Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post

mercoledì 24 aprile 2013


La verità sulle Case Magdalene, altro che Peter Mullan! -  23 aprile, 2013 - http://www.uccronline.it/

Magdalene Sisters

Nel 2002 è uscito nelle sale cinematografiche il film Magdalene, scritto e diretto dal leader marxista Peter Mullan, vincitore del Leone d’oro.

La pellicola intende denunciare i presunti soprusi subiti da ragazze delinquenti o prostitute accolte nelle Case Magdalene nel’800-900, gestite da religiose cattoliche, per essere rieducate secondo i metodi d’uso allora attraverso il lavoro manuale come lavandaie (da qui il nome di Magdalene Laundries). E’ stata l’occasione per l’ennesimo attacco alla Chiesa cattolica, ovviamente organizzato in modo ideologico attraverso lo snaturamento dei fatti, la generalizzazione e le falsità.

D’obbligo, per il regista marxista Mullan, la sua premura a definirsi “cattolico” per evitare qualsiasi ombra di sospetto, ma a cui nessuno ha ovviamente creduto. La sua inattendibilità è emersa chiaramente quando ha affermato: «sentivo il bisogno di pormi domande sulla natura dell’oppressione di una Chiesa che non differisce troppo dai talebani, che istiga alla crudeltà anziché alla compassione, trascinando la società in una spirale di follia collettiva. Mi aspetto polemiche in Irlanda perché la ferita è ancora troppo aperta e in Italia perché c’è il Papa. Ma la Chiesa, se vuol sopravvivere, deve riconoscere le sue colpe».

Mullan parla di fantomatiche “colpe della Chiesa”, ma -come ha spiegato il laico Brendan O’Neill su The Telegraph- il McAleese Report avviato per analizzare i fatti, non ha individuato neanche un caso di abuso sessuale da parte delle suore, ma soltanto alcuni casi circoscritti di punizioni corporali, sulla linea della prassi nelle scuole anglosassoni degli anni ’60-’80.

Ad affrontare tutta la questione ci ha pensato Francesco Agnoli nel libro “Chiesa e pedofilia. Colpe vere e presunte” (Cantagalli 2011). Abbiamo riportato la sua chiarificatrice analisi storica in un dossier UCCR specifico:


Alzi la mano chi non ha letto che violenza e pedofilia erano “endemici” nelle istituzioni religiose d’Irlanda tra gli anni Trenta e Novanta del Novecento. Chi non ha visto il film Magdalene, subito premiato, naturalmente, al festival di Venezia, e non si è sentito civilissimo, bravissimo, illuminatissimo, nello stigmatizzare le malvagità di preti e suore.

Chi non ha sentito spiegare che per forza, quelli là fanno professione di castità, vivono contro natura, e poi fanno sesso coi ragazzini, o li picchiano per sfogare le loro frustrazioni. Santa indignazione, unita alla consapevolezza di una superiorità morale! Unita ad una certa goduria in moltissimi Catoni odierni che fiondano giudizi definitivi, categorici, conclusivi. Non tanto sui peccati, come sarebbe anche giusto, ma sui peccatori. Non sui peccatori, come singoli, come esempi della fallibilità umana e della nostra miseria, bisognosa sempre di perdono e di salvezza, ma come emblemi e simboli di una categoria, quella sì, tutta intera, condannabile e colpevole:  quella dei sacerdoti, dei religiosi, dei seguaci di Cristo, in generale.



INDICE
1. Cos’erano le Case Magdalene irlandesi?
2. Come nascono le Case Magdalene irlandesi?
3. Il rapporto Ryan (2009) e le accuse
4. Le punizioni corporali e la loro diffusione
5. Ideologia anticattolica, generalizzazioni e calunnie



1. COS’ERANO LE CASE MAGDALENE IRLANDESI?

La realtà sfugge alle semplificazioni ideologiche, alle strumentalizzazioni, alle generalizzazioni, ai “razzismi” ed alle indignazioni a senso unico, in cui l’obiettivo è deciso a priori, per odio ideologico. Anzitutto, per giudicare con un po’ di conoscenza, non sull’onda dell’emotività scatenata da denunce, amplificazioni giornalistiche o da film come Magdalene, ma con un minimo di volontà di inquadrare i fatti nella storia, occorre ricordare, con Vittorio Messori, che le industrial schools, i riformatori e i Magdalen’ s Institutes, irlandesi, “prima ancora che case religiose, erano «Riformatorî giudiziari», «Case di correzione minorile», in diretto collegamento con il ministero della Giustizia e la magistratura della Repubblica d’Irlanda. La gestione, affidata a congregazioni religiose (avviene tuttora anche in Italia, dove le suore sono ancora presenti nelle carceri femminili e in molti altri, civilissimi, Paesi del mondo), era sottoposta al controllo degli ispettori dello Stato, che esigeva dalle suore rigorosa sorveglianza e disciplina sulle ospiti e teneva le monache responsabili in caso di fuga o rivolta” (Corriere, 14/9/2002).

Case di correzione, soprattutto minorile: nei riformatori finivano i giovani condannati per reati penali; nelle Industrial School, le workhouse irlandesi, i figli rifiutati, abbandonati, orfani, non criminali ma potenzialmente tali; nelle Magdalene ragazze povere, respinte dalle stesse famiglie, prostitute o a rischio di cadere nella prostituzione…persone insomma, assai problematiche. Come alternativa alla strada, alla delinquenza, alla disperazione, alla galera, dunque.




2. COME NASCONO LE CASE MAGDALENE IRLANDESI?

Come erano nate queste case con un fine simile tra loro, sebbene diverse? Le case di correzione, divenute presto case di lavoro (workhouses), nascono nell’Europa del XVI secolo, dopo la Riforma, nel mondo protestante e calvinista. Il medioevo aveva guardato alla povertà con profondo rispetto, insistendo sulla povertà di Cristo stesso. Tale elogio della povertà era anche degenerato, talora, in pauperismo. In seguito alla Riforma, alla diffusione della mentalità calvinista, che lega predestinazione e ricchezza, salvezza eterna e successo materiale, la povertà diviene invece sempre di più una maledizione, una colpa, un reato contro l’ordine pubblico. Che le città, gli stati puniscono duramente. Anche Lutero, l’ideologo dei principi tedeschi nella lotta contro i contadini, nella prefazione al Liber vagatorum, rappresenta i vagabondi come alleati, familiari del diavolo.

Poveri, delinquenti, vagabondi, orfani ecc., divengono oggetto di repressione anche per l’affermarsi della mentalità borghese e capitalista. Da questo momento in poi, hanno scritto E. Gallo e V. Ruggiero, ne “Il carcere in Europa” (Bertani, 1983), “gli stracci del diseredato non simboleggiano più le piaghe di Cristo, ma il marchio dell’accidia”. E’ l’Inghilterra anglicana e secolarizzata ad aprire le danze: i beni della Chiesa vengono sequestrati, migliaia di poveri che vivevano grazie ad essi rimangono senza sussidi ed aiuti, perché la Corona incamera tutto ciò che può e rivende a ricchi e mercanti. Così Enrico VIII emette l’editto contro il vagabondaggio, col quale vengono impiccati 75.000 vagabondi. Dopo Enrico le cose, se possibile, peggiorano: per i mendicanti sono previsti la gogna, la fustigazione, il marchio di ferro rovente, il taglio degli orecchi; con Edoardo VI la riduzione in schiavitù, con Elisabetta la morte.

E’ proprio Elisabetta I, la feroce nemica dei cattolici, a istituire nel 1576 le “Houses of correction”, imitata a breve da altri paesi protestanti, in Germania, in Svizzera, in Olanda. Nelle case, che hanno una funzione di rieducazione attraverso il lavoro, sono previste sanzioni rigide, corporali, fustigazioni, bastonate sulla schiena. Del resto si tratta di luoghi che assomigliano un po’ a case di recupero, un po’ a prigioni: una sorta di via di mezzo, insomma, in cui è prevista la durezza delle prigione, ma anche, talora, il tentativo di redimere in qualche modo gli internati. Sono gli anni in cui in Inghilterra i reati contro la proprietà crescono ogni giorno, insieme alle pene. La classe dirigente borghese e nobiliare, lanciata sempre più verso la privatizzazione delle terre, con relativo sfratto dei piccoli contadini, e l’industrializzazione, piega il mondo alla sua visione. I bambini orfani, poveri, finiscono spesso sfruttati sin dai quattro anni di età: lavorano duramente, ore e ore al giorno. Solo nel 1834 per la prima volta il Parlamento inglese vieta il lavoro ai bambini sotto i 9 anni, ma senza grossi risultati. Questa è l’atmosfera del tempo nel paese della rivoluzione industriale. Nelle workhouses la commistione tra poveri, delinquenti, vagabondi e bambini, espone quest’ultimi al rischio di abusi di ogni tipo, anche sessuali.

Si annuncia piano piano l’Ottocento, il secolo nero delle donne e dei bambini, triturati nelle miniere, nelle fabbriche, nella workhouses. “Persino i vecchi e gli ammalati”, scrive il Trevelayn, nella sua “Storia d’Inghilterra”, quando non avevano tetto, finivano nelle workhouses, “trattati con la stessa durezza che se vi fossero entrati per loro colpa”. Di queste istituzioni parla con toni durissimi Karl Marx; vi fa riferimento Dickens, nel suo “Oliver Twist”, storia di un bambino orfano maltrattato e sfruttato in una di queste strutture; anche John Ruskin nel suo “La lampada della memoria”, ci dà notizie non lusinghiere su questi luoghi. Non pochi storici parlano di una vera e propria mentalità schiavista, a danno delle classi meno abbienti, e dei diseredati, difesa e sostenuta dal potere e da molti intellettuali. Del resto tutto va calato nei tempi, e se l’Ottocento ha visto di tutto, in nome del progresso e dell’arricchimento, il Novecento vedrà altri luoghi di correzione “attraverso il lavoro”, ben peggiori: il lager, i gulag, i laogai…

Dall’Inghilterra anglicana e secolarizzata, si diceva, le workhouse si diffondono anche altrove. Soprattutto nei paesi protestanti e nordici: Germania, Svizzera, Scandinavia…In Olanda nel 1596 viene inaugurata ad Amsterdam la Rasp-huis, casa di lavoro per la dilagante corruzione giovanile. Qui mendicanti, giovani malfattori, ladri e vagabondi vengono sottomessi al lavoro forzato: in condizioni dure, certamente, ma con la possibilità di sopravvivere, e come pena intermedia tra la semplice multa o la pena di morte. La rigidità del calvinismo, e della mentalità borghese olandese, non permette certo uno sguardo molto attento e positivo, sui poveri e gli emarginati. Diversa è la condizione in Italia, dove la mentalità cattolica fa sì che i luoghi di rieducazione siano meno improntati al lavoro forzato, alla produttività, e di più alla rieducazione vera e propria. Sorgono dovunque ordini religiosi dediti alla creazione di scuole ed ospedali. Non sono neppure paragonabili le workhouses anglosassoni o olandesi, alle istituzioni italiane, di solito proprio perché dietro queste ultime vi è, prima del profitto o della necessità di tutelare l’ordine sociale, la carità cristiana. Le vicende di Don Pavoni, di Don Bosco, di santa Maddalena di Canossa, della Contessa di Barolo, di santa Tersa Verzeri, tutti fondatori di scuole, e di luoghi per l’assistenza di poveri, orfani, piccoli lavoratori, ci dicono proprio che di fronte alla emergenza povertà e delinquenza, propria dell’Ottocento, il cattolicesimo rende più miti le pene e non vede nel lavoro coatto il principale strumento di redenzione per i corrigendi, né, nella loro produttività, il rimedio alla loro inutilità. Il desiderio di cercare il loro ravvedimento è superiore alla volontà di renderli produttivi. Lo si sa, e spesso gli accusatori del cattolicesimo, elogiano il rigido calvinismo nordico, deprecando l’improduttivo assistenzialismo cattolico. Del resto non sarà l’inglese, ateo, darwiniano, vittoriano, Francis Galton, il cugino di Darwin, a proporre la sterilizzazione dei poveri, perché non vi siano più poveri, e quella dei delinquenti, degli alcolizzati, dei miseri, perché non vi siano più delinquenti? Avesse diretto una workhouse, sarebbe stato molto tenero…




3. IL RAPPORTO RYAN (2009) E LE ACCUSE

Se torniamo all’Irlanda cattolica, le case di correzione ottocentesche vi nascono sul modello inglese e scozzese. Non dimentichiamo che l’Irlanda giace sotto la Corona inglese; che vive un periodo drammatico, di povertà spaventosa, di carestia e quindi, anche, di forte delinquenza e devianza, che durerà a lungo. “I quartieri poveri di Dublino”, scrive Engels, “sono dal canto loro quanto di più orrendo e ripugnante possa vedersi al mondo”. Povertà, prostituzione, sfruttamento minorile, sono normali, qui come in Inghilterra, o ancora di più. E’ in questo contesto che occorre collocare i riformatori, le industrial School e le Case di Maddalena irlandesi: in una società pericolosa, difficile, dura. In queste case, di solito dello Stato, lavora personale religioso, cattolico o protestante: quello giudicato più adatto, anzitutto dal popolo, a fare il possibile per rendere le case non vere e proprie prigioni, ma qualcosa di diverso. Ma proprio la natura di questi luoghi e la natura degli ospiti, ci può far capire quanto possa essere stato difficile viverci, non solo per i reclusi, ma anche per le suore e i religiosi, chiamati a fare i secondini. Ve ne furono di indegni? Di impreparati? Ve ne furono di quelli/e che abusarono, che vennero meno alla carità cristiana, che si macchiarono di colpe orrende? Senza dubbio, purtroppo. Come in tutte le prigioni, come in tutti gli Educandati laici, statali, come in tutti i riformatori del mondo e di ogni tempo. Anzi, io credo di meno.

Il rapporto Ryan del 2009, molto duro nei confronti della Chiesa, non dimentica di accennare, sebbene brevemente, anche alla “filantropia religiosa”, alle opere nate da “volontary contributions and, often, volontary labour”. Lo stesso rapporto denuncia, su 25.000 allievi di collegi, riformatori e orfanatrofi nel periodo che esamina, “253 accuse di abusi sessuali da parte di ragazzi e 128 da parte di ragazze, non tutte attribuite a sacerdoti, religiosi o religiose, di diversa natura e gravità, raramente riferite a bambini prepuberi” (“Preti pedofili, un panico morale“ di Massimo Introvigne). Gli abusi sessuali, denuncia il rapporto, erano endemici “nelle istituzioni per ragazzi”, sebbene sia impossibile determinare l’estensione del fenomeno e distinguere tra “toccamenti” e violenze: si trattò cioè di rapporti omosessuali, tra impiegati, inservienti, talora sacerdoti, talora laici, e ragazzi. Per lo più furono casi di efebofilia omosessuale (cioè di rapporti tra adulti e adolescenti), che papa Benedetto XVI ha condannato con estrema forza e durezza in quanto azioni abominevoli.

Ha scritto il papa, rivolgendosi alle vittime, nella sua “Lettera ai cattolici dell’Irlanda”: “Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi hanno sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che hanno subito abusi nei convitti devono aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire…”. E ai carnefici: “Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa”.

Nelle scuole per donne, invece, gli abusi erano rari, non solo, ma avvenivano per lo più ad opera di “impiegati o visitatori o quando le ragazze erano in posti esterni” agli istituti. Aggiunge il rapporto che l’abuso sessuale sulle ragazze da parte di laici fu generalmente preso sul serio dalle suore e il personale laico fu dimissionato, quando venne scoperto colpevole. Inoltre “le ragazze che subirono abuso riportarono che ciò accadeva soprattutto quando venivano mandate da famiglie ospiti per il weekend, per lavoro o per ferie” (rapporto Ryan, Conclusions, 6.18, 6.19, 6.28). E sebbene aggiunga che spesso le suore non credevano alla storie raccontate dalle ragazze, si deduce quello che doveva essere intuibile: che nell’Irlanda ridotta alla fame e abbruttita dalla miseria di allora, le violenze fisiche sulle donne erano più facili fuori, che dentro le strutture protette!






4. LE PUNIZIONI CORPORALI E LA LORO DIFFUSIONE

Quello su cui si sofferma di più il rapporto Ryan, in verità, è il ricorso a punizioni corporali, a volte dure e violente. Valutiamo l’accusa, non per sminuirla, ma per comprenderla: che ex internati in case-carceri denuncino di non essersi trovati poi benissimo, lo possiamo immaginare. Una donna italiana, allevata in un educandato statale italiano, recentemente affermava di aver vissuto “come in prigione”, e di aver visto brutture e drammi terribili, come il suicidio di un’amica, che “aveva molti problemi in famiglia e non riusciva a parlarne” (La Voce della Campania, ottobre 2002). Forse, di fronte a tali denunce dovremmo anzitutto chiederci: quanto esse sono “inevitabili”? Inoltre sono tutte “vere”? Quanto considerano che la durezza del luogo in cui si trovavano non doveva essere tanto peggiore, anzi!, da quello che avrebbero vissuto fuori, sulla strada, tra prostituzione, miseria e criminalità? Quanto le accuse tengono conto della difficoltà del compito affidato agli educatori stessi, costretti a fare in qualche modo i secondini per tutta la vita? Quanto vengono, talvolta, enfatizzate? Tanto più se come è successo in Irlanda, dietro la denuncia di abusi e violenze subite, vi era la possibilità offerta dal governo nel 2002 di ottenere dei risarcimenti in denaro. Tanto più se chiedere questi risarcimenti poteva giovare a chi non viveva certamente condizioni agiate.

Ricordava alcuni anni fa Andrea Galli: “Lo Stato (Irlandese), che deve ancora finire di pagare tutti, si calcola che alla fine avrà di gran lunga superato il miliardo di euro negli esborsi. Immancabili gli “inciuci” del sistema. Pochi giorni fa è nata una polemica quando si è saputo che il Redress Board ha versato 83,5 milioni di euro agli studi legali che avevano assistito i denuncianti, alcuni dei quali messisi dal 2002 in cerca di ex alunni delle industrial schools finiti anche in Nuova Zelanda, Canada o Stati Uniti, per far conoscere loro l’interessante proposta statale” (Avvenire, 12/8/2007). In secondo luogo, anche riconoscendo l’esistenza di abusi e violenze, odiosi e deprecabili, si può fingere che la cosa riguardi solo i luoghi gestiti da religiosi cattolici, come si sta facendo? E gli stessi istituti retti da protestanti? E la sorveglianza dello Stato? Cosa avrebbe garantito, lo Stato irlandese di allora, per orfani, diseredati, prostitute, minori condannati ecc., senza l’aiuto di volontari religiosi? Si può, ancora, fingere che tutte le suore e tutti i religiosi siano stati approfittatori, sadici e delinquenti, come avviene per esempio nel film Magdalene?

Quanto alle punizioni corporali anche qui sarebbe opportuno, distinguere, cercare di capire, non fare di tutta l’erba un fascio. Immaginare ad esempio quale logorio rappresenti fare ogni giorno il guardiano, il secondino, magari con tutto l’amore possibile, tentativamente, ma anche con tutta la miseria che ci portiamo addosso? Non sarebbe difficile capirlo, se solo si volesse. Se non vi fosse nella nostra cultura quell’odioso pregiudizio illuminista che ci porta a guardare sempre tutto con aria di sopracciò, e di superiorità. Ricordo quando insegnavo in una scuola professionale e avevamo di questi ragazzi, figli della prostituzione, talora senza genitori o con altri drammi alle spalle: vivevano in case laiche, gestite da laici, con soldi statali ed impiegati statali. Un giorno una di queste ragazze, a 14 o 15 anni, estrasse una lametta e tagliò tutto il braccio di una professoressa. Non era una ragazza facile: chi la accudiva tutti i giorni, talora avrà perso la pazienza, ne sono certo. Talora avrà urlato, o alzato le mani.. Senza essere un mostro. Non era un mostro neppure Vincenzo Muccioli, che ha dato la sua vita per salvare migliaia di drogati dal degrado più nero. Eppure quanti hanno voluto dipingere san Patrignano, per motivi ideologici, come un lager, come una prigione, perché talora, in una simile realtà, successero violenze e soprusi!

Ma, soprattutto, inquadriamo questi fatti, l’uso cioè di pene dure, corporali, di punizioni severe, nel loro contesto storico. Lo stesso Mullan, autore del film Magdalene, ha esplicitamente affermato che i metodi utilizzati in Irlanda erano gli stessi della Gran Bretagna. Non solo nelle Workhouses, ma anche nei collegi bene, delle élite inglesi. Non era così anche da noi, sino a 50 anni fa? Le pene corporali, le punizioni severe, le bacchettate sulle mani, erano considerate normali non dico nei riformatori, ma nelle scuole normali. E se allarghiamo lo sguardo possiamo pensare a quello che succedeva nei nostri manicomi statali, non al Cottolengo gestito dalle suore,  prima che la legge Basaglia non eliminasse, ma privatizzasse i drammi: violenze, botte, abusi, reclusioni… Anche qui, però: non di tutti, anzi, forse di una minoranza. Possiamo, ancora, pensare ai lager per bambini orfani dell’est europeo, gestiti dallo Stato laico, comunista ed ateo: imparagonabili, per brutalità, con qualsiasi altra struttura per bambini della storia! Si pensi solo che le recenti indagini sulla Germania comunista dell’Est hanno rivelato che negli Istituti statali per ragazzi “dissidenti” tra il 1964 ed il 1989, costoro venivano umiliati, picchiati, spogliati in pubblico e non di rado abusati dai loro guardiani! Si parla di 4000 minori su cui vennero compiute nefandezze a sfondo sessuale e non solo (vedi “Bambini ombra dietro i muri” di Torgau, Rinck Verlag, Rostock, 2009; www.heidemarie-puls.de, Il Foglio, 14/7/2010). Nessuno però ci ha fatto mai un film, e sulla stampa di sinistra non è comparso neppure un articolo, o quasi, quando queste verità, proprio di questi tempi, sono venute alla luce!

Possiamo pensare, per fare un altro esempio, ai “figli dello stato”, come li chiama Michael D’Antonio nel suo “La rivolta dei figli dello stato” (Fandango), in cui si racconta come in un centinaio di istituti americani nel Novecento (sino al 1974)  migliaia e migliaia di bambini, spesso normali, abbiano subito violenze, abusi sessuali, “lavori forzati”, elettroshock, sterilizzazioni chirurgiche, sperimentazione di farmaci, promosse dall’ateissimo movimento eugenetico e dallo scientismo galtoniano che consideravano alla stregua di oggetti di ricerca. Possiamo rammentare, ancora, un caso attuale, di cui nessuno parla: le laicissime e “liberissime” scuole Odenwald, il liceo delle élite tedesche sessantottine, in cui, come ha dichiarato l’attuale preside, si sono consumati, in anni recentissimi, “violenze dei professori sugli allievi e degli allievi più grandi sui più piccoli. Stupri di gruppo consumati con la complicità dei supervisori. Maestri che provvedono a distribuire alcol e droga. Studenti costretti a prostituirsi nel fine settimana per soddisfare qualche visitatore amico degli insegnati…” (Tempi, 5 maggio 2010).

Come ha spiegato il laico Brendan O’Neill su The Telegraph- il McAleese Report avviato per analizzare i fatti, non ha individuato neanche un caso di abuso sessuale da parte delle suore, ma soltanto alcuni casi circoscritti di punizioni corporali, sulla linea della prassi nelle scuole anglosassoni degli anni ’60-’80.






5. IDEOLOGIA ANTICATTOLICA, GENERALIZZAZIONE E CALUNNIE

Quando si insiste sull’Irlanda cattolica, sulle sue suore e i suoi sacerdoti, per screditarne in toto la storia, dunque, non è la sacrosanta condanna dei colpevoli, che disturba. Dicessero anche che preti e suore che hanno abusato, meritano pene terribili, non ci sarebbe certo da obiettare. Lo ha detto chiaramente Benedetto XVI. Quello che disturba è l’ipocrisia, il tentativo di generalizzare, il voler fingere che esista un’umanità senza peccato che può additare come reproba un’altra parte dell’umanità, colpevole, per colpa originaria ed indelebile, di seguire Cristo, talora con grandezza, talora tradendone  e smarrendone l’insegnamento. Fermiamoci un attimo e pensiamo: perché erano le suore, per secoli, in Irlanda, a prestarsi a stare lì, negli istituti di pena, per secoli, e non per denaro! Erano sempre e inequivocabilmente mostri sadici e crudeli le suore, come il film di Mullan cerca di farci vedere, mostrando solo malvagità e perversioni? Mostrandoci, lui scozzese e marxista, un universo irlandese e cattolico di trucida violenza, ha fatto opera storica, documentaria, o ha semplicemente affermato il suo pregiudizio? Si può credere alla obiettività di uno che dichiara che la “Chiesa…non differisce troppo dai talebani, istiga alla crudeltà anziché alla compassione, trascinando la società in una spirale di follia collettiva”? (Corriere 31/8/2002). No, certamente. Mullan, il suo film, i suoi numerosi e ardenti discepoli, servono solo a nutrire odi e pregiudizi, più duri da spezzare delle pietre. Simili a quelli che portarono i primi cristiani ad essere sbranati dalle belve, accusati di adorare un asino o di mangiare carne umana; non lontani da quelli che portano oggi i cristiani ad essere uccisi ogni giorno in Cina, India, Asia… (vedi Renè Guitton, Cristianofobia, Lindau, 2010). L’universo fittizio creato da Mullan e da tanti altri personaggi, alimenta la falsificazione e l’inganno.

Penso, quanto all’inganno, al libro di Kathy O’ Brien  che narra di terribili violenze che lei avrebbe subito nelle Magdalen Laundries: un bestseller da 350.000 mila copie, spacciato come vero, ma smentito prima dalle suore (“La O’Brien non è mai stata da noi”), poi, con sdegno, dalla stessa famiglia dell’autrice ed infine anche da un giornalista, Herman Kelly di The Mail on Sunday, che ha dedicato un intero libro, “La vera storia di Kathy”, per smontare l’operazione mediatica ed economica della scrittrice. Penso a sacerdoti innocenti, come padre Kinsella o padre Brendan Lawless, vittima di una donna che era pronta ad accusarlo pubblicamente di violenza, se egli non le avesse dato del denaro; penso ai numerosi casi di religiosi ingiustamente accusati per estorsione per denaro, cui Joe Duffy, conduttore di RTE radio 1, ha dedicato una trasmissione di oltre un’ora alcuni anni fa; penso al caso di Paul Anderson, “condannato a quattro anni di carcere per avere accusato Padre X, un sacerdote dell’arcidiocesi di Dublino rimasto anonimo, di aver abusato sessualmente di lui 25 anni fa, durante la preparazione alla prima comunione. Il giudice Patricia Ryan ha spiegato nella lettura della sentenza come Anderson, personaggio segnato da tossicodipendenza, tendenze suicide e debiti personali, avesse costruito racconti infamanti contro Padre X per un fine molto semplice: estorcere quattrini alla Chiesa” (Avvenire, 2/8/2007); penso ancora, al clamoroso caso di suor Nora Wall. Quest’ultima è un’anziana ex suora della congregazione delle Sisters of Mercy, condannata all’ergastolo per lo stupro di una minorenne, nel 1997: la sua colpevolezza era stata affermata in seguito a ricordi emersi confusamente nel corso di una psicoterapia della presunta vittima! Nora è stata poi assolta due anni dopo, una volta constatata la sua assoluta innocenza. Per due anni ella fu per gli irlandesi la suora pedofila, la religiosa che procurava bambini ai sacerdoti pedofili, il mostro dell’Irlanda, il “diavolo Wall”, sbattuta in tv e sui giornali con assidua frequenza. Alla sua assoluzione i giornali parlarono di “the state’s most extraordinary miscarriages of justice”.

Penso, infine, agli otto vescovi irlandesi, su ventisei che ve ne sono in quel paese, accusati ingiustamente di pedofilia, come ricorda Rory Connor (www.irishsalem.com) e alla battaglia di Florence Horsman Hogan, una infermiera protestante, cresciuta in una specie di Magdalene Laundry delle Sisters of Mercy, che ha creato una associazione, “Let our voice emerge”, con cui vuole ricordare anche il bene fatto da tante suore a ragazze molto problematiche, come era lei: anche perché, ha dichiarato, le vere vittime, le cui terribili ferite non possono che generare profonda compassione, non siano confuse con gli approfittatori, i furbi, con coloro che cercano solo fama o risarcimenti economici, o che sono pronti a cavalcare gli scandali per motivi di pura avversione ideologica.

Francesco Agnoli
Da “Chiesa e pedofilia. Colpe vere e presunte. Nemici interni ed esterni alla Barca di Pietro” (Cantagalli 2011)


venerdì 14 settembre 2012


In Italia il film “October Baby”, la donna quasi abortita per rispetto ai diritti della donna - Il DVD sarà distribuito da CLC Italia - 13 settembre, 2012 – http://www.uccronline.it

Anche in Italia verrà distribuito dal 18 settembre 2012 il film che narra la storia di Gianna Jessen, sopravvisuta all’aborto salino, la donna più odiata dal movimento abortista e femminista.

Hanno cercato di sopprimerla per rispettare il presunto diritto della donna di decidere quale essere umano debba vivere o morire, ma l’aborto non è andato come previsto. Oggi Gianna è una bellissima donna, nonostante le difficoltà fisiche che si porta dietro a causa del tentato aborto subito.

Gira il mondo testimoniando la sua storia, chiedendo alle donne di riflettere meglio su ciò che viene loro spacciato come diritto e agli uomini di essere tali, cioè di non aver paura di amare le loro mogli e il frutto di questo amore.

Il DVD verrà distribuito in Italia da CLC Italia, il film sarà in inglese ma con sottotitoli in italiano.

FILM BLASFEMO/ Krzysztol Zanussi: ecco la differenza fra l'offesa a Dio e agli uomini - INT. Krzysztof Zanussi, venerdì 14 settembre 2012, http://www.ilsussidiario.net


Il film che ha scatenato la reazione di alcuni islamici, fino al massacro dell’ambasciatore americano in Libia e di tre suoi dipendenti, è un film definito blasfemo. Ossia urta e offende una religione e quanto di più sacro quella religione ha, nel caso specifico il profeta Maometto. Se tutti sono concordi nel ritenere spropositata la reazione islamica che ha provocato quattro morti, è interessante capire se un film, un’opera d’arte può essere definita o no blasfema. Nel caso specifico il film del regista israelo-americano (finanziato da quel pastore statunitense che in passato si era distinto per aver dato alle fiamme copie del Corano) non è esattamente un’opera d’arte, piuttosto uno strumento di propaganda a basso prezzo. Ilsussidiario.net ha rivolto questa domanda al regista polacco Krystof Zanussi che da sempre nei suoi film mette in primo piano l’aspetto religioso: «La blasfemia è l’offesa a Dio, non a una persona. Anche per gli islamici l’offesa al profeta Maometto non dovrebbe essere paragonata a quella a Dio, mentre per i cristiani la differenza è del tutto evidente e accettata». Nonostante questo, aggiunge il regista, «oggi siamo molto più preoccupati di offendere i sentimenti delle persone che di offendere Dio, e il risultato è la ricerca di una pubblicità attraverso l’offesa dei sentimenti dei credenti, cosa molto squallida e vergognosa».

Prendendo spunto dall’episodio che ha visto la morte dell’ambasciatore americano, secondo lei quando un film può essere definito blasfemo?
Il concetto di blasfemia esiste da secoli, ma riguarda l’offesa a Dio, non a una persona. Una offesa a Dio e la paura dell’uomo di essere punito per aver commesso questo atto blasfemo. Il recente episodio delle Pussy Riot è esplicativo di questo: quelle ragazze russe si sono comportate in un modo del tutto blasfemo, perché hanno offeso Dio con la loro preghiera punk.

Sono in pochi, almeno qui in Occidente, a ritenere blasfemo quanto fatto dalle Pussy Riot...
Questo perché oggi la sensibilità comune è molto più preoccupata delle persone e dei loro sentimenti che non di Dio. C’è oggi senza dubbio la voglia di distruggere qualcosa che è considerato sacro. E lo si fa per attirare interesse pubblico; è una cosa molto triste offendere i sentimenti dei credenti per ottenere della pubblicità.

Torniamo all’episodio specifico del filmato che ha fatto infuriare gli islamici...
Quello che ho detto a proposito della blasfemia non ha niente a che vedere con la reazione che ha portato all’uccisione dell’ambasciatore, una reazione del tutto sproporzionata e ingiustificata. Mi permetto però di dire che anche la pena a due anni di galera per le ragazze russe è sproporzionata.

Islam a parte, è abbastanza comune nei film degli ultimi anni trovare elementi anticristiani.
Ma è una cosa molto diversa dalla blasfemia. È una voglia di offendere e annullare il sacro, di ridicolizzarlo. Questo dovrebbe valere anche per i musulmani, l’offesa del profeta non è offesa di Dio. Per i cristiani la differenza è evidente. In ogni caso, sì, è presente oggi una voglia evidente di offendere i credenti.

I film occidentali che si propongono come film religiosi, hanno poi spesso chiari elementi di anticlericalismo molto scontato e, se così si può dire, anche banale.
Anche l’anticlericalismo non è una offesa a Dio, non lo vedo come un peccato. Il discorso in questi casi da fare è semplice: se la critica portata ai preti è fatta in modo onesto, è accettabile; non lo è se questa critica viene fatta in modo disonesto. Non è accettabile cioè generalizzare, dire che tutti i sacerdoti così come tutti i ferrovieri sono cattivi: qualsiasi generalizzazione è stupida.

Parlando sempre di film a contenuto religioso, ad esempio il film “The Passion” ha sollevato critiche anche dure da parte di molti cristiani. Lei che opinione ne ha?
Si tratta di un discorso artistico che tocca temi come la violenza, l’arte barocca, le torture nelle opere di Bernini, un discorso dove il dibattito è tutt’oggi aperto. Però non c’è alcun dubbio che l’opera di Gibson fosse un’opera presa e ispirata in modo onesto dal Vangelo. Poi può coincidere con il mio gusto o no, ma non offende nessuno. È stato senz’altro un film problematico per certi cristiani ma legittimo per la sensibilità cristiana.

Nei suoi film è sempre presente l’elemento religioso; pensando alle sue opere più recenti, “Il sole nero” è la storia di una coppia in crisi, ma con profondi riferimenti spirituali. È così?
Sono molto contento se lei lo ha percepito così, perché era la mia intenzione. È un film con un messaggio religioso ma non diretto, non in modo convenzionale. Ha a tema la ricerca della giustizia e la battaglia fra la giustizia e il male, un tema che conosciamo da sempre.

Ci può citare altri film che hanno questa sensibilità religiosa simile alla sua?
Sicuramente il lavoro di Ermanno Olmi ha questa dimensione. Tutta l’opera di Pasolini aveva lo stesso carattere e così tanti altri. Tra gli ultimi film, sicuramente “Uomini di Dio”, la storia dei monaci francesi uccisi in Algeria, aveva questa dimensione, sono tutti film ispirati dallo spirito religioso.

Ci sono stati invece film occidentali che possono essere definiti blasfemi?
Nell’opera di Buñuel c’era qualche elemento che poteva sfiorare la blasfemia, ma non si è mai arrivati a quel livello.


(Paolo Vites)


© Riproduzione riservata.

giovedì 13 settembre 2012


MONSIEUR LAZHAR/ Un "abbraccio" tra maestro e alunno capace di battere il dolore - Redazione Maria Luisa Bellucci, giovedì 13 settembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net/

Esiste un universo di dolore con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Un mondo in cui non ci sono rumori se non quello assordante del silenzio. Del vuoto che rimbomba. In cui ci si trova a danzare una coreografia casuale nel tentativo di dare colore a quello spazio bianco. Philippe Falardeau dipinge Monsieur Lazhar, un film molto delicato, come una poesia che nasconde sotto un velo di immagini un senso inaspettato, profondo, pungente. Catartico, alla fine. Per Bachir Lazhar (Fellag), che si trasferisce in Canada dall'Algeria e ora deve fare i conti con la morte della moglie, bersaglio di un attentato. Per tutti i bambini che in un giorno di scuola qualsiasi vengono sfiorati da un dramma troppo grande per la loro innocenza. Il suicidio, in classe, della loro maestra.
È molto bravo il regista a raccogliere temi spinosi dentro una storia semplice nei fatti - ma non per questo priva di drammaticità -, nell'ambientazione e nei volti. Forse è merito dell'ordinarietà dello spazio che delimita le vicende. Quello della scuola. Luogo di vita quotidiana e che appartiene alla memoria di chiunque. Falardeau mette, insomma, a proprio agio lo spettatore, dichiarando che il territorio su cui si avventurerà nell'ora mezza del film non è insidioso. Spiazza la platea, invece, e ne conquista il cuore con un crescendo di situazioni ed emozioni di fronte alle quali, presentate senza preavviso, si resta senza parole.
Ferita dell'abbandono (qui nella forma irreversibile della morte), liberazione dal senso di colpa, integrazione razziale. Sono questi i temi che si dipanano all’interno della piccola scuola canadese. Che diventa luogo di incontro e condivisione. Di amicizia e amore. Perché è qui che si conoscono l'anima ferita di Bachir Lazhar e quelle dei bambini della sua classe. Insieme non solo condividono lo spazio, il tempo e il sapere, ma soprattutto il dolore della separazione. Violenta. Si, perché violenti sono stati gli addii di Martine, la maestra che Bachir sostituisce, e della moglie dell’algerino.
Forse è questa la parola chiave del film. Violenza. Nel suo senso positivo, se è vero che ce n'è uno. Intesa, cioè, come potenza espressiva. Che lascia senza spiegazioni all’interno di un vuoto acuto, gomitolo di sensi di colpa nati nel silenzio di quello spazio. Il senso di colpa di essersene andato. Di essere sopravvissuto. Del non esserci stato o, più semplicemente, del sentirsi la causa di quanto è successo.
E’ violenta anche in questo la storia. Non solo nell'aver corrotto i muri bianchi dell'infanzia, ma anche nell'aver fatto vivere in un bambino il senso di colpa per un gesto più grande di chiunque. In questo, nell'assoluzione che Bachir riconosce a Simon (Emilien Neron), la classe diventa anche luogo di amicizia e amore. Di scambio. Di integrazione. Bachir sostituisce i genitori in chi non li ha, è educatore nel dettare principi ferrei, “antichi”, di buon senso e rigidi nei quali si porta appresso da un luogo lontano nello spazio e nel tempo il sapore della vita che fu sua. Deve imparare. Anche. Aggiornare la sua personale lista di regole grammaticali. E così accade che Falardeau costruisce un film in cui non solo è in grado di far parlare il cuore, ma pone la questione dell'integrazione razziale al centro del testo. In modo sottile e intelligente.
Se Bachir assume le fattezze di un angelo salvatore verso Simon, nel suo caso è la piccola Alice (Sophie Nelisse) a interpretare questo ruolo. Mettendo la propria curiosità al servizio della mente colta dell'algerino e scardinando il muro - anche fisico - che la scuola impone tra maestro e alunno. Ogni lacrima trova senso in un abbraccio liberatorio. Conciliatore. Che cancella con un colpo di spugna il dolore di un domani che ci separa da chi amiamo e ogni colpa passata e presente.


© Riproduzione riservata.

giovedì 6 settembre 2012

Ma l'etica del dubbio non spiega il caso Englaro



«LA BELLA ADDORMENTATA» - Bellocchio al Lido: Eluana c’è, ma non c’è - 6 settembre 2012, http://www.avvenire.it/

Il dibattito è antico di secoli: l’opera d’arte deve solo essere bella o anche veritiera? È lecito inventare, e fino a che punto? La questione diventa fondamentale se il film si chiama Bella addormentata e, a oltre tre anni dalla morte di Eluana Englaro, dipana varie vicende (di fantasia) tutte nei sei giorni che precedono la sua eutanasia alla casa di cura La Quiete di Udine.

E il film di Bellocchio, per certi versi bello anche se lento, a tratti ricco di pathos e certamente ben recitato, non è mai veritiero, anzi, crea ad arte una grande confusione. Eluana non c’è – ci aveva predetto il regista – e infatti non c’è proprio, non nel senso che resta sullo sfondo, ma che ogni riferimento alla sua vicenda (quelli espliciti come le allusioni) induce il pubblico a credere in ciò che non è stato. Un senso lo avrebbe avuto, questo film tardivo e giunto dopo altre opere teatrali sul tema Eluana, se avesse voluto una volta per tutte far chiarezza e dire ciò che (quasi) nessuno ha mai raccontato, ma l’occasione è andata perduta e Bellocchio ricade nei soliti cliché.


Qualche esempio. Tra le storie ambientate nei giorni dell’agonia di Eluana c’è quella di un’altra giovane in stato vegetativo, figlia di un’attrice famosa che ne attende fanaticamente il risveglio. Non c’è nulla di ciò che realmente accade nelle migliaia di case in cui davvero si vive con un figlio in tali condizioni, nessuna traccia della fatica quotidiana e del coraggio, della speranza e della fede, nemmeno della povertà e delle battaglie per la vita, Bellocchio non deve aver mai superato una di quelle soglie: la ragazza, irrealisticamente bella e inanimata come una bambola di porcellana, vegeta ingioiellata in una casa bomboniera, tenuta in vita da una madre crudele ed egoista incapace di «lasciarla libera», occupata a strillare isterici rosari correndo avanti e indietro per i corridoi con tre suore ridotte a macchietta. Naturalmente il respiratore ansima e cadenza i silenzi, la giovane è attaccata "alla spina", la sua vita cioè non è autonoma. A differenza di quella di Eluana.


C’è poi il senatore del Pdl, figura altamente morale, dilaniato tra il "dovere" di votare in Aula secondo la volontà dell’allora premier Berlusconi o seguire la propria coscienza. Un toccante flash back rivela che in passato lui stesso aiutò sua moglie a morire. Una moglie già malata terminale, attaccata alle macchine, lucida, che chiedeva la sospensione di terapie ormai inutili. Nulla a che vedere con la disabile Eluana, eppure è proprio il senatore a definire analoghe la sua storia e quella di Beppino Englaro, «la cui grandezza è stata in questa Italia cinica e depressa di aver voluto agire nel rispetto della legge, nonostante le tante amorevoli sollecitazioni a risolvere la cosa in famiglia».

Un’occasione persa, dicevamo: dove, se non in un film verità, si possono raccontare luci e ombre insieme, con onestà imparziale, ponendo il problema - reale - del fine vita ma dicendo che un disabile non è un malato terminale, che non ha spine da staccare e quindi se non lo uccidi non muore? Che sulla carta Eluana è entrata a La Quiete di Udine «per un recupero funzionale» (sarebbe omicidio ricoverare una persona al fine di farla morire) «e la promozione sociale dell’assistita»?

Ancora: c’è poi la storia di Maria, figlia del senatore e attivista "pro life". In contrasto col genitore, parte per Udine e va a pregare sotto le finestre dietro le quali Eluana sta morendo (a proposito, nella versione di Bellocchio quando ciò accade le campane di Udine si sciolgono a festa...), ma lì tra un Padre Nostro e un’Ave Maria si innamora di Roberto, attivista laico sul fronte opposto, abbandona La Quiete, le amiche e le preghiere e corre in albergo con lui. Il primo piano insiste sul crocifisso che porta al collo, ma che si butta dietro le spalle mentre si spoglia.

Chi poi a Udine in quei giorni del 2009 c’era davvero ricorda bene la sobrietà dei credenti, che nel film appaiono invasati. Forse sono loro a fare irruzione in una stanza d’ospedale surreale dove decine di degenti giacciono ammassati, mandando all’aria lenzuola, frugando nei letti e urlando «non c’è»: cercano Eluana? Feroci e irreali anche molti medici, come quello che organizza scommesse su quanto durerà la sua agonia o il collega che parlando di una paziente «tossica» ne auspica con disprezzo la veloce dipartita.
Ed è proprio la drogata ad aprire e a chiudere con circolarità suggestiva, tagliente e ostile il film cui dà il titolo, perché la "bella addormentata" che si sveglierà è lei.

All’inizio la incontriamo in chiesa mentre ruba gli spiccioli dalle offerte e i fedeli in preghiera la scacciano senza pietà. Alla fine è in ospedale, dove rinuncia al suicidio grazie a un medico capace di amarla. Cattivi i credenti, buono il dottore. Lo stesso che poco prima l’aveva "salvata" anche da un incolpevole prete passato a benedirla e offrirle la sua vicinanza.


Brutta addormentata - Bellocchio sbaglia sceneggiatura e attori nel suo film ideologico su Eluana. Si salva solo una scena di di Mariarosa Mancuso, 6 settembre 2012 - http://www.ilfoglio.it/

"Il film di denuncia ha fatto il suo tempo”, dichiara Marco Bellocchio, aggiungendo la raccapricciante annotazione che “il genere ha fatto grande il cinema italiano”. Ora che il cinema italiano è un po’ più piccolo, prosperano i film ideologici e da dibattito come “Bella addormentata”. Non ci fossero le polemiche, o i litigi tra quelli che son pro e quelli che son contro a prescindere, il manufatto si potrebbe pacificamente archiviare tra i titoli poco riusciti del regista che debuttò con “I pugni in tasca” nel 1965. Meglio ancora se la provincia e la regione non avessero avuto da ridire sulle scelte della Film Commission del Friuli. Ci saremmo risparmiati un lancio pubblicitario pari soltanto a quello (gratuito e ossessionante) che ha accompagnato il film di Marco Tullio Giordana sulla bomba di Piazza Fontana e il film di Daniele Vicari sulla scuola Diaz di Genova.

Capita a tutti di sbagliare una sceneggiatura, inzeppandola di scene madri che vorrebbero essere problematiche, e invece al più offrono frasi da mettere tra virgolette nei titoli dei giornali. Capita di moltiplicare i personaggi, su uno sfondo realistico come gli ultimi giorni di Eluana Englaro, nel tentativo di dimostrare che il film a tesi non è tale: “C’è perfino un risveglio, come potete dire che sono schierato, ho messo il raggio di speranza”. Sicuro, Maya Sansa si risveglia nel suo lettuccio d’ospedale, dopo che ha cercato di tagliarsi le vene. Si trascina verso la finestra e vorrebbe suicidarsi, salvata dal dottore amorevole che ha avuto un presentimento. Il raggio di speranza l’abbiamo visto, anche perché da un’ora e mezza stavamo a domandarci che cosa ci facesse Maya Sansa scarmigliata e nichilista accanto a Isabelle Huppert (ex attrice francese ora votata alle cure di una figlia in coma), a Alba Rohrwacher, che prega per Eluana quando non si fa distrarre da un ragazzo carino del campo avverso (galeotto fu un fazzolettino), e a Toni Servillo, deputato in crisi di coscienza. Pedine nel grande gioco della vita e della morte, appena sagomate come i pezzi degli scacchi, prive di quasivoglia dettaglio atto a suscitare compassione nello spettatore.

Un film riuscito, stante la delicata materia, dovrebbe indurci a spiare con un po’ di curiosità le vite e magari le ragioni degli altri. Una sola scena, e un solo personaggio, hanno le qualità che il cinema dovrebbe avere. Roberto Herlitzka, “psichiatra che dà le medicine” – lo abbiamo inteso come una stilettata a Massimo Fagioli, per anni guru del regista – cura i parlamentari in crisi di rappresentanza (propria, non rispetto a chi li ha votati, uguali all’onorevole Slucca inventato da Carlo Fruttero in “Visibilità zero”). Immersi fino al collo in un bagno turco rischiarato da candele, guardano la tv e meditano sulle qualità antidepressive dei talk show. Chi viene invitato spesso tiene lontane le paturnie e le crisi di identità. La sequenza è bellissima, i drappeggi degli teli sono caravaggeschi, il dialogo per un attimo risplende, lontano dai gattamortismi – di femmine e di maschi – che affliggono il resto del film. Pare di vedere Tony Curtis e Laurence Olivier nella scena censurata di “Spartacus”: chiacchierano di ostriche e lumache, con un sottotesto che l’ha fatta diventare di culto nella comunità gay.  Gli attori fan quello che possono. Isabelle Huppert si addormenta e sogna le mani insanguinate di Lady Macbeth. Il figlio, in procinto di entrare all’Accademia d’arte drammatica, prepara per l’esame “Donna de paradiso” di Jacopone da Todi. Ha studiato tanto, ma non riesce a non storpiare il “Crucifige! Crucifige!” in un devastante “Crucifigge!”.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

mercoledì 18 aprile 2012


IL CASO/ Vi racconto la storia di Gianna, sopravvissuta all'aborto, e quell'amore per la vita, Redazione, mercoledì 18 aprile 2012, http://www.ilsussidiario.net

«Avevamo sentito parlare Gianna ed eravamo stati presi dalla sua storia. Non avevamo mai pensato che potessero esserci dei sopravissuti all’aborto. Ci è apparso necessario affrontare l’argomento da un punto di vista umano e non politico. Abbiamo deciso che sarebbe stato un contesto potente per questa storia d’amore». A parlare a IlSussidiario.net è Andrew Erwin, che insieme al fratello Jon ha diretto il film uscito recentemente nelle sale cinematografiche “October Baby”, che nel primo weekend ha già fatto registrare una notevole risposta di pubblico. La pellicola racconta la storia di Hannah, ragazza diciannovenne che, dopo aver scoperto di essere stata adottata, parte alla ricerca di quella donna che, in un lontano giorno di ottobre, ha cercato di mettere fine alla gravidanza. I due registi hanno anche fatto sapere che devolveranno il dieci per cento dei profitti alla loro “charity” Every Life Is Beautiful a favore dell’adozione e dei centri di aiuto alla vita.
Erwin, è vero che è stato difficile trovare a Hollywood un distributore per il film, forse perché parlava dell’aborto?
È stato in effetti molto difficile, perché si aveva paura del tema. Ma quando abbiamo incominciato a proiettare October Baby la risposta è stata sorprendente e abbiamo capito di avere in mano qualcosa di veramente speciale. Ringraziamo Dio perché Provident e Samuel Goldwyn Films si sono presi questo rischio. 
Come siete riusciti a trovare alla fine un distributore?
Abbiamo iniziato con un test limitato a 14 sale. L’eccezionale risposta del pubblico ci ha dato notorietà.
Siete sorpresi del successo che il film sta avendo?
Sono molto contento che October Baby abbia trovato il suo pubblico. È gratificante sedere in un cinema e vedere come il pubblico risponde e si coinvolge nella storia. È straordinaria l’attenzione che suscita questo piccolo film con un grande cuore.
Ci sono state critiche al film da parte della stampa o dal mondo della politica?
 La risposta è stata grande, ne parlano tutti e con commenti decisi da entrambe le parti. Ma è questo il punto con ogni buon film, dar vita a discussioni. A me fa piacere sentire chiunque ne parli.
Le è piaciuto il film Juno? In un certo senso, anche questo è un film contro l’aborto.
 Juno è stato fatto e diretto in modo eccellente. Una storia stratificata in modo sorprendente e penso che sia una descrizione molto bella e realistica di una scelta difficile per una giovane ragazza. Ha mostrato le emozioni di quel percorso e il valore della vita umana. Questo è il cuore anche dietro October Baby. La potenza della storia è in quel percorso.
Voi siete cristiani?

Siamo protestanti, ma abbiamo un profondo apprezzamento per come la Chiesa cattolica ha difeso così a lungo la causa della vita. Sono orgoglioso che October Baby ci unisca in Qualcosa in cui entrambi crediamo così profondamente.
Parliamo di Rachel Hendrix: pensate che sia stata la scelta giusta per questa parte? Ed è stato facile lavorare con lei? Come ha reagito di fronte al soggetto?
Questo era il primo lungometraggio di Rachel. L’abbiamo scoperta diversi anni fa ed è la sola persona che io potessi immaginare nel ruolo di Hanna. Sono orgoglioso della sua memorabile prestazione in October Baby!
Quale pensa sia il principale obiettivo di questo film e perché sta commuovendo così tante persone?
Lo scopo principale di October Baby è di raccontare una bella storia che impegna emotivamente il pubblico e lo intrattiene. È sorprendente vedere come è proprio questo che accade ed è qualcosa che uno deve sperimentare personalmente.
Ci può parlare di Every Life is Beautiful?
Volevamo restituire qualcosa, così abbiamo deciso di versare il 10% dei profitti che produrrà il film in questo fondo Every Life is Beautiful (Ogni vita è bella) a favore di varie organizzazioni che aiutano gli orfani, le adozioni e le gravidanze difficili. È per noi emozionante poter aiutare in un modo concreto.


© Riproduzione riservata.

venerdì 13 aprile 2012


Così “October Baby”, la vera storia di una ragazzina sopravvissuta a un aborto, sta conquistando i botteghini americani di Valentina Fizzotti, 13 aprile 2012, http://www.ilfoglio.it/

La notizia è che nel primo weekend di uscita nelle sale si è piazzato all’ottavo posto nella classifica dei più visti d’America e ha incassato il triplo di quanto è costato. Solo che “October Baby” non è una saga fantasy ma la storia di una ragazza che scopre di essere stata adottata e parte alla ricerca della donna che, in un giorno di ottobre, ha tentato di abortirla. Hannah ha 19 anni, è battista e molto bella, una sera perde i sensi mentre sta recitando e un dottore le spiega che tutti i suoi disturbi, dall’asma agli attacchi, sono colpa di una nascita difficile. Poi lei tornerà al centro di aiuto alla vita (si chiamano “pregnancy crisis centers”) in cui tutto è iniziato e si metterà in viaggio, riuscendo a trovare una signora che ha i capelli lucidi proprio come i suoi.

I due registi, i fratelli Jon e Andrew Erwin, devolveranno il dieci per cento dei profitti alla loro charity Every Life Is Beautiful a favore dell’adozione e dei centri di aiuto alla vita. Al pubblico il loro film è piaciuto, ma la critica lo ha fatto a pezzi: è fazioso, dicono, buono giusto per evangelici e cattolici (nel film c’è persino un prete cattolico che invoca scandalosamente il perdono per la mamma) e poi a vederlo ci sono andate le armate cristiane chiamate dai conservatori (“con un sacco di viral marketing su Facebook”). Certo di aborto ultimamente in America si discute parecchio, dalle proposte di legge dei singoli stati che prevedono un periodo di riflessione obbligatorio e un’ecografia prima dell’intervento, alle polemiche continue sulla riforma sanitaria di Obama e sulle posizioni dei candidati presidenziali. E certo di solito i film pro life (espressamente o perché così bollati) hanno vita dura e superano a fatica il limite del circuito parrocchiale. Andò diversamente a “Juno”, il film del 2007 su una adolescente che tiene il suo bambino: iniziò uscendo in sette sale fra New York e Los Angeles e finì portando a casa 231 milioni di dollari e un Oscar per la sceneggiatrice, Diablo Cody. Fu tanto visto che il Time parlò di “the Juno effect” quando a Glouchester diciassette ragazzine decisero di rimanere incinte tutte assieme (le stesse a cui, con ambientazione francese, si è ispirato il film “17 ragazze” di Delphine Coulin).

“Tu sei il nostro miracolo”, dice a Hannah la sua madre adottiva mentre le racconta di aver saputo della sua nascita complicata nel centro in cui faceva la volontaria dopo aver perso due gemelli. Ed effettivamente sopravvivere a un aborto tardivo (che quando il bambino è già grande, anche di sette o otto mesi, è una procedura alquanto cruenta) è un miracolo, a leggere i dati scientifici. Secondo il sito liberal Salon, i fatti narrati “hanno le stesse probabilità di verificarsi dell’essere colpiti da un fulmine e azzannati contemporaneamente da uno squalo, con un biglietto vincente della lotteria nel costume”. I registi rispondono che è tutto vero e i pro life che delle statistiche se ne fregano perché preferiscono le storie. Come quella di una sopravvissuta famosa, Gianna Jessen, che ha ispirato questo film e anche la firma del presidente George Bush, nel 2003, sul Born Alive Infant Protection Act (Obama, all’epoca parlamentare, decise di opporvisi perché “ci sono già leggi che proteggono i bambini nati vivi”). Nata disabile per i danni cerebrali subiti durante il tentativo di interruzione di gravidanza, avvenuto quando era nella pancia di sua madre da trenta settimane, nel 1996 raccontò la sua storia al Congresso e adesso canta la colonna sonora del film.


© - FOGLIO QUOTIDIANO

lunedì 26 marzo 2012


17 ragazze, l’aborto e noi - Ancora una volta è il cinema a sfidare il cupo tabù del nostro tempo24 marzo 2012 - http://www.ilfoglio.it/

Ieri la commissione Censura ha rimosso il divieto ai minori di 14 anni che era stato imposto a “17 ragazze”, il film francese delle sorelle Muriel e Delphine Coulin che racconta con freschezza la storia (vera) di un gruppo di amiche che decidono di rimanere incinte, tutte e tutte assieme, supremo gesto di sfida e buonumore contro le regole sociali e le ubbìe di un mondo adulto noiosamente, programmaticamente sterile (ne ha parlato Annalena Benini due settimane fa). La censura, al solito occhiuta e strabica, si era incagliata sul problema di un diseducativo spinello. Ma a turbare davvero la critica (si è già visto) e probabilmente il pubblico benpensante non saranno gli spinelli, bensì il tema in sé, la gravidanza; anzi 17 gravidanze gioiose e consapevoli, per quanto fuori età – Obama le riterrebbe “incidenti” in pancia a ragazzine troppo giovani. Di fronte a un’opinione pubblica opaca, sempre più spesso è il cinema a trovare il tono giusto e diretto per parlare della vita nascente, e dell’incomodo che può suscitare, e dunque del suo risvolto cupo che si chiama aborto. Lo ha colto, con una bella intuizione, il quoditiano Liberal aprendo il caso culturale giovedì. “17 ragazze” è un film antiabortista nei fatti, anche se preferiranno dire che è “trasgressivo”. Quattro anni fa, mentre facevamo la nostra solitaria battaglia antiabortista, un bel film americano, una sceneggiatura magnifica di Diablo Cody, “Juno”, raccontò di una ragazza che mandava all’aria il conformismo abortista dei suoi genitori e della clinica femminista che avevano già scelto per lei, rivendicando “the choice” di tenersi il suo bambino: fu accolto con il sussiego di chi cercava di minimizzare.

Poco prima, nel 2007, “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni” del romeno Cristian Mungiu, che raccontava con realismo e asprezza una storia di aborto, aveva vinto la Palma d’oro a Cannes, nell’imbarazzo dei commenti ufficiali che tentarono di circoscrivere il caso. In realtà il film parla della Romania di Ceausescu, si disse contro lo splendore del vero di quelle immagini, che di ben altro parlavano. E’ significativo che sia proprio il cinema a sfidare questi tabù e a riproporre con una forza espressiva incontenibile, e attraverso scelte di artisti culturalmente diversissimi tra loro, un tema di coscienza fondamentale e che invece la cultura e la politica ufficiali cercano disperatamente di tenere lontano dalle coscienze.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

mercoledì 21 marzo 2012


"Cristiada", cercasi ancora distributore di Marco Respinti, 21-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it/

Per certi versi, la questione assomiglia a un giallo. Il protagonista è Cristiada, il film sull’epopea dei cristeros.

Vessata e perseguitata dal governo massonico e anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles (1877-1945), tra 1926 e 1929 la popolazione cattolica del Messico insorse in armi al grido di «¡Viva Cristo Rey! » (da cui il nome dei combattenti), e con il beneplacito della Santa Sede, dando vita a una nuova Vandea contemporanea. Ebbene, ne è stato fatto un film. Ma, pronto da mesi, già predisposto per il lancio mondiale con tanto di trailer (emozionante) e sito ufficiale, Cristiada non si vede. Almeno fino a ieri.

Ieri, infatti, martedì 20 marzo, questo film scomparso perché ancora manca chi s’incarichi della sua distribuzione nelle sale cinematografiche è finalmente sbarcato al centro del mondo. A Roma, anzi praticamente in Vaticano, proiettato non in anteprima ma in esclusiva mondiale all’istituto Patristico Augustinianum, che sta a due passi - letteralmente - dal colonnato del Bernini. Posti rigorosamente riservati, prenotazione obbligatoria, di tutto si è occupato il servizio d’informazione cattolica H2O. Per molti aspetti, l’operazione assomiglia a un SOS.

«Siamo qui per promuovere la pellicola, sperando di riuscire presto a distribuirla ovunque come accade per qualsiasi altro film, bello o brutto che sia…». A La Bussola Quotidiana lo dice il Pablo José Barroso, il produttore di Cristiada venuto dal Messico apposta per accompagnare in Italia questa sua perla. «Perché si faccia tanta fatica a trovare un distributore resta un vero mistero…».
Azzardiamo: forse che il suo essere così apertamente filocattolico nel denunciare il brutale anticristianesimo che sta al centro della vicenda risulti troppo imbarazzante? Barroso manteine l’aplomb e smorza la nostra malizia (forse). «Non lo so, francamente non lo so», risponde. «Ci siamo rivolti a tutte le major del settore, seguendo le prassi di rito, non tralasciando alcunché convinti che l’ottima qualità tecnica della pellicola, la sua storia avvincente e il richiamo esercitato da un pool di attori di grande fama potesse essere d’aiuto; e invece, per mesi e mesi, niente, solo ostacoli... Nessuno dei distributori grandi e piccoli che abbiamo interpellato è di per sé mai entrato nei dettagli contenutistici del film... ». Però?... «Però ci siamo costantemente sentiti rispondere che Cristiada è difficile da piazzare sul mercato, è di nicchia, rischia di essere un flop al botteghino… ». Una pellicola realizzata come un kolossal di Hollywood - benché di produzione messicana -, diretta dal Premio Oscar per gli effetti speciali di cult come Le due Torri, del 2002, e Il ritorno del re, del 2003 (ovvero il secondo e il terzo episodio della trilogia cinematografica tolkieniana diretta da Peter Jackson) e interpretato da Andy Garcia [nella foto], Eva Longoria, Peter O’Toole ed Eduardo Verástegui? Difficile da credere.

«Comunque», prosegue asciutto Barroso, «non ci siamo arresi, e alla fine qualche risultato importante lo abbiamo ottenuto. La prima mondiale a Roma prelude all’uscita del film - se null’altro accadrà nel frattempo - in Messico, curata dalla 20th Century Fox. Accadrà il 20 aprile. Se andrà bene, Cristiada verrà poi distribuito in tutta l’America ispanofona. Forte di questa novità, la mia casa di produzione, la Dos Corazones Productions di Città del Messico, lancerà la pellicola negli Stati Uniti il 1° giugno. Ancora totalmente scoperta resta invece l’Europa…». Già, l’Europa… «A dire il vero, la Disney sta forse fiutando l’occasione, abbiamo ricevuto qualche segnale, ma tutto è ancora prematuro. Stiamo persino pensando d’iscrivere il film al Festival di Cannes, per cercare di smuovere le acque. Ecco, lo scriva. Abbiamo bisogno di tutti gli aiuti. Vogliamo offrire al pubblico una storia che è avvincente come un western dei tempi d’oro e al contempo profondamente vera, davvero accaduta, basata su fatti realmente accaduti. E tragici…».

Barroso concepisce il cinema come uno strumento di testimonianza e di apostolato. All’inizio del dicembre scorso è entrato nelle sale cinematografiche statunitense con una pellicola animata in 3D, The Greatest Miracle (El gran milagro) diretto da Bruce M. Morris (che ha all’attivo veri e propri capolavori del cinme di animazione): storia di un gruppo di cattolici che vengono guidati dagli angeli alla comprensione piena del santo sacrificio della Messa… E sta in buona compagnia, visto che il regista di Cristiada, Wright, ha recentemente rivelato all’agenzia cattolica latinoamericana di stampa ACI Prensa di accarezzare un sogno: spera che il film sui cristeros possa contribuire alla promozione della libertà religiosa nel mondo. La proiezione all’Augustinianum è stata voluta ieri perché tra pochi giorni Papa Benedetto XVI volerà in Messico. E subito dopo a Cuba, l’isola che l’attore-"cristero" Andy Garcia si porta nel cuore (vi è nato, con il nome di Andrés Arturo García Menéndez, nel 1956 ) e il cui regime comunista notoriamente detesta. L’entertainment  al servizio della verità. Per parte propria, Barroso assicura che non sarà l’ultima volta per la sua Dos Corazones Productions.

venerdì 2 marzo 2012


Avvenire.it, 1 marzo 2012 , I MAESTRI DEL CINEMA - Taviani: nel nostro film il riscatto dei detenuti di Giacomo Vallati

«Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione» Questo commento lo fa un attore diverso da tutti gli altri. S’è inchinato agli applausi, è sceso dal palco, s’è tolto il costume di scena. Ed è rientrato in cella. È uno dei trenta detenuti della sezione Alta Sicurezza del carcere romano di Rebibbia. Assieme a loro ha interpretato il Giulio Cesare di Shakespeare, ed è stato ripreso all’interno del film Cesare deve morire.

Così il suo commento  – autentico, pronunciato dopo una giornata di riprese, e poi divenuto il finale del film – riassume  tutto il senso della pellicola che ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino. «L’arte apre la mente e l’anima. Rende in qualche modo "liberi" – spiega Paolo Taviani (80 anni) – E questo, per trenta uomini condannati a decine d’ anni di galera, se non al "fine pena mai", ha un significato speciale».

Il significato di Cesare deve morire: la «liberazione interiore» – a metà tra documento e fiction – di trenta, autentici carcerati. Trasformati in attori. «Molti di loro non sanno né leggere né scrivere – considera Fabio Cavalli (che nel film, e nella realtà, è stato il regista dello spettacolo, poi ripreso dai Taviani) – E quando scoprono i poeti hanno uno shock. Capiscono di essere dei potenziali artisti; rimpiangono quanto hanno perduto. Ma soprattutto pensano: forse non è ancora finita. Forse abbiamo ancora una chance».

La singolare storia della costruzione di Cesare deve morire (da domani nelle sale) rispecchia la sua affascinante anomalia. «Un giorno una cara amica c’invitò a vedere uno spettacolo nel carcere di Rebibbia – racconta Vittorio Taviani (82 anni) – All’inizio eravamo diffidenti. "Sarà anche buono – pensavamo – ma pur sempre filodrammatico". I detenuti lessero l’Inferno di Dante, "traducendolo" nel loro parlare dialettale. E confrontandolo col proprio inferno personale. Uno di loro disse: "Queste parole voi potete capirle fino a un certo punto. Noi invece le sentiamo tutte, perché le abbiamo vissute". Rimanemmo fulminati».

Così emoziona, e commuove insieme, la rigorosa pellicola in un severo bianco e nero – e solo a tratti in vividi colori – che segue passo passo la creazione dello spettacolo: provini, letture a tavolino, prove in piedi, rappresentazione. E serale, inesorabile rientro in cella. «Lavorare con attori che sono stati anche ladri o assassini, significa evocare esperienze che un comune attore non possiede. Alcuni di loro hanno talento; ma è un talento diverso. Portano inconsapevolmente negli occhi, nella voce, qualcosa che rende i loro personaggi più veri».

Quanto al rapporto umano con loro, i sentimenti dei Taviani sono stati contrastanti. «Girare un film significa condividere la stessa ricerca di verità. E quindi fare amicizia – osserva Paolo – Poi però abbiamo pensato: è giusto compatire questi assassini? Non bisognerebbe compatire le loro vittime?». Aggiunge Vittorio: «Finchè sentimmo che attraverso Shakespeare riuscivamo a tirar fuori da loro emozioni che, in un certo senso, purificavano le loro colpe. Uno di loro ha scritto alla moglie: "Vieni a vedere lo spettacolo. Quando recito mi sembra di potermi perdonare"».

L’Orso d’Orso, per i due anziani maestri, è stato fonte «di grande piacere e stupore». Circa quelli che hanno cercato di salire sul carro del vincitore, Nanni Moretti («L’unico a voler distribuire il film – precisa la produttrice Grazia Volpi – Nessun’altro ci ha creduto») commenta: «Questa è una vittoria dei  fratelli Taviani. Non del cinema italiano». Ma soprattutto degli interpreti. «Noi speriamo che chi vedrà Cesare deve morire capisca che essi – è vero – si sono macchiati di colpe orrende. Ma che sono e restano uomini».

domenica 11 dicembre 2011


Quando il vampiro è pro-life di Massimo Introvigne, 09-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Breaking Dawn. Prima parte, il film che sta realizzando incassi record in tutto il mondo, è il quarto della serie tratto dalla saga Twilight della scrittrice americana Stephanie Meyer. Com'è avvenuto per Harry Potter, a ogni romanzo corrisponde una trasposizione cinematografica ma il quarto volume ha generato due  film, il che significa naturalmente anche due incassi.

La formula generale di Twilight è nota, e non è nuova: ragazza s'innamora di vampiro, seguono complicazioni. Da quando Lucy Westenra s'innamora del conte Dracula nel romanzo del 1897 di Bram Stoker (1847-1912) la formula non è mai passata di moda. Almeno due serie televisive tuttora in corso e note anche in Italia, True Blood e The Vampire Diaries, ne esplorano tutte le varie sfaccettature.

Tuttavia - anche se proprio The Vampire Diaries costituisce già in parte un'eccezione - da decenni alle donne che s'innamorano di vampiri - per non parlare dei vampiri stessi - i romanzieri e gli sceneggiatori attribuiscono una sessualità disinibita e trasgressiva. Twilight ha avuto successo perché rovescia il cliché consueto. Mentre il mondo intorno a lui vive il sesso in modo casuale, il vampiro Edward - che avendo più di cento anni, anche se ne dimostra diciotto, è uomo di un'altra epoca - inizia la liceale Bella [nella foto] a una visione del mondo dove i rapporti prematrimoniali sono sbagliati e occorre attendere l'altare e l'abito bianco.

Forse i ragazzi che si entusiasmano per Twilight accettano da un vampiro una lezione che rifiuterebbero se il protagonista fosse, che so, un comune studente cattolico, ma il successo dei libri e dei film mostra che la trasgressione ha ormai stancato molti giovani e che la morale tradizionale attrae perché è rimasta l'ultimo vero anticonformismo. Per questo la Commissione cinematografica della Conferenza episcopale americana ha dato un giudizio positivo sui film, definendo Edward «un vampiro gentleman».

Il quarto film che è arrivato ora nelle sale è un po' diverso. Se nei precedenti è Edward a insegnare a Bella un valore morale, la castità prematrimoniale, qui è Bella a impartire a Edward una lezione molto delicata sul tema dell'aborto. All'inizio del film la strana coppia - un vampiro e un'umana - finalmente si sposa, e va in Brasile per la luna di miele. Qui accade l'imprevisto. Normalmente una coppia del genere non dovrebbe essere feconda, ma Bella si scopre incinta. La prima reazione di Edward è la fuga di fronte a questa gravidanza che secondo gli antichi testi potrebbe produrre un mostro. Propone l'aborto, e sia i vampiri sia i loro nemici storici - i lupi mannari - cercano di persuadere Bella ad abortire. Ma Bella rifiuta e s'indigna quando altri parlano prima di "cosa" e poi di "feto". Accetta solo la parola "bambino".

La vicenda diventa ancora più drammatica quando il bambino si rivela così "diverso" - una chiara metafora del rischio di aborto che colpisce particolarmente i bambini diagnosticati a vario titolo come "diversi" - da rendere chiaro che Bella morirà se cercherà di portare a termine la gravidanza. Edward, cui Bella spiega che - anche se morisse - potrà ancora amarla nel bambino che nascerà, risponde supplicando ancora una volta Bella di abortire: non potrà amare, afferma, un bambino responsabile della sua morte. Ma Bella tiene duro, dà alla luce una bella bambina - quanto eccezionale sarà rivelato nel prossimo film - e alla fine non muore, ma è trasformata in vampiro.

Non so se l'autrice di Twilight, Stephanie Meyer, conosca la storia di santa Gianna Beretta Molla (1922-1962), che preferì morire e dare alla luce la quarta figlia piuttosto che abortire e salvarsi. Ma Bella si trova nella stessa situazione della santa italiana, e anche lei sceglie la vita. L'insistenza sulla vita e la famiglia non è casuale, perché la Meyer è una devota mormone e le allusioni al mormonismo, per quanto non percepibili dal lettore italiano medio, sono piuttosto numerose nei suoi libri. Dopo avere abbandonato la poligamia - che resta praticata solo da gruppi scismatici - nel 1890 la comunità mormone ha fatto della difesa dei valori familiari uno dei suoi capisaldi e, nonostante idee religiose evidentemente lontane, negli ultimi decenni cattolici e mormoni si sono spesso trovati fianco a fianco nella battaglia contro l'aborto.

Che un film di vampiri - per di più, come qualcuno ha scritto negli Stati Uniti, di vampiri mormoni - dia una mano alle posizioni pro life potrà sembrare singolare. Ma in questo momento ogni aiuto nella battaglia per la vita, da qualunque parte venga, è bene accetto. E se avete figli adolescenti entusiasti di Twilight aiutateli a riflettete sul tema antiabortista di Breaking Dawn, anziché concentrarsi sulle sole avventure più spettacolari di vampiri e lupi mannari.