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mercoledì 24 ottobre 2012


PARIGI
Ministro francese: pillola gratis alle 15enni - 24 ottobre 2012 -  http://www.avvenire.it/
Fra annunci a sorpresa del governo socialista del premier Jean-Marc Ayrault e cori fragorosi di proteste, pare sempre più scottante il fronte etico in Francia. Ieri, la titolare della Sanità, Marisol Touraine, ha rivelato di voler introdurre unilateralmente un emendamento alla legge finanziaria sul sistema pubblico d’assistenza per assicurare il rimborso totale della contraccezione per le minorenni a partire da 15 anni. 

Tale misura affiancherà il rimborso totale dell’aborto, già iscritto nello stesso progetto di legge, il cui esame è cominciato ieri all’Assemblea nazionale. Fra le altre iniziative controverse del ministro, vi è pure il progetto di sperimentare presto in Francia le sale di consumo della droga, sul modello di quelle già legalizzate in Svizzera e Olanda. La municipalità di Parigi si è detta pronta a dare il via all’esperimento, che suscita vive opposizioni, soprattutto da parte dello schieramento neogollista dove c’è chi denuncia un rischio crescente di banalizzazione delle tossicodipendenze. 

Il sistema sanitario pubblico francese soffre da anni di un pesante deficit e fra le piste indicate dalla Touraine per contenerlo vi è in particolare una tassa speciale sulle bevande “energetiche” a base di stimolanti come la taurina, giudicate rischiose per la salute da molti esperti. Un’analoga tassa è già stata prevista per la birra. Intanto, continuano le proteste contro il progetto di legalizzazione delle nozze e adozioni gay. Ieri, l’associazione “Alliance Vita” ha organizzato cortei e sit-in di protesta in 75 città francesi. Fra gli appelli più scanditi, il seguente: «Un papà, una mamma, non si mente ai bambini». Attraverso il sito dell’associazione, è scesa in campo la giurista Aude Mirkovic: «Dal momento in cui si rompe il nesso fra genitori e riferimento oggettivo alla procreazione del bambino, si entra nel mondo della soggettività e può diventare genitore chiunque, in una gamma quasi illimitata». Il governo dovrebbe presentare la prima bozza di legge il 7 novembre.

Daniele Zappalà

mercoledì 27 giugno 2012


In Italia è boom di baby-mamme. "Colpa della scarsa informazione" - Mercoledì, 27 giugno 2012 - http://affaritaliani.libero.it

Crescono le coppie infertili. Ma è boom di baby-mamme. Sembrerebbe un paradosso, ma non è così. Si è discusso proprio di questo all'Esc di Atene nel convegno organizzato dalla European Society of Contraception and Reproductive Health. E l'Italia occupa una posizione particolare in questo panorama, perché di figli se ne  fanno sempre meno e sempre più tardi.

Ma se le coppie adulte hanno problemi di fertilità, si sta assistendo nell'ultimo periodo a una grande crescita di gravidanze tra i giovani. Delle 360mila pillole del giorno dopo vendute in Italia, quasi il 55% viene utilizzato dalle under 20. Ogni anno sono circa 10mila le gravidanze indesiderate in questa fascia di età.

La causa? Secondo gli esperti alla base c'è una scarsa informazione in materia di contraccezione. Al convegno di Atene è stato ribadito che le false credenze a generare una scarsa adesione ai metodi contraccettivi. Per esempio, molte giovanissime credono che al primo rapporto sessuale non si possa rimanere incinta.

I dati, riportati da la Stampa, parlano però anche di una coppia su sette con problemi di fertilità. Anche per questo c'è un continuo aumento del numero di persone che si sottopongono in maniera ossessiva alle tecniche di procreazione medicalmente assistita. Dalle 46 mila coppie nel 2005 si è arrivati oggi a toccare quota 65 mila. Su questo influisce anche l'innalzamento dell'età media dei neo-papà e neo mamme, che oggi è intorno ai 31 anni di media.

Ci sono comunque altri fattori. Negli uomini, soprattutto, una delle cause principali dell'infertilità è uno stile di vita non corretto. La causa possono essere infezioni, varicocele, alterazionio ormonali e problemi di metabolismo. La vita sedentaria e un'alimentazione senza frutta incidono notevolmente. Secondo gli esperti, smettere di fumare e controllare il peso possono migliorare la situazione.

Consigliata prudenza anche pe rl'abitudine di tenere il computer portatile sulle gambe, anche se la correlazione tra questa azione e l'infertilità ancora non trova riscontro. Obesi e persone con varicocele hanno temperature elevate ai testicoli, più elevate di quelle dovute dai computer

giovedì 21 giugno 2012


19 giugno 2012 - Gran Bretagna: dati sconvolgenti sugli aborti delle teenager - http://www.corrispondenzaromana.it/

(di Alfredo De Matteo) In Inghilterra sono stati 38.269 gli aborti praticati dalle adolescenti nel 2010: un dato, anticipato dal “Daily Telegraph” prima della sua imminente pubblicazione da parte del Ministero della Sanità, che conferma l’elevatissima percentuale di teenager inglesi che ricorrono all’aborto, malgrado la martellante campagna di promozione del preservativo avviata dal governo britannico già da svariati anni.

Ciò, ad ulteriore riprova del fatto che l’uso dei contraccettivi non scongiura le cosiddette gravidanze indesiderate ma anzi contribuisce in maniera significativa al loro incremento: in primo luogo perché il profilattico, contrariamente a quanto viene millantato dai principali organi di informazione, non garantisce alle ragazze la certezza di non rimanere incinte (serie ricerche scientifiche hanno evidenziato una percentuale di rischio intorno al 12 percento), inoltre perché la propaganda all’uso del profilattico costituisce un chiaro invito a vivere in maniera precoce, disordinata e compulsiva la propria sessualità.

C’è un altro dato che invita alla riflessione: delle oltre 38.000 ragazze che hanno abortito ben 5.300 erano alla seconda esperienza, 485 alla terza mentre alcune di esse erano al sesto e addirittura al settimo aborto! (“Avvenire”, 29 maggio 2012).

Dati sconvolgenti, dunque, che testimoniano la natura perversa e pervertitrice dell’odierna società. Decenni di omicidi legalizzati e di esaltazione del sesso e della promiscuità sessuale hanno reso gli uomini, soprattutto giovani, schiavi delle passioni e del vizio, vittime spesso inconsapevoli di un raggiro mortale che smuove, tra l’altro, una quantità incalcolabile di denaro. Tutto ciò nel nome di una falsa libertà e di un altrettanto ingannevole mito del progresso. (Alfredo De Matteo)

sabato 9 giugno 2012


Baby market / Quando il bambino diventa cliente, Curzio Maltese, 08 giugno 2012, http://ricerca.repubblica.it/

L' infanzia è una scoperta recente nella storia degli uomini. Per secoli i bambini sono stati considerati piccoli adulti soltanto più facili da sfruttare, manipolare, abusare. La metà dei bambini, ancora nel diciassettesimo secolo, moriva prima dell' adolescenza. Il rispetto per i diritti dell' infanzia non è nato nelle famiglie, ma con la moderna psicologia e soprattutto grazie alla politica. La democrazia, le lotte sindacali, la grande costruzione dello stato sociale hanno fatto del Novecento «il secolo dei bambini», secondo la profezia di Ellen Key, con leggi di tutela peri minori, divieti di lavoro nelle fabbriche, obbligo di istruzione e protezione dalla violenza degli adulti, genitori compresi. La dichiarazione dei diritti dell' infanzia dell' Onu nel 1959 ha cercato di estendere queste conquiste civili dall' Occidente a tutto il mondo. Ma dagli anni Ottanta in poi, con la crisi della democrazia e della politica, sovrastata dagli interessi economici, il processo si è fermato e ha cominciato anzi a regredire. I bambini di oggi hanno molti più soldi da spendere, ma godono di meno protezioni e tutele di quelle che avevamo noi genitori. I nostri figli sono diventati le principali prede del consumismo alimentato dalle grandi corporations che condizionano i governi e i media per ottenere leggi sempre più permissive. (segue dalla copertina) Il «kid marketing», che mezzo secolo fa quasi non esisteva, è diventato un affare colossale e l' unico in continua espansione, anche in tempi di crisi. Negli Stati Uniti si calcola che il potere d' acquisto dei bambini, sommato all' influenza esercitata sugli acquisti dei genitori, superi i 1000 miliardi di dollari all' anno, contro i 50 miliardi di vent' anni fa e i 5 miliardi di vent' anni prima. In Europa le cifre sono simili. Nel volgere di due sole generazioni il potere d' acquisto dei bambini nelle famiglie è aumentato di duecento volte. In parallelo, si sono moltiplicati stress e dubbi dei genitori. Che cosa comprare o non comprare a mio figlio? E' giusto imporre limiti di spesa a uno shopping ormai compulsivo e di tempo trascorso alla playstation o ai videogames? Come resistere alle continue richieste di prodotti inutili e costosi e di pessimo cibo propagandati a ogni ora dalla televisione? In quale modo proteggere i ragazzi dai mille pericoli nascosti nell' uso dei nuovi media e dei social network? Dobbiamo fidarci di somministrare ai bambini le medicine che oggi i pediatri prescrivono con tanta abbondanza, quando i nostri genitori ci davano al massimo un' aspirina ogni tanto? E perché fra i nostri figli si moltiplicano le allergie e le intolleranze alimentari? Come negare qualcosa senza fare dei nostri figli degli esclusi, visto che sempre «in classe ce l' hanno già tutti gli altri»? E' impossibile affidarsi all' esperienza. Nessuna generazione di madri e padri aveva mai affrontato questi dilemmi. La maggioranza si arrangia ricorrendo all' antica arte del compromesso. Ma rimane la sensazione, purtroppo fondata, di una progressiva perdita di controllo. Alcuni accusano la scuola e gli insegnanti, la cui perdita d' influenza è semmai ancora maggiore. I bambini, per non dire degli adolescenti, trascorrono ormai molto più tempo davanti a computer, tv e videogiochi che sui banchi di scuola. Le alleanze fra genitori e insegnanti sono spesso destinate a franare sotto i colpi di un' offerta invasiva. Qualche piccolo episodio personale. All' inizio dell' anno scolastico le maestre di mio figlio di dieci anni hanno raccomandato ai genitori di vigilare sulle troppe notizie di violenza sui bambini, sparse ormai con abbondanza di agghiaccianti particolari sui media a ogni ora del giorno. Sono sicuro che le famiglie hanno seguito il consiglio con scrupolo. A fine anno sono stato chiamato, con altri genitori, a parlare in classe del mio lavoro. Una volta spiegato che consiste nel dare le notizie, ho chiesto ai compagni di mio figlio quale notizia li avesse colpiti negli ultimi mesi. Si sono levate venti manine ed è seguito un viaggio in un Luna Park degli orrori popolati di infanticidi, abbandoni, abusi, massacri in famiglia. Un' altra storia. Una mia conoscente, professoressa molto libertaria, ma preoccupata dal mutismo della figlia adolescente a proposito di amicizie e frequentazioni, si è finta un' amica della ragazza su Facebook. Per mesi ha vissuto l' incubo di essere scoperta e di subire lo stesso processo che lei fece a sua madre quando la sorprese a frugare nel diario. Il marito ha avuto alla fine il coraggio di dirle che fingersi amici su Facebook è molto più offensivo di una sbirciata al diario. Per fortuna in tutta Europae in Nord America sono nate negli ultimi anni associazioni di genitori e consumatori per combattere lo sfruttamento commerciale dell' infanzia. Assalto all' infanzia di Joel Bakan, appena tradotto da Feltrinelli, sta diventando una bibbia di questo movimento. L' inchiesta di Bakan, già autore del pluripremiato The Corporation, si concentra sulle cinque più gravi minacce ai bambini di oggi. Primo, le strategie del marketing infantile per trasformare i nostri figli in consumatori compulsivi e bulimici. Secondo, la diffusione sempre più massiccia di farmaci di ogni tipo per l' infanzia, compresi psicofarmaci, grazie anche al crescente potere di condizionamento della scienza medica da parte dell' industria farmaceutica, spesso con metodi illegali. Terzo, l' aumento esponenziale fra i bambini di alcune patologie e il possibile collegamento con la massa di sostanze chimiche liberate nell' aria dall' industria. Negli ultimi decenni l' incidenza dell' asma frai bambiniè cresciuta del 50 per cento ed è oggi la principale causa di ospedalizzazione; la leucemia e il cancro al cervello del 40 per cento, l' autismo addirittura del 1000 per cento. Nello stesso periodo sono comparse nell' ambiente 26000 nuove sostanze chimiche e l' aumento complessivo delle sostanze chimiche disperse nell' ambiente è stato del 7500 per cento.I bambini arrivano oggi ad accumulare nel corpo da sette a dieci volte gli agenti industriali rispetto a trent' anni fa. La quarta minaccia è il lavoro infantile, che si sta diffondendo anche nel ricco Occidente, come purtroppo noi italiani possiamo facilmente verificare con un giro nei distretti industriali e agricoli. Il quinto e ultimo aspetto è la privatizzazione della scuola pubblica, dalle elementari all' università, che rischia di moltiplicare all' infinito l' influenza della grande industria sull' educazione dei ragazzi. Assalto all' infanzia offre molte risposte ai dubbi dei genitori, alcuni sconvolgenti casi di cronaca e una massa impressionante di informazioni, tutte verificate da un plotone di avvocati, visto che le multinazionali del «kid business» hanno la querela facile. Possiamo consolarci con la constatazione che le leggi europee di tutela dell' infanzia, ancora influenzate dal welfare, sono assai più severe di quelle americane. Almeno in questo, la maltrattata unione europea si è rivelata un argine di civiltà. Ma il lobbismo delle multinazionali ha ottenuto negli ultimi anni crescenti successi a Bruxelles, mascherati da riforme e liberalizzazioni. La sanità e l' istruzione sono del resto diventate la più redditizia frontiera del business globale. L' inchiesta di Joel Bakan dipinge il fosco quadro di un Medioevo prossimo venturo, dove i bambini torneranno a essere, come nei secoli passati, piccoli adulti più facili da manipolare. Ma Bakan offre anche ottimi consigli per resistere al meccanismo e conclude la sua drammatica analisi con la speranza di un futuro migliore. La battaglia è appena cominciata e non è affatto persa. Bisogna però cominciare a impegnarsi da subito. Le madri e i padri di oggi, gli ultimi cresciuti nel «secolo del bambino», hanno una responsabilità enorme.I nostri dubbi scompariranno con noi e dopo non ci sarà un' altra generazione capace di opporsi alla scomparsa dell' infanzia. - CURZIO MALTESE

venerdì 8 giugno 2012


8 giugno 2012 - L'offerte adi mete convincenti per i giovani annoiati e sedentari - Ai nostri ragazzi pigri una sveglia di libertà di Luigi Ballerini, http://www.avvenire.it

I pediatri ci hanno avvisato, or non è molto, dal palco del loro Congresso annuale: i ragazzi sono pigri e troppo sedentari. La nuova indagine sulle abitudini e stili di vita degli adolescenti nostrani condotta anche quest’anno dalla Società italiana di pediatria fornisce un’aggiornata lettura degli adolescenti che pare sprofondino nei divani delle nostre case. Prede di Internet, Playstation e tv rischiano di passare fino a dodici ore al giorno seduti, con la testa bassa e centrata su una realtà digitale sempre più prepotente e invadente. Ma un’altra indagine, condotta da ricercatori medici dell’Università di Messina, sottolinea che il 57% degli studenti intervistati ha recentemente consumato almeno un energy drink. Effettivamente il business legato a questo tipo di bevande è davvero significativo: solo negli Usa il giro di affari si è aggirato nel 2011 intorno ai 9 miliardi di dollari, merito anche di campagne marketing intense e mirate al target giovanile nel linguaggio e nei mezzi. Da noi si parla di 2 milioni, concentrati soprattutto nelle regioni del Nord, e in crescita.

Correttamente i medici fanno il loro dovere mettendo in guardia rispetto al rischio su cuore e ossa di dosi troppo elevate di caffeina. Per non parlare poi della taurina, aminoacido spesso presente in queste bevande, da tempo identificato come responsabile di cefalea, ipertensione e tachicardia se in dosi eccessive. Viene anche segnalata l’associazione di energy drink e alcol, un pericoloso mix che riducendo la percezione dei sintomi da intossicazione etilica finisce per aumentare l’assunzione della dose globale di alcol introdotta. Eppure c’è di più da dire. Queste due indagini, quasi contemporanee nella presentazione, forse ci presentano lo stesso quadro: giovani pigri e immobili da una parte, alla ricerca di un’energia che sentono di non avere dall’altra.

Sorprende, per certi versi, come nell’età in cui il vigore del corpo, fisiologicamente, è al suo massimo, la stanchezza prenda così il sopravvento ed emerga il bisogno di rintracciare un po’ di energia confidando su una fonte esterna. Perché il moto si avvii invece è necessario identificare una meta, averne almeno l’idea, considerarne la possibilità. Il moto umano è sempre a meta, a differenza degli altri corpi inanimati obbligati a seguire le immutabili leggi della fisica. Ne abbiamo una dimostrazione se pensiamo a quanta energia sanno dimostrare i più giovani nel partire la mattina presto se li aspetta una gita con amici con cui stanno bene! Segno che (per fortuna) anche i ragazzi di oggi non amano una fatica astratta, sanno però spendersi senza troppi calcoli per un’ipotesi convincente.

Per muoversi c’è bisogno di un senso, proprio nell’accezione di una direzione. È questo ciò che spesso manca e la noia prende così il sopravvento. L’analisi dei medici non arriva a questo punto, a identificare come dietro molti comportamenti si nasconda proprio la noia, capace di impossessarsi dell’animo svuotando di contenuto il reale. Fino ad arrivare a costituire quell’accidia di cui ormai nessuno parla più. Solo a margine ci conviene con onestà constatare come anche noi adulti su questo punto non siamo messi tanto bene...
Un modo per sostenere e aiutare i nostri figli potrebbe proprio consistere nel restituire loro la competenza di cui sono già dotati: saper comporre il moto grazie al pensiero orientato alla soddisfazione. Si tratta allora di invitarli a darsi delle mete, ad avere un orizzonte pieno di fascino che permetta loro di alzare la testa e mettersi finalmente in cammino. Ma siccome è sempre l’offerta che genera la domanda, sta a noi proporre mete convincenti, ipotesi interessanti da verificare, occasioni di esperienza positiva. Su un punto i ragazzi vedono male: da fuori non arriva l’energia, può solo arrivare un’offerta. Ciò che cercano in una lattina in realtà è già dentro di loro, e si chiama libertà. Libertà di adesione al reale secondo giudizio personale. Forse attende solo di essere sollecitata da un altro.


martedì 29 maggio 2012


STATO ED ETICA - Aborti tra le adolescenti: numeri-choc in Inghilterra, http://www.avvenire.it

Qualcosa non funziona nella strategia adottata dal governo per ridurre il numero delle gravidanze indesiderate tra le minorenni del Regno Unito. I dati che il ministero della Sanità pubblicherà questa settimana, e che sono stati anticipati dal Daily Telegraph, mostrano una realtà agghiacciante, e questo nonostante una campagna martellante che da almeno cinque anni promuove contraccettivi, spiega come averli gratis e indica come ricorrere all’aborto.

Nel 2010 sono state 38.269 le adolescenti che hanno interrotto la gravidanza in Gran Bretagna. Una cifra in sé raccapricciante, ma c’è di più: di queste ben 5.300 sono alla seconda esperienza, 485 ragazze alla terza, 57 l’hanno fatto per la quarta volta, 14 hanno abortito cinque volte, quattro ragazze sei volte, e almeno tre sono arrivate all’incredibile livello di sette aborti.

Si tratta di numeri choccanti che il governo non potrà ignorare, ci dice Rebecca Mallinson della Pro Life Alliance. E anche se il numero degli aborti tra adolescenti è sceso (del 4,5%) nel 2010 rispetto ai 40.067 del 2009, il fatto allarmante è che sono aumentati almeno del cinque per cento, nella stessa fascia d’età, gli aborti multipli.

«C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese – sottolinea Mallinson – quando un numero così alto di teen-agers abortisce anche solo una volta. Il fatto che tante lo abbiano fatto ripetutamente è il segnale che qualcosa non funziona e che bisogna intervenire al più presto. È ovvio che la responsabilità è di noi adulti: non stiamo facendo la cosa giusta per proteggere queste giovani tanto vulnerabili. Sono ragazze che avranno un futuro problematico: oltre alle gravi conseguenze psicologiche di una o più interruzioni di gravidanza, ci sono le implicazioni sulla salute, le malattie trasmesse sessualmente e il rischio dell’infertilità». Il problema, spiega Patrick Rubra, ginecologo, «è che molte di queste ragazze vogliono presto dimenticare quello che hanno fatto e quindi rifiutano ogni supporto psicologico». «È evidente – prosegue – che le tattiche del governo non funzionano. Queste ragazze hanno bisogno di valori, non di consigli pratici su come abortire. È facile dire a una minorenne che c’è una soluzione pratica e sbrigativa ai suoi problemi, ma una soluzione di questo tipo spesso è quella peggiore per il futuro».

L’aborto è una procedura molto seria – ci dice una portavoce del gruppo Life – «ma in Gran Bretagna non c’è mai stato un dibattito sui rischi e sulle conseguenze di questa scelta. Si parla molto di come abortire ma mai di come sia sbagliato e pericoloso avere rapporti sessuali troppo presto. Speriamo che questi dati aiutino il governo a riflettere e a far capire che non ci sono sempre soluzioni facili a tutto».


29 maggio 2012 - Le politiche educative sbagliate e l'«eccezione italiana» Adolescenti dall'aborto facile: ecco il fallimento inglese, Assuntina Morresi, http://www.avvenire.it

Gran Bretagna conferma ancora una volta il suo triste primato di abortività. Il Telegraph ha anticipato alcuni eloquenti dati del Servizio sanitario nazionale: nel 2010 hanno abortito 38.269 teen-agers, di cui circa 5.300 per la seconda volta, ma ci sono cifre ancor più impressionanti – delle quali il quotidiano inglese dà conto – relative agli aborti plurimi nelle ragazze fra i 13 e i 19 anni. Diminuiscono le interruzioni di gravidanza fra le minorenni ma aumentano in generale – il 5% in più rispetto all’anno precedente – le adolescenti che abortiscono più volte. In Italia la situazione è diversa: nel 2009 ad abortire nella stessa fascia di età sono state 9.846 donne, di cui 3.719 minorenni. In termini percentuali siamo ai valori più bassi in Europa. Per gli aborti ripetuti, i dati delle relazioni annuali al Parlamento sull’applicazione della legge 194 non sono divisi per fasce di età ma complessivamente mostrano la percentuale più bassa rispetto alle altre nazioni. Una situazione "migliore", la nostra, che certo però non può consolare e che non lascia affatto tranquilli: rimangono sempre cifre devastanti, che tuttavia vanno lette con attenzione perché le differenze significano pur qualcosa. E vanno comprese.

Innanzitutto i dati inglesi mostrano che la diffusione massiccia dei contraccettivi, anche con l’educazione sessuale nelle prime classi scolastiche, è una politica fallita: chi ripete l’aborto, specie se giovane, vi ricorre come a un contraccettivo, anche quando altri mezzi sono facilmente accessibili. In Italia la diffusione della pillola anticoncezionale è fra le più basse in Europa: intorno al 16%, circa la metà rispetto a quella delle donne inglesi. E anche per la cosiddetta contraccezione di emergenza – la "pillola del giorno dopo", per la quale comunque non si può escludere un effetto antinidatorio – i numeri dicono altro: nel 2008 in Gran Bretagna, dove per l’acquisto la ricetta non serve, ne sono state vendute 1.428.000 confezioni, contro le 381mila italiane, con la vendita subordinata a prescrizione medica. Inoltre, a differenza del Regno Unito, gli aborti in Italia sono in costante diminuzione, e lo erano anche prima dell’avvento della "contraccezione di emergenza". Qual è il motivo, al di fuori della solita propaganda? È la solidità della famiglia a fare la differenza, è questa nostra straordinaria risorsa, ancora vitale anche se indebolita, la più efficace prevenzione dell’aborto: se i legami familiari sono stabili, se c’è il calore degli affetti solidi dei genitori, di quelli su cui sai di poter sempre contare, un figlio inaspettato non diventa un ostacolo da eliminare. Se nei genitori hai visto, giorno dopo giorno, in tutte le circostanze che la vita offre, nella buona e nella cattiva sorte, un amore fedele; se hai vissuto nella tua vita l’esperienza del "per sempre" dei tuoi familiari, allora la desideri anche tu, capisci che è possibile, e difficilmente ti farai convincere che la felicità è negli affetti temporanei e fragili, nei rapporti destinati a rompersi uno dopo l’altro, nella "libertà" intesa come disimpegno. E allora è più probabile che un figlio arrivi quando c’è un rapporto certo e consolidato e – che sia voluto o meno – sarà sempre il benvenuto. Pensare che la prevenzione dell’aborto si riduca alla somministrazione della pillola di turno, oltre che riduttivo, è profondamente sbagliato. Nel nostro Paese convivono un minore ricorso alla contraccezione chimica e all’aborto insieme a una forte denatalità ma anche a una famiglia ancora sostanzialmente salda, contro le considerazioni di tanti "esperti" che si ostinano a non vedere questa eccezionalità tutta italiana, e che invece cercano di avvicinare il nostro Paese all’Europa per le pratiche contraccettive e abortive, e certe concezioni di famiglia. Ma non potrebbe essere l’Europa a "seguire" l’Italia?

giovedì 10 maggio 2012


Mamme a diciassette anni boom dei genitori-ragazzi di Maria Novella De Luca, da La Repubblica, 10 maggio 2012

A sua figlia Joanne ha messo un nome bellissimo: Anika. Joanne ha 18 anni e Anika due, mentre Niko, il padre, di anni ne ha 17. A vederli insieme li diresti adolescenti come tutti gli altri Joanne e Niko, jeans, felpa, cellulare, se non fosse per lo sguardo con cui si guardano e sorridono ad Anika, mentre alle 7 camminano veloci con il passeggino verso il nido.
E lasciata Anika corrono a prendere l´autobus, perché la scuola inizia alle 8.10, ed è meglio non perdere la prima ora. Cinisello Balsamo, Milano. È qui, tra le case popolari della cintura milanese, che inizia la storia, anzi la cronaca di questi due giovanissimi amanti, diventati improvvisamente genitori, e oggi in bilico tra una vita da ragazzi e una vita da adulti. Joanne è un´italiana 2G, seconda generazione, arrivata qui dalle Filippine poco più che bambina, ed è una delle 11mila adolescenti che ogni anno diventano mamme tra i 15 e i 17 anni, con un fenomeno che cresce, entra nelle scuole, negli ospedali. Il 2,1% di tutte le gravidanze in Italia riguarda ragazzine sotto i 18 anni. «Il test l´ho ripetuto due volte, non ci volevo credere – racconta Joanne seduta sul divano del bilocale in cui vive anche con la madre Annalyn e il fratellino di 7 anni – ma Niko ed io abbiamo deciso quasi subito di tenerlo questo bambino. Per settimane però non ho avuto il coraggio di dirlo a mia mamma. Ci ha portato qui con enormi sacrifici, con la speranza che studiassimo. So che ha pianto, tanto. Adesso però, credo, è felice anche lei». Joanne non spiega perché ha scelto di diventare madre. Anika è arrivata e basta. Con l´inconsapevolezza di un gioco. Anche se oggi la vita è tutta un´altra cosa, più dura, difficile, nonostante la risata argentina di Anika.
«Il tempo di studiare ormai c´è soltanto la sera, ma spero di riuscire a prendere il diploma. Mi mancano la solitudine e il silenzio. Finita la scuola andremo via, ottenere la cittadinanza qui è quasi impossibile, forse Singapore, chissà…». Storie di madri-bambine: Joanne, e poi Eyverin che è diventata madre di Ranzel a 15 anni, Giovana, che a 17 anni partorisce Dustin. Angela, di Frattamaggiore, un bambino nato quando aveva soltanto 13 anni e tornata agli studi grazie ad una preside intelligente, Giuseppina Cafasso, che crea una nursery a scuola. Ed è di ieri la storia di B. anche lei 13 anni, che ad Avellino ha dato alla luce Michela, oggi di tre mesi. Gravidanze acerbe di ragazze italiane che si intrecciano con quelle delle “nuove italiane”.
Ed è a loro, baby mamme 2G, che è dedicato il docu-reality “Piccole mamme crescono” di “Babel”, il canale 141 di Sky, otto puntate che andranno in onda dal 13 maggio ogni domenica alle ore 21. Racconta Beatrice Coletti, autrice del programma: «L´idea è ispirata al rapporto di “Save the children” sulle madri adolescenti. Abbiamo scelto Milano perché qui sono più attivi i servizi sociali, e per dimostrare che la scelta di queste adolescenti non è frutto di condizionamenti “ambientali”, ma davvero una scelta individuale. Ragazze che hanno accettato di farsi riprendere nelle loro giornate divise tra la cura dei figli e il tentativo, difficile, di costruirsi un futuro. Per molte di loro, che oggi hanno bimbi di 2 o 3 anni, non è stato facile aprirsi, per pudore, ma anche perché dietro queste gravidanze acerbe ci sono spesso famiglie problematiche».
E se Joanne è saldamente ancorata al suo Niko, in buona parte dei casi i partner-ragazzini mollano e se ne vanno. Eyverin ha soltanto 14 anni quando si innamora di David, a 15 resta incinta, e dopo nove mesi nasce Ranzel, bello e bruno. A differenza di Joanne, Eyverin lascia tutto e si occupa soltanto di Ranzel, lei e il bambino, il bambino e lei…. «Tutti mi consigliavano di abortire, ma non ho voluto, il figlio è mio, lo alleverò io». Oggi Ranzel ha 3 anni e Eyverin fa la “piccola mamma”, cucina, gestisce la casa e si occupa anche dei suoi tre fratelli più piccoli. Con David è finita. Eyverin dice che va bene così, eppure si vede che il cerchio domestico in cui si è chiusa ha qualcosa di soffocante, come di sogni abbandonati in un cassetto. Cristina Riva Crugnola, docente di Psicologia, fa parte del gruppo di lavoro dell´ospedale San Paolo di Milano sulle madri adolescenti. «Cerchiamo di responsabilizzare le madri e creare tra loro e il bambino un vero attaccamento. Queste ragazze infatti spesso cercano la gravidanza per darsi un´identità, sperando di ottenere attraverso il figlio un ruolo che non trovano. Accade invece che di fronte alle esigenze di un neonato vadano in crisi, e molte di loro entrano, purtroppo, in depressione».

venerdì 27 aprile 2012


LA RICERCA - L'ADOLESCENTE HA IL «DIRITTO ALL'IMMATURITÀ», Se la scienza scopre che si diventa adulti soltanto a 24 anni, Lo studio su «The Lancet». I tempi di maturazione del cervello più lunghi di quelli ipotizzati, Fulvio Scaparro, 27 aprile 2012, http://www.corriere.it

Recenti ricerche sugli adolescenti pubblicate inThe Lancet tentano di dare una risposta alla domanda «A che età si diventa adulti?». I ricercatori non si riferiscono alle apparenti certezze della maturità giuridica: un'età per il sesso, una per guidare l'auto, una per bere alcolici, un'altra ancora per votare e così via. Ma la domanda alla quale tentano di rispondere si riferisce alla maturità naturale e la loro risposta non è quella che convenzionalmente indicava nella pubertà l'inizio dell'adolescenza e attorno ai vent'anni l'ingresso nell'età adulta. Secondo i ricercatori il nostro cervello non si sviluppa del tutto fino all'età di ventiquattro anni e solo dopo questa età possiamo ragionevolmente ritenere che si possa entrare nell'età adulta. Prima il cervello degli adolescenti non sarebbe sufficientemente attrezzato per valutare appieno le conseguenze dei comportamenti. Questo spiegherebbe la sottovalutazione dei rischi, degli effetti dell'abuso di alcolici, di droghe ecc... che in molti ritengono «tipicamente adolescenziale».
Non conterei troppo sulla convinzione che l'ingresso nell'età adulta comporti quel tanto di saggezza ed equilibrio che serve a vivere nel mondo senza far troppi danni a noi stessi e al prossimo. Se però le ricerche saranno confermate è senz'altro utile sapere che il cervello degli adolescenti ha tempi di maturazione più lunghi di quelli finora ipotizzati. Si pensi, ad esempio, all'apporto che queste ricerche possono fornire quando si valuta la eventuale discordanza tra l'incapacità legale di agire e la capacità naturale del soggetto minorenne.

Il fatto è che è del tutto discutibile che «adulto» sia sinonimo di «maturo» e «adolescente» sia sinonimo di «immaturo», almeno finché non ci chiediamo «maturo o immaturo per cosa?». Io definisco la maturazione come il processo di acquisizione della capacità di separarsi da esperienze precedenti senza che questo impedisca al soggetto di stabilire nuove relazioni, alla ricerca di nuovi e più soddisfacenti equilibri. La precarietà di ogni equilibrio raggiunto rende continua la ricerca, relative e provvisorie le diverse tappe raggiunte, le diverse maturità, fisiche, affettive, cognitive, morali e sociali. Siamo sempre più o meno maturi per affrontare certe prove e contemporaneamente più o meno immaturi per altre.
Secondo questa definizione, da uno stato fusionale in cui il neonato è ancora soggetto pienamente e sanamente immaturo, nel corso dello sviluppo si afferma con sempre maggiore evidenza la capacità di separarsi e stabilire nuove relazioni. La nostra maturità è messa alla prova ogni giorno.

Il bambino e l'adolescente soffrono se essi stessi o altri confondono il processo, la maturazione, con una o più delle sue tappe, le diverse maturità che vengono via via raggiunte a livelli e in tempi differenti da individuo a individuo. Soffrono se percepiscono, o altri percepiscono, il loro processo di maturazione come privo o carente di caratteristiche essenziali quali il movimento, l'orientamento e la regressione, se in altre parole scambiano, o altri scambiano, un fotogramma con l'intero film della loro vita.

In altri termini, al bambino e all'adolescente va riconosciuto il diritto all'immaturità, totale all'inizio dell'esistenza, ma anche quello al riconoscimento di tempi personali di maturazione che non procede mai senza arresti e regressioni.
Arthur Koestler in Buio a mezzogiorno faceva dire a un suo personaggio, in risposta a chi gli chiedeva a quale età era diventato adulto, che sono le esperienze che ci fanno maturare: «Se vuoi veramente sapere, sono diventato uomo a diciassette anni, quando fui mandato in esilio per la prima volta».

lunedì 23 aprile 2012


Giovani oltre i limiti, Carlo Buttaroni, l'Unità, 23 Aprile 2012

Fra sogni e trasgressioni a caccia d’identità Crescono tra le nuove generazioni i comportamenti a rischio. A spingere verso l’uso di sostanze stupefacenti, la ricerca di sé nel passaggio fra l’adolescenza e la maturità. E una paura del futuro da non sottovalutare

La ricerca, realizzata per l’Unità, è stata condotta dal 2 al 18 aprile 2012 attraverso 1.000 interviste telefoniche (C.A.T.I.) a giovani di età compresa fra i 18 e i 25anni, sull’intero territorio nazionale. Tipo di campione: rappresentativo per quote dell’universo  di riferimento. Estrazione casuale dei numeri dagli elenchi telefonici.

Si affacciano alla vita scoprendone i drammatici conflitti e gli inevitabili negoziati, insieme alla distanza che separa le loro aspirazioni dalla realtà che si gli apre davanti. All’inizio li orienta la volontà di vivere svincolati da qualsiasi condizionamento, la pulsione a emanciparsi dalla condizione pre-adolescenziale; poi il bisogno di scoprirsi entità autonome, pensanti; infine la scoperta che la vita non può essere che un compromesso tra desideri e necessità.
L’altra faccia drammatica della crisi è quella dei giovani che inciampano fra i detriti di sogni troppo precocemente infranti. Avvolti da un’atmosfera rarefatta, senza più alcun punto di riferimento, rassegnati a un deficit di speranza che li porta a vivere un eterno presente dove per usare le parole di Sartre bisogna scegliere tra non essere nulla o fingere quello che si è.
In questo habitat malinconico, in cui l’interlocuzione con il prossimo sembra passare quasi esclusivamente attraverso i social network, i giovani provano a muovere i primi passi, alcune volte troppo timidi per essere efficaci, altre volte sotto forma di salti nel buio alimentati dalla crescente insoddisfazione che li assale. Un’insoddisfazione che diventa timore e ansia da prestazione, che anche quando non rende ragione della loro vita reale, li spinge a cercare nuovi esasperati riferimenti che permettano di esorcizzare la realtà che non comprendono, o che vivono come estranea e distante.
I progetti di vita non appaiono abbastanza forti a restituire significato al senso d’incertezza che avvolge i loro destini. E il modello familiare appare in piena crisi nel momento in cui al suo interno, al posto dell’ascolto e della parola, si alternano distratte attenzioni e vuoti silenzi, occasionalmente compensati dall’ultimo modello di cellulare o dall’automobile lanciata a folle velocità verso il nulla.
Continuamente sollecitati a diventare predatori dell’ambiente che vivono, ma che gli è pericolosamen-
te ostile, i giovani in crisi di futuro tendono a rompere gli argini, a spingersi verso un “oltre” che spesso significa immergersi in dimensioni sconosciute, esplorare nuovi territori che permettano loro di trovare un surrogato d’identità, in un mondo che sembra non riuscire a offrire altre prospettive.
L’atto trasgressivo, forzando e mettendo in discussione norme sociali e collettive, se non anche violandole apertamente, mostra in filigrana un’esistenza precaria e confusa, che spinge i giovani a conoscersi e a riconoscersi attraverso il contrasto, a sperimentare i propri limiti per verificare fino a che punto coincidano con quelli collettivamente accettati. Per poi infrangerli di nuovo, in un continuo superamento dei limiti. Ecco allora che si manifestano la seduzione della droga e comportamenti rituali emulativi come effetti, allo stesso tempo, del conformismo e dell’anticonformismo.
I gesti senza movente riconducono sempre a un’insensatezza di fondo e al fatto che la vita è intesa uguale alla morte. E che le regole primordiali dell’amore e dell’odio non vengono sentite come tali e non spiegano le ragioni del gesto, che dovrebbe invece avere una ragione e un perché.
Un’esistenza così vissuta spinge all’illusione dell’apparire e alla pubblicizzazione dell’intimità, che nettamente differiscono dal «cielo stellato» e dalla «legge morale», connesse alla consapevolezza di andare come diceva Paul Valéry «senza dei verso la divinità». Le trasgressioni estreme che vivono i giovani non sono, come dovrebbero essere, il riaggiustamento della propria socialità percepita come imperfetta. Lo scontro e la conflittualità individuale rappresentano, invece, l’estremo tentativo di riappropriarsi della propria vita, coscienti della propria diversità, e rendere socialmente visibile la trasformazione.
Ogni trasgressione è percepita come una sfida da affrontare, dove l’esito si deposita in un bagaglio di esperienze intorno alle quali l’identità del giovane tende a disporsi.
Il quadro che sembra emergere indica proprio il dischiudersi di due dimensioni: l’una legata al naturale processo evolutivo dall’adolescenza alla maturità, l’altra correlata strettamente al contesto nel quale i giovani sono immersi. Un ambiente sociale surreale, in cui il pensiero e l’azione sembrano elementi sconnessi e scoordinati, anziché la naturale conseguenza l’uno dell’altro. Una dicotomia in cui trovano spazio anche quei comportamenti a rischio che sembrano caratterizzare così fortemente le nuove generazioni. È come se alla base vi fosse un processo che inizia con l’esplorazione della propria identità, ma che si conclude nel momento stesso in cui una delle possibili forme è intravista dall’esterno. E in quel riconoscimento vi è la selezione di un’identità possibile ma provvisoria che esprime tutta questa socialità imperfetta.
Non è più l’individuo lacaniano che si riconosce nello specchio ma è l’individuo che si riconosce solo nello specchio riflesso degli occhi degli altri, dove la positività su ciò che sì, viene vissuta solo in stretta dipendenza con il grado di accettazione da parte degli altri.
Per dirla con Galimberti, i giovani, anche se non sempre ne sono coscienti, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che segnano la loro età, ma perché un ospite inquietante penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti. Un sentimento che sembra gettare i giovani in un’impotenza assoluta di fronte al futuro e alla vita che avanza. Solo il presente ha senso. Un presente da vivere con la massima intensità perché permette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che si perde di vista il senso della vita. Un’angoscia che si traduce nell’incapacità di elaborare un pensiero che consenta di uscire dal suo effetto collaterale più evidente: vivere la vita in uno stato di costante incertezza e precarietà.
Quello dei giovani è un grido forte e sottovalutarlo sarebbe il più tragico degli errori perché il grande rischio della nostra epoca è che le nuove generazioni si ritirino dal futuro, rifugiandosi in una curva del tempo priva di valori assoluti, che può solo proporre da quale luogo partire, ma nessun luogo dove andare.

giovedì 12 aprile 2012


DATI ISTAT/ L’esperto: alcol, ecco perché i più giovani sono a rischio - INT. Mario Pollo, mercoledì 11 aprile 2012, http://www.ilsussidiario.net/

Secondo i dati forniti dal rapporto Istat sull’uso e l’abuso di alcol nel nostro Paese, sono oltre otto milioni gli italiani a rischio, soprattutto giovani e giovanissimi sotto i 15 anni. Le persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol è pari al 66,9% nel 2011, un dato che risulta di circa cinque punti percentuali inferiore a quello registrato dieci anni prima. Sono però in aumento coloro che dichiarano di consumare alcolici al di fuori dei pasti (27,7%), a dimostrazione dell’avvenuto cambiamento del consumo tradizionale di bevande alcoliche: «E’ la conferma della transizione da una cultura cosiddetta “bagnata” di tipo mediterraneo a una cultura “asciutta” di tipo nordeuropeo – ci spiega Mario Pollo, professore di Pedagogia generale e sociale alla Lumsa di Roma –. Stiamo infatti passando da un consumo alimentare dell’alcol a un consumo prevalentemente concentrato nel tempo libero. E’ un dato che trova conferma soprattutto nelle nuove generazioni, che lentamente si stanno spostando verso questo modello».
Il rapporto Istat mostra poi che le fasce di popolazione i cui i comportamenti a rischio sono più frequenti sono gli adolescenti dagli 11 ai 14 anni (14,1% dei maschi e 8,4% delle femmine), i giovani dai 18 ai 24 anni (22,8% dei maschi e l’8,4% delle femmine) e gli anziani over 65 (43% degli uomini e il 10,9% delle donne). «Queste fasce sono comunque molto diverse tra loro – continua a spiegare il professor Pollo –, perché nel caso degli ultra 65enni le quantità di alcolici consumate sono quelle che erano ritenute normali nella cultura italiana tradizionale. Le dosi che popolarmente erano ritenute adeguate sono infatti in molti casi notevolmente più abbondanti di quelle che sono le unità alcoliche considerate a rischio. Per fare un esempio, una persona con più di 65 anni che consuma due bicchieri di vino da 125 ml a pasto, alla fine della giornata ne avrà bevuto mezzo litro, e nella cultura tradizionale una quantità del genere fa parte di un bere moderato. E’ ovvio quindi che ci troviamo di fronte a persone anziane che non conoscono le giuste quantità di alcolici da consumare senza incorrere in rischi per la propria salute».
Nonostante sia in aumento la quota di coloro che consumano alcolici fuori dai pasti, diminuisce rispetto a dieci anni fa il numero di persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol (72% nel 2001, 66,9% nel 2011): «Riguardo questo dato – commenta il professor Pollo – potrebbe aver influito negli ultimi anni una maggiore azione di prevenzione, rivolta in particolare alle fasce giovanili della società. Si potrebbe quindi pensare che le diverse campagne portate avanti negli ultimi anni abbiano prodotto un qualche effetto, tenendo anche conto del fatto che l’educazione alla salute e i rischi dell’uso e l’abuso di sostanze alcoliche sono alcuni dei temi trattati maggiormente». Chiediamo infine al professor Pollo in che modo è possibile allontanare i giovani, che scoprono l’alcol in età sempre più precoce, da un modello rischioso come quello della cultura “asciutta” e farli avvicinare magari non a un astinenza totale, ma a un reale consumo responsabile di alcolici: «Occorre riprendere un’educazione del bere secondo i modelli della nostra cultura, quindi un bere responsabile inserito nell’alimentazione. Sono convinto che se si riuscisse ad educare i giovani non all’astinenza ma a un bere responsabile, facendo loro apprezzare gli abbinamenti con i cibi, la qualità delle bevande e facendo capire quali sono quelle più dannose, allora la situazione potrebbe davvero migliorare».

(Claudio Perlini)     


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giovedì 22 marzo 2012


Prevenzione tra i giovanissimi e diagnosi precoce - Dipendenza sommersa. E non chiamatelo «gioco» di Chino Pezzoli, 22 marzo 2012, http://www.avvenire.it/

Il gioco d’azzardo è davvero una grande emergenza, che genera terribili dipendenze compulsive. Ed è importante e utile che questo giornale continui a pubblicare servizi e a mettere in allerta famiglie e istituzioni. Noi che operiamo nell’area delle dipendenze (droga e alcol), ci siamo accorti da tempo che il gioco d’azzardo riserva ai giocatori gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti e ha le sue vittime sia tra i giovani sia tra gli adulti.

Gli studi condotti in diverse parti del mondo ribadiscono l’accresciuta pericolosità del nuovo gioco d’azzardo. Sono state indicate tre variabili principali, che sembrano aver contribuito all’aumento del gioco tra le fasce adulte e giovanili: la crescente liberalizzazione e maggiore tolleranza nonché l’incoraggiamento verso questa pratica sviluppatasi in questi ultimi anni e percepita come innocua; la ritardata consapevolezza del problema; la scarsa attenzione ai programmi per pervenire a una coscienza collettiva sui problemi legati al gioco. Il fenomeno, inoltre, lo si conosce poco, né gode di prevenzione e di cura riabilitativa.

La fiducia nella fortuna è una caratteristica arcaica dell’uomo. Il gioco d’azzardo è una gara in cui si cerca di vincere non l’avversario, ma il proprio destino. Anche in questi giochi, detti «sociali», in chi gioca c’è l’illusione del "controllo" della situazione e l’aspettativa di un successo personale quasi certo. Inoltre, si stima purtroppo che circa il 6-10% dei frequentatori delle sale siano minorenni. Alcuni psicologi hanno condotto uno studio sugli adolescenti di 13 e 14 anni dediti al gioco d’azzardo, evidenziando alcuni fattori di rischio: l’inesperienza, il desiderio di sconfiggere la noia, il piacere di avere facili ricompense, le gratificazioni economiche immediate.

Conoscere le fragilità dei ragazzi può servire per prevenire eventuali patologie o dipendenze. Se è vero che il gioco parte da aspetti ludico-ricreativi che possono essere altamente piacevoli e addirittura consigliabili, può, in alcune situazioni personali, portare a una condizione di dipendenza patologica. Gli educatori vigilino sempre sul tipo di gioco che i ragazzi intraprendono, sapendo che quelli in cui ci sono di mezzo i soldi sono trappole da evitare, e che spesso sono gli adulti i cattivi maestri. Il gioco d’azzardo patologico rimane ancora oggi nell’immaginario sociale un fenomeno più associato al "vizio" o alla "cattiva volontà" che non alla malattia.

A livello epidemiologico, si stima che l’80% della popolazione abbia giocato almeno una volta nella vita ai giochi cosiddetti "leciti" (slot machine, gratta-e-vinci, lotto, bingo) e che circa il 17-20% abbia un rapporto problematico con il gioco a rischio, tale da trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Il gioco d’azzardo purtroppo è considerato da pochi un’emergenza sociale. È una dipendenza, in parte ancora "sommersa", quindi un fenomeno ancora sottostimato, non riconosciuto come malattia. Credo, inoltre, che un certo numero di genitori sia inconsapevole di quel che accade ai figli. La stessa parola "gioco" li tranquillizza. Dovremmo promuovere azioni d’informazione attraverso i mass-media sui rischi del gioco d’azzardo, informare le famiglie su questa nuova forma di dipendenza, ottenere una diagnosi precoce del problema per poi accedere alla cura.

martedì 6 marzo 2012


Le uniformi a scuola contro la sindrome Lolita -  La senatrice parigina Chantal Jouanno, ex ministro dello Sport e campionessa di judo, ha presentato in Parlamento il suo rapporto intitolato Contro l’iper-sessualizzazione di Stefano Montefiori http://27esimaora.corriere.it

Se nei primi anni Novanta facevano scandalo le sedicenni in piscina di Non è la Rai, il limite di età per l’ammiccamento improprio sembra essere notevolmente sceso: tra gli 8 e i 12 anni, in età un tempo prepuberale, le bambine ora conoscono un’adolescenza precoce fatta di reggiseni a balconcino, trucchi e vestiti da donne o quasi. La sindrome di Lolita (la dodicenne Dolores Haze nel romanzo di Vladimir Nabokov) preoccupa le autorità francesi tanto che la senatrice parigina Chantal Jouanno, ex ministro dello Sport e campionessa di judo, ieri ha presentato in Parlamento il suo rapporto intitolato «Contro l’iper-sessualizzazione, una nuova battaglia per l’uguaglianza», e il ministro della Solidarietà Roselyne Bachelot ha promesso di seguirne le raccomandazioni.

Per «difendere i nostri bambini dalla confusione illustrata dallo stesso termine di pre adolescenza», che toglie anni preziosi a quella che dovrebbe essere «infanzia», il rapporto Jouanno auspica alcune prime misure concrete: divieto dei concorsi di bellezza per «mini-miss», e ritorno all’uniforme scolastica sin dalle elementari. Se l’erotizzazione dell’esistenza comincia presto, bisogna allora anticipare anche la lotta contro i jeans a vita bassa.

Hyper-sexualisation è un termine usato da alcuni anni dalla sessuologa canadese del Québec Jocelyne Robert per indicare la «rappresentazione del bambino come una sorta di adulto sessuale in miniatura». In Sexy Inc, del 2007, la documentarista sempre canadese Sophie Bissonnette ha mostrato efficacemente che cosa si intende per erotizzazione precoce: dalle decine di vestiti, riviste e accessori con connotati seduttivi e sessuali rivolti alle tweens, cioè le bambine sotto i 12 anni, al bombardamento visivo nei videoclip dell’eroina nazionale Nelly Furtado, all’ossessione di certe mamme per i concorsi di bellezza. L’anno scorso il tema è arrivato in Europa per l’intervento del premier britannico David Cameron, che con lo slogan “let the children be children” (lasciate che i bambini siano bambini) ha chiesto di arginare la hyper-sexualization; e in Francia lo scandalo di  Vogue — una bambina-modella fotografata in pose provocanti — è costato il posto alla potente direttrice Carine Roitfeld, regina del porno chic. In questo clima, uno dei concorsi per «mini-miss» che cominciano a diffondersi sempre di più in Francia è stato annullato ad Auch, nei Pirenei, perché nella locandina una bambina era troppo truccata.

Si incrociano tanti temi:

l’adolescenza precoce è provocata da fattori culturali ma anche, secondo ricerche americane, da diete troppo ricche di grassi e di estrogeni; e se sembra giusto difendersi dallo sfruttamento commerciale dello sviluppo puberale, c’è il rischio di cadere nell’eccesso opposto di un nuovo oscurantismo.
È questo il senso di uno dei pochi commenti scettici sul rapporto Jouanno, espresso su Libération dal sociologo Michel Fize:

«Bisogna riconoscere che oggi le ragazzine pure molto giovani affermano una femminilità della quale vanno fiere, mentre il loro punto di vista è totalmente assente nel rapporto. Più che sottomesse, direi poi che padroneggiano completamente l’uguaglianza tra i sessi. Infine, l’erotizzazione diffusa è un problema che tocca tutta la società, è difficile isolarlo e combatterlo solo sotto i 12 anni».
Il dibattito tra chi plaude all’intervento del governo e chi lo considera troppo invadente appare solo all’inizio.

mercoledì 8 febbraio 2012


Adolescenti in Rete - Per 8 genitori su 10 non corrono pericoli, di Alessandra Mangiarotti, Corriere della Sera, 8 febbraio 2012

Antonio Brighenti ha 49 anni e due figli adolescenti: «La raccomandazione che faccio loro più di frequente quando escono di casa? Casco in testa e se fate tardi telefonate». Scusi, e quanto a Internet? «Beh, cosa devo raccomandare? Di non starci troppo, forse».

La strada virtuale fa meno paura di quella reale. Almeno ai genitori italiani. Illusi, analfabeti digitali o solo meno apprensivi rispetto agli altri europei? Otto su dieci (e qualcosa di più, l’82% rispetto a una media comunitaria di circa il 70%) lo hanno dichiarato ai ricercatori del progetto Eu Kids Online (leggete qui la sintesi della ricerca):

«È altamente improbabile che mio figlio possa imbattersi in una situazione spiacevole su Internet».

L’indagine, finanziata dall’Unione europea e coordinata dalla London School of Economics and Political Science, ha fotografato il rapporto con Internet di oltre 25 mila ragazzi (e loro genitori) di 25 Paesi Ue. Abitudini e rischi presentati ieri per il Safer Internet Day: dalla pornografia al bullismo, dal sexting (l’invio di messaggi a sfondo sessuale) agli incontri con persone conosciute online. Sei ragazzi italiani su dieci, tra i 9 e i 16 anni, navigano tutti i giorni in Internet o quasi. Per fare i compiti (85%), giocare (83), guardare video (76) o «parlare» con gli amici (62): il 57% ha un profilo su un social network. E navigare è spesso un’esperienza privata: il 62% (media Ue del 49) lo fa nella propria camera.

Giovanna Mascheroni, referente italiana del progetto Eu Kids Online e ricercatrice dell’Università Cattolica, spiega: «Il 63% dei genitori si autopromuove sostenendo di suggerire ai ragazzi come comportarsi su Internet, parlando di quello che può turbarli (56%) o li ha turbati (26%)». Il 70% ha fiducia nelle capacità di autodifesa dei propri ragazzi anche se il 39% di loro ignora però ogni consiglio. «Ma quello che più ci allontana dal resto d’Europa è proprio la convinzione che su Internet non possa capitare nulla di male. Non solo: molti genitori sovrastimano i rischi legati alla pornografia e ne ignorano altri come il bullismo online (sconosciuto all’81%), giudicato esperienza molto dolorosa dai due terzi dei ragazzi».

Il direttore generale di Save the Children Italia, Valerio Neri, pone l’accento sulla scarsa alfabetizzazione dei genitori e sui numeri degli adescamenti online: «Se solo sapessero… Dalla ricerca Eu Kids Online emerge che il 4% dei nostri ragazzi (9% la media Ue) incontra persone conosciute online. I nostri dati Ipsos parlano di un 14%: anche se solo la verità sta nel mezzo, sono tantissimi. I genitori devono parlare di più ma anche il governo deve inserire nell’agenda digitale percorsi di tutela».

Negli Usa sono stati inseriti filtri antiporno nelle scuole e biblioteche. Nel Regno Unito David Cameron ha proposto un filtraggio preventivo, quando si sottoscrive dell’abbonamento ad Internet. «In Italia sistemi di controllo parentale esistono da anni ma non c’è una grande cultura in questo senso, soprattutto per i social network», afferma Antonio Apruzzese, direttore della polizia postale.

«Anche perché in Italia bisogna fare attenzione a non ridurre l’accesso a Internet — aggiunge Giovanna Mascheroni —: i nostri ragazzi hanno meno competenze rispetto ai coetanei europei: solo i giovani turchi sono meno alfabetizzati». Contro l’«incompetenza» anche dei genitori punta il dito Gianni Nicolì, pedagogista e responsabile scuola e università dell’Age (Associazione italiana genitori): «Vent’anni fa abbiamo iniziato con i primi corsi per genitori e figli, poi abbiamo stretto accordi con le aziende per ottenere dei filtri dinamici per la navigazione differenziata: per conoscere i rischi i genitori devono conoscere Internet».

 Aggiunge lo psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet: «I genitori sono convinti che i loro ragazzi sanno fare meglio di loro sulla Rete ma la loro tranquillità nasce anche dal modello educativo che punta tutto sulla socializzazione precoce: hanno bisogno di credere che i loro figli sanno cavarsela.