Visualizzazione post con etichetta determinismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta determinismo. Mostra tutti i post
domenica 28 ottobre 2012
giovedì 28 giugno 2012
Il crimine è "malattia" Serve la giustizia? - Più si
approfondiscono gli studi sul cervello, più diventa labile il concetto di
«capace di intendere e volere». E c’è il rischio di un ritorno lombrosiano di
Matteo Sacchi - 28 giugno 2012, http://www.ilgiornale.it
Delitto e castigo: la base del
diritto. Ragione e azione: la base presunta della libertà umana. Volontà e
pulsioni: la base della psicologia, come la conoscono i più. E questi tre
binomi normalmente sembrano potersi sovrapporre abbastanza facilmente.
Ingrandisci immagineTant’è che
per essere punibili di un delitto, in quasi tutti gli ordinamenti giuridici del
mondo, bisogna essere considerati capaci di intendere e di volere, non
sottoposti, durante la sua esecuzione, a cause di forza maggiore. Ecco perché
se una persona in preda a uno stato allucinatorio picchia un vicino di casa
credendolo Bin Landen finisce all’ospedale psichiatrico e non in prigione, o un
cassiere di banca che apre la cassaforte sotto la minaccia di una pistola non è
un ladro. Negli ultimi vent’anni però la possibilità di stabilire solidi confini,
tra lucida volontà di far del male e pulsione incontrollabile, è diventata più
labile. Un esempio noto agli esperti del settore: nel 1999 un tranquillo
insegnante della Virginia, che mai aveva dato segni di comportamenti devianti,
iniziò a molestare la figliastra. Venne immediatamente denunciato, condannato,
allontanato dalla famiglia e dalla scuola. Ogni tentativo di riabilitazione
all’inizio sembrò vano... Poi all’improvviso i medici gli diagnosticarono un
tumore, comprimeva la parte destra del lobo frontale (zona del cervello dove si
trovano le funzioni superiori di cognizione). Appena operato il suo carattere
tornò normale, scomparvero le tendenze pedofile, scattò il senso di colpa...
Tornò a casa. Meno di due anni dopo l’irrefrenabile impulso si presentò di
nuovo. Fu un enorme trauma per la famiglia, però il professore si recò
immediatamente all’ospedale... Il tumore era tornato, lo operarono di nuovo,
«guarì» immediatamente.
Ma se in questo caso, grazie alle
nuove tecnologie, la differenza tra sanità e malattia è immediatamente e
(quasi) univocamente percepibile, in altri le nuove cognizioni provenienti
dalle neuroscienze creano situazioni ambigue. Ci sono scienziati che cercano di
dimostrare che la presenza di una variante genetica (localizzata nel gene MAOA)
aumenta la propensione alla violenza.
Ma allora scatta il dilemma. Il
giudice che deve fare? Considerare questa variante genetica un’attenuante, dare
base scientifica alla frase di Dostoevskij: «Il criminale, nel momento in cui
compie il delitto, è sempre un malato»? Oppure all’estremo opposto della scala
del diritto «scietifizzato», dove si preferisce la sicurezza dei molti alla
tutela dei pochi, si deve decidere che tutte le persone che hanno quella
caratteristica devono essere sorvegliate o private del diritto di portare armi?
Sono domande difficilissime e che per il momento non sfiorano la mente dei
legislatori, spesso in tutt’altro affaccendati, però rischiano di diventare
sempre più pressanti visto il ritmo del progresso scientifico... Ecco il senso
del saggio di Andrea Lavazza (filosofo esperto di neuroscienze) e Luca
Sammicheli (giurista e psicologo) intitolato Il delitto del cervello (Codice
edizioni, pagg. 280, euro 15; sarà presentato oggi, alle 18, alla Feltrinelli
di via Manzoni a Milano). I due hanno voluto indagare il complesso rapporto tra
il diritto della società a difendersi dai criminali e ciò che ci dice la
scienza sulla responsabilità del singolo. E i discrimini sono sottili.
Come spiega Andrea Lavazza: «La
scienza ci dice che dobbiamo cambiare il nostro modo di intendere il libero
arbitrio... Molti dei nostri processi cerebrali sono più automatici di quanto
siamo soliti immaginare. Le nostre capacita decisionali molto meno razionali di
quanto sembrino. Sono fattori in cui allo stato attuale delle nostre conoscenze
il giudice deve decidere ancora caso per caso... non c’è ancora una
giurisprudenza». Però esistono già dei rischi: «Sì, per come la vedo io gli
scienziati troppo deterministi rischiano di riproporre teorie di stampo
lombrosiano... o comunque di trascurare fattori come quelli ambientali nel
delineare la propensione al delinquere».
Però entrambi gli autori, da
scienziati, pur difendendo l’esistenza di ampi margini di autodeterminazione
dell’individuo e rifiutando determinismi genetici, pensano che il diritto debba
prepararsi a una corsa in avanti: «Se sulla genetica del cervello siamo agli
inizi, in altri settori di studio siamo più avanti. Invece ciò che le persone
pensano nella loro “psicologia ingenua” su come si determinino nel cervello i
concetti di Bene e Male è rimasto legato a concetti vecchi... È inevitabile che
il modo di giudicare cambi». Un esempio? Per Maometto a un ladro si tagliava la
mano. Se qualcuno gli avesse spiegato l’esistenza della cleptomania magari ci
avrebbe pensato su. Pare esistano molte cleptomanie che non siamo ancora
abituati a vedere, ma i neuroscienziati iniziano a scorgerle... Forse anche la
giustizia dovrà levarsi la benda e smettere di essere ceca.
Etichette:
biodiritto,
determinismo,
genetica,
giustizia,
libertà
venerdì 8 giugno 2012
venerdì 1 giugno 2012
Omosessualità, determinismo e libero arbitrio - Ecco i risultati di un
interessante studio pubblicato su Psychological Bulletin, 31 maggio, 2012, http://www.uccronline.it/
Un recente articolo pubblicato
sulla rivista “Psychological Bulletin” si è concentrato sulle differenti
reazioni dell’opinione pubblica quando un comportamento appare guidato dalla
volontà o determinato geneticamente, compresi i comportamenti omosessuali. Gli
autori, gli psicologi Ian Dar-Nimrod dell’University of Rochester Medical
Center e Steven J. Heine dell’University of British Columbia, hanno iniziato la
loro discussione, affermando che gli esseri umani tendono a “essenzializzare”
alcune entità che incontrano, cioè percepiscono come “naturale” ciò che li
rende quello che sono e che in loro «genera le comuni caratteristiche apparenti
dei membri di una categoria particolare», scrivono.
Per sostenere la “naturalità”
della loro posizione, queste persone si affidano alla genetica: «i “geni”»,
scrivono i due psicologi, «spesso fungono da segnaposto per questa essenza
immaginata, e questo ha implicazioni importanti», ovvero gli elementi che definiscono
l’essenzialismo psicologico (cioè la visualizzazione di un carattere come
immutabile, fondamentale, omogeneo, discreto e naturale) sono percepiti come
fattori genetici. Questo porta ovviamente a «svalutare il ruolo dei fattori
ambientali ed esperienziali», fa sentire predestinati, visualizzando i “geni”
come la causa fondamentale della propria condizione (“i miei geni mi portano a
fare…”). Inoltre, ci si convince che tutti i membri di un certo gruppo debbano
condividere una certa essenza genetica, e «tale condizione non dovrebbe essere
osservata in coloro che non condividono lo stesso fondamento genetico di base»
(pag. 801). Tutto questo però porta ad una grave conseguenza: «può indurre alla
cosiddetta “fallacia naturalistica”, che si traduce nel fatto che questi
comportamenti vengono percepiti come più moralmente accettabili. Qui le
proprietà etiche sono erroneamente derivate da presunte proprietà naturali»,
avvertono. Gli autori osservano anche che la “fallacia naturalistica” ha
beneficiato i gay e lesbiche, ma ha sfavorito i criminali e gli obesi, in
quanto questo errore emerge più fortemente quando i risultati sono associati a
comportamenti che sono visti come volontari, ovvero l’omosessualità percepita
come “naturale” porta ad una maggiore accettazione, mentre è vero il contrario
per chi ha un comportamento criminale o è obeso. Sintetizzano, scrivono gli
autori: «l’omosessualità può essere vista in modo più positivo se è percepita
come il risultato di una naturale, predisposizione genetica, piuttosto che come
una scelta di vita fatta consapevolmente» (pag. 802). Il punto è che
l’omosessualità non ha una chiara origine genetica.
Gli autori esaminano proprio il
tema dell’orientamento sessuale come un esempio di come la “fallacia
naturalistica” possa guidare un dibattito politico. In particolare hanno
analizzato la reazione dell’opinione pubblica alla scoperta nel 1993 (Hamer et
al.) di un marcatore genetico (Xq28), che in parte avrebbe dovuto rappresentare
l’omosessualità maschile (il famoso “gene gay”, anche se poi tutti i tentativi
di replicare i risultati hanno fallito: Rice, Anderson, Risch, & Ebers,
1999). La società ha cominciato a concepire l’omosessualità come in un rapporto
immutabile di causalità con i geni, eliminando dal dibattito la storica
posizione psicoanalitica che -ancora oggi- ritiene l’omosessualità una
probabile conseguenza di madri prepotenti e padri freddi e distaccati. «Ancora
una volta», scrivono i due autori, «la prova che gli argomenti genetici portano
a reazioni qualitativamente diverse rispetto a quelle ambientali» (p.
806). I comportamenti che hanno
implicazioni morali, rilevano ancora, «perdono la loro forza morale, se la
gente guarda quei comportamenti come al di là della volontà individuale» (p.
806). Interessante anche il fatto che gli autori ritengono che questo
pregiudizio dell’essenzialismo genetico sia stato alla base anche della
«crescita delle ideologie eugenetiche in tutta la storia. Quando i geni sono
percepiti come li locus della causalità, ne consegue che gli sforzi per
migliorare l’umanità si concentreranno sul miglioramento genetico», in modo
diffuso da Darwin al XX secolo (pag. 811).
Gli autori sostengono che i mass
media sono complici nell’aver fatto svolgere ai geni un ruolo più centrale
rispetto ai dati suggeriti dalla ricerca scientifica, fornendo costantemente un
quadro troppo semplificato della ricerca genetica, in chiave eccessivamente
deterministica. L’altro errore dei media, secondo gli psicologi, è equiparare
il comportamento omosessuale a una caratteristica geneticamente determinata,
come il colore della pelle (spesso, ad esempio, si equipara in modo tendenzioso
l’opposizione alle nozze gay con l’opposizione alle nozze miste). Anche i
ricercatori hanno gravi responsabilità in quanto, avendo bisogno
dell’attenzione dei media e di finanziamenti a fondo perduto, possono
contribuire a promuovere i pregiudizi essenzialisti delle persone (ad esempio
parlando di “gene egoista”, “gene del tradimento”, “gene gay”). Il risultato di
queste rappresentazioni, secondo gli autori, è che «le persone che ottengono la
loro conoscenza della genetica attraverso i media hanno più probabilità di
concepire le influenze genetiche in modo troppo deterministico, immutabile, e,
infine, in modo erroneo» (p. 812).
All’articolo è seguita una
replica di Eric Turkheimer, psicologo della University of Virginia, il quale ha
introdotto l’argomento del libero arbitrio (inteso da lui non in modo
metafisico ma come «la nostra capacità di rispondere alle situazioni complesse
in modi complessi e imprevedibili e il processo di costruzione del sé»). Come
dimostrano gli studi sui gemelli, ha scritto, è l’ambiente di crescita non
condiviso (affidati a due famiglie diverse) che modella le differenze di
comportamento (anche sessuale): «siamo liberi di diventare ciò che vogliamo»,
scrive, «anche se faremo uno forzo maggiore per alcuni tratti rispetto che ad
altri». Secondo le statistiche comparative sulle varianze non condivise (NEP),
«cambiare l’orientamento sessuale richiede in generale un impegno minore che
modificare tratti della personalità o curare la depressione, ma un maggiore
sforzo rispetto a ridurre il peso corporeo o cambiare un atteggiamento
criminale». Nella loro controreplica, Dar-Nimrod e Heine, si mostrano d’accordo
sul fatto che «i geni sono importanti per tutti i comportamenti umani
complessi, ma non ne determinano nessuno [...] poiché non sono noti
comportamenti umani complessi in cui i geni rendono incapaci di resistere
all’esecuzione di un comportamento, l’argomento genetico non dovrebbe essere
usato come base per le valutazioni morali. I geni forniscono una fonte di
influenza ma il loro ruolo nella produzione di eventuali comportamenti
complessi è lontano dal determinismo. Inoltre, la quantità di influenza che i
geni hanno sui comportamenti è notevolmente più piccola di quanto si possa
pensare».
Questo studio (interessante anche
il commento allo studio fatto da Christopher H. Rosik, psicologo, docente alla
Clinical faculty della Fresno Pacific University e direttore di ricerca presso
il “Link Care Center”), in conclusione, dimostra che non vi sono forti nessi
tra l’omosessualità e l’ereditabilità genetica e dire il contrario è errato ma
aiuta all’accettabilità morale del comportamento omosessuale (ecco perché c’è e
c’è stata questa pressione sul “gene gay” da parte della lobby omosessuale) e
delle sue conseguenze (matrimonio gay, adozione ecc.). Gli autori dimostrano
infine che il determinismo è una posizione errata, non c’è nessuna influenza
genetica in grado di determinare completamente il comportamento umano.
sabato 19 maggio 2012
L’intelligenza umana frutto di un “errore” - Pubblicato il da http://www.aipsimed.org
L’intelligenza caratteristica dell’Homo sapiens ha avuto origine due milioni e quattrocentomila anni fa dal Dna dell’australopiteco, nel quale si è verificata un’imperfezione: la copia incompleta di un gene. Questa variante genica, chiamata SRGAP2C, è stata individuata dagli scienziati dello Scripps Research Institute (California), che ne hanno dato conto sulla rivista Cell.
Il gene originario, SRGAP2, tipico dei cromosomi dei mammiferi, produce una proteina che fa sì che i neuroni immaturi estroflettano delle appendici a forma di radice, dette filopodi, che rallentano la propagazione dei neuroni nel cervello durante lo sviluppo. I ricercatori hanno scoperto che la variante SRGAP2C, presente solo nell’uomo, inibisce l’emissione dei filopodi. Così i neuroni umani, più liberi di propagarsi durante la crescita, raggiungono prima la loro destinazione finale e hanno il tempo di formare più connessioni tra loro.
Fonti: Venerdì di Repubblica
martedì 15 maggio 2012
Libero arbitrio: filosofi si prendono gioco dello scientismo di Sam
Harris - Simon Rippon e Mario De Caro contro i positivisti neuro-entusiasti – 12
maggio 2012, http://www.uccronline.it
Il 1° aprile scorso sul sito
«Practical Ethics» dell’Università di Oxford è stato pubblicato un articolo dal
filosofo Simon Rippon nel quale si rivelavano i contenuti di uno studio
neuroscientifico rivoluzionario, attraverso il quale usando un nuovo tipo di
scanner cerebrale sarebbe stato possibile localizzare con precisione, nella
corteccia prefrontale, la sede del libero arbitrio, permettendoci di
determinare con chiarezza i processi causali che conducono alle azioni libere.
A leggere i commenti ricevuti,
pochi ci sono cascati. Si trattava infatti di un simpatico “pesce d’Aprile”. Ma
a chi era rivolta questa burla? Lo ha spiegato lo stesso filosofo di Oxford,
affermando di aver voluto prendere per il naso gli esaltati “new atheists”,
come Sam Harris e Jerry Coyne (e mettiamoci pure Richard Dawkins), secondo i
quali le neuroscienze sono lo strumento della verità suprema attraverso cui si
può dimostrare l’inesistenza del libero arbitrio (e quindi, secondo i loro
“ragionamenti”, l’inesistenza di Dio). Una concezione, quella della onnipotenza
delle neuroscienze, che Rippon ha liquidato come «ridicola e confusa», perché,
ha spiegato, il libero arbitrio è un profondo problema. essenzialmente
filosofico.
Il filosofo Mario De Caro,
docente presso l’Università Roma Tre, ha però voluto precisare che «è vero che
il problema del libero arbitrio non può essere risolto dalle sole neuroscienze;
ma le neuroscienze possono comunque portare un contributo molto importante alla
chiarificazione del problema». Ha ricordato poi che «non pochi neuro-entusiasti
argomentano che il libero arbitrio è un’illusione in quanto tutte le nostre
azioni sono causalmente determinate da eventi cerebrali. Peccato che moltissimi
filosofi, i cosiddetti “compatibilisti” (come Leibniz, Locke, Hume o Dennett),
abbiano argomentato che la causalità deterministica non impedisce affatto il
libero arbitrio, anzi ne è condizione di possibilità [...]. Per mostrare che il
libero arbitrio non esiste, allora, non basta provare che le nostre azioni sono
determinate neurofisiologicamente; bisogna anche confutare la concezione
compatibilistica del libero arbitrio». Ricordiamo che De Caro,
nell’interessante libro “Siamo davvero liberi” (Codice 2010), ha avuto anche
modo di sconfessare l’idea che le spiegazioni evoluzioniste (attraverso la
psicologia evolutiva) possano spiegare l’origine della moralità, sottolineando
l’irriducibilità dell’uomo rispetto all’animale (approfondiremo però in
futuro).
Tornando al sito web
dell’Università di Oxford, è interessante notare come il filosofo anti-teista
Harris (autore di un recente libro, già recensito su questo sito) è spesso
preso di mira, in modo molto negativo. Sempre Rippon, nel 2010, recensiva un
suo lavoro con il quale l’amico di Dawkins voleva sostenere che la scienza può
determinare ciò che è moralmente giusto o sbagliato. Rippon definisce questo
atteggiamento, ovviamente, come “scientista” e “fallace”, impegnandosi a
dimostrarne il perché. Nel novembre scorso è stato lo psicologo Brian Earp ad
interessarsi degli argomenti del controverso leader dell’ateismo scientifico.
Lo ha fatto con molta ironia, a tratti imbarazzato dalla tesi centrale di
Harris, ovvero (ancora una volta) la presunta capacità della scienza di
determinare la correttezza o meno dei valori umani: «Ciò che realmente Harris
fa nel suo libro -nemmeno molto bene-», ha scritto Earp, «è il semplice e
vecchio laico ragionamento sulla morale, affermando di stare usando la scienza
per decidere cosa è bene e cosa è male. Che Harris sia veramente così ingenuo
[...] pare incredibile, e così io sospetto che lui stia esagerando per vendere
più copie del libro. Provo vergogna per lui».
venerdì 11 maggio 2012
Cavalli Sforza: «la fine del determinismo genetico» di Enzo Pennetta, biologo,
10 maggio, 2012, http://www.uccronline.it
In un articolo su la Repubblica
Francesco e Luca Cavalli Sforza affrontano la fine del determinismo genetico
alla luce dello studio dei meccanismi epigenetici. L’articolo è apparso Col titolo
“Quando l’apprendimento può essere trasmesso” e l’argomento affrontato sono le
nuove conoscenze sull’epigenetica, la trasmissione di caratteri sviluppati nel
corso della vita.
L’articolo inizia con una
sintetica ed efficace esposizione dell’epigenetica: «Le nostre attività,
quindi, oppure agenti patogeni cui siamo esposti, o ciò che mangiamo, possono
modificare il modo in cui lavorano le nostre cellule. I cambiamenti non incidono
sulla sequenza di DNA, che rimane immutata, ma sono trasmessi alle cellule
figlie insieme al DNA della cellula madre, quando questa si divide».
L’importanza dell’epigenetica in ambito antropologico è nell’aver
definitivamente smentito l’idea che analizzando il DNA di una persona fosse
possibile determinarne tutte le caratteristiche, un’idea che unitamente
all’affermarsi dell’evoluzionismo darwiniano per selezione naturale, era stata
sin dall’inizio del ’900 all’origine della triste vicenda delle politiche
eugenetiche.
Ma se il determinismo genetico
viene oggi definitivamente confutato, in passato ha giustificato le politiche
eugeniste che enormi drammi hanno provocato su entrambe le coste
dell’Atlantico, andando dalla discriminazione verso gli immigranti avvenuta
negli USA nella prima metà del XX secolo, alle più tristemente conosciute
politiche eugenetiche della Germania nazista. Ma l’eugenetica ha continuato ad
essere operante anche in Svezia, dove fino agli anni ’70 il Nobel per la pace
(sic!) del 1982, Alva Mydral, proponeva politiche eugeniste di sterilizzazione
forzata e di promozione del razzismo, idee che come abbiamo visto non solo non
le impedirono di ricevere il Nobel per la pace, ma non le impedirono neanche di
divenire presidente della sezione scientifica dell’UNESCO dal 1950 al 1955.
In nome del determinismo genetico
si riteneva inutile spendere soldi e tempo per l’educazione dei figli di
persone che “non avrebbero mai dovuto diventare genitori”, affermava nel 1922
Margaret Sanger la paladina della società basata sull’eugenetica e fondatrice
di Planned Parenthood, la più grande industria dell’aborto oggi prendete al
mondo. La scoperta dell’ereditarietà epigenetica rende adesso ancor più assurdo
tutto questo. Le caratteristiche che
facevano etichettare come “deboli di mente” e spesso dichiarare “indesiderati”
il 79% degli emigranti italiani, l’87% di quelli russi o l’83% degli ebrei,
oltre ad essere frutto di discutibili test d’intelligenza, potevano essere
causate da fattori epigenetici, dalle condizioni di miseria in cui quelle
persone erano vissute, persone che dopo essere state relegate agli ultimi posti
di una società piena di disuguaglianze, venivano anche “punite” come portatrici
di caratteri negativi da eliminare con l’isolamento e la sterilizzazione.
Adesso, all’inizio del XXI
secolo, la scoperta dei meccanismi epigenetici ci mette in condizione di
liberarci dai dogmi che vedono tutto scritto nel DNA, il “gene egoista” di
Richard Dawkins e le conseguenze di un approccio deterministico possono dunque
essere messe da parte: l’ambiente e le condizioni sociali sono determinanti. La
sopravvalutazione del determinismo genetico e della selezione naturale ha però
portato a delle degenerazioni di cui la biologia del XX secolo è stata
responsabile o quantomeno corresponsabile, e per le quali dovrebbe “chiedere
scusa”, dovrebbe porgere quelle scuse che a volte vengono chieste alle
religioni e che stavolta sarebbe giusto che la “scienza” offrisse a coloro che,
in nome dell’eugenetica, sono stati perseguitati.
giovedì 10 maggio 2012
«La risonanza misura l’amore» E chi l’ha detto?di Adriana Gini,
Avvenire, 10 maggio 2012
L’inizio degli anni ’90 rappresenta
una tappa decisiva per le neuroscienze: l’ingresso della risonanza magnetica
nucleare funzionale, con la quale è possibile studiare il funzionamento
"in vivo" del cervello, in modo assolutamente non invasivo,
utilizzando come "segnale" il flusso di sangue locale. Diviene
possibile costruire delle "mappe" di attivazione cerebrale, le cui
immagini colorate hanno trovato rapida diffusione anche nei nostri mezzi di
comunicazione. Nonostante gli alti costi e la necessità di super specialisti,
le indagini di fRMN sono in aumento: lo studio «in vivo» del cervello, infatti,
si è esteso anche a soggetti sani, con lo scopo di decifrarne i processi
mentali e i comportamenti. Tuttavia è bene dire che non esiste alcuna
dimostrazione scientifica dell’identità tra le funzioni cerebrali e quelle
mentali, così come non si può parlare di un rapporto di causaeffetto, piuttosto
di una «correlazione». Inoltre, si dimostra alquanto discutibile, perché
inesatta e fuorviante, la tesi secondo la quale la persona s’identificherebbe
col proprio cervello confondendo, il tutto con una sua parte. Così facendo si
cade, infatti, nella cosiddetta fallacia mereologica (da mereos,
"parte" e logos, "ragione", "studio",
"ricognizione", ecc.). Il cervello non pensa, impara, immagina,
risolve problemi, fa calcoli, sogna ricorda, ama o percepisce: la persona sì.
«Soltanto dell’uomo vivente, e di ciò che gli somiglia (che si comporta in modo
simile) si può dire che abbia sensazioni; che veda, che sia cieco, che sia
sordo, che sia in sé o che non sia cosciente» (Wittgenstein, Ricerche
filosofiche. § 281).
A dimostrazione della centralità che
oggi è attribuita al cervello, perfino nelle ricerche sull’amore umano, in un
recente studio della Siyracuse University (Stati Uniti) è sottolineata
l’importanza degli esami di neuro-immagine nello studio delle funzioni
cerebrali correlate alle relazioni interpersonali più intime. Lo scopo di tale
lavoro è stato quello di identificare le reti neurali associate all’amore
cosiddetto "passionale" e di confrontarle con quelle di altre forme
di espressione dell’amore umano. Lo studio ha evidenziato, tra l’altro, accanto
all’attivazione delle più tradizionali strutture sotto corticali, ritenute
essere la base neurobiologica del noto sistema di gratificazione, l’esistenza e
l’attivazione di reti neurali diverse e il ruolo esercitato da fattori di tipo cognitivo
sulle varie forme dell’amore. Per esempio, l’amore incondizionato, come quella
di una mamma per il suo bambino, sarebbe "provocato" da alcune comuni
aree corticali, incluse parti situate al centro del cervello. L’amore
"passionale, invece, sarebbe "acceso" dall’attivazione di
circuiti di gratificazione e dalle aree cognitive con funzioni di grado più elevato,
come quelle della rappresentazione dell’immagine corporea. In conclusione,
questo studio avrebbe dimostrato la fattibilità di un modello delle reti neurali
correlate alle emozioni che caratterizzano i differenti aspetti ed espressioni
dell’amore. Gli autori sostengono che un simile modello potrebbe favorire lo
sviluppo di approcci clinici utili nella terapia delle disfunzioni sessuali e
di coppia. Di questi e altri temi si discute da ieri e fino a domani al convegno
di Neuroetica in corso all’Università di Padova.
Etichette:
amore,
cervello,
determinismo,
libertà,
neuroscienze
mercoledì 2 maggio 2012
IL CASO/ Come ci ricorda Eugenio Montale, siamo molto di più del nostro
Dna di Carlo Bellieni, mercoledì 2 maggio 2012, http://www.ilsussidiario.net/
Esiste una rivista scientifica
intitolata “Epigenetics”. E’ la nuova frontiera della medicina, assieme alla
metabolomica di cui parleremo altrove. L’epigenetica è la serie di meccanismi
cellulari che coordina il modo in cui il DNA (la genetica) si esprime. Insomma,
il DNA da solo serve a poco, senza una struttura che lo fa parlare, di cui
conosciamo ancora poco e che mostra (come fa un bel documentario della BBC
intitolato “The ghost in our genes”) che il dogma che “tutto è scritto nel DNA”
è semplicemente falso. Ai fan del determinismo non sarà perciò andato giù che
Repubblica abbia dedicato un paio di importanti articoli all’epigenetica.
Perché c’è ancora chi pensa che “noi siamo quello che è scritto nei geni”,
soprattutto chi vorrebbe sostituirsi a Dio e trovare “il mistero della vita”.
Non gli sarà piaciuto perché ancora pensano che “decifrare il DNA è decifrare
la vita”, con possibili derive eugenetiche e deterministe (DNA errato = persona
errata).
Uscire da questo coro, è ancora
un fatto raro, perché in tutte le scuole si continua a magnificare la “lotta
per la sopravvivenza” come unica via di evoluzione della vita e il DNA come
unico linguaggio della vita stessa e di questa supposta lotta. Ma in biologia
la parola “unico” non esiste: aver mappato il DNA è un passo importante per la
scienza e di grande soddisfazione per tutti noi, ma è servito davvero a poco,
per quanto invece se ne attendeva; e anche aver ricostruito in laboratorio un
filamento di DNA poi inserito in un batterio al posto di quello naturale è un
bel passo avanti scientifico, ma ancora avvolto nel mistero.
Perché il DNA da sé non funziona:
serve tutta una struttura che lo “accordi” e lo faccia “suonare” e questa
struttura è dentro le nostre cellule ma non la conosciamo: per ora l’abbiamo
intravista, le abbiamo dato un nome (epigenetica, appunto) ma non ne sappiamo
nulla tranne che funziona bene e agisce tramite l’azione di gruppi metilici sul
DNA che “zittano” o “fanno parlare” i geni che al bisogno occorre che parlino o
stiano zitti. Ecco perché le nostre cellule sono tutte diverse pur avendo tutte
lo stesso DNA. Ed ecco perché continuiamo ad essere preoccupati per ogni tipo
di manipolazione genetica: non sappiamo cosa attiviamo!
Su Repubblica Giuliano Aluffi
(“Se il destino non è più scritto nel DNA”) spiega che queste attivazioni o
silenziamenti di geni sono dovuti all’interazione con l’ambiente e possono
essere ereditati. Ma come? Non ci avevano insegnato come dogma assoluto che
l’evoluzione della vita avviene solo perché chi ha il DNA più adatto sopravvive
a chi ha quello meno adatto? Invece sul DNA può agire l’ambiente inquinato e
stressogeno, (vedi l’ultimo numero della rivista Molecular Psychiatry)
cambiando non la sequenza dei geni, ma il modo in cui parlano. E allora è
possibile che i cambiamenti di altezza, di forma e di vita dei vari organismi
viventi non siano dipesi solo dalla lotta feroce in seguito a cui sopravviveva
“il migliore” o meglio “il più adatto”, ma anche da un armonica interazione con
l’ambiente che invece di dire “Ne resterà solo uno!” (cioè il migliore) dice
una parola semplice: “Adattiamoci, collaboriamo”.
Capite come l’evoluzione della
vita assuma una chiave diversa: non più lotta (che andava bene al tempo
vittoriano in cui tutto doveva giustificare la prevalenza di un popolo su un
altro), ma collaborazione. Fa riflettere questo gioco di matrioske: più si
studia più si vede che una scoperta non dà mai la risposta finale, ma apre ad
un altro mistero e ad un’altra scoperta tanto da far pensare che questo gioco sia
infinito e nella sua natura indecifrabile (come un programma di PC che volesse
decifrare come è fatto il suo programmatore). Insomma, l’epigenetica – la nuova
frontiera della biologia – ci dice che siamo davvero liberi: anche dal nostro
genoma. E ci fa piacere che arrivi nei giornali di ampio pubblico. Il mistero
della biologia e della genetica è grande e lo resterà perché - come constatiamo
nella nostra esistenza in cui tutto sembra chiaro finché non cerchiamo di
spiegarlo - “tutte le immagini portano scritto più in là” come poeticamente
riportava Eugenio Montale. La scienza, ben lungi dall’essere nemica di uno
spirito religioso, apre tutti noi a queste considerazioni.
© Riproduzione riservata.
Etichette:
determinismo,
dna,
libertà,
teoria evoluzione
lunedì 19 marzo 2012
Più conosciamo il DNA e più scricchiolano le vecchie certezze
darwiniane, Il Foglio, 17 marzo 2012, Carlo Bellieni
Ci hanno insegnato che dire DNA è
dire determinismo; ma la scienza ci mostra invece l’esatto opposto. Partiamo da
una ricerca svizzera pubblicata in questi giorni: trattare male i bambini
altera l’espressione del loro DNA con il serio rischio che queste alterazioni
diventino ereditabili. Questo inquietante scenario riguarda non solo i
maltrattamenti, ma anche gli insulti ambientali e fisici e ci apre ad una
realtà imprevedibile solo vent’anni fa: il DNA “riceve ordini” dall’ambiente e
potrebbe trasmetterli alle generazioni future! Il tutto regolato da una nuova
branca della biologia: l’epigenetica.
Attenti i dogmatici e i fan
dell’immobilismo: l’epigenetica (regolazione ad un livello superiore –“epi”-
dell’espressione dei geni) ci dice che se credevamo di arrivare a conoscere la
vita decifrando il DNA, ora ci sentiamo dei bambinetti presuntuosi: Il DNA
parla, ma è l’ambiente che lo fa parlare tramite una struttura ancora più
complessa, ancora tutta da decifrare. Il DNA parla in rapporto a quello che gli
chiede l’ambiente. Capite come cambia la prospettiva? Quello che siamo non è
“già scritto”, e quello che è scritto, può essere letto dalla natura in vari
modi. “Nella mente del pubblico, l’identificazione di geni responsabili di
malattie era un passo sulla via di una medicina personalizzata.
Sfortunatamente, si è mostrato essere un passo molto piccolo” spiega l’oncologo
Nahid Turan sulla rivista Epigenetics .
Per un pediatra, l’epigenetica è
l’uovo di Colombo: certi stimoli arrivati nel pancione o nei primi momenti della vita, “svegliano” o
“addormentano” dei geni. Ad esempio, se ai feti arriva meno nutrimento, questo
sveglierà dei geni che predispongono da adulti allo sviluppo dell’ipertensione
o del diabete. Se invece il bambino ancora in fasce riceve meno coccole –come
risulta da studi su animali- , la loro mancanza è in grado di addormentare dei
geni che prevengono lo stress. E queste attivazioni di geni si trasmettano alle
generazioni seguenti, tanto che se uno nasce dopo una carestia trasmette il
ritardo di crescita alla nascita alle generazioni seguenti.
I ricercatori italiani proprio in
questi giorni hanno pubblicato la loro importante scoperta in questo campo: una
proteina, Zfp57, che insieme ad altri fattori garantisce la conservazione dei
segnali epigenetici dall’embrione all’adulto: questo lasciar parlare o zittire
alcuni geni avviene infatti attraverso certe molecole che solo ora iniziamo a
conoscere.
Roba solo da scienziati? Mica
tanto. Pensiamo ad esempio alla fecondazione in vitro: avviene in vitro e non
nel pancione delle mamme, a contatto con le cellule della tuba uterina e con le
proteine che queste cellule producono. Può questo ambiente attivare o
disattivare dei geni in modo diverso da quanto farebbe l’utero materno? Essendo
malattie rarissime, ancora non lo sappiamo; tuttavia leggiamo che disordini
dell’imprinting, legati a modificazioni epigenetiche, “possono essere aumentati
in seguito alla fertilizzazione in vitro” (Best Pratice and Research, luglio
2007) Ma se l’ambiente influisce su come il DNA si esprime, e dato che
quest’influenza si eredita, si capisce come si apra una prospettiva verso nuove
frontiere evoluzionistiche: come diceva il chimico Enzo Tiezzi, l’evoluzione è
stocastica, non casuale, cioè è armonica con l’ambiente da cui riceve e cui dà
collaborazione. Le variazioni dell’ambiente non sono solo “selettive” di chi
“non è adatto”, ma anche indirizzano il DNA ad esprimersi in armonia con le
variazioni stesse, pur senza modificarne la struttura.
Eva Jablonka, genetista
dell’università di Tel Aviv, nel suo libro “Evoluzione a quattro dimensioni”
(UTET, 2009) sostiene, parlando dell’ereditarietà, che essa: “non ha a che
vedere soltanto con i geni; alcune variazioni ereditarie non sono casuali in
origine; certe informazioni acquisite vengono ereditate”. E aggiunge: “Simili
affermazioni rischiano di suonare eretiche alle orecchie di chiunque abbia
appreso sui banchi di scuola la solita versione della teoria evoluzionista di
Darwin secondo cui l’adattamento ha luogo attraverso la selezione casuale di
variazioni genetiche casuali. Trovano tuttavia saldo fondamento nei nuovi
dati”.Ovviamente a chi vuole dimostrare che la vita a tutti i costi è casuale, questo non va giù; ma i dogmi
scricchiolano: abbiamo iniziato il 21° secolo col mito del sequenziamento del
DNA, e ora ci troviamo la porta spalancata su un mistero mille volte maggiore.
mercoledì 1 febbraio 2012
J'ACCUSE/ C'è chi studia la pillola della "moralità" per fare
a meno dell'educazione - Sante Maletta, mercoledì 1 febbraio 2012, http://www.ilsussidiario.net
La recente ennesima provocazione
del bioeticista austrialiano Peter Singer è quella della “pillola della
moralità”. Come spesso accade quando si tratta di speculare sulla base di
scoperte nell’ambito delle neuroscienze, occorre tenere distinti i dati scientifici
dalle interpretazioni sia filosofiche sia mediatiche, spesso ispirate, come ha
detto Massimo Piattelli Palmarini, da una sorta di neuromania.
Recenti esperimenti scientifici
sui ratti, condotti dall’equipe di Jean Decety dell’Università di Chicago, ci
dicono che, di fronte alla scelta se consumare solitariamente un pezzo di
cioccolato o liberare un simile per poi mangiare assieme il gustoso bottino, la
maggior parte dei roditori opta per la seconda possibilità. Anche tra i ratti
quindi esisterebbe qualcosa come l’empatia, la capacità di soffrire insieme a
chi soffre. I neuroscienziati riconducono questa capacità a ciò che appare alla
luce della Pet o di altre sofisticate forme di risonanza magnetica tanto negli
umani quanto nei ratti in corrispondenza dei vissuti empatici, allorquando si
vedono attivare certi circuiti neuronali comuni a entrambe le specie.
Qui finisce la scienza e comincia
il sogno (o l’incubo) di Singer. Basterebbe allora fornire agli umani quegli
ormoni capaci di attivare i suddetti circuiti per renderli “più buoni”?
Qualche riflessione si impone.
Innanzitutto non è detto che la bontà sia direttamente proporzionale
all’altruismo: la storia contemporanea è piena di esempi di individui che hanno
commesso stragi di proporzioni inaudite in nome dell’“umanità”. In secondo
luogo l’analogia tra umani e ratti regge solo sino a un certo punto. È vero che
l’empatia è un fattore fondamentale dell’esperienza morale umana. Ma essa è
incastonata in una dinamica conoscitiva complessa, fatta non solo di emozioni
ma anche e soprattutto di immaginazione e pensiero che si fa fatica a postulare
anche nei ratti. L’empatia umana ha sicuramente basi neuro-fisiologiche, come
si può evincere a partire dai casi di individui che hanno subito traumi gravi a
livello celebrale. Ma negli individui sani essa dipende molto dall’educazione e
dagli stili di pensiero che caratterizzano ogni uomo. I genocidi che hanno
oscurato il secolo scorso, ad esempio, sono stati commessi grazie alla
partecipazione più o meno attiva di uomini e donne “normali” – non a caso di
parla giustamente in questi casi di “banalità del male”.
Sul loro modo di percepire e di
pensare la realtà hanno esercitato un effetto decisivo le ideologie di stampo
razzista o classista al punto da renderli incapace di forme significative di
empatia ed altruismo. Ci sono studi interessanti nel campo della psicologia
sociale (ad esempio quelli realizzati da Marcella Ravenna nel caso della Shoah)
che dimostrano come le dinamiche di “categorizzazione” ideologica, basate sulla
diffusione attraverso la propaganda di stereotipi negativi, hanno reso costoro
incapaci persino di percepire le vittime come esseri umani simili a loro, con
il conseguente abbassamento della soglia di inibizione morale.
Invece di continuare a sognare
sistemi talmente perfetti dove nessuno avrebbe più bisogno di essere buono
(T.S. Eliot) grazie a “pillole della moralità”, sarebbe più opportuno spendere
le risorse economiche e le energie intellettuali nell’ambito dell’antica opera
educativa e culturale, l’unico modo che conosciamo per far percepire agli
esseri umani il volto umano che c’è in ognuno di loro e in ognuno dei loro
simili.
© Riproduzione riservata.
mercoledì 25 gennaio 2012
Le neuroscienze decretano la fine del libero arbitrio? (parte seconda)
di Michele Forastiere, michele.forastiere@gmail.com,
24 gennaio, 2012, http://www.uccronline.it
Ricorderete che nel mio ultimo
articolo (Ultimissima 13/1/12 ) avevamo cominciato ad affrontare il problema
del libero arbitrio. In particolare, eravamo giunti alla conclusione –
suggerita dalle considerazioni del filosofo Eddy Nahmias – che le moderne
neuroscienze non decretano affatto la fine della responsabilità personale.
D’altro canto, avevamo lasciato in sospeso la domanda più fondamentale di
tutte: “Se la mia stessa autocoscienza è il risultato di una mera
concatenazione di reazioni chimiche, governate da leggi inderogabili, come
posso affermare di prendere decisioni davvero libere?”.
Continuiamo, dunque, nel nostro percorso
di approfondimento sul libero arbitrio, rimanendo anche stavolta nell’ambito
delle neuroscienze. Per inquadrare meglio la questione, è opportuno chiarire
innanzitutto alcuni concetti fondamentali. Secondo il determinismo, lo stato
dell’Universo materiale a un dato istante definisce univocamente, per mezzo
delle leggi fisiche, il suo stato a ogni istante futuro. Insomma, fissata la
situazione dell’Universo in un dato momento, la sua evoluzione successiva
avverrà seguendo uno e un solo inderogabilepercorso. Per l’indeterminismo,
invece, a ogni data configurazione dell’Universo può corrispondere una
pluralità di possibili futuri: a ogni passo si apre un ventaglio di possibilità
tra cui scegliere. Molti sono convinti che il determinismo vieti l’esistenza
del libero arbitrio. Infatti, se un solo percorso è possibile per l’Universo, e
noi siamo parte di esso… evidentemente non possiamo fare altro che ciò che
facciamo: non esiste nessuna possibilità di scelta per ogni nostra azione.
D’altra parte, la situazione per la libertà potrebbe non essere necessariamente
migliore nel caso dell’indeterminismo. Secondo questa concezione, infatti, da
certe fissate condizioni iniziali possono scaturire diversi percorsi
(selezionabili in un opportuno insieme di scelta) di cui uno solo sarà quello
effettivamente seguito. Se, però, la scelta del percorso fosse attribuibile
esclusivamente al caso, non si potrebbe parlare di vera libertà.
Adina Roskies, professoressa di
filosofia presso il Dartmouth College, nel capitolo scritto per il libro “Siamo
davvero liberi? Le neuroscienze e il libero arbitrio” (Edizioni Codice, 2010,
pagg. 51 – 69), osserva che le tecniche di indagine neuroscientifica non sono
in grado di risolvere la questione del determinismo, per un motivo molto semplice:
non riescono a discriminare l’attività cerebrale a un dettaglio
sufficientemente fine. Per intendersi, ciò che appare casuale alla scala di
risoluzione della risonanza magnetica (che è dell’ordine del millimetro)
potrebbe risultare deterministico, se solo analizzato a una scala più piccola
(quella del singolo neurone o addirittura della singola molecola); viceversa,
un’attività apparentemente deterministica potrebbe in realtà essere il
risultato di molti eventi casuali aggregati. Magari si tratta solo di un limite
delle tecniche attuali; però è probabile che un’analisi conclusiva
richiederebbe una risoluzione almeno al livello molecolare… il che, temo, è
destinato a rimanere pura fantascienza ancora per un bel po’ di tempo. Ad ogni
modo, Roskies sottolinea che una risposta al problema del determinismo – se mai
ci sarà – verrà assai più facilmente da una teoria fisica migliore che non
dalle neuroscienze.
Cerchiamo ora di inquadrare la
problematica da un altro punto di vista, quello del rapporto mente-cervello: è
la famosa questione ontologica, trasversale al problema del determinismo.
Semplificando molto: o si ammette l’esistenza di una distinzione concreta tra
cervello e mente, che però sono in reciproca relazione causale – l’uno ha
effetti sull’altra e viceversa (interazionismo ); oppure si ammette
l’insussistenza della mente come ente autonomo, che viene così considerata solo
come un epifenomeno , ovvero come “qualcosa che il cervello fa” (riduzionismo
materialista). Per intendersi, in questo caso il cervello è visto come
l’hardware di un computer, la mente come il suo software. Quest’ultima
concezione è sostenuta – tra gli altri – da Daniel Dennett e Douglas Hofstadter ; la prima – per esempio
– da Karl Popper e John Eccles . In tale
ottica, il discorso sul libero arbitrio assume una dimensione in più.
Filippo Tempia , neurologo e
ordinario di fisiologia all’Università di Torino, illustra – nell’articolo
scritto per “Siamo davvero liberi?” (pagg. 87 – 108) – lo “stato dell’arte”
delle neuroscienze nella prospettiva ontologica. Il famoso esperimento di Libet
– ricorda Tempia – si proponeva di
verificare se accada prima l’evento mentale della volontà di agire oppure
l’attività neurale che conduce all’azione. Il presupposto, naturalmente, era
che quello che viene prima è la causa di quello che viene dopo. I risultati,
come è noto, sembrarono smentire la possibilità di un’azione causale dalla
mente sul cervello, indicando viceversa che le decisioni siano il risultato
dell’attività cerebrale non conscia, e non di un evento mentale volontario. In
quest’ottica, la sensazione di essere agenti delle nostre azioni sarebbe
equiparabile a una mera percezione sensoriale; il soggetto che decide sarebbe
l’organo‑cervello, il cui funzionamento di fondo
dipende solo dalle leggi della fisica; pertanto, la possibilità di un
libero arbitrio in senso proprio sarebbe totalmente esclusa (sia nella
concezione deterministica che in quella indeterministica). Dunque,
l’esperimento di Libet sembrerebbe confermare il punto di vista del
riduzionismo materialista.
In realtà, però, secondo Tempia
la questione non si può considerare affatto risolta. Una serie di esperimenti
eseguiti su diverse aree cerebrali ha infatti dimostrato – dice il neurologo –
che “il tempo mentale di cui abbiamo coscienza non corrisponde fedelmente al
tempo cronometrico, ma viene sovente deformato in modo da creare una
rappresentazione mentale della realtà il più possibile coerente”. In altre
parole, si osserva “una distorsione della percezione del tempo nelle vicinanze
dei movimenti volontari”, che può giungere al punto di invalidare
l’interpretazione della successione temporale di causa-effetto (“Siamo davvero
liberi?”, pagg. 100 – 101). Perciò, a tutt’oggi non si può affermare che vi sia
una qualche prova sperimentale conclusiva a favore del riduzionismo
materialista: rimane quindi aperto il problema “se l’uomo possa decidere in
maniera non determinata dagli antecedenti fisici del proprio cervello”. A ben
vedere, l’idea che un nesso di causalità possa essere svelato da un’analisi
della successione temporale degli eventi neurali risente di una concezione
strettamente meccanicistica del cervello (visto all’incirca come un orologio,
solo più complesso) – si basa, cioè, su un presupposto più o meno arbitrario,
non fondato su ineccepibili dimostrazioni scientifiche. Eppure, la fisica del
XX secolo ci ha insegnato che la realtà materiale non è riducibile nella sua
essenza a fenomeni meccanici (magari con una spruzzatina di fenomeni
elettromagnetici per spiegare la chimica). Pertanto – conclude Tempia – “finché
non conosceremo la reale natura degli eventi mentali, e la loro relazione con
le leggi della fisica della materia, non sarà possibile negare né confermare
scientificamente un ruolo causale della mente”.
A questo punto appare chiaro che,
per proseguire nella nostra ricerca, sarà necessario chiamare in causa altre
discipline scientifiche oltre alla neurologia. In particolare, proveremo a
capire se la fisica e l’informatica possono fornire indicazioni utili per la soluzione
del problema ontologico, o se esso è destinato a rimanere insoluto… ma di
questo parleremo la prossima volta.
martedì 17 gennaio 2012
Le neuroscienze decretano la fine del libero arbitrio? Di Michele
Forastiere (michele.forastiere@gmail.com),
13 gennaio, 2012, http://www.uccronline.it
Prenderò spunto da un recente
articolo di Eddy Nahmias, intitolato “Is Neuroscience the Death of Free Will?”
(“Le neuroscienze sono la morte per il libero arbitrio?”), per affrontare la
questione del libero arbitrio – un’impresa, per la verità, in cui da tempo mi
ero ripromesso di imbarcarmi. Nahmias, professore associato presso il
Dipartimento di Filosofia e l’Istituto di Neuroscienze della Georgia State
University, inizia col constatare la crescente diffusione dell’idea che le
ricerche neuroscientifiche dimostrerebbero, in maniera ormai inequivocabile,
l’illusorietà del libero arbitrio. C’è addirittura chi è sicuro che ogni
comportamento dell’Uomo possa essere spiegato mediante il funzionamento
meccanicistico di uno o più circuiti neuronali. Niente di nuovo sotto il sole:
si ricorderà che questa posizione è sostenuta anche dal “nostro” Edoardo
Boncinelli (cfr. Ultimissima 14/9/11).
Intanto è bene sottolineare che
un’idea del genere – se fosse realmente confermata – non sarebbe priva di
importanti conseguenze pratiche. In particolare, se il libero arbitrio fosse
morto, allora anche la responsabilità morale e legale sarebbe moribonda. Lo
sostiene l’analista legale del New York Times, Jeffrey Rosen, che dice: “Dal
momento che il comportamento è causato dal nostro cervello, ciò non
significherebbe che ogni azione potrebbe essere potenzialmente scusata?”. Torna
alla mente la notizia, riportata qualche mese fa dal Corriere della Sera, del
riconoscimento di una peculiare attenuante in un delitto: la presenza di
“alterazioni in un’area del cervello che ha la funzione di regolare le azioni
aggressive”. Come dire che l’azione criminale sarebbe stata determinata (almeno
in parte) da un inesorabile meccanismo biochimico, e non direttamente dalla
volontà dell’imputata. Detto in altri termini, se la capacità di
discriminazione è solo l’effetto di una serie di scariche elettrochimiche nei
neuroni… ebbene, nessuna azione, nessun pensiero, nessuna decisione si possono
definire “liberi” e “volontari”: facciamo quel che facciamo perché non possiamo
fare altrimenti.
A questo punto sarebbe necessario
aprire un discorso più generale sul determinismo causale, secondo cui ogni cosa
che accade è inevitabile, non importa ciò che pensiamo o proviamo a fare.
Limitandoci per il momento alla sua applicazione al funzionamento della mente
umana, è facile capire che esso costituisce la negazione del libero arbitrio:
se le nostre decisioni non sono altro che reazioni chimiche, allora il nostro
pensiero conscio viene costantemente scavalcato da ciò che il cervello
meccanicamente fa – così che ogni nostra azione si può ritenere di fatto
involontaria. Nahmias, però, pensa che, anche nel caso in cui le neuroscienze e
la psicologia fossero in grado di stabilire la verità del determinismo – cosa
che ritiene improbabile – ciò non implicherebbe che il pensiero conscio venga
effettivamente scavalcato. Tutto sta nel definire correttamente l’esercizio del
libero arbitrio come uso efficace delle capacità di decisione consapevole e di
autocontrollo. È chiaro che questa è una definizione pragmatica, che non dice
nulla sul presunto determinismo di fondo della realtà (su questo torneremo più
avanti); però è in grado di stabilire un punto importante, e cioè che la
responsabilità personale di ogni atto che implichi decisioni moralmente
rilevanti non può essere in nessun caso annullata.
Vediamo brevemente su quali basi
Nahmias poggia la sua convinzione. È vero – dice – che alcuni esperimenti
sembrano suggerire che le capacità di decisione consapevole siano escluse dalle
catene causali che producono le nostre decisioni e azioni; in particolare, è
vero che le neuroscienze mostrano che il nostro cervello prende certe decisioni
prima che ne siamo consapevoli. In effetti, però, gli esperimenti riguardano
tutti decisioni rapide e ripetitive, per le quali era stato detto ai soggetti
di non pianificare l’azione, ma di aspettare l’insorgere di un forte stimolo a
compierla. L’attività neurale precoce misurata, dunque, corrispondeva molto
semplicemente a stimoli elementari che precedevano la consapevolezza conscia.
D’altra parte, questo è ciò che dobbiamo ragionevolmente aspettarci in
corrispondenza di decisioni semplici e ripetitive! Se, infatti, fossimo
costretti a riflettere consapevolmente su ogni nostra azione, saremmo degli
inetti a vita: saremmo perenni principianti alla guida, incapaci di parlare,
scrivere, ballare, suonare uno strumento. È chiaro che l’attenzione conscia,
relativamente lenta e laboriosa, è richiesta quando si apprende una qualsiasi
attività; dopo è sostituita da processi neurali inconsci, molto più rapidi, in
cui la consapevolezza gioca esclusivamente un ruolo di controllo a posteriori.
È altrettanto chiaro, però, che essa è indispensabile nelle questioni
importanti, quando per esempio è necessario giudicare o pianificare. Ebbene –
ribadisce Nahmias – le neuroscienze e la psicologia non forniscono alcuna prova
del fatto che la consapevolezza cosciente non intervenga in quel genere di
decisioni: anzi, esistono prove concrete che indicano esattamente il contrario.
Secondo Nahmias, dunque, le
indagini neuroscientifiche dovrebbero partire dall’assunto che le attività di
decisione consapevole e di pensiero razionale siano svolte da complicati
processi cerebrali, dopodiché potrebbero procedere a valutare se quei processi
abbiano o non abbiano un ruolo causale nell’azione. In realtà, egli ritiene
assai improbabile che i futuri sviluppi delle neuroscienze riusciranno a
dimostrare la seconda possibilità: vorrebbe dire che quei processi cerebrali
non sono di nessuna utilità pratica – anzi, sono sostanzialmente dannosi,
considerata la notevole quantità di energia necessaria al loro funzionamento.
Detto in altri termini, in quel caso l’autocoscienza si rivelerebbe essere poco
più di un inutile accessorio, evolutosi per puro caso con l’unica funzione di
permetterci di osservare ciò che facciamo dopo il fatto, piuttosto che per
affinare le nostre procedure decisionali e migliorare il comportamento. In
conclusione, Nahmias osserva che non c’è dubbio che i nostri processi cerebrali
consci siano troppo lenti per intervenire ogni volta che si flette un dito per
battere al computer; ma fin tanto che essi fanno la loro parte nel decidere
quali idee scrivere, possiamo affermare che non sono un’appendice superflua, e
che il libero arbitrio non è scavalcato da ciò che il cervello fa.
A questo punto, direi che si
possa tranquillamente rispondere alla domanda iniziale con un “no”: le
neuroscienze non decretano la fine del libero arbitrio – quanto meno
nell’accezione pragmatica qui proposta. Questo, però, non risolve il problema
generale del determinismo causale cui accennavo prima. Insomma, se anche il
complesso delle funzioni cerebrali che presiedono alla decisione consapevole
dipende, in ultima analisi, da meccanismi elettrochimici neuronali, si può
continuare a parlare di libero arbitrio in senso proprio? In altre parole,
posso dire di decidere davvero liberamente, se la mia stessa autocoscienza non
è altro che il risultato di una concatenazione di reazioni chimiche, la cui
consequenzialità è tanto inevitabile quanto la caduta di un sasso lungo un
pendio?
Credo proprio che questo
argomento meriti una trattazione ampia e approfondita… che proveremo ad
affrontare in un prossimo articolo.
L’articolo originale
November 13, 2011, 5:25 pm
Is Neuroscience the
Death of Free Will?
By EDDY NAHMIAS
Is free will an illusion? Some leading scientists think so. For instance, in 2002 the psychologist Daniel
Wegner wrote , “It seems we are agents. It seems we cause what we do… It is
sobering and ultimately accurate to call all this an illusion.” More recently,
the neuroscientist Patrick Haggard declared , “We certainly don’t have free
will. Not in the sense we think.” And in June, the neuroscientist Sam Harris
claimed , “You seem to be an agent acting of your own free will. The problem,
however, is that this point of view cannot be reconciled with what we know
about the human brain.”
Many neuroscientists are employing a flawed
notion of free will.
Such proclamations make the news; after all, if
free will is dead, then moral and legal responsibility may be close
behind. As the legal analyst Jeffrey
Rosen wrote in The New York Times Magazine, “Since all behavior is caused by
our brains, wouldn’t this mean all behavior could potentially be excused? … The
death of free will, or its exposure as a convenient illusion, some worry, could
wreak havoc on our sense of moral and legal responsibility.”
Indeed, free will matters in part because it is
a precondition for deserving blame for bad acts and deserving credit for
achievements. It also turns out that
simply exposing people to scientific claims that free will is an illusion can
lead them to misbehave , for instance, cheating more or helping others less.
[1] So, it matters whether these
scientists are justified in concluding that free will is an illusion.
Here, I’ll explain why neuroscience is not the
death of free will and does not “wreak havoc on our sense of moral and legal
responsibility,” extending a discussion begun in Gary Gutting’s recent Stone
column . I’ll argue that the
neuroscientific evidence does not undermine free will. But first, I’ll explain the central problem:
these scientists are employing a flawed notion of free will. Once a better notion of free will is in
place, the argument can be turned on its head.
Instead of showing that free will is an illusion, neuroscience and
psychology can actually help us understand how it works.
When Haggard concludes that we do not have free
will “in the sense we think,” he reveals how this conclusion depends on a
particular definition of free will.
Scientists’ arguments that free will is an illusion typically begin by
assuming that free will, by definition, requires an immaterial soul or
non-physical mind, and they take neuroscience to provide evidence that our
minds are physical. Haggard mentions
free will “in the spiritual sense … a ghost in the machine.” The neuroscientist Read Montague defines free
will as “the idea that we make choices and have thoughts independent of
anything remotely resembling a physical process. Free will is the close cousin
to the idea of the soul” (Current Biology 18, 2008).[2] They use a definition
of free will that they take to be demanded by ordinary thinking and
philosophical theory. But they are
mistaken on both counts.
We should be wary of defining things out of
existence. Define Earth as the planet at
the center of the universe and it turns out there is no Earth. Define what’s moral as whatever your God
mandates and suddenly most people become immoral. Define marriage as a union only for
procreation, and you thereby annul many marriages.
The sciences of the mind do give us good
reasons to think that our minds are made of matter. But to conclude that consciousness or free
will is thereby an illusion is too quick.
It is like inferring from discoveries in organic chemistry that life is
an illusion just because living organisms are made up of non-living stuff. Much of the progress in science comes
precisely from understanding wholes in terms of their parts, without this
suggesting the disappearance of the wholes.
There’s no reason to define the mind or free will in a way that begins
by cutting off this possibility for progress.
Our brains are the most complexly organized
things in the known universe, just the sort of thing that could eventually make
sense of why each of us is unique, why we are conscious creatures and why
humans have abilities to comprehend, converse, and create that go well beyond
the precursors of these abilities in other animals. Neuroscientific discoveries over the next
century will uncover how consciousness and thinking work the way they do
because our complex brains work the way they do.
Our capacities for conscious deliberation,
rational thinking and self-control are not magical abilities.
These discoveries about how our brains work can
also explain how free will works rather than explaining it away. But first, we need to define free will in a
more reasonable and useful way. Many
philosophers, including me, understand free will as a set of capacities for
imagining future courses of action, deliberating about one’s reasons for
choosing them, planning one’s actions in light of this deliberation and
controlling actions in the face of competing desires. We act of our own free will to the extent
that we have the opportunity to exercise these capacities, without unreasonable
external or internal pressure. We are
responsible for our actions roughly to the extent that we possess these
capacities and we have opportunities to exercise them.
These capacities for conscious deliberation,
rational thinking and self-control are not magical abilities. They need not belong to immaterial souls
outside the realm of scientific understanding (indeed, since we don’t know how
souls are supposed to work, souls would not help to explain these
capacities). Rather, these are the sorts
of cognitive capacities that psychologists and neuroscientists are well
positioned to study.
This conception of free will represents a
longstanding and dominant view in philosophy, though it is typically ignored by
scientists who conclude that free will is an illusion. It also turns out that most non-philosophers
have intuitions about free and responsible action that track this conception of
free will. Researchers in the new field
of experimental philosophy study what “the folk” think about philosophical
issues and why. For instance, my collaborators and I have found that most
people think that free will and responsibility are compatible with determinism,
the thesis that all events are part of a law-like chain of events such that
earlier events necessitate later events.[3] That is, most people judge that you
can have free will and be responsible for your actions even if all of your
decisions and actions are entirely caused by earlier events in accord with
natural laws.
Our studies suggest that people sometimes
misunderstand determinism to mean that we are somehow cut out of this causal
chain leading to our actions. People are threatened by a possibility I call
“bypassing” — the idea that our actions are caused in ways that bypass our
conscious deliberations and decisions.
So, if people mistakenly take causal determinism to mean that everything
that happens is inevitable no matter what you think or try to do, then they
conclude that we have no free will. Or
if determinism is presented in a way that suggests all our decisions are just
chemical reactions, they take that to mean that our conscious thinking is
bypassed in such a way that we lack free will.
Even if neuroscience and psychology were in a
position to establish the truth of determinism — a job better left for physics
— this would not establish bypassing. As
long as people understand that discoveries about how our brains work do not
mean that what we think or try to do makes no difference to what happens, then
their belief in free will is preserved.
What matters to people is that we have the capacities for conscious
deliberation and self-control that I’ve suggested we identify with free will.
But what about neuroscientific evidence that
seems to suggest that these capacities are cut out of the causal chains leading
to our decisions and actions? For instance, doesn’t neuroscience show that our
brains make decisions before we are conscious of them such that our conscious
decisions are bypassed? With these
questions, we can move past the debates about whether free will requires souls
or indeterminism — debates that neuroscience does not settle — and examine
actual neuroscientific evidence.
Consider, for instance, research by neuroscientists suggesting that
non-conscious processes in our brain cause our actions, while conscious
awareness of what we are doing occurs later, too late to influence our
behavior. Some interpret this research
as showing that consciousness is merely an observer of the output of
non-conscious mechanisms. Extending the
paradigm developed by Benjamin Libet, John-Dylan Haynes and his collaborators
used fMRI research to find patterns of neural activity in people’s brains that
correlated with their decision to press either a right or left button up to
seven seconds before they were aware of deciding which button to press. Haynes concludes: “How can I call a will
‘mine’ if I don’t even know when it occurred and what it has decided to do?”
However, the existing evidence does not support
the conclusion that free will is an illusion.
First of all, it does not show that a decision has been made before
people are aware of having made it. It
simply finds discernible patterns of neural activity that precede decisions. If we assume that conscious decisions have
neural correlates, then we should expect to find early signs of those
correlates “ramping up” to the moment of consciousness. It would be miraculous if the brain did
nothing at all until the moment when people became aware of a decision to
move. These experiments all involve
quick, repetitive decisions, and people are told not to plan their decisions
but just to wait for an urge to come upon them.
The early neural activity measured in the experiments likely represents
these urges or other preparations for movement that precede conscious
awareness.
This is what we should expect with simple
decisions. Indeed, we are lucky that
conscious thinking plays little or no role in quick or habitual decisions and
actions. If we had to consciously
consider our every move, we’d be bumbling fools. We’d be like perpetual beginners at tennis,
overthinking every stroke. We’d be
unable to speak fluently, much less dance or drive. Often we initially attend consciously to what
we are doing precisely to reach the point where we act without consciously
attending to the component decisions and actions in our complex endeavors. When we type, tango, or talk, we don’t want
conscious thinking to precede every move we make, though we do want to be aware
of what we’re doing and correct any mistakes we’re making. Conscious attention is relatively slow and
effortful. We must use it wisely.
We need conscious deliberation to make a
difference when it matters — when we have important decisions and plans to
make. The evidence from neuroscience and
psychology has not shown that consciousness doesn’t matter in those sorts of
decisions — in fact, some evidence suggests the opposite. We should not begin by assuming that free
will requires a conscious self that exists beyond the brain (where?), and then
conclude that any evidence that shows brain processes precede action thereby
demonstrates that consciousness is bypassed.
Rather, we should consider the role of consciousness in action on the assumption
that our conscious deliberation and rational thinking are carried out by
complex brain processes, and then we can examine whether those very brain
processes play a causal role in action.
For example:
suppose I am trying to decide whether to give $1,000 to charity or buy a
new TV. I consciously consider the
reasons for each choice — e.g., how it fits with my goals and values. I gather information about each option. Perhaps I struggle to overcome my more
selfish motivations. I decide based on this
conscious reasoning (it certainly would not help if I could magically decide on
no basis at all), and I act accordingly.
Now, let’s suppose each part of this process is carried out by processes
in my brain. If so, then to show that
consciousness is bypassed would require evidence showing that thosevery brain
processes underlying my conscious reasoning are dead-ends. It would have to show that those brain
processes do not connect up with the processes that lead to my typing my credit
card number into the Best Buy Web site (I may then regret my selfish decision
and re-evaluate my reasons for my future decisions).
None of the evidence marshaled by
neuroscientists and psychologists suggests that those neural processes involved
in the conscious aspects of such complex, temporally extended decision-making
are in fact causal dead ends. It would
be almost unbelievable if such evidence turned up. It would mean that whatever processes in the
brain are involved in conscious deliberation and self-control — and the
substantial energy these processes use — were as useless as our appendix, that
they evolved only to observe what we do after the fact, rather than to improve
our decision-making and behavior. No
doubt these conscious brain processes move too slowly to be involved in each
finger flex as I type, but as long as they play their part in what I do down
the road — such as considering what ideas to type up — then my conscious self
is not a dead end, and it is a mistake to say my free will is bypassed by what
my brain does.
So, does neuroscience mean the death of free
will? Well, it could if it somehow
demonstrated that conscious deliberation and rational self-control did not
really exist or that they worked in a sheltered corner of the brain that has no
influence on our actions. But neither of
these possibilities is likely. True, the
mind sciences will continue to show that consciousness does not work in just
the ways we thought, and they already suggest significant limitations on the
extent of our rationality, self-knowledge, and self-control. Such discoveries suggest that most of us
possess less free will than we tend to think, and they may inform debates about
our degrees of responsibility. But they
do not show that free will is an illusion.
If we put aside the misleading idea that free
will depends on supernatural souls rather than our quite miraculous brains, and
if we put aside the mistaken idea that our conscious thinking matters most in
the milliseconds before movement, then neuroscience does not kill free
will. Rather, it can help to explain our
capacities to control our actions in such a way that we are responsible for
them. It can help us rediscover free will.
Etichette:
cervello,
determinismo,
libertà,
mente,
neuroscienze
mercoledì 9 novembre 2011
Avvenire.it, 9 novembre 2011 – INTERVISTA - La morale? Non è figlia dei
neuroni
Klaus Demmer non ha dubbi: «Per
affrontare le sfide del nostro tempo servono sacerdoti pii e colti... E un
laicato cattolico preparato». Proprio oggi Demmer, docente emerito di Teologia
morale alla Gregoriana, tiene una lectio magistralis nella medesima università
pontificia, sul tema: "Le teologia morale contemporanea, sfide e
prospettive". Una sorta di omaggio per i suoi 80 anni, che si affianca
alla pubblicazione di un volume della San Paolo (Pensare l’agire morale), a
cura di Aristide Fumagalli e Vincenzo Viva, con i contributi di un gruppo di
teologi morali italiani suoi ex allievi. Magro, dall’aspetto simpatico e
ascetico al contempo, Demmer, che è sacerdote Missionario del Sacro Cuore,
insiste sulla necessità di dar vita nella Chiesa a una «nuova consapevolezza
dell’essere cristiani».
Professor Demmer, nell’immagine
del Sacro Cuore, Gesù indica se stesso come fulcro della vita del cristiano.
Oggi lo si considera un linguaggio superato dai tempi.
«Si tratta di una devozione
sviluppatasi fra ’700 e ’800, ma se compresa, ancora oggi apre un accesso molto
umano al mistero inscrutabile di Dio. Tendiamo a dimenticarci che il centro
gravitazionale del cristianesimo è l’amore di Dio per l’uomo. Nell’immagine del
Sacro Cuore si rende visibile il mistero del Dio onnipotente che ama l’uomo in
maniera incondizionata. Come dice Eberhard Jungel, in questo miracolo è
l’eccellenza del cristianesimo».
Come può comprendere queste cose
l’uomo di oggi, sempre più lontano dalla spiritualità?
«Il problema non riguarda solo
questa devozione, ma è tutto l’accesso al mistero cristiano che risulta
ostacolato e difficile. Oggi è come se l’uomo fosse monodimensionale, succube
della dittatura di un’unica forma di pensiero, legata a ciò che è concreto,
scientificamente dimostrabile. Ciò che riguarda lo spirito viene denigrato,
escluso».
Conta solo ciò che si spiega
attraverso la scienza...
«E così tutti i fenomeni che hanno
una parvenza di spiritualità vengono tacitamente "naturalizzati",
resi dimostrabili. Ecco allora che le neuroscienze riducono l’essere umano ai
suoi soli processi cerebrali. L’uomo e quindi la sua morale, è il semplice
prodotto del suo cervello, dei suoi geni. E anche per la libertà non c’è più
spazio».
Per la libertà?
«Sì! Perché se tu sei in quanto
funzione dei tuoi geni e dei tuoi collegamenti neuronali, sei automaticamente
chiuso nella gabbia di una sorta di predestinazione secolarizzata. La tua vita,
le tue scelte, anche quelle morali e della fede, tutto di te si può spiegare in
termini biologici, tutto è già scritto nel tuo Dna. E quel che è più grave è
che insieme alla libertà soggettiva svanisce anche il concetto di colpa, di
responsabilità».
Quale impegno ci aspetta per
uscire da questo collo di bottiglia?
«Prima di tutto penso sia
fondamentale una filosofia sensibile alle sfide del nostro tempo e finalmente
capace di dialogare con la teologia. La collaborazione fra teologia e filosofia
è fondamentale per riesaminare tutte le categorie essenziali, a cominciare dai
concetti di finalità, ordine, sostanza... Del resto è insito nella storia del
cristianesimo: il teologo ha bisogno del filosofo. Oggi serve una teologia
arricchita da concreti elementi filosofici».
Questo come si traduce in termini
pastorali?
«Prima di tutto è necessario un
clero capace di combinare una profonda devozione con un alto livello di
cultura. E questo deve trasparire. Il fedele deve percepire che il sacerdote è
uomo di cultura capace di competere con gli intellettuali. Ciò che
assolutamente non serve è un clero semplicista, bigotto».
E i laici?
«La Chiesa deve prendersi cura di
una forte educazione teologica del laicato. I laici sono impreparati alle sfide
del nostro tempo, confusi dalla massiccia quantità di messaggi in contrasto con
le ragioni della fede. Per la Chiesa è una sfida essenziale».
C’è bisogno di far conoscere
nuovamente chi è il vero Dio?
«Molte volte la gente ha un’idea
infantile di Dio. Coloro che combattono la fede hanno spesso una concezione
bigotta e falsa di Dio. Per questo c’è urgenza di preti e laici preparati».
Ma la fede non passa solo
attraverso la cultura.
«La cultura è una via, un
accesso. La fede passa attraverso la testimonianza di vita di uomini convinti».
Quindi la cultura senza
testimonianza...
«Non vale nulla. Ma la
testimonianza si deve adeguare ai tempi che corrono. Per questo dico che il
prete moderno deve essere pio e colto».
In una società che non sa più
interpretare il male deve essere anche capace di insegnare il discernimento?
«È essenziale. Per troppo tempo
si è insegnato a valutare la colpa e il peccato come qualcosa che si misura a
peso, quando invece la malizia del cuore non si può misurare. I confessori
devono tornare a prendere sul serio questa malizia, che è diabolica e se non lo
si comprende non si riesce a spiegare come riesca a generare assenza di spirito
di riconciliazione e di perdono. Come produca una generalizzata durezza di
animo, che è l’esatto contrario del Cristo che ama offrendo il suo cuore».
Senza perdono non si costruisce
la società?
«Nemmeno la famiglia. Molti
matrimoni falliscono per questo motivo. Ci sono aspettative deluse, non si
perdona e ci si separa, secondo il significato della parola
"Diavolo": ciò che divide. Tanti matrimoni si potrebbero salvare se
ci fossero coppie esperte capaci di accompagnare le coppie in crisi; se ci
fosse una preparazione al matrimonio capace di calarsi nelle sfide della
modernità. La Chiesa deve imparare a preparare e accompagnare. Vale per la
famiglia come per la formazione dei nuovi sacerdoti. Vivere il celibato in
solitudine risulta difficile. E la mia esperienza in Germania con i preti
protestanti sposati (anche fra omosessuali) e divorziati mi rende certo di una
cosa: non è l’abolizione del celibato che risolve il problema».
Etichette:
determinismo,
etica,
fede,
libertà,
neuroscienze,
scientismo
sabato 5 novembre 2011
Lo psicoanalista Jacques Arènes: «il cristianesimo è realista e
liberante», 5 novembre, 2011, http://www.uccronline.it
Ogni tanto capita di leggere i
pensieri di qualche sedicente “libero pensatore” nel quale si accusa il
cristianesimo e la Chiesa di aver “buttato” addosso all’uomo innocente il peso
di una colpa ancestrale derivante dall’errore commesso da Adamo ed Eva”.
Bisogna sottolineare che in realtà il peccato originale è la più valida
spiegazione per la debolezza umana per cui “anche volendo fare il bene si
sceglie il male”. Proprio questo insegna la Chiesa, ovvero una fragilità
intrinseca della natura umana che porta l’uomo all’inclinazione verso il male.
E’ una visione assolutamente realista.
Lo conferma anche il noto
psicoanalista e psicoterapeuta francese Jacques Arènes: «Nel mondo cristiano,
fin dall’inizio, si credeva al peccato originale. Si condivideva più o meno
questa “colpa”. Era impossibile esserne esenti, anche se si era comunque
assolti. Trovo questo profondamente liberante. Il senso di colpa, quando non
scade in un aspetto morboso, è libertà. Il fatto di avere un rapporto personale
e soggettivo con la colpa, davanti all’altro – il prossimo e/o Dio – è molto
importante per la libertà di ciascuno. Ma oggi siamo in una società che si
vuole de-colpevolizzata. Invece di cercare “colpe” personali, si rinvia a
“colpe” collettive identificando dei gruppi di “cattivi”». Per Arènes, ciò che
è sbagliato è l’idea che «ci si possa premunire contro la “colpa”, essere dalla
parte dei puri, di coloro che sono in buoni rapporti con gli altri, è molto
“imprigionante”. Molte persone pensano ad esempio che si possa evitare di
commettere errori se appena si è un po’ informati. Così, sono sprovvedute di
fronte alla violenza, a volte alla loro violenza, e di fronte ai conflitti in
generali. Ora, bisogna avere il realismo della fallibilità. C’è una opacità
della vita umana che fa sì che non si possa sempre evitare di commettere
errori».
Questo realismo è ben presente
nel cristianesimo: «la vita non è quello che si percepisce immediatamente. C’è
anche un realismo sulla sofferenza, sui limiti della vita, sulla fragilità e
sulla vulnerabilità, anche sulla colpa. Certo, vogliamo essere persone “buone”,
ma non ci riusciamo sempre. È la vita. Le religioni sono particolarmente
realiste in rapporto alle questioni ampiamente rimosse oggi, come la fine della
vita e il lutto. Tutti affronteremo questo problema. Ma la nostra società non
propone che soluzioni dell’ordine della potenza. In quanto l’idea è di
invecchiare restando giovani, o di scegliere una “buona morte”. È un tranello.
Il cristianesimo ci insegna anche che si può scegliere una maggiore libertà
interiore…, anche a costo di una certa sofferenza. Penso che non si debba
eliminare completamente l’idea che nelle nostre vite ci siano mancanze. La vita
cristiana postula che si possa attraversare la sofferenza con una forza che
accompagna la persona».
La psicanalisi convive benissimo
con la religione, come affermava similmente qualche mese fa il neuroscienziato
Matthew S. Stanford, «non ho visto ostilità nel mondo universitario. Vent’anni
fa, ci sarebbe stata un’accoglienza più fredda», continua lo psicoanalista. «È
vero che il concetto di guarigione in psicanalisi è abbastanza vicino a quello
del giudeo-cristianesimo. Ma la psicanalisi e la religione sono in parte
irreconciliabili, soprattutto in Europa, dominata dalla psicanalisi freudiana.
Per Freud, nato in un secolo positivista, l’inconscio è puramente laico. Per
molto tempo, gli psicanalisti tendevano a dire: dell’interiorità dell’essere
umano, tocca a noi occuparci, è il nostro territorio ed è puramente laico.
L’essere umano diventa così in fondo padrone e possessore di se stesso. Ma
subito si scontra con ciò che è sconosciuto dentro se stesso. Del resto, è per
questo motivo che le persone vanno dagli psicologi/psicanalisti. Oggi, gli
psicanalisti diffidano meno delle religioni. Il vero pericolo per gli
psicanalisti non sono più le religioni, ma tutte le concezioni di pensiero
puramente materialiste. Come certe derive naturaliste delle neuroscienze, che
ci spiegano che lo spirito umano è un po’ come un hardware, come un “cablaggio”
neuronico e che noi saremmo tutti determinati dai nostri neurotrasmettitori».
Etichette:
cristianesimo,
determinismo,
libertà,
limite,
male,
peccato,
realismo
mercoledì 28 settembre 2011
Quando la scienza diventa un paradosso: uno scimpanzè vale quanto
Shakespeare di Luigi Mascheroni, mercoledì 28 settembre 2011, ilGiornale
Secondo la scienza, un numero
infinito di scimpanzè che prema a caso i tasti di un computer per un tempo
infinito è certo che riuscirà a comporre qualsiasi testo prefissato, persino la
Divina Commedia o l'opera omnia di Shakespeare. Ma è solo un altro paradosso
Secondo la scienza, in nome del
cosiddetto «paradosso della scimmia di Borel», un numero infinito di scimpanzè
che prema a caso i tasti di un computer per un tempo infinito - dove gli
«scimpanzè» che battono sul pc rappresentano un meccanismo per produrre una
sequenza infinita di caratteri casuali - è certo che riuscirà a comporre
qualsiasi testo prefissato. Insomma, se le scimmie possono battere infinite
volte, prima o poi scriveranno anche la Divina Commedia. O l’opera omnia di
Shakespeare. Ma si tratta, appunto, e per fortuna, di un paradosso.
E la letteratura, al contrario
della scienza, grazie a Dio e al concetto di infinito, non si fa coi paradossi.
Motivo per cui, con tutto il comprensibile dispiacere degli animalisti e dei
darwinisti, le scimmie vivono nelle gabbie a spulciarsi e l’uomo in comode case
a leggere sul divano. Una sola coppia di cromosomi in più, fa un’enorme
differenza. Comunque, ieri il sito della Bbc riferiva che il programmatore
americano Jesse Anderson ha messo alla prova la tesi della «scimmia
instancabile» con alcuni milioni di «scimmie virtuali», ovvero dei generatori
di stringhe random di nove caratteri: se queste risultano presenti nelle opere
di Shakespeare vengono conservate, altrimenti sono scartate.
Per facilitare ulteriormente le
cose - cioè barando - le stringhe sono state previste senza spazi né segni di
punteggiatura: in questo modo la prima opera a essere «completata» è stato il
sonetto A lover’s complaint. Tuttavia, come è stato notato, il procedere per
gradi conservando le stringhe «giuste» costituisce una scorciatoia: se si
volesse ottenere un libro tutto di seguito occorrerebbe un tempo molto lungo.
Più dell’età dell’universo. «Vi sarebbero innumerevoli tentativi falliti per un
solo carattere, poi per due caratteri e così via; tutti i libri più corti di
quello in esame poi apparirebbero prima, innumerevoli volte», ha spiegato il
matematico Ian Stewart.
Bisogna poi aggiungere che in un
altro tentativo virtuale di qualche anno fa, alcuni miliardi di anni di
«tempo-scimmia» erano riusciti a produrre solamente parte di un verso
dell’Enrico... Quanto all’unico tentativo di mettere fisicamente un computer in
una gabbia di macachi, si è concluso dopo un mese. Risultato: cinque pagine con
la lettera «S», e una tastiera rotta. Comunque, pur col comprensibile disappunto
di Piergiorgio Odifreddi, l’idea che la scienza possa spiegare, giustificare e
riprodurre in laboratorio ogni cosa, la Vita, Dio e persino la Letteratura, è
oltremodo stucchevole.
La storia della scimmia che
battendo sui tasti prima o poi riesce a scrivere Shakespeare è peggio di quella
che vuole negare Dio sostenendo l’ipotesi che se metto i diversi meccanismi di
un orologio in una cassa e mi metto a scuoterla all’infinito, prima o poi tutti
i pezzi si comporranno in maniera corretta e l’orologio prenderà a funzionare.
La vera domanda a questo punto è: ammesso che ciò sia possibile, chi scuote la
cassa? E poi, alla fine, più che il genio ciò che manca alle scimmie, come del
resto ai matematici, è l’ironia. Principio sul quale si regge buona parte della
Letteratura. Odifreddi, e uno scimpanzè, non avrebbero mai potuto, ad esempio,
commentare la notizia della Bbc con una battuta tipo: «Un esercito di scimmie
virtuali sta scrivendo Shakespeare. C’è qualcosa di McIntosh in Danimarca».
© IL GIORNALE ON LINE S.R.L
Iscriviti a:
Post (Atom)




