Avvenire.it, 9 novembre 2011 – INTERVISTA - La morale? Non è figlia dei
neuroni
Klaus Demmer non ha dubbi: «Per
affrontare le sfide del nostro tempo servono sacerdoti pii e colti... E un
laicato cattolico preparato». Proprio oggi Demmer, docente emerito di Teologia
morale alla Gregoriana, tiene una lectio magistralis nella medesima università
pontificia, sul tema: "Le teologia morale contemporanea, sfide e
prospettive". Una sorta di omaggio per i suoi 80 anni, che si affianca
alla pubblicazione di un volume della San Paolo (Pensare l’agire morale), a
cura di Aristide Fumagalli e Vincenzo Viva, con i contributi di un gruppo di
teologi morali italiani suoi ex allievi. Magro, dall’aspetto simpatico e
ascetico al contempo, Demmer, che è sacerdote Missionario del Sacro Cuore,
insiste sulla necessità di dar vita nella Chiesa a una «nuova consapevolezza
dell’essere cristiani».
Professor Demmer, nell’immagine
del Sacro Cuore, Gesù indica se stesso come fulcro della vita del cristiano.
Oggi lo si considera un linguaggio superato dai tempi.
«Si tratta di una devozione
sviluppatasi fra ’700 e ’800, ma se compresa, ancora oggi apre un accesso molto
umano al mistero inscrutabile di Dio. Tendiamo a dimenticarci che il centro
gravitazionale del cristianesimo è l’amore di Dio per l’uomo. Nell’immagine del
Sacro Cuore si rende visibile il mistero del Dio onnipotente che ama l’uomo in
maniera incondizionata. Come dice Eberhard Jungel, in questo miracolo è
l’eccellenza del cristianesimo».
Come può comprendere queste cose
l’uomo di oggi, sempre più lontano dalla spiritualità?
«Il problema non riguarda solo
questa devozione, ma è tutto l’accesso al mistero cristiano che risulta
ostacolato e difficile. Oggi è come se l’uomo fosse monodimensionale, succube
della dittatura di un’unica forma di pensiero, legata a ciò che è concreto,
scientificamente dimostrabile. Ciò che riguarda lo spirito viene denigrato,
escluso».
Conta solo ciò che si spiega
attraverso la scienza...
«E così tutti i fenomeni che hanno
una parvenza di spiritualità vengono tacitamente "naturalizzati",
resi dimostrabili. Ecco allora che le neuroscienze riducono l’essere umano ai
suoi soli processi cerebrali. L’uomo e quindi la sua morale, è il semplice
prodotto del suo cervello, dei suoi geni. E anche per la libertà non c’è più
spazio».
Per la libertà?
«Sì! Perché se tu sei in quanto
funzione dei tuoi geni e dei tuoi collegamenti neuronali, sei automaticamente
chiuso nella gabbia di una sorta di predestinazione secolarizzata. La tua vita,
le tue scelte, anche quelle morali e della fede, tutto di te si può spiegare in
termini biologici, tutto è già scritto nel tuo Dna. E quel che è più grave è
che insieme alla libertà soggettiva svanisce anche il concetto di colpa, di
responsabilità».
Quale impegno ci aspetta per
uscire da questo collo di bottiglia?
«Prima di tutto penso sia
fondamentale una filosofia sensibile alle sfide del nostro tempo e finalmente
capace di dialogare con la teologia. La collaborazione fra teologia e filosofia
è fondamentale per riesaminare tutte le categorie essenziali, a cominciare dai
concetti di finalità, ordine, sostanza... Del resto è insito nella storia del
cristianesimo: il teologo ha bisogno del filosofo. Oggi serve una teologia
arricchita da concreti elementi filosofici».
Questo come si traduce in termini
pastorali?
«Prima di tutto è necessario un
clero capace di combinare una profonda devozione con un alto livello di
cultura. E questo deve trasparire. Il fedele deve percepire che il sacerdote è
uomo di cultura capace di competere con gli intellettuali. Ciò che
assolutamente non serve è un clero semplicista, bigotto».
E i laici?
«La Chiesa deve prendersi cura di
una forte educazione teologica del laicato. I laici sono impreparati alle sfide
del nostro tempo, confusi dalla massiccia quantità di messaggi in contrasto con
le ragioni della fede. Per la Chiesa è una sfida essenziale».
C’è bisogno di far conoscere
nuovamente chi è il vero Dio?
«Molte volte la gente ha un’idea
infantile di Dio. Coloro che combattono la fede hanno spesso una concezione
bigotta e falsa di Dio. Per questo c’è urgenza di preti e laici preparati».
Ma la fede non passa solo
attraverso la cultura.
«La cultura è una via, un
accesso. La fede passa attraverso la testimonianza di vita di uomini convinti».
Quindi la cultura senza
testimonianza...
«Non vale nulla. Ma la
testimonianza si deve adeguare ai tempi che corrono. Per questo dico che il
prete moderno deve essere pio e colto».
In una società che non sa più
interpretare il male deve essere anche capace di insegnare il discernimento?
«È essenziale. Per troppo tempo
si è insegnato a valutare la colpa e il peccato come qualcosa che si misura a
peso, quando invece la malizia del cuore non si può misurare. I confessori
devono tornare a prendere sul serio questa malizia, che è diabolica e se non lo
si comprende non si riesce a spiegare come riesca a generare assenza di spirito
di riconciliazione e di perdono. Come produca una generalizzata durezza di
animo, che è l’esatto contrario del Cristo che ama offrendo il suo cuore».
Senza perdono non si costruisce
la società?
«Nemmeno la famiglia. Molti
matrimoni falliscono per questo motivo. Ci sono aspettative deluse, non si
perdona e ci si separa, secondo il significato della parola
"Diavolo": ciò che divide. Tanti matrimoni si potrebbero salvare se
ci fossero coppie esperte capaci di accompagnare le coppie in crisi; se ci
fosse una preparazione al matrimonio capace di calarsi nelle sfide della
modernità. La Chiesa deve imparare a preparare e accompagnare. Vale per la
famiglia come per la formazione dei nuovi sacerdoti. Vivere il celibato in
solitudine risulta difficile. E la mia esperienza in Germania con i preti
protestanti sposati (anche fra omosessuali) e divorziati mi rende certo di una
cosa: non è l’abolizione del celibato che risolve il problema».
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