a raccapezzarci. Quando una persona fa un grave torto ad un’altra persona, la cosa che bisognerebbe riuscire a fare è ricomporre la relazione; di chi ha fatto il torto con chi ha subito il torto e con il resto della società.

Lei ha anche ipotizzato soluzioni alternative per attuare questo recupero?

Il mio libro prende in esame moltissimi strumenti di mediazione penale e di giustizia ripartiva adottati in moltissimi paesi, dalla Germania al Belgio, dal Canada all’Australia e alla Nuova Zelanda. Rimando alle riflessioni contenute in quella sede.

Evitiamo dunque le generalizzazioni e rimaniamo al caso concreto. Cosa pensa di un caso recente come quello del padre del carabiniere ucciso da Marino Occhipinti, che giura di non voler perdonare il suo omicida?

Ho smesso di fare il pm per non dover giudicare. Le posso dire che evidentemente si è trattato di una sofferenza immensa, nello stesso tempo, però, mi faccio delle domande, e mi chiedo se la grande sofferenza che questa persona patisce, possa essere lenita in un modo diverso che non sia quello dell’avere la sicurezza che la persona che è stata causa di questa sofferenza soffra a sua volta.

Cosa pensa dell’articolo 27 della nostra Costituzione?

Avrei preferito l’uso di una parola diversa da quella della «pena». Comprendo che storicamente questo non sia stato possibile, ma a mio modo di vedere è un termine che appartiene solo ed esclusivamente al vocabolario della retribuzione e non della giustizia riparativa. Che il trattamento successivo al reato debba consistere in una rieducazione tendente al reinserimento e al recupero della persona, è cosa che assolutamente condivido. Metterei insieme a questi capisaldi anche l’ultimo comma dell’articolo 13.

Nell’attuale regime di restrizione ci sono detenuti che abbracciano forme di recupero basate sul lavoro in carcere. La loro percentuale di recidiva è praticamente azzerata. Che ne pensa?

È la conferma di quanto vado dicendo. Un carcere in cui le persone stanno chiuse in cella per 22 ore al giorno senza fare sostanzialmente nulla, è un carcere che non aiuta il recupero e la socializzazione. Al contrario il lavoro serve moltissimo a recuperare rapporti, a ricostruire significati.

In una recensione al suo lavoro pubblicata su queste pagine si avanzano dubbi sulla praticabilità di un sistema come quello da lei prospettato, «basato esclusivamente sul perdono ed escludente radicalmente la dimensione sanzionatoria della pena e l’idea di espiazione».

Sì, ho letto. Guardi, io penso che la sofferenza possa avere anche una valenza positiva, soltanto però quando si tratta di una sofferenza accettata, accolta dalla persona che soffre. Qui il tema centrale è quello dell’imposizione: e l’imposizione, secondo me, porta sempre con sé una dose troppo forte di negatività.

(Federico Ferraù)


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