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giovedì 2 febbraio 2012
mercoledì 25 gennaio 2012
La Familiaris consortio trent'anni dopo 2012, http://www.caffarra.it
Due sono le domande che possono
sorgere in noi ogni volta che ricordiamo un documento del passato: in che cosa
oggi la situazione in cui fu scritto è mutata? Il documento in questione è
ancora in grado di orientarci oggi? Nella riflessione che segue cercherò di
rispondere a queste due domande. Essa pertanto sarà divisa in due parti: la
condizione attuale del matrimonio e della famiglia e la Familiaris Consortio
[da ora in poi FC]; la FC documento-base del nostro impegno per il matrimonio e
la famiglia.
1. FC e condizione
attuale.
Penso che nei tre decenni che ci
separano dalla pubblicazione di FC sia accaduto un cambiamento radicale nel
modo occidentale di considerare il matrimonio e quindi la famiglia; sia
accaduta nella cultura occidentale una vera svolta epocale. Cercherò di
descriverla per sommi capi.
La proposta cristiana circa il
matrimonio e la famiglia, l’Occidente ha sempre avuto difficoltà ad accettarla
sul piano pratico. È stato un atteggiamento che potrei riassumere nel modo
seguente: "questo modo di concepire e di proporre il matrimonio è vero, è
bello, ma non è praticabile nella sua interezza". In breve: non è la sua
verità in questione, ma la sua praticabilità. Soprattutto era giudicata tale la
dottrina cristiana circa l’indissolubilità e, soprattutto dal secolo scorso, la
dottrina circa la procreazione responsabile.
Questa, diciamo, contestazione ha
anche indubbiamente favorito un approfondimento, una sempre maggiore
precisazione da parte della Chiesa della sua dottrina. E da Leone XIII in poi
gli interventi magistrali sono andati via via crescendo, fino all’imponente
magistero del beato Giovanni Paolo II.
In questi ultimi decenni tuttavia
è avvenuta, ed è ancora in atto, una vera svolta epocale. Non è la
praticabilità della proposta cristiana che è messa in questione; è la sua
verità. Anzi è andata messa in discussione progressivamente la verità
dell’istituto matrimoniale come tale. Mi spiego, partendo proprio da questo
punto.
Da sempre, l’Occidente aveva
pensato che l’istituto matrimoniale, pur nella varietà delle forme in cui era
giuridicamente regolamentato e quotidianamente vissuto, avesse una sua propria
natura. Non tutto nel matrimonio è convenzionale, e quindi negoziabile. Esiste
uno "zoccolo duro", cioè una verità del matrimonio indipendente dalle
vicissitudini storiche.
Che cosa è accaduto, e sta
accadendo? Viene negato che nel matrimonio esista "qualcosa" che le
convenzioni non possono cambiare. Più precisamente. Il matrimonio non è per sua
natura stessa un’unione legittima etero-sessuale in ordine alla
procreazione-educazione dei figli; può anche essere un’unione legittima
omo-sessuale, e la procreazione può essere legittimamente perseguita
separatamente dalla sessualità coniugale. Chi stabilisce se il matrimonio è fra
persone di sesso diverso o uguale? L’autonoma decisione del singolo, che gli
ordinamenti giuridici devono semplicemente riconoscere senza discriminazioni di
sorta.
Spero sia chiaro ora in che cosa
consiste la svolta epocale di cui parlavo. Non viene detto: la proposta
cristiana è impraticabile; viene detto: è falsa.
Devo a questo punto chiarire un
poco questa descrizione della svolta epocale. Il matrimonio è qualcosa di
singolare nella dottrina cristiana. Esso è uno dei sette sacramenti, ma non è
stato "inventato" da Gesù Cristo. La sacramentalità presuppone sempre
ciò che possiamo chiamare il matrimonio naturale, e sopra ho chiamato "ciò
che definisce l’istituto matrimoniale come tale". Poiché è questo che la
dottrina cristiana afferma, l’attacco alla verità del matrimonio coinvolge
anche la proposta cristiana; e alla sua radice.
Ho detto "anche",
poiché questa materia di contesa non coinvolge solo la Chiesa ma anche – oserei
dire, soprattutto – la società civile e la sua sovrana organizzazione
giuridica, cioè lo Stato.
Riprendo ora il tema della svolta
epocale, per completare. La mutazione sostanziale nei confronti del matrimonio
ha comportato la mutazione sostanziale delle fondamentali relazioni che
costituiscono la famiglia: paternità/maternità – figliazione – fraternità.
Non considerando
l’etero-sessualità elemento costitutivo dell’istituto matrimoniale, eo ispo
devo mutare la definizione di paternità-maternità. La generazione della persona
e la sua genealogia sono al contempo radicate nella biologia e la trascendono
senza negarla. È nella biologia della persona che è inscritta la genealogia
della persona [Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie (2 febbraio 1994) 9,1].
La relazione fondamentale paternità/maternità – figliazione, se viene sradicata
dalla biologia, deve essere anche ridefinita ex novo. Chi è il padre/la madre?
Chi ha dato il seme oppure chi si attribuisce il bambino? Chi ha dato l’ovulo
oppure chi accoglie il bambino? La relazione diventa definibile secondo le
convenzioni accettate e legalmente trascritte. Il convenzionalismo che ha
investito l’istituto matrimoniale ha inevitabilmente coinvolto l’istituto
famigliare.
Alla fine, in che condizione si
trova l’Occidente a riguardo del matrimonio e della famiglia? Posso rispondere
servendomi di un esempio.
Si può distruggere un edificio in
due modi. Con una bomba, e lo rado al suolo; oppure lo de-costruisco pezzo per
pezzo. Nel primo caso, alla fine ho solo polvere e macerie; nel secondo caso ho
ancora tutti i pezzi ma non ho più l’edificio. È accaduta al matrimonio e alla
famiglia la seconda cosa. Abbiamo ancora tutti i pezzi. Continuiamo a parlare
di coniugi, di paternità/maternità; gli ordinamenti giuridici continuano ad
avere i loro istituti. Ma sono pezzi, cioè termini che non veicolano più
significati univoci, essendo stati estratti dall’insieme che li definiva.
Vorrei ora riflettere sulle cause
che hanno portato a questa situazione.
Fenomeni culturali come questo
sono processi storici assai complessi. L’individuazione delle loro cause
rischia una semplificazione eccessiva. Comunque, abbiamo il bisogno di capire,
e si capisce un fenomeno quando se ne conoscono le cause.
A me sembra che le cause
principali siano soprattutto le tre seguenti, strettamente connesse:
progressiva declinazione individualista delle fondamentali esperienze umane [il
mito dell’auto-realizzazione e del sovrano diritto soggettivo]; oscurarsi della
verità e del senso della diversità sessuale; la libertà pensata e vissuta come
pura auto-determinazione. Dirò ora qualcosa brevemente su ciascuna di queste
cause.
A) La vita coniugale è
espressione e realizzazione della condizione della persona umana, che si
realizza nella relazione con l’altro.
La relazione coll’altro può
essere pensata – più concretamente, la socialità – in due modi differenti, e
vissuta di conseguenza. Declinata secondo due possibili paradigmi.
Se si concepisce la relazione con
l’altro come una dimensione congenita della persona, un bene umano naturale, la
società sarà vissuta come la realizzazione integrale della propria umanità. La
perfezione di se stessi è un bene relazionale; è cioè un bene che consiste in
una relazione.
Se si concepisce la relazione con
l’altro non una dimensione congenita, ma il frutto di una convenzione o
contrattazione reciproca, l’associarsi verrà pensato e vissuto come una
necessità dovuta alla ricerca del proprio bene, della propria felicità
individuale. Non esistono beni relazionali, avendo la relazione carattere di
mera utilità per il proprio benessere. Parlavo del mito del proprio benessere e
della sovranità dei diritti soggettivi.
Se chiamiamo il primo paradigma
"paradigma personalista", ed il secondo "paradigma individualista",
si può dimostrare che il secondo ha avuto nettamente vittoria nella coscienza
che l’uomo ha di sé in Occidente. Questa vittoria impediva di accettare la
visione che fino ad allora l’Occidente aveva avuto del matrimonio,
trasformandolo da "communio totius vitae" a contrattazione fra due
diritti sovrani alla propria felicità individuale e alla soggettiva
autorealizzazione. E ogni contrattazione è sempre istituita sulla base del dare
ed avere, ponendo da parte di ciascun contraente la condizione che fra dare ed
avere ci sia almeno parità. Altrimenti c’è la clausola tacita del recesso.
Qui troviamo forse una delle
ragioni più profonde della progressiva equiparazione, anche giuridica, del
matrimonio alla libera convivenza, e la progressiva legittimazione di questa.
B) La declinazione individualista
dell’humanum è causata anche dal progressivo oscurarsi della verità e bontà
della diversità sessuale. "Siamo in difficoltà culturale, noi
post-moderni, nel vedere l’altro come differente (quale differenza è più
invalicabile di quella dell’essere maschi e dell’essere femmine?) ma non
estraneo. Siamo tentati di risolvere il problema in una omologazione che tutto
appiattisce" [Comitato per il progetto culturale della CEI (a cura del),
Il cambiamento demografico, Laterza, Bari-Roma 2011, 9].
La diversificazione sessuale è
sempre stata vista dai pensatori essenziali come uno dei simboli fondamentali
della verità della persona umana, di ciò che è la persona umana. Il secondo
capitolo della Genesi lo dice in maniera assai suggestiva.
Simbolo della persona umana,
perché la diversificazione sessuale dice che l’humanum non coincide interamente
né colla mascolinità né colla femminilità; non coincide con la riduzione
omologante dei due. Ma consiste nell’affermazione di ciò che è proprio di
ciascuno dei due, all’interno di una relazione che, su un piano di uguale
dignità, orienta e l’uomo e la donna alla pienezza della loro umanità.
L’istituzione matrimoniale
nasceva in fondo da questa visione, anche se dobbiamo dire non in modo del
tutto chiaro a causa anche del fatto che l’esercizio della sessualità era
pensato esclusivamente in funzione della procreazione, e il non pieno
riconoscimento dell’uguale dignità della donna.
Se mi colloco dentro a quella che
ho chiamato declinazione individualista dell’humanum; se perdo di vista il
fatto che la persona umana è uomo e donna; se - aggiungo – la procreazione è
sradicata dall’esercizio della sessualità, non si capisce più la definizione
eterosessuale dell’istituzione coniugale, o comunque cessa di essere
impensabile la definizione omosessuale del medesimo. Cosa che sta puntualmente
accadendo.
Mi fermo ora brevemente – il tema
meriterebbe ben più ampio sviluppo – per indicare come questi due primi
processi culturali hanno influito sulle relazioni famigliari.
Il primo ha cambiato la
considerazione del figlio come dono, come persona che è attesa in se stessa e
per se stessa, nel figlio come diritto, come ciò di cui ho bisogno per la mia
auto-realizzazione.
Il secondo processo ha …
combinato un guaio ancora più grave: ha reso sempre più difficile la
generazione dei figli [= cambiamento demografico]. Per custodire infatti
"il generare all’altezza del suo compito non vi è altra strada che quella
della condivisione, del riconoscimento o della reciprocità nella quale non si
realizza uno scambio do ut des, ma la crescita e la realizzazione in toto delle
persone" [l. c.].
C) Il terzo processo riguarda la
concezione e il vissuto della libertà. Con questo tocchiamo, penso, il fondo
del dramma dell’uomo di oggi.
È una libertà che viene sradicata
dalla verità circa il bene ed il male; che viene vissuta come una realtà prima;
che viene sempre più vissuta come spontaneità.
In questo modo di vivere la
propria libertà, la proposta cristiana circa il matrimonio diventa non
impraticabile, ma impensabile. Per quale ragione? perché libertà e definitività
sono pensate come grandezze inversamente proporzionali; perché la libertà non è
più pensata come capacità di auto-donazione, ma come capacità di affermazione
di se stessi a prescindere dall’altro.
La nostra storia occidentale di
libertà era stata scandita da tre grandi eventi: la liberazione del popolo
ebreo dall’Egitto e dono conseguente della Legge; l’esperienza della polis
greca; la scoperta di una res publica compiuta da Roma, di cui ciascuno è
responsabile.
In fondo, tutte e tre avevano una
idea di fondo: la libertà è un bene da condividere, perché è un bene per natura
sua relazionale. Il cristianesimo, con Paolo, porterà all’estrema conseguenza
questa grammatica comune della libertà: essa è servizio; è dono; è oblativa,
non possessiva. L’istituto matrimoniale si nutriva di questo terreno. Sradicato
da esso, è divenuto privo di vita. È sempre più impensabile come progetto di
vita.
2. La F.C. base
permanente del nostro impegno.
Tutto quanto detto sopra stava
già accadendo quando la F.C. venne scritta e promulgata, anche se quei processi
non avevano mostrato ancora tutti i loro effetti sul matrimonio e la famiglia.
La F.C. dunque ha accolto la sfida, e ha indicato le linee di risposta alla
provocazione.
Per chiarezza indicherò
sinteticamente questa risposta sottolineandone due punti: la risposta di metodo
e la risposta di contenuto.
2.1. È stata una risposta
metodologica. La F.C. ha indicato un metodo, cioè una via per "annunciare
il Vangelo, cioè la buona novella a tutti indistintamente, in particolare a
tutti coloro che sono chiamati al matrimonio e vi si preparano" [F.C. 3].
Il metodo è esposto nella Parte prima dell’Esortazione apostolica.
Esso è la coniugazione
simultanea, l’insieme di tre percezioni, o, se volete, di tre attitudini
spirituali: la conoscenza delle "situazioni entro le quali il matrimonio e
la famiglia oggi si realizzano" [F.C. 4]; la profonda conoscenza della
dottrina cristiana circa il matrimonio e la famiglia; l’interpretazione della
situazione alla luce della dottrina della fede mediante un vero discernimento
evangelico, operato dal soprannaturale senso della fede [al discernimento
evangelico è dedicato tutto il n° 5 della F.C.].
Più semplicemente, spero. Se
accosto i due poli della corrente elettrica, scocca la scintilla. Se accosto
conoscenza della situazione e conoscenza della fede, scocca la scintilla del
discernimento.
Se mi limitassi a misurare, a
pensare l’annuncio del Vangelo del matrimonio e della famiglia sullo spirito
del tempo, senz’altro ridurrei il Vangelo a misura dell’uomo e della donna che
si sposano. Se mi limitassi a trasmettere la dottrina della fede senza una
profonda conoscenza del quotidiano vissuto degli sposi, la dottrina della fede
potrebbe, nel migliore dei casi, essere imparata, ma non sentita come risposta
alle vere domande dell’uomo e della donna che si sposano.
Il "senso della fede",
organo del discernimento, "è un dono che lo Spirito partecipa a tutti i
fedeli, ed è pertanto, opera di tutta la Chiesa… I laici, anzi, in ragione
della loro particolare vocazione, hanno il compito specifico di interpretare
alla luce di Cristo la storia di questo mondo, in quanto sono chiamati ad
illuminare e ordinare le realtà temporali secondo il disegno di Dio Creatore e
Redentore" [F.C. 5].
È questa la via, il metodo
appunto, che la Chiesa è chiamata a percorrere per la Nuova Evangelizzazione.
2.2. Vorrei ora richiamare nei
suoi punti fondamentali la visione teologica ed antropologica che la F.C. ha
del matrimonio e della famiglia [cfr. Parte seconda, 11-16], per farvi vedere
come essa possa e debba costituire la base su cui edificare la nostra
pastorale, anche oggi. La FC resta il Documento base.
Leggendo attentamente la parte
teologico-antropologica di FC [cfr. parte seconda, 11-16], possiamo individuare
nel testo pontificio alcune certezze di fondo. E’ dal loro insieme armonico che
si evince la visione teologico-antropologica di FC.
La prima. Il matrimonio e la
famiglia sono realtà "naturali". Essi si radicano profondamente nella
natura stessa della persona umana. Togliamo subito però un equivoco che può
insidiare questa formulazione. Essa non va intesa nel senso che la persona
umana debba sposarsi per realizzarsi. Quale è allora il senso preciso di quella
affermazione? Esso dipende dal concetto di "natura della persona
umana" che ha la FC.
Ascoltiamo l’incipit della parte
seconda di FC: "Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza:
chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo
all’amore". La natura della persona umana è costituita dal suo essere
"ad immagine e somiglianza" di Dio. Quando Tommaso scrive:
"praepositio … "ad" accessum quemdam significat, qui competit
rei distanti" [1, q.92, a.1c], esprime un’idea comune ai Padri greci. La
natura della persona umana è "tendenziale in riferimento a …". Ciò
che fa di essa un "unicum" nell’universo creato visibile è che il
termine di questo essere-tendenza è Dio stesso.
Ma la FC non dice questo
solamente. Essa afferma che l’intera natura della persona umana è definita
dalla sua "vocazione all’amore". Dice il testo: "Dio è amore e
vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore. Creandola a sua
immagine … Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e
quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è,
pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano"[11,2].
L’uomo è costituito in ordine all’amore: la sua natura è orientata all’amore.
Ne deriva che, come ha scritto Giovanni Paolo II nell’Enc. Redemptor hominis,
"L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile,
la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non
s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi
partecipa vivamente" [10,1; EE 8/28].
E’ necessaria a questo punto una
rigorizzazione concettuale. La definizione di uomo che stiamo elaborando non
deve essere intesa nella luce di un’affermazione del primato dell’etica
sull’ontologia. L’uomo non è definito da una esigenza; da un dovere; da una
vocazione neppure: è definito dall’essere egli fatto in modo tale che l’amore
ne indica la perfezione, il bene ultimo. E’ dentro a questa rigorizzazione
concettuale che si comprende l’affermazione forse più profonda fatta dal
Concilio Vaticano II sull’uomo: "Questa similitudine [= una certa similitudine
tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e
nell’amore] manifesta che l’uomo … non possa ritrovarsi pienamente se non
attraverso un dono sincero di sé" [Cost. Past. Gaudium et Spes 24,4].
L’uomo può perdere il proprio "se stesso": può cioè dilapidare la sua
umanità e quindi compiere una pseudo-autorealizzazione. Questo sperpero accade
quando non realizza se stesso nel dono di sé.
Siamo ora in grado di cogliere il
significato preciso e pieno del primo insegnamento fondamentale di FC.
Matrimonio e famiglia sono radicati nella natura della persona umana perché
sono in grado di esprimere l’intimo orientamento al dono di sé che la
definisce. Matrimonio e famiglia non sono "estranei" alla natura
della persona umana, ma consentanei alla sua struttura intima.
La seconda certezza di fondo di
FC è che matrimonio e famiglia entrano nella storia della salvezza, sono una
realtà dell’economia della salvezza. Questa collocazione è decisiva per capire
la visione teologico-antropologica di FC. Essa viene descritta nel mondo
seguente: "La comunione d’amore tra Dio e gli uomini, contenuto
fondamentale della Rivelazione e dell’esperienza di fede di Israele, trova una
sua significativa espressione nell’alleanza sponsale, che si instaura fra l’uomo
e la donna. E’ per questo che la parola centrale della Rivelazione, "Dio
ama il suo popolo" viene pronunciata anche attraverso le parole vive e
concrete con cui l’uomo e la donna si dicono il loro amore coniugale. Il loro
vincolo diventa l’immagine e il simbolo dell’Alleanza che unisce Dio e il suo
popolo" [12,1-2].
Ma per comprendere esattamente la
collocazione del matrimonio e della famiglia dentro all’economia della salvezza
sono necessarie alcune precisazioni.
Trattasi di una collocazione che
sembra fondarsi sopra la "similitudine": l’esperienza coniugale entra
nell’economia della salvezza in quanto mezzo espressivo della stessa, come
linguaggio umanamente comprensivo del mistero dell’Alleanza. In realtà non si
tratta solo di questo. Ma di una vera e propria partecipazione di cui la
coniugalità è dotata nei confronti del mistero dell’Alleanza. E’ questa
l’essenza della sacramentalità propria del matrimonio di due battezzati. Dalla
partecipazione deriva la similitudine, non viceversa: la partecipazione definisce
l’ontologia del sacramento, la similitudine l’etica. Questo ordine va
accuratamente custodito.
Ogni partecipazione consiste nel
possedere in parte una perfezione che in se stessa è più ampia. La perfezione
cui si riferisce il testo di FC è di volta in volta indicata con l’amore di Dio
verso il suo popolo [12,2]. Alleanza che unisce Dio e il suo popolo [ib.], lo
Sposo (Cristo) che ama e si dona (13,1) sulla Croce. La perfezione è quella
insita nel dono che di sé ha fatto Cristo sulla Croce: "li amò eis
télos" [Gv 13,1]. Dono "de quo magis cogitari nequit". La
limitazione di questa perfezione negli sposi che pure ne partecipano realmente,
è dovuta al fatto ovvio della loro creaturalità ed imperfezione morale, oppure
alla forma della coniugalità che la perfezione dell’Amore quale si ha in Cristo
assume negli sposi? La domanda verte sulla coniugalità come limitazione della
partecipazione all’amore che ha mosso Cristo a donare Se stesso sulla Croce. La
questione, come si capirà subito, non è di dettaglio.
La mia idea è che la coniugalità
è limitativa, ma non nel senso che essa sia estranea, estrinseca all’amore di
Cristo, ma nel senso che è in grado di esprimerne solo una dimensione [cfr.
16,1]. Tutti i colori dell’iride sono presenti nella luce, ma è necessario lo
spettro per vederli. Tutte le forme dell’amore, del dono di Sé, sono presenti
nell’auto-donazione di Cristo sulla Croce. Ma la ricchezza del tutto ha bisogno
del frammento per farsi conoscere. Nello stesso tempo però il frammento rimanda
sempre al tutto: l’amore coniugale rimanda per sua natura oltre se stesso,
verso una pienezza d’essere che esso non è capace né di promettere né di
realizzare [cfr. 1Cor 7,29].
Ci eravamo proposti di vedere
come la FC pensa la presenza, la collocazione del matrimonio dentro
all’economia della salvezza. Questa è vista nelle tre dimensioni che sono
proprie del sacramento. E’ collocato nella storia della salvezza perché il
matrimonio è memoriale dell’avvenimento centrale dell’economia salvifica, la
morte-risurrezione del Signore; perché è attualizzazione dello stesso nel senso
che l’effetto primo ed immediato della celebrazione sacramentale è il vincolo
coniugale, partecipazione reale all’appartenenza reciproca di amore di Cristo
colla Chiesa; perché è prolessi del compimento definitivo, quando Cristo sarà
tutto in tutti (cfr. 13,7-8).
La terza convinzione di fondo
riguarda la relazione esistente fra la natura della persona umana e del
matrimonio [prima convinzione] e il matrimonio-sacramento [seconda
convinzione].
Parto da due testi di FC:
"In questo sacrificio [= quello di Cristo sulla Croce] si svela
interamente quel disegno che Dio ha impresso nell’umanità dell’uomo e della
donna, fin dalla loro creazione" [13,2: in nota si cita Ef 5,32]. E poco
più sotto: "L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è
interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico
con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di
Cristo che si dona sulla Croce" [ib.].
Le due affermazioni si articolano
e si connettono in quanto la prima è ontologica: parla dell’essere dell’uomo e
della donna definito come "disegno del Creatore"; la seconda è etica:
parla della pienezza, della perfezione della coniugalità definita come amore.
Teoreticamente la più importante è la prima.
Il fine verso cui guardava Dio
creatore nel momento in cui creava la persona umana, era "il sacrificio
che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua Sposa". E’ questo
avvenimento il "punto gravitazionale" della persona umana.
Si noti bene che il testo non
parla di persona umana in generale, ma di "umanità dell’uomo e della
donna". Viene qui aperta una pista di riflessione tesa a mostrare come
mascolinità-femminilità trovano nel mistero di Cristo la loro unità che
salvaguarda la diversità, oltre una visione sia di contrapposizione
insuperabile sia di insignificanza ed irrilevanza ultima della divaricazione
sessuale, di cui ho già parlato. Il mistero nuziale di Cristo-Chiesa esprime la
verità della persona umana, e la partecipazione a questo mistero nuziale
realizza l’umanità in quanto maschile-femminile.
La trascrizione sul registro
etico di quest’affermazione ontologica significa che l’amore coniugale, nel
senso della sua naturalità di cui ho parlato al § 1,1, è orientato a
realizzarsi come carità coniugale. Ciò non significa un più grande obbligo: il
matrimonio sacramento è più indissolubile che il matrimonio non sacramento. Significa
che l’amore, inteso come dono di sé a cui la persona è finalizzata, quando
assume la forma della coniugalità, non è perfetto fino a quando non è elevato a
carità coniugale. Il tempo affidatomi non mi consente di procedere oltre.
La quarta convinzione di fondo
riguarda il rapporto coniugalità-dono della vita [cfr. n° 32]. In sostanza, FC
ed il successivo sviluppo della riflessione ha mostrato la connessione
inscindibile fra coniugalità e dono della vita: la coniugalità implica nella
sua stessa essenza di communio personarum l’orientamento al dono della vita, e
reciprocamente il dare origine ad una nuova persona umana deve accadere solo
attraverso quell’atto nel quale i due coniugi diventano una caro, ed è quindi
espressione eminente della communio personarum.
Questa visione dimostra la
falsità di due tesi opposte. Quella che configura la coniugalità come
"mezzo" per la procreazione, e quella che pone un rapporto estrinseco
o solo di fatto fra coniugalità e dono della vita.
Conclusione: profezia di una
visione
Concludendo la mia riflessione
vorrei finalmente spiegare in che senso la FC è il Documento base di ogni
pastorale matrimoniale.
Ancora nel 1974 K. Wojtyla
scriveva: "Una onesta comprensione della realtà del matrimonio e della
famiglia sulla base della fede richiede un approfondimento dell’antropologia
della persona e del dono ed anche un approfondimento del criterio della
comunità delle persone ("communio personarum")".
FC ha introdotto una forte ed
ampia riflessione antropologica come esigenza imprescindibile per comprendere e
far comprendere la dottrina cristiana del matrimonio.
Questi tre decenni che ci
separano dalla promulgazione di FC hanno mostrato come questa visione fosse
profetica.
L’esigenza della riflessione
antropologica, come dimensione essenziale della proposta cristiana del
matrimonio, è andata assumendo carattere di crescente urgenza, anche e prima di
tutto dal punto di vista teoretico. Ci è chiesta la ricostruzione di una
visione dell’uomo, che generata dalla fede, possa rispondere veramente alle
domande dell’uomo su se stesso e sul suo destino.
Ma perché questa ricostruzione
possa avvenire, il pensiero cristiano deve affrontare e vincere le tre sfide
fondamentali che la contemporaneità gli sta lanciando: la sfida del nichilismo
metafisico, la sfida del cinismo morale, la sfida dell’individualismo asociale.
La sfida del nichilismo: essa
consiste nella negazione di un originario rapporto della nostra ragione colla
realtà. Negazione che comporta una considerazione della realtà medesima alla
stregua di un’illusione o di un gioco le cui regole sono frutto di pura
convenzione. E’ la sfida al realismo della fede, perché nasce dalla negazione
della capacità della ragione di andare oltre il verificabile. Se il pensiero
cristiano non vincerà questa sfida, non usciremo dal costruttivismo
convenzionalista in cui è caduta la dottrina civile del matrimonio.
La sfida del cinismo: negata ogni
consistenza alla realtà, scompare il senso della divaricazione essenziale fra
bene/male, e con ciò il gusto della scelta libera. Ogni scelta ha lo stesso
significato, e pertanto nessuna scelta ha significato. L’etica, intesa come
passione per la custodia dell’uomo, è estinta. E’ la sfida al realismo della
speranza, perché nasce dalla negazione di un fine ultimo della vita. Se il
pensiero cristiano non vincerà questa sfida, non usciremo dall’incapacità di
mostrare l’incomparabilità di quel bene che è l’amore coniugale con quel vago e
asettico senso di amore che non sa più definirsi, ed equipara ogni forma di
convivenza.
La sfida dell’individualismo: è
il risultato delle due sfide precedenti. La convivenza umana è pensata come
coesistenza regolamentata di egoismi opposti. E’ la sfida al realismo della
carità cristiana, perché nasce dalla negazione pura e semplice della categoria
antropologico-etica della prossimità. Se il pensiero cristiano non vincerà
questa sfida, verrà meno la possibilità stessa di parlare in modo sensato e
comprensibile del matrimonio cristiano.
Il matrimonio e la famiglia sono
uno dei percorsi privilegiati per avere un’intelligenza teologica e filosofica
della verità dell’uomo, e lungo questo percorso è inevitabile oggi non essere
provocati da questa triplice sfida.
Mi piace terminare con una
riflessione. È da più di trent’anni che conosco la vostra attività. Essa è
assai preziosa, poiché si è da sempre collocata dentro ad una profonda cura
dell’humanum, dentro ad una profonda preoccupazione di sapere la verità circa
la sessualità umana. Avete seguito la via di FC.
venerdì 20 gennaio 2012
DIBATTITO/ Barcellona: meglio Facebook o la vecchia catena di
montaggio? - Pietro Barcellona, venerdì 20 gennaio 2012, il sussidiario.net
La progressiva oggettivazione
dell’Io e di ogni rappresentazione del soggetto di fronte al mondo, e la
progressiva riduzione delle relazioni fra i comportamenti individuali a pure
connessioni funzionali, definibili secondo sequenze automatiche, ha lentamente
portato all’assorbimento della realtà e delle pratiche effettive degli esseri
umani dentro la sfera di un mondo semivirtuale.
La perdita del mondo come realtà
che ci sta di fronte, sia pure attraverso le mille relazioni significative tra
oggetti e persone, tocca essenzialmente il rapporto tra l’uomo e la natura.
Poiché tale rapporto sta alla base di quella che siamo soliti chiamare
economia, è proprio alle trasformazioni del modo di produrre e consumare che
bisogna guardare per cercare di capire il rapporto tra la nostra vita materiale
e la rappresentazione della società come un flusso liquido e come una somma di
paure e di isolamenti individuali.
L’economia rappresenta infatti il
modo in cui l’uomo entra in rapporto con la natura per realizzare, attraverso
al sua “utilizzazione”, la riproduzione di se stesso e del proprio gruppo
sociale. Se produzione e riproduzione del gruppo sociale sono le basi
elementari di ogni costituzione di società, è evidente che le modalità in cui
si realizza la produzione e la riproduzione sono decisive per capire il senso
di ciò che accade in ogni epoca della nostra storia. Non si vuol dire con
questo che l’economia ha un primato assoluto nella configurazione delle persone
e del loro mondo giacché, se non si rappresenta l’economia come una pura appropriazione
della natura, ci si rende conto che in essa è implicata una forma di vita, una
gerarchia di valori e l’intero processo sociale complessivo.
Ciò che è accaduto in questi
ultimi decenni, che pone in modo inedito i problemi relativi all’identità
dell’individuo e del gruppo al quale appartiene, è una totale trasformazione
del rapporto tra economia e società fino al totale assorbimento della vita
delle persone nella sfera della produzione e del consumo.
Pensiamo alla vita. Non era mai
accaduto, come ha sottolineato Sara Ongaro in un libretto di alcuni anni fa
sulle donne nella globalizzazione, che la stessa creazione della vita, la
fecondazione e la procreazione diventassero un affare economico che fa ormai
parte della contabilità come qualsiasi altra produzione di merci. La nascita di
nuovi esseri umani, trasformata in parte integrante del ciclo di valorizzazione
del capitale, costituisce il punto estremo di assorbimento della nostra
esperienza e vita individuale nei paradigmi del funzionamento dell’economia
capitalistica.
In questo esempio estremo si vede
come il modo di produrre e consumare capitalistico sia penetrato in modo
molecolare nella vita quotidiana e abbia determinato contestualmente una
estraniazione della realtà concreta delle persone e degli affetti rispetto a
ciò che essi continuano a provare nelle condizioni della quotidianità,
apparentemente spontanea, dei rapporti umani.
L’assoluta novità della fase che
stiamo vivendo risiede appunto in una totale estraniazione delle pratiche affettive
(che strutturano ancora la vita concreta) dal paradigma astratto dei modi di
funzionamento del capitale e del denaro, che appaiono sempre più gli unici
ordinatori di una realtà che non sembra consentire distinzioni fra sfere
diverse: la sfera degli affetti e delle relazioni tra le persone, e la sfera
della produzione e circolazione delle merci e del denaro.
Che la procreazione possa
diventare un processo economico, composto da banche di ovuli e gameti, di
strutture sanitarie che gestiscono le inseminazioni, e di investimenti sulla
ricerca e sull’innovazione, è certamente un salto di qualità nell’immaginario
collettivo di eventi tradizionalmente avvolti nel mistero come il concepimento
e la nascita.
Similmente, nell’organizzazione
del lavoro della grande fabbrica fordista (si pensi alla Fiat degli anni
sessanta con migliaia e migliaia di operai), i tempi di lavoro e le mansioni
erano definiti e lineari, e la realtà della fabbrica, rappresentata dalla
catena di montaggio, costituiva uno spazio opaco tra il luogo della produzione
e i luoghi esterni della commercializzazione e della formazione della domanda
sociale di merci. Questa relativa opacità del luogo di produzione dagli altri
luoghi sociali consentiva una relativa autonomia del lavoro produttivo rispetto
alla vita dell’operaio e rispetto all’intera società che elaborava i propri
bisogni da soddisfare al mercato delle merci.
Oggi invece la fabbrica si configura come un
luogo di lettura e utilizzazione di informazioni provenienti dall’esterno (dai
lettori ottici dei grandi punti vendita all’uso di carte di credito che
censiscono i gusti del consumatore-utente, ecc.) e l’insieme dei flussi
informativi che attraversano la società entrano direttamente in produzione. Le
nuove tecnologie informatiche incidono direttamente sul modo di lavorare di
qualunque lavoratore di una moderna azienda che deve essere in grado di
espletare tutte le funzioni necessarie alla produzione in tempo reale, just in
time.
L’azienda si riorganizza secondo
un sistema a rete che tende a tagliare drasticamente i costi del lavoro e ad
occupare soltanto lavoro flessibile e precario. Al posto dell’operaio della
catena tende a subentrare un lavoratore polivalente in grado di comunicare
continuamente con tutto ciò che si trova fuori dalla sua attività e
relazionandosi così attraverso la comunicazione con l’intero mondo esterno e in
particolare con il cliente consumatore. La condizione del lavoratore diventa un
continuo spaesamento che ne modifica profondamente i connotati culturali per
renderlo sempre più disponibile alla connessione dei flussi informativi che
interagiscono direttamente con la propria attività lavorativa.
Oggi la vita concreta del
lavoratore e l’insieme del contesto sociale nel quale sembra iscriversi sono
diventati astratti. Il lavoro manuale è diventato anche lavoro cognitivo, e
cioè basato sul saper utilizzare le informazioni ed arricchirle persino con la
propria intelligenza, ma tutto ciò si svolge in una autoreferenzialità della
produzione capitalistica che non sembra incontrare più alcun luogo opaco
rispetto alla sua penetrazione. L’intera società è diventata un flusso di
informazioni utilizzabili per produrre incrementi di valore monetario che non
hanno alcun rapporto con le reali condizioni di vita.
La fine dell’impresa fordista e
la smaterializzazione dei fattori produttivi tradizionali (il cosiddetto
capitale fisso), inaugura l’epoca della finanziarizzazione, l’epoca cioè in cui
il capitale adotta strategie di valorizzazione di se stesso occupando
interamente la sfera della circolazione e dello scambio delle merci, e della
stessa riproduzione della forza lavoro, uomini e donne. La finanziarizzazione
dell’economia contemporanea consente al capitale di disinvestire dai salari
degli operai e dal capitale direttamente produttivo a favore di una produzione
di ricchezza a mezzo di denaro, dirottando cioè i profitti sul mercato
finanziario a scapito della creazione di occupazione e della domanda di
salario. Il capitalismo finanziario proprio in questa fase sembra trasformarsi in
quello che è stato definito “biocapitalismo”, o “capitalismo cognitivo”. Esso
non investe più in salari e in macchine di produzione ma nella costruzione di
meccanismi finanziari che permettono di rendere la creazione di rendite
finanziarie sempre più indipendenti dall’economia reale. Il profitto che si
realizza all’esterno della sfera produttiva tende infatti a diventare rendita.
Naturalmente su questo tema del
rapporto tra rendita e profitto occorrerebbe un approfondimento ulteriore. Ciò
che invece mi interessa sottolineare in questa sede è come le trasformazioni
del lavoro e della produzione realizzino un effetto di evaporazione della
realtà, cioè di scomparsa della sfera delle pratiche affettive attraverso cui
le donne e gli uomini entrano in rapporto. Proprio questo livello di astrazione
estremo è alla base delle crisi che si stanno producendo a ritmo sempre più
accelerato sia nella vita quotidiana sia nella vita degli Stati nazionali. Più
la vita concreta degli esseri umani viene pervasa dalla logica strumentale
della produzione di denaro a mezzo di denaro, più le persone concrete sono
svuotate di ogni capacità di comprensione e di ogni autonomia nella ricerca del
senso della propria esistenza.
Attraverso il controllo
dell’intero ciclo economico, la maggior parte dei bisogni umani appare oggi
prodotta e quasi imposta dal funzionamento dell’intero sistema mediatico che
determina la stessa forma dei desideri e dei bisogni. Si pensi al fenomeno
delle mode che spingono intere masse all’acquisto e al consumo di beni privi di
qualsiasi qualità e utilità. L’intera società viene cioè estraniata dal
processo primario di rappresentazione ed elaborazione dei propri bisogni, che
non sono più il frutto di un’autonoma e consapevole rappresentazione del
rapporto fra se stessi e il mondo, ma sono invece eterodiretti ed eteroformati
dalla macchina produttiva di ricchezza monetaria.
L’astrazione dalla concreta
esperienza della vita di ciascuno dal proprio contesto pratico-affettivo si
risolve in questo caso in una alienazione totale. È questa alienazione che oggi
emerge drammaticamente nelle condizioni della crisi che stiamo attraversando,
che non è appunto soltanto una crisi economica, ma la crisi, come abbiamo orami
spiegato tante volte, di una intera forma di vita.
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martedì 14 giugno 2011
martedì 22 marzo 2011
I giochi non sono fatti (Les jeux ne sont pas faits). In via di conclusione in Francia la consultazione per la revisione delle legge sulla bioetica. 14-03-2011 - di Chiara Mantovani, da http://vanthuanobservatory.org
Nel 2009 sono iniziati in Francia gli “stati generali” della bioetica, una larga consultazione popolare per sondare che cosa ne pensava il francese medio in merito ai grandi temi bioetici della procreatica artificiale.
I francesi restano affezionati evidentemente almeno al linguaggio della Rivoluzione Francese, ma se nei tempi passati le conseguenze furono quelle note, non è detto che il risultato debba ripetersi.
Sebbene sia ampiamente discutibile la ragionevolezza di affidare decisioni sostanziali - come quelle sulla opportunità ed eticità o meno di tecniche mediche riguardanti la procreazione o la ricerca sugli embrioni - alla consultazione generale, i nostri tempi hanno ormai accettato che la verità sia messa ai voti. Non solo in Francia, ma anche in Inghilterra, in Spagna, negli USA come in Australia e in Giappone, si stanno facendo delle “prove tecniche” di consultazione popolare su temi sensibili. In Germania, “cittadini giudici” o “Planungszellen” sono chiamati ad esprimere dei pareri, dopo un periodo di formazione. La Danimarca fa da apripista con le “conferenze di consenso”. Sembra la nuova moda per risolvere i conflitti etici: discutiamo fino allo sfinimento, in modo sistematico e non parcellare, con esperti e persone comuni che con una infarinatura di competenze possano sentirsi autorevoli nel “secondo me”, per giungere non alla ricerca della verità (non ne ho trovato traccia nelle dichiarazioni entusiaste di questa modalità) ma alla ricerca del “consenso”, quel “siamo tutti d’accordo”, teso ad evitare poi lamentele. Il campo di applicazione di queste novità è l’ambito bioetico: non mi risulta che analoghe iniziative siano state previste, ad esempio, per decidere gli stipendi dei parlamentari o l’entità del prelievo fiscale. Significativa è la citazione tratta dal sito personale dell’on. Jean Leonetti (http://www.jean-leonetti.fr/ , visitato il 6 marzo 2011): «Il dibattito pubblico dovrebbe organizzarsi in modo permanente, e non occasionale, per evitare i contraccolpi mediatici, generatori di tensione e di banalizzazione. Il dibattito pubblico deve avvenire attraverso cittadini rappresentativi dell’insieme del popolo, che, con la mediazione delle conferenze di consenso possa esprimere pareri illuminati, meditati e convergenti, anche se non consensuali. È necessario tempo per assimilare i pareri contraddittori, soppesare vantaggi e inconvenienti delle diverse posizioni, accettare il dubbio collettivo e anche quella parte di incertezza nella decisione finale».
Con piglio tipicamente girondino, dunque, la prima fase si è svolta con riunioni e colloqui organizzati in tutta la Francia per ascoltare il punto di vista dei cittadini. L’iniziativa è stata solo il primo passo per giungere alla revisione della legge che nel 2005 ha di fatto regolamentato la PMA e i suoi corollari, la versione francese della nostra legge 40/05, anche se i due impianti legislativi non possono dirsi sovrapponibili. La revisione è prevista con scadenza quinquennale dalla stessa legge, consapevole che in cinque anni molti presupposti scientifici possono cambiare. La seconda fase è iniziata a novembre del 2010, con le audizioni da parte di una apposita commissione presieduta dal socialista Alain Claeys (di professione insegnante, in Parlamento è membro della Commissione delle Finanze) e con relatore Jean Leonetti. Di professione cardiologo, Leonetti è membro del Partito Radicale del Valois, ha presieduto i lavori parlamentari che hanno condotto nell’aprile 2005 alla “Legge relativa ai diritti dei malati e alla fine della vita” e di cui è stato relatore in Parlamento, legge che prevede il testamento biologico e la figura del fiduciario.
La commissione ministeriale francese ha ascoltato i convocati sui temi dell’agenda di biomedicina, la ricerca sull’embrione, l’eliminazione dell’anonimato della donazione di gameti, la gravidanza surrogata e la diagnosi prenatale. Il 25 e il 26 gennaio sono avvenute la discussione e le operazioni di voto dei membri (70) della commissione sugli emendamenti presentati; dall’8 all’11 febbraio discussione e voto in seduta pubblica e infine il 15 febbraio il voto solenne dei deputati, in prima lettura, del progetto. L’iter proseguirà in Commissione di affari sociali senza la costituzione di una analoga commissione preparatrice come avvenuto alla Camera, cosa che era stata richiesta da alcuni senatori ma che è stata respinta per non ritardare l’approvazione e il varo dell’aggiornamento della legge sulla bioetica.
La scaletta dei lavori prevede un voto in seduta plenaria al Senato per l’inizio di aprile, un voto in seconda lettura del Parlamento e quello in seconda lettura del Senato. Ogni tappa offrirà l’occasione per ulteriori proposte di emendamenti. Se ci saranno voti differenziati tra Parlamento e Senato, si riunirà una commissione mista di 7 membri che dovrà adottare un testo condiviso, il tutto entro la fine di luglio.
Associazioni pro-life francesi hanno stilato un bilancio della revisione, affermando che è possibile scorgere luci e ombre, in termine di rispetto per la vita ma anche di prospettive politiche. Ha piacevolmente sorpreso la qualità del dibattito, l’intelligenza nel confronto delle idee e soprattutto la sempre maggiore presa di coscienza delle sfide in gioco per il rispetto per la vita e l’impegno a farsene carico, ancora insufficienti a garantirne un rispetto assoluto e dunque perfettibili, ma decisivi per il futuro. Altrimenti non si potrebbero spiegare i trentacinque parlamentari che hanno firmato insieme un manifesto comune (apparso su Le Figaro dell’8 febbraio) che getta l'allarme sui rischi della industrializzazione della procreazione, né il coraggio avuto nell'affrontare fino a tarda notte i dati sulle false promesse della ricerca sugli embrioni e i rischi di eliminazione dei più deboli contenuti nelle disposizioni di diagnosi pre-impiantatoria e prenatale. È questo fronte unito che in Francia i difensori della vita salutano come qualcosa di unico e storico, incoraggiante per il futuro.
Che cosa non è stato ottenuto? Con realismo bisogna annotare un gran numero di malfunzionamenti nella legge attuale: resta invariata la possibilità di ricerca sull'embrione, la diagnosi prenatale (DPN) non avrà l’obbligo di avere come unica finalità la cura del feto, il numero di ovociti fecondati non sarà limitato a tre.
Nella legge precedente la ricerca sull’embrione era concessa in pratica, anche se negata di nome, attraverso il
principio del divieto con deroghe, che il vice presidente dell'Assemblée, Marc Le Fur (UMP), ha definito "un anestetico per cattolici" (Agence France-Presse, 10 febbraio). L'Agenzia di Biomedicina (ABM) ha infatti la facoltà di autorizzare "a titolo derogatorio" progetti di ricerca e lo ha ampiamente fatto accettando, dal 2004, finora 58 protocolli su 64, dei quali 47 con cellule staminali embrionali umane e 11 con embrioni (La Croix, 4 febbraio).
Il meccanismo è stato criticato fra l'altro da Jacques Testart, "padre" nel 1982 del primo bambino in provetta francese. Secondo il biologo, l'ABM è "un organismo favorevole pressoché a qualsiasi pratica e poco incline a ogni restrizione. In modo progressivo, il Parlamento si sta tirando fuori un po' vigliaccamente, delegando a quest’Agenzia l’interpretazione della nuova legge". Così ha dichiarato in un'intervista ad Avvenire (8 febbraio).
Già nel novembre scorso, il cardinale arcivescovo di Parigi e presidente della CEF, S.Em. André Vingt-Trois, aveva sottolineato "una certa incoerenza". "Il governo manifesta la coscienza chiara che con la ricerca sull'embrione il rispetto per la dignità umana è in gioco. Allo stesso tempo, sembra mettere in piedi un sistema nel quale la distruzione di embrioni non è più un'eccezione", aveva detto a La Vie (30 novembre 2010).
Ma è stato preso in considerazione un certo numero di rivendicazioni essenziali che con la loro sola esistenza offrono qualche motivo per sperare: un emendamento sulle liste di finanziamento e la promozione di ricerche mediche per il trattamento della trisomia 21 e nello spazio di un anno il Governo dovrà pubblicare un rapporto in merito; un emendamento sull'informazione rivolta alle donne incinte sugli aiuti possibili e lo stato delle ricerche. Questo è anche un progresso prezioso per le coppie: bisogna aver vissuto personalmente la Diagnostica Pre Natale (DPN) per rendersi conto dell'importanza di questo emendamento dal punto di vista del rispetto per la vita e la sua portata simbolica.
In deroga al primo comma, in merito alle ricerche sull'embrione il testo sancisce che i protocolli ricevano il via libera solo "quando risulta impossibile, in base allo stato delle conoscenze scientifiche, condurre una ricerca simile senza ricorrere a cellule staminali embrionali o a embrioni" (Art. 23, 2). Inoltre, l'ABM (l'Agenzia di Biomedicina) dovrà presentare ogni anno un bilancio comparativo, mettendo a confronto i risultati ottenuti dalla ricerca sulle cellule embrionali con quelli della ricerca sulle cellule adulte.
Un particolare di non poco conto è anche l'obiezione di coscienza prevista per i ricercatori in caso di ricerca sugli embrioni umani: sebbene l’obiezione di coscienza sia un dispositivo doveroso, nella disistima generale di questo diritto anche questa ammissione è un riconoscimento della delicatezza etica di questa ricerca. E saranno incoraggiate le ricerche etiche come quelle sul sangue del cordone ombelicale.
Il testo adottato ha mantenuto la necessità di ragioni mediche di infertilità per consentire l'accesso alla fecondazione artificiale, negando di fatto l'idea di un diritto al figlio, vietando la maternità surrogata e l’accesso alle coppie omosessuali ; resta il via libera a tutte le coppie di sesso diverso anche unite dai PACS o di unione libera. Il passaggio non è certamente condivisibile per i cattolici, andando a costituire di fatto una equiparazione tra matrimonio e libere convivenze.
Nonostante gli appelli del ministro Bertrand, la nuova legge permetterà il trasferimento di embrioni dopo il decesso del padre, se la madre ne chiede l’impianto entro i 18 mesi successivi alla morte e a condizione che ci sia una precedente dichiarazione favorevole del padre. Qualcuno però sottolinea che questa disposizione ha anche in mente di consentire la nascita di embrioni che fossero ancora congelati al momento della morte del padre, offrendo loro l’unica possibilità di vivere e nascere; la legge esclude, infatti, l’inseminazione con spermatozoi di uomini già deceduti.
La Francia ha un triste primato: la patria dello scopritore della sindrome di Down, quel meraviglioso medico che individuò la trisomia del cromosoma 21, il prof. Jerome Lejeune, elimina con l’aborto, ogni anno, il 96% dei suoi figli affetti dall’anomalia genetica. E se la deriva eugenetica è preoccupante (non è stata annullata la fattibilità della ricerca del bebè-medicina, nonostante la legge precedente l’avesse ammessa solo per cinque anni, e giusto il giorno dell’inizio del dibattito in aula fosse uscita con grande evidenza mediatica la notizia di un bimbo concepito e fatto nascere per fare da donatore al fratello ammalato), è anche vero che è stata indicata la necessità di un impegno maggiore per la ricerca di terapie per la trisomia 21. L’incoraggiamento arriva anche da un bel manifesto: un bimbo Down occhieggia dicendo ai lettori: “ Il 96% di noi è eliminato a causa del depistaggio massiccio della trisomia 21. In parlamento alcuni sono sbalorditi che il 4% di noi ancora sopravviva. Ci sono delle logiche che uccidono. Signore e signori parlamentari fate applicare l’articolo 16-4 del Codice civile: “è vietata ogni pratica eugenetica tendente ad organizzare la selezione delle persone”.
La civiltà dell’Europa e della Francia avrebbe molto da guadagnare nel dar retta a quel bambino.
Siti di riferimento:
http://www.etatsgenerauxdelabioethique.fr/uploads/rapport_final.pdf
http://www.anfe.eu/images/newsletters/newsletter4.pdf
http://www.libertepolitique.com/les-dossiers-fsp/13-les-dossiers/6470-bioethique-la-revision-de-la-loi-de-2004
http://www.libertepolitique.com/respect-de-la-vie/6594-bioethique-premiere-manche
http://www.libertepolitique.com/respect-de-la-vie/6593-vote-du-projet-de-loi-bioethique-les-raisons-desperer
http://www.assemblee-nationale.fr/13/dossiers/bioethique.asp
http://www.assemblee-nationale.fr/13/ta-commission/r3111-a0.asp
http://www.libertepolitique.com/respect-de-la-vie/6566-bebe-medicament-une-etape-de-plus-dans-la-derive-eugeniste
http://www.libertepolitique.com/respect-de-la-vie/6552-recherche-sur-lembryon-rien-nest-joue
http://www.jean-leonetti.fr/
giovedì 16 dicembre 2010
Filippine - Due figli per coppia, legge «alla cinese» - di Simona Verrazzo – Avvenire, 16 dicembre 2010
Scegliere la vita e preservarla. È questa la posizione che la Chiesa cattolica filippina è tornata a ribadire martedì. Due giorni fa, scrive il sito in inglese CathNews Philippines, una delegazione della Conferenza episcopale delle Filippine, tra cui il presidente monsignor Nereo Odchimar, ha incontrato un gruppo di parlamentari guidati da Joseph Victor Ejercito, figlio dell’ex presidente Estrada. Al centro dell’incontro la contestata «Reproductive health bill», il disegno di legge sulla cosiddetta «salute riproduttiva». Il testo, pur rifiutando l’aborto clinico, stila un programma di pianificazione familiare che impedisce alle coppie di avere più di due figli, pena il pagamento di una sanzione e in alcuni casi il carcere. Inoltre sponsorizza la diffusione di pillole anticoncezionali, finora vietate, e preservativi e promuove la sterilizzazione volontaria. «Bisogna scegliere la vita e preservarla – ha dichiarato monsignor Odchimar, vescovo di Tandag –. La legge deve ispirare i genitori non soltanto a essere responsabili, ma ad accettare con eroismo ciò che Dio ha dato loro. Serve il riconoscimento dello Stato del diritto alla genitorialità». Monsignor Odchimar ha ricordato che senza «condizioni» la legge, se entrasse in vigore, separerebbe la nazione da Dio.
Le parole del presidente della Conferenza episcopale filippina sono arrivate una settimana dopo l’incontro dei vescovi con la Philippiline medical association (Pma), la più importante organizzazione di medici del paese. «La nostra linea – ha detto monsignor Odchimar, ripreso dal sito Asianews – è basata sulla morale e desideriamo in questo anche l’appoggio dei laici e di tutti coloro che possono aiutarci con le loro competenze». Nel lungo e contestato dibattito su un testo che regolamenti la materia, la Chiesa cattolica sostiene il «Natural family programme» (Nfp), che mira a diffondere tra la popolazione una cultura di responsabilità e amore basata sui valori cristiani. Il caso delle Filippine riporta alla mente quanto avviene in Cina, che con per la 'politica del figlio unico' si ritrova con un gravissimo squilibrio demografico.
sabato 6 novembre 2010
L’AIDS NON SI FERMA CON IL CONDOM - di Antonio Gaspari
ROMA, venerdì, 5 marzo 2010 (ZENIT.org).- “Il Papa ha ragione! L’Aids non si ferma con il condom”: è questo il titolo del saggio scritto da Cesare Davide Cavoni e Renzo Puccetti e pubblicato dall’editrice "Fede & Cultura".
Il libro ricostruisce in maniera precisa l'ennesimo caso di disinformazione che nel marzo del 2009, nel corso del suo primo viaggio in Africa, ha coinvolto il Pontefice Benedetto XVI. Al centro delle polemiche allora c'erano il condom e l'Aids.
Nella prima parte del volume viene ricostruita la cronaca di come e perché le parole del Papa sono state prima inascoltate e poi travisate; mentre nella seconda parte vengono riportati gli studi scientifici che attraverso i dati pubblicati nella letteratura medica internazionale mostrano che il profilattico non solo non è la soluzione dei mali del continente africano, ma addirittura che la distribuzione a pioggia di preservativi porta a condotte che aggravano ancora di più il problema.
Nella prefazione Francesco Agnoli sottolinea che il vero problema in Africa è culturale e cioè “la concezione dell’uomo e della donna” e che questa non si può risolvere con “una maggiore o minore disponibilità di caucciù”.
Si chiede Agnoli: possono bastare camionate di preservativi, con il loro indice, per quanto basso di fallibilità, a cambiare il modo di pensare di un continente? Serviranno a ridare alla donna e al rapporto coniugale la loro dignità e grandezza? Presentare il preservativo come la ricetta contro l’Aids non significa forse proporre una falsa sicurezza, che finisce alla lunga per determinare un aumento dei contagi?
Nel volume Cesare Cavoni scrive: “la Chiesa è da molto impegnata a far fronte all’emergenza generata dal sorgere del virus ma, nello stesso tempo, ha l’ardire di affermare che uno dei metodi da molti considerato ineludibile per impedire il contagio, è in realtà un mezzo non solo fallace ma addirittura peggiorativo della situazione”.
Mentre il dott. Renzo Puccetti spiega: “se davvero si è convinti che mediante la diffusione dei preservativi si possa efficacemente contrastare l’epidemia nel continente africano, allora paesi e istituzioni internazionali avrebbero il dovere di provvedere ad una massiccia intensificazione della quantità di condom donati all’Africa”.
Dagli studi di due ricercatori, James Shelton e Beverly Johnston, apparsi sulla rivista British Medical Journal nel 2001 risulta infatti che nel 1999, 724 milioni di preservativi, di cui oltre 500 milioni derivanti dalle donazioni estere, sono stati messi a disposizione dei paesi sub-africani, dove vivono i due terzi dei 33,2 milioni di persone colpite nel mondo dall’HIV.
È stato calcolato che tale cifra corrisponde ad una provvista annuale di 4,6 preservativi per ogni uomo che vive nella regione di età compresa tra i 15 e i 59 anni. Ipotizzando per ciascuno di essi un rapporto sessuale a settimana, è abbastanza facile comprendere come il numero di preservativi messi a disposizione sia del tutto insufficiente ad assicurare quel livello di protezione che il Papa avrebbe minacciato con le sue parole.
L’insufficienza della copertura della popolazione mediante preservativi è confermata dal rapporto tecnico finale di un gruppo di esperti che sotto l’egida dell’organizzazione inter-governativa Southern African Development Community si è riunita a Maseru, in Lesotho, dal 10 al 12 maggio 2006. Secondo tale rapporto il condom maschile è assicurato solamente al 19% della popolazione sub-sahariana.
L’inefficacia del profilattico è dimostrata da un rapporto pubblicato dalle autorità sanitarie del Distretto di Columbia in cui si scopre che nella capitale degli Stati Uniti, dove l’accesso ai preservativi è indiscutibilmente oltremodo ampio e senza interruzioni, la percentuale di adolescenti e adulti sieropositivi per l’HIV è pari al 3%, un livello nettamente superiore a quell’1% che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la soglia oltre la quale si può parlare di epidemia.
La prevalenza individuata a Washington, seppure anche frutto di un miglioramento della rete diagnostica e delle possibilità terapeutiche, è paragonabile a quella dell’Uganda e di certe zone del Kenia, dove il numero di preservativi disponibili non è certo equivalente.
giovedì 9 settembre 2010
Giudicare o non giudicare? Di Francesco Agnoli - Tratto da "il Foglio", 2 settembre 2010 – dal sito http://www.pontifex.roma.it
Dopo la notizia che Gianna Nannini aspetta un figlio, a 54 anni, il Corriere ha aperto il dibattito invitando solo donne a commentare il fatto. L’iniziativa dice, a mio avviso, di quanto la mentalità femminista sia penetrata ovunque, portando danni enormi all’idea della necessità dell’alleanza maschio-femmina. Eppure (ammesso che sia vero quello che si dice sulla vicenda), sarebbe stato interessante chiedere anche a degli uomini: voi vendereste il vostro seme per un bambino, che poi non vedrete forse mai, come è accaduto nel caso della Nannini? E’ giusto utilizzare il seme maschile come una merce qualsiasi? Oppure (ma la domanda potrebbe essere fatta, ovviamente, anche alle donne): le piacerebbe essere stato progettato, da sua madre, coscientemente, già orfano di padre? Così purtroppo non è: c’è tutta una cultura che ritiene che il padre, in fondo, importi poco; come ce n’è un’altra, quella che sponsorizza i matrimoni gay, che ritiene che né padre né madre, in fondo, servano più a nulla.
Per questa cultura il diritto è solo quello dell’adulto, del più forte, di chi può decidere: il bambino chiamato all’esistenza non viene neppure contemplato, e i suoi diritti non esistono affatto. Detto questo vorrei provare a dare una lettura cattolica della vicenda, visto che non è molto facile trovarne una. Si parte dal dato razionale, scientifico: a spese di chi sono stati prelevati gli ovuli per il figlio della Nannini? Mi spiego: quale donna ha venduto i suoi ovuli, pur correndo il rischio, causa l’iperstimolazione ovarica sempre necessaria in questi casi, di incorrere in tumori, sterilità e quant’altro? Quale sarà la salute fisica del bambino nato in un corpo non più naturalmente adatto a condurre una gravidanza? Ancora: quale sarà la condizione spirituale di un figlio che all’età di soli sedici anni si troverà, oltre che senza un padre, con una mamma-nonna, di settant’anni, certamente incapace di comprenderlo al meglio, e di seguirlo nella sua crescita? E come si sentirà, la mamma, quando il figlio, verosimilmente, si vergognerà di lei di fronte agli amici? Quando le chiederà conto dell’assenza di un padre? Quando magari, come non è raro accada, la accuserà per le sue sconfitte adolescenziali?
Non c’è alcun dubbio: secondo l’ottica cattolica, che a mio avviso coincide con quella naturale, razionale, quello di Gianna Nannini è stato un gesto non d’amore, ma di sommo egoismo. Un egoismo che la fecondazione artificiale sta trasformando in regola. Una dottoressa britannica del centro per la salute riproduttiva di Leeds, infatti, ha dimostrato in una sua ricerca che il fenomeno del social freezing, cioè del prelievo e del congelamento dei propri ovociti in età giovane, perché siano utilizzati più avanti, sta diventando parte della cultura inglese. “Nonostante fosse chiaro il costo economico e quello fisico…otto studentesse di medicina e quattro di sport su dieci si sono dette pronte a iniziare questo percorso per assicurarsi una gravidanza futura (cioè volutamente procrastinata, ndr) con ovociti giovani. Per non rinunciare alla carriera” (la Repubblica, 6/7/2010).
Sommo egoismo, dicevo. Questo è il giudizio cattolico, che gran parte dei cattolici non vogliono più dare, in nome di una vago sentimentalismo. Dimentichi che Cristo è venuto per indicarci cosa è bene e cosa è male; dimentichi del passo di san Paolo: "Giudicate ogni cosa, trattenete ciò che vale" (1 Tess 5,21).
Ma se il giudizio sul fatto è inequivocabile, oggettivo, quello sulla persona è altra cosa. Il cristiano lo sa bene: non rifugge dal prendere posizione, dall’opera faticosa del discernimento, anzitutto riguardo alle sue proprie scelte, ma non giudica mai l’intenzione, la colpevolezza soggettiva, di chi il peccato ha compiuto. Perché, secondo il catechismo di san Pio X, affinchè un peccato grave oggettivo sia tale anche soggettivamente, occorrono, oltre alla materia grave, anche la piena avvertenza ed il deliberato consenso. Sa la Nannini, ciò che sta facendo? Lo sa pienamente, e pienamente vi assentisce? Lo sa solo Dio. In questo senso va inteso il detto evangelico: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37).
Chi sono io per giudicare la colpevolezza insita nel gesto, oggettivamente egoista, della Nannini? Scriveva il compianto cardinal Giuseppe Siri, che aveva una concezione cattolica dell’esistenza che molti suoi confratelli, nel post concilio, non possedevano più, scambiando la carità con il cedimento all’errore: “Noi siamo sempre pronti a condannare. E invece di condannare faremmo meglio a dire che, nelle condizioni in cui si sono trovati tanti nostri fratelli, saremmo stati probabilmente molto peggio di loro. Questo, non per decurtare l’orrore del peccato: il peccato è peccato, è quello che è. Ma gli uomini si distinguono dal loro peccato; ne saranno macchiati, ma sono un’altra cosa. Il peccato loro può essere grande, ma la capacità loro di risorgere può essere ancora più grande. Ed è con questo sguardo che si debbono vedere gli altri”. Verità e Carità, ancora una volta, non vanno disgiunte: perché nel cristianesimo una non può stare senza l’altra.
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