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venerdì 11 novembre 2011


Volontariato non può essere umanitarismo di Massimo Introvigne, 11-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

L'11 novembre Benedetto XVI ha ricevuto in Vaticano i partecipanti all’Incontro dei volontari cattolici dei Paesi Europei, promosso dal Pontificio Consiglio «Cor Unum» in occasione dell’Anno Europeo del Volontariato 2011.

In un mondo «segnato dalla crisi e dall'incertezza», ha detto il Papa, il ruolo del volontariato diventa ancora più importante. Persone colpite dalla crisi e tentate dalla disperazione vedono nella disponibilità dei volontari la prova che «la bontà esiste e sta persino crescendo in mezzo a noi».
Ma è molto importante, ha aggiunto il Papa, sottolineare sempre che il volontariato cattolico non è una semplice espressione di umanitarismo. È «bene fatto nel nome di Gesù Cristo». «Per i cristiani il volontariato non è una semplice espressione di buona volontà. È fondato su un'esperienza personale di Gesù Cristo».

Ci sono precise ragioni teologiche che fondano questa visione del volontariato cattolico. Il volontariato prosegue nella storia il servizio di Cristo, che «fu il primo a servire l'umanità». Risponde all'essenza stessa dell'amore di Dio - il Pontefice ha ricordato il titolo della sua prima enciclica, «Deus Caritas est» - che «ci sfida e ci libera». E nell'Eucarestia dalla «dimensione verticale» del dono divino discende la «dimensione orizzontale» del servizio gratuito alla persona.

La retta ragione ci permette già di scoprire, attraverso una corretta antropologia della persona , che in ciascuno vive naturalmente «un umano desiderio di solidarietà e una vocazione fondamentale all'amore». La grazia di Dio «perfeziona, rafforza ed eleva questa vocazione e ci rende capace di servire senza premio, soddisfazione o ricompensa».  Il mondo ha un disperato bisogno, consapevole o inconsapevole, dell'amore di Dio, mentre si diffondono «povertà, solitudine, emarginazione e ignoranza». Nel volontario cattolico deve diventare possibile incontrare l'amore di Dio e sperimentarlo come visibile. «Naturalmente i volontari cattolici non possono rispondere a tutte le necessità, ma questo non deve scoraggiarci».

L'essenziale, ha ripetuto il Papa, è che non scambiamo il volontariato cattolico per quello che non è. «Non dobbiamo lasciarci sedurre da ideologie che pretendono di cambiare il mondo sulla base di una visione puramente umana». Se perde le sue caratteristiche specifiche di «segno della presenza di Cristo» nel mondo, il volontariato stesso diventa un'ideologia. Né le leggi e le autorità degli Stati, ponendo condizioni inaccettabili, possono chiedere al volontariato cattolico di tradire se stesso. Alludendo ai delicati casi in cui a organizzazioni caritative cattoliche è stato chiesto o anche imposto di partecipare a programmi che comprendono l'aborto o la distribuzione di anticoncezionali, il Papa ha affermato che «è dovere delle autorità pubbliche riconoscere e apprezzare questo contributo [del volontariato cattolico] senza distorcerlo».

Ricordando la memoria liturgica di San Martino di Tours e l'episodio del mantello del santo donato al povero, Benedetto XVI ha messo in guardia contro ogni interpretazione puramente umanitaria anche di questo gesto, che nasce piuttosto dalle specifiche «radici spirituali» dell'amore di Gesù Cristo. «Se queste radici spirituali sono negate o oscurate e il criterio della collaborazione diventa puramente utilitaristico quello che è maggiormente distintivo del servizio che fornite rischia di andare perduto, e questo danneggia la società nel suo insieme». La società infatti, che lo sappia o no, ha bisogno di amore.  I giovani, in particolare, «vogliono amare ed essere amati». Ma un amore puramente umano non soddisfa in radice questo bisogno. Solo l'amore di Cristo rende felici e salva.

QUALE RAPPORTO TRA VERITÀ E PRATICA DELLA CARITÀ? - Impegno sociale e Dottrina Sociale di Monsignor Giampaolo Crepaldi*

ZI11111007 - 10/11/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-28620?l=italian

ROMA, giovedì, 10 novembre 2011 (ZENIT.org) - Vorrei richiamare l’attenzione su un aspetto molto importante della conoscenza e dell’utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa e circa l’impegno sociale e politico dei cattolici. Mi riferisco alla scarsa consapevolezza della dimensione sociale dei dogmi della dottrina cristiana. Credo che molti cattolici seriamente impegnati nella loro comunità siano certamente in grado di dire perché la Dottrina sociale della Chiesa consideri più importante la persona del lavoratore che il prodotto del lavoro, ma forse non siano altrettanto in grado di dire perché il dogma della Santissima Trinità sia di fondamentale importanza anche per la costruzione della città terrena, oltre che per quella celeste.
Il nostro Osservatorio è già intervenuto su questi aspetti, che reputiamo fondamentali. Per esempio, in passato abbiamo scritto sulla importanza dei documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede in ordine a un corretto utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa. Io stesso sono intervenuto con una Nota, pubblicata sia nel nostro sito che nel “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, su “La Dottrina sociale della Chiesa nel contesto della Dottrina cristiana”. All’interno degli annuali Rapporti sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo pubblicati dal nostro Osservatorio, l’analisi del magistero di Benedetto XVI verte sempre anche su questi temi dottrinali, ritenendoli fondamentali per impostare correttamente la questione sociale. Sarebbe una grave amputazione della Dottrina sociale della Chiesa dimenticare questi fondamenti dogmatici e proiettarsi direttamente nelle cosiddette “cose da fare”. Eppure, forse, proprio questo avviene, anche nelle scuole e nei momenti formativi alla Dottrina sociale della Chiesa.
Questa attenzione agli aspetti dogmatici e dottrinali e alle loro conseguenze sociali, è anche molto importante nel discernimento nei confronti delle altre religioni. Se essi sono messi da parte e trascurati, allora finisce che anche il cattolico creda che tutte le religioni siano ugualmente capaci di portare l’umanizzazione, la giustizia, la pace, il rispetto della persona e di fondare una sana convivenza sociale. Se credere in un Dio che è in Tre Persone è uguale che credere in un Dio che non lo è, allora non fa differenza per la costruzione della società essere cristiani o di altre religioni monoteiste.
A titolo di esempio, vorrei fare qui il caso appunto del dogma della Trinità, ossia nel fatto che il cattolico crede in un Dio che è una sola sostanza in tre persone e del Monoteismo, ossia nella fede in un solo Dio.
Se seguiamo le riflessioni di Joseph Ratzinger, osserviamo che la Trinità ci dice che originaria è non solo l’unità ma anche la molteplicità; che una persona come unità singola non esiste perché è sempre qualcosa di rivolto-a; che esiste, oltre a quello della sostanza, il piano della relazione, che è da considerarsi un vero e proprio piano dell’essere. Siccome la persona è fatta ad immagine di Dio, anche la persona vive insieme di questa unità e molteplicità, originariamente e contemporaneamente. Questo aspetto dogmatico e dottrinale della fede cristiana ci dice quindi che non succede che noi prima siamo quello che siamo e poi ci relazioniamo con gli altri comunitariamente. La realtà è che il nostro essere individuale è già di per sé aperto alla comunione, è già una relazione dentro se stesso e con gli altri.
Ora, pensiamo alla società e chiediamoci: la socievolezza relazionale tra le persone risulta maggiormente rafforzata da una religione simile o da una religione in cui Dio è solo unità e non molteplicità? Direi che la risposta è piuttosto evidente. Una società ha maggiori possibilità di essere coesa e solidale partendo da quella concezione religiosa che non da quest’altra.
Un Dio che sia anche Trinitario non è per ciò meno Uno, anzi è più Uno, perché qui trattasi della unità dello Spirito, che è assolutamente più profonda proprio perché tale. Due sposi, anche se lontani fisicamente tra loro, sono infinitamente più uniti di due sassi vicini l’uno all’altro. Nella comunione spirituale è possibile unirsi all’altro senza rinunciare ad essere se stesso, anzi diventando maggiormente se stesso nel mentre ci si unisce all’altro. Queste semplici osservazioni prese dalla nostra esperienza quotidiana ci fanno capire che un Dio in Tre Persone è più Uno e fornisce alla società un esempio di intima e profonda unità relazionale che la società, ai suoi livelli infinitamente inferiori, sperimenta nel matrimonio, nella famiglia, nella comunione di un gruppo, di una nazione e nella intera comunità universale vista come una sola famiglia.
Il monoteismo in quanto tale ha portato grandi benefici alla società, ma non tutti i monoteismi sono uguali. Il monoteismo trinitario è in grado di portare ancora maggiori benefici.
Non è il caso qui di esaminare altri dogmi della religione cattolica, basti questo esempio. L’Incarnazione, l’Epifania, la Morte in Croce, la Resurrezione, la Pentecoste, la Vita eterna, il Giudizio … sono aspetti dogmatici e dottrinali che rivestono una importanza fondamentale per l’organizzazione di questo mondo e per la Dottrina sociale della Chiesa. Aprire un posto per Dio nel mondo, come dice Benedetto XVI, richiede di evitare di trascurare questo fondamentale legame tra aspetti dogmatici e costruzione della città terrena. In altre parole non andrebbe dimenticato, anzi andrebbe studiato ed approfondito il primo capitolo del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa.
*Arcivescovo di Trieste

martedì 1 novembre 2011


Ospedali monastici: la cura nasce dalla fede di Francesco Agnoli, 01-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

L’ospitalità monastica, per secoli la più organizzata ed influente, fu promossa soprattutto da Basilio, in Oriente, da Cassiodoro (ca. 485-580) e da san Benedetto da Norcia (480-547), in Occidente.
Di San Basilio (329-379) si è già ricordato che fu il fondatore del primo e più grande ospedale in Oriente. In esso trovavano rifugio poveri, lebbrosi, bambini abbandonati…

Basilio non era solo un uomo di religione, né solo di carità. Seguace di un Dio Logos, cioè Ragione, e Caritas, cioè Amore, univa alla pratica dell’assistenza un forte interesse “laico”, speculativo, per la medicina. “Non è certo che nelle istituzioni monastiche basiliane fosse compresa in modo sistematico anche la Medicina, però ci sono chiare testimonianze di quanto questa attività fosse presa in considerazione”. Basilio, i cui monasteri si diffondono anche in Italia meridionale,  si avvaleva dell’aiuto dei monaci, ma anche di infermieri laici, detti “parabolani”, regolarmente pagati, che “assolvevano l’incarico di raccogliere malati per le strade della città o nelle contrade di campagna e di portarli negli ospedali a dorso di mulo o, più spesso, sulle proprie spalle” .

Se ci spostiamo in Occidente, troviamo la figura gigantesca di Cassiodoro, che nel suo monastero di Squillace, in Calabria, “non solo raccomandava lo studio della Medicina, ma si era assunto l’incarico di insegnare in prima persona”, e soprattutto si dedicò a raccogliere 235 volumi di medicina scritti in greco e tradotti in latino dai suoi monaci.

In un’epoca in cui quasi nessun laico, né alcuna autorità politica pensava minimamente alla medicina, Cassiodoro contribuì a salvare un patrimonio di secoli che altrimenti sarebbe andato perduto.

Egli invitava i suoi monaci a leggere Ippocrate e Galeno, e nello stesso tempo raccomandava di mettere le loro conoscenze al servizio dei fratelli: “Ma a voi mi rivolgo, egregi fratelli, che trattate con diligente curiosità la sanità del corpo umano e rifugiandovi nei luoghi sacri eseguite una beata pietà: tristi per l’altrui sofferenze, mesti per gli altrui pericoli, trafitti dal dolore di quelli che intraprendete a curare e sempre, nelle sventure altrui, oppressi dal proprio affanno, servite con cuore sincero coloro che languiscono, come conviene alla perizia dell’arte vostra…” .

Quanto a San Benedetto, patrono d’Europa, al capitolo XXXVI della sua regola invitava i suoi monaci a “prendersi cura prima di tutto e sopra tutto dei malati. Bisogna servirli come fossero Cristo stesso, che veramente è in essi e che in essi viene veramente servito. Perché Egli ha detto: ‘ ciò che avrete fatto al più piccolo di costoro, lo avrete fatto a me’ ”.  Questa cura fu praticata, inizialmente, all’interno del monastero, ma successivamente il “monaco infirmario uscì dalle mura conventuali per recarsi a curare malati nel loro domicilio…” . Ovviamente, la cura benedettina e monastica in generale, univa la somministrazione di farmaci, di salassi, di clisteri, di decotti, di massaggi, di elisir, di pomate, di cataplasmi, empiastri, e toccasana di vario tipo, con preghiere, benedizioni, imposizione delle mani… Non perché vi fosse una strana confusione, come è tipico del mondo antico, tra religione e medicina, ma al contrario, per una chiara conoscenza, per quanto l’epoca lo permettesse, dell’uomo, che è anima e corpo. Infatti si può dire tranquillamente che i monaci aromatari e i frati speziali dei conventi, che nelle loro spezierie preparavano infusi e medicamenta vari, raccoglievano, lavoravano e descrivevano le erbe, sono stati i “primi protagonisti di una attività farmaceutica posta istituzionalmente al servizio del malato e della comunità” .

Nei monasteri, come si è detto, la spinta verso l’aiuto ai fratelli nasceva dalla fede, dall’identificazione del povero e del malato (pauper infirmus) - non vi era una chiara differenza tra i due, anche perché la povertà era spesso, a quei tempi, causa di debilitazione e di malattia-  con Cristo sofferente; ma questa spinta conviveva con una grande apertura verso la scienza e le sue regole in quanto tale, come è dimostrato dal fatto che tutti i testi medici dell’antichità sono stati conservati proprio dagli archivi monacali.

Cassiodoro, Basilio, Benedetto, non condannavano la medicina antica, in quanto pagana, ma la valutavano, al contrario, per i suoi meriti oggettivi, che nulla avevano a che vedere con la religione di chi li aveva scritti.

Scrive Giuseppe Penso: “Questi centri medici monastici non furono soltanto ricoveri ospedalieri, ma centri di insegnamento dove accorrevano i giovani desiderosi di apprendere le nozioni mediche dei manoscritti greci e latini, gelosamente conservati in quelle abbazie, e dove accorrevano, da tutta Europa, malati per farsi curare” .

A Chartres, a Cluny, a san Gallo, a Montecassino, Roma, Farfa e a Fossanova, dove i monaci curavano i malarici, a causa delle paludi, si studiava la medicina antica e si gettavano le basi per una medicina futura, non legata alle superstizioni popolari.

“Così, dal VI secolo al X secolo, i monaci italiani e molti chierici insegnavano la Medicina ed esercitavano tanto la medicina insegnata quanto quella praticata, appresa dai libri greci e latini, distinguendola però dalla Medicina soprannaturale e dalle pratiche religiose. Essi studiavano la Medicina come scienza. Il rispetto che avevano per le esigenze proprie di questa scienza li portava a concepire le due attività come ben distinte: l’esercizio clinico della Medicina andava conseguito con mezzi naturali e in base a cognizioni scientifiche, le pratiche religiose andavano sostenute dalla fede nel potere divino e dalla speranza nella grazia della provvidenza” .
Era dunque riconosciuta allo studio della Medicina, una sua “autonomia”, senza però che l’attività caritatevole si limitasse alla cura del corpo.

Per questo il già citato Cassiodoro raccomandava ai suoi monaci: “Imparate quindi la natura delle erbe… ma non riponete l’unica speranza nelle erbe, non ricercate salvezza soltanto negli umani consigli”, mentre Gerberto, successore di Benedetto, dimostrando una notevole comprensione della distinzione tra medicina e religione, affermava: “Nell’esercizio delle cose mediche non vale far uso della mia autorità di abate”.

Si produsse così “tra vita religiosa e attività medica un innesto quasi naturale, come se la medicina avesse finalmente trovato nella chiesa il sostegno che andava cercando”. Anche perché l’istituzione religiosa metteva “a disposizione i suoi mezzi (gli scriptoria, i monasteri, gli ospedali, ndr) per il sostegno di iniziative scientifiche”, destinate quindi ad una espansione che l’Antichità non avrebbe mai potuto raggiungere .

“Nel IX secolo, scrive Giorgio Cosmacini, l’organizzazione sanitaria di ogni grande monastero non era molto diversa da quella vigente intorno all’anno 820 nel convento di san Gallo: un infirmarium, o ‘infermeria’, con un cubiculum valde infirmorum, o ‘sala di degenza per malati gravi’, e con un giardino di piante medicinali, un locale per clisteri e salassi e un altro locale dotato di armarium”, cioè di un armadio di libri e spesso anche un armarium pigmentorum, cioè un armadio di medicinali” . In più, spesso, la presenza di una balnearum domus, per i bagni, e di una domus medicorum, riservata ai medici.

Non estranea a questa storia monastica fu la prima Schola medica medievale, la celeberrima Schola di Salerno (che a volte viene presentata, un po’ impropriamente, come la prima università). Scrive  G. B. Scarano: “non è da escludere che alla nascita di questa scuola abbia influito l’indirizzo di studi e di pratica della vicina abbazia di Montecassino; è accertato che già nel VI secolo esisteva a Salerno un chiostro benedettino con annesso ospizio-ospedale e che a Salerno comparvero, nei secoli seguenti, numerosi monasteri forniti di locali per il ricovero e l’assistenza di malati e pellegrini, fenomeno questo presente, del resto, in tutte le regioni d’Italia” .
Nei monasteri benedetti, inoltre, si praticava in generale un’ ospitalità a 360 gradi. Infatti il monaco, divenuto volontariamente “povero di Cristo”, doveva avere un occhio di riguardo verso i poveri involontari (pauperes inviti, ma anch’essi pauperes Christi) e solitamente si dedicava loro la decima parte dei redditi del monastero, delle elemosine e dei donativi, oltre a ciò che rimaneva dai frequenti digiuni, imposti dalla regola per insegnare ai monaci l’autocontrollo, la partecipazione alla Passione di Cristo, l’attenzione verso i bisognosi. Per secoli i poveri giungevano alla porta dei monasteri per cercarvi un “asilo di pace”, aiuto e cibo.

“La liturgia dell’ospitalità”, scrive il grande storico della povertà Michel Mollat, cominciava “alla porta del monastero”: qui il cellario o il padre portinaio, spesso scelto per le sue virtù, doveva distinguere tra le varie categorie di mendicanti, e dar vita al cerimoniale di accoglienza. All’ospite si lavavano e si baciavano i piedi (mandatum), come aveva fatto Cristo con i discepoli insegnando loro a “servire” e non ad “essere serviti”, e poi si offriva da mangiare, in foresteria, se malato, o nell’hospitale pauperum. Venivano forniti viveri anche a coloro che si rimettevano in viaggio,  e soprattutto a coloro che si presentavano di giorno in giorno alla porta (pauperes supervenientibus). “Sono ben note le razioni date a Corbie: pane, birra, qualche volta vino, legumi, formaggio, lardo e talvolta anche carne. Si distribuiscono anche scarpe e vestiti usati dai monaci, coperte, legna per scaldarsi e per cuocere i cibi, utensili di uso comune. Qualche volta, a partire dal secolo IX, si dona anche denaro”. Inoltre i monasteri organizzavano periodiche distribuzioni, in occasione di festività come Natale, Pasqua, Ognissanti, e la visita settimanale ai poveri ammalati nelle loro case.

L’abate Smaragdo di Verdun, nel suo “Commento alla regola di san Benedetto”, invitava i suoi monaci alle opere di misericordia, esortandoli a visitare gli infermi, a ricercare i poveri nel timore che dormissero all’aperto, ad accogliere quelli di essi che bussavano alla porta del convento, confortandoli (recreare pauperes) con gioia (libente animo) e allegria (cum hilaritate): tra i poveri in particolare raccomandava i fanciulli (infantes) e i vecchi, tra i quali annoverava anche i deboli di mente .

lunedì 24 ottobre 2011


Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa -  Nel solco della “Caritas in veritate” – Prefazione di Mons. Crepaldi al nuovo libro della collana dell’osservatorio - Newsletter n.372 | 2011-10-24, , http://www.vanthuanobservatory.org/

Questo libro si inoltra in un terreno per molti versi nuovo, quello del “metaprofit”. Nuovo, a quanto mi consta, anche nel nome. Per comprendere il significato di questa ricerca è necessario ritornare ad un passo della “Caritas in veritate” di Benedetto XVI. Come è noto, l’enciclica affronta numerose problematiche emergenti e, tra queste, anche la progressiva erosione dei confini tra profit e non profit (o not for profit come qualcuno preferisce dire) da parte di nuove realtà economico-imprenditoriali.. Ecco il passo in questione: «Considerando le tematiche relative al rapporto tra impresa ed etica, nonché l'evoluzione che il sistema produttivo sta compiendo, sembra che la distinzione finora invalsa tra imprese finalizzate al profitto (profit) e organizzazioni non finalizzate al profitto (non profit) non sia più in grado di dar conto completo della realtà, né di orientare efficacemente il futuro. In questi ultimi decenni è andata emergendo un'ampia area intermedia tra le due tipologie di imprese. Essa è costituita da imprese tradizionali, che però sottoscrivono dei patti di aiuto ai Paesi arretrati; da fondazioni che sono espressione di singole imprese; da gruppi di imprese aventi scopi di utilità sociale; dal variegato mondo dei soggetti della cosiddetta economia civile e di comunione. Non si tratta solo di un « terzo settore », ma di una nuova ampia realtà composita, che coinvolge il privato e il pubblico e che non esclude il profitto, ma lo considera strumento per realizzare finalità umane e sociali. Il fatto che queste imprese distribuiscano o meno gli utili oppure che assumano l'una o l'altra delle configurazioni previste dalle norme giuridiche diventa secondario rispetto alla loro disponibilità a concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e della società. È auspicabile che queste nuove forme di impresa trovino in tutti i Paesi anche adeguata configurazione giuridica e fiscale. Esse, senza nulla togliere all'importanza e all'utilità economica e sociale delle forme tradizionali di impresa, fanno evolvere il sistema verso una più chiara e compiuta assunzione dei doveri da parte dei soggetti economici. Non solo. È la stessa pluralità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo» (n. 46).

Benedetto XVI nota nella realtà economica l’emergere di molte situazioni imprenditoriali che debordano sia dal profit che dal non profit. Non che si tratti di realtà economiche ed imprenditoriali che si collocano in una zona di confine ove profit e non profit si sovrappongano tra loro mescolandosi,  si tratta piuttosto di realtà nuove, non configurabili nelle due precedenti categorie e nemmeno in mix di varie gradazioni.  Dopo aver constatato la nascita di questo nuovo mondo economico ed avere fatto anche delle esemplificazioni, il Papa chiede agli studiosi di approfondire il fenomeno per fornire alla politica e ai legislatori gli strumenti per disciplinarlo dal punto di vista giuridico e fiscale.

Si noti che Benedetto XVI afferma espressamente che non si tratta di “Terzo settore”, volendo così superare definitivamente la concezione “residuale” del non profit e forse anche l’articolazione triangolare di sinergia tra mercato, società civile e Stato prospettata da Giovanni Paolo II nella “Centesimus annus”. Quest’ultimo parlava della «società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione» che «non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato». Il “metaprofit” non è quindi solo il “Terzo settore” e la giustapposizione delle tre dimensioni non rende conto della realtà.

La proposta di Benedetto XVI si radica nell’impianto generale della “Caritas in veritate” che, come ho cercato di mostrare in una Introduzione alla stessa[1], consiste nella proposta della priorità del dono – il ricevere, appunto – su quanto è prodotto da noi. Il dono, per il Pontefice, appartiene per statuto all’attività economica e non solo per concessione.

Questo libro, opera di due giovani professori di economia aziendale, si inoltra proprio nel terreno del “meta profit” indicato da Benedetto XVI e assume l’invito del Papa ad approfondirne la conoscenza. La parola “metaprofit”, nata nell’ambito dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, è adeguatamente espressiva di questa nuova realtà e di questo nuovo impegno. Il prefisso “meta”, infatti, significa sia “oltre” che “attraverso”. Indica che il profitto deve tendere a qualcosa che sta oltre se stesso verso cui ha una funzione strumentale. Si tratta di una nuova applicazione della convinzione profonda della Dottrina sociale della Chiesa secondo cui il perseguimento del trascendente permette anche di ottenere i risultati immanenti.

Quest’pera è espressione dell’attività di ricerca del nostro Osservatorio, nella doppia fedeltà alla Dottrina sociale della Chiesa e alla verità delle discipline in un’ottica di disciplinarietà ordinata[2].

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi
Arcivescovo-vescovo di Trieste
Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân

[1] G. Crepaldi, Introduzione a Benedetto XVI, Lettera enciclica “Caritas in veritate”, Cantagalli, Siena 2009, specialmente le pagine 19-24: “Il ricever precede il fare”.

[2] G. Crepaldi e S. Fontana, La dimensione interdisciplinare della Dottrina sociale della Chiesa, Cantagalli, Siena 2006.

lunedì 10 ottobre 2011


«Solo la santità cambia il mondo» di Massimo Introvigne, 10-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Per la prima volta Benedetto XVI si è recato in Calabria, domenica 9 ottobre, visitando Lamezia Terme e la Certosa di Serra San Bruno. Il tema centrale del suo viaggio è stato il tempo: il mondo postmoderno che non ha più tempo per Dio e la testimonianza dei cristiani, dei santi, dei monaci che richiamano a impostare diversamente il rapporto con il tempo.

A Lamezia, il Papa ha celebrato la Messa nella zona industriale ex-Sir, commentando la parabola, tratta dal Vangelo della domenica, del banchetto di nozze cui molti sono invitati, ma non tutti accettano l'invito né a tutti è poi chiesto di rimanere. Anche la prima lettura, tratta dal libro di Isaia, prepara questo tema - ha detto il Pontefice -  perché parla del banchetto di Dio. È un’immagine - quella del banchetto - usata spesso nelle Scritture per indicare la gioia nella comunione e nell’abbondanza dei doni del Signore, e lascia intuire qualcosa della festa di Dio con l’umanità. Così la descrive Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande... di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Is 25,6).

Le immagini della Bibbia non sono mai casuali, e anche quella del banchetto così ricorrente nella Scrittura ha un significato profondo. In Isaia indica «che l’intenzione di Dio è di porre fine alla tristezza e alla vergogna; vuole che tutti gli uomini vivano felici nell’amore verso di Lui e nella comunione reciproca; il suo progetto allora è di eliminare la morte per sempre, di asciugare le lacrime su ogni volto, di far scomparire la condizione disonorevole del suo popolo, come abbiamo ascoltato (vv. 7-8)». Quando il popolo ebraico comprende l'immagine del banchetto, cioè la misericordia infinita di Dio, sorge un grido di «profonda gratitudine e speranza»:  «Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza» (v. 9).

Ma il progetto di Dio, se veramente deve comprendere la vittoria sulla morte, può trovare compimento solo in Gesù Cristo. Ora, «Gesù nel Vangelo ci parla della risposta che viene data all’invito di Dio - rappresentato da un re - a partecipare a questo suo banchetto (cfr Mt 22,1-14)». Tutto sembrerebbe dunque concludersi per il meglio. Ma, sorprendentemente, presso gli invitati «avviene qualcosa di inaspettato: si rifiutano di partecipare alla festa, hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano di disprezzare l’invito».

Non dobbiamo rischiare, ha detto il Papa, di lasciarci sfuggire l'importanza di questa descrizione paradossale, che è figura dell'intera condizione umana. «Dio è generoso verso di noi, ci offre la sua amicizia, i suoi doni, la sua gioia, ma spesso noi non accogliamo le sue parole, mostriamo più interesse per altre cose, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi». Alcuni rispondono che non hanno tempo per Dio, talora esprimendosi nella frenesia del loro rapporto distorto con il tempo perfino in maniera aggressiva e violenta.
Dunque, nella parabola inaspettatamente «l'invito del re incontra addirittura reazioni ostili, aggressive. Ma ciò non frena la sua generosità. Egli non si scoraggia, e manda i suoi servi ad invitare molte altre persone. Il rifiuto dei primi invitati ha come effetto l’estensione dell’invito a tutti, anche ai più poveri, abbandonati e diseredati. I servi radunano tutti quelli che trovano, e la sala si riempie: la bontà del re non ha confini e a tutti è data la possibilità di rispondere alla sua chiamata».

Nel recente viaggio in Germania Benedetto XVI aveva messo in guardia contro un certo buonismo contemporaneo, il quale pensa che, comunque vada, alla fine Dio non darà molta importanza ai nostri peccati, che non sono poi così gravi. Anche a Lamezia mette in guardia contro una possibile interpretazione buonista della parabola. È vero, tutti sono invitati a entrare dal re, ma «c’è una condizione per restare a questo banchetto di nozze: indossare l’abito nuziale. Ed entrando nella sala, il re scorge qualcuno che non l’ha voluto indossare e, per questa ragione, viene escluso dalla festa».

Anche questo è un passaggio importante della parabola, che non dobbiamo trascurare: «come mai questo commensale ha accettato l’invito del re, è entrato nella sala del banchetto, gli è stata aperta la porta, ma non ha messo l’abito nuziale?». Ma, anzitutto, «cos'è quest’abito nuziale? Nella Messa in Coena Domini di quest’anno - ricorda il Papa - ho fatto riferimento a un bel commento di san Gregorio Magno [540 ca.-604] a questa parabola. Egli spiega che quel commensale ha risposto all’invito di Dio a partecipare al suo banchetto, ha, in un certo modo, la fede che gli ha aperto la porta della sala, ma gli manca qualcosa di essenziale: la veste nuziale, che è la carità, l’amore. E san Gregorio aggiunge: “Ognuno di voi, dunque, che nella Chiesa ha fede in Dio ha già preso parte al banchetto di nozze, ma non può dire di avere la veste nuziale se non custodisce la grazia della Carità” (Homilia 38,9: PL 76,1287)».

E san Gregorio dice qualcosa di più, aggiunge che  «questa veste è intessuta simbolicamente di due legni, uno in alto e l’altro in basso: l’amore di Dio e l’amore del prossimo (cfr ibid.,10: PL 76,1288)». Dunque, sì, «tutti noi siamo invitati ad essere commensali del Signore, ad entrare con la fede al suo banchetto», ma  c'è una condizione per essere ammessi a restarci: «dobbiamo indossare e custodire l’abito nuziale, la carità, vivere un profondo amore a Dio e al prossimo», trovare davvero e sempre tempo per Dio.

Queste osservazioni, ha proseguito il Papa, potrebbero sembrare riferite solo alla vita spirituale, ma non è così. Dicono anche qualcosa di specifico, come a ogni situazione perché a tutte parla il Vangelo, alla Calabria, «una terra sismica non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza». «All’emergenza - ricorda il Papa - voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio».

E tuttavia qualche volta il pessimismo sembra prendere il sopravvento: sembra davvero che non ci sia più nulla da fare. Ma non è mai veramente così. «Non cedete mai - ha detto il Pontefice - alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione».

I sacerdoti, anche qui riprendendo spunti del viaggio in Germania, sono stati invitati a «radicare sempre più la vostra vita spirituale nel Vangelo, coltivando la vita interiore, un intenso rapporto con Dio e distaccandovi con decisione da una certa mentalità consumistica e mondana, che è una tentazione ricorrente nella realtà in cui viviamo».

Ai laici il Papa ha raccomandato lo studio della dottrina sociale della Chiesa e un impegno che non abbia «paura di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana! Avete tutti i motivi per mostrarvi forti, fiduciosi e coraggiosi, e questo grazie alla luce della fede e alla forza della carità. E quando doveste incontrare l’opposizione del mondo, fate vostre le parole dell’Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13)».
«Così - ha aggiunto il Pontefice -  si sono comportati i Santi e le Sante, fioriti, nel corso dei secoli, in tutta la Calabria». E all'Angelus a Lamezia ha aggiunto che «la fede dei Santi rinnova il mondo», così avviandosi al pellegrinaggio alla Certosa di San Bruno.

Alla rivendicazione del ruolo dei santi si è aggiunto, nell'incontro con la popolazione a Serra San Bruno, il fortissimo accento sul ruolo dei monasteri - che fu già tema centrale del viaggio in Francia nel 2008 - non solo come parte fondamentale delle radici cristiane dell'Europa ma per il compito che svolgono oggi. «I monasteri - ha detto Benedetto XVI -  hanno nel mondo una funzione molto preziosa, direi indispensabile. Se nel medioevo essi sono stati centri di bonifica dei territori paludosi, oggi servono a “bonificare” l’ambiente in un altro senso: a volte, infatti, il clima che si respira nelle nostre società non è salubre, è inquinato da una mentalità che non è cristiana, e nemmeno umana, perché dominata dagli interessi economici, preoccupata soltanto delle cose terrene e carente di una dimensione spirituale. In questo clima non solo si emargina Dio, ma anche il prossimo, e non ci si impegna per il bene comune». Per contrasto, «il monastero invece è modello di una società che pone al centro Dio e la relazione fraterna. Ne abbiamo tanto bisogno anche nel nostro tempo».

Un monastero certosino come quello di Serra San Bruno, ha detto il Papa in occasione dei Vespri con i monaci, nell'ambito del più vasto movimento monastico europeo ha una sua specificità. Certo, «ogni monastero – maschile o femminile – è un’oasi in cui, con la preghiera e la meditazione, si scava incessantemente il pozzo profondo dal quale attingere l’“acqua viva” per la nostra sete più profonda. Ma la Certosa è un’oasi speciale, dove il silenzio e la solitudine sono custoditi con particolare cura, secondo la forma di vita iniziata da san Bruno  [nato a Colonia nel 1030 e morto nel 1101 proprio a Serra San Bruno] e rimasta immutata nel corso dei secoli.  “Abito nel deserto con dei fratelli”, è la frase sintetica che scriveva il vostro Fondatore (Lettera a Rodolfo, 4)».

La visita pontificia si pone «in continuità con alcuni segni di forte comunione tra la Sede Apostolica e l’Ordine Certosino», che il Pontefice ha elencato e che testimoniano «un legame profondo che esiste tra Pietro e Bruno, tra il servizio pastorale all’unità della Chiesa e la vocazione contemplativa nella Chiesa».  Non solo quella dei certosini è la storia di una speciale fedeltà ai Papi, ma lo stesso ministero dei Pontefici «trae dalle comunità contemplative una linfa spirituale che viene da Dio».
La Certosa di Serra San Bruno è nota a molti anche perché lì visse dom François de Sales Pollien (1853-1936), autore di opere famose anche in Italia come «Cristianesimo vissuto», nutrite di spiritualità certosina ma molto adatte ai laici moderni. Senza citare alcuno in particolare fra i molti autori spirituali certosini, il Papa ha così sintetizzato la spiritualità del loro Ordine:
«“Fugitiva relinquere et aeterna captare”: abbandonare le realtà fuggevoli e cercare di afferrare l’eterno. In questa espressione della lettera che il vostro Fondatore indirizzò al Prevosto di Reims, Rodolfo, è racchiuso il nucleo della vostra spiritualità (cfr Lettera a Rodolfo, 13): il forte desiderio di entrare in unione di vita con Dio, abbandonando tutto il resto, tutto ciò che impedisce questa comunione e lasciandosi afferrare dall’immenso amore di Dio per vivere solo di questo amore».

I certosini così hanno davvero «trovato il tesoro nascosto, la perla di grande valore (cfr Mt 13,44-46)». Sbaglierebbe di grosso, ha detto Benedetto XVI, chi pensasse che la lezione del modo di vita certosino non sia più attuale oggi. Al contrario, lo è più ancora che nel passato. «Il progresso tecnico, segnatamente nel campo dei trasporti e delle comunicazioni, ha reso la vita dell’uomo più confortevole, ma anche più concitata, a volte convulsa. Le città sono quasi sempre rumorose: raramente in esse c’è silenzio, perché un rumore di fondo rimane sempre, in alcune zone anche di notte».

E non è tutto. Riprendendo temi della sociologia contemporanea, ma anche del suo Magistero in tema di Internet, il Papa ha aggiunto che «negli ultimi decenni, poi, lo sviluppo dei media ha diffuso e amplificato un fenomeno che già si profilava negli anni Sessanta: la virtualità che rischia di dominare sulla realtà. Sempre più, anche senza accorgersene, le persone sono immerse in una dimensione virtuale, a causa di messaggi audiovisivi che accompagnano la loro vita da mattina a sera. I più giovani, che sono nati già in questa condizione, sembrano voler riempire di musica e di immagini ogni momento vuoto, quasi per paura di sentire, appunto, questo vuoto. Si tratta di una tendenza che è sempre esistita, specialmente tra i giovani e nei contesti urbani più sviluppati, ma oggi essa ha raggiunto un livello tale da far parlare di mutazione antropologica. Alcune persone non sono più capaci di rimanere a lungo in silenzio e in solitudine».

È importate riflettere proprio a Serra San Bruno su «questa condizione socioculturale, perché essa mette in risalto il carisma specifico della Certosa, come un dono prezioso per la Chiesa e per il mondo, un dono che contiene un messaggio profondo per la nostra vita e per l’umanità intera. Lo riassumerei così: ritirandosi nel silenzio e nella solitudine, l’uomo, per così dire, si “espone” al reale nella sua nudità, si espone a quell’apparente “vuoto” cui accennavo prima, per sperimentare invece la Pienezza, la presenza di Dio, della Realtà più reale che ci sia, e che sta oltre la dimensione sensibile».

Certo, a rigore non c'è bisogno di ritirarsi in un monastero. Per chi sa vederlo, Dio  «è una presenza percepibile in ogni creatura: nell’aria che respiriamo, nella luce che vediamo e che ci scalda, nell’erba, nelle pietre… Dio, Creator omnium, attraversa ogni cosa, ma è oltre, e proprio per questo è il fondamento di tutto».  Eppure i monasteri hanno qualche cosa di particolare: «il monaco, lasciando tutto, per così dire “rischia”: si espone alla solitudine e al silenzio per non vivere di altro che dell’essenziale, e proprio nel vivere dell’essenziale trova anche una profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo».

Basta allora salire a una Certosa per risolvere il dramma della società dell'effimero e delle immagini? No, certo: occorrono tempo e pazienza, sia per diventare monaci, sia per chi vuole farsi ispirare dai monaci per vivere in pienezza una diversa vocazione. «Qualcuno potrebbe pensare che sia sufficiente venire qui per fare questo “salto”. Ma non è così. Questa vocazione, come ogni vocazione, trova risposta in un cammino, nella ricerca di tutta una vita. Non basta infatti ritirarsi in un luogo come questo per imparare a stare alla presenza di Dio. Come nel matrimonio non basta celebrare il Sacramento per diventare effettivamente una cosa sola, ma occorre lasciare che la grazia di Dio agisca e percorrere insieme la quotidianità della vita coniugale, così il diventare monaci richiede tempo, esercizio, pazienza, “in una perseverante vigilanza divina – come affermava san Bruno – attendendo il ritorno del Signore per aprirgli immediatamente la porta” (Lettera a Rodolfo, 4)». Del resto, «proprio in questo consiste la bellezza di ogni vocazione nella Chiesa: dare tempo a Dio di operare con il suo Spirito e alla propria umanità di formarsi, di crescere secondo la misura della maturità di Cristo, in quel particolare stato di vita».

La materia prima che rischia di mancare nel mondo postmoderno è proprio il tempo. Luoghi come le Certose sono lì per ricordarci che, se «in Cristo c’è il tutto, la pienezza, noi abbiamo bisogno di tempo per fare nostra una delle dimensioni del suo mistero». I monaci testimoniano  che un rapporto diverso con il tempo non è impossibile. «A volte, agli occhi del mondo, sembra impossibile rimanere per tutta la vita in un monastero, ma in realtà tutta una vita è appena sufficiente per entrare in questa unione con Dio, in quella Realtà essenziale e profonda che è Gesù Cristo».
Per la Chiesa come per il mondo i monaci rimangono indispensabili: «fanno scorrere nelle sue vene il sangue puro della contemplazione e dell’amore di Dio». «Stat Crux dum volvitur orbis – ha detto il Papa ai certosini - così recita il vostro motto. La Croce di Cristo è il punto fermo, in mezzo ai mutamenti e agli sconvolgimenti del mondo. La vita in una Certosa partecipa della stabilità della Croce, che è quella di Dio, del suo amore fedele».

Come gli invitati al banchetto della parabola evocata a Lamezia Terme, così anche molti immersi nel cosiddetto tempo breve di oggi rispondono «Non ho tempo» alla chiamata del Signore. La giornata del Papa in Calabria viene a ricordarci che non si tratta tanto di giudicare l'inadeguatezza morale di questa risposta, ma di ricostruire con fede e fatica un diverso rapporto con il tempo.

lunedì 3 ottobre 2011


Olmi scambia il cristianesimo per la Caritas di Maurizio Caverzan articolo di lunedì 03 ottobre 2011, il Giornale

Il nuovo film di Olmi, Il villaggio di cartone, è stato proiettato ieri sera in anteprima al Piccolo teatro Strehler di Milano. E il regista più "religioso" d'Italia ora strappa applausi da Fabio Fazio
Il cristianesimo ridotto a religione sociale. A mistica della solidarietà e dell’accoglienza. È una tendenza via via crescente in televisione, al cinema, nei giornali. Ne abbiamo avuto un ultimo esempio anche l’altra sera a Che tempo che fa di Fabio Fazio, ospite principale Ermanno Olmi, in passato il cineasta italiano di più elevato spessore religioso. Tocca dire in passato, peraltro con rammarico, dopo aver visto Il villaggio di cartone, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e nei cinema da venerdì prossimo.
Anche l’altra sera Olmi ha confermato la tesi in odore di eresia della sua pellicola nella quale, alla prima scena, un gigantesco braccio meccanico spoglia una chiesa del suo crocifisso mentre qualcun altro toglie dalle pareti le immagini devozionali. Quell’edificio non è più luogo di culto ma, è la metafora del film, proprio ora che il battistero è diventato un abbeveratoio e le candele servono per riscaldare infreddoliti ospiti, paradossalmente corrisponde meglio alla sua natura. Tra i banchi, vicino all’altare e nella sacrestia viene accolto e nascosto un gruppo d’immigrati nordafricani e così il prete (Michael Lonsdale) riscopre la sua vera vocazione: «Ho fatto il prete per fare del bene, ma per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede», riflette il sacerdote, alter ego dello stesso Olmi. «Non siete d’accordo?», ha chiesto Olmi al pubblico di Fazio. Figurarsi.
Insomma, per l’ex cineasta di più elevato spirito religioso, la fede è diventata un intralcio a compiere il bene e il crocifisso un impedimento ad accogliere gli immigrati. Missione peraltro sacrosanta, come ha argomentato in un recente intervento sull’Espresso («Amerai lo straniero come te stesso») anche il cardinal Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura nonché, insieme con Claudio Magris, consulente di Olmi per Il villaggio di cartone. Sarebbe bastato lasciare al suo posto il crocefisso anziché deporlo alla prima scena. E avremmo potuto discutere a lungo sulla mancanza di carità tra i cristiani verso gli stranieri. Invece, sia alla Mostra di Venezia che da Fazio Olmi ha sottolineato che «è troppo facile inginocchiarsi davanti a un simbolo di cartone. Cristo è morto in croce duemila anni fa. Ora bisogna inginocchiarsi davanti a chi soffre, agli immigrati, ai giovani senza lavoro, a chi è vittima della droga». Applausi della platea. Così la riduzione sociale del cristianesimo rischia di passare in prima serata con le benedizioni più prestigiose e autorevoli. E anche nei sacrari della cultura come il Piccolo Teatro Strehler dove ieri sera, post anteprima, Olmi è stato applaudito da Ferruccio De Bortoli, Giulio Giorello e don Gino Rigoldi.
Eppure, il regista aveva intestato il pressbook del suo film con una frase di Indro Montanelli che avrebbe dovuto illuminarlo: «L’unica grande rivoluzione avvenuta nel nostro mondo occidentale è quella di Cristo il quale dette all’uomo la consapevolezza del bene e del male, e quindi il senso del peccato e del rimorso. In confronto a questa, tutte le altre rivoluzioni - compresa quella francese e quella russa - fanno ridere». Invece il verbo della religione sociale ha prodotto e rischia di produrre una conversione al contrario anche in certi ambienti cristiani. Prima verrebbero le buone azioni, la solidarietà e la virtù, come se la Chiesa fosse una gigantesca Caritas. Poi la fede. Ma a questo punto la venuta di Gesù Cristo sarebbe superflua. Al contrario, nel Dialogo dell’Anticristo il grande filosofo russo Vladimir Solov’ev fa dire allo starets Giovanni rivolto all’imperatore che lo interroga su ciò a cui tengono i cristiani: «Grande sovrano! Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso e tutto ciò che proviene da lui». Carità compresa.
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venerdì 15 luglio 2011

IL CASO/ 2. Socci: Alberto e Giulio, la storia di una carità grande come il Sudan – Redazione - venerdì 15 luglio 2011, il sussidiario.net

Era l’8 ottobre del 2009. Mi trovavo nel pieno della mia personale tragedia: il coma di mia figlia Caterina. Fra le tantissime mail che mi arrivarono in quei giorni ce ne fu una particolare, che subito mi colpì. Si concludeva con queste parole: “Un abbraccio ed una preghiera dal profondo dell’Africa”.
Chi mai poteva raggiungermi dal profondo dell’Africa? Era la lettera di un medico di Varese, Alberto Reggiori, che scriveva dal sud del Sudan dove era andato come volontario per tre settimane a curare delle popolazioni fra le più povere e derelitte del pianeta, con un progetto della Fondazione Avsi.
Si rivolgeva a me e a mia moglie: “vorrei dirvi che vi sono molto vicino anche e soprattutto perché il percorso che state facendo è stato anche il nostro: mio e di mia moglie Patrizia e dei nostri sette figli”.
Il dottor Reggiori mi spiegava che nel 2007 suo figlio Giulio, a quel tempo diciottenne, fece un gravissimo incidente che lo portò sulla soglia della morte.
Con la sua lettera cercava soprattutto il modo per confortarci e incoraggiarci a lottare. Mi scriveva:
Quando ci hanno comunicato dell’incidente di Giulio (…) la fede che Dio ci ha donato insieme alla croce da portare (sempre faticosa e dolorosa) ci ha sostenuto ed ora guardando indietro sono pieno di stupore.
Quando siamo passati attraverso momenti difficili (i medici che ci negavano ragionevoli speranze, i parametri  che tu ben conosci erano a livelli incompatibili con la vita, il cervello di Giulio che alla Tac era “un colabrodo”) io e Patrizia ci siamo detti che continuavamo a sperare nella bontà di Dio, nel suo amore verso il nostro destino e quello di Giulio. Certi, non di un destino buono generico, ma della guarigione del nostro grande Giulio.
Abbiamo chiesto, così come eravamo capaci, insieme a decine e centinaia di amici (ogni sera il rosario al Sacro Monte vedeva anche 200 persone salire come mendicanti per chiedere a Maria la sua pietà; fuori dalla rianimazione era una processione continua).
 Anche per noi sono diventati familiari i brani del vangelo in cui Cristo ci invita a pregare il Padre con insistenza, sperando contro ogni speranza: la vedova importuna, il cieco che grida “figlio di Dio abbi pietà di me”, l’amico che bussa di notte, il centurione che chiede la guarigione… tutti loro erano, anzi sono la nostra voce.
Abbiamo pregato e chiesto di giorno e di notte, letteralmente, senza smettere e devo dire che quel periodo della nostra vita è stato così importante perché il Signore ci ha toccato e la sua presenza ha lasciato il segno che non possiamo né vogliamo più toglierci di dosso. Ringrazio ogni giorno per quello che è successo, questa forse è la vera follia della croce.
Adesso Giulio, dopo due mesi di coma, sei operazioni, nove di carrozzina e una rieducazione che continua sino ad oggi ha recuperato tanto, quasi tutto ed è un miracolo la sua presenza per noi, la sua costante letizia, il suo affidarsi a noi ed agli amici, l’essere sempre sorpreso davanti alla vita, senza pretesa, (…).
A posteriori possiamo dire che forse era necessario passare attraverso questa misteriosa e potente purificazione. Comunque adesso in ballo ci siete voi, e la vostra bella e brava Caterina e noi vi siamo vicini, come se ci conoscessimo da sempre e vi rassicuriamo: non perdetevi d’animo e continuate a sostenervi a vicenda nel coraggio della Fede in Colui che non vi delude. Sperando di incontrarci, prima o poi.
Questa testimonianza mi confortò tantissimo, ma insieme mi incuriosì. Alcuni dettagli erano per me rivelatori di una persona fuori dal comune (come pure una persona eccezionale è sua moglie): sette figli, una tale fede e una tale forza da sostenere la durissima prova dell’incidente a Giulio e, mentre è ancora in corso tutto questo, lo spendere le proprie ferie in Sudan, una regione devastata da anni di guerre, a curare i più poveri e derelitti del mondo.
Infine - come se non bastasse - trovandosi in quell’inferno - la capacità di trovare il tempo e il modo per confortare un padre che, a migliaia di chilometri di distanza, ha saputo (da internet) essere precipitato nello stesso incubo per una sua figlia in coma.
Subito risposi a quella mail chiedendo al dottor Reggiori di darmi qualche informazione su di sé, sul perché si trovava in Africa. E ho scoperto una storia stupefacente.
Lui e sua moglie Patrizia, poco dopo la laurea in Medicina e il matrimonio, negli anni Ottanta, avevano dato la loro disponibilità ad andare a lavorare in Africa con i progetti dell’Avsi, per curare quelle popolazioni povere e privi di assistenza sanitaria.
Così Alberto e Patrizia sono partiti e hanno vissuto più di dieci anni in Uganda (tre dei loro sette figli, Giulio compreso, sono nati là). Condividendo la vita di quella povera gente e legandosi a loro con forti legami di amicizia, hanno assistito, fra l’altro, da lì in prima linea, all’irrompere in quelle regioni di un apocalittico flagello infettivo che mieterà un mare di vittime e che solo dopo un po’ fu identificato: si chiamava Aids.
Eppure, quando parlano della loro Africa, Alberto e Patrizia raccontano anni belli - seppure pieni di sofferenze e compassione - descrivono paesaggi incantevoli, popolazioni a loro care, dalle grandi qualità umane.
Ho poi scoperto che Alberto ha raccontato quegli anni in Uganda in un libro delizioso, Dottore è finito il diesel (edito da Marietti).
Del resto i forti legami di amicizia che hanno con quelle popolazioni e con altri amici medici che - sempre per l’Avsi - lavorano tuttora in Uganda e in altri paesi africani restano ben solidi.
E da quando la famiglia Reggiori è tornata definitivamente in Italia, nel 1996, Alberto torna in Africa ogni anno, per circa un mese (le sue ferie), a curare persone che soffrono e non hanno nulla.
In genere torna in Uganda, ma nel 2009 fu mandato in Sud Sudan dove c’è una clinica di suore che l’Avsi sta trasformando in un piccolo ospedale ed una scuola.
Nel 2010 Alberto è stato mandato ad Haiti, dove l’Avsi è presente per alleviare le sofferenze di una popolazione provata dal terremoto.
A me stupisce ascoltare Alberto quando racconta di queste situazioni di povertà assoluta, perché dà sempre la sensazione di non essere sopraffatto dall’enormità dei problemi e si vede in lui una forza calma che sorprende e una luce che vince ogni tenebra.
Per esempio, del Sudan dice: “E' un territorio selvaggio circondato da montagne che esce da 30 anni di guerra civile (arabi contro neri cristiani) e che è spaventosamente arretrato (la gente dei villaggi vive ancora quasi nuda e nelle capanne), ma che ha anche un grande fascino, perché è possibile incontrare persone inaspettate e condividere con loro quanto abbiamo di caro. Io seguo l'aspetto sanitario insieme ad altri medici italiani ed africani che lavorano là”.
Quello che colpisce, incontrando Alberto e sua moglie Patrizia, è la loro assoluta semplicità. Sembra che neanche si rendano conto della grandezza di ciò che fanno, quasi che sia normale decidere a 30 anni di andare a vivere in Africa, fra popolazioni poverissime, rinunciando a tante cose e facendo nascere e crescere i propri figli laggiù.
La sensazione di assoluta normalità che danno forse è dovuta anche al fatto che hanno vissuto tutto questo con altri amici con cui hanno condiviso in gioventù e negli anni dell’università una forte esperienza cristiana e quell’amicizia li ha portati fino agli estremi confini della terra con la stessa naturalezza con cui potevano metter su casa a Varese o a Como.
La vita e l’amicizia di cui Alberto partecipa sa rendere eroico il quotidiano senza che quelli che ne sono protagonisti perdano la semplicità, la luce dello sguardo, l’umiltà e senza che si sentano per questo degli eroi (mentre invece lo sono davvero).
Sono uomini e donne la cui umanità ha fatto irrompere la speranza e la vita perfino in quell’inferno di morte che è diventata l’Africa degli anni Ottanta, col dilagante orrore dell’Aids.
La storia che Alberto Reggiori racconta in questo libro ne è la prova. E’ semplicemente una storia mozzafiato, struggente. La protagonista, Zamu, una ragazza africana meravigliosa, ha vissuto con i suoi amici una vicenda che sconvolge, incanta e commuove. Leggendo le bozze di questo libro a me è accaduto qualcosa che accade solo con i grandi libri e che non mi capitava da tempo: ogni giorno non vedevo l’ora di arrivare a sera per poter riprendere la lettura e scoprire la fine della storia. Che poi è un grande inizio, tutto da scoprire, da gustare e da rivivere.
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venerdì 19 novembre 2010

Avvenire.it, 18 novembre 2010 – Benedetto XVI Ai partecipanti alla XXV conferenza internazionale del Pontificio consiglio per la pastorale degli operatori sanitari - «Andare controcorrente per difendere la dignità di ogni essere umano»
Al Venerato Fratello Zygmunt Zimowski

Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari

Con gioia desidero far giungere il mio cordiale saluto ai partecipanti alla XXV Conferenza Internazionale, che bene si inserisce nell’anno celebrativo dei 25 anni dalla istituzione del Dicastero, ed offre un motivo ulteriore per ringraziare Dio di questo prezioso strumento per l’apostolato della misericordia. Un pensiero riconoscente verso tutti coloro che si adoperano, nei vari settori della pastorale della salute, per vivere quella diaconia della carità, che è centrale nella missione della Chiesa. In questo senso, mi è grato ricordare i Cardinali Fiorenzo Angelini e Javier Lozano Barragán, che hanno guidato in questi 25 anni il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e rivolgere un particolare saluto all’attuale Presidente del Dicastero, l’Arcivescovo Zygmunt Zimowski, come pure al Segretario, al Sotto-Segretario, agli Officiali, ai collaboratori, ai relatori del Convegno e a tutti i presenti.

Il tema da voi scelto quest’anno "Caritas in veritate". Per una cura della salute equa ed umana" riveste un interesse particolare per la comunità cristiana, in cui è centrale la cura per l’essere uomo, per la sua dignità trascendente e per i suoi diritti inalienabili. La salute è un bene prezioso per la persona e la collettività da promuovere, conservare e tutelare, dedicando mezzi, risorse ed energie necessarie affinché più persone possano usufruirne. Purtroppo, ancora oggi permane il problema di molte popolazioni del mondo che non hanno accesso alle risorse necessarie per soddisfare i bisogni fondamentali, in modo particolare per quanto riguarda la salute. È necessario operare con maggiore impegno a tutti i livelli affinché il diritto alla salute sia reso effettivo, favorendo l’accesso alle cure sanitarie primarie. Nella nostra epoca si assiste da una parte ad un’attenzione alla salute che rischia di trasformarsi in consumismo farmacologico, medico e chirurgico, diventando quasi un culto per il corpo, e dall’altra parte, alla difficoltà di milioni di persone ad accedere a condizioni di sussistenza minimali e a farmaci indispensabili per curarsi.

Anche nel campo della salute, parte integrante dell’esistenza di ciascuno e del bene comune, è importante instaurare una vera giustizia distributiva che garantisca a tutti, sulla base dei bisogni oggettivi, cure adeguate. Di conseguenza, il mondo della salute non può sottrarsi alle regole morali che devono governarlo affinché non diventi disumano. Come ho sottolineato nell’Enciclica Caritas in veritate, la Dottrina Sociale della Chiesa ha sempre evidenziato l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale nei vari settori delle relazioni umane (n. 35). Si promuove la giustizia quando si accoglie la vita dell’altro e ci si assume la responsabilità per lui, rispondendo alle sue attese, perché in lui si coglie il volto stesso del Figlio di Dio, che per noi si è fatto uomo. L’immagine divina impressa nel nostro fratello fonda l’altissima dignità di ogni persona e suscita in ciascuno l’esigenza del rispetto, della cura e del servizio. Il legame fra giustizia e carità, in prospettiva cristiana, è molto stretto: "La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del «mio» all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è «suo», ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare [...] Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è ‘inseparabile dalla carità’, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità" (ibid., 6). In questo senso, con espressione sintetica e incisiva, Sant’Agostino insegnava che "la giustizia consiste nell’aiutare i poveri" (De Trinitate, XIV, 9: PL 42, 1045).

Chinarsi come il Buon Samaritano verso l’uomo ferito abbandonato sul ciglio della strada è adempiere quella "giustizia più grande" che Gesù chiede ai suoi discepoli e attua nella sua vita, perché l’adempimento della Legge è l’amore. La comunità cristiana, seguendo le orme del suo Signore, ha adempiuto il mandato di andare nel mondo a "insegnare e curare gli infermi" e nei secoli "ha fortemente avvertito il servizio ai malati e sofferenti come parte integrante della sua missione" (Giovanni Paolo II, Motu Proprio Dolentium Hominum, 1), di testimoniare la salvezza integrale, che è salute dell’anima e del corpo.

Il Popolo di Dio pellegrinante per i sentieri tortuosi della storia unisce i suoi sforzi a quelli di tanti altri uomini e donne di buona volontà per dare un volto davvero umano ai sistemi sanitari. La giustizia sanitaria deve essere fra le priorità nell’agenda dei Governi e delle Istituzioni internazionali. Purtroppo, accanto a risultati positivi e incoraggianti, vi sono opinioni e linee di pensiero che la feriscono: mi riferisco a questioni come quelle connesse con la cosiddetta "salute riproduttiva", con il ricorso a tecniche artificiali di procreazione comportanti distruzione di embrioni, o con l’eutanasia legalizzata. L’amore alla giustizia, la tutela della vita dal suo concepimento al termine naturale, il rispetto della dignità di ogni essere umano, vanno sostenuti e testimoniati, anche controcorrente: i valori etici fondamentali sono patrimonio comune della moralità universale e base della convivenza democratica.

Occorre lo sforzo congiunto di tutti, ma occorre anche e soprattutto una profonda conversione dello sguardo interiore. Solo se si guarda al mondo con lo sguardo del Creatore, che è sguardo d’amore, l’umanità imparerà a stare sulla terra nella pace e nella giustizia, destinando con equità la terra e le sue risorse al bene di ogni uomo e di ogni donna. Per questo, "auspico […] l’adozione di un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani". (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010, 9)

Ai Fratelli e Sorelle sofferenti esprimo la mia vicinanza e l’appello a vivere anche la malattia come occasione di grazia per crescere spiritualmente e partecipare alle sofferenze di Cristo per il bene del mondo, e a voi tutti impegnati nel vasto campo della salute il mio incoraggiamento per il vostro prezioso servizio. Nel chiedere la materna protezione della Vergine Maria, Salus infirmorum, imparto di cuore la Benedizione Apostolica che estendo anche alle vostre famiglie.

Dal Vaticano, 15 novembre 2010

BENEDICTUS PP. XVI
Avvenire.it, 19 novembre 2010 - Il Papa & la salute/Vere e false conquiste - Per la «giustizia sanitaria» il metro della verità sull’uomo di Roberto Colombo

Non vi è àmbito della convivenza civile, nel nostro Paese e nel mondo, che non sia solcato da un lancinante anelito di giustizia. La «questione-giustizia» è l’emergenza sociale che trabocca dai colloqui in famiglia, tra amici o colleghi, riempie le colonne dei quotidiani e segna le agende politiche di legislatori e governanti. Al di là di ogni considerazione sfuggente o ponderata su di essa, ancor prima e più profondamente, sino a scavare nella carne e nello spirito di milioni di persone, l’ingiustizia è la causa della più atroce delle sofferenze, quella che non scaturisce dall’ineluttabile corso degli eventi, nel loro corpo e nella mente così come nell’ambiente in cui sono immersi, ma dall’azione degli uomini stessi, dimentichi del loro destino e di quello degli altri. Non sono la malattia, gli incidenti della vita o le calamità naturali a umiliare e ferire più profondamente la persona, ma l’amarissima realtà di non essere incondizionatamente riconosciuta come tale, in ogni circostanza dell’esistenza e in ogni luogo e tempo della storia.

Ancora una volta il Papa ha sentito ieri il dovere di ricordare a coloro che sono chiamati a prendersi cura, professionalmente o politicamente, della salute dell’uomo, che occorre «dare un volto davvero umano ai sistemi sanitari» nazionali e internazionali, collocando «la giustizia sanitaria [...] fra le priorità nell’agenda dei governi e delle istituzioni». Fuori da ogni equivoco, Benedetto XVI ha esplicitato in che forma si realizza un’autentica giustizia nei rapporti tra gli uomini e tra l’uomo e tutto ciò che esiste: quando «si guarda al mondo con lo sguardo del Creatore, che è sguardo d’amore» e di verità.

A fondamento della giustizia non sta una pur legittima e attenta ponderazione delle esigenze (spesso conflittuali) tra le parti in causa, né un esercizio di equilibrismo politico tra i pareri della maggioranza e della minoranza di chi deve decidere, e neppure un’acribiosa statistica delle conseguenze positive e negative di talune scelte, ma anzitutto il riconoscimento, umile e deciso (umiltà e determinazione non si elidono a vicenda, ma si completano l’una attraverso l’altra), della realtà dell’uomo e del mondo attraverso l’intelligenza e l’amore. La verità e l’amore, come lo stesso Papa Ratzinger aveva richiamato nell’enciclica Caritas in veritate, sono la via maestra che porta a ricercare il bene individuale e comune in ogni declinazione dell’agire umano e fanno della giustizia una virtù privata e pubblica al medesimo tempo.

Così, la ricerca della «giustizia sanitaria» – come l’ha definita ieri il Papa – non può essere ridotta al gioco del reperimento delle risorse necessarie per erogare livelli minimi di assistenza a tutti gli aventi diritto, né all’irrequieta tensione, sempre inesausta, al miglioramento della quantità e qualità delle prestazioni fornite – un processo che, ha osservato il Pontefice, «rischia di trasformarsi in consumismo farmacologico, medico e chirurgico, diventando quasi un culto per il corpo» – ma deve trovare la strada di un «amore alla giustizia». In cosa consista l’amore alla giustizia Benedetto XVI lo esprime così: «La tutela della vita dal suo concepimento al termine naturale, il rispetto della dignità di ogni essere umano», che «vanno sostenuti e testimoniati anche controcorrente». La misura della giustizia è la verità dell’uomo, di tutto l’uomo e di ogni uomo. La vita dell’uomo non è misurata dalla giustizia, né può essere messa sul piatto di una bilancia, qualunque peso si metta sull’altro. «Il mondo – anche quello sanitario – ha bisogno della verità che è giustizia e di quella giustizia che è verità» (Pio XII).

Con la libertà che è propria degli uomini, in cui la lucidità della ragione si coniuga con l’amore alla verità, il Papa ha denunciato come «ferite della giustizia sanitaria» quelle che molti, oggi, considerano conquiste dell’assistenza medica: la «cosiddetta salute riproduttiva», le «tecniche artificiali di procreazione comportanti la distruzione di embrioni» e «l’eutanasia legalizzata». Così dicendo, il Santo Padre sa che non tutti, tra gli operatori sanitari, lo seguiranno. Ma, come diceva già Aristotele, ripreso da san Tommaso, «pur essendoci care entrambe le cose, gli amici e la verità, è dovere morale preferire la verità».

giovedì 18 novembre 2010

GIUSTIZIA, CARITÀ E BENE COMUNE - ROMA, giovedì, 18 novembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della lectio magistralis tenuta il 16 novembre da mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, per l’inaugurazione dell’anno accademico 2010-2011 dell’Università Europea di Roma.

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Il titolo assegnato per questa mia lezione era così formulato: “Giustizia e bene comune”. Mi sono permesso di integrarlo con la parola “carità”, un elemento indispensabile per completare la proposta cristiana sulla giustizia e sul bene comune.
La debolezza della giustizia
Nel riflettere su questo argomento, m’è tornata alla mente la famosa frase dello Zarathustra in cui Nietzsche mette in guardia dalla riduzione della giustizia a “fredda giustizia”. Afferma: «La vostra fredda giustizia non mi piace, e dall’occhio dei vostri giudici io vedo sempre lo sbirciare del boia con la sua fredda mannaia (…). Inventate quindi la giustizia che tutti assolve, tranne quelli che giudicano (…). Come posso dare a ciascuno il suo! Di ciò possa io accontentarmi: a ciascuno io do il mio».
E’ presente in questa frase il dubbio se la giustizia possa essere tale da sola, senza con ciò trasformarsi in “fredda giustizia”, quella che rende i giudici non giudicabili e che vorrebbe dare a tutti il “suo” senza con ciò dare loro del “mio”, esentandomi così dall’esercizio della carità. Anche Trasimaco, in un famoso passo della Repubblica di Platone, aveva accusato la giustizia: «Io sostengo che la giustizia non è altro che l’utile del più forte»[1]. E’ questa una definizione di giustizia oppure l’avvertimento di un pericolo che incombe sempre sulla giustizia e che la rende strutturalmente debole se fondata solo su se stessa?
Non c’è alcun dubbio sul fatto che la ragione umana abbia la capacità di conoscere la giustizia, la nostra volontà sia in grado di perseguirla e la politica di organizzarne l’amministrazione. La giustizia ha una dimensione naturale. Eppure constatiamo che una intrinseca debolezza appesantisce tutte queste dimensioni umane della giustizia. Che la giustizia degli uomini sia debole lo aveva ben visto San Gregorio Magno, secondo cui «La giustizia umana paragonata a quella divina è ingiustizia: è come la lucerna che si vede risplendere nelle tenebre, ma posta sotto i raggi del sole non fa più luce»[2].
La Dottrina sociale della Chiesa considera la giustizia come uno dei valori principali della vita sociale e – come afferma il Compendio[3] – richiama al rispetto delle forme classiche della giustizia, quella commutativa, quella distributiva, quella legale e quella sociale, ma in modo altrettanto chiaro riconosce che «Non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia»[4]. Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2004[5] ci ha ricordato il summum jus summa injuria, che assomiglia molto alla “fredda giustizia” di Nietzsche.
Il motivo teologico ultimo di questa insufficienza della giustizia umana a garantire se stessa è dato dal peccato delle origini. L’uomo è “capax Dei”[6], tuttavia il peccato delle origini ne ha indebolito la natura, pur senza annientarla. Dopo il peccato, «l’armonia con la creazione è spezzata»[7], «questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta»[8]. Ogni volta che per evitare queste debolezze ci si è affidati a degli anonimi meccanismi, le cose sono andare anche peggio.
Il rapporto tra la giustizia e la carità
Data questa debolezza intrinseca alla giustizia, la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre insegnato che essa va trascesa nella carità, la quale però anche la presuppone[9]. In altri termini non si può praticare la carità se non si pratica prima ed anche la giustizia, ma la carità supera la giustizia. Ci chiediamo però: è proprio vero che è possibile praticare la giustizia senza la carità? Non c’è dubbio che la carità sia di più della giustizia, in quanto consiste non solo nel dare a ciascuno il “suo” – il dovuto, il meritato - ma anche nel dare a ciascuno il “mio” – il gratuito, l’immeritato. Ma ciò comporta veramente che la carità non sia presente già nella giustizia, bensì le si aggiunga dopo?
E’ diffusa l’dea che giustizia e carità siano due livelli che si succedono l’un l’altro nel senso che quando finisce la giustizia lì inizia la carità. Se così fosse, però, la giustizia dovrebbe essere in grado da sola di raggiungere i propri obiettivi, in quanto propri del suo livello. Quando essa li avesse raggiunti, allora entrerebbe in campo la carità. In questo senso la giustizia regolerebbe i rapporti umani solo ove qualcosa fosse dovuto, mentre la carità interverrebbe nei rapporti umani che superano il dovuto in una logica relazionale di dono reciproco. Se la giustizia ha bisogno della carità per realizzarsi, significa che la carità deve essere in qualche modo già presente in essa e non aggiungersi dopo. San Tommaso d’Aquino dice che la giustizia è la «misura minima dell’amore»[10]. In questo modo egli sostiene che essa sia già amore.
Nel 2005 ebbi occasione di curare il volume “Diligite justitiam” con cui il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace con gratitudine ricordava i 50 anni di sacerdozio del Cardinale Renato Raffaele Martino[11]. Il Cardinale Attilio Nicora vi aveva partecipato con uno scritto sul rapporto tra giustizia e carità (o pietà, come egli diceva) in un’antica preghiera: l’Adsumus[12]. Tutta la preghiera afferma che la giustizia è impossibile senza la pietà e conclude sostenendo che essa è opera dello Spirito Santo: «Egli ci unisce profondamente a sé al punto tale che Lui stesso agisce attraverso noi suoi discepoli, docili ai suoi suggerimenti e alla potenza che viene da Lui per avere il coraggio di decidere e di portare a compimento le decisioni, secondo giustizia ed equità»[13]. Come si vede, ci sono molti motivi per non intendere in modo troppo sequenziale il rapporto tra giustizia e carità e per pensare che la carità deve essere già presente nella giustizia perché questa possa dirsi tale. Del resto, ciò appare anche da una constatazione elementare; la giustizia ha bisogno di essere amata per poter essere realizzata.
Per mostrare ancora più in profondità come il rapporto tra giustizia e carità non sia di tipo consequenziale, ma come, invece, la giustizia abbia bisogno della carità, ossia del dono e della gratuità, vorrei qui ripercorrere brevemente le tre encicliche di Benedetto XVI.
Il paragrafo 28 della “Deus caritas est”[14]
Il rapporto tra giustizia e carità trova una grandiosa trattazione nel paragrafo 28 dell’enciclica Deus caritas est (2005) di Benedetto XVI[15]. Vi si dice che la giustizia è lo scopo proprio della politica ed anche il criterio per misurarla. Il perseguimento della giustizia spetta quindi a Cesare e non alla Chiesa. Infatti la ragione pratica ha in sé le capacità per determinare la giustizia, per orientare l’agire umano al suo perseguimento e per organizzare le strutture sociali affinché essa sia facilitata. L’ambito della giustizia è quindi autonomo dalla religione e dalla Chiesa e deve essere perseguito in un regime di laicità. Tuttavia la ragione umana non sempre riesce nel suo intento di determinare la giustizia, non solo per quanto riguarda la sua definizione formale, ma soprattutto per quanto riguarda la sua realizzazione pratica. Infatti, dice Benedetto XVI, «il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile». Ecco, quindi, l’insufficienza della ragione a realizzare la giustizia, una debolezza che ha bisogno di un aiuto che tuttavia non può arrivare alla fine del processo, quando tutto sia compiuto, ma deve “purificare” l’attività della ragione stessa e quindi deve esercitarsi durante il suo uso e non dopo. La ricerca della giustizia ha bisogno di essere continuamente purificata, dato che si tratta di una attività morale che deve essere continuamente rifatta propria e non può mai darsi per scontata.
Ora, cosa significa “purificare”? Benedetto XVI dice che la fede «aiuta la ragione ad essere se stessa». Purificare significa aiutare ad essere se stessi, togliendo gli impedimenti che impediscono la realizzazione di sé. Così la carità aiuta la giustizia ad essere se stessa nel mentre la purifica. Benedetto XVI dice che essa reca il proprio aiuto a far sì che «ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato». La giustizia è prima di tutto una virtù umana: non c’è giustizia senza uomini giusti: «Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessun’altra cosa può diventare buona»[16]. E non ci sono uomini giusti, potremmo dire, se non purificati dall’amore che libera la loro giustizia da tutti i limiti di cui sono impastate la loro natura e la loro storia. La carità fa sì che «cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale».
La giustizia nella “Spe Salvi”
Anche l’enciclica di Benedetto XVI Spe Salvi sulla speranza cristiana parla ampiamente della giustizia[17]. Anche in questo caso si ritiene che essa non possa sorreggersi da sola. La giustizia consiste, secondo la formulazione classica, nel dare a ciascuno il suo. Dare a ciascuno il suo significa dare ciò che egli si merita. La Spe salvi, però, sostiene che solo se ci si dà la speranza di poter avere più di quanto possiamo meritare diventa possibile la giustizia. «Non possiamo meritare il cielo con le nostre opere»[18]: l’incedere del dono alimenta la nostra speranza di poter avere giustizia. Per raggiungere la giustizia è infatti necessario superare il proprio benessere e la propria incolumità, perché se questo non avviene allora «vige il dominio del più forte; allora regnano la violenza e la menzogna»[19]. La giustizia non si ottiene senza una rinuncia dolorosa a se stessi e questa richiede una forza morale e spirituale superiore alla giustizia stessa: «Nelle prove veramente gravi, nelle quali devo far mia la decisione definitiva di anteporre la verità al benessere, alla carriera, al possesso, la certezza della vera, grande speranza diventa necessaria»[20] ed è per questo che la giustizia ha avuto anche i suoi testimoni e i suoi martiri, la cui scelta ha espresso un “plusvalore” rispetto alla stretta giustizia. Nella Spe salvi Benedetto XVI dice che «Dio è giustizia e crea giustizia»; «Solo Dio può creare giustizia»[21]. Poiché essa non è in grado di esigersi da sé, essa è sempre anche «grazia»[22].
La giustizia nella “Caritas in veritate”
Ci sono due esperienze umane che più di ogni altra portano con sé le caratteristiche di un senso in dono. Si tratta, per dirla con la Caritas in veritate, della verità e dell’amore. Tutti gli uomini ne fanno esperienza[23], tutti fanno la «stupefacente esperienza del dono»[24] e in quello stesso mentre vengono costituiti nella loro specifica verità e dignità. Nessuno si dà la propria verità, nessuno, per dirla con un Ratzinger del 1969, si toglie fuori da solo dalle proprie incertezze[25]. La mia dignità risulta chiara a me stesso quando sono fatto oggetto di amore e quando scopro la verità, che è sempre più di quanto non ci aspettassimo. Amore e verità ci liberano così dai nostri determinismi e ci rendono maturi e liberi. Non è possibile la giustizia senza una concezione della dignità umana e non è possibile questa concezione senza l’esperienza del dono. Come ho avuto modo di scrivere altrove: «Senza la carità fraterna è impossibile vedere fino in fondo la dignità della persona umana e l’appello che ogni persona debole e fragile ci fa. Certo, c’è la giustizia, che consiste nel dare a ciascuno il suo. Ma è veramente possibile vedere fino in fondo in cosa consista quel “a ciascuno il suo” senza la carità? E’ possibile veramente vedere nell’altro, specialmente nell’indigente, non un fardello ma una risorsa, come auspica l’enciclica Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II?»[26].
Una delle affermazioni principali dell’enciclica è quando Benedetto XVI dice che il dono e la gratuità devono entrare a far parte dell’attività economica fin dall’inizio per renderla giusta[27]. Il donare solitamente viene inteso come successivo al produrre. Si dona quanto si è prodotto. L’ambito del gratuito, della reciprocità, della fraternità sarebbe così un ambito che si aggiunge a quello economico della produzione di ricchezza. Secondo questo schema, quindi, l’economia sarebbe pienamente se stessa affidandosi alla logica della giustizia economica, diversa da quella del dono. Poi, una volta dispiegatasi e raggiunti i suoi fini naturali, essa lascerebbe posto al dono.
Ma la Caritas in veritate fa notare che non è vero che si possa produrre senza presupporre una dimensione di gratuità. Non è vero, in altri termini, che il dono si collochi “dopo”[28]. Senza una quantità di beni immateriali non a carattere economico ma gratuito l’economia non funziona. Quand’anche il dono dovesse subentrare dopo che la produzione economica avesse trovato compimento, esso non sarebbe da essa riconosciuto, in quanto non corrispondente alla giustizia economica. Il dono, allora, dovrebbe prescindere dalla giustizia economica, come la giustizia economica aveva precedentemente prescisso dal dono. Ma un dono che non tenesse in conto la giustizia economica non sarebbe nemmeno più tale, sarebbe come la carità senza la giustizia, dato che anche quella economica è una forma di giustizia guidata dall’intelligenza umana[29]. Come non è possibile una giustizia economia senza dono, così non è possibile il dono senza giustizia economica. E’ evidente quindi la complementarietà tra giustizia economica e dono nella Caritas in veritate.
Giustizia, carità e bene comune
Quanto abbiamo visto a proposito del rapporto tra giustizia e carità è di fondamentale importanza per la corretta comprensione del bene comune e per il suo raggiungimento. La Chiesa ritiene che se il bene comune non esprimesse una “vita buona” per l’intera comunità, una “vita nel bene”, ma dovesse invece esprimere una condizione di benessere esteriore ed individuale contrattato convenzionalmente, l’idea stessa del bene comune sarebbe perduta per sempre. Il bene comune, infatti, non è un prodotto delle nostre politiche ma un obiettivo di umanizzazione comunitaria.
Ciò che rende tale la persona, però, non è ciò che essa produce, ma quanto essa riceve. Non siamo noi a poterci dare la nostra dignità né possiamo costruire la nostra fraternità. E senza di ciò non riusciamo nemmeno a costruire la nostra giustizia. Nell’esperienza della carità l’uomo comprende che egli è sempre di più di quanto egli stesso possa fare e che la società è sempre di più di quanto il mercato e la politica possano fare. Capisce che per vivere ha bisogno di qualcosa che egli non può darsi. La comunità umana vive di presupposti che non sa produrre né riprodurre quando vengono meno. Questo qualcosa che non possiamo produrre ci precede e nello stesso tempo è la ragione ultima del nostro agire. Senza la carità il bene comune non si costruisce su rapporti di fraternità ma solo di vicinanza o di utilità.
La carità ci di dona e quindi esprime l’indisponibile. Se tutto è a disposizione la società diventa un mercato o un campo di battaglia.. E’ qui che interviene il Dio dal volto umano, quel Dio che è Carità, come ci ripete Benedetto XVI, ed è quindi la fonte di ogni carità, la sorgente e la garanzia che l’orizzonte del dono e della gratuità non venga oscurato a vantaggio della sola produzione. Chi libererebbe tale produzione dagli inevitabili interessi di parte? La Carità è la difesa della nostra libertà. Essa rende possibili cose “nuove”, non prodotte ma frutto di dono e gratuità, e così rendono anche noi capaci di carità, ossia liberi dagli interessi e dai determinismi.
Nel rapporto tra giustizia e carità si gioca così nientemeno che il posto di Dio nel mondo. Se la giustizia potesse essere raggiunta con le sole nostre forze, allora il cristianesimo sarebbe al massimo utile ma non indispensabile. Ma la giustizia ha bisogno di carità. Senza di essa il mondo non funziona. Il cristianesimo non giunge dopo, alla fine, quando tutti i giochi mondani per ottenere la giustizia sono stati fatti. Il cristianesimo non dà una vernice di santità alla giustizia prodotta dal mondo. La pretesa cristiana è di rispondere ad una attesa di carità che è già nelle cose, al livello di ognuna, con l’autonomia di ognuna. Il cristianesimo non vi si sostituisce, ma getta fin dall’inizio su tutto una luce che permette di valorizzare tutti i frammenti, piccoli o grandi, di carità che stanno ad ogni livello dell’esistenza. La pretesa cristiana non rinuncia al primato di Dio, ma non è integralista. La fede non si aggiunge alla ragione e la carità non si aggiunge alla giustizia, la Chiesa non si aggiunge al mondo … ma sono fin da subito in dialogo reciproco, senza confusioni ma anche senza separazioni.
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1) Resp., 338 C.
2) Moralium, V, c. 37, par. 67; PL, LXXV, 716-717.
3) Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, n. 201, p. 111.
4) Ivi, n. 206, p. 113.
5) Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 1 gennaio 2004, n. 10.
6) Catechismo della Chiesa cattolica, Parte I, Capitolo I; Pio XII, enc. Humani generis, in Enchiridion delle Encicliche, vol. 6, EDB, Bologna 1995, p. 647.
7) Catechismo della Chiesa cattolica, n. 400.
8) Ivi, n. 404.
9) Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa cit., n. 206, p. 113.
10) Sum Theol, I-II, q. 99; Apostolicam actuositatem n. 8.
11) Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Diligite justitiam. Miscellanea di studi in onore del Cardinale Renato Raffaele Martino, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2005.
12) A. Card. Nicora, Giustizia e pietà, sullo spunto di un’antica preghiera cristiana, in Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Diligite justitiam cit., pp. 96-108.
13) Ivi, p. 102.
14) Tutte le citazioni di questo paragrafo non diversamente specificate sono tratte dal paragrafo 28 della Deus caritas est.
15) Cfr G. Crepaldi, La carità sociale della Chiesa nella Deus caritas est di Benedetto XVI, in Id., Dio o gli dèi. Dottrina sociale della Chiesa: percorsi, Cantagalli, Siena 2008, pp. 161-175.
16) J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, p. 56.
17) Cfr G. Crepaldi, L’enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI e la questione sociale del nostro tempo, in Id., Dio o gli dèi. Dottrina sociale della Chiesa: percorsi, Cantagalli, Siena 2008, pp. 177-189.
18) Spe salvi n. 35.
19) Ibidem.
20) Ivi, n. 39.
21) Ivi, n. 44.
22) Ibidem.
23) Perche «sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo» (Caritas in veritate n. 1).
24) Caritas in veritate n. 34.
25) «Dal pantano dell’incertezza, dell’incapacità di vivere, nessuno è in grado di tirarsi fuori da sé» (Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, dodicesima edizione con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 2003, p. 41».
26) G. Crepaldi, Intervento alla Tavola rotonda su “L’attention au plus fragile, le respect de la personne dans son intégralité et son environnement: clé de voute ou pierre d’achoppement?”, Parigi 10 settembre 2008, in www.vanthuanobservatory.org
27) «Il principio e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica» (Caritas in veritate n. 36).
28) «La carità non è un’aggiunta posteriore, quasi un’appendice a lavoro ormai concluso delle varie discipline, bensì dialoga con esse fin dal principio» (Caritas in veritate n. 30).
29) «Non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore» (Caritas in veritate n. 30).