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giovedì 16 luglio 2015

Così i giudici legalizzano l'utero in affitto di Tommaso Scandroglio, 16-07-2015, http://www.lanuovabq.it/

A Milano i giudici hanno legalizzato l'utero in affittoEra già accaduto altre volte, ma ogni volta è come se fosse la prima. Stiamo parlando di quei giudici che legittimano la pratica della maternità surrogata, nonostante la legge 40 la vieti espressamente. Due giorni fa sono state depositate le motivazioni di una sentenza, emessa dal Tribunale di Milano, che ha assolto una coppia per aver alterato lo stato civile di due gemelli avuti tramite la pratica dell’utero in affitto, con fecondazione eterologa, effettuata in Ucraina. In buona sostanza i due avevano spacciato come figli loro i gemelli partoriti da un’altra donna e non adottati. Infatti, lo ricordiamo, un bambino per il nostro ordinamento giuridico è figlio di Tizio e Caia solo se Caia lo ha partorito, ed è figlio legittimo o naturale riconosciuto da entrambi, oppure se lo hanno avuto in adozione. 

Il collegio della quinta sezione penale, presieduto da Annamaria Gatto, ha assolto la coppia con le seguenti motivazioni. In primo luogo occorre far riferimento alla legge ucraina sulla formazione dell’atto di nascita, legge che è stata rispettata appieno. Infatti, affermano i giudici, è «la stessa legge italiana a imporre ai cittadini italiani all'estero di effettuare le dichiarazioni di nascita all'ufficiale di stato civile straniero e secondo la legge del luogo ove l'evento è avvenuto». In Ucraina la pratica dell’utero in affitto è legittima e quindi quell’atto di nascita è legittimo anch’esso. Ma lo è per noi? La ricezione di tale atto di nascita da parte delle nostre autorità è lecita solo se non contrasta con l’ordine pubblico interno. Da qui la domanda: questo atto di nascita contrasta con il nostro ordine pubblico? Eccome, tanto è vero che c’è una legge, la legge 40, che espressamente vieta la pratica della maternità surrogata. I giudici hanno fatto spallucce e lo scoglietto della legge 40 è stato superato affermando che se l’ufficiale di stato civile italiano ha trascritto l’atto vuol dire che tale atto era compatibile con l’ordine pubblico. Come dire che la decisione dell’ultimo degli ufficiali di stato civile è insindacabile. 

Ma proseguiamo. Nelle motivazioni si legge ancora: «l'ordinamento interno […] al pari di quello ucraino, nel disciplinare gli effetti della fecondazione eterologa valorizza il principio di responsabilità procreativa e ne fa applicazione in luogo di quello di discendenza genetica; il coniuge che abbia dato l'assenso (...) alla nascita di un bambino tramite fecondazione eterologa (...) non può esercitare l'azione di disconoscimento, per avere assunto la responsabilità di questo figlio, e ne diviene genitore nonostante lo stato civile del neonato venga determinato in maniera estranea alla sua discendenza genetica». Cosa ci stanno dicendo i giudici? In primo luogo i magistrati meneghini sono arrivati ad alcune logiche conclusioni le cui premesse erano state poste dalla Corte costituzionale italiana con la sentenza 162 del 2014, sentenza che aveva aperto alla fecondazione artificiale eterologa, tecnica in cui un gamete o entrambi i gameti possono provenire da un soggetto estraneo alla coppia richiedente.

Con l’eterologa il figlio può benissimo essere figlio genetico di un terzo e non figlio biologico di Tizio e Caio, non essere adottato e nonostante questo figurare come figlio legittimo della coppia stessa. Ma non è lo stesso che accade con l’utero in affitto? Anzi in questa pratica, per ipotesi, i gameti possono venire dalla coppia richiedente. C’è solo l’inciampo che il bebè non verrà partorito dalla donna che lo crescerà, ma – come ha affermato la Corte costituzionale – questo avviene anche nell’adozione. Non solo, ma nell’adozione si cresce un figlio che non è proprio figlio biologico, così come sarà con la coppia lombarda. Se dunque è legittima l’eterologa perché non può esserlo l’utero in affitto? 

E dunque la sentenza della Corte costituzionale, richiamata spesso nelle motivazioni del Tribunale di Milano, ha fatto da grimaldello per accogliere la pratica dell’utero in affitto, pratica che per paradosso la stessa Corte in quella sentenza aveva dichiarato ancora illecita. Insomma, prendiamo delle sentenze solo ciò che ci fa comodo. Ma anche dalla legge 40 i giudici prendono ciò che vogliono. Questi, infatti, riportano pari pari ciò che in questa legge c’era scritto in merito alla Fivet eterologa: qualora avvenisse la fecondazione eterologa (che quando fu scritta la legge era pratica vietata), la coppia richiedente non può disconoscere il bambino. Ma questa postilla non la troviamo invece per la pratica della maternità surrogata. É stata semplicemente inventata dai giudici. Ciò che importa dunque per i giudici milanesi è «il principio di responsabilità procreativa»– cioè voler aver un figlio a tutti i costi – e non la «discendenza genetica». Non solo, ma aggiungono che il «principio della responsabilità procreativa» è «posto prioritariamente a tutela dell'interesse del bambino». Ma come? Far nascere un bambino in provetta con gameti di persone che non lo tireranno grande, impiantarlo nell’utero di una donna che non lo vedrà crescere, venire acquistato come una merce, esporlo ad altissimo rischio di morte, etc. tutto questo sarebbe nel suo interesse?

In realtà ai giudici del figlio importa un fico secco. Importa l’autodeterminazione della coppia. Infatti, così ancora leggiamo nelle motivazioni che richiamano un passaggio della sentenza del 2014 della Consulta: «la scelta di diventare genitori e formare una famiglia che abbia anche figli costituisce espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi, riconducibile agli articoli 2, 3 e 31 della Costituzione». Detta in soldoni: prima c’è un presunto di diritto di diventare genitori e poi il rispetto della vita del bambino. E il primo “diritto” deve essere garantito costi quel che costi. Utilizzate pure provette, uteri in affitto, manipolazioni genetiche, bacchette magiche ma dateci il figlio. E dunque la pratica della maternità surrogata viene legittimata per via giurisprudenziale in Italia ancora una volta (c’erano stati infatti in passato altri casi). Il peccato originale, lo abbiamo scritto già altre volte, è contenuto nella stessa legge 40. Se legittimi il fatto di poter manipolare la vita di un nascituro, che poi venga al mondo con l’omologa, l’eterologa o l’utero in affitto poco cambia. É solo una variazione su un tema, un tema dai toni molto funebri.


lunedì 22 giugno 2015

Francia. Cinque intellettuali non cattolici (e mangiapreti) contro l’utero in affitto, giugno 20, 2015 Lucetta Scaraffia, http://www.tempi.it/

utero-affitto-maternità-surrogata-shutterArticolo tratto dall’Osservatore romano – «Le leggi non sono fatte per coprire le ingiustizie, ma per prevenirle». Con questa indiscutibile affermazione si chiude un appello, firmato in Francia da cinque importanti intellettuali e politici, di diversa, anche opposta, provenienza, nessuno di loro cattolico. I filosofi Sylviane Agacinski e Michel Onfray, la scrittrice Eliette Abécassis, il deputato europeo José Bové e la giurista Marie-Anne Frison-Roche si oppongono a una forma di tacito consenso legale che si sta affermando nel paese sul riconoscimento del figlio nato dal ricorso alla madre surrogata, riconoscimento in realtà proibito dalla legge.

Con la scusa di proteggere i figli nati da questa pratica all’estero si arriva infatti a riconoscere la paternità e la maternità a persone che secondo la legge non dovrebbero averla. I firmatari denunciano questa pratica che utilizza motivazioni falsamente pietose per avvalorare «l’applicazione della legge di mercato alla procreazione». In California, per esempio, Stato dove è legale la pratica dell’utero in affitto, la filiazione è stabilita «sulla base di uno scambio commerciale» fra le parti, e il bambino diventa il prodotto di una sorta di ordinazione, come una merce.

Gli autori dell’appello ricordano invece che la legge francese mantiene una differenza fra le cose — che possono essere donate o vendute — e le persone: il problema è decidere se la procreazione di un figlio può diventare oggetto di uno scambio mercantile. Decidere cioè se può essere negato il legame filiale, che unisce fisicamente, simbolicamente e giuridicamente il figlio alla madre che l’ha messo al mondo. In sostanza, se si può con tanta leggerezza negare lo stato di madre alle donne che hanno accettato di essere utilizzate in questo modo. No alle madri fantasma! titola «Le Monde» del 17 giugno, che accompagna l’appello a un articolo che sostiene invece la liceità di questa pratica se avviene in modo puramente disinteressato. Condizione, come ben si sa, che molto difficilmente si constata nella realtà.

In altri paesi (fra cui l’Italia) esiste lo stesso problema, ma non si è aperto un dibattito vero e i laici sembrano rassegnarsi tutti a quello che viene considerato un “progresso”. Ancora una volta i laici francesi hanno il coraggio di intraprendere una battaglia per difendere il rispetto dell’essere umano e un giornale laico come «Le Monde» di diffondere il loro punto di vista.

Foto maternità surrogata da Shutterstock

mercoledì 28 gennaio 2015

Il bambino nato da maternità surrogata all’estero è figlio dei genitori committenti italiani di Giulia Milizia - 27 gennaio 2015 - http://www.dirittoegiustizia.it/

COMUNITARIO e INTERNAZIONALE  Sentenza storica e senza precedenti per l’Italia tanto che già il ricorso era stato inserito nel massimario della CEDU. È, però, impossibile restituire loro il bimbo, perché ha sviluppato un forte legame con la famiglia affidataria dall’aprile 2013. La maternità surrogata, anche dopo la pronuncia n. 162/2014 della Consulta, continua ad essere vietata. La giurisprudenza italiana si è sempre divisa sul riconoscimento del suo status di figlio dei committenti. La Cassazione, con la decisione n. 24001/2014, in un identico caso, lo ha dichiarato figlio di nessuno ed adottabile: «l’ordinamento italiano, per il quale la madre è colei che partorisce, contiene un espresso divieto, rafforzato da sanzione penale, della surrogazione di maternità». Per la CEDU questa è un’extrema ratio e per vari motivi non c’è stato un equo bilanciamento degli interessi in gioco, soprattutto quello supremo del bimbo ad avere un legame familiare (parentale, genetico od altro) con i genitori committenti. Sono stati risarciti con € 30.000 oltre oneri accessori.

La CEDU, sez. II, nel caso Paradiso e Campanelli c. Italia del 27 gennaio 2015 ha il merito di aver risolto molte ambiguità dato che la giurisprudenza interna e delle corti UE è divisa sul punto (Tribunale di Trieste, GUP del 4/10/13,CDA Bari 169/09 ed EU:C: 2014:159 e 169), essendo rilevante la disomogeneità delle legislazioni europee in materia: si devono tutelare la c.d. vita familiare di fatto ed il benessere del minore.
Il caso. I genitori avevano procreato il figlio (nato nel 2011), anch’esso ricorrente, con l’utero in affitto di una donna russa. La madre committente, infatti, è sterile e dopo il fallimento dei vari tentativi di fecondazione omologa, dato che l’eterologa era ancora vietata, ricorsero a questa pratica usando i gameti del marito e l’ovulo della gestante, sì che sull’atto di nascita del minore, redatto ed annotato a Mosca ex Convenzione dell’Aja del 1961, risulta figlio dei ricorrenti che ne chiesero la trascrizione in Italia, ma il Consolato italiano a Mosca, sospettando la maternità surrogata, anziché l’asserita eterologa e, quindi, un’alterazione di stato circa il vero nominativo dei genitori, aveva già trasferito il relativo fascicolo al P.G. di Campobasso. Da qui è sorto un caso giudiziario affrontato anche dal competente Tribunale dei minori conclusosi con la dichiarazione dello stato di abbandono e di adottabilità del minore (art. 8 l. n. 40/2004). I genitori ricorrenti, infatti, non solo avevano violato i divieti di maternità surrogata, di commercializzazione degli ovuli (la pratica era stata curata da un’agenzia locale specializzata cui avevano versato circa €.50000), ma per il Tribunale «il bambino era lo strumento con cui soddisfare il loro desiderio narcisistico di esorcizzare il problema di coppia. A parere del Tribunale, questo comportamento solleva dubbi sulle capacità educative ed emotive dei due ricorrenti. L’allontanamento del bambino è pertanto nel suo interesse». Dal test del DNA era risultato, poi, che il marito non era il padre genetico, sì che furono accusati ex art. 72 l. n. 184/1983, il bimbo è stato messo in una casa famiglia ai sensi degli artt. 8 e 10, non avendo più contatti con i genitori esclusi dall’adozione ex lege. Sorse anche un problema amministrativo: il minore, essendo senza identità, seppur provvisoria, non poteva iscriversi a scuola, fare le vaccinazioni etc. Si contestava l’applicabilità dell’art. 33 l. n. 218/1995, escludendo l’eterologa e considerando illegale la surrogazione di maternità: era legittimo il rifiuto della trascrizione perché contraria all’ordine pubblico (d.P.R. n. 396/2000).Fu aperta, poi, una nuova procedura di adottabilità e gli fu attribuita una nuova identità sconosciuta ai ricorrenti, ribadendone l’impossibilità di adottarlo (5 giugno 2013). Ergo sono ricorsi alla CEDU anche per una violazione dell’art. 6 Cedu.
Quadro normativo. L’art. 33 l n. 218/1995 (diritto internazionale privato) sancisce che la filiazione è regolata dalla legge nazionale del figlio al momento della nascita. La l. n. 184/1983 disciplina l’adozione, sancendone casi particolari all’art.44 (potenzialmente applicabile al nostro caso; Trib. min. Roma 299/14 sul primo caso di step adoption italiano). L’art. 72 punisce penalmente chi introduce sul nostro suolo un minore straniero in violazione della legge per procurarsi denaro od altri benefici e per affidarlo definitivamente ad una coppia italiana. Lo stato di adottabilità, essendo revocabile o modificabile, esclude il ricorso speciale ex art. 111 Cost. innanzi alla S.C. (Cass. n. 17916/2012). La legge russa consente la maternità surrogata e riconosce come genitori i committenti, imponendo stringenti limiti e non richiedendo alcun legame genetico tra questi ed il neonato. Infine il Comitato ad hoc sui progressi della biomedicina, nel 1989, ha pubblicato una serie di principi e tra questi uno in cui si vietava la maternità surrogata, salvo che i singoli stati la consentano in via eccezionale purché la madre decida di tenere il bambino o sia totalmente gratuita.
Illecito rifiuto della trascrizione del certificato di nascita. C’è stata un’illecita interferenza dello Stato che arbitrariamente ha negato la trascrizione anche se era dovuta ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1961 e dell’art.33 l. n. 218/1995, tanto più che la legge russa, come detto, non richiede alcun legame genetico tra genitori e figlio nato con l’utero in affitto. Infine rileva un no sense giuridico: allora la nostra legge vietava l’eterologa e la maternità surrogata, ma consentiva il c.d. turismo della procreazione, ossia di concepire un figlio con queste tecniche all’estero. Si noti che anche dopo la la pronuncia n. 162/2014 della Consulta si continua ad importare gameti ed ovuli da banche genetiche estere autorizzate (v. amplius, G. Milizia, Fecondazione eterologa tra scienza, etica e diritto dopo la sentenza della Corte Costituzionale 162/2014). Doveva essere trascritto in base agli accordi bilaterali tra Russia ed Italia che avevano consentito l’adozione di 781 minori solo nel 2011 e poi la coppia non aveva commesso reati in Russia, sì che l’atto era valido e legale, avendo valore di pubblicità e non di attestazione di uno status giuridico.
Vita familiare di fatto. La CEDU, nell’esplicare il campo di azione dell’art.8, introduce questo concetto per sottolineare come si possano creare forti legami, anche se la legge non considera valido od esistente il rapporto familiare tra genitori e figlio: rinvia ai casi Wagner e J.M.W.L. c. Lussemburgo del 28 gennaio 2007 e Moretti e Benedetti c. Italia del 27 aprile 2010. C’è un vincolo di fatto dovuto alla convivenza col minore prima di rientrare in patria e di chiederne l’adozione o la trascrizione dell’atto come nel nostro caso. In breve l’art. 8 non tutela il mero desiderio di famiglia, ma tutti quei legami ad essa assimilabili: non solo quelli sorti col matrimonio, ma anche quelli connessi alla convivenza/coabitazione. «Ai sensi dell’art. 8 esiste una famiglia laddove c’è un legame familiare che si può sviluppare come quello tra il padre ed il figlio nato fuori dal matrimonio o dalla relazione nata da un’adozione legale e non fittizia» (Pini ed altri contro Romania del 2004). Non vi è dubbio che sussista anche nella fattispecie, dato che il certificato attesta la filiazione e che il curatore del minore, nominato dal Tribunale, aveva chiesto la revoca della patria potestà.
Violazione della privacy. Il DNA è un dato sensibilissimo ed il test ha violato la privacy del padre, rivelando una verità imbarazzante e che ha messo in discussione il legame col figlio con impatto devastante sulla vita di entrambi. Indiscutibile la sua buona fede, ma le certezze sono state sgretolate dal test. L’art. 8 presuppone una stretta connessione tra serenità familiare e privacy, da qui la deroga sotto il duplice profilo.
Bilanciamento degli interessi. In questi casi è sempre difficile, ma deve sempre prevalere quello del minore, tanto più che era stata rispettata la legge russa e l’agenzia li aveva aiutati solo ad ottenere il certificato. Le decisioni delle corti interne erano legittime, necessarie e proporzionate alla tutela dell’ordine pubblico, ma esso non può essere usato come passpartout per legittimare possibili arbitri e tali interferenze. Infatti è palese come tutto ciò, la dichiarazione d’adottabilità del minore ed il suo affidamento ad una nuova famiglia, dovevano esser misure estreme: era nell’interesse supremo del minore avere un legame con il padre sia esso genetico, di parentela od altro, ricevere affetto, un’educazione, ma gli è stato negato (Zhou c. Italia del 21 gennaio 2014). Per tutti questi motivi non c’è stato un equo bilanciamento degli interessi e l’interferenza dell’Italia è stata illecita.

martedì 27 gennaio 2015

Strasburgo dice sì al diritto di utilizzare una madre surrogata - Corte condanna Italia per aver tolto bambino a coppia. La sentenza: «È possibile avere figli anche senza legame biologico» di Redazione Salute Online - 27.1.2015 - http://www.corriere.it/salute

L’Italia ha violato il diritto di una coppia sposata a poter riconoscere come proprio figlio un bambino che non ha nessun legame biologico con loro, nato in Russia da madre surrogata. Lo stabilisce la Corte dei diritti umani, che condanna l’Italia, perché non ha dimostrato che l’allontanamento del bambino dalla coppia era necessario.
La storia della coppia di Colletorto

La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo riguarda il ricorso presentato a Strasburgo nel 2012 da una coppia di Colletorto (provincia di Campobasso), che dopo aver tentato la fertilizzazione in vitro con i propri gameti in Italia, decidono di andare in Russia per ricorrere alla maternità sostitutiva, dove la pratica è legale. Nel marzo 2011 nasce un bimbo riconosciuto dalle autorità russe e iscritto all’anagrafe di Mosca come figlio legittimo della coppia. Tornati a casa, i coniugi chiedono la trascrizione dell’atto di nascita del piccolo nell’anagrafe italiana, ma nell’agosto 2011 viene rifiutata. Le autorità ritengono che il certificato di nascita russo contenga informazioni false sulla vera identità dei genitori del piccolo. In seguito con varie decisioni i tribunali italiani, avendo anche eseguito un test del Dna da cui non risulta alcun legame biologico tra padre e figlio, dichiarano il piccolo in stato d’abbandono e lo affidano ad una famiglia d’accoglienza, e stabiliscono che la coppia di Colletorto non deve avere più alcun contatto col bambino, e che non possono adottarlo.
La Corte contro la decisione di allontanare il bambino dalla coppia

La Corte di Strasburgo dichiara che la sentenza sulla coppia italiana, e la violazione del loro diritto al rispetto della vita familiare e privata, non riguarda la questione delle madri surrogate ma la decisione dei tribunali italiani di allontanare il bambino e affidarlo ai servizi sociali. La Corte evidenzia tuttavia che la violazione subita dai coniugi «non deve essere intesa come un obbligo dello Stato italiano a restituire il bambino alla coppia». Questo perché «il piccolo ha indubbiamente sviluppato dei legami emotivi con la famiglia d’accoglienza con cui vive dal 2013». L’unico obbligo per l’Italia è di pagare alla coppia 20mila euro per danni morali - loro ne avevano richiesti 100mila - e 10mila euro per le spese processuali sostenute.

giovedì 13 novembre 2014

MATERNITÀ SURROGATA - Utero in affitto, la Cassazione chiude al riconoscimento in Italia, Francesco Machina Grifeo | 11/11/2014, http://www.diritto24.ilsole24ore.com/



Corte di cassazione - Sezione I civile - Sentenza 11 novembre 2014 n. 24001

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Non vi è alcuna possibilità di veder riconosciuta nell'ordinamento italiano la maternità surrogata - la cd. pratica dell'utero in affitto - condotta all'estero. A vietarla è, infatti, la ormai famosa, per molti famigerata, legge 40 del 2004 (non toccata dalla Consulta sotto questo aspetto). Non solo, da tale divieto discende necessariamente la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore, ed il suo collocamento presso un altro nucleo. A gelare definitivamente le speranze di una coppia che si era recata in Ucraina in cerca di una legislazione più permissiva è la Prima Sezione civile della Corte di cassazione con una sentenza 24001/2014 redatta dal Consigliere Carlo De Chiara che chiude ogni spiraglio. Per la legge, infatti, chi lo ha condotto in Italia, anche se munito di un certificato di nascita estero, è soltanto un «genitore apparente», per cui il minore va considerato «in stato di abbandono».

La fase di merito - La vicenda parte dalle indagini di un Pm insospettitosi di fronte alla dichiarazione di nascita fatta dalla coppia che aveva presentato un certificato ucraino che li riconosceva entrambi come genitori biologici. Dagli accertamenti era emerso che la donna aveva precedentemente subito una isterectomia mentre il padre era affetto da oligospermia. A questo punto la coppia - indagata per alterazione di stato civile - aveva ammesso di aver fatto ricorso alla surrogazione di maternità, pratica legale in Ucraina. A seguito di Ctu però era stato accertato che nessuno dei due dichiaranti era effettivamente genitore del minore. Per cui anche secondo la legge Ucraina che prevede che almeno il 50% del patrimonio genetico provenga dalla coppia committente, il contratto di surrogazione era da ritenersi nullo. Infine, il certificato anche se debitamente postillato non poteva essere riconosciuto in quanto contrario all'«ordine pubblico», visto il divieto posto dalla legge 40. Da qui l'allontanamento del minore dalla coppia ricorrente, «giustificato» anche dal comportamento illegale dei dichiaranti che avevano scientemente eluso la norma italiana.

La motivazione - La Suprema corte ha confermato l'intero impianto della sentenza della Corte di appello di Brescia respingendo uno per uno tutti i motivi sollevati dalla coppia. In primis i giudici di legittimità chiariscono che l'apostille attesta soltanto la «veridicità» del certificato ma non certo la sua efficacia nel nostro ordinamento. Dove, invece, il «limite generale dell'ordine pubblico» vale anche con riferimento alla «disciplina estera sulla filiazione». Inoltre, chiarisce la sentenza, nel concetto di ordine pubblico non rientrano soltanto i «valori condivisi della comunità internazionale» ma esso comprende anche «principi e valori esclusivamente propri» purché «fondamentali e perciò irrinunciabili». E tale non può non ritenersi il divieto della surrogazione della maternità, tanto più che esso è rafforzato anche da una sanzione penale, posta proprio a presidio del principio per cui «madre è colei che partorisce» (269 cc). E tale divieto, ribadisce, la Corte non è stato travolto dalla sentenza 162/2014 della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la proibizione della eterologa.

I valori tutelati - Dunque, scrivono gli ermellini, «il divieto di pratiche di surrogazione di maternità è certamente di ordine pubblico» venendo in rilievo «la dignità umana - costituzionalmente tutelata - della gestante e l'istituto dell'adozione», con il quale la surrogazione di maternità «si pone oggettivamente in conflitto» perché soltanto a tale istituto «l'ordinamento affida la realizzazione di progetti di genitorialità priva di legami biologici con il nato». 

Ed anche a guardare le «aperture» registrate in dottrina, esse non riguardano la «surrogazione eterologa», quella cioè realizzata mediante ovociti non appartenenti alla donna committente, «che è priva perciò anche di legame genetico con il nato». Né tantomeno riguardano le ipotesi in cui neppure il gamete maschile appartiene alla coppia committente, come nella specie.
Mentre l'«interesse del minore» si realizza o affidando il nato a chi l'ha partorito oppure ricorrendo all'adozione, non dunque attraverso un «semplice accordo tra le parti», secondo una valutazione operata dalla legge che non attribuisce «alcuna discrezionalità» al giudice.

La giurisprudenza Ue - Bocciato anche il richiamo a due recenti sentenze della Cedu (65192/11 e 65941/11) su due casi francesi che, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, non hanno affermato in generale il diritto del nato con surrogazione ad essere riconosciuto dalla coppia committente - lasciando al contrario su questo ampia autonomia agli Stati - ma prevedendolo soltanto nei casi in cui il padre sia anche padre-biologico, in omaggio al diritto all'«identità personale» del nato.

Potestà genitoriale mai assunta- In definitiva per la Cassazione sia il certificato di nascita ucraino che la locale legge sulla maternità surrogata sono contrarie all'ordine pubblico. Il primo, dunque, non può avere «efficacia» nel nostro paese e la seconda «non può trovare applicazione». Per cui non si pone neppure una questione di perdita della «potestà genitoriale» in quanto essa non è mai stata assunta dalla coppia. Da qui, in assenza di altri parenti, l'accertamento dello stato di abbandono e la dichiarazione di adottabilità da parte del tribunale dei minori.

martedì 30 settembre 2014

Fecondazione e utero in affitto: la lezione di Scola di Angelo Scola e Christoph Schönborn, 30-09-2014, www.lanuovabq.it

   Questo il testo dell'articolo scritto a quattro mani dai cardinali di Milano e Vienna, Angelo Scola e Christoph Schönborn e pubblicato dal quotidiano francese Le Figaro. E' una sorta di appello a tutti gli europei: nel loro articolo i due cardinali elogiano il movimento Manif piur tous che il 5 ottobre manifesterà contro il progetto di legge per introdurre tecniche per la «fabbricazione di bambini senza genitori». Cento anni fa, il nostro Continente si impantanava nella guerra, trascinando il mondo in un conflitto di cui non abbiamo ancora finito di calcolare le conseguenze. La guerra del 1914-1918 poneva, in un modo tragico e nuovo, la questione del valore della vita umana: quanti uomini e donne avrebbero dovuto per quella guerra pagare il prezzo di sangue? Quante famiglie piansero un figlio, un padre, un fratello, un amico che non è più tornato? Quanti genitori senza figli e quanti bambini senza genitori? Tutta l’intera famiglia europea era in lutto. Oggi nuovi pericoli minacciano il nostro Continente. Essi pongono la stessa domanda sul valore della vita umana, sia pure in termini diversi. Nella nostra economia di libero mercato, il mercato non può essere il criterio ultimo, il bisogno materiale non è l'unica bussola e l’uomo non deve trasformarsi in una variabile tra domanda e offerta. In vari Paesi europei, le leggi e i regolamenti ora permettono la maternità surrogata. Assistiamo a un doppio attentato alla dignità umana, contro i bambini da una parte, condannati «a essere di fatto orfani di genitori vivi», come ha detto Giovanni Paolo II nella sua lettera alle famiglie, e contro le madri, i cui corpi vengono cosificato, sfruttati, affittati. Se si è preoccupati per la recente decisione della Corte europea dei Diritti dell'uomo che ha dato via libera alla fecondazione artificiale, diamo il benvenuto alla reazione tonica, giovane, creativo e duratura della Francia. La Francia ha avuto il coraggio di dire no. Il Presidente della Repubblica francese si è impegnata contro l’utero in affitto. Manif pour tous, oggi conosciuta in tutta Europa, aveva previsto che cambiando la natura del matrimonio si sarebbe passati ad altre rivendicazioni che snaturano l’adozione e organizzano la fabbricazione di esseri umani. Nella maternità surrogata, ci sono in germe tutte le condizioni di una schiavitù moderna dove il bambino è concepito come un prodotto, un commercio in cui i più ricchi sfruttano i più poveri, mentre si accelera l’eugenetica occidentale. Visto dai nostri Paesi, è indubbio che è il movimento francese di Manif è sicuramente formato da molti cattolici, di credenti di altre religioni e di non credenti. Non è quindi una voce ecclesiale, ma una voce francese che è sentita, a livello europeo e internazionale. Questa espressione popolare e dovrebbe ispirare le nazioni occidentali e spingere la Convenzione europea dei diritti dell'uomo a elaborare un dispositivo di legge che protegga i diritti dei bambini. E questa non sarebbe una logica estensione della Dichiarazione universale dei diritti umani? Dobbiamo garantire i diritti dei bambini a conoscere le proprie origini, a crescere con il padre e la madre, a escludere ogni forma di contratto, economico o di altra natura, che li privi di uno o di entrambi i genitori. Come espresso dai nostri fratelli vescovi in Francia, se l'accesso per la procreazione medicalmente assistita e la maternità surrogata vengono liberalizzati, tutta la filiazione resta disorientata e una generazione di bambini sarà privata intenzionalmente di uno dei loro genitori Papa Francesco ci invita costantemente ad uscire da noi stessi e andare verso la periferia: non è una questione di geografia, ma di innanzitutto di vita. Le periferie della nostra umanità sono l’estrema fragilità, piccolezza e povertà: quella della vecchiaia e quella dell'infanzia. La nostra attenzione a queste periferie è il cuore della nostra civiltà. Noi non solo vogliamo ringraziare i francesi per il loro risveglio inaspettato, stimolare il loro impegno che sarà molto utile quando arriva il momento, nel nostro Paese, ma chiediamo soprattutto di restare fedeli alla loro storia. Non è solo questione di radici, ma di rami, germogli e frutti. Insomma, c’è in gioco il futuro dell’Europa.

mercoledì 11 giugno 2014

Fecondazione eterologa, le motivazioni della Consulta. Ma il diritto al figlio è un assurdo logico prima che giuridico, Giugno 11, 2014 Giuliano Guzzo

fecondazione_assistita
Stabilire che le coppie sterili abbiano diritto di vedere soddisfatte le proprie aspirazioni pena l’essere discriminate da quelle con figli equivale ad affermare che il cittadino single abbia “diritto al marito” o “diritto alla moglie”
fecondazione_assistitaTratto dal blog di Giuliano Guzzo - «Diventare genitori e formare una famiglia che abbia dei figli» è «espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi». Il nucleo essenziale delle motivazioni con le quali la Corte Costituzionale, lo scorso 9 aprile, ha dichiarato illegittimo il divieto di fecondazione eterologa in Italia, previsto dall’articolo 4 comma 3 Legge 40/2004, è in queste parole. Che però – al di là dell’entusiasmo con cui sono state accolte da alcuni – sollevano un dubbio a dir poco inquietante, e cioè quello per cui, da soggetto quale è, il figlio possa essere considerato oggetto. Il dubbio, insomma, che esista, sia pure limitato a talune coppie, una sorta di “diritto al figlio”.
Per la verità già l’ammissione, da parte del nostro ordinamento, al ricorso della pratica della fecondazione extracorporea, purtroppo, alimentava questo sospetto. Un sospetto che non solo la Consulta oggi conferma pienamente, ma persino aggrava stabilendo come «la determinazione di avere o meno un figlio, anche per la coppia assolutamente sterile» riguardi «la sfera più intima ed intangibile della persona umana». Il che significa che da un lato il “diritto al figlio” – sia pure contrabbandato come cura della sterilità – esiste, e, d’altro lato, detto diritto prevale, oltre che sul diritto del figlio a non essere considerato oggetto, anche su quello, sempre del figlio, alla bigenitorialità biologica.
Va detto che le palesi contraddizioni della Legge 40 hanno certamente favorito un verdetto del genere – basti dire che la norma, che pure vietava la fecondazione eterologa, all’articolo 9 riconosceva il titolo di figlio legittimo a quello concepito all’estero con questa stessa tecnica -; rimane tuttavia il fatto che il ragionamento articolato dalla Corte Costituzionale, a quanto pare, si basa sull’ipotesi che il figlio, almeno prima della nascita, non sia persona. Perché se così non fosse, se fosse considerato persona, evidentemente non potrebbe – al pari di ogni altra persona – essere oggetto di alcun genere di rivendicazione o richiesta altrui. Neppure di quelle dei propri aspiranti genitori.
Invece ora “tutti hanno il diritto di avere figli”, come titolavano ieri più portali web. Solo che il “diritto al figlio” – confermato nei termini che abbiamo detto – è un assurdo logico prima che giuridico. Stabilire infatti che le coppie sterili abbiano diritto di vedere soddisfatte le proprie aspirazioni pena l’essere discriminate da quelle con figli equivale ad affermare che il cittadino single abbia “diritto al marito” o “diritto alla moglie”, altrimenti avrebbe titolo per sentirsi discriminato rispetto al cittadino felicemente sposato: un’evidente follia. Eppure non si capisce per quale ragione, seda un lato non esistono il “diritto al marito” o “diritto alla moglie”, dall’altro debba de facto esistere il “diritto al figlio”, dato che il potenziale figlio è persona tanto quanto il potenziale consorte.
C’è infine un ultimo profilo problematico, finora sfuggito ai media e a coloro che hanno commentato le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale. Ed è questo: se – sia pure col pretesto del diritto alla salute e della conseguente cura della sterilità che però, per la cronaca, con la fecondazione extracorporea (neppure eterologa) non viene curata – riconosciamo alla coppia il “diritto al figlio”, per quale ragione limitiamo la scelta dell’aborto alla sola autodeterminazione della donna? La contraddizione – già notata da Marie Fox (A Woman’s Right to Choose?, Oxford 2003) – è lampante: si attribuisce alla coppia il diritto di concepire il figlio, ma si limita alla donna la scelta di non accoglierlo prima della nascita. E se il padre volesse ancora quel figlio, il suo “diritto al figlio” non vale più?
In definitiva l’impressione è che, a seconda delle situazioni, si privilegino i più vari interessi – quelli della coppia, quelli della coppia sterile, quelli della donna che non se la sente di portare a termine una gravidanza, ecc. – salvo quello di colui che rimane il soggetto debole. Vale a dire, per l’appunto, il figlio. E questa, comunque la si pensi sul divieto – ora abrogato – del ricorso alla  fecondazione eterologa e sulla fecondazione stessa, è una bruciante sconfitta per una giustizia sempre più dissociata da un diritto che, dispiace segnalarlo, pare ormai appiattito sulla realtà che dovrebbe regolamentare. Come se non fossero le leggi, in una qualche misura, a definire la giustizia che orienta la società ma fosse questa, con le sue mutevoli istanze e i suoi capricci, ad orientare le leggi e la giustizia.



Diritto al figlio? La Consulta apre scenari inquietanti di Tommaso Scandroglio, 11-06-2014, http://www.lanuovabq.it/

Sono state depositate le motivazioni della sentenza emessa il 9 aprile scorso in cui la Corte Costituzionale sopprimeva il divieto di accedere alla fecondazione eterologa presente nella legge 40.
Donna
Molti sono i passi critici, ma qui ne vogliamo mettere sotto la lente di ingrandimento uno in particolare. «La determinazione di avere o meno un figlio anche per la coppia assolutamente sterile o infertile – spiegano i giudici -  concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile, qualora non vulneri altri valori costituzionali». 

Dunque per la Consulta esiste – ed è una novità sotto il profilo giurisprudenziale – una libertà incoercibile di avere figli. Detto in altri termini, il divieto in merito all’accesso dell’eterologa lederebbe un supposto diritto al figlio che non tollera compressione alcuna. Ora gli unici diritti incoercibili sono i diritti fondamentali o diritti inviolabili ex art. 2 della Costituzione. Il desiderio di avere un figlio è dunque elevato dalla Corte costituzionale a rango di diritto fondamentale. 

È curiosa la motivazione per cui il diritto al figlio dovrebbe essere inteso in senso assoluto, cioè senza limiti: è un diritto che nasce dal foro interno, dai desideri intimi e personalissimi della coppia. Dunque tanto più un’aspirazione è profonda e radicata nella sfera privatissima della coscienza personale tanto più esige tutela da parte dell’ordinamento giuridico. Le conseguenze di questo approccio sarebbero delle più bizzarre: il desiderio di essere ricambiati in amore diventerebbe diritto incoercibile, l’anelito di primeggiare nella propria professione non potrebbe che essere appagato dal Parlamento, la stessa sete di felicità verrebbe ammantata dalle sacre insegne di diritto costituzionale.

Ma andiamo oltre. Legge 40 alla mano, verifichiamo le conseguenze sul piano normativo di questa nuova categoria giuridica. L’art. 1 ci dice che la fecondazione artificiale è praticabile se rispettiamo i diritti di tutti i soggetti coinvolti, concepito compreso. Già l’omologa metteva a repentaglio il diritto alla vita del nascituro, ora l’eterologa manda in soffitta anche il diritto del figlio di crescere con i suoi genitori naturali e di conoscere le proprie radici biologiche. Se il diritto al figlio è incoercibile occorre infatti passare sopra anche ai suoi diritti, nonostante la stessa Consulta affermi che non si deve praticare l’eterologa qualora questa attenti ad “interessi di pari rango”. 

Anche l’art. 5 dovrà essere rivisto: essendo il diritto al figlio un diritto fondamentale, potrà essere oggetto di giusta rivendicazione da chicchessia, e quindi sarà diritto esigibile da qualsiasi coppia anche quella omosessuale. Se il diritto poi deve essere soddisfatto sempre e comunque, via anche il limite relativo al fatto che la donna deve essere in età fertile (già saltato nella pratica) e quello che attiene alla situazione in cui entrambi i membri della coppia siano viventi. Infatti se la coppia avrà deciso di avere un figlio dopo la morte di uno dei due tramite il congelamento dei gameti, questo desiderio, essendo diritto incoercibile, non potrà che essere esaudito.

Va da sé che anche il divieto di maternità surrogata cola a picco perché ora il diritto incoercibile del figlio esige che si tentino tutte le strade per mettere al mondo il bebè (a questo punto sarebbe meglio ripristinare la vecchia pratica veterotestamentaria della schiava usata a fini procreativi qualora la legittima sposa sia sterile). E così anche il divieto di sperimentazione sugli embrioni e di clonazione farà una brutta fine. È infatti da osservare che se il desiderio del figlio è diventato un diritto fondamentale, questo diritto non può che essere perfetto in ogni sua parte. Detto in soldoni: dato che il figlio è un diritto incomprimibile, si deve garantire alla coppia di avere un discendente così come lo si desidera, ovviamente sano – quindi porte aperte alla selezione pre-impianto – e programmato geneticamente per avere gli occhi azzurro-cielo e i capelli color del grano.

A rigore poi le cose cambieranno assai in merito al tipo di contratto che dovrà intercorrere tra coppia e centro di fertilità. Attualmente tale contratto è di mezzi e non di risultato: i medici si impegnano a far di tutto perché la coppia esca dalla clinica con il bambino in braccio, però non metteteci la mano sopra il fuoco. Ma ora di fronte ad un diritto incoercibile, come fare ad assolvere al dovere ineludibile di dare il figlio alla coppia?

Ma il nocciolo di questa sentenza l’avevamo già messo in luce qualche giorno fa quando commentavamo un articolo apparso sul Corriere a firma del prof. Lambertenghi Deliliers (“Il professore cattolico che vuole l’eterologa”). Parlare di libertà incoercibile ad avere un figlio significa ridurre il figlio a proprietà. E questa prospettiva di reificazione del nascituro era già presente nella legge 40: nel momento stesso che concepisci una persona in provetta ecco che la tratti come una cosa. Anzi a ben vedere la legge 40 mima questo aspetto dalla legge 194 sull’aborto procurato. Se il nascituro fosse davvero considerato persona di certo non potrebbe essere ucciso. Ed infatti il diritto incoercibile ad avere un figlio ex lege 40 è lo specchio fedele del diritto altrettanto incoercibile a non avere un figlio ex lege 194. Perciò oggi i giudici della Consulta non hanno fatto altro che trarre le debite conclusioni di quanto deciso sulla vita nascente dai legislatori di 36 anni fa.

martedì 27 maggio 2014

Perché si festeggia la mamma? Hadjadj: «La maternità è il luogo del mistero contro la tecnocrazia dell’utero in affitto», Maggio 26, 2014, http://www.tempi.it/


Ieri in Francia si è celebrata la “Festa della mamma”, in un clima sociale che tende a stravolgerne la figura. Il filosofo Hadjadj ironizza: «Vogliono imporci la “festa delle madri surrogate” e “dell’utero artificiale”»Fabrice_Hadjadj.
Ieri non è stato solo il giorno delle elezioni europee a Parigi. I francesi hanno infatti celebrato la “Festa della mamma” in un clima sociale dove si cerca di sminuire il ruolo della maternità e della donna con l’utero in affitto, quello della famiglia con il matrimonio gay e quello del concepimento con la fecondazione assistita. Secondo il filosofo Fabrice Hadjadj, intervistato per l’occasione dal Le Figaro, questa ricorrenza viene festeggiata in un momento storico in cui in Francia la «commercializzazione tecno-liberale» vorrebbe imporre «nuove “feste” gioiose per il 21esimo secolo: dopo i padri e i nonni, la “festa delle madri surrogate”, la “festa dell’utero artificiale”, la “festa dei papà-senza-mamma-grazie-agli-ingegneri-della-compassione”, eccetera».


PERCHÉ FESTEGGIARE LA MAMMA. Non solo. «Nel frattempo – continua il filosofo – per festeggiare la sua mamma malata, il nostro governo sembra orientarsi verso nuove idee-regalo grazie alla legalizzazione dell’eutanasia». Davanti a tutti questi «stravolgimenti», «perché festeggiare ancora?». Per Hadjadj, «ogni festa è prima di tutto una celebrazione della vita. Una festa per essere tale presuppone che l’esistenza sia giustificata, che la nascita non sia solamente un regalo dei vermi». E non a caso uno «dei comandamenti più antichi dice “Onora il padre e la madre”, precedendo il “Non uccidere”. Viene prima perché significa: “Ama la vita che hai ricevuto”. Se la vita non fosse una cosa buona in sé, perché non distruggerla? Non ha senso dire “non uccidere”, se prima non si onorano i genitori che ci hanno dato la vita».
La maternità, dunque, «è questa situazione originaria dove una persona fa spazio all’altro nel suo proprio corpo, fino alla deformazione, fino a consentire una certa aggressione (nausee, dolori). Questa non è negazione di sé, ma dono della vita. Bisogna quindi festeggiare la maternità non solo perché è la nostra matrice, ma anche perché è modello di generosità, una speranza in atto».

UTERO IN AFFITTO MASCHILISTA. Ma qual è il ruolo della maternità nella Francia di oggi, in cui anche le femministe appoggiano l’ipotesi di legalizzare l’utero in affitto? Per il filosofo è un controsenso, visto che «la maternità è il potere più specifico del femminile: è ciò che fa dipendere l’uomo dalla donna per la possibilità di avere un avvenire. L’utero in affitto, che si potrebbe concepire come un accessorio di liberazione femminile, permette piuttosto di confermare il dominio degli uomini o almeno la logica maschile sulla nascita. Un femminismo che va contro la maternità diventa rapidamente una rivendicazione di uguaglianza che si appiattisce sul livello del maschio, che vuole arrogarselo. [La maternità surrogata] sarebbe la rinuncia della donna al suo potere più singolare e proprio, quello che permette di porre fine al mondo bellicoso dei maschi».

MISTERO DELLA MATERNITÀ. Con la legalizzazione del matrimonio e dell’adozione gay, il governo socialista ha aperto la strada alla possibilità di creare famiglie strutturalmente mancanti della figura del padre o della madre. «L’uomo è un intreccio di carnale e spirituale. Fino ad oggi – ragiona Hadjadj – le generazioni sono sempre discese dall’unione di un uomo e una donna. Non si diventa madri senza un padre. Adesso però si può decidere di uscire dall’umano: si può negare alla carne la sua spiritualità, ridurla a un materiale, accoppiarsi in un laboratorio e fabbricare Ogm a base di homo sapiens sapiens».
Questa possibilità, però, non distruggerà mai «la maternità», che «si rapporta alla gestazione e la gestazione consiste nell’accogliere in sé un processo oscuro, misterioso, che comporta l’apparire di un altro. La tecnica si rapporta invece alla fabbricazione e la fabbricazione consiste nel produrre qualcosa esterno a sé (questa è la sola possibilità maschile), in un processo controllato e trasparente: in vitro. Ecco perché non dirò che il mistero della maternità è minacciato dalle nuove tecnologie ma che la maternità è il luogo stesso del mistero e rappresenta una resistenza radicale, più efficace di mille discorsi, all’impresa tecnocratica. Solo la maternità può garantire che un bambino resti un avvenimento e non il risultato di un programma».

lunedì 14 aprile 2014

Scambio di embrioni, tutto secondo logica di Tommaso Scandroglio, 14-04-2014, http://www.lanuovabq.it/


Ospedale Pertini a Roma
Un errore. Forse si scrive un numero per un altro o si compila male un modulo, fatto sta che una coppia che aveva cercato un figlio in provetta ora si ritrova con due bebè invece che uno e nemmeno figli loro. Infatti, come recita il referto di un esame genetico fatto al terzo mese di gravidanza, i «profili genetici dei due feti non sono compatibili con quelli dei genitori». In buona sostanza c’è stato uno scambio tra embrioni. 

Il tutto è avvenuto il 4 dicembre dello scorso anno all’ospedale romano Sandro Pertini quando in una bella mattina invernale quattro coppie si sottopongono alla fecondazione artificiale. Per tre coppie le prime fasi della gravidanza hanno buon esisto. Una di queste si sottopone ad alcuni accertamenti di routine e si scopre che i due gemelli non sono biologicamente figli della coppia richiedente. Di converso, anche il figlio di quest’ultima o è nel ventre di una delle rimanenti due donne che stanno ancora portando avanti la gravidanza oppure è stato impiantato nell’utero di quell’unica donna la cui gestazione si è già interrotta. 

Il governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha istituito una commissione di indagine che si riunirà oggi alle 17.00 e da un paio di settimane ha ordinato la chiusura dell’unità per la sterilità del Pertini.

La parola più spesa in queste ore a commento della vicenda è “malasanità”. A noi viene da sostituirla con “malvagità”. Se si decide, così come permette la legge 40, di trattare la persona umana come un prodotto e quindi di compiere un’azione malvagia, come poi stupirsi che qualcuno commetta qualche grossolano errore nello “stoccaggio” del prodotto? La manipolazione dell’embrione porta con sé tutti quegli errori fisiologici propri della manipolazione. L’artificio va a braccetto con la fallacia, marchio di fabbrica dell’homo sapiens ma pur sempre errans. Se l’uomo è ora individuato in una provetta con un codice a barre o un numero seriale – così come quando al supermercato dovete pesare i pomodori e pigiare sulla bilancia il numero corrispondente a “pomodori” – è naturale che le sviste siano all’ordine del giorno. Sì, all’ordine del giorno perché questa vicenda è ora sotto i riflettori dal momento che l’errore si è scoperto, ma chissà quante altre sostituzioni simili ci sono state però non sono state rilevate. E dunque chissà quanti pargoletti ora girano per case di genitori che non sono i loro.

Comunque è un po’ da puritani indignarsi per questo fatto di cronaca. Diciamo che al Pertini a dicembre avevano solo anticipato ciò che la Corte Costituzionale solo qualche giorno fa ha deciso con sentenza: provette aperte all’eterologa. Infatti l’errore alla fine non è tale se si considera che i tecnici di laboratorio distratti hanno realizzato né più né meno che un’eterologa. Certo, senza consenso della coppia, una specie di eterologa inconsapevole diciamo. Ma, si sa, le nuove frontiere della scienza si varcano solo a prezzo di qualche sacrificio. 

Tra l’altro al Pertini sono andati anche oltre a quello che da ieri l’altro ha permesso la Consulta: trattasi infatti di maternità surrogata. E la donna che ora sta prestando l’utero ad un’altra mamma dovrà decidere se portare a termine la gravidanza, se una volta portata a termine tenersi i figli o se invece dovrà restituirli. La vere madri avranno un bel vociare chiedendo indietro i propri bebè perché sull’utero della rispettiva controparte pende la spada di Damocle dell’aborto. Forse si ipotizzerà uno scambio alla pari: “Io lo faccio nascere a patto che tu faccia lo stesso”. Una sorta di accordo pre-parto o di riscatto puerperale.

Qualche commentatore – anche in casa cattolica – ha trovato subito il colpevole: la mancanza di tracciabilità dell’embrione (“tracciabilità” è termine che deriva dal mercato alimentare, per sapere da dove viene il filetto di manzo che hai nel piatto). Questo sarebbe il nocciolo della questione: regole certe di individuazione dell’embrione e il gioco (delle provette) è fatto. Più che mai indispensabile la tracciabilità ora che i giudici della Consulta ci hanno regalato l’eterologa. Per la serie: fai il male, ma fallo bene, con accortezza e precisione svizzera. A ben vedere è la stessa ratio della 194, la legge sull’aborto: il male non è la soppressione del figlio – il male non è produrre un figlio in provetta – bensì il difetto del rispetto delle procedure. L’indignazione non è per la Fivet in sé, ma per l’errore nel protocollo. E’ tutta questione di forma, bellezza. Anzi - è proprio il caso di dirlo – è tutta questione di “etichetta”. Quando invece il vero errore non sta nell’imperizia di qualche camice bianco, bensì nelle stesse tecniche di fecondazione artificiale.

Manco a dirlo poi che per paradosso reclamando la tracciabilità si fa il gioco del nemico perché si adottano le sue stesse categorie mentali, si accettano le sue stesse regole del gioco.

Quello che è accaduto in quel di Roma è infine la testimonianza che se si prende in giro madre natura – o Iddio Padre – prima o poi questa si ribella e, per così dire, tenta di rimettere a posto le cose. E sì, perché una volta i bambini ti venivano come ti venivano, senza troppo programmarli. Ora il Fato, complice la distrazione umana, ha mescolato un po’ le carte come una volta, inserendo quella quota di imprevisto che era il sale, assai sgradito, della trepidazione di ogni madre e di ogni padre.

Eterologa, donatrici o schiave? Iniezioni e interventi: così le donne «offrono» ovuli a chi non li ha, di Viviana Daloisio, Avvenire, 11 aprile 2014

All’indomani della sentenza della Consulta che ha aperto le porte alla fecondazione assistita al di fuori della coppia scatta la corsa dei centri alle scorte di gameti Alle donne viene chiesto di sottoporsi (gratuitamente, sulla carta) a lunghi cicli di stimolazione ovarica e a un’operazione chirurgica finale. Di loro nessuno parla.

Donatori di gameti. La formula linguistica entra nella pioggia di spot – alcuni travestiti da servizi giornalistici – che hanno fatto seguito alla clamorosa decisione della Consulta di togliere il divieto di fecondazione eterologa dalla legge 40. Decisione che si scopre essere passata per un solo voto a favore e su cui Avvenire pubblica integralmente, in prima pagina, il duro commento della Cei. Far propri ovociti e spermatozoi altrui finalmentesi può anche in Italia e all’improvvisa offerta, già sbandierata da numerosi centri in tutta Italia, ecco seguire la domanda: cercasi materiale biologico. O meglio, per rendere la cosa più soft, cercasi donatori. La richiesta è impellente, in queste ore, visto che da dieci anni – cioè dal 2004, quando la legge 40 è entrata in vigore – nessuna clinica nostrana accoglie gameti a questo scopo. E, salvo qualche rimanenza nei piani bassi dei congelatori, le scorte sono tutte da costruire. Come? Un bel problema, visto che di questo la Consulta non s’è occupata (è al di fuori delle sue competenze) e, a meno che il Parlamento non si metta a ragionar di provetta nelle prossime quattro settimane, è escluso che si possa procedere secondo regole uniformi. Pensare che numerosi pionieri già ieri pomeriggio chiamavano i centri di fecondazione assistita chiedendo se e quando fosse possibile ricorrere all’eterologa. Con grande soddisfa- D zione di quelli privati, veri beneficiari della sentenza. E con grosso disagio di quelli pubblici, in attesa – dichiarano da Milano a Padova fino a Roma – di direttive dal ministero. Le strutture pubbliche, d’altronde, l’eterologa non l’hanno mai potuta fare nemmeno prima del 2004: «La vietava dal 1985 una circolare del ministro della Salute Costante Degan», spiega la responsabile del Centro di infertilità e procreazione medicalmente assistita del Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna, Eleonora Porcu. Il motivo era che nelle strutture pubbliche non potevano essere concepiti figli «senza una stabilità o certezza giuridica». Un problema affatto risolto, a quasi trent’anni di distanza. Ma prima del nodo dei figli dell’eterologa, viene quello dei nuovi genitori genetici. Dei donatori, appunto. In cosa consiste quella che potrebbe diventare la professione del futuro anche nel Belpaese? Semplicemente un deposito, per i maschietti. Gli spermatozoi sono facili da raccogliere: poco interessano, al mercato della provetta, che ne possiede in abbondanza. Il tesoro su cui occorre mettere le mani sono invece gli ovuli. Giovani e sani, s’intende. Non a caso il mercato è fiorente in mezza Europa, dalla Spagna ai Paesi dell’Est, anche dove viene affiliato al presunto «obbligo di gratuità» della donazione. Ma chi mai si sottoporrebbe gratuitamente alla pratica, che comporta: un ciclo di stimolazione ovarica massiccia (con tanto di iniezioni sottocutanee da praticarsi nell’addome più volte al giorno), una visita ecografica a giorni alterni (per verificare che le ovaie stiano rispondendo al trattamento) e infine un intervento chirurgico di aspirazione degli ovuli (non troppo invasivo, ma che comunque richiede un ricovero, un’anestesia e un decorso post-operatorio). Il tutto per una durata di venti giorni. «È lo stesso percorso che affrontano le donne che si sottopongono alla fecondazione assistita e che nella maggior parte dei casi comporta grande stress e sofferenza psicologica – continua la Porcu –. La stimolazione ovarica non è certo una passeggiata». La verità, allora, «è che a questi trattamenti negli altri Paesi si sottopongono le donne che si trovano in una situazione di disagio economico e che cercano un guadagno. L’eterologa è questo: la libertà di alcune donne che passa attraverso la schiavitù di altre». Numeri non ce ne sono, per questo esercito. Solo le garanzie dei centri, che offrono soggetti ben selezionati. Donatrici, le chiamano, le nuove schiave della provetta, pronte a stravolgere il proprio corpo per quasi un mese, andando in ospedale un giorno sì e uno no. Alla faccia di chi sostiene che l’ospedale è un trauma e che bisognerebbe persino abortire senza essere ricoverate. Ma a queste donne non pensa nessuno. Secondo il Journal of the American Medical Association soltanto negli Usa, dal 2000 al 2010, sono aumentate dal 70% a fronte di un crollo nell’età: a vender ovuli, cioè, sono sempre più le ventenni. Ci si paga affitti e studi, con gli ovociti. In Ucraina o in Cecoslovacchia ci si mantiene la famiglia. In India ci si mangia. Tanto che molte donne si sottopongono al trattamento anche decine di volte. Ora potrà succedere anche in Italia. È l’altra faccia della medaglia dell’eterologa: davanti la fine del calvario delle coppie senza figli che non dovranno più recarsi all’estero; dietro i nuovi calvari umani dettati da bisogno e altrettanta sofferenza. 

Fecondazione eterologa, la svolta impressa dalla Consulta di Lucetta Scaraffia in “Il Messaggero” del 10 aprile 2014

La sentenza della Consulta sulla possibilità di praticare l’inseminazione eterologa va letta con quella del tribunale milanese che ha assolto una coppia che ha una figlia concepita in India, con il gamete paterno ma l’ovulo comprato, così come comprato è stato l’utero che ha permesso la gravidanza. Ovviamente, dato che la bambina è nata, e che ha quasi due anni, sarebbe stato crudele strappare la figlia a coloro che l’hanno allevata e imporre l’adozione, cosa che la legge avrebbe previsto in caso di condanna di pratiche non permesse dalla legge italiana. Quindi i giudici si sono trovati in una situazione che, per pietà, costringeva in un certo senso all’assoluzione. Non si tratta di giustizia, però, ma di una forzatura della giustizia. Diversa invece la sentenza della Corte costituzionale, che ha legiferato sul diritto astratto di inseminazione eterologa, proibita dalla legge 40. Ma le due sentenze hanno in comune la stessa tendenza ad accettare il fatto compiuto, cioè entrambe hanno confermato l’idea, purtroppo molto diffusa, che le possibilità bio-tecnologiche nel campo della fecondazione assistita vadano accettate per il solo fatto che esistono, e che sono efficaci per risolvere dei problemi. In questi casi il problema è la sterilità, nel caso milanese aggravata dall’età della madre: nessuna donna normale, infatti, anche se non è stata sottoposta a cure anti-tumorali, riesce a concepire e molto probabilmente ad affrontare una gravidanza a 54 anni. Il fatto che tutti i giornali, narrando l’episodio, abbiano insistito sulle cure tumorali, sorvolando sull’età avanzata come se non costituisse problema, è una spia significativa del fatto che ormai non vogliamo più accettare nessun tipo di limite naturale, che lo consideriamo addirittura insignificante. L’unica cosa che conta è che la scienza ci permetta di farlo: come se gli strumenti usati dalla scienza per realizzare i desideri degli esseri umani fossero sempre neutri, e i desideri – per il solo fatto di esistere – legittimi. In sostanza, prevale la morale imposta dalla tecnologia: si fa tutto quello che si può fare, e noi dobbiamo adattarci alle possibilità della tecnica, piuttosto che padroneggiarle in base a scelte morali. L’adattarsi al progresso diviene un criterio morale, l’unico criterio riconosciuto, generando una confusione costante fra bene e benessere. Si tratta di problemi gravi: purtroppo però nel nostro Paese una vera discussione su questi temi non si può aprire perché la polarizzazione politica e anche quella fra laici e cattolici è troppo forte per consentire un terreno comune di confronto. Ben diversa la situazione francese, in cui per esempio la filosofa progressista e laica Sylviane Agacinski, proprio a proposito di questi temi, ha messo in guardia contro il pericolo di creare una nuova schiavitù delle donne povere, costrette a vendere il loro corpo o sotto forma di ovuli o come utero, in nome della “libertà” e della “realizzazione” di persone ricche che non sanno, o non vogliono, accettare la frustrazione di un desiderio. Persone che preferiscono non sapere che la “donazione” degli ovuli richiede un intervento chirurgico, preceduto da un pesante trattamento ormonale che sarà fonte di squilibri per tutta la loro vita futura. Che in India le donne che vendono l’utero sono costrette, per tutto il periodo della gravidanza, a vivere in case sorvegliate, per controllare che le condizioni igieniche siano decenti e l’alimentazione sufficiente, e non possono tornare dalla loro famiglia, dove spesso hanno lasciato bambini piccoli. Cioè che sono trattate come animali da allevamento e non da esseri umani, per pochi soldi, per di più. La libertà di superare un limite – quello della sterilità che spesso è solamente conseguenza dell’età – si realizza attraverso l’oppressione di altre donne, ovviamente povere. È veramente incredibile vedere che molti – in primo luogo i radicali – si vantino di questo successo senza vedere che è frutto di una nuova forma di sfruttamento. 

venerdì 7 marzo 2014

La Svizzera apre a tutto, dall’utero in affitto in giù. I vescovi: «Ci aspettavamo un po’ di riflessione», 7 marzo 2014, di Redazione, www.tempi.it

«Una società dove è permesso tutto ciò che può soddisfare i desideri individuali non necessariamente diventa più umana, ma corre il grande rischio di generare una destrutturazione e una perdita di senso del bene comune». Reagisce «con forza» il Comitato di bioetica della Conferenza episcopale svizzera al parere pubblicato il mese scorso dalla Commissione nazionale d’etica svizzera (Cne). Quest’ultima, come riporta l’Osservatore Romano, prendendo le mosse dall’analisi della fecondazione assistita, regolata da una legge “restrittiva” del 2001, si esprime a favore di uno stravolgimento del concetto di famiglia e dell’approvazione di tecniche controverse come l’utero in affitto.

SÌ ALL’UTERO IN AFFITTO. Nello specifico, il Cne raccomanda l’autorizzazione «della diagnosi pre-impianto», «della donazione di sperma per coppie eterosessuali non sposate», «della donazione di sperma per coppie dello stesso sesso e persone sole» (in quanto «i concetti di “natura” e “naturale” sono costrutti culturali» e la famiglia non è altro se non «una comunità di adulti e bambini»), «della donazione di ovuli e di embrioni» (perché «ritiene che il divieto sia discriminatorio nei confronti della donazione di sperma»), «ritiene che la maternità sostituiva (utero in affitto, ndr) possa essere accettata in linea di principio», raccomanda di riconoscere i bambini concepiti all’estero con maternità surrogata e «si rallegra del progetto di legge riguardante la soppressione del divieto di crioconservazione degli embrioni e ritiene opportuno non determinare il numero massimo di embrioni che possono essere sviluppati».

«ETICA UTILITARISTICA». Il Cne, accusa il Comitato di bioetica dei vescovi, «solleva un profondo malessere da un lato per le sue proposte di liberalizzazione in tutte le direzioni, ma più in generale per la sua concezione della vita e del ruolo dello Stato». Il testo infatti «decostruisce completamente il vivere comune per proporre un’etica minima liberale e utilitaristica». Per Thierry Collaud, presidente del Comitato, la parte più grave del documento è la negazione dell’esistenza «di una struttura di famiglia tradizionale» e l’apertura «alla pratica molto contestata della maternità surrogata».
L’utero in affitto, infatti, «viola la dignità dell’embrione perché posto in un utero estraneo. Viola anche la dignità delle donne che vendono non solo il loro corpo, ma un elemento specifico della loro identità femminile che è quello di essere il ricettacolo del primo sviluppo di una vita umana e di legami inalienabili che si tessono in questa occasione».

ANALISI SUPERFICIALE. Infine, rileva Collaud, il Cne è incredibilmente superficiale nelle sue analisi: «Ci si sarebbe aspettato un serio lavoro di riflessione e sintesi su questioni centrali che riguardano la procreazione medicalmente assistita. Ma la maggior parte del documento non fa che partire dal riconoscimento del “cambiamento sociale” nel campo della procreazione, della vita coniugale e familiare. Non considera tutto questo con uno sguardo critico, ma semplicemente cerca di adattare il suo pensiero. (…) Non si riflette su ciò che veramente è famiglia, ma si rileva che al momento attuale “diverse combinazioni” sono possibili. Si va quindi alla ricerca di una definizione di famiglia che rientra in questo quadro», cioè una banale «comunità di adulti e bambini».

martedì 6 agosto 2013

Arriva anche la maternità surrogata di Massimo Introvigne - 06-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Utero in affitto

In materia di rivendicazioni omosessuali l’esperienza di altri Paesi è una lezione da tenere sempre presente in Italia. Le leggi sull’omofobia servono a preparare il terreno per il riconoscimento legale delle unioni omosessuale: chi protesterà a voce troppo alta sarà arrestato come omofobo. Una volta riconosciute le unioni civili, dopo qualche anno – è successo da poco in Gran Bretagna – si cambierà loro nome in «matrimonio»: la notizia finirà in quinta pagina, perché ormai l’opinione pubblica si sarà abituata a considerare le unioni civili fra gay, per cui esistono in municipio cerimonie identiche alle nozze, come veri e propri «matrimoni», comunque li chiami la legge. A un certo punto si aggiungerà anche la possibilità per coppie dello stesso sesso di adottare bambini. 

Queste quattro tappe – legge sull’omofobia, unioni civili, cambiamento del nome delle unioni civili in matrimonio, adozione – fanno ormai parte di un «percorso di guerra» collaudato dagli attivisti omosessuali in diversi Paesi in tutti i continenti, e che funziona con la precisione di un orologio svizzero.

Finisce qui? No, e lo vediamo in Francia. L’infaticabile ministra della Giustizia Christiane Taubira, che ha legato il suo nome alla legge sul matrimonio omosessuale, prepara un nuovo progetto che apra alla maternità surrogata, illegale in Francia come in Italia, dichiarando che solo così sarà possibile permettere alle coppie di omosessuali (maschi) di «avere un figlio». D’altro canto, «Le Monde» ripubblica un appello in favore della legalizzazione della maternità surrogata sottoscritto da tre ministri dell’attuale governo francese: la ministra della Cultura Aurélie Filippetti, la ministra dei Diritti delle Donne e portavoce del governo Najat Vallaud-Belkacem, e il ministro delle Relazioni con il Parlamento Alain Vidalies, oltre alla solita pletora d’intellettuali liberali e progressisti, una fauna diffusa in Francia non meno che da noi.

Di che si tratta? La surrogazione di maternità più diffusa è il procedimento con il quale, dopo che un bambino è stato concepito in provetta, l’embrione è impiantato in una «madre surrogata», che s’impegna contrattualmente a portare a termine la gravidanza e il parto per conto della coppia, eterosessuale oppure omosessuale, con cui ha stipulato il contratto. Può avvenire che la «madre surrogata» fornisca anche l’ovulo da fecondare, in provetta o nel suo corpo, nel qual caso si dovrebbe parlare di «procreazione surrogata». Il caso di cui leggiamo più spesso sui giornali riguarda coppie capaci di concepire, ma dove la donna non è in grado di portare avanti una maternità, che quindi «affittano un utero», in genere nell’Europa dell’Est o in India. Basta aprire Internet per rendersi conto del fiorente mercato che esiste in questi Paesi, dove gli uteri di povere donne spesso prive di altri mezzi di sussistenza sono offerti in affitto, con una pubblicità aggressiva e senza esclusione di colpi, da organizzazioni che incasseranno il grosso del compenso.

La Taubira ha però il mente soprattutto il caso di due uomini omosessuali che vogliono un figlio. In questo caso uno dei due cercherà di «produrre» un figlio in provetta con l’ovulo di una donatrice e si metterà poi alla ricerca di una «madre surrogata», a meno che la donatrice e la «madre surrogata» siano la stessa persona. Nei Paesi dove la maternità surrogata non è illegale, le complicazioni di cui i tribunali si sono dovuti occupare sono infinite: da coppie che «ci ripensano» e non vogliono più il figlio per cui avevano stipulato il contratto a «madri surrogate» che si affezionano al bambino che portano in grembo e non vogliono più riconsegnarlo. Per non parlare dell’esistenza di un mercato nero della surrogazione, in certi Paesi collegato alla criminalità organizzata.

Ma questi problemi non sembrano interessare agli ideologi, compresi i ministri della Repubblica Francese. Il testo del manifesto, ora ripubblicato, che costoro avevano firmato nel 2010 è di grande interesse. Vi si afferma – come avviene sempre in questi casi – che si tratta di fare fronte a esigenze reali e regolamentare un mercato che comunque esiste già in modo clandestino. Dall’aborto alla droga, conosciamo ormai a memoria queste argomentazioni. 

Ma nel manifesto c’è un altro argomento. Si afferma che le società «ancestrali» pre-moderne avevano una caratteristica che le identificava come tali: «S’imponeva ai futuri genitori la nascita di bambini non desiderati», vietando l’aborto. Per definizione, una società moderna è quella dove solo un bambino «desiderato» ha diritto di nascere: agli altri pensa l’aborto. Eppure, continua il manifesto, la Francia resta un Paese moderno a metà. Perché, se è vero che ai bambini non desiderati s’impedisce – giustamente, secondo gli esimi firmatari – di nascere, è anche vero che «s’impedisce ai genitori di far nascere bambini desiderati», impedendo a una donna di «portare il bambino di altri».

Attenzione, continua il manifesto, questa donna non andrà considerata in nessun modo la madre del bambino. «Non è il fatto di portare un bambino nel suo grembo che fa di una donna la madre di quel bambino, ma il fatto di volerlo». Il problema è di fondo. «La sociologia, la psicanalisi e il diritto», scrivono gli autori del manifesto, hanno chiarito «da tempo» che «essere genitori ed essere figli sono cose che non hanno nulla di naturale, sono legami creati dalla volontà. Non è certo un fatto genetico ma la manifestazione della volontà di essere genitore […] che fa di una persona un genitore».

Sono affermazioni che hanno almeno il pregio di essere chiare. I manuali scolastici della Francia – un Paese dove, come ormai anche in Italia, le scuole sono obbligate a insegnare l’ideologia di genere – spiegano agli alunni delle elementari che certo, potrà loro capitare di scoprire che bambini e bambine non sono proprio fatti nello stesso modo, ma certe caratteristiche che li differenziano sono «come il colore degli occhi o dei capelli» e non devono influenzare la scelta libera, che ciascuno di loro dovrà fare, di dichiararsi al momento opportuno uomo, donna o qualche altra cosa ancora, secondo quello che ognuno si sente e vuole. Se nella laica Francia, patria dei diritti dell’uomo, ci si è così – come insegnano gli stessi manuali – liberati della «tirannia dell’anatomia», e ciascun piccolo Henri o Madeleine sa che sarà libero di decidere se vuole essere uomo o donna, perché si dovrebbe essere schiavi di «fatti genetici» quando si tratta di essere genitori e figli? 

La logica è la stessa. Se essere uomini o donne non è un dato biologico ma una scelta assolutamente libera, allora dev’essere una scelta libera anche dichiararsi genitori o figli. Come proclama il manifesto, «essere genitori ed essere figli sono cose che non hanno nulla di naturale». Non è certo il portare un bambino in grembo per nove mesi «che fa di una donna una madre». È il fatto di volere essere madre e di dichiararsi tale di fronte alla République. Così anche un uomo può dichiararsi madre – tanto è solo un «legame creato dalla volontà», «non ha nulla di naturale» –, e anche due uomini omosessuali possono diventare insieme padre e «madre» di un bambino partorito da una povera «madre surrogata» in India. E, se neghi ai due omosessuali questo «diritto», sei un omofobo, e sarai punito dalla legge.

mercoledì 13 marzo 2013


Baby S. e il diritto ad avere una possibilità - La gravidanza di Crystal - PAOLA TAVELLA 13 MARZO 2013 - http://www.europaquotidiano.it



Soltanto adesso, dopo due lunghi anni, Crystal Kelley ha risposto agli haters, gli odiatori, che sul suo blog le hanno indirizzato molti insulti e atroci maledizioni. Da Surrogate Insanity, il suo web diary, l’8 marzo ha risposto a chi la accusa di essere un mostro perché ha messo al mondo una bambina molto malata, e che per la legge del suo stato, il Connecticut, non le apparteneva. «Nessuno tranne me poteva sentire la bambina viva e vegeta che scalciava dentro il mio corpo», ha scritto perché ha portato a termine la gravidanza di un feto malformato.

Crystal aveva 29 anni e due figlie quando si è trovata sola e senza reddito. Ha deciso di lavorare come madre surrogata. Un’agenzia l’ha messa in contatto con i genitori di tre bambini già concepiti in vitro. Costoro disponevano di un embrione sovrannumerario, ma la donna non poteva portare avanti la gravidanza, e la hanno pagata 22 mila dollari. All’ecografia delle 24 settimane, però, il feto si è rivelato malformato: palatoschisi, una cisti nel cervello, un difetto cardiaco e qualcosa di sbagliato allo stomaco. I committenti, allora, la hanno invitata ad abortire, come previsto dal contratto. Ma Crystal non voleva: «Non potete giocare a essere Dio».

I giornali hanno scritto che è una fervente cattolica. Lei ora smentisce. «Non sono neppure cristiana. Le mie convinzioni spirituali, però, mi portano ad avere un grande rispetto per ogni vita e per ogni destino. Sono contro la pena di morte, l’eutanasia, lo sfruttamento e il maltrattamento degli animali». I compratori le hanno chiesto, allora, di restituire i 22mila dollari più altri 8mila di spese legali e mediche, oppure di abortire e guadagnarne altri 10mila. Lei ci ha pensato su: «Ero nel bisogno, e per un momento mi sono detta che mi sarei sistemata, poi avrei cercato di dimenticare. Ma non ci sono riuscita».

Davanti al suo diniego, i committenti hanno accettato di far nascere la bambina, ma aggiunto che non l’avrebbero mai riconosciuta, affidandola allo stato del Connecticut per l’adozione. Ventiquattrore prima dell’ultimo termine legale per l’aborto terapeutico, Crystal ha preso le sue due bambine e si è trasferita in Michigan dove, per legge, la titolarità della gravidanza le sarebbe appartenuta pienamente. I proprietari dell’embrione si sono appellati alla giustizia del Michigan. È così saltato fuori che, mentre il gamete maschile apparteneva al marito, l’ovocita era stato comprato da una donna rimasta anonima. Dunque la nascitura apparteneva a sua madre, Crystal, più che a chiunque altro.

Quando Baby S. è nata le malformazioni si sono rivelate più gravi del previsto. Il suo cervello non è diviso in due emisferi, gli organi interni non sono al posto consueto, e ha già subito due operazioni, una al cuore e un’altra all’intestino. Ha solo il 50 per cento di possibilità di crescere, camminare, parlare. Crystal si è accorta che non avrebbe mai potuto mantenerla né pagarle le cure, così l’ha data in adozione a una famiglia che la cresce, se ne occupa e le permette di vederla quando vuole. Ora Crystal è senza una lira, deve pagare le spese mediche (3 mila dollari) ed è senza casa, ospite di amici: «Lottare per Baby S. mi è costato tutto quello che avevo».

Il caso ha infiammato gli Usa perché pone una gran quantità di problemi legali e etici. A chi appartengono davvero i bambini concepiti in vitro e poi traghettati in questo mondo a pagamento? L’imbarazzo intorno a questo commercio è così grande che non si osa neppure pronunciare la parola madre: la si chiama “portante” o “portatrice”.

È noto che, dove questa pratica è legale, i bambini appartengono a chi paga e se li compra, senza sottilizzare sulla biologia e sulla provenienza di embrioni e gameti. Il caso di Crystal e di Baby S. dimostra che in questo settore dell’esperienza non sempre le leggi del mercato e le razionalizzazioni funzionano. Regolare per legge transazioni economiche di eventi così intimi come gravidanza e nascita, è arduo. Prevedere le infinite variabili è impossibile.

Il caso di Baby S. inoltre è scoppiato nel bel mezzo di una rinnovata ostilità fra pro-choice e pro-life. Il 2011 e il 2012, scrive thinkprogress.org, sono stati i due anni peggiori per la libertà di scelta delle donne dal 1973, quando la sentenza Roe v. Wade riconobbe il diritto di abortire. In ben 30 stati sono stati approvate 135 leggi che, in un modo o nell’altro, rendono sempre più difficile interrompere una gravidanza.

Molti commentatori ora rimproverano aspramente Crystal perché Baby S. è una bambina molto malata e destinata a soffrire – come se la vita degli ammalati e dei sofferenti fosse priva di valore. Crystal risponde che fin dalle prime settimane di gravidanza ha sentito che la piccola era una grandissima combattente: «Non mi sbagliavo. Voi credete che sia una vegetale, ma non è vero. Vorrei che poteste vederla saltellare in grembo alla sua madre adottiva, e protestare quando il gioco si interrompe. Certo, ci sono cose che non potrà mai fare, ma in molte è una bambina come le altre. Non sappiamo che cosa succederà quando sarà più grande, ma intanto sono certa che, quando il labbro leporino e il palato saranno operati, lei parlerà e farà rispettare le sue opinioni. Tutti quelli che la conoscono sono d’accordo con me su questo. Credetemi: lei voleva vivere, aveva diritto a una possibilità».

giovedì 7 marzo 2013


La madre in affitto si ribella alla logica del figlio perfetto - Kelley ha deciso di far nascere una figlia malata rifiutata dai “committenti ” - 7 marzo 2013 - http://www.ilfoglio.it


Nel mezzo del dramma l’avvocato Douglas Fishman ha scritto a Crystal Kelley una lettera per mettere in chiaro le cose: “Lei è obbligata a interrompere immediatamente la gravidanza. Ha già sprecato troppo tempo”. Undici giorni più tardi Kelley sarebbe entrata nella ventiquattresima settimana, limite oltre il quale lo stato del Connecticut non permette di avere un aborto, quindi avrebbe dovuto affrontare l’effetto collaterale di una gestazione andata storta, la nascita. La bambina aveva il labbro leporino e la palatoschisi, una cisti nel cervello e varie disfunzioni cardiache. Dalle ecografie i medici riuscivano a malapena a vedere lo stomaco e la milza. Per i genitori di S. – così viene identificata la bambina nel racconto di Kelley – le disfunzioni scoperte osservando quel grembo con i raggi erano troppo gravi per risultare in una vita degna di essere vissuta. Gli esami preludevano a un’esistenza intrisa di sofferenze, bisognosa di cure e probabilmente molto breve; non era per questo che si erano rivolti a un’agenzia che mette in contatto le famiglie che vogliono un figlio con ragazze che mettono il proprio utero al servizio degli altrui desideri in cambio di denaro. Kelley sapeva esattamente come funziona la dinamica del mercato della maternità: la domanda insoddisfatta di figli incontra l’offerta profittevole di fertilità. L’inseminazione artificiale è il mezzo tecnico, la dotazione genetica garantisce che la madre in prestito sia soltanto il mezzo biologico. Possono anche intervenire rapporti emotivi fra i genitori e la ragazza che porta in grembo il bambino, ma le parti in causa sanno che non è quello il punto.
Kelley, ragazza madre, aveva già fatto la madre “surrogata” in passato e ogni volta che riceveva la lettera dell’affitto chiamava l’agenzia per sapere se qualche coppia poteva essere interessata alle sue prestazioni. 22 mila dollari era il compenso quantificabile, distribuire la gioia di diventare genitori quello inestimabile. Aveva anche avuto due aborti spontanei, sperimentando tutti gli stadi, anche quelli drammatici, della maternità. Si è rivolta a lei una coppia che non poteva avere il quarto figlio e aveva già sperimentato, con scarsi risultati, la fecondazione assistita. Ma in laboratorio avevano ancora un paio di embrioni congelati. Al primo incontro con la coppia Kelley accetta di portare un figlio per conto terzi e le operazioni vanno avanti senza intoppi fino al giorno in cui un’ecografia dice che la bambina avrà soltanto il 25 per cento delle probabilità di condurre una vita “normale”. I genitori ritrattano. Il figlio che verrà non soddisfa le condizioni contrattuali su cui fa leva l’avvocato Fishman. I medici scrivono in un rapporto: “Visti i risultati degli esami, i genitori credono che gli interventi che saranno necessari per far fronte ai problemi di salute della bambina sono eccessivi per un neonato, e l’interruzione di gravidanza è un’opzione più umana”. Kelley però non vuole abortire. Non importa di chi è il figlio che porta in seno e quali sono le sue condizioni fisiche. Nel suo blog ha scritto: “Erano entrambi chiaramente arrabbiati. Dicevano che non volevano mettere al mondo un figlio soltanto per farlo soffrire. Che io dovevo sforzarmi di essere ‘come Dio’ e di avere pietà. Gli ho risposto che mi avevano scelto per portare e proteggere loro figlio, e lo avrei fatto. Ho detto che non era assegnata a loro la parte di Dio”.

Un prezzo per il parto, uno per l’aborto
E’ a questo punto che parte la battaglia legale. L’agenzia delle madri surrogate manda i suoi messi a convincere Kelley: le spiegano che un figlio disabile le rovinerà la vita, da tutti punti di vista, e per rafforzare il tentativo la famiglia mette sul piatto 10 mila dollari. Lei rifiuta. Poi guarda il suo conto in banca e per un momento si insinua la tentazione di alzare il prezzo e cedere. Ma subito Kelley torna sui suoi passi e la decisione di abortire o dare alla luce un figlio è soltanto sua, e lei ha già scelto. Guida per 700 miglia fino in Michigan, dove la madre legale è quella che partorisce il figlio, non la titolare del patrimonio genetico. Di tenere con sé S. però non se la sente. Non ha le forze, le capacità, la disponibilità economica, ma questa Juno è certa che qualcuno là fuori sarà in grado di volerle bene e di rispondere ai suoi particolari bisogni. Ora S. ha nove mesi, una situazione clinica fragile e una famiglia che la ama senza condizioni.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

di Mattia Ferraresi   –   @mattiaferraresi

lunedì 4 marzo 2013


Uteri in affitto, boom di richieste di Tommaso Scandroglio - 04-03-2013 - http://www.lanuovabq.it


Utero in affitto
    
Cresce nel mondo la domanda di uteri in affitto. La pratica della maternità surrogata nasce dall’impossibilità per la donna della coppia che vuole un figlio in provetta di portare a termine la gestazione, oppure dalla mancanza di volontà di addossarsi l’onere della gravidanza e del parto, o infine dalla richiesta di essere “genitori” da parte di una coppia di omosessuali maschi o di un/una single.

A fronte della domanda che sale, in parallelo aumenta l’offerta e il lavoro dei centri specializzati che mettono in contatto le coppie con le donne che si offrono come incubatrici di carne. Uno dei più attivi è lo statunitense Center of Surrogate Parenting (CSP): 1.700 bambini nati da uteri affittati in 30 anni di attività. Il 40% delle richieste arriva da stranieri. La metà dei clienti è omosessuale. Tra questi ricordiamo la popstar Elton John che nel 2010, all’età di 63 anni, si rivolse a questa clinica insieme al suo compagno David Furnish per avere un bambino “in conto terzi” (si veda l’articolo pubblicato su La Bussola Quotidiana  “Elton John, ‘padre’ in un film horror di terz'ordine” del 30 dicembre 2010).

Il tutto ha inizio con una chiacchierata in internet tramite Skype tra gli aspiranti “genitori” e il personale del CSP. Poi si passa alla selezione della donatrice dell’ovocita – perché spesso la donna della coppia richiedente è troppo in là negli anni per avere gameti giovani e sani – e della gestante. A volte le due figure coincidono. In merito alla “donatrice” di ovuli occorre avere tra i 21 e i 35 anni, essere in salute, dare prova di un buon quoziente intellettivo (ma il fatto di prestarsi a simili operazioni mette in dubbio quest’ultimo requisito), avere un ottimo carattere. 

Anche chi offre il proprio utero deve possedere delle caratteristiche ben precise: alta, giovane, snella, sposata e con figli perché così avrà già avuto esperienze di parto e sarà di certo una persona responsabile. Inoltre dovrà essere sottoposta a test psicologici e la sua fedina penale deve essere immacolata. Dato che il CSP si fregia di essere un centro serio e professionale, non si accettano candidature da parte di donne che si rifiuterebbero di abortire se il feto fosse malformato o se la gravidanza fosse multipla, avendo invece richiesto la coppia un solo bambino. Insomma il “controllo qualità” se va bene per il manzo argentino può andar bene anche per le femmine degli esseri umani. La selezione è così ardua che a fronte di 400 domande che il CSP riceve ogni mese, solo una dozzina viene accettata.

Tutto questo procedimento da polli in batteria ovviamente ha un suo costo. La donna che vende il proprio ovocita riceve tra i 5 e i 10mila dollari così anche l’agenzia, oltre a questo i genitori devono sborsare tra i 6 e i 10mila dollari per spese legali, tra i 15 e 25mila dollari per ogni ciclo di Fivet e tra 25 e 35mila dollari per pagare la gestante, più 8mila dollari se si desiderano dei gemelli. Infatti soprattutto le coppie formate da due gay vogliono dei gemelli così ognuno di loro avrà un bambino a testa, come il padre di famiglia che, per non scontentare nessuno, regala la stessa automobilina ai suoi due figli. Al CSP tengono a precisare con un candore tutto farisaico che per evitare mercificazioni vogliono solo donne economicamente indipendenti.

Poi c’è il sito web Surrogatefinder, aperto in India, il quale testimonia ancora una volta che la fantasia – o meglio: la follia - supera spesso la realtà. Si tratta in buona sostanza di un Facebook della fecondazione artificiale che mette in contatto, attingendo ai server delle cliniche di tutto il mondo, la domanda con l’offerta utilizzando una banca dati dalle dimensioni impressionanti. Per arrivare a confezionare un bebè a misura del proprio egoismo e in perfetto stile eugenetico il sito offre delle chiavi di ricerca plurime. Innanzitutto viene richiesto se si sta cercando un utero in affitto, un “donatore” di sperma oppure una “donatrice” di ovociti. Poi in merito alla madre surrogata e ai “donatori” viene chiesto se ci sono preferenze per il loro paese di provenienza (si arriva a chiedere anche la regione e la città di provenienza) per la loro etnia, e quanti figli debbano avere. Occorre infine indicare se la richiesta viene fatta da una coppia etero, omosessuale o da un/una single.

Dopo questa operazione così simile alla prenotazione di un posto su un aereo, ecco apparire le foto – la maggior parte delle quali assai ammiccanti: il business è business - delle o dei pretendenti con tanto di relativa scheda, la quale è dettagliatissima: anni, nazionalità, nome o nickname per chi vuole rimanere anonima/o, peso, altezza, stato civile (tra cui la convivenza), stato di salute, gruppo sanguigno, colore dei capelli e degli occhi, esperienze pregresse in merito a fecondazione artificiale, disponibilità a viaggiare (nel caso in cui la coppia richiedente non voglia spostarsi per conoscere la donna). Poi la candidata esplicita a chi vuole donare il proprio ovocita o utero: coppie di eterosessuali o omosessuali, single. Segue una descrizione libera di se stessi: a volte sono poche righe, a volte dei veri e propri curriculum. Infine una sezione chiamata “La mia lettera a voi”. In genere si tratta di uno stucchevole sonetto su quanto è bello aiutare gli altri ad avere un figlio, sull’importanza della famiglia e dell’amore. “Prego affinchè voi possiate riporre la vostra fiducia e speranza nelle mie mani per donarvi il vostro raggio di gioia” scrive Blessing4u, cioè “Benedizione per voi”. Preghiere rese ancor più ferventi, ne siamo certi, dal fatto che Blessing4u riceverà un bel po’ di quattrini per quest’opera pia. Una volta cliccata l’eletta basta mettersi in contatto via e-mail con il centro che ha la suddetta nella propria scuderia al modico prezzo di 100 dollari, valevole per l’iscrizione al sito per 6 mesi, oppure in super sconto al prezzo di 150 dollari per un anno. Sono accettate tutte le carte di credito.

Il sito va a gonfie vele. Lo scrivente è andato a vedere il profilo della 24enne americana Megan, la quale appena iscritta in poche ore ha già risposto a 3 richieste, segno evidente che molte di più ne ha ricevute ma a queste ha deciso di non rispondere.

Poi la palla passerà ai centri distribuiti in tutto il mondo e questi mercanti di figli, vera e propria merce umana, speculano sui prezzi: si porterà via un bebè scontato se si contatterà una donna indiana – siamo intorno ai 6-15mila euro – e poi si salirà di molto se al “modello base” si vorranno aggiungere alcuni costosi optional come occhi azzurri e capelli biondi, etnia russa o americana. La categoria del lusso ora riguarda anche il figlio.