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sabato 12 gennaio 2013
mercoledì 31 ottobre 2012
mercoledì 24 ottobre 2012
Fra annunci a sorpresa del governo socialista del premier Jean-Marc Ayrault e cori fragorosi di proteste, pare sempre più scottante il fronte etico in Francia. Ieri, la titolare della Sanità, Marisol Touraine, ha rivelato di voler introdurre unilateralmente un emendamento alla legge finanziaria sul sistema pubblico d’assistenza per assicurare il rimborso totale della contraccezione per le minorenni a partire da 15 anni.
Tale misura affiancherà il rimborso totale dell’aborto, già iscritto nello stesso progetto di legge, il cui esame è cominciato ieri all’Assemblea nazionale. Fra le altre iniziative controverse del ministro, vi è pure il progetto di sperimentare presto in Francia le sale di consumo della droga, sul modello di quelle già legalizzate in Svizzera e Olanda. La municipalità di Parigi si è detta pronta a dare il via all’esperimento, che suscita vive opposizioni, soprattutto da parte dello schieramento neogollista dove c’è chi denuncia un rischio crescente di banalizzazione delle tossicodipendenze.
Il sistema sanitario pubblico francese soffre da anni di un pesante deficit e fra le piste indicate dalla Touraine per contenerlo vi è in particolare una tassa speciale sulle bevande “energetiche” a base di stimolanti come la taurina, giudicate rischiose per la salute da molti esperti. Un’analoga tassa è già stata prevista per la birra. Intanto, continuano le proteste contro il progetto di legalizzazione delle nozze e adozioni gay. Ieri, l’associazione “Alliance Vita” ha organizzato cortei e sit-in di protesta in 75 città francesi. Fra gli appelli più scanditi, il seguente: «Un papà, una mamma, non si mente ai bambini». Attraverso il sito dell’associazione, è scesa in campo la giurista Aude Mirkovic: «Dal momento in cui si rompe il nesso fra genitori e riferimento oggettivo alla procreazione del bambino, si entra nel mondo della soggettività e può diventare genitore chiunque, in una gamma quasi illimitata». Il governo dovrebbe presentare la prima bozza di legge il 7 novembre.
Daniele Zappalà
venerdì 21 settembre 2012
mercoledì 27 giugno 2012
In Italia è boom di baby-mamme. "Colpa della scarsa
informazione" - Mercoledì, 27 giugno 2012 - http://affaritaliani.libero.it
Crescono le coppie infertili. Ma
è boom di baby-mamme. Sembrerebbe un paradosso, ma non è così. Si è discusso
proprio di questo all'Esc di Atene nel convegno organizzato dalla European
Society of Contraception and Reproductive Health. E l'Italia occupa una
posizione particolare in questo panorama, perché di figli se ne fanno sempre meno e sempre più tardi.
Ma se le coppie adulte hanno
problemi di fertilità, si sta assistendo nell'ultimo periodo a una grande
crescita di gravidanze tra i giovani. Delle 360mila pillole del giorno dopo
vendute in Italia, quasi il 55% viene utilizzato dalle under 20. Ogni anno sono
circa 10mila le gravidanze indesiderate in questa fascia di età.
La causa? Secondo gli esperti
alla base c'è una scarsa informazione in materia di contraccezione. Al convegno
di Atene è stato ribadito che le false credenze a generare una scarsa adesione
ai metodi contraccettivi. Per esempio, molte giovanissime credono che al primo
rapporto sessuale non si possa rimanere incinta.
I dati, riportati da la Stampa,
parlano però anche di una coppia su sette con problemi di fertilità. Anche per
questo c'è un continuo aumento del numero di persone che si sottopongono in
maniera ossessiva alle tecniche di procreazione medicalmente assistita. Dalle
46 mila coppie nel 2005 si è arrivati oggi a toccare quota 65 mila. Su questo
influisce anche l'innalzamento dell'età media dei neo-papà e neo mamme, che
oggi è intorno ai 31 anni di media.
Ci sono comunque altri fattori.
Negli uomini, soprattutto, una delle cause principali dell'infertilità è uno
stile di vita non corretto. La causa possono essere infezioni, varicocele,
alterazionio ormonali e problemi di metabolismo. La vita sedentaria e
un'alimentazione senza frutta incidono notevolmente. Secondo gli esperti,
smettere di fumare e controllare il peso possono migliorare la situazione.
Consigliata prudenza anche pe
rl'abitudine di tenere il computer portatile sulle gambe, anche se la
correlazione tra questa azione e l'infertilità ancora non trova riscontro.
Obesi e persone con varicocele hanno temperature elevate ai testicoli, più elevate
di quelle dovute dai computer
giovedì 21 giugno 2012
19 giugno 2012 - Gran Bretagna: dati sconvolgenti sugli aborti delle
teenager - http://www.corrispondenzaromana.it/
(di Alfredo De Matteo) In
Inghilterra sono stati 38.269 gli aborti praticati dalle adolescenti nel 2010:
un dato, anticipato dal “Daily Telegraph” prima della sua imminente
pubblicazione da parte del Ministero della Sanità, che conferma l’elevatissima
percentuale di teenager inglesi che ricorrono all’aborto, malgrado la
martellante campagna di promozione del preservativo avviata dal governo
britannico già da svariati anni.
Ciò, ad ulteriore riprova del
fatto che l’uso dei contraccettivi non scongiura le cosiddette gravidanze
indesiderate ma anzi contribuisce in maniera significativa al loro incremento:
in primo luogo perché il profilattico, contrariamente a quanto viene millantato
dai principali organi di informazione, non garantisce alle ragazze la certezza
di non rimanere incinte (serie ricerche scientifiche hanno evidenziato una
percentuale di rischio intorno al 12 percento), inoltre perché la propaganda
all’uso del profilattico costituisce un chiaro invito a vivere in maniera
precoce, disordinata e compulsiva la propria sessualità.
C’è un altro dato che invita alla
riflessione: delle oltre 38.000 ragazze che hanno abortito ben 5.300 erano alla
seconda esperienza, 485 alla terza mentre alcune di esse erano al sesto e
addirittura al settimo aborto! (“Avvenire”, 29 maggio 2012).
Dati sconvolgenti, dunque, che
testimoniano la natura perversa e pervertitrice dell’odierna società. Decenni
di omicidi legalizzati e di esaltazione del sesso e della promiscuità sessuale
hanno reso gli uomini, soprattutto giovani, schiavi delle passioni e del vizio,
vittime spesso inconsapevoli di un raggiro mortale che smuove, tra l’altro, una
quantità incalcolabile di denaro. Tutto ciò nel nome di una falsa libertà e di
un altrettanto ingannevole mito del progresso. (Alfredo De Matteo)
martedì 19 giugno 2012
sabato 9 giugno 2012
Baby market / Quando il bambino diventa cliente, Curzio Maltese, 08
giugno 2012, http://ricerca.repubblica.it/
L' infanzia è una scoperta
recente nella storia degli uomini. Per secoli i bambini sono stati considerati
piccoli adulti soltanto più facili da sfruttare, manipolare, abusare. La metà
dei bambini, ancora nel diciassettesimo secolo, moriva prima dell' adolescenza.
Il rispetto per i diritti dell' infanzia non è nato nelle famiglie, ma con la
moderna psicologia e soprattutto grazie alla politica. La democrazia, le lotte
sindacali, la grande costruzione dello stato sociale hanno fatto del Novecento
«il secolo dei bambini», secondo la profezia di Ellen Key, con leggi di tutela
peri minori, divieti di lavoro nelle fabbriche, obbligo di istruzione e
protezione dalla violenza degli adulti, genitori compresi. La dichiarazione dei
diritti dell' infanzia dell' Onu nel 1959 ha cercato di estendere queste
conquiste civili dall' Occidente a tutto il mondo. Ma dagli anni Ottanta in
poi, con la crisi della democrazia e della politica, sovrastata dagli interessi
economici, il processo si è fermato e ha cominciato anzi a regredire. I bambini
di oggi hanno molti più soldi da spendere, ma godono di meno protezioni e
tutele di quelle che avevamo noi genitori. I nostri figli sono diventati le
principali prede del consumismo alimentato dalle grandi corporations che
condizionano i governi e i media per ottenere leggi sempre più permissive.
(segue dalla copertina) Il «kid marketing», che mezzo secolo fa quasi non
esisteva, è diventato un affare colossale e l' unico in continua espansione,
anche in tempi di crisi. Negli Stati Uniti si calcola che il potere d' acquisto
dei bambini, sommato all' influenza esercitata sugli acquisti dei genitori,
superi i 1000 miliardi di dollari all' anno, contro i 50 miliardi di vent' anni
fa e i 5 miliardi di vent' anni prima. In Europa le cifre sono simili. Nel
volgere di due sole generazioni il potere d' acquisto dei bambini nelle
famiglie è aumentato di duecento volte. In parallelo, si sono moltiplicati
stress e dubbi dei genitori. Che cosa comprare o non comprare a mio figlio? E'
giusto imporre limiti di spesa a uno shopping ormai compulsivo e di tempo
trascorso alla playstation o ai videogames? Come resistere alle continue
richieste di prodotti inutili e costosi e di pessimo cibo propagandati a ogni ora
dalla televisione? In quale modo proteggere i ragazzi dai mille pericoli
nascosti nell' uso dei nuovi media e dei social network? Dobbiamo fidarci di
somministrare ai bambini le medicine che oggi i pediatri prescrivono con tanta
abbondanza, quando i nostri genitori ci davano al massimo un' aspirina ogni
tanto? E perché fra i nostri figli si moltiplicano le allergie e le
intolleranze alimentari? Come negare qualcosa senza fare dei nostri figli degli
esclusi, visto che sempre «in classe ce l' hanno già tutti gli altri»? E'
impossibile affidarsi all' esperienza. Nessuna generazione di madri e padri
aveva mai affrontato questi dilemmi. La maggioranza si arrangia ricorrendo all'
antica arte del compromesso. Ma rimane la sensazione, purtroppo fondata, di una
progressiva perdita di controllo. Alcuni accusano la scuola e gli insegnanti,
la cui perdita d' influenza è semmai ancora maggiore. I bambini, per non dire
degli adolescenti, trascorrono ormai molto più tempo davanti a computer, tv e
videogiochi che sui banchi di scuola. Le alleanze fra genitori e insegnanti
sono spesso destinate a franare sotto i colpi di un' offerta invasiva. Qualche
piccolo episodio personale. All' inizio dell' anno scolastico le maestre di mio
figlio di dieci anni hanno raccomandato ai genitori di vigilare sulle troppe
notizie di violenza sui bambini, sparse ormai con abbondanza di agghiaccianti
particolari sui media a ogni ora del giorno. Sono sicuro che le famiglie hanno
seguito il consiglio con scrupolo. A fine anno sono stato chiamato, con altri
genitori, a parlare in classe del mio lavoro. Una volta spiegato che consiste
nel dare le notizie, ho chiesto ai compagni di mio figlio quale notizia li
avesse colpiti negli ultimi mesi. Si sono levate venti manine ed è seguito un
viaggio in un Luna Park degli orrori popolati di infanticidi, abbandoni, abusi,
massacri in famiglia. Un' altra storia. Una mia conoscente, professoressa molto
libertaria, ma preoccupata dal mutismo della figlia adolescente a proposito di
amicizie e frequentazioni, si è finta un' amica della ragazza su Facebook. Per
mesi ha vissuto l' incubo di essere scoperta e di subire lo stesso processo che
lei fece a sua madre quando la sorprese a frugare nel diario. Il marito ha
avuto alla fine il coraggio di dirle che fingersi amici su Facebook è molto più
offensivo di una sbirciata al diario. Per fortuna in tutta Europae in Nord
America sono nate negli ultimi anni associazioni di genitori e consumatori per
combattere lo sfruttamento commerciale dell' infanzia. Assalto all' infanzia di
Joel Bakan, appena tradotto da Feltrinelli, sta diventando una bibbia di questo
movimento. L' inchiesta di Bakan, già autore del pluripremiato The Corporation,
si concentra sulle cinque più gravi minacce ai bambini di oggi. Primo, le
strategie del marketing infantile per trasformare i nostri figli in consumatori
compulsivi e bulimici. Secondo, la diffusione sempre più massiccia di farmaci
di ogni tipo per l' infanzia, compresi psicofarmaci, grazie anche al crescente
potere di condizionamento della scienza medica da parte dell' industria
farmaceutica, spesso con metodi illegali. Terzo, l' aumento esponenziale fra i
bambini di alcune patologie e il possibile collegamento con la massa di
sostanze chimiche liberate nell' aria dall' industria. Negli ultimi decenni l'
incidenza dell' asma frai bambiniè cresciuta del 50 per cento ed è oggi la
principale causa di ospedalizzazione; la leucemia e il cancro al cervello del
40 per cento, l' autismo addirittura del 1000 per cento. Nello stesso periodo
sono comparse nell' ambiente 26000 nuove sostanze chimiche e l' aumento
complessivo delle sostanze chimiche disperse nell' ambiente è stato del 7500
per cento.I bambini arrivano oggi ad accumulare nel corpo da sette a dieci
volte gli agenti industriali rispetto a trent' anni fa. La quarta minaccia è il
lavoro infantile, che si sta diffondendo anche nel ricco Occidente, come
purtroppo noi italiani possiamo facilmente verificare con un giro nei distretti
industriali e agricoli. Il quinto e ultimo aspetto è la privatizzazione della
scuola pubblica, dalle elementari all' università, che rischia di moltiplicare
all' infinito l' influenza della grande industria sull' educazione dei ragazzi.
Assalto all' infanzia offre molte risposte ai dubbi dei genitori, alcuni
sconvolgenti casi di cronaca e una massa impressionante di informazioni, tutte
verificate da un plotone di avvocati, visto che le multinazionali del «kid
business» hanno la querela facile. Possiamo consolarci con la constatazione che
le leggi europee di tutela dell' infanzia, ancora influenzate dal welfare, sono
assai più severe di quelle americane. Almeno in questo, la maltrattata unione
europea si è rivelata un argine di civiltà. Ma il lobbismo delle multinazionali
ha ottenuto negli ultimi anni crescenti successi a Bruxelles, mascherati da
riforme e liberalizzazioni. La sanità e l' istruzione sono del resto diventate
la più redditizia frontiera del business globale. L' inchiesta di Joel Bakan
dipinge il fosco quadro di un Medioevo prossimo venturo, dove i bambini torneranno
a essere, come nei secoli passati, piccoli adulti più facili da manipolare. Ma
Bakan offre anche ottimi consigli per resistere al meccanismo e conclude la sua
drammatica analisi con la speranza di un futuro migliore. La battaglia è appena
cominciata e non è affatto persa. Bisogna però cominciare a impegnarsi da
subito. Le madri e i padri di oggi, gli ultimi cresciuti nel «secolo del
bambino», hanno una responsabilità enorme.I nostri dubbi scompariranno con noi
e dopo non ci sarà un' altra generazione capace di opporsi alla scomparsa dell'
infanzia. - CURZIO MALTESE
venerdì 8 giugno 2012
8 giugno 2012 - L'offerte adi mete convincenti per i giovani annoiati e
sedentari - Ai nostri ragazzi pigri una sveglia di libertà di Luigi Ballerini, http://www.avvenire.it
I pediatri ci hanno avvisato, or
non è molto, dal palco del loro Congresso annuale: i ragazzi sono pigri e
troppo sedentari. La nuova indagine sulle abitudini e stili di vita degli
adolescenti nostrani condotta anche quest’anno dalla Società italiana di
pediatria fornisce un’aggiornata lettura degli adolescenti che pare sprofondino
nei divani delle nostre case. Prede di Internet, Playstation e tv rischiano di
passare fino a dodici ore al giorno seduti, con la testa bassa e centrata su
una realtà digitale sempre più prepotente e invadente. Ma un’altra indagine,
condotta da ricercatori medici dell’Università di Messina, sottolinea che il
57% degli studenti intervistati ha recentemente consumato almeno un energy
drink. Effettivamente il business legato a questo tipo di bevande è davvero
significativo: solo negli Usa il giro di affari si è aggirato nel 2011 intorno
ai 9 miliardi di dollari, merito anche di campagne marketing intense e mirate
al target giovanile nel linguaggio e nei mezzi. Da noi si parla di 2 milioni,
concentrati soprattutto nelle regioni del Nord, e in crescita.
Correttamente i medici fanno il
loro dovere mettendo in guardia rispetto al rischio su cuore e ossa di dosi
troppo elevate di caffeina. Per non parlare poi della taurina, aminoacido
spesso presente in queste bevande, da tempo identificato come responsabile di
cefalea, ipertensione e tachicardia se in dosi eccessive. Viene anche segnalata
l’associazione di energy drink e alcol, un pericoloso mix che riducendo la
percezione dei sintomi da intossicazione etilica finisce per aumentare
l’assunzione della dose globale di alcol introdotta. Eppure c’è di più da dire.
Queste due indagini, quasi contemporanee nella presentazione, forse ci
presentano lo stesso quadro: giovani pigri e immobili da una parte, alla
ricerca di un’energia che sentono di non avere dall’altra.
Sorprende, per certi versi, come
nell’età in cui il vigore del corpo, fisiologicamente, è al suo massimo, la
stanchezza prenda così il sopravvento ed emerga il bisogno di rintracciare un
po’ di energia confidando su una fonte esterna. Perché il moto si avvii invece
è necessario identificare una meta, averne almeno l’idea, considerarne la
possibilità. Il moto umano è sempre a meta, a differenza degli altri corpi
inanimati obbligati a seguire le immutabili leggi della fisica. Ne abbiamo una
dimostrazione se pensiamo a quanta energia sanno dimostrare i più giovani nel
partire la mattina presto se li aspetta una gita con amici con cui stanno bene!
Segno che (per fortuna) anche i ragazzi di oggi non amano una fatica astratta,
sanno però spendersi senza troppi calcoli per un’ipotesi convincente.
Per muoversi c’è bisogno di un
senso, proprio nell’accezione di una direzione. È questo ciò che spesso manca e
la noia prende così il sopravvento. L’analisi dei medici non arriva a questo
punto, a identificare come dietro molti comportamenti si nasconda proprio la
noia, capace di impossessarsi dell’animo svuotando di contenuto il reale. Fino
ad arrivare a costituire quell’accidia di cui ormai nessuno parla più. Solo a
margine ci conviene con onestà constatare come anche noi adulti su questo punto
non siamo messi tanto bene...
Un modo per sostenere e aiutare i
nostri figli potrebbe proprio consistere nel restituire loro la competenza di
cui sono già dotati: saper comporre il moto grazie al pensiero orientato alla
soddisfazione. Si tratta allora di invitarli a darsi delle mete, ad avere un
orizzonte pieno di fascino che permetta loro di alzare la testa e mettersi
finalmente in cammino. Ma siccome è sempre l’offerta che genera la domanda, sta
a noi proporre mete convincenti, ipotesi interessanti da verificare, occasioni
di esperienza positiva. Su un punto i ragazzi vedono male: da fuori non arriva
l’energia, può solo arrivare un’offerta. Ciò che cercano in una lattina in
realtà è già dentro di loro, e si chiama libertà. Libertà di adesione al reale
secondo giudizio personale. Forse attende solo di essere sollecitata da un
altro.
martedì 29 maggio 2012
STATO ED ETICA - Aborti tra le adolescenti: numeri-choc in Inghilterra,
http://www.avvenire.it
Qualcosa non funziona nella
strategia adottata dal governo per ridurre il numero delle gravidanze
indesiderate tra le minorenni del Regno Unito. I dati che il ministero della
Sanità pubblicherà questa settimana, e che sono stati anticipati dal Daily
Telegraph, mostrano una realtà agghiacciante, e questo nonostante una campagna
martellante che da almeno cinque anni promuove contraccettivi, spiega come
averli gratis e indica come ricorrere all’aborto.
Nel 2010 sono state 38.269 le
adolescenti che hanno interrotto la gravidanza in Gran Bretagna. Una cifra in
sé raccapricciante, ma c’è di più: di queste ben 5.300 sono alla seconda
esperienza, 485 ragazze alla terza, 57 l’hanno fatto per la quarta volta, 14
hanno abortito cinque volte, quattro ragazze sei volte, e almeno tre sono
arrivate all’incredibile livello di sette aborti.
Si tratta di numeri choccanti che
il governo non potrà ignorare, ci dice Rebecca Mallinson della Pro Life
Alliance. E anche se il numero degli aborti tra adolescenti è sceso (del 4,5%)
nel 2010 rispetto ai 40.067 del 2009, il fatto allarmante è che sono aumentati
almeno del cinque per cento, nella stessa fascia d’età, gli aborti multipli.
«C’è qualcosa di profondamente
sbagliato in un Paese – sottolinea Mallinson – quando un numero così alto di
teen-agers abortisce anche solo una volta. Il fatto che tante lo abbiano fatto
ripetutamente è il segnale che qualcosa non funziona e che bisogna intervenire
al più presto. È ovvio che la responsabilità è di noi adulti: non stiamo
facendo la cosa giusta per proteggere queste giovani tanto vulnerabili. Sono
ragazze che avranno un futuro problematico: oltre alle gravi conseguenze
psicologiche di una o più interruzioni di gravidanza, ci sono le implicazioni
sulla salute, le malattie trasmesse sessualmente e il rischio
dell’infertilità». Il problema, spiega Patrick Rubra, ginecologo, «è che molte
di queste ragazze vogliono presto dimenticare quello che hanno fatto e quindi
rifiutano ogni supporto psicologico». «È evidente – prosegue – che le tattiche
del governo non funzionano. Queste ragazze hanno bisogno di valori, non di
consigli pratici su come abortire. È facile dire a una minorenne che c’è una
soluzione pratica e sbrigativa ai suoi problemi, ma una soluzione di questo
tipo spesso è quella peggiore per il futuro».
L’aborto è una procedura molto
seria – ci dice una portavoce del gruppo Life – «ma in Gran Bretagna non c’è
mai stato un dibattito sui rischi e sulle conseguenze di questa scelta. Si
parla molto di come abortire ma mai di come sia sbagliato e pericoloso avere
rapporti sessuali troppo presto. Speriamo che questi dati aiutino il governo a
riflettere e a far capire che non ci sono sempre soluzioni facili a tutto».
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29 maggio 2012 - Le politiche educative sbagliate e l'«eccezione
italiana» Adolescenti dall'aborto facile: ecco il fallimento inglese, Assuntina
Morresi, http://www.avvenire.it
Gran Bretagna conferma ancora una
volta il suo triste primato di abortività. Il Telegraph ha anticipato alcuni eloquenti
dati del Servizio sanitario nazionale: nel 2010 hanno abortito 38.269
teen-agers, di cui circa 5.300 per la seconda volta, ma ci sono cifre ancor più
impressionanti – delle quali il quotidiano inglese dà conto – relative agli
aborti plurimi nelle ragazze fra i 13 e i 19 anni. Diminuiscono le interruzioni
di gravidanza fra le minorenni ma aumentano in generale – il 5% in più rispetto
all’anno precedente – le adolescenti che abortiscono più volte. In Italia la
situazione è diversa: nel 2009 ad abortire nella stessa fascia di età sono
state 9.846 donne, di cui 3.719 minorenni. In termini percentuali siamo ai
valori più bassi in Europa. Per gli aborti ripetuti, i dati delle relazioni
annuali al Parlamento sull’applicazione della legge 194 non sono divisi per
fasce di età ma complessivamente mostrano la percentuale più bassa rispetto
alle altre nazioni. Una situazione "migliore", la nostra, che certo
però non può consolare e che non lascia affatto tranquilli: rimangono sempre
cifre devastanti, che tuttavia vanno lette con attenzione perché le differenze
significano pur qualcosa. E vanno comprese.
Innanzitutto i dati inglesi
mostrano che la diffusione massiccia dei contraccettivi, anche con l’educazione
sessuale nelle prime classi scolastiche, è una politica fallita: chi ripete
l’aborto, specie se giovane, vi ricorre come a un contraccettivo, anche quando
altri mezzi sono facilmente accessibili. In Italia la diffusione della pillola
anticoncezionale è fra le più basse in Europa: intorno al 16%, circa la metà
rispetto a quella delle donne inglesi. E anche per la cosiddetta contraccezione
di emergenza – la "pillola del giorno dopo", per la quale comunque
non si può escludere un effetto antinidatorio – i numeri dicono altro: nel 2008
in Gran Bretagna, dove per l’acquisto la ricetta non serve, ne sono state
vendute 1.428.000 confezioni, contro le 381mila italiane, con la vendita
subordinata a prescrizione medica. Inoltre, a differenza del Regno Unito, gli
aborti in Italia sono in costante diminuzione, e lo erano anche prima
dell’avvento della "contraccezione di emergenza". Qual è il motivo,
al di fuori della solita propaganda? È la solidità della famiglia a fare la
differenza, è questa nostra straordinaria risorsa, ancora vitale anche se
indebolita, la più efficace prevenzione dell’aborto: se i legami familiari sono
stabili, se c’è il calore degli affetti solidi dei genitori, di quelli su cui
sai di poter sempre contare, un figlio inaspettato non diventa un ostacolo da
eliminare. Se nei genitori hai visto, giorno dopo giorno, in tutte le
circostanze che la vita offre, nella buona e nella cattiva sorte, un amore
fedele; se hai vissuto nella tua vita l’esperienza del "per sempre"
dei tuoi familiari, allora la desideri anche tu, capisci che è possibile, e difficilmente
ti farai convincere che la felicità è negli affetti temporanei e fragili, nei
rapporti destinati a rompersi uno dopo l’altro, nella "libertà"
intesa come disimpegno. E allora è più probabile che un figlio arrivi quando
c’è un rapporto certo e consolidato e – che sia voluto o meno – sarà sempre il
benvenuto. Pensare che la prevenzione dell’aborto si riduca alla
somministrazione della pillola di turno, oltre che riduttivo, è profondamente
sbagliato. Nel nostro Paese convivono un minore ricorso alla contraccezione
chimica e all’aborto insieme a una forte denatalità ma anche a una famiglia
ancora sostanzialmente salda, contro le considerazioni di tanti
"esperti" che si ostinano a non vedere questa eccezionalità tutta
italiana, e che invece cercano di avvicinare il nostro Paese all’Europa per le
pratiche contraccettive e abortive, e certe concezioni di famiglia. Ma non
potrebbe essere l’Europa a "seguire" l’Italia?
giovedì 10 maggio 2012
Mamme a diciassette anni boom dei genitori-ragazzi di Maria Novella De
Luca, da La Repubblica, 10 maggio 2012
A sua figlia Joanne ha messo un
nome bellissimo: Anika. Joanne ha 18 anni e Anika due, mentre Niko, il padre,
di anni ne ha 17. A vederli insieme li diresti adolescenti come tutti gli altri
Joanne e Niko, jeans, felpa, cellulare, se non fosse per lo sguardo con cui si
guardano e sorridono ad Anika, mentre alle 7 camminano veloci con il passeggino
verso il nido.
E lasciata Anika corrono a
prendere l´autobus, perché la scuola inizia alle 8.10, ed è meglio non perdere
la prima ora. Cinisello Balsamo, Milano. È qui, tra le case popolari della
cintura milanese, che inizia la storia, anzi la cronaca di questi due
giovanissimi amanti, diventati improvvisamente genitori, e oggi in bilico tra
una vita da ragazzi e una vita da adulti. Joanne è un´italiana 2G, seconda
generazione, arrivata qui dalle Filippine poco più che bambina, ed è una delle
11mila adolescenti che ogni anno diventano mamme tra i 15 e i 17 anni, con un
fenomeno che cresce, entra nelle scuole, negli ospedali. Il 2,1% di tutte le
gravidanze in Italia riguarda ragazzine sotto i 18 anni. «Il test l´ho ripetuto
due volte, non ci volevo credere – racconta Joanne seduta sul divano del
bilocale in cui vive anche con la madre Annalyn e il fratellino di 7 anni – ma
Niko ed io abbiamo deciso quasi subito di tenerlo questo bambino. Per settimane
però non ho avuto il coraggio di dirlo a mia mamma. Ci ha portato qui con
enormi sacrifici, con la speranza che studiassimo. So che ha pianto, tanto. Adesso
però, credo, è felice anche lei». Joanne non spiega perché ha scelto di
diventare madre. Anika è arrivata e basta. Con l´inconsapevolezza di un gioco.
Anche se oggi la vita è tutta un´altra cosa, più dura, difficile, nonostante la
risata argentina di Anika.
«Il tempo di studiare ormai c´è
soltanto la sera, ma spero di riuscire a prendere il diploma. Mi mancano la
solitudine e il silenzio. Finita la scuola andremo via, ottenere la
cittadinanza qui è quasi impossibile, forse Singapore, chissà…». Storie di madri-bambine:
Joanne, e poi Eyverin che è diventata madre di Ranzel a 15 anni, Giovana, che a
17 anni partorisce Dustin. Angela, di Frattamaggiore, un bambino nato quando
aveva soltanto 13 anni e tornata agli studi grazie ad una preside intelligente,
Giuseppina Cafasso, che crea una nursery a scuola. Ed è di ieri la storia di B.
anche lei 13 anni, che ad Avellino ha dato alla luce Michela, oggi di tre mesi.
Gravidanze acerbe di ragazze italiane che si intrecciano con quelle delle
“nuove italiane”.
Ed è a loro, baby mamme 2G, che è
dedicato il docu-reality “Piccole mamme crescono” di “Babel”, il canale 141 di
Sky, otto puntate che andranno in onda dal 13 maggio ogni domenica alle ore 21.
Racconta Beatrice Coletti, autrice del programma: «L´idea è ispirata al
rapporto di “Save the children” sulle madri adolescenti. Abbiamo scelto Milano
perché qui sono più attivi i servizi sociali, e per dimostrare che la scelta di
queste adolescenti non è frutto di condizionamenti “ambientali”, ma davvero una
scelta individuale. Ragazze che hanno accettato di farsi riprendere nelle loro
giornate divise tra la cura dei figli e il tentativo, difficile, di costruirsi
un futuro. Per molte di loro, che oggi hanno bimbi di 2 o 3 anni, non è stato
facile aprirsi, per pudore, ma anche perché dietro queste gravidanze acerbe ci
sono spesso famiglie problematiche».
E se Joanne è saldamente ancorata
al suo Niko, in buona parte dei casi i partner-ragazzini mollano e se ne vanno.
Eyverin ha soltanto 14 anni quando si innamora di David, a 15 resta incinta, e
dopo nove mesi nasce Ranzel, bello e bruno. A differenza di Joanne, Eyverin
lascia tutto e si occupa soltanto di Ranzel, lei e il bambino, il bambino e
lei…. «Tutti mi consigliavano di abortire, ma non ho voluto, il figlio è mio,
lo alleverò io». Oggi Ranzel ha 3 anni e Eyverin fa la “piccola mamma”, cucina,
gestisce la casa e si occupa anche dei suoi tre fratelli più piccoli. Con David
è finita. Eyverin dice che va bene così, eppure si vede che il cerchio
domestico in cui si è chiusa ha qualcosa di soffocante, come di sogni
abbandonati in un cassetto. Cristina Riva Crugnola, docente di Psicologia, fa
parte del gruppo di lavoro dell´ospedale San Paolo di Milano sulle madri
adolescenti. «Cerchiamo di responsabilizzare le madri e creare tra loro e il
bambino un vero attaccamento. Queste ragazze infatti spesso cercano la
gravidanza per darsi un´identità, sperando di ottenere attraverso il figlio un
ruolo che non trovano. Accade invece che di fronte alle esigenze di un neonato
vadano in crisi, e molte di loro entrano, purtroppo, in depressione».
venerdì 27 aprile 2012
LA RICERCA - L'ADOLESCENTE HA IL «DIRITTO ALL'IMMATURITÀ», Se la scienza
scopre che si diventa adulti soltanto a 24 anni, Lo studio su «The Lancet». I
tempi di maturazione del cervello più lunghi di quelli ipotizzati, Fulvio
Scaparro, 27 aprile 2012, http://www.corriere.it
Recenti ricerche sugli
adolescenti pubblicate inThe Lancet tentano di dare una risposta alla domanda
«A che età si diventa adulti?». I ricercatori non si riferiscono alle apparenti
certezze della maturità giuridica: un'età per il sesso, una per guidare l'auto,
una per bere alcolici, un'altra ancora per votare e così via. Ma la domanda
alla quale tentano di rispondere si riferisce alla maturità naturale e la loro
risposta non è quella che convenzionalmente indicava nella pubertà l'inizio
dell'adolescenza e attorno ai vent'anni l'ingresso nell'età adulta. Secondo i
ricercatori il nostro cervello non si sviluppa del tutto fino all'età di
ventiquattro anni e solo dopo questa età possiamo ragionevolmente ritenere che
si possa entrare nell'età adulta. Prima il cervello degli adolescenti non
sarebbe sufficientemente attrezzato per valutare appieno le conseguenze dei
comportamenti. Questo spiegherebbe la sottovalutazione dei rischi, degli
effetti dell'abuso di alcolici, di droghe ecc... che in molti ritengono
«tipicamente adolescenziale».
Non conterei troppo sulla convinzione
che l'ingresso nell'età adulta comporti quel tanto di saggezza ed equilibrio
che serve a vivere nel mondo senza far troppi danni a noi stessi e al prossimo.
Se però le ricerche saranno confermate è senz'altro utile sapere che il
cervello degli adolescenti ha tempi di maturazione più lunghi di quelli finora
ipotizzati. Si pensi, ad esempio, all'apporto che queste ricerche possono
fornire quando si valuta la eventuale discordanza tra l'incapacità legale di
agire e la capacità naturale del soggetto minorenne.
Il fatto è che è del tutto
discutibile che «adulto» sia sinonimo di «maturo» e «adolescente» sia sinonimo
di «immaturo», almeno finché non ci chiediamo «maturo o immaturo per cosa?». Io
definisco la maturazione come il processo di acquisizione della capacità di
separarsi da esperienze precedenti senza che questo impedisca al soggetto di
stabilire nuove relazioni, alla ricerca di nuovi e più soddisfacenti equilibri.
La precarietà di ogni equilibrio raggiunto rende continua la ricerca, relative
e provvisorie le diverse tappe raggiunte, le diverse maturità, fisiche,
affettive, cognitive, morali e sociali. Siamo sempre più o meno maturi per
affrontare certe prove e contemporaneamente più o meno immaturi per altre.
Secondo questa definizione, da
uno stato fusionale in cui il neonato è ancora soggetto pienamente e sanamente
immaturo, nel corso dello sviluppo si afferma con sempre maggiore evidenza la
capacità di separarsi e stabilire nuove relazioni. La nostra maturità è messa
alla prova ogni giorno.
Il bambino e l'adolescente
soffrono se essi stessi o altri confondono il processo, la maturazione, con una
o più delle sue tappe, le diverse maturità che vengono via via raggiunte a
livelli e in tempi differenti da individuo a individuo. Soffrono se percepiscono,
o altri percepiscono, il loro processo di maturazione come privo o carente di
caratteristiche essenziali quali il movimento, l'orientamento e la regressione,
se in altre parole scambiano, o altri scambiano, un fotogramma con l'intero
film della loro vita.
In altri termini, al bambino e
all'adolescente va riconosciuto il diritto all'immaturità, totale all'inizio
dell'esistenza, ma anche quello al riconoscimento di tempi personali di
maturazione che non procede mai senza arresti e regressioni.
Arthur Koestler in Buio a
mezzogiorno faceva dire a un suo personaggio, in risposta a chi gli chiedeva a
quale età era diventato adulto, che sono le esperienze che ci fanno maturare:
«Se vuoi veramente sapere, sono diventato uomo a diciassette anni, quando fui
mandato in esilio per la prima volta».
lunedì 23 aprile 2012
Giovani oltre i limiti, Carlo Buttaroni, l'Unità, 23 Aprile 2012
Fra sogni e trasgressioni a
caccia d’identità Crescono tra le nuove generazioni i comportamenti a rischio.
A spingere verso l’uso di sostanze stupefacenti, la ricerca di sé nel passaggio
fra l’adolescenza e la maturità. E una paura del futuro da non sottovalutare
La ricerca, realizzata per
l’Unità, è stata condotta dal 2 al 18 aprile 2012 attraverso 1.000 interviste
telefoniche (C.A.T.I.) a giovani di età compresa fra i 18 e i 25anni,
sull’intero territorio nazionale. Tipo di campione: rappresentativo per quote dell’universo di riferimento. Estrazione casuale dei numeri
dagli elenchi telefonici.
Si affacciano alla vita
scoprendone i drammatici conflitti e gli inevitabili negoziati, insieme alla
distanza che separa le loro aspirazioni dalla realtà che si gli apre davanti.
All’inizio li orienta la volontà di vivere svincolati da qualsiasi
condizionamento, la pulsione a emanciparsi dalla condizione pre-adolescenziale;
poi il bisogno di scoprirsi entità autonome, pensanti; infine la scoperta che
la vita non può essere che un compromesso tra desideri e necessità.
L’altra faccia drammatica della
crisi è quella dei giovani che inciampano fra i detriti di sogni troppo
precocemente infranti. Avvolti da un’atmosfera rarefatta, senza più alcun punto
di riferimento, rassegnati a un deficit di speranza che li porta a vivere un
eterno presente dove per usare le parole di Sartre bisogna scegliere tra non
essere nulla o fingere quello che si è.
In questo habitat malinconico, in
cui l’interlocuzione con il prossimo sembra passare quasi esclusivamente
attraverso i social network, i giovani provano a muovere i primi passi, alcune
volte troppo timidi per essere efficaci, altre volte sotto forma di salti nel
buio alimentati dalla crescente insoddisfazione che li assale. Un’insoddisfazione
che diventa timore e ansia da prestazione, che anche quando non rende ragione
della loro vita reale, li spinge a cercare nuovi esasperati riferimenti che
permettano di esorcizzare la realtà che non comprendono, o che vivono come
estranea e distante.
I progetti di vita non appaiono
abbastanza forti a restituire significato al senso d’incertezza che avvolge i
loro destini. E il modello familiare appare in piena crisi nel momento in cui
al suo interno, al posto dell’ascolto e della parola, si alternano distratte
attenzioni e vuoti silenzi, occasionalmente compensati dall’ultimo modello di
cellulare o dall’automobile lanciata a folle velocità verso il nulla.
Continuamente sollecitati a
diventare predatori dell’ambiente che vivono, ma che gli è pericolosamen-
te ostile, i giovani in crisi di
futuro tendono a rompere gli argini, a spingersi verso un “oltre” che spesso
significa immergersi in dimensioni sconosciute, esplorare nuovi territori che
permettano loro di trovare un surrogato d’identità, in un mondo che sembra non
riuscire a offrire altre prospettive.
L’atto trasgressivo, forzando e
mettendo in discussione norme sociali e collettive, se non anche violandole
apertamente, mostra in filigrana un’esistenza precaria e confusa, che spinge i
giovani a conoscersi e a riconoscersi attraverso il contrasto, a sperimentare i
propri limiti per verificare fino a che punto coincidano con quelli
collettivamente accettati. Per poi infrangerli di nuovo, in un continuo
superamento dei limiti. Ecco allora che si manifestano la seduzione della droga
e comportamenti rituali emulativi come effetti, allo stesso tempo, del
conformismo e dell’anticonformismo.
I gesti senza movente riconducono
sempre a un’insensatezza di fondo e al fatto che la vita è intesa uguale alla
morte. E che le regole primordiali dell’amore e dell’odio non vengono sentite
come tali e non spiegano le ragioni del gesto, che dovrebbe invece avere una
ragione e un perché.
Un’esistenza così vissuta spinge
all’illusione dell’apparire e alla pubblicizzazione dell’intimità, che
nettamente differiscono dal «cielo stellato» e dalla «legge morale», connesse
alla consapevolezza di andare come diceva Paul Valéry «senza dei verso la
divinità». Le trasgressioni estreme che vivono i giovani non sono, come
dovrebbero essere, il riaggiustamento della propria socialità percepita come
imperfetta. Lo scontro e la conflittualità individuale rappresentano, invece,
l’estremo tentativo di riappropriarsi della propria vita, coscienti della
propria diversità, e rendere socialmente visibile la trasformazione.
Ogni trasgressione è percepita
come una sfida da affrontare, dove l’esito si deposita in un bagaglio di
esperienze intorno alle quali l’identità del giovane tende a disporsi.
Il quadro che sembra emergere
indica proprio il dischiudersi di due dimensioni: l’una legata al naturale
processo evolutivo dall’adolescenza alla maturità, l’altra correlata
strettamente al contesto nel quale i giovani sono immersi. Un ambiente sociale
surreale, in cui il pensiero e l’azione sembrano elementi sconnessi e
scoordinati, anziché la naturale conseguenza l’uno dell’altro. Una dicotomia in
cui trovano spazio anche quei comportamenti a rischio che sembrano
caratterizzare così fortemente le nuove generazioni. È come se alla base vi
fosse un processo che inizia con l’esplorazione della propria identità, ma che
si conclude nel momento stesso in cui una delle possibili forme è intravista
dall’esterno. E in quel riconoscimento vi è la selezione di un’identità
possibile ma provvisoria che esprime tutta questa socialità imperfetta.
Non è più l’individuo lacaniano
che si riconosce nello specchio ma è l’individuo che si riconosce solo nello
specchio riflesso degli occhi degli altri, dove la positività su ciò che sì,
viene vissuta solo in stretta dipendenza con il grado di accettazione da parte
degli altri.
Per dirla con Galimberti, i
giovani, anche se non sempre ne sono coscienti, stanno male. E non per le
solite crisi esistenziali che segnano la loro età, ma perché un ospite
inquietante penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella
prospettive e orizzonti. Un sentimento che sembra gettare i giovani in
un’impotenza assoluta di fronte al futuro e alla vita che avanza. Solo il
presente ha senso. Un presente da vivere con la massima intensità perché permette
di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che si perde di
vista il senso della vita. Un’angoscia che si traduce nell’incapacità di
elaborare un pensiero che consenta di uscire dal suo effetto collaterale più
evidente: vivere la vita in uno stato di costante incertezza e precarietà.
Quello dei giovani è un grido forte e sottovalutarlo
sarebbe il più tragico degli errori perché il grande rischio della nostra epoca
è che le nuove generazioni si ritirino dal futuro, rifugiandosi in una curva del
tempo priva di valori assoluti, che può solo proporre da quale luogo partire,
ma nessun luogo dove andare.
giovedì 19 aprile 2012
giovedì 12 aprile 2012
DATI ISTAT/ L’esperto: alcol, ecco perché i più giovani sono a rischio
- INT. Mario Pollo, mercoledì 11 aprile 2012, http://www.ilsussidiario.net/
Secondo i dati forniti dal
rapporto Istat sull’uso e l’abuso di alcol nel nostro Paese, sono oltre otto
milioni gli italiani a rischio, soprattutto giovani e giovanissimi sotto i 15
anni. Le persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol è pari al 66,9% nel
2011, un dato che risulta di circa cinque punti percentuali inferiore a quello
registrato dieci anni prima. Sono però in aumento coloro che dichiarano di
consumare alcolici al di fuori dei pasti (27,7%), a dimostrazione dell’avvenuto
cambiamento del consumo tradizionale di bevande alcoliche: «E’ la conferma
della transizione da una cultura cosiddetta “bagnata” di tipo mediterraneo a
una cultura “asciutta” di tipo nordeuropeo – ci spiega Mario Pollo, professore
di Pedagogia generale e sociale alla Lumsa di Roma –. Stiamo infatti passando
da un consumo alimentare dell’alcol a un consumo prevalentemente concentrato
nel tempo libero. E’ un dato che trova conferma soprattutto nelle nuove
generazioni, che lentamente si stanno spostando verso questo modello».
Il rapporto Istat mostra poi che
le fasce di popolazione i cui i comportamenti a rischio sono più frequenti sono
gli adolescenti dagli 11 ai 14 anni (14,1% dei maschi e 8,4% delle femmine), i
giovani dai 18 ai 24 anni (22,8% dei maschi e l’8,4% delle femmine) e gli
anziani over 65 (43% degli uomini e il 10,9% delle donne). «Queste fasce sono
comunque molto diverse tra loro – continua a spiegare il professor Pollo –,
perché nel caso degli ultra 65enni le quantità di alcolici consumate sono
quelle che erano ritenute normali nella cultura italiana tradizionale. Le dosi
che popolarmente erano ritenute adeguate sono infatti in molti casi
notevolmente più abbondanti di quelle che sono le unità alcoliche considerate a
rischio. Per fare un esempio, una persona con più di 65 anni che consuma due
bicchieri di vino da 125 ml a pasto, alla fine della giornata ne avrà bevuto
mezzo litro, e nella cultura tradizionale una quantità del genere fa parte di
un bere moderato. E’ ovvio quindi che ci troviamo di fronte a persone anziane
che non conoscono le giuste quantità di alcolici da consumare senza incorrere
in rischi per la propria salute».
Nonostante sia in aumento la
quota di coloro che consumano alcolici fuori dai pasti, diminuisce rispetto a
dieci anni fa il numero di persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol
(72% nel 2001, 66,9% nel 2011): «Riguardo questo dato – commenta il professor
Pollo – potrebbe aver influito negli ultimi anni una maggiore azione di
prevenzione, rivolta in particolare alle fasce giovanili della società. Si
potrebbe quindi pensare che le diverse campagne portate avanti negli ultimi
anni abbiano prodotto un qualche effetto, tenendo anche conto del fatto che
l’educazione alla salute e i rischi dell’uso e l’abuso di sostanze alcoliche
sono alcuni dei temi trattati maggiormente». Chiediamo infine al professor
Pollo in che modo è possibile allontanare i giovani, che scoprono l’alcol in
età sempre più precoce, da un modello rischioso come quello della cultura
“asciutta” e farli avvicinare magari non a un astinenza totale, ma a un reale
consumo responsabile di alcolici: «Occorre riprendere un’educazione del bere
secondo i modelli della nostra cultura, quindi un bere responsabile inserito
nell’alimentazione. Sono convinto che se si riuscisse ad educare i giovani non
all’astinenza ma a un bere responsabile, facendo loro apprezzare gli
abbinamenti con i cibi, la qualità delle bevande e facendo capire quali sono
quelle più dannose, allora la situazione potrebbe davvero migliorare».
(Claudio Perlini)
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sabato 31 marzo 2012
giovedì 22 marzo 2012
Prevenzione tra i giovanissimi e diagnosi precoce - Dipendenza
sommersa. E non chiamatelo «gioco» di Chino Pezzoli, 22 marzo 2012, http://www.avvenire.it/
Il gioco d’azzardo è davvero una
grande emergenza, che genera terribili dipendenze compulsive. Ed è importante e
utile che questo giornale continui a pubblicare servizi e a mettere in allerta
famiglie e istituzioni. Noi che operiamo nell’area delle dipendenze (droga e
alcol), ci siamo accorti da tempo che il gioco d’azzardo riserva ai giocatori
gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti e ha le
sue vittime sia tra i giovani sia tra gli adulti.
Gli studi condotti in diverse
parti del mondo ribadiscono l’accresciuta pericolosità del nuovo gioco
d’azzardo. Sono state indicate tre variabili principali, che sembrano aver
contribuito all’aumento del gioco tra le fasce adulte e giovanili: la crescente
liberalizzazione e maggiore tolleranza nonché l’incoraggiamento verso questa
pratica sviluppatasi in questi ultimi anni e percepita come innocua; la
ritardata consapevolezza del problema; la scarsa attenzione ai programmi per
pervenire a una coscienza collettiva sui problemi legati al gioco. Il fenomeno,
inoltre, lo si conosce poco, né gode di prevenzione e di cura riabilitativa.
La fiducia nella fortuna è una
caratteristica arcaica dell’uomo. Il gioco d’azzardo è una gara in cui si cerca
di vincere non l’avversario, ma il proprio destino. Anche in questi giochi,
detti «sociali», in chi gioca c’è l’illusione del "controllo" della
situazione e l’aspettativa di un successo personale quasi certo. Inoltre, si
stima purtroppo che circa il 6-10% dei frequentatori delle sale siano
minorenni. Alcuni psicologi hanno condotto uno studio sugli adolescenti di 13 e
14 anni dediti al gioco d’azzardo, evidenziando alcuni fattori di rischio:
l’inesperienza, il desiderio di sconfiggere la noia, il piacere di avere facili
ricompense, le gratificazioni economiche immediate.
Conoscere le fragilità dei
ragazzi può servire per prevenire eventuali patologie o dipendenze. Se è vero
che il gioco parte da aspetti ludico-ricreativi che possono essere altamente
piacevoli e addirittura consigliabili, può, in alcune situazioni personali,
portare a una condizione di dipendenza patologica. Gli educatori vigilino
sempre sul tipo di gioco che i ragazzi intraprendono, sapendo che quelli in cui
ci sono di mezzo i soldi sono trappole da evitare, e che spesso sono gli adulti
i cattivi maestri. Il gioco d’azzardo patologico rimane ancora oggi
nell’immaginario sociale un fenomeno più associato al "vizio" o alla
"cattiva volontà" che non alla malattia.
A livello epidemiologico, si
stima che l’80% della popolazione abbia giocato almeno una volta nella vita ai
giochi cosiddetti "leciti" (slot machine, gratta-e-vinci, lotto,
bingo) e che circa il 17-20% abbia un rapporto problematico con il gioco a
rischio, tale da trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Il gioco
d’azzardo purtroppo è considerato da pochi un’emergenza sociale. È una
dipendenza, in parte ancora "sommersa", quindi un fenomeno ancora
sottostimato, non riconosciuto come malattia. Credo, inoltre, che un certo
numero di genitori sia inconsapevole di quel che accade ai figli. La stessa
parola "gioco" li tranquillizza. Dovremmo promuovere azioni
d’informazione attraverso i mass-media sui rischi del gioco d’azzardo,
informare le famiglie su questa nuova forma di dipendenza, ottenere una
diagnosi precoce del problema per poi accedere alla cura.
martedì 6 marzo 2012
Le uniformi a scuola contro la sindrome Lolita - La senatrice parigina Chantal Jouanno, ex
ministro dello Sport e campionessa di judo, ha presentato in Parlamento il suo
rapporto intitolato Contro l’iper-sessualizzazione di Stefano Montefiori http://27esimaora.corriere.it
Se nei primi anni Novanta facevano
scandalo le sedicenni in piscina di Non è la Rai, il limite di età per
l’ammiccamento improprio sembra essere notevolmente sceso: tra gli 8 e i 12
anni, in età un tempo prepuberale, le bambine ora conoscono un’adolescenza
precoce fatta di reggiseni a balconcino, trucchi e vestiti da donne o quasi. La
sindrome di Lolita (la dodicenne Dolores Haze nel romanzo di Vladimir Nabokov)
preoccupa le autorità francesi tanto che la senatrice parigina Chantal Jouanno,
ex ministro dello Sport e campionessa di judo, ieri ha presentato in Parlamento
il suo rapporto intitolato «Contro l’iper-sessualizzazione, una nuova battaglia
per l’uguaglianza», e il ministro della Solidarietà Roselyne Bachelot ha
promesso di seguirne le raccomandazioni.
Per «difendere i nostri bambini
dalla confusione illustrata dallo stesso termine di pre adolescenza», che
toglie anni preziosi a quella che dovrebbe essere «infanzia», il rapporto
Jouanno auspica alcune prime misure concrete: divieto dei concorsi di bellezza
per «mini-miss», e ritorno all’uniforme scolastica sin dalle elementari. Se
l’erotizzazione dell’esistenza comincia presto, bisogna allora anticipare anche
la lotta contro i jeans a vita bassa.
Hyper-sexualisation è un termine
usato da alcuni anni dalla sessuologa canadese del Québec Jocelyne Robert per
indicare la «rappresentazione del bambino come una sorta di adulto sessuale in
miniatura». In Sexy Inc, del 2007, la documentarista sempre canadese Sophie
Bissonnette ha mostrato efficacemente che cosa si intende per erotizzazione
precoce: dalle decine di vestiti, riviste e accessori con connotati seduttivi e
sessuali rivolti alle tweens, cioè le bambine sotto i 12 anni, al bombardamento
visivo nei videoclip dell’eroina nazionale Nelly Furtado, all’ossessione di
certe mamme per i concorsi di bellezza. L’anno scorso il tema è arrivato in
Europa per l’intervento del premier britannico David Cameron, che con lo slogan
“let the children be children” (lasciate che i bambini siano bambini) ha
chiesto di arginare la hyper-sexualization; e in Francia lo scandalo di Vogue — una bambina-modella fotografata in
pose provocanti — è costato il posto alla potente direttrice Carine Roitfeld,
regina del porno chic. In questo clima, uno dei concorsi per «mini-miss» che
cominciano a diffondersi sempre di più in Francia è stato annullato ad Auch,
nei Pirenei, perché nella locandina una bambina era troppo truccata.
Si incrociano tanti temi:
l’adolescenza precoce è provocata
da fattori culturali ma anche, secondo ricerche americane, da diete troppo
ricche di grassi e di estrogeni; e se sembra giusto difendersi dallo
sfruttamento commerciale dello sviluppo puberale, c’è il rischio di cadere
nell’eccesso opposto di un nuovo oscurantismo.
È questo il senso di uno dei
pochi commenti scettici sul rapporto Jouanno, espresso su Libération dal
sociologo Michel Fize:
«Bisogna riconoscere che oggi le
ragazzine pure molto giovani affermano una femminilità della quale vanno fiere,
mentre il loro punto di vista è totalmente assente nel rapporto. Più che
sottomesse, direi poi che padroneggiano completamente l’uguaglianza tra i
sessi. Infine, l’erotizzazione diffusa è un problema che tocca tutta la
società, è difficile isolarlo e combatterlo solo sotto i 12 anni».
Il dibattito tra chi plaude
all’intervento del governo e chi lo considera troppo invadente appare solo
all’inizio.
mercoledì 8 febbraio 2012
Adolescenti in Rete - Per 8 genitori su 10
non corrono pericoli, di Alessandra Mangiarotti, Corriere della Sera, 8
febbraio 2012
Antonio Brighenti ha 49 anni e
due figli adolescenti: «La raccomandazione che faccio loro più di frequente
quando escono di casa? Casco in testa e se fate tardi telefonate». Scusi, e
quanto a Internet? «Beh, cosa devo raccomandare? Di non starci troppo, forse».
La strada virtuale fa meno paura
di quella reale. Almeno ai genitori italiani. Illusi, analfabeti digitali o
solo meno apprensivi rispetto agli altri europei? Otto su dieci (e qualcosa di
più, l’82% rispetto a una media comunitaria di circa il 70%) lo hanno
dichiarato ai ricercatori del progetto Eu Kids Online (leggete qui la sintesi
della ricerca):
«È altamente improbabile che mio
figlio possa imbattersi in una situazione spiacevole su Internet».
L’indagine, finanziata
dall’Unione europea e coordinata dalla London School of Economics and Political
Science, ha fotografato il rapporto con Internet di oltre 25 mila ragazzi (e
loro genitori) di 25 Paesi Ue. Abitudini e rischi presentati ieri per il Safer
Internet Day: dalla pornografia al bullismo, dal sexting (l’invio di messaggi a
sfondo sessuale) agli incontri con persone conosciute online. Sei ragazzi
italiani su dieci, tra i 9 e i 16 anni, navigano tutti i giorni in Internet o
quasi. Per fare i compiti (85%), giocare (83), guardare video (76) o «parlare»
con gli amici (62): il 57% ha un profilo su un social network. E navigare è
spesso un’esperienza privata: il 62% (media Ue del 49) lo fa nella propria
camera.
Giovanna Mascheroni, referente
italiana del progetto Eu Kids Online e ricercatrice dell’Università Cattolica,
spiega: «Il 63% dei genitori si autopromuove sostenendo di suggerire ai ragazzi
come comportarsi su Internet, parlando di quello che può turbarli (56%) o li ha
turbati (26%)». Il 70% ha fiducia nelle capacità di autodifesa dei propri ragazzi
anche se il 39% di loro ignora però ogni consiglio. «Ma quello che più ci
allontana dal resto d’Europa è proprio la convinzione che su Internet non possa
capitare nulla di male. Non solo: molti genitori sovrastimano i rischi legati
alla pornografia e ne ignorano altri come il bullismo online (sconosciuto
all’81%), giudicato esperienza molto dolorosa dai due terzi dei ragazzi».
Il direttore generale di Save the
Children Italia, Valerio Neri, pone l’accento sulla scarsa alfabetizzazione dei
genitori e sui numeri degli adescamenti online: «Se solo sapessero… Dalla
ricerca Eu Kids Online emerge che il 4% dei nostri ragazzi (9% la media Ue)
incontra persone conosciute online. I nostri dati Ipsos parlano di un 14%:
anche se solo la verità sta nel mezzo, sono tantissimi. I genitori devono
parlare di più ma anche il governo deve inserire nell’agenda digitale percorsi
di tutela».
Negli Usa sono stati inseriti
filtri antiporno nelle scuole e biblioteche. Nel Regno Unito David Cameron ha
proposto un filtraggio preventivo, quando si sottoscrive dell’abbonamento ad
Internet. «In Italia sistemi di controllo parentale esistono da anni ma non c’è
una grande cultura in questo senso, soprattutto per i social network», afferma
Antonio Apruzzese, direttore della polizia postale.
«Anche perché in Italia bisogna
fare attenzione a non ridurre l’accesso a Internet — aggiunge Giovanna
Mascheroni —: i nostri ragazzi hanno meno competenze rispetto ai coetanei
europei: solo i giovani turchi sono meno alfabetizzati». Contro l’«incompetenza»
anche dei genitori punta il dito Gianni Nicolì, pedagogista e responsabile
scuola e università dell’Age (Associazione italiana genitori): «Vent’anni fa
abbiamo iniziato con i primi corsi per genitori e figli, poi abbiamo stretto
accordi con le aziende per ottenere dei filtri dinamici per la navigazione
differenziata: per conoscere i rischi i genitori devono conoscere Internet».
Aggiunge lo psicoterapeuta Gustavo Pietropolli
Charmet: «I genitori sono convinti che i loro ragazzi sanno fare meglio di loro
sulla Rete ma la loro tranquillità nasce anche dal modello educativo che punta
tutto sulla socializzazione precoce: hanno bisogno di credere che i loro figli
sanno cavarsela.
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