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mercoledì 25 gennaio 2012

La gravidanza? Non è etica




La Familiaris consortio trent'anni dopo 2012, http://www.caffarra.it

Due sono le domande che possono sorgere in noi ogni volta che ricordiamo un documento del passato: in che cosa oggi la situazione in cui fu scritto è mutata? Il documento in questione è ancora in grado di orientarci oggi? Nella riflessione che segue cercherò di rispondere a queste due domande. Essa pertanto sarà divisa in due parti: la condizione attuale del matrimonio e della famiglia e la Familiaris Consortio [da ora in poi FC]; la FC documento-base del nostro impegno per il matrimonio e la famiglia.

1.            FC e condizione attuale.

Penso che nei tre decenni che ci separano dalla pubblicazione di FC sia accaduto un cambiamento radicale nel modo occidentale di considerare il matrimonio e quindi la famiglia; sia accaduta nella cultura occidentale una vera svolta epocale. Cercherò di descriverla per sommi capi.

La proposta cristiana circa il matrimonio e la famiglia, l’Occidente ha sempre avuto difficoltà ad accettarla sul piano pratico. È stato un atteggiamento che potrei riassumere nel modo seguente: "questo modo di concepire e di proporre il matrimonio è vero, è bello, ma non è praticabile nella sua interezza". In breve: non è la sua verità in questione, ma la sua praticabilità. Soprattutto era giudicata tale la dottrina cristiana circa l’indissolubilità e, soprattutto dal secolo scorso, la dottrina circa la procreazione responsabile.

Questa, diciamo, contestazione ha anche indubbiamente favorito un approfondimento, una sempre maggiore precisazione da parte della Chiesa della sua dottrina. E da Leone XIII in poi gli interventi magistrali sono andati via via crescendo, fino all’imponente magistero del beato Giovanni Paolo II.

In questi ultimi decenni tuttavia è avvenuta, ed è ancora in atto, una vera svolta epocale. Non è la praticabilità della proposta cristiana che è messa in questione; è la sua verità. Anzi è andata messa in discussione progressivamente la verità dell’istituto matrimoniale come tale. Mi spiego, partendo proprio da questo punto.

Da sempre, l’Occidente aveva pensato che l’istituto matrimoniale, pur nella varietà delle forme in cui era giuridicamente regolamentato e quotidianamente vissuto, avesse una sua propria natura. Non tutto nel matrimonio è convenzionale, e quindi negoziabile. Esiste uno "zoccolo duro", cioè una verità del matrimonio indipendente dalle vicissitudini storiche.

Che cosa è accaduto, e sta accadendo? Viene negato che nel matrimonio esista "qualcosa" che le convenzioni non possono cambiare. Più precisamente. Il matrimonio non è per sua natura stessa un’unione legittima etero-sessuale in ordine alla procreazione-educazione dei figli; può anche essere un’unione legittima omo-sessuale, e la procreazione può essere legittimamente perseguita separatamente dalla sessualità coniugale. Chi stabilisce se il matrimonio è fra persone di sesso diverso o uguale? L’autonoma decisione del singolo, che gli ordinamenti giuridici devono semplicemente riconoscere senza discriminazioni di sorta.

Spero sia chiaro ora in che cosa consiste la svolta epocale di cui parlavo. Non viene detto: la proposta cristiana è impraticabile; viene detto: è falsa.

Devo a questo punto chiarire un poco questa descrizione della svolta epocale. Il matrimonio è qualcosa di singolare nella dottrina cristiana. Esso è uno dei sette sacramenti, ma non è stato "inventato" da Gesù Cristo. La sacramentalità presuppone sempre ciò che possiamo chiamare il matrimonio naturale, e sopra ho chiamato "ciò che definisce l’istituto matrimoniale come tale". Poiché è questo che la dottrina cristiana afferma, l’attacco alla verità del matrimonio coinvolge anche la proposta cristiana; e alla sua radice.

Ho detto "anche", poiché questa materia di contesa non coinvolge solo la Chiesa ma anche – oserei dire, soprattutto – la società civile e la sua sovrana organizzazione giuridica, cioè lo Stato.

Riprendo ora il tema della svolta epocale, per completare. La mutazione sostanziale nei confronti del matrimonio ha comportato la mutazione sostanziale delle fondamentali relazioni che costituiscono la famiglia: paternità/maternità – figliazione – fraternità.

Non considerando l’etero-sessualità elemento costitutivo dell’istituto matrimoniale, eo ispo devo mutare la definizione di paternità-maternità. La generazione della persona e la sua genealogia sono al contempo radicate nella biologia e la trascendono senza negarla. È nella biologia della persona che è inscritta la genealogia della persona [Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie (2 febbraio 1994) 9,1]. La relazione fondamentale paternità/maternità – figliazione, se viene sradicata dalla biologia, deve essere anche ridefinita ex novo. Chi è il padre/la madre? Chi ha dato il seme oppure chi si attribuisce il bambino? Chi ha dato l’ovulo oppure chi accoglie il bambino? La relazione diventa definibile secondo le convenzioni accettate e legalmente trascritte. Il convenzionalismo che ha investito l’istituto matrimoniale ha inevitabilmente coinvolto l’istituto famigliare.

Alla fine, in che condizione si trova l’Occidente a riguardo del matrimonio e della famiglia? Posso rispondere servendomi di un esempio.

Si può distruggere un edificio in due modi. Con una bomba, e lo rado al suolo; oppure lo de-costruisco pezzo per pezzo. Nel primo caso, alla fine ho solo polvere e macerie; nel secondo caso ho ancora tutti i pezzi ma non ho più l’edificio. È accaduta al matrimonio e alla famiglia la seconda cosa. Abbiamo ancora tutti i pezzi. Continuiamo a parlare di coniugi, di paternità/maternità; gli ordinamenti giuridici continuano ad avere i loro istituti. Ma sono pezzi, cioè termini che non veicolano più significati univoci, essendo stati estratti dall’insieme che li definiva.

Vorrei ora riflettere sulle cause che hanno portato a questa situazione.

Fenomeni culturali come questo sono processi storici assai complessi. L’individuazione delle loro cause rischia una semplificazione eccessiva. Comunque, abbiamo il bisogno di capire, e si capisce un fenomeno quando se ne conoscono le cause.

A me sembra che le cause principali siano soprattutto le tre seguenti, strettamente connesse: progressiva declinazione individualista delle fondamentali esperienze umane [il mito dell’auto-realizzazione e del sovrano diritto soggettivo]; oscurarsi della verità e del senso della diversità sessuale; la libertà pensata e vissuta come pura auto-determinazione. Dirò ora qualcosa brevemente su ciascuna di queste cause.

A) La vita coniugale è espressione e realizzazione della condizione della persona umana, che si realizza nella relazione con l’altro.

La relazione coll’altro può essere pensata – più concretamente, la socialità – in due modi differenti, e vissuta di conseguenza. Declinata secondo due possibili paradigmi.

Se si concepisce la relazione con l’altro come una dimensione congenita della persona, un bene umano naturale, la società sarà vissuta come la realizzazione integrale della propria umanità. La perfezione di se stessi è un bene relazionale; è cioè un bene che consiste in una relazione.

Se si concepisce la relazione con l’altro non una dimensione congenita, ma il frutto di una convenzione o contrattazione reciproca, l’associarsi verrà pensato e vissuto come una necessità dovuta alla ricerca del proprio bene, della propria felicità individuale. Non esistono beni relazionali, avendo la relazione carattere di mera utilità per il proprio benessere. Parlavo del mito del proprio benessere e della sovranità dei diritti soggettivi.

Se chiamiamo il primo paradigma "paradigma personalista", ed il secondo "paradigma individualista", si può dimostrare che il secondo ha avuto nettamente vittoria nella coscienza che l’uomo ha di sé in Occidente. Questa vittoria impediva di accettare la visione che fino ad allora l’Occidente aveva avuto del matrimonio, trasformandolo da "communio totius vitae" a contrattazione fra due diritti sovrani alla propria felicità individuale e alla soggettiva autorealizzazione. E ogni contrattazione è sempre istituita sulla base del dare ed avere, ponendo da parte di ciascun contraente la condizione che fra dare ed avere ci sia almeno parità. Altrimenti c’è la clausola tacita del recesso.

Qui troviamo forse una delle ragioni più profonde della progressiva equiparazione, anche giuridica, del matrimonio alla libera convivenza, e la progressiva legittimazione di questa.

B) La declinazione individualista dell’humanum è causata anche dal progressivo oscurarsi della verità e bontà della diversità sessuale. "Siamo in difficoltà culturale, noi post-moderni, nel vedere l’altro come differente (quale differenza è più invalicabile di quella dell’essere maschi e dell’essere femmine?) ma non estraneo. Siamo tentati di risolvere il problema in una omologazione che tutto appiattisce" [Comitato per il progetto culturale della CEI (a cura del), Il cambiamento demografico, Laterza, Bari-Roma 2011, 9].

La diversificazione sessuale è sempre stata vista dai pensatori essenziali come uno dei simboli fondamentali della verità della persona umana, di ciò che è la persona umana. Il secondo capitolo della Genesi lo dice in maniera assai suggestiva.

Simbolo della persona umana, perché la diversificazione sessuale dice che l’humanum non coincide interamente né colla mascolinità né colla femminilità; non coincide con la riduzione omologante dei due. Ma consiste nell’affermazione di ciò che è proprio di ciascuno dei due, all’interno di una relazione che, su un piano di uguale dignità, orienta e l’uomo e la donna alla pienezza della loro umanità.

L’istituzione matrimoniale nasceva in fondo da questa visione, anche se dobbiamo dire non in modo del tutto chiaro a causa anche del fatto che l’esercizio della sessualità era pensato esclusivamente in funzione della procreazione, e il non pieno riconoscimento dell’uguale dignità della donna.

Se mi colloco dentro a quella che ho chiamato declinazione individualista dell’humanum; se perdo di vista il fatto che la persona umana è uomo e donna; se - aggiungo – la procreazione è sradicata dall’esercizio della sessualità, non si capisce più la definizione eterosessuale dell’istituzione coniugale, o comunque cessa di essere impensabile la definizione omosessuale del medesimo. Cosa che sta puntualmente accadendo.

Mi fermo ora brevemente – il tema meriterebbe ben più ampio sviluppo – per indicare come questi due primi processi culturali hanno influito sulle relazioni famigliari.

Il primo ha cambiato la considerazione del figlio come dono, come persona che è attesa in se stessa e per se stessa, nel figlio come diritto, come ciò di cui ho bisogno per la mia auto-realizzazione.

Il secondo processo ha … combinato un guaio ancora più grave: ha reso sempre più difficile la generazione dei figli [= cambiamento demografico]. Per custodire infatti "il generare all’altezza del suo compito non vi è altra strada che quella della condivisione, del riconoscimento o della reciprocità nella quale non si realizza uno scambio do ut des, ma la crescita e la realizzazione in toto delle persone" [l. c.].

C) Il terzo processo riguarda la concezione e il vissuto della libertà. Con questo tocchiamo, penso, il fondo del dramma dell’uomo di oggi.

È una libertà che viene sradicata dalla verità circa il bene ed il male; che viene vissuta come una realtà prima; che viene sempre più vissuta come spontaneità.

In questo modo di vivere la propria libertà, la proposta cristiana circa il matrimonio diventa non impraticabile, ma impensabile. Per quale ragione? perché libertà e definitività sono pensate come grandezze inversamente proporzionali; perché la libertà non è più pensata come capacità di auto-donazione, ma come capacità di affermazione di se stessi a prescindere dall’altro.

La nostra storia occidentale di libertà era stata scandita da tre grandi eventi: la liberazione del popolo ebreo dall’Egitto e dono conseguente della Legge; l’esperienza della polis greca; la scoperta di una res publica compiuta da Roma, di cui ciascuno è responsabile.

In fondo, tutte e tre avevano una idea di fondo: la libertà è un bene da condividere, perché è un bene per natura sua relazionale. Il cristianesimo, con Paolo, porterà all’estrema conseguenza questa grammatica comune della libertà: essa è servizio; è dono; è oblativa, non possessiva. L’istituto matrimoniale si nutriva di questo terreno. Sradicato da esso, è divenuto privo di vita. È sempre più impensabile come progetto di vita.

2.            La F.C. base permanente del nostro impegno.

Tutto quanto detto sopra stava già accadendo quando la F.C. venne scritta e promulgata, anche se quei processi non avevano mostrato ancora tutti i loro effetti sul matrimonio e la famiglia. La F.C. dunque ha accolto la sfida, e ha indicato le linee di risposta alla provocazione.

Per chiarezza indicherò sinteticamente questa risposta sottolineandone due punti: la risposta di metodo e la risposta di contenuto.

2.1. È stata una risposta metodologica. La F.C. ha indicato un metodo, cioè una via per "annunciare il Vangelo, cioè la buona novella a tutti indistintamente, in particolare a tutti coloro che sono chiamati al matrimonio e vi si preparano" [F.C. 3]. Il metodo è esposto nella Parte prima dell’Esortazione apostolica.

Esso è la coniugazione simultanea, l’insieme di tre percezioni, o, se volete, di tre attitudini spirituali: la conoscenza delle "situazioni entro le quali il matrimonio e la famiglia oggi si realizzano" [F.C. 4]; la profonda conoscenza della dottrina cristiana circa il matrimonio e la famiglia; l’interpretazione della situazione alla luce della dottrina della fede mediante un vero discernimento evangelico, operato dal soprannaturale senso della fede [al discernimento evangelico è dedicato tutto il n° 5 della F.C.].

Più semplicemente, spero. Se accosto i due poli della corrente elettrica, scocca la scintilla. Se accosto conoscenza della situazione e conoscenza della fede, scocca la scintilla del discernimento.

Se mi limitassi a misurare, a pensare l’annuncio del Vangelo del matrimonio e della famiglia sullo spirito del tempo, senz’altro ridurrei il Vangelo a misura dell’uomo e della donna che si sposano. Se mi limitassi a trasmettere la dottrina della fede senza una profonda conoscenza del quotidiano vissuto degli sposi, la dottrina della fede potrebbe, nel migliore dei casi, essere imparata, ma non sentita come risposta alle vere domande dell’uomo e della donna che si sposano.

Il "senso della fede", organo del discernimento, "è un dono che lo Spirito partecipa a tutti i fedeli, ed è pertanto, opera di tutta la Chiesa… I laici, anzi, in ragione della loro particolare vocazione, hanno il compito specifico di interpretare alla luce di Cristo la storia di questo mondo, in quanto sono chiamati ad illuminare e ordinare le realtà temporali secondo il disegno di Dio Creatore e Redentore" [F.C. 5].

È questa la via, il metodo appunto, che la Chiesa è chiamata a percorrere per la Nuova Evangelizzazione.

2.2. Vorrei ora richiamare nei suoi punti fondamentali la visione teologica ed antropologica che la F.C. ha del matrimonio e della famiglia [cfr. Parte seconda, 11-16], per farvi vedere come essa possa e debba costituire la base su cui edificare la nostra pastorale, anche oggi. La FC resta il Documento base.

Leggendo attentamente la parte teologico-antropologica di FC [cfr. parte seconda, 11-16], possiamo individuare nel testo pontificio alcune certezze di fondo. E’ dal loro insieme armonico che si evince la visione teologico-antropologica di FC.

La prima. Il matrimonio e la famiglia sono realtà "naturali". Essi si radicano profondamente nella natura stessa della persona umana. Togliamo subito però un equivoco che può insidiare questa formulazione. Essa non va intesa nel senso che la persona umana debba sposarsi per realizzarsi. Quale è allora il senso preciso di quella affermazione? Esso dipende dal concetto di "natura della persona umana" che ha la FC.

Ascoltiamo l’incipit della parte seconda di FC: "Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore". La natura della persona umana è costituita dal suo essere "ad immagine e somiglianza" di Dio. Quando Tommaso scrive: "praepositio … "ad" accessum quemdam significat, qui competit rei distanti" [1, q.92, a.1c], esprime un’idea comune ai Padri greci. La natura della persona umana è "tendenziale in riferimento a …". Ciò che fa di essa un "unicum" nell’universo creato visibile è che il termine di questo essere-tendenza è Dio stesso.

Ma la FC non dice questo solamente. Essa afferma che l’intera natura della persona umana è definita dalla sua "vocazione all’amore". Dice il testo: "Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore. Creandola a sua immagine … Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano"[11,2]. L’uomo è costituito in ordine all’amore: la sua natura è orientata all’amore. Ne deriva che, come ha scritto Giovanni Paolo II nell’Enc. Redemptor hominis, "L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente" [10,1; EE 8/28].

E’ necessaria a questo punto una rigorizzazione concettuale. La definizione di uomo che stiamo elaborando non deve essere intesa nella luce di un’affermazione del primato dell’etica sull’ontologia. L’uomo non è definito da una esigenza; da un dovere; da una vocazione neppure: è definito dall’essere egli fatto in modo tale che l’amore ne indica la perfezione, il bene ultimo. E’ dentro a questa rigorizzazione concettuale che si comprende l’affermazione forse più profonda fatta dal Concilio Vaticano II sull’uomo: "Questa similitudine [= una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nell’amore] manifesta che l’uomo … non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé" [Cost. Past. Gaudium et Spes 24,4]. L’uomo può perdere il proprio "se stesso": può cioè dilapidare la sua umanità e quindi compiere una pseudo-autorealizzazione. Questo sperpero accade quando non realizza se stesso nel dono di sé.

Siamo ora in grado di cogliere il significato preciso e pieno del primo insegnamento fondamentale di FC. Matrimonio e famiglia sono radicati nella natura della persona umana perché sono in grado di esprimere l’intimo orientamento al dono di sé che la definisce. Matrimonio e famiglia non sono "estranei" alla natura della persona umana, ma consentanei alla sua struttura intima.

La seconda certezza di fondo di FC è che matrimonio e famiglia entrano nella storia della salvezza, sono una realtà dell’economia della salvezza. Questa collocazione è decisiva per capire la visione teologico-antropologica di FC. Essa viene descritta nel mondo seguente: "La comunione d’amore tra Dio e gli uomini, contenuto fondamentale della Rivelazione e dell’esperienza di fede di Israele, trova una sua significativa espressione nell’alleanza sponsale, che si instaura fra l’uomo e la donna. E’ per questo che la parola centrale della Rivelazione, "Dio ama il suo popolo" viene pronunciata anche attraverso le parole vive e concrete con cui l’uomo e la donna si dicono il loro amore coniugale. Il loro vincolo diventa l’immagine e il simbolo dell’Alleanza che unisce Dio e il suo popolo" [12,1-2].

Ma per comprendere esattamente la collocazione del matrimonio e della famiglia dentro all’economia della salvezza sono necessarie alcune precisazioni.

Trattasi di una collocazione che sembra fondarsi sopra la "similitudine": l’esperienza coniugale entra nell’economia della salvezza in quanto mezzo espressivo della stessa, come linguaggio umanamente comprensivo del mistero dell’Alleanza. In realtà non si tratta solo di questo. Ma di una vera e propria partecipazione di cui la coniugalità è dotata nei confronti del mistero dell’Alleanza. E’ questa l’essenza della sacramentalità propria del matrimonio di due battezzati. Dalla partecipazione deriva la similitudine, non viceversa: la partecipazione definisce l’ontologia del sacramento, la similitudine l’etica. Questo ordine va accuratamente custodito.

Ogni partecipazione consiste nel possedere in parte una perfezione che in se stessa è più ampia. La perfezione cui si riferisce il testo di FC è di volta in volta indicata con l’amore di Dio verso il suo popolo [12,2]. Alleanza che unisce Dio e il suo popolo [ib.], lo Sposo (Cristo) che ama e si dona (13,1) sulla Croce. La perfezione è quella insita nel dono che di sé ha fatto Cristo sulla Croce: "li amò eis télos" [Gv 13,1]. Dono "de quo magis cogitari nequit". La limitazione di questa perfezione negli sposi che pure ne partecipano realmente, è dovuta al fatto ovvio della loro creaturalità ed imperfezione morale, oppure alla forma della coniugalità che la perfezione dell’Amore quale si ha in Cristo assume negli sposi? La domanda verte sulla coniugalità come limitazione della partecipazione all’amore che ha mosso Cristo a donare Se stesso sulla Croce. La questione, come si capirà subito, non è di dettaglio.

La mia idea è che la coniugalità è limitativa, ma non nel senso che essa sia estranea, estrinseca all’amore di Cristo, ma nel senso che è in grado di esprimerne solo una dimensione [cfr. 16,1]. Tutti i colori dell’iride sono presenti nella luce, ma è necessario lo spettro per vederli. Tutte le forme dell’amore, del dono di Sé, sono presenti nell’auto-donazione di Cristo sulla Croce. Ma la ricchezza del tutto ha bisogno del frammento per farsi conoscere. Nello stesso tempo però il frammento rimanda sempre al tutto: l’amore coniugale rimanda per sua natura oltre se stesso, verso una pienezza d’essere che esso non è capace né di promettere né di realizzare [cfr. 1Cor 7,29].

Ci eravamo proposti di vedere come la FC pensa la presenza, la collocazione del matrimonio dentro all’economia della salvezza. Questa è vista nelle tre dimensioni che sono proprie del sacramento. E’ collocato nella storia della salvezza perché il matrimonio è memoriale dell’avvenimento centrale dell’economia salvifica, la morte-risurrezione del Signore; perché è attualizzazione dello stesso nel senso che l’effetto primo ed immediato della celebrazione sacramentale è il vincolo coniugale, partecipazione reale all’appartenenza reciproca di amore di Cristo colla Chiesa; perché è prolessi del compimento definitivo, quando Cristo sarà tutto in tutti (cfr. 13,7-8).

La terza convinzione di fondo riguarda la relazione esistente fra la natura della persona umana e del matrimonio [prima convinzione] e il matrimonio-sacramento [seconda convinzione].

Parto da due testi di FC: "In questo sacrificio [= quello di Cristo sulla Croce] si svela interamente quel disegno che Dio ha impresso nell’umanità dell’uomo e della donna, fin dalla loro creazione" [13,2: in nota si cita Ef 5,32]. E poco più sotto: "L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce" [ib.].

Le due affermazioni si articolano e si connettono in quanto la prima è ontologica: parla dell’essere dell’uomo e della donna definito come "disegno del Creatore"; la seconda è etica: parla della pienezza, della perfezione della coniugalità definita come amore. Teoreticamente la più importante è la prima.

Il fine verso cui guardava Dio creatore nel momento in cui creava la persona umana, era "il sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua Sposa". E’ questo avvenimento il "punto gravitazionale" della persona umana.

Si noti bene che il testo non parla di persona umana in generale, ma di "umanità dell’uomo e della donna". Viene qui aperta una pista di riflessione tesa a mostrare come mascolinità-femminilità trovano nel mistero di Cristo la loro unità che salvaguarda la diversità, oltre una visione sia di contrapposizione insuperabile sia di insignificanza ed irrilevanza ultima della divaricazione sessuale, di cui ho già parlato. Il mistero nuziale di Cristo-Chiesa esprime la verità della persona umana, e la partecipazione a questo mistero nuziale realizza l’umanità in quanto maschile-femminile.

La trascrizione sul registro etico di quest’affermazione ontologica significa che l’amore coniugale, nel senso della sua naturalità di cui ho parlato al § 1,1, è orientato a realizzarsi come carità coniugale. Ciò non significa un più grande obbligo: il matrimonio sacramento è più indissolubile che il matrimonio non sacramento. Significa che l’amore, inteso come dono di sé a cui la persona è finalizzata, quando assume la forma della coniugalità, non è perfetto fino a quando non è elevato a carità coniugale. Il tempo affidatomi non mi consente di procedere oltre.

La quarta convinzione di fondo riguarda il rapporto coniugalità-dono della vita [cfr. n° 32]. In sostanza, FC ed il successivo sviluppo della riflessione ha mostrato la connessione inscindibile fra coniugalità e dono della vita: la coniugalità implica nella sua stessa essenza di communio personarum l’orientamento al dono della vita, e reciprocamente il dare origine ad una nuova persona umana deve accadere solo attraverso quell’atto nel quale i due coniugi diventano una caro, ed è quindi espressione eminente della communio personarum.

Questa visione dimostra la falsità di due tesi opposte. Quella che configura la coniugalità come "mezzo" per la procreazione, e quella che pone un rapporto estrinseco o solo di fatto fra coniugalità e dono della vita.

Conclusione: profezia di una visione
Concludendo la mia riflessione vorrei finalmente spiegare in che senso la FC è il Documento base di ogni pastorale matrimoniale.

Ancora nel 1974 K. Wojtyla scriveva: "Una onesta comprensione della realtà del matrimonio e della famiglia sulla base della fede richiede un approfondimento dell’antropologia della persona e del dono ed anche un approfondimento del criterio della comunità delle persone ("communio personarum")".

FC ha introdotto una forte ed ampia riflessione antropologica come esigenza imprescindibile per comprendere e far comprendere la dottrina cristiana del matrimonio.

Questi tre decenni che ci separano dalla promulgazione di FC hanno mostrato come questa visione fosse profetica.

L’esigenza della riflessione antropologica, come dimensione essenziale della proposta cristiana del matrimonio, è andata assumendo carattere di crescente urgenza, anche e prima di tutto dal punto di vista teoretico. Ci è chiesta la ricostruzione di una visione dell’uomo, che generata dalla fede, possa rispondere veramente alle domande dell’uomo su se stesso e sul suo destino.

Ma perché questa ricostruzione possa avvenire, il pensiero cristiano deve affrontare e vincere le tre sfide fondamentali che la contemporaneità gli sta lanciando: la sfida del nichilismo metafisico, la sfida del cinismo morale, la sfida dell’individualismo asociale.

La sfida del nichilismo: essa consiste nella negazione di un originario rapporto della nostra ragione colla realtà. Negazione che comporta una considerazione della realtà medesima alla stregua di un’illusione o di un gioco le cui regole sono frutto di pura convenzione. E’ la sfida al realismo della fede, perché nasce dalla negazione della capacità della ragione di andare oltre il verificabile. Se il pensiero cristiano non vincerà questa sfida, non usciremo dal costruttivismo convenzionalista in cui è caduta la dottrina civile del matrimonio.

La sfida del cinismo: negata ogni consistenza alla realtà, scompare il senso della divaricazione essenziale fra bene/male, e con ciò il gusto della scelta libera. Ogni scelta ha lo stesso significato, e pertanto nessuna scelta ha significato. L’etica, intesa come passione per la custodia dell’uomo, è estinta. E’ la sfida al realismo della speranza, perché nasce dalla negazione di un fine ultimo della vita. Se il pensiero cristiano non vincerà questa sfida, non usciremo dall’incapacità di mostrare l’incomparabilità di quel bene che è l’amore coniugale con quel vago e asettico senso di amore che non sa più definirsi, ed equipara ogni forma di convivenza.

La sfida dell’individualismo: è il risultato delle due sfide precedenti. La convivenza umana è pensata come coesistenza regolamentata di egoismi opposti. E’ la sfida al realismo della carità cristiana, perché nasce dalla negazione pura e semplice della categoria antropologico-etica della prossimità. Se il pensiero cristiano non vincerà questa sfida, verrà meno la possibilità stessa di parlare in modo sensato e comprensibile del matrimonio cristiano.

Il matrimonio e la famiglia sono uno dei percorsi privilegiati per avere un’intelligenza teologica e filosofica della verità dell’uomo, e lungo questo percorso è inevitabile oggi non essere provocati da questa triplice sfida.

Mi piace terminare con una riflessione. È da più di trent’anni che conosco la vostra attività. Essa è assai preziosa, poiché si è da sempre collocata dentro ad una profonda cura dell’humanum, dentro ad una profonda preoccupazione di sapere la verità circa la sessualità umana. Avete seguito la via di FC.

venerdì 20 gennaio 2012


DIBATTITO/ Barcellona: meglio Facebook o la vecchia catena di montaggio? - Pietro Barcellona, venerdì 20 gennaio 2012, il sussidiario.net

La progressiva oggettivazione dell’Io e di ogni rappresentazione del soggetto di fronte al mondo, e la progressiva riduzione delle relazioni fra i comportamenti individuali a pure connessioni funzionali, definibili secondo sequenze automatiche, ha lentamente portato all’assorbimento della realtà e delle pratiche effettive degli esseri umani dentro la sfera di un mondo semivirtuale.
La perdita del mondo come realtà che ci sta di fronte, sia pure attraverso le mille relazioni significative tra oggetti e persone, tocca essenzialmente il rapporto tra l’uomo e la natura. Poiché tale rapporto sta alla base di quella che siamo soliti chiamare economia, è proprio alle trasformazioni del modo di produrre e consumare che bisogna guardare per cercare di capire il rapporto tra la nostra vita materiale e la rappresentazione della società come un flusso liquido e come una somma di paure e di isolamenti individuali.
L’economia rappresenta infatti il modo in cui l’uomo entra in rapporto con la natura per realizzare, attraverso al sua “utilizzazione”, la riproduzione di se stesso e del proprio gruppo sociale. Se produzione e riproduzione del gruppo sociale sono le basi elementari di ogni costituzione di società, è evidente che le modalità in cui si realizza la produzione e la riproduzione sono decisive per capire il senso di ciò che accade in ogni epoca della nostra storia. Non si vuol dire con questo che l’economia ha un primato assoluto nella configurazione delle persone e del loro mondo giacché, se non si rappresenta l’economia come una pura appropriazione della natura, ci si rende conto che in essa è implicata una forma di vita, una gerarchia di valori e l’intero processo sociale complessivo.
Ciò che è accaduto in questi ultimi decenni, che pone in modo inedito i problemi relativi all’identità dell’individuo e del gruppo al quale appartiene, è una totale trasformazione del rapporto tra economia e società fino al totale assorbimento della vita delle persone nella sfera della produzione e del consumo.
Pensiamo alla vita. Non era mai accaduto, come ha sottolineato Sara Ongaro in un libretto di alcuni anni fa sulle donne nella globalizzazione, che la stessa creazione della vita, la fecondazione e la procreazione diventassero un affare economico che fa ormai parte della contabilità come qualsiasi altra produzione di merci. La nascita di nuovi esseri umani, trasformata in parte integrante del ciclo di valorizzazione del capitale, costituisce il punto estremo di assorbimento della nostra esperienza e vita individuale nei paradigmi del funzionamento dell’economia capitalistica.
In questo esempio estremo si vede come il modo di produrre e consumare capitalistico sia penetrato in modo molecolare nella vita quotidiana e abbia determinato contestualmente una estraniazione della realtà concreta delle persone e degli affetti rispetto a ciò che essi continuano a provare nelle condizioni della quotidianità, apparentemente spontanea, dei rapporti umani.
L’assoluta novità della fase che stiamo vivendo risiede appunto in una totale estraniazione delle pratiche affettive (che strutturano ancora la vita concreta) dal paradigma astratto dei modi di funzionamento del capitale e del denaro, che appaiono sempre più gli unici ordinatori di una realtà che non sembra consentire distinzioni fra sfere diverse: la sfera degli affetti e delle relazioni tra le persone, e la sfera della produzione e circolazione delle merci e del denaro.
Che la procreazione possa diventare un processo economico, composto da banche di ovuli e gameti, di strutture sanitarie che gestiscono le inseminazioni, e di investimenti sulla ricerca e sull’innovazione, è certamente un salto di qualità nell’immaginario collettivo di eventi tradizionalmente avvolti nel mistero come il concepimento e la nascita.
Similmente, nell’organizzazione del lavoro della grande fabbrica fordista (si pensi alla Fiat degli anni sessanta con migliaia e migliaia di operai), i tempi di lavoro e le mansioni erano definiti e lineari, e la realtà della fabbrica, rappresentata dalla catena di montaggio, costituiva uno spazio opaco tra il luogo della produzione e i luoghi esterni della commercializzazione e della formazione della domanda sociale di merci. Questa relativa opacità del luogo di produzione dagli altri luoghi sociali consentiva una relativa autonomia del lavoro produttivo rispetto alla vita dell’operaio e rispetto all’intera società che elaborava i propri bisogni da soddisfare al mercato delle merci.
 Oggi invece la fabbrica si configura come un luogo di lettura e utilizzazione di informazioni provenienti dall’esterno (dai lettori ottici dei grandi punti vendita all’uso di carte di credito che censiscono i gusti del consumatore-utente, ecc.) e l’insieme dei flussi informativi che attraversano la società entrano direttamente in produzione. Le nuove tecnologie informatiche incidono direttamente sul modo di lavorare di qualunque lavoratore di una moderna azienda che deve essere in grado di espletare tutte le funzioni necessarie alla produzione in tempo reale, just in time.
L’azienda si riorganizza secondo un sistema a rete che tende a tagliare drasticamente i costi del lavoro e ad occupare soltanto lavoro flessibile e precario. Al posto dell’operaio della catena tende a subentrare un lavoratore polivalente in grado di comunicare continuamente con tutto ciò che si trova fuori dalla sua attività e relazionandosi così attraverso la comunicazione con l’intero mondo esterno e in particolare con il cliente consumatore. La condizione del lavoratore diventa un continuo spaesamento che ne modifica profondamente i connotati culturali per renderlo sempre più disponibile alla connessione dei flussi informativi che interagiscono direttamente con la propria attività lavorativa. 
Oggi la vita concreta del lavoratore e l’insieme del contesto sociale nel quale sembra iscriversi sono diventati astratti. Il lavoro manuale è diventato anche lavoro cognitivo, e cioè basato sul saper utilizzare le informazioni ed arricchirle persino con la propria intelligenza, ma tutto ciò si svolge in una autoreferenzialità della produzione capitalistica che non sembra incontrare più alcun luogo opaco rispetto alla sua penetrazione. L’intera società è diventata un flusso di informazioni utilizzabili per produrre incrementi di valore monetario che non hanno alcun rapporto con le reali condizioni di vita.
La fine dell’impresa fordista e la smaterializzazione dei fattori produttivi tradizionali (il cosiddetto capitale fisso), inaugura l’epoca della finanziarizzazione, l’epoca cioè in cui il capitale adotta strategie di valorizzazione di se stesso occupando interamente la sfera della circolazione e dello scambio delle merci, e della stessa riproduzione della forza lavoro, uomini e donne. La finanziarizzazione dell’economia contemporanea consente al capitale di disinvestire dai salari degli operai e dal capitale direttamente produttivo a favore di una produzione di ricchezza a mezzo di denaro, dirottando cioè i profitti sul mercato finanziario a scapito della creazione di occupazione e della domanda di salario. Il capitalismo finanziario proprio in questa fase sembra trasformarsi in quello che è stato definito “biocapitalismo”, o “capitalismo cognitivo”. Esso non investe più in salari e in macchine di produzione ma nella costruzione di meccanismi finanziari che permettono di rendere la creazione di rendite finanziarie sempre più indipendenti dall’economia reale. Il profitto che si realizza all’esterno della sfera produttiva tende infatti a diventare rendita.
Naturalmente su questo tema del rapporto tra rendita e profitto occorrerebbe un approfondimento ulteriore. Ciò che invece mi interessa sottolineare in questa sede è come le trasformazioni del lavoro e della produzione realizzino un effetto di evaporazione della realtà, cioè di scomparsa della sfera delle pratiche affettive attraverso cui le donne e gli uomini entrano in rapporto. Proprio questo livello di astrazione estremo è alla base delle crisi che si stanno producendo a ritmo sempre più accelerato sia nella vita quotidiana sia nella vita degli Stati nazionali. Più la vita concreta degli esseri umani viene pervasa dalla logica strumentale della produzione di denaro a mezzo di denaro, più le persone concrete sono svuotate di ogni capacità di comprensione e di ogni autonomia nella ricerca del senso della propria esistenza.
Attraverso il controllo dell’intero ciclo economico, la maggior parte dei bisogni umani appare oggi prodotta e quasi imposta dal funzionamento dell’intero sistema mediatico che determina la stessa forma dei desideri e dei bisogni. Si pensi al fenomeno delle mode che spingono intere masse all’acquisto e al consumo di beni privi di qualsiasi qualità e utilità. L’intera società viene cioè estraniata dal processo primario di rappresentazione ed elaborazione dei propri bisogni, che non sono più il frutto di un’autonoma e consapevole rappresentazione del rapporto fra se stessi e il mondo, ma sono invece eterodiretti ed eteroformati dalla macchina produttiva di ricchezza monetaria.
L’astrazione dalla concreta esperienza della vita di ciascuno dal proprio contesto pratico-affettivo si risolve in questo caso in una alienazione totale. È questa alienazione che oggi emerge drammaticamente nelle condizioni della crisi che stiamo attraversando, che non è appunto soltanto una crisi economica, ma la crisi, come abbiamo orami spiegato tante volte, di una intera forma di vita.

martedì 22 marzo 2011

I giochi non sono fatti (Les jeux ne sont pas faits). In via di conclusione in Francia la consultazione per la revisione delle legge sulla bioetica. 14-03-2011 - di Chiara Mantovani, da http://vanthuanobservatory.org

Nel 2009 sono iniziati in Francia gli “stati generali” della bioetica, una larga consultazione popolare per sondare che cosa ne pensava il francese medio in merito ai grandi temi bioetici della procreatica artificiale.
I francesi restano affezionati evidentemente almeno al linguaggio della Rivoluzione Francese, ma se nei tempi passati le conseguenze furono quelle note, non è detto che il risultato debba ripetersi.
Sebbene sia ampiamente discutibile la ragionevolezza di affidare decisioni sostanziali - come quelle sulla opportunità ed eticità o meno di tecniche mediche riguardanti la procreazione o la ricerca sugli embrioni - alla consultazione generale, i nostri tempi hanno ormai accettato che la verità sia messa ai voti. Non solo in Francia, ma anche in Inghilterra, in Spagna, negli USA come in Australia e in Giappone, si stanno facendo delle “prove tecniche” di consultazione popolare su temi sensibili. In Germania, “cittadini giudici” o “Planungszellen” sono chiamati ad esprimere dei pareri, dopo un periodo di formazione. La Danimarca fa da apripista con le “conferenze di consenso”. Sembra la nuova moda per risolvere i conflitti etici: discutiamo fino allo sfinimento, in modo sistematico e non parcellare, con esperti e persone comuni che con una infarinatura di competenze possano sentirsi autorevoli nel “secondo me”, per giungere non alla ricerca della verità (non ne ho trovato traccia nelle dichiarazioni entusiaste di questa modalità) ma alla ricerca del “consenso”, quel “siamo tutti d’accordo”, teso ad evitare poi lamentele. Il campo di applicazione di queste novità è l’ambito bioetico: non mi risulta che analoghe iniziative siano state previste, ad esempio, per decidere gli stipendi dei parlamentari o l’entità del prelievo fiscale. Significativa è la citazione tratta dal sito personale dell’on. Jean Leonetti (http://www.jean-leonetti.fr/ , visitato il 6 marzo 2011): «Il dibattito pubblico dovrebbe organizzarsi in modo permanente, e non occasionale, per evitare i contraccolpi mediatici, generatori di tensione e di banalizzazione. Il dibattito pubblico deve avvenire attraverso cittadini rappresentativi dell’insieme del popolo, che, con la mediazione delle conferenze di consenso possa esprimere pareri illuminati, meditati e convergenti, anche se non consensuali. È necessario tempo per assimilare i pareri contraddittori, soppesare vantaggi e inconvenienti delle diverse posizioni, accettare  il dubbio collettivo e anche quella parte di incertezza nella decisione finale».
Con piglio tipicamente girondino, dunque, la prima fase si è svolta con riunioni e colloqui organizzati in tutta la Francia per ascoltare il punto di vista dei cittadini. L’iniziativa è stata solo il primo passo per giungere alla revisione della legge che nel 2005 ha di fatto regolamentato la PMA e i suoi corollari, la versione francese della nostra legge 40/05, anche se i due impianti legislativi non possono dirsi sovrapponibili. La revisione è prevista con scadenza quinquennale dalla stessa legge, consapevole che in cinque anni molti presupposti scientifici possono cambiare. La seconda fase è iniziata a novembre del 2010, con le audizioni da parte di una apposita commissione presieduta dal socialista Alain Claeys (di professione insegnante, in Parlamento è membro della Commissione delle Finanze) e con relatore Jean Leonetti. Di professione cardiologo, Leonetti è membro del Partito Radicale del Valois, ha presieduto i lavori parlamentari che hanno condotto nell’aprile 2005 alla “Legge relativa ai diritti dei malati e alla fine della vita” e di cui è stato relatore in Parlamento, legge che prevede il testamento biologico e la figura del fiduciario.
La commissione ministeriale francese ha ascoltato i convocati sui temi dell’agenda di biomedicina, la ricerca sull’embrione, l’eliminazione dell’anonimato della donazione di gameti, la gravidanza surrogata e la diagnosi prenatale. Il 25 e il 26 gennaio sono avvenute la discussione e le operazioni di voto dei membri (70) della commissione sugli emendamenti presentati; dall’8 all’11 febbraio discussione e voto in seduta pubblica e infine il 15 febbraio il voto solenne dei deputati, in prima lettura, del progetto. L’iter proseguirà in Commissione di affari sociali senza la costituzione di una analoga commissione preparatrice come avvenuto alla Camera, cosa che era stata richiesta da alcuni senatori ma che è stata respinta per non ritardare l’approvazione e il varo dell’aggiornamento della legge sulla bioetica.
La scaletta dei lavori prevede un voto in seduta plenaria al Senato per l’inizio di aprile, un voto in seconda lettura del Parlamento e quello in seconda lettura del Senato. Ogni tappa offrirà l’occasione per ulteriori proposte di emendamenti. Se ci saranno voti differenziati tra Parlamento e Senato, si riunirà una commissione mista di 7 membri che dovrà adottare un testo condiviso, il tutto entro la fine di luglio.
Associazioni pro-life francesi hanno stilato un bilancio della revisione, affermando che è possibile scorgere luci e ombre, in termine di rispetto per la vita ma anche di prospettive politiche. Ha piacevolmente sorpreso la qualità del dibattito, l’intelligenza nel confronto delle idee e soprattutto la sempre maggiore presa di coscienza delle sfide in  gioco per il rispetto per la vita e l’impegno a farsene carico, ancora insufficienti a garantirne un rispetto assoluto e dunque perfettibili, ma decisivi per il futuro. Altrimenti non si potrebbero spiegare i trentacinque parlamentari che hanno firmato insieme un manifesto comune (apparso su Le Figaro dell’8 febbraio) che getta l'allarme sui rischi della industrializzazione della procreazione, né il coraggio avuto nell'affrontare fino a tarda notte i dati sulle false promesse della ricerca sugli embrioni e i rischi di eliminazione dei più deboli contenuti nelle disposizioni di diagnosi pre-impiantatoria e prenatale. È questo fronte unito che in Francia i difensori della vita salutano come qualcosa di unico e storico, incoraggiante per il futuro.
Che cosa non è stato ottenuto? Con realismo bisogna annotare un gran numero di malfunzionamenti nella legge attuale: resta invariata la possibilità di ricerca sull'embrione, la diagnosi prenatale (DPN) non avrà l’obbligo di avere come unica finalità la cura del feto, il numero di ovociti fecondati non sarà limitato a tre.
Nella legge precedente la ricerca sull’embrione era concessa in pratica, anche se negata di nome, attraverso il
principio del divieto con deroghe, che il vice presidente dell'Assemblée, Marc Le Fur (UMP), ha definito "un anestetico per cattolici" (Agence France-Presse, 10 febbraio). L'Agenzia di Biomedicina (ABM) ha infatti la facoltà di autorizzare "a titolo derogatorio" progetti di ricerca e lo ha ampiamente fatto accettando, dal 2004, finora 58 protocolli su 64, dei quali 47 con cellule staminali embrionali umane e 11 con embrioni (La Croix, 4 febbraio).
Il meccanismo è stato criticato fra l'altro da Jacques Testart, "padre" nel 1982 del primo bambino in provetta francese. Secondo il biologo, l'ABM è "un organismo favorevole pressoché a qualsiasi pratica e poco incline a ogni restrizione. In modo progressivo, il Parlamento si sta tirando fuori un po' vigliaccamente, delegando a quest’Agenzia l’interpretazione della nuova legge". Così ha dichiarato in un'intervista ad Avvenire (8 febbraio).
Già nel novembre scorso, il cardinale arcivescovo di Parigi e presidente della CEF, S.Em. André Vingt-Trois, aveva sottolineato "una certa incoerenza". "Il governo manifesta la coscienza chiara che con la ricerca sull'embrione il rispetto per la dignità umana è in gioco. Allo stesso tempo, sembra mettere in piedi un sistema nel quale la distruzione di embrioni non è più un'eccezione", aveva detto a La Vie (30 novembre 2010).
Ma è stato preso in considerazione un certo numero di rivendicazioni essenziali che con la loro sola esistenza offrono qualche motivo per sperare: un emendamento sulle liste di finanziamento e la promozione di ricerche mediche per il trattamento della trisomia 21 e nello spazio di un anno il Governo dovrà pubblicare un rapporto in merito; un emendamento sull'informazione rivolta alle donne incinte sugli aiuti possibili e lo stato delle ricerche. Questo è anche un progresso prezioso per le coppie: bisogna aver vissuto personalmente la Diagnostica Pre Natale (DPN) per rendersi conto dell'importanza di questo emendamento dal punto di vista del rispetto per la vita e la sua portata simbolica.
In deroga al primo comma, in merito alle ricerche sull'embrione il testo sancisce che i protocolli ricevano il via libera solo "quando risulta impossibile, in base allo stato delle conoscenze scientifiche, condurre una ricerca simile senza ricorrere a cellule staminali embrionali o a embrioni" (Art. 23, 2). Inoltre, l'ABM (l'Agenzia di Biomedicina) dovrà presentare ogni anno un bilancio comparativo, mettendo a confronto i risultati ottenuti dalla ricerca sulle cellule embrionali con quelli della ricerca sulle cellule adulte.
Un particolare di non poco conto è anche l'obiezione di coscienza prevista per i ricercatori in caso di ricerca sugli embrioni umani: sebbene l’obiezione di coscienza sia un dispositivo doveroso, nella disistima generale di questo diritto anche questa ammissione è un riconoscimento della delicatezza etica di questa ricerca. E saranno incoraggiate le ricerche etiche come quelle sul sangue del cordone ombelicale.
Il testo adottato ha mantenuto la necessità di ragioni mediche di infertilità per consentire l'accesso alla fecondazione artificiale, negando di fatto l'idea di un diritto al figlio, vietando la maternità surrogata e l’accesso alle coppie omosessuali ; resta il via libera a tutte le coppie di sesso diverso anche unite dai PACS o di unione libera. Il passaggio non è certamente condivisibile per i cattolici, andando a costituire di fatto una equiparazione tra matrimonio e libere convivenze.
Nonostante gli appelli del ministro Bertrand, la nuova legge permetterà il trasferimento di embrioni dopo il decesso del padre, se la madre ne chiede l’impianto entro i 18 mesi successivi alla morte e a condizione che ci sia una precedente dichiarazione favorevole del padre. Qualcuno però sottolinea che questa disposizione ha anche in mente di consentire la nascita di embrioni che fossero ancora congelati al momento della morte del padre, offrendo loro l’unica possibilità di vivere e nascere; la legge esclude, infatti, l’inseminazione con spermatozoi di uomini già deceduti.
La Francia ha un triste primato: la patria dello scopritore della sindrome di Down, quel meraviglioso medico che individuò la trisomia del cromosoma 21, il prof. Jerome Lejeune, elimina con l’aborto, ogni anno, il 96% dei suoi figli affetti dall’anomalia genetica. E se la deriva eugenetica è preoccupante (non è stata annullata la fattibilità della ricerca del bebè-medicina, nonostante la legge precedente l’avesse ammessa solo per cinque anni, e giusto il giorno dell’inizio del dibattito in aula fosse uscita con grande evidenza mediatica la notizia di un bimbo concepito e fatto nascere per fare da donatore al fratello ammalato), è anche vero che è stata indicata la necessità di un impegno maggiore per la ricerca di terapie per la trisomia 21. L’incoraggiamento arriva anche da un bel manifesto: un bimbo Down occhieggia dicendo ai lettori: “ Il 96% di noi è eliminato a causa del depistaggio massiccio della trisomia 21. In parlamento alcuni sono sbalorditi che il 4% di noi ancora sopravviva. Ci sono delle logiche che uccidono. Signore e signori parlamentari fate applicare l’articolo 16-4 del Codice civile: “è vietata ogni pratica eugenetica tendente ad organizzare la selezione delle persone”.
La civiltà dell’Europa e della Francia avrebbe molto da guadagnare nel dar retta a quel bambino.

Siti di riferimento:
http://www.etatsgenerauxdelabioethique.fr/uploads/rapport_final.pdf
http://www.anfe.eu/images/newsletters/newsletter4.pdf
http://www.libertepolitique.com/les-dossiers-fsp/13-les-dossiers/6470-bioethique-la-revision-de-la-loi-de-2004
http://www.libertepolitique.com/respect-de-la-vie/6594-bioethique-premiere-manche
http://www.libertepolitique.com/respect-de-la-vie/6593-vote-du-projet-de-loi-bioethique-les-raisons-desperer
http://www.assemblee-nationale.fr/13/dossiers/bioethique.asp
http://www.assemblee-nationale.fr/13/ta-commission/r3111-a0.asp
http://www.libertepolitique.com/respect-de-la-vie/6566-bebe-medicament-une-etape-de-plus-dans-la-derive-eugeniste
http://www.libertepolitique.com/respect-de-la-vie/6552-recherche-sur-lembryon-rien-nest-joue
http://www.jean-leonetti.fr/

giovedì 16 dicembre 2010

Filippine - Due figli per coppia, legge «alla cinese» - di Simona Verrazzo – Avvenire, 16 dicembre 2010

Scegliere la vita e preservarla. È questa la posizione che la Chiesa cattolica filippina è tornata a ribadire martedì. Due giorni fa, scrive il sito in inglese CathNews Philippines, una delegazione della Conferenza episcopale delle Filippine, tra cui il presidente monsignor Nereo Odchimar, ha incontrato un gruppo di parlamentari guidati da Joseph Victor Ejercito, figlio dell’ex presidente Estrada. Al centro dell’incontro la contestata «Reproductive health bill», il disegno di legge sulla cosiddetta «salute riproduttiva». Il testo, pur rifiutando l’aborto clinico, stila un programma di pianificazione familiare che impedisce alle coppie di avere più di due figli, pena il pagamento di una sanzione e in alcuni casi il carcere. Inoltre sponsorizza la diffusione di pillole anticoncezionali, finora vietate, e preservativi e promuove la sterilizzazione volontaria. «Bisogna scegliere la vita e preservarla – ha dichiarato monsignor Odchimar, vescovo di Tandag –. La legge deve ispirare i genitori non soltanto a essere responsabili, ma ad accettare con eroismo ciò che Dio ha dato loro. Serve il riconoscimento dello Stato del diritto alla genitorialità». Monsignor Odchimar ha ricordato che senza «condizioni» la legge, se entrasse in vigore, separerebbe la nazione da Dio.

Le parole del presidente della Conferenza episcopale filippina sono arrivate una settimana dopo l’incontro dei vescovi con la Philippiline medical association (Pma), la più importante organizzazione di medici del paese. «La nostra linea – ha detto monsignor Odchimar, ripreso dal sito Asianews – è basata sulla morale e desideriamo in questo anche l’appoggio dei laici e di tutti coloro che possono aiutarci con le loro competenze». Nel lungo e contestato dibattito su un testo che regolamenti la materia, la Chiesa cattolica sostiene il «Natural family programme» (Nfp), che mira a diffondere tra la popolazione una cultura di responsabilità e amore basata sui valori cristiani. Il caso delle Filippine riporta alla mente quanto avviene in Cina, che con per la 'politica del figlio unico' si ritrova con un gravissimo squilibrio demografico.

sabato 6 novembre 2010

L’AIDS NON SI FERMA CON IL CONDOM - di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 5 marzo 2010 (ZENIT.org).- “Il Papa ha ragione! L’Aids non si ferma con il condom”: è questo il titolo del saggio scritto da Cesare Davide Cavoni e Renzo Puccetti e pubblicato dall’editrice "Fede & Cultura".

Il libro ricostruisce in maniera precisa l'ennesimo caso di disinformazione che nel marzo del 2009, nel corso del suo primo viaggio in Africa, ha coinvolto il Pontefice Benedetto XVI. Al centro delle polemiche allora c'erano il condom e l'Aids.

Nella prima parte del volume viene ricostruita la cronaca di come e perché le parole del Papa sono state prima inascoltate e poi travisate; mentre nella seconda parte vengono riportati gli studi scientifici che attraverso i dati pubblicati nella letteratura medica internazionale mostrano che il profilattico non solo non è la soluzione dei mali del continente africano, ma addirittura che la distribuzione a pioggia di preservativi porta a condotte che aggravano ancora di più il problema.

Nella prefazione Francesco Agnoli sottolinea che il vero problema in Africa è culturale e cioè “la concezione dell’uomo e della donna” e che questa non si può risolvere con “una maggiore o minore disponibilità di caucciù”.

Si chiede Agnoli: possono bastare camionate di preservativi, con il loro indice, per quanto basso di fallibilità, a cambiare il modo di pensare di un continente? Serviranno a ridare alla donna e al rapporto coniugale la loro dignità e grandezza? Presentare il preservativo come la ricetta contro l’Aids non significa forse proporre una falsa sicurezza, che finisce alla lunga per determinare un aumento dei contagi?

Nel volume Cesare Cavoni scrive: “la Chiesa è da molto impegnata a far fronte all’emergenza generata dal sorgere del virus ma, nello stesso tempo, ha l’ardire di affermare che uno dei metodi da molti considerato ineludibile per impedire il contagio, è in realtà un mezzo non solo fallace ma addirittura peggiorativo della situazione”.

Mentre il dott. Renzo Puccetti spiega: “se davvero si è convinti che mediante la diffusione dei preservativi si possa efficacemente contrastare l’epidemia nel continente africano, allora paesi e istituzioni internazionali avrebbero il dovere di provvedere ad una massiccia intensificazione della quantità di condom donati all’Africa”.

Dagli studi di due ricercatori, James Shelton e Beverly Johnston, apparsi sulla rivista British Medical Journal nel 2001 risulta infatti che nel 1999, 724 milioni di preservativi, di cui oltre 500 milioni derivanti dalle donazioni estere, sono stati messi a disposizione dei paesi sub-africani, dove vivono i due terzi dei 33,2 milioni di persone colpite nel mondo dall’HIV.

È stato calcolato che tale cifra corrisponde ad una provvista annuale di 4,6 preservativi per ogni uomo che vive nella regione di età compresa tra i 15 e i 59 anni. Ipotizzando per ciascuno di essi un rapporto sessuale a settimana, è abbastanza facile comprendere come il numero di preservativi messi a disposizione sia del tutto insufficiente ad assicurare quel livello di protezione che il Papa avrebbe minacciato con le sue parole.

L’insufficienza della copertura della popolazione mediante preservativi è confermata dal rapporto tecnico finale di un gruppo di esperti che sotto l’egida dell’organizzazione inter-governativa Southern African Development Community si è riunita a Maseru, in Lesotho, dal 10 al 12 maggio 2006. Secondo tale rapporto il condom maschile è assicurato solamente al 19% della popolazione sub-sahariana.

L’inefficacia del profilattico è dimostrata da un rapporto pubblicato dalle autorità sanitarie del Distretto di Columbia in cui si scopre che nella capitale degli Stati Uniti, dove l’accesso ai preservativi è indiscutibilmente oltremodo ampio e senza interruzioni, la percentuale di adolescenti e adulti sieropositivi per l’HIV è pari al 3%, un livello nettamente superiore a quell’1% che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la soglia oltre la quale si può parlare di epidemia.

La prevalenza individuata a Washington, seppure anche frutto di un miglioramento della rete diagnostica e delle possibilità terapeutiche, è paragonabile a quella dell’Uganda e di certe zone del Kenia, dove il numero di preservativi disponibili non è certo equivalente.

giovedì 9 settembre 2010

Giudicare o non giudicare? Di Francesco Agnoli - Tratto da "il Foglio", 2 settembre 2010 – dal sito http://www.pontifex.roma.it
Dopo la notizia che Gianna Nannini aspetta un figlio, a 54 anni, il Corriere ha aperto il dibattito invitando solo donne a commentare il fatto. L’iniziativa dice, a mio avviso, di quanto la mentalità femminista sia penetrata ovunque, portando danni enormi all’idea della necessità dell’alleanza maschio-femmina. Eppure (ammesso che sia vero quello che si dice sulla vicenda), sarebbe stato interessante chiedere anche a degli uomini: voi vendereste il vostro seme per un bambino, che poi non vedrete forse mai, come è accaduto nel caso della Nannini? E’ giusto utilizzare il seme maschile come una merce qualsiasi? Oppure (ma la domanda potrebbe essere fatta, ovviamente, anche alle donne): le piacerebbe essere stato progettato, da sua madre, coscientemente, già orfano di padre? Così purtroppo non è: c’è tutta una cultura che ritiene che il padre, in fondo, importi poco; come ce n’è un’altra, quella che sponsorizza i matrimoni gay, che ritiene che né padre né madre, in fondo, servano più a nulla.
Per questa cultura il diritto è solo quello dell’adulto, del più forte, di chi può decidere: il bambino chiamato all’esistenza non viene neppure contemplato, e i suoi diritti non esistono affatto. Detto questo vorrei provare a dare una lettura cattolica della vicenda, visto che non è molto facile trovarne una. Si parte dal dato razionale, scientifico: a spese di chi sono stati prelevati gli ovuli per il figlio della Nannini? Mi spiego: quale donna ha venduto i suoi ovuli, pur correndo il rischio, causa l’iperstimolazione ovarica sempre necessaria in questi casi, di incorrere in tumori, sterilità e quant’altro? Quale sarà la salute fisica del bambino nato in un corpo non più naturalmente adatto a condurre una gravidanza? Ancora: quale sarà la condizione spirituale di un figlio che all’età di soli sedici anni si troverà, oltre che senza un padre, con una mamma-nonna, di settant’anni, certamente incapace di comprenderlo al meglio, e di seguirlo nella sua crescita? E come si sentirà, la mamma, quando il figlio, verosimilmente, si vergognerà di lei di fronte agli amici? Quando le chiederà conto dell’assenza di un padre? Quando magari, come non è raro accada, la accuserà per le sue sconfitte adolescenziali?

Non c’è alcun dubbio: secondo l’ottica cattolica, che a mio avviso coincide con quella naturale, razionale, quello di Gianna Nannini è stato un gesto non d’amore, ma di sommo egoismo. Un egoismo che la fecondazione artificiale sta trasformando in regola. Una dottoressa britannica del centro per la salute riproduttiva di Leeds, infatti, ha dimostrato in una sua ricerca che il fenomeno del social freezing, cioè del prelievo e del congelamento dei propri ovociti in età giovane, perché siano utilizzati più avanti, sta diventando parte della cultura inglese. “Nonostante fosse chiaro il costo economico e quello fisico…otto studentesse di medicina e quattro di sport su dieci si sono dette pronte a iniziare questo percorso per assicurarsi una gravidanza futura (cioè volutamente procrastinata, ndr) con ovociti giovani. Per non rinunciare alla carriera” (la Repubblica, 6/7/2010).

Sommo egoismo, dicevo. Questo è il giudizio cattolico, che gran parte dei cattolici non vogliono più dare, in nome di una vago sentimentalismo. Dimentichi che Cristo è venuto per indicarci cosa è bene e cosa è male; dimentichi del passo di san Paolo: "Giudicate ogni cosa, trattenete ciò che vale" (1 Tess 5,21).

Ma se il giudizio sul fatto è inequivocabile, oggettivo, quello sulla persona è altra cosa. Il cristiano lo sa bene: non rifugge dal prendere posizione, dall’opera faticosa del discernimento, anzitutto riguardo alle sue proprie scelte, ma non giudica mai l’intenzione, la colpevolezza soggettiva, di chi il peccato ha compiuto. Perché, secondo il catechismo di san Pio X, affinchè un peccato grave oggettivo sia tale anche soggettivamente, occorrono, oltre alla materia grave, anche la piena avvertenza ed il deliberato consenso. Sa la Nannini, ciò che sta facendo? Lo sa pienamente, e pienamente vi assentisce? Lo sa solo Dio. In questo senso va inteso il detto evangelico: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37).

Chi sono io per giudicare la colpevolezza insita nel gesto, oggettivamente egoista, della Nannini? Scriveva il compianto cardinal Giuseppe Siri, che aveva una concezione cattolica dell’esistenza che molti suoi confratelli, nel post concilio, non possedevano più, scambiando la carità con il cedimento all’errore: “Noi siamo sempre pronti a condannare. E invece di condannare faremmo meglio a dire che, nelle condizioni in cui si sono trovati tanti nostri fratelli, saremmo stati probabilmente molto peggio di loro. Questo, non per decurtare l’orrore del peccato: il peccato è peccato, è quello che è. Ma gli uomini si distinguono dal loro peccato; ne saranno macchiati, ma sono un’altra cosa. Il peccato loro può essere grande, ma la capacità loro di risorgere può essere ancora più grande. Ed è con questo sguardo che si debbono vedere gli altri”. Verità e Carità, ancora una volta, non vanno disgiunte: perché nel cristianesimo una non può stare senza l’altra.