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martedì 11 marzo 2014

Terapia fetale e trattamenti palliativi prenatali - Oggi è possibile curare i bambini ancora in grembo cambiando la storia naturale di molte condizioni patologiche, per restituire vita al feto erroneamente considerato terminale, speranza alla famiglia e dignità scientifica ai medici, Roma, 09 Marzo 2014 (Zenit.org) Pino Noia , http://www.zenit.org/it


La terapia fetale ha consolidato sempre più il concetto di feto come paziente e negli ultimi 15 anni si è spinta, lì dove il trattamento terapeutico non era possibile, ad attuare trattamenti di palliazione per il feto sia per diminuire le problematiche legate al dolore fetale (palliazione nocicettiva) sia per attuare procedure che pur non essendo risolutive permettono di arrivare ad epoche gestazionali compatibili con la vita postnatale (palliazione clinica).

La terapia fetale quindi è uscita dall’alveo sperimentale ed è diventata un’opzione terapeutica scientificamente validata come risposta a patologie fetali considerate fino a pochi anni or sono non passibili di terapia.

Le metodologie di cura fetale sono essenzialmente 4: transplacentare non invasiva (attraverso la madre), invasiva con aghi e dispositivi eco guidati (invasiva fetoscopica), invasiva open. La prima forma di metodologia terapeutica comprende l’uso di farmaci che passando la placenta vanno a curare patologie del ritmo cardiaco fetale o più recentemente mirano a contenere il danno neurocognitivo nei bambini down.

La seconda forma di terapia fetale comprende vari approcci. Drenare grosse cisti ovariche (tra 4 e 8 cm) di bambine non ancora nate (approccio  intralesionale) permette di far nascere feti che conservano la capacità procreativa futura, evitando la torsione del peduncolo ovarico, la necrosi e la perdita dell’ovaio prima della nascita. Immettere tiroxina nel liquido amniotico con un ago sotto guida ecografica (approccio intramniotico, amnioinfusione) mira ad impedire che un feto con gozzo tiroideo prenatale vada incontro a ritardo mentale. Il gozzo, in effetti, scompare dopo che il feto con i normali atti di deglutizione beve il liquido amniotico come una medicina. In altri casi correggere la mancanza di liquido amniotico con soluzione fisiologica dalla 17° alla 25° settimana (approccio intramniotico, amnioinfusione) permette di aiutare la formazione dei polmoni fetali e così prepararli all’adattamento postnatale (sopravvivenza passata dal 27 al 50%).

Viceversa in caso di gravidanze gemellari in cui uno dei due gemelli ha una grande quantità di liquido amniotico nella sua sacca (sindrome TTTS) l’asportazione di grandi quantità di liquido (approccio amniotico, amnioriduzione) comporta un aumento di sopravvivenza che passa dal 12 al 45%.

In tali casi però il trattamento che migliora ancor più la sopravvivenza e diminuisce la morbilità feto neonatale è il trattamento laser. Questa tecnica appartiene alle metodologie fetoscopiche che mirano a ridistribuire la circolazione fra i due gemelli qualora vi siano collegamenti vascolari patologici.

Fare trasfusioni a feti gravemente anemici, direttamente nel cordone ombelicale sotto guida ecografica (approccio intravascolare), ha aumentato la sopravvivenza negli ultimi 20 anni dal 40 al 90%, così come il drenaggio di liquidi patologici dalla pancia e dal torace fetale ha spostato la sopravvivenza dal 35 al 70%.

I trattamenti palliativi, soprattutto in presenza di accumuli e distensione delle sierose fetali mirano ad evitare che i liquidi raccolti distendendo le sierose ricche di terminazioni nervose, possano far sentire dolore al feto. Tale approccio però permette anche altri due obiettivi: studiare il liquido drenato (valutazione diagnostica) e impedire la compressione del liquido sul ritorno venoso per opporsi allo scompenso cardiaco (azione terapeutica). Come si vede diagnosi, palliazione e terapia fetale s’integrano e cambiano la storia naturale di molte condizioni patologiche, restituendo vita al feto erroneamente considerato terminale, speranza alla famiglia e dignità scientifica ai medici.

[Fonte: Notizie Pro Vita, marzo 2014, p.9]

(09 Marzo 2014) © Innovative Media Inc.

martedì 19 febbraio 2013


Aggiornamenti sulle staminali adulte ed altre nuove cure -  18 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it/

Cellule staminali


Lo scienziato inglese Colin McGuckin, che svolge ricerche a Lione in Francia, ha realizzato da cellule di cordone ombelicale, un mini-fegato da utilizzare per test farmacologici, evitando così sperimentazioni di tipo non etico, vale a dire evitando l’impiego di cellule staminali embrionali che, come sappiamo, comportano il sacrificio di un essere umano nelle primissime fasi della sua vita.

Per McGuckin e per il suo staff non è stata una decisione facile, in quanto la ricerca etica è più difficile e genera profitti molto inferiori. Nonostante la crisi finanziaria globale, hanno rinunciato ai finanziamenti legati all’uso delle cellule staminali embrionali per rimanere fedeli ai propri principi. Nel corso degli ultimi quattro anni hanno addestrato una nuova generazione di scienziati, farmacisti e medici nel settore delle cellule staminali adulte, non solo in Europa, ma anche in altre parti del mondo; per creare il mini-fegato tridimensionale hanno persino collaborato con bioingegneri della NASA!

La grande stampa trascura di pubblicare i loro lavori perché, non essendo controversi, non fanno notizia, ma intanto il gruppo del professor McGuckin partecipa alla sperimentazione clinica nel trattamento di bambini affetti da ipossia alla nascita (cui può conseguire paralisi cerebrale infantile), e sviluppa trattamenti ossei per la riparazione della palatoschisi e di altre malformazioni. Il professore lamenta che la recessione globale e la crisi finanziaria hanno reso molti aspetti della ricerca medica più difficile. Le banche sono state rifinanziate dai governi, mentre gli ospedali e le università, anche in Francia, sono stati lasciati a soffrire e certamente ci sono meno soldi per la ricerca e le sperimentazioni cliniche, Tuttavia Le IPS (cellule staminali pluripotenti indotte forzatamente a svilupparsi in una direzione) e altri tipi di cellule staminali adulte sembrano essere molto promettenti e quindi la sperimentazione deve essere comunque portata avanti.

Anche in Italia si studia l’impiego delle cellule IPS e la dottoressa Stefania Corti dell’Università di Milano, sperimentando sui topi, ha ottenuto cellule staminali neurali da cellule IPS e le ha iniettate in topi affetti da sclerosi laterale amiotrofica (una degenerazione neuronale progressiva e mortale) ottenendone l’allungamento della vita ed un sensibile miglioramento neuromuscolare.

Mini-fegati finti e topi longevi sono promettenti, ma non sembrano molto vicini alla concretezza clinica; lo è invece la bimba Emily Whitehead i cui linfociti B erano degenerati in senso maligno causandole una leucemia linfoblastica acuta resistente alla chemioterapia che l’ha portata a un passo dalla morte. I medici del Children’s Hospital di Philadelphia le hanno prelevato linfociti T che, tramite virus HIV disattivato, sono stati “addestrati” in vitro ad attaccare le cellule B tumorali. Reiniettati alla bambina, questi linfociti hanno funzionato e dopo sei mesi nella piccola non ci sono tracce di recidiva! Se questa terapia risulterà applicabile a tutti o a molti potrà sostituire il trapianto di midollo osseo, più problematico in quanto richiede un donatore compatibile.

Anche il centro Sclerosi multipla di Genova sta partecipando ad una ricerca internazionale che utilizza cellule staminali adulte (prelevate dal midollo osseo). La sclerosi multipla è una malattia autoimmune in cui i linfociti T producono autoanticorpi che attaccano la mielina, una guaina che ricopre le cellule nervose e rende veloce la trasmissione di impulsi. Le cellule staminali appositamente prodotte in questo Centro bloccano l’azione dei linfociti T, ma sono utili a prevenire il danno, non a curarlo, per il momento. L’obiettivo è la realizzazione di cellule staminali che rilascino sostanze capaci di “risvegliare” le staminali endogene, presenti in tutti i tessuti incluso il cervello, inducendole a produrre nuova mielina; questo obiettivo potrebbe essere realizzato entro il 2015 e sarebbe un grosso passo in avanti rispetto alle cure palliative antiinfiammatorie che attualmente si applicano alla sclerosi multipla.

Linda Gridelli

venerdì 25 gennaio 2013


IL FUTURO DELLA CURA - «Stiamo preparando la sconfitta del cancro» 25 gennaio 2013 - http://www.avvenire.it

           

«Ho scoperto di avere un cancro nel giugno 2011. Operato, lotto tra chemio, che mi devasta, e radio, che mi sconvolge». Fin qui l’ammissione di un paziente come tanti altri. Ma il dottor Giulio Bernardoni, dermatologo mantovano, va oltre e denuncia: «Sono adirato nei confronti di stampa e tv. La ricercatrice Roberta Benetti, dell’Università di Udine, ha fatto, nel 2010, una scoperta da premio Nobel, per curare il cancro con l’aiuto di molecole (miR-335) prodotte dal nostro stesso organismo, senza sottoporsi alle attuali devastanti terapie. Il lavoro è stato pubblicata sulla rivista statunitense Cancer Research». Ma allora, si chiede Bernardoni, perché «nessuno parla di questa scoperta?». Nel giro di due anni, «si disse allora, le case farmaceutiche avrebbero messo a punto un farmaco con relativo brevetto. Cosa è successo? Solo silenzio!». 

La conclusione dello specialista è amara e sconfortante: «Il cancro è diventato una pandemia. Se non si sconfiggono, con i media, le lobby che fanno guadagni immensi usando la chemio, non si troverà mai la cura per guarire senza uccidere l’anima e il corpo… chi parla è un medico che ha visto, in quest’ultimo anno e mezzo di cura, le peggiori porcherie». Quindi, la preghiera rivolta agli organi di informazione: «Pubblicate articoli in prima pagina su questo studio validissimo! Quello che oggi io patisco può toccare a chiunque, anche ai nostri figli!». In effetti, lo studio di cui parla Bernardoni (finanziato dall’Associazione italiana ricerca sul cancro, coordinato da Benetti e sviluppato con i colleghi dell’ateneo friulano e del Laboratorio nazionale del Consorzio interuniversitario per le Biotecnologie di Area Science Park) ha aperto la strada alla corretta individuazione della capacità di autoproteggersi dai tumori, attraverso la regolazione dei livelli delle piccole molecole microRna prodotte da tutte le cellule dell’organismo umano. La ricerca ha dimostrato per la prima volta che una delle microRna, la miR-335, è direttamente responsabile nel controllo della generazione e delle funzioni dell’oncosoppressore Rb, gene coinvolto nella protezione dello sviluppo dei tumori. I ricercatori, nel 2010, hanno spiegato che l’espressione della miR-335 influisce in modo diretto nel bilanciare il delicato equilibrio di protezione contro lo sviluppo tumorale, perché «intacca, attraverso l’indiretta influenza anche sull’oncosoppressore p53, gli effetti di due fondamentali proteine note per essere deregolate nella genesi dei tumori».

Le parole di Bernardoni hanno raggiunto anche la stessa dottoressa Benetti che, dal 2010, si guarda bene dall’alimentare toni trionfalistici smentendo «sensazionalismi giornalistici incontrollabili» che «in primis, non garantiscono il rispetto ai pazienti colpiti da queste terribile malattia». Ma a distanza di oltre due anni da quel traguardo, a che punto è la ricerca? «Abbiamo dato seguito alle scoperte del 2010 – spiega Benetti – indagando anche il ruolo del miR-335 nelle cellule staminali e pubblicando una recentissima relazione in cui troviamo, associato a questo miRna, un nuovo "percorso" che sembra anche attivo, al momento, soprattutto nei tumori di origine germinale. Speriamo davvero di continuare nella direzione giusta ma non siamo al punto di poter promettere nulla». Insomma, «in termini di applicabilità terapeutica, lo studio è ancora lontano dalla clinica e nessuno di noi ricercatori può affermare che potrà sostituire la chemioterapia». Anche perché i passi per valutare l’effettiva portata della scoperta del 2010 richiedono molto tempo e una sperimentazione, attualmente in atto, sui topi. «Un aspetto critico per i tumori – spiega Benetti – è al momento la loro classificazione e l’identificazione attraverso biomarcatori specifici dei casi a elevato rischio»; un requisito fondamentale, questo, «per poter migliorare le strategie di cura e per guidare le scelte terapeutiche. Il nostro lavoro cerca di fornire un contributo di base proprio in questo ambito. Stiamo cercando di chiarire l’importanza di determinati componenti molecolari, per capire (in ottica ambiziosa) se essi possano risultare associati all’andamento della malattia e, quindi, per poter fornire interessanti futuri bersagli terapeutici. Vogliamo dare speranza alla gente – è l’auspicio della ricercatrice originaria di Monfalcone – e per questo le forze di tutti noi ricercatori, di cui la mia è parte milionesima, sono sempre unite e stimolate, ma vogliamo anche evitare false illusioni».

Vito Salinaro

giovedì 20 dicembre 2012


La musica fa guarire prima e lenisce i dolori  - 20 dicembre 2012 - http://www.lastampa.it

La musica giusta può essere benefica non solo per la mente, ma anche per il corpo aiutando a guarire prima e alleviando i dolori
La musica ha un’influenza sia sul sistema immunitario che il sistema nervoso simpatico: in questo modo sarebbe in grado di farci guarire prima e alleviare anche il dolore
Ascoltare musica è un qualcosa che tutti, in misura maggiore o minore, facciamo.
E’ un piacere per il corpo e la mente – quand’anche per lo spirito, se quella giusta.

Ma, la musica, non si limita a essere un piacere o uno svago: può infatti avere anche valenze terapeutiche, che si manifestano in modo evidente agendo perfino sul sistema immunitario e il sistema nervoso simpatico – quello deputato al controllo delle funzioni corporee involontarie.
Che la musica possa pertanto essere come una specie di medicina è emerso da una revisione scientifica sistematica condotta dai ricercatori del Massachusetts General Hospital e della Harvard Medical School di Boston (Usa).

Tra le tante azioni della musica sulla fisiologia umana, i ricercatori hanno scoperto che l’ascolto può ridurre i livelli circolanti dell’ormone cortisolo (il noto “ormone dello stress”).
Il cortisolo è ritenuto giocare un ruolo chiave nell’aumentare l’attività metabolica e nell’interferire in negativo con l’azione del sistema immunitario.Questo stesso ormone, quando squilibrato, è stato per esempio associato a depressione e ansia.
L’azione del cortisolo è strettamente collegata con l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, detto anche asse HPA, che è in sostanza un complesso in grado di influenzare le reazioni allo stress, regolando tra gli altri i processi digestivi, l’umore e le emozioni, la sessualità, l’energia e il suo immagazzinamento o spesa e, infine, il già citato sistema immunitario.

Lo studio revisionale pubblicato su Nutrition ha dunque inteso valutare gli effetti della musica nelle diverse situazioni cliniche. In alcune ricerche si è dimostrato che l’esporre all’ascolto della musica pazienti operati chirurgicamente riduceva in modo drastico i livelli di cortisolo, rinforzando la naturale capacità di guarire.
Altri studi analizzati hanno mostrato come l’ascolto della musica riducesse l’incidenza dell’insufficienza cardiaca; fosse benefica per i neonati prematuri; stimolasse il sistema immunitario e la relativa immunità; promuovesse una migliore azione del sistema digestivo e, infine, riducesse la percezione del dolore. Quanto al dolore, diversi studi hanno dimostrato che la musica era in grado di far ridurre il ricorso agli antidolorifici, in particolare tra i pazienti chirurgici dopo un intervento.

La musica dunque può divenire una sorta di medicamento, o aiuto al benessere agendo su diversi livelli e in diversi modi. E’ tuttavia chiaro che non tutta la musica può avere questo genere di effetti: deve essere infatti una musica armoniosa. Per esempio, una musica (se così si può chiamare) come l’heavy metal, così disarmonica, non può certo produrre buone vibrazioni. Sta dunque a noi scegliere la musica giusta, guidati dal buon senso e, perché no, anche dall’orecchio.
[lm&sdp]

Foto: ©photoxpress.com/ T.Tulic 

martedì 18 dicembre 2012


Realizzato il primo pacemaker naturale

Trasformando cellule cardiache con l'iniezione di un gene

17 dicembre 2012
Realizzato il primo pacemaker naturale(ANSA) - LOS ANGELES, 17 DIC - L'iniezione di un gene ha permesso di costruire il primo pacemaker naturale nel cuore di un topo. Nell'esperimento, cellule normali sono state trasformate in cellule capaci di correggere i difetti del battito cardiaco. Il risultato e' di un gruppo di ricerca del Cedars-Sinai Heart Institute di Los Angeles, coordinato da Nidhi Kapoor. La ricerca, pubblicata su Nature Biotechnology, ha permesso di riprogrammare le cellule del cuore per farle diventare repliche esatte di cellule pacemaker.

lunedì 19 novembre 2012


Salute hi-tech, più vicina la terapia su misura di Francesca Cerati - 18 novembre 2012 - http://www.ilsole24ore.com

Ospedali-laboratorio a un passo dai più avanzati centri di ricerca universitari e dalle imprese del pharma. È così che nel quadrilatero di Harvard si trasferiscono i risultati delle sperimentazioni in cure per i pazienti. Soprattutto per la terapia del cancro. Un modello nuovo, efficiente e sinergico che velocizza i tempi e che concretizza la cosiddetta medicina personalizzata.
È dunque davvero arrivato il momento in cui "lettura del Dna, terapia bersaglio e biotecnologie" da promesse si stanno trasformando in realtà? Sembra di sì, in concomitanza del fatto che il sequenziamento scende via via di prezzo, la potenza dei computer cresce così come le informazioni genetiche sulle malattie, ma anche l'industria farmaceutica è pronta a produrre farmaci su misura, finora appannaggio delle piccole biotech. Forse, perché l'ingranaggio giri a pieno regime, andrebbero riveduti i tempi di approvazione dei farmaci, visto che la loro sintesi sta cambiando e va veloce. «Non ci può essere alcun ritardo. I pazienti sono in attesa.

Per questo servono trial più omogenei e ben definiti per quanto riguarda il profilo genetico dei pazienti. Solo così si può accelerare nella prima fase degli studi clinici il passaggio di un nuovo farmaco» commenta Mark C. Fishman, presidente degli Istituti Novartis per la ricerca biomedica.
Sì, perché la chiave del "modello Harvard" - che ha l'obiettivo di individuare per ogni paziente i driver genetici della malattia per offrire terapie su misura nel minor tempo possibile - è proprio questa: selezionare i sottogruppi di pazienti in cui è sicuro che la terapia funzioni. Il modello tradizionale di sviluppo di un farmaco, nel caso di malattie genetiche, non vale più. E anche la molecola che è attiva nel 10% dei casi assume tutto un altro valore. C'è da chiedersi quante molecole ci sono nelle library dei laboratori e delle big pharma che non hanno superato le fasi iniziali di studio, e che oggi invece grazie agli screening genetici risulterebbero attive se testate su pazienti selezionati. Lo screening di massa, insomma, diventa screening genetico e la terapia generale diventa personale. L'ostacolo, ora, sta proprio nella selezione dei malati. «La strada è giusta – dice Timothy Wright, global head of development di Novartis – Il problema sta però nel fatto che il tumore, nella maggior parte dei casi, è una malattia multigenetica e non conosciamo ancora tutte le singole mutazioni».
«Il futuro della ricerca - aggiunge Alessandro Riva, vice presidente dell'area sviluppo oncologica – è quello di sviluppare combinazioni di farmaci per attaccare le diverse mutazioni genetiche. Ma anche individuare precocemente le resistenze alle nuove terapie». Ma il modello Harvard funziona anche per come è strutturato e concepito: grandi open space per favorire e facilitare le sinergie dentro e fuori dai laboratori e dalle corsie ospedaliere. Per esempio, al Dana Farber cancer institute, ospedale pioniere nelle terapie antitumorali dell'area di Cambridge dove sorge il Mit, medici e scienziati s'incontrano nei corridoi e coinvolgono il paziente, i parenti e anche gli amici prima di avviare una cura. In un'atmosfera che tutto sembra tranne che un ospedale, si offre il miglior trattamento disponibile e contemporaneamente si sviluppano le terapie del futuro.
La stessa aria – definita sociologia dell'innovazione – si respira poco distante, al 250 della Massachusetts avenue, quartier generale del Novartis institute for biomedical research (Nibr): una storica fabbrica di caramelle che il colosso svizzero ha trasformato in un centro di ricerca di nuova concezione, uno spazio open e dinamico in cui non esistono più confini fisici né scientifici, per facilitare la collaborazione e lo scambio delle idee e delle conoscenze tra scienziati. Anche attraverso le più innovative tecnologie, come le lavagne elettroniche intelligenti per comunicare in tempo reale con i colleghi di tutto il mondo. O acquari per studiare gli zebrafish, creati su misura per riprodurre le malattie dell'uomo, grazie a nuovi kit di "attrezzi" molecolari che consentono di manipolare in modo ultra preciso il Dna dei pesci. Questo nuovo approccio viene applicato anche al Bidmc cancer center dell'Harvard Medical School, nel laboratorio diretto da Pierpaolo Pandolfi, dove è stata creata una vera e propria clinica del topo, con tanto di tac, pet e risonanza magnetica in miniatura.

«Nel topo, con cui convidiamo il 95% del patrimonio genetico, succede tutto più velocemente che nell'uomo. Ed è positiva questa accelerazione se lo scopo è quello di essere predittivi – spiega Andrea Lunardi, che lavora nell'équipe di Pandolfi da tre anni – Con una biopsia e un sequenziatore siamo in grado non solo di avere una fotografia del profilo genetico del tumore, ma anche di riprodurlo esattamente nel topo, attraverso l'ingegnerizzazione. A questo punto si testano le molecole e si vede nell'immediato se funziona o meno su quella specifica mutazione genetica». In pratica, è come avere un tuo avatar. «Il che consentirebbe, modificando le attuali regole, di avere la cura su misura nell'arco di un anno». Il Bidmc Cancer Center nella figura di Pandolfi ha manifestato da tempo la disponibilità di creare in Italia, in collaborazione con le istituzioni scientifiche e le università (a cominciare da Roma Tor Vergata), un centro di competenza internazionale per la prevenzione e la cura del cancro, sia attraverso il trasferimento "in continuo" dei risultati delle ricerche in corso ad Harvard e la loro applicazione immediata nella cura dei pazienti ammalati di cancro, sia attraverso lo sviluppo di progetti comuni di ricerca che possano costituire anche l'occasione per il rientro di giovani ricercatori italiani oggi all'estero. Un progetto rilanciato e proposto al Cipe anche dal ministro dell'Ambiente Corrado Clini.

mercoledì 7 novembre 2012


Tumori, la guerra ai “10 sigilli”  - 7 novembre 2012 - http://www.lastampa.it/ 

Si scoprono nuove caratteristiche del cancro. Sono anche opportunità per batterlo
UNIVERSITà DI MILANO
Più si studia e più si rivela complesso. Il cancro, oggi, è ancora un nemico da vincere. Tuttavia, grazie ai progressi della ricerca, insieme con la comprensione della malattia crescono anche le opportunità di cura.  
Lo stato attuale delle conoscenze indica che, per il miglioramento della diagnosi e della cura, occorre progettare un attacco su più fronti, prendendo di mira le 10 proprietà tipiche di ogni forma di tumore: sono i cosiddetti «sigilli» (gli «hallmarks») del cancro, ovvero le caratteristiche che lo contraddistinguono.  
Queste caratteristiche sono state riassunte da Douglas Hanahan e Robert Weinberg, in una pubblicazione - divenuta una pietra miliare - sulla rivista scientifica «Cell». Nel 2000 erano sei: la capacità di crescere all’infinito; l’autonomia di sviluppo grazie a fattori di crescita propri; l’insensibilità ai segnali dell’organismo che bloccano la proliferazione cellulare; l’abilità di sfuggire ai segnali di morte, indispensabili per l’equilibrio del nostro organismo; l’elevata attività angiogenetica, che consente di rifornirsi di nuovi vasi sanguigni che ne favoriscono la crescita; la capacità di creare metastasi, ossia di dar vita a cellule maligne che lasciano il tumore d’origine per migrare lontano, colonizzare altri organi, riprodursi e formare nuovi tumori.  
Negli anni si sono aggiunti altri «hallmarks», nuovamente codificati, nel 2011, dagli stessi Weinberg e Hanahan in una review su «Cell». Fra questi, la capacità del tumore di sfuggire alle difese immunitarie e di creare attorno a sé un microambiente infiammatorio. 
Su ognuno di questi «sigilli» la ricerca biomedica ha effettuato progressi fondamentali - nel nostro Paese grazie al contributo fondamentale dell’Airc - che hanno già aumentato la curabilità e la sopravvivenza dei malati. E su questi si concentrano le maggiori speranze per il futuro. 
Ad esempio, sappiamo da tempo che un tumore non è costituito solo da cellule tumorali, ma anche da un microambiente di cellule normali dell’ospite. Fra queste, molte appartengono al sistema immunitario: in particolare i macrofagi, che, invece di svolgere il proprio ruolo di difesa aggredendo e distruggendo il tumore, al contrario ne sostengono la crescita e lo aiutano a diffondersi indisturbato. Un’area di ricerca, questa, in cui il contributo di Humanitas è stato ed è particolarmente significativo. Un po’ come poliziotti corrotti, i macrofagi favoriscono la formazione di vasi sanguigni (è il processo dell’angiogenesi), che costituiscono le vie di rifornimento dei tumori, portando loro il nutrimento; aumentano la crescita delle cellule malate e, paradossalmente, inibiscono la funzione di altre cellule di difesa (i linfociti T, i coordinatori delle informazioni del sistema immunitario); infine, favoriscono la formazione delle metastasi, da una parte promuovendo l’uscita delle cellule tumorali dalla sede originaria e dall’altra preparando delle vere e proprie nicchie deputate ad accoglierle negli organi e nei tessuti lontani.  
La comprensione di tutte queste diverse sfaccettature della nicchia ecologica che il cancro crea intorno a sé ha portato a cambiamenti importanti dal punto di vista sia diagnostico sia terapeutico. Dati recenti suggeriscono che in alcuni tumori (ad esempio della mammella e il linfoma di Hodgkin) osservare e definire le peculiarità della nicchia ecologica può aiutare a caratterizzare meglio il tumore e, quindi, a personalizzare la terapia. Inoltre, colpire non più solo le cellule tumorali ma anche il micro-ambiente che sta loro intorno si sta trasformando una strategia di cura alternativa - e complementare - sempre più concreta. I farmaci anti-angiogenetici, ad esempio, mirati a bloccare le vie di rifornimento del cancro, si sono dimostrati efficaci nella cura del tumore del colon-retto. 
Per il futuro le speranze si concentrano soprattutto sulla capacità di fermare i poliziotti corrotti o riportarli sulla retta via, se necessario risvegliandoli: nei tumori, infatti, il sistema immunitario è come addormentato e non aggredisce il cancro come dovrebbe. Da questa consapevolezza stanno derivando nuovi approcci terapeutici, mirati a togliere i freni alle nostre difese naturali, attualmente in fase di sperimentazione clinica contro melanoma, cancro del pancreas, della vescica e dell’ovaio. 
Contro il melanoma, un anticorpo (anti-Ctla4, ipilimumab) approvato per uso clinico negli Stati Uniti, funziona proprio in questo modo. E sono appena strati riportati, in un contesto molto autorevole, i risultati della sperimentazione di anticorpi che tolgono un altro freno al sistema immunitario: sono mirati ad inibire l’azione del cosiddetto Pd1. I risultati di questa prima sperimentazione clinica, in tumori diversi dal melanoma al cancro della prostata, sono estremamente incoraggianti e sono andati al di là delle aspettative. 
Certo, non bisogna dimenticare - per questo come per tutti gli interventi medici - il bilancio benefici-rischi. In questo caso il rischio è che, togliendo i freni, il sistema immunitario possa poi colpire anche se stesso.  
La speranza, però, è che questi siano i primi di una storia di passi avanti: stiamo conoscendo sempre più e meglio la macchina straordinaria e straordinariamente complessa delle nostre difese. Proprio come per un’auto, stiamo imparando ad usarne freni e acceleratore: questi ultimi risultati ci fanno pensare che davvero possiamo imparare a pilotare al meglio questa macchina contro il cancro. 

mercoledì 24 ottobre 2012


Le cellule staminali pluripotenti indotte(iPSCs) sono state prodotte per la prima volta nel 2006 dal gruppo del professorShinya Yamanaka dell’Università di Kyoto, vincendo i premi Wolf e Nobel  per la medicina. Sono cellule staminali pluripotenti artificialmente derivaste da una cellula non-pluripotente – in genere una cellula somatica adulta, ad esempio della base dell’epidermide – forzando l’espressione nel fenotipo di specifici geni.
Queste metodiche hanno l’indubbio vantaggio etico di ottenere cellule staminali senza sacrificio di embrioni umani; inoltre, poiché sono tratte dal paziente stesso, non danno problemi di immunizzazione e rigetto ed appaiono quindi assai promettenti.
 Le applicazioni terapeutiche che già sono state proposte e testate con successo in animali di laboratorio sono parecchie: la sclerosi laterale amiotrofica, la degenerazione maculare ed altre malattie della retina che causano cecità,gravi malattie degenerative del sistema nervoso centrale come l’Alzheimer e il Parkinson, danni al tessuto miocardico in seguito ad infarto,  diabete insulino-dipendente , fratture ossee , artriti post-traumatiche , per citare solo le più recenti apparse.
Altre cellule simili e molto promettenti sono quelle tratte dalla vena del cordone ombelicale al momento della nascita: secondo la scelta della partoriente, esse possono essere donate oppure conservate allo stato congelato in vista di eventuali futuri problemi di salute del bambino (qui e qui alcune notizie recenti sul loro potenziale terapeutico).
Il “babbo” delle cellule iPSCs professor Yamanaka, neo premio Nobel per la Medicina, è molto ottimista circa l’applicabilità concreta di queste terapie: «Unn grande problema che riguarda le staminali embrionali è che vengono prodottedistruggendo gli embrioni. Credo che le cellule iPSCs che ricaviamo dalle cellule somatiche sostituiranno le embrionali appena sarà accertata la loro sicurezza». E concludendo: «Ho avuto l’onore di incontrare il Papa nel 2008 e ho avuto alcune possibilità di discutere delle mio lavoro anche con ricercatori della Pontificia Accademia delle Scienze. Indubbiamente la tecnologia basata sulle Ips può aggirarela controversia sulle staminali embrionali».