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venerdì 13 novembre 2015

Ecco fin dove può arrivare la furia laicista: vietare Chagall e Van Gogh perché turbano i “non cattolici” di Alfredo Mantovano, 13-11-2015, http://www.lanuovabq.it/

La Crocifissione bianca di Marc Chagall e la Pietà di Van Gogh
Lo si può anche liquidare come sublime esempio di stupidità, spinto fino al disprezzo del ridicolo. Però è successo, e non è una novità nel suo genere. Ai bambini della terza elementare della scuola Matteotti di Firenze viene impedito, nel giro programmato alla città, di visitare le opere della mostra Divina Bellezza allestita nel capoluogo toscano: fra esse, la Crocifissione bianca di Chagall, ammirato da Papa Francesco qualche giorno fa a margine del convegno ecclesiale, la Pietà di Van Gogh, la Crocifissione di Guttuso, l'Angelus di Millet e numerose altre opere. Per quale ragione? É spiegato nel verbale del consiglio interclasse, che si è tenuto lo scorso 9 novembre (riportato da QN-La Nazione): «la visita è stata annullata», così è stato messo per iscritto, «per tutte le terze per venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche visto il tema religioso della mostra»; la mostra ha infatti come filo conduttore il rapporto tra arte e sacro.

Quando accade un fatto del genere, più che ripetersi «signora mia, a che punto siamo giunti», è lecito chiedersi perché si è giunti a questo. Perché, cioè, anche in Italia il rispetto della libertà religiosa, che è qualcosa in sé positivo, viene declinato, e da tempo, nei termini dell’abolizione di ogni simbolo che richiami la confessione religiosa, e perché questo accada soprattutto quando la confessione è quella cristiana. In nome della laicità, i Crocifissi nei luoghi pubblici sono diventati merce rara, in tante scuole il ricordo del Natale è sostituito dalle feste più improbabili e più disancorate dalla realtà, e l’abitudine di segnarsi prima di cena o prima di prendere un volo viene guardato con un misto di sospetto e di commiserazione.

Perché? Ci sono almeno due ragioni. La prima chiama in causa ciascuno di noi, in quanto italiani; la seconda la fascia di coloro che si riconoscono cristiani. Sfugge in modo sempre più diffuso che il cristianesimo è indissolubilmente correlato alla nostra storia, al nostro modo di pensare, alla nostra vita “laica” quotidiana; al punto che se l’opzione della scuola Matteotti di Firenze fosse portata alle sue logiche conseguenze la vita diventerebbe veramente complicata. Per restare alla patria di Dante, gli scuolabus dovrebbero rigorosamente evitare i percorsi che incrociano chiese, o lambire solo gli edifici sacri realizzati più di recente: somigliando più a fabbriche o a discoteche, non generano turbamento; un automezzo che transiti davanti a Santa Maria Novella rischia seriamente di collidere non con altri veicoli, ma con la «sensibilità delle famiglie non cattoliche». 

A scuola si dovrebbe rifiutare l’iscrizione degli alunni il cui nome richiama con maggiore evidenza figure cardine della nostra fede: Maria, Giuseppe, Francesco, financo Matteo; la semplice pronuncia in classe di quei nomi durante l’appello, col richiamo al motivo per cui sono stati scelti, è causa di sicuro turbamento. Perché poi far coincidere il giorno di riposo a scuola con la domenica, il cui stesso nome costituisce “reato”, richiamando quel Dominus che non si vuole in alcun modo nobiscum? Che dire poi della toponomastica? Via, il prima possibile, i nomi delle strade dedicati ai Santi o che richiamino simboli religiosi… Per concludere che se una persona vuole mostrarsi veramente di buon senso, anche se non crede, non può immaginare che siano cancellati duemila anni di una storia al cui interno - piaccia o non piaccia - la fede ha avuto un ruolo centrale.

Per il cristiano la riflessione è ancora più rapida: quanto c’è di nostra inerzia e indifferenza nel mancato rispetto dei simboli della nostra confessione? La prima volta - ormai molti anni fa - in cui in una scuola elementare la recita della Nascita di Gesù è stata sostituita dalla rappresentazione di Cappuccetto rosso abbiamo pensato che fosse una stranezza, ma comunque qualcosa cui non conferire tanto peso. Ogni qual volta abbiamo visto immagini sacre dileggiate e oltraggiate in manifestazioni pubbliche siamo stati propensi a rubricarle come folklore. L’abitudine a non considerare il patrimonio delle nostra religione come un tesoro prezioso, da tutelare - è il minimo sindacale -, da valorizzare e da rilanciare, come fa a Firenze la mostra Divina Bellezza e come ci esorta a fare il Magistero dei Pontefici, un bel giorno concorre a generare il divieto rivolto ai bambini a stupirsi di fronte allo splendore dell’arte, e dell’arte fondata sulla fede. 

Non è sufficiente meravigliarsi della stupidità laicista e gridare allo scandalo; per cominciare, per non restare nel generico e per rimanere al caso dal quale si è partiti, perché non organizzare una visita alla mostra di Firenze per gli sfortunati bambini delle terze classi della scuola Matteotti e per i rispettivi genitori?

lunedì 21 ottobre 2013

Laicità francese, intollerante per sua natura di Stefano Fontana 21-10-2013, http://www.lanuovabq.it/

Laicismo alla francese


Gli eventi francesi di cui ha riferito ieri La Nuova BQ stanno mettendo in discussione la versione moderata della laicità proposta, per esempio, dal filosofo Charles Taylor. I sindaci non possono fare obiezione di coscienza davanti ai matrimoni tra persone omosessuali, né con riferimento a motivazioni religiose né con riferimento a scelte filosofiche: la legge non lo permette. Davanti a queste posizioni, che si prevedono sempre più diffuse, bisogna ripensare la libertà di coscienza e di religione ben oltre la versione moderata ed illuminata che Charles Taylor ha riproposto di recente nel libro “La scommessa del laico” (Laterza) scritto insieme a Jocelyn Maclure. 

Secondo Taylor, lo Stato deve essere neutro da quadri di riferimento religiosi o filosofici. Ma non può essere neutro rispetto all’impegno di garantire a tutti i cittadini uguaglianza di trattamento e rispetto per le loro scelte morali e religiose. Se non facesse così, non potrebbe garantire la convivenza. Lo Stato non deve, quindi, farsi paladino della secolarizzazione, combattendo la religione. Bisogna fuggire la tentazione di fare della laicità un equivalente secolare della religione, sostituendola con una filosofia morale laica, una specie di religione civile, come, secondo Taylor, sta avvenendo in Francia. 

Bisogna, invece, battere la via degli accomodamenti ragionevoli. Se il calendario prevede che si faccia festa alla domenica e non al sabato o al venerdì, se a scuola non si mangia kosher come vorrebbe la tradizione religiosa ebraica, se non è ammesso insegnare con il burka oppure fare il poliziotto con il turbante, basta prevedere delle eccezioni, appunto degli accomodamenti ragionevoli, e tutto si sistema. Certo, bisognerà concedere questi accomodamenti non solo per rispetto dei quadri di riferimento religiosi, ma anche di quelli secolari. Una persona vegetariana ha diritto, a scuola o in carcere, ad un menù vegetariano così come una persona di religione ebraica ha diritto a rimanere a casa dal lavoro al sabato per ottemperare ai propri doveri religiosi.

Ora, le nuove disposizioni francesi in termini di obiezione di coscienza dei sindaci mettono in crisi questa versione moderata, per una serie di motivi.

Il primo è che, accettando la proposta di Taylor, ogni quadro di riferimento avrebbe diritto al rispetto e alla tutela dello Stato. Se il criterio, come dice Taylor, è solo quello dell’adesione in coscienza degli aderenti, anche una associazione di pedofili, o di pornografi, o di mafiosi, avrebbe diritto alla protezione statale. Si aprirebbe, cioè, una proliferazione di richieste di tutela dei propri quadri di riferimento pressoché infinita. La distinzione, infatti, tra preferenze individuali – gusti, desideri … – e quadri di riferimento morali ed esistenziali è molto sottile. Se uno è vedano, si tratta solo di un gusto soggettivo o di una visione di vita? Se uno pretende di fare il poliziotto con la barba e il turbante perché è un Sikh, perché un altro non potrebbe chiedere di farlo pettinato con la cresta colorata e il piercing nel naso?  

Inoltre, gli accomodamenti ragionevoli si possono realizzare quando si tratta semplicemente di indossare un simbolo religioso in un ufficio pubblico, ma come sarebbe possibile farlo davanti, per esempio, all’aborto o al matrimonio gay? Anche qui si potrebbe fare appello ai quadri di riferimento che meritano il rispetto della protezione dello Stato. Quando si toccano i problemi della legge naturale, gli accomodamenti ragionevoli saltano, perché ammetterli non sarebbe più ragionevole. E se si ammettono diritti ad accomodamenti irragionevoli allora si deve per coerenza ammetterli tutti. 

Questo è il punto: quand’è che un accomodamento è ragionevole e quando no? Se non si pensasse lo Stato come indifferente ai quadri di riferimento che nascono dalla legge naturale, il criterio sarebbe chiaro. Un poliziotto di religione Sikh che porta il turbante sì, un ebreo che sta a casa al sabato sì, una ragazza musulmana che va a scuola con il velo sì, ma un matrimonio tra due omosessuali no. Invece accade l’assurdo che lo Stato francese vieta di andare a scuola con il velo e permette il matrimonio omosessuale.

La soluzione moderata di Taylor non è in grado di mantenersi, ma scivola inevitabilmente verso la soluzione radicale alla francese. Senza un criterio, come potrebbe essere quello della legge naturale, non si capisce più quale sia l’accomodamento se non in termini di maggioranza e minoranza. Ed allora la maggioranza potrebbe anche arrogarsi il diritto di non concedere accomodamenti, come sta accadendo in Francia a proposito dell’obiezione di coscienza dei sindaci. Anche questo potrebbe essere un quadro di riferimento e una visione di vita e non solo un gusto o un desiderio.

giovedì 23 maggio 2013


Il rettore Alberto Tesi toglie il crocifisso, ma non è neutralità - 22 maggio, 2013 - http://www.uccronline.it/

Dopo i lavori di ristrutturazione dell’aula magna dell’Università di Firenze è stato rimosso il crocifisso. L’idea è stata del rettore Alberto Tesi, nessun musulmano offeso, né alcun spirito laico scandalizzato, ma un’azione personale perché l’aula è «sempre più luogo di incontro e di confronto, non preveda la presenza di simboli confessionali». Mons. Giuseppe Betori, arcivescovo della città, ha commentato ironico: «Se i crocifissi danno fastidio negli spazi laici della cultura, verrebbe voglia di riprenderli, con Madonne e Santi, da Uffizi e altri musei». Molte le proteste, come quella dell’ex rettore Franco Scaramuzzi, presidente dell’Accademia dei Georgofili: «In un momento non facile per l’università, il buon senso dovrebbe indurre a evitare di compiere atti che non siano indispensabili o da tutti condivisi».

Sul Corriere Fiorentino è apparso un commento di Andrea Simoncini, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze, che di seguito riproduciamo. Per chi volesse inviare la propria opinione al rettore Alberto Tesi: alberto.tesi@unifi.it

«Caro direttore, siamo ancora il paese di Peppone e Don Camillo? O siamo cresciuti? Verrebbe da chiederselo. La vicenda della scomparsa del crocifisso dall’aula magna dell’Università è emblematica. Il Rettore toglie il simbolo cristiano; un giornalista del Corriere Fiorentino se ne accorge. Non è certo un «arredo» qualsiasi e scoppia il «caso». Al giornalista che chiede spiegazioni fanno sapere che piazza San Marco «ha ritenuto opportuno che l’aula magna, sempre più luogo d’incontro e di confronto, non preveda la presenza di simboli confessionali». Dunque, il Rettore non ha pensato di discutere la cosa, né perlomeno di far sapere cosa intendeva fare, ma ha scelto di agire di sua iniziativa, considerando la presenza di un simbolo religioso «inopportuna» in un luogo di incontro e confronto.

Lungi da me l’idea di agitare una guerra di religione su questo punto: insegno a Novoli dove sin dall’inizio non ci sono né crocifissi, né menorah, né mezze lune e questo non ha mai creato problema a nessuno. Penso, però, che l’Università dovrebbe essere un luogo in cui queste discussioni possano essere fatte laicamente. Non possiamo essere in balia delle «parrocchie» cristiane o anticristiane. Oggi viviamo in un contesto multiculturale e multireligioso; come affrontare questa condizione?

Se riteniamo, razionalmente, che la sola presenza di un simbolo religioso, ostacoli una discussione laica, le conseguenze sono assurde. Come facciamo a togliere il crocifisso dall’aula magna e lasciare che il logo dell’Università di Firenze (sulla carta intestata) sia Re Salomone?! Che, come dice il sito stesso di Unifi, è un «Re biblico»? Un simbolo per antonomasia della tradizione giudaico-cristiana? E come se si togliesse la croce dallo spogliatoio di una squadra di calcio e poi la si lasciasse sulle magliette… La questione, dunque, è ben più seria di un crocifisso rimosso, ma la motivazione che è stata data. Come si concilia la realtà multiculturale di oggi con la nostra storia? Un luogo per essere pubblico dev’essere necessariamente «bianco»; questa è vera neutralità?.

Sabato in tutta Firenze il Comune ha sponsorizzato la lettura pubblica dei canti di Dante, c’era mia figlia e sono andato. Possiamo pensare che una iniziativa del genere non dia spazio pubblico – una piazza – ad un autore – Dante – che in materia di morale e religione è tutt’altro che «neutrale» (per non parlare di Benigni a Santa Croce). Forse, il vero problema non è cosa è attaccato al muro, ma come si discute in quell’aula magna. Un’educazione è laica quando sviluppa la libera capacità critica anche rispetto alla propria storia, alla identità in cui siamo immersi e ai suoi segni, non quando li nasconde.

Un suggerimento interessante può venirci dal presidente di un’altra autorevole istituzione accademica – della cui laicità nessuno discute – l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole; Joseph Weiler, professore di diritto ed ebreo osservante è stato avvocato difensore nella causa in cui la Corte di Strasburgo ha solennemente dichiarato che il crocifisso nelle aule scolastiche italiane non viola i diritti dell’uomo. Ebbene Weiler chiudeva il suo intervento – che sarebbe bene rileggere – così: «Non fate questo errore. Un muro denudato per mandato statale, (…), può suggerire agli alunni che lo Stato sta prendendo un atteggiamento anti religioso. (…) C’è sempre un’interazione tra quello che c’è sul muro, e come esso è discusso e insegnato in classe».

lunedì 20 maggio 2013


La bioetica laica insiste: «si all’infanticidio per i neonati» - 19 maggio, 2013 - http://www.uccronline.it/

Eduard Verhagen

Un anno fa l’opinione pubblica è venuta alla conoscenza della Consulta di Bioetica, ovvero un’associazione che offre il punto di vista laico (non confessionale) sulla bioetica, guidata da Maurizio Mori, a causa di uno studio realizzato da due suoi responsabili, Alberto Giubilini e Francesca Minerva, secondo cui «uccidere un neonato dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui lo è l’aborto, inclusi quei casi in cui il neonato non è disabile».

Minerva e Giubili (quest’ultimo noto anche per aver affermato che il Papa in televisione viola la laicità dello Stato) sono stati molto criticati per questa tesi, più volte paragonati a Hitler o al suo medico Mengele. Maurizio Mori non ha mai preso le distanze dai suoi collaboratori ma li ha difesi chiedendo di non scartare la tesi «solo perché scuote sentimenti profondi o tocca corde molto sensibili». In un’altra occasione ha fatto loro i complimenti : «Siete troppo modesti. Non avete aggiunto solo un pezzetto, avete anche inventato un nome: aborto post-nascita». Giulio Meotti recentemente ha fatto notare che la tesi dei due ricercatori della Consulta di Bioetica Laica non è isolata e l’infaticidio sta lentamente tornando di moda nelle maggiori riviste scientifiche.

In un nuovo saggio pubblicato sul Journal of Medical Ethics, ad esempio, si è sostenuto che è meglio scegliere di eliminare il bambino disabile dopo la nascita, piuttosto che durante la gravidanza. A farlo è il pediatra olandese Eduard Verhagen, il quale ha praticato per anni in Olanda l’eutanasia sui neonati disabili e nel 2005 ha annunciato il Protocollo di Groningen sull’eutanasia infantile. «Perché l’eutanasia non dovrebbe essere permessa come alternativa all’aborto? Che differenza morale c’è?», si è domandato Verhagen. Il pediatra è stato in Italia nel 2008 guarda caso invitato ad un convegno patrocinato proprio dalla Consulta di Bioetica Laica guidata da Mori.

La celebre rivista di bioetica, dedica una intera monografia alla liceità dell’infanticidio. Il filosofo del New York Times, Jeff McMahan ad esempio non sostiene soltanto che “l’infanticidio è giustificabile” in caso di “disabilità mentali” del bambino, ma che «i feti e i neonati non hanno un pieno status morale, ma piuttosto è minore degli scimpanzé». E ancora: «Un normale scimpanzé adulto ha una capacità superiore di qualunque feto umano». Nel 2010 sul suo quotidiano ridicolizzava le persone credenti in Dio e le loro ragioni etiche sul “non giocare a fare Dio con la natura”.

Sulla rivista compaiono anche le nuove affermazioni di Minerva e Giubilini, ricercatori come detto della Consulta di Bioetica Laica: «Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post nascita».

A chiudere il saggio c’è Peter Singer, ateo militante e grande amico di Richard Dawkins, nonché padre di questa bioetica neo-nazista, il quale scrive: «Il mero fatto di esistere come essere umano vivo e innocente non è sufficiente per avere un diritto alla vita». Le posizioni espresse da Singer sono talmente disumane che il compianto cacciatore di nazisti, Simon Wiesenthal, si rifiutò d’incontrarlo perché «è inaccettabile un professore di morale che giustifica l’uccisione di nuovi nati handicappati».

Questa è la nuova bioetica secolarizzata portata avanti dai più noti ricercatori laici. Forse non sarebbe male cominciare a pensare per il futuro a qualche forma di disobbedienza civile, come invita a fare la prestigiosa rivista Lancet , contro questo aberrante ritorno dell’eugenetica nazista.

martedì 23 aprile 2013


22 aprile, 2013 - Il legame tra l’eugenetica e il laicismo progressista - http://www.uccronline.it/

Margaret Sanger

Opinione comune e diffusa è che l’eugenetica e gli esaltati deliri del bisogno di “salvare” la purezza della razza siano nati col Nazismo, a sua volta lunga gestazione delle superstizioni medievali (per “medievali” leggasi “cattoliche”).

In realtà l’ossessione eugenetica è più vecchia del nazismo, nulla ha a che fare col “barbaro” medioevo e ha origini inglesi: nasce con Francis Galton, scienziato cugino di Charles Darwin, creatore del termine “eugenetica” e propugnatore del “darwinismo sociale”. Galton a sua volta è figlio del laicismo scientista e positivista che alla fine dell’800 ha condotto molti paesi occidentali (specie Usa, Inghilterra, Germania, Svezia) all’eugenetica così come la intendiamo oggi.

E’ un clima culturale, quello di cui si cibò Galton, nel quale l’uomo, liberandosi di ogni trascendenza divina, elevando il progresso e il proprio ingegno a somme divinità, confida di raggiungere la libertà e la felicità assolute. In questo tragitto eugenetica-nazismo ha un suo posto di rilievo Margaret Sanger (1879-1966), figura quasi sconosciuta in Italia, colei che coniò il termine “birth control”, che tutt’oggi così enorme peso ha nelle politiche familiari dell’Onu e in quelle natali di Cina e India.

Ma chi è Margaret Sanger? Laicista progressista di orientamento anarchico, nel 1914 concepì appunto il “birth control” come strumento di prevenzione della povertà (meno bocche da sfamare = più risorse per tutti) e della guerra (meno povertà = meno bisogno di far guerre), e di emancipazione delle donne dalla morale cristiana sulla sessualità (meno morale = più felicità). Fatto sta però che, se da un lato la Sanger ottenne le simpatie di coloro che si battevano per ideali rivoluzionari contro ogni costrizione, d’altro canto di fatto i sostenitori più forti, coloro che davvero appoggiarono le sue istituzioni (la più famosa è la Planned Parenthood, catena di cliniche per l’aborto più grande del mondo) non furono né anarchici né rivoluzionari né femministe, bensì propugnatori dell’eugenetica e scientisti laicisti.

Perché? Quale filo collega Galton alla Sanger? Prima di tutto, bisogna dire che la Sanger era perfettamente consapevole di questo legame tra i suoi ideali progressisti e le istanze scientiste. Lei stessa passò dagli ideali rivoluzionari agli ideali di Galton per un salto logico che all’inizio può apparire poco chiaro se non contraddittorio, ma in realtà coerente. La Genitorialità Pianificata della Sanger adottò come strumenti di diffusione della pianificazione delle nascite la contraccezione, l’aborto, la sterilizzazione, lo screening prenatale e la fecondazione artificiale, stessi identici strumenti di quelle istituzioni che volevano incidere sui costumi sociali per prevenire la sovrappopolazione e la nascita di persone malate e deforme. Lotte diverse ma stessi strumenti, quindi. Sì, ma non solo. Nell’ultima fase della sua vita la Sanger passò agli ideali scientisti dicevamo, e ciò ha fatto pensare gli studiosi a una sorta di chiusura conservatrice, un ripiegare su sé stessa in posizioni più rigide e diverse, se non opposte a tutti quegli ideali di libertà e liberazione della giovinezza. In realtà no, la Sanger non ripiegò su nulla in particolare, né “deviò” o “cambiò”: anzi, fu estremamente coerente con sé stessa. Il passaggio alla dottrina eugenista era molto comune tra gli intellettuali radicali cui lei apparteneva, si rapportava e s’ispirava.

Perché? Perché l’eugenetica ha lo stesso fondamento degli ideali progressisti che la Sanger avrebbe “tradito”, cioè la totale autonomia dell’uomo, inteso come essere che appartiene solamente a sé stesso, del tutto indipendente da ogni legame sociale e familiare, istituzionale o affettivo, libero di non interessarsi al benessere di nessun altro se non il proprio esclusivo e, quindi, di ignorare ogni possibile prescrizione etica o religiosa. La nuova morale fa coincidere in modo totale e assoluto la coscienza con la volontà individuale, e questa nuova morale è il filo che collega Galton alla Sanger, la quale, in modo intelligente e coerente, si rese conto che era nel laicismo scientista che poteva trovare i migliori sviluppi dei suoi ideali: l’eugenetica era il frutto più ricco e abbondante che le sue idee progressiste potessero portare, e lei se ne rese conto.

La Sanger disse che il suo obiettivo finale era convincere le donne a dare sé stesse alla scienza così come, in passato, si erano date alla religione. Perché mai? Perché la “scienza” com’era intesa dagli scientisti avrebbe portato, attraverso piani come il “birth control”, a una “società pulita e intelligente” e quindi a un mondo migliore, come le vecchie religioni si auspicavano. Però, effettivamente, poi cadde in una contraddizione: pur lottando per il riconoscimento al diritto individuale di regolare la propria vita riproduttiva senza legacci, sostenne con passione decisi e forti interventi dello Stato nella programmazione di una seria politica eugenetica. Quindi, un estremo individualismo plagiato però da pesanti interventi statali.

Di nuovo: perché? Perché la nuova morale progressista e scientista rende ogni singola donna e ogni coppia responsabili non solo di sé stessi e del proprio piacere ma anche della tutela e salvezza di tutta la razza umana. In realtà, a pensarci, non è una grossa contraddizione: l’assoluta libertà propugnata dalla Sanger è soltanto libertà da convinzioni (e convenzioni) etiche, morali e religiose, e null’altro, perché uno Stato eugenista non può permettere che le coppie siano davvero libere, nella loro coscienza e nelle loro scelte. E’ non altro che una fuga da ogni possibile Credo, tenuta a freno dalla lunga catena del “birth control” di Stato. La libertà sessuale della donna è tutelata mentre lo Stato ne tiene a freno l’aspetto più dannoso, ciò che la rende un Vaso di Pandora: la capacità di portare la Vita.

Una prospettiva antropologica senza alcuna trascendenza ma tesa all’ideale: l’ideale di un essere umano capace di curare il proprio piacere senza limiti, senza alcuna responsabilità, ma chiuso alla Vita. Un ideale lontano dall’uomo reale, portatore non solo di desideri sessuali ma anche e soprattutto di istanze ben più profonde, istanze di Vita, mortificate e schiacciate da un ideale di razza sana e di libertà assoluta che uccide colui che dovrebbe salvare.

Claudio Gnoffo

giovedì 13 dicembre 2012

Laicità & bioetica, in gioco il futuro dell'uomo



Parigi vuole una scienza senza regole



12 dicembre, 2012
Pubblichiamo un estratto del discorso del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, in occasione della solennità dell’ordinazione di sant’Ambrogio vescovo e dottore della Chiesa. La tematica è quella sulla libertà religiosa in rapporto all’orientamento dello Stato
del card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano
in occasione della solennità dell’ordinazione di sant’Ambrogio, Milano 7 dicembre 2012

[...] Sono utili ed appropriati almeno due ordini di considerazioni. Il primo riguarda il nesso tra libertà religiosa e pace sociale. Non solo la prassi, ma anche diversi studi recenti hanno evidenziato come tra le due realtà esista una correlazione molto stretta. Se astrattamente parlando si potrebbe immaginare che una legislazione in grado di ridurre i margini della diversità religiosa riesca anche a ridurre fino ad eliminare la conflittualità che ne può derivare, di fatto si verifica la situazione esattamente opposta: più lo Stato impone dei vincoli, più aumentano i contrasti a base religiosa. Questo risultato è in realtà comprensibile: imporre o proibire per legge pratiche religiose, nell’ovvia improbabilità di modificare pure le corrispondenti credenze personali, non fa che accrescere quei risentimenti e frustrazioni che si manifestano poi, sulla scena pubblica, come conflitti.
Il secondo problema è ancor più complesso e richiede una riflessione un po’ più articolata. Riguarda la connessione tra libertà religiosa e orientamento dello Stato e, a diversi livelli, di tutte le istituzioni statuali, nei confronti delle comunità religiose presenti nella società civile. L’evoluzione degli Stati democratico-liberali è andata sempre più mutando l’equilibrio su cui tradizionalmente si reggeva il potere politico. Ancora fino a qualche decennio fa si faceva riferimento sostanziale ed esplicito a strutture antropologiche generalmente riconosciute, almeno in senso lato, come dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte.
Che cosa è accaduto quando questo riferimento, identificato nella sua origine religiosa, è stato messo in questione e ritenuto inutilizzabile? Si sono andate assolutizzando in politica delle procedure decisionali che tendono adautogiustificarsi in maniera incondizionata. Ne è conferma il fatto che il classico problema del giudizio morale sulle leggi si è andato sempre più trasformando in un problema di libertà religiosa. Di ferita alla libertà religiosa parla in modo esplicito la Conferenza episcopale degli Stati Uniti a proposito dell’HHS Mandate, cioè alla riforma sanitaria di Obama che impone a vari tipi di istituzioni religiose (specialmente ospedali e scuole) di offrire ai propri impiegati polizze di assicurazione sanitaria che includano contraccettivi, abortivi e procedure di sterilizzazione.
Il presupposto teorico dell’evoluzione sopra richiamata si rifà, nei fatti, al modello francese di laicité che è parso ai più una risposta adeguata a garantire una piena libertà religiosa, specie per i gruppi minoritari. Esso si basa sull’idea dell’in-differenza, definita come “neutralità”, delle istituzioni statuali rispetto al fenomeno religioso e per questo si presenta a prima vista come idoneo a costruire un ambito favorevole alla libertà religiosa di tutti. Si tratta di una concezione ormai assai diffusa nella cultura giuridica e politica europea, in cui però, a ben vedere, le categorie di libertà religiosa e della cosiddetta “neutralità” dello Stato sono andate sempre più sovrapponendosi, finendo così per confondersi. Nei fatti, per vari motivi ad un tempo di carattere teorico e storico, la laicité alla francese ha finito per diventare un modello maldisposto verso il fenomeno religioso. Perché? Anzitutto, l’idea stessa di “neutralità” si è rivelata assai problematica, soprattutto perché essa non è applicabile alla società civile la cui precedenza lo Stato deve sempre rispettare, limitandosi a governarla e non pretendendo di gestirla.
Ora, rispettare la società civile implica riconoscere un dato obiettivo: oggi nelle società civili occidentali, soprattutto europee, le divisioni più profonde sono quelle tra cultura secolarista e fenomeno religioso, e non – come spesso invece erroneamente si pensa – tra credenti di diverse fedi. Misconoscendo questo dato, la giusta e necessaria aconfessionalità dello Stato ha finito per dissimulare, sotto l’idea di “neutralità”, il sostegno dello Stato ad una visione del mondo che poggia sull’idea secolare e senza Dio. Ma questa è una tra le varie visioni culturali (etiche “sostantive”) che abitano la società plurale. In tal modo lo Stato cosiddetto “neutrale”, lungi dall’essere tale fa propria una specifica cultura, quella secolarista, che attraverso la legislazione diviene cultura dominante e finisce per esercitare un potere negativo nei confronti delle altre identità, soprattutto quelle religiose, presenti nelle società civili tendendo ad emarginarle, se non espellendole dall’ambito pubblico. Lo Stato, sostituendosi alla società civile, scivola, anche se in maniera preterintenzionale, verso quella posizione fondativa che la laicité intendeva rispettare, un tempo occupata dal “religioso”. Sotto una parvenza di neutralità e oggettività delle leggi, si cela e si diffonde – almeno nei fatti – una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente. In una società plurale essa è in se stessa legittima ma solo come una tra le altre. Se però lo Stato la fa propria finisce inevitabilmenteper limitare la libertà religiosa.
Come ovviare a questo grave stato di cose? Ripensando il tema della aconfessionalità dello Stato nel quadro di un rinnovato pensiero della libertà religiosa. È necessario uno Stato che, senza far propria una specifica visione,non interpreti la sua aconfessionalità come “distacco”, come una impossibile neutralizzazione delle mondovisioni che si esprimono nella società civile, ma che apra spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune. Conviene tuttavia chiedersi: il modo migliore di affrontare questa delicata situazione è rivendicare una liberty of religion delle diverse comunità, chiedendo il rispetto delle “peculiarità” delle loro sensibilità morali minoritarie? Questa sola richiesta, anche se doverosa, rischia di rafforzare sulla scena pubblica l’idea secondo cui l’identità religiosa è fatta di nient’altro che di contenuti ormaidesueti, mitologici e folcloristici. È assolutamente necessario che questa giusta rivendicazione si iscriva in un orizzonte propositivo più largo, dotato di una ben articolata gerarchia di elementi.
Questi troppo rapidi accenni mostrano non solo quanto il tema della libertà religiosa resti complesso, ma soprattutto ci spingono a riconoscere come, oggi più che mai, questo tema rappresenti la più sensibile cartina di tornasole del grado di civiltà delle nostre società plurali. Infatti se la libertà religiosa non diviene libertà realizzata posta in cima alla scala dei diritti fondamentali, tutta la scala crolla. La libertà religiosa appare oggi come l’indice di una sfida molto più vasta: quella della elaborazione e della pratica, a livello locale ed universale, di nuovi basi antropologiche, sociali e cosmologiche della convivenza propria delle società civili in questo terzo millennio. Ovviamente questo processo non può significare un ritorno al passato, ma deve avvenire nel rispetto della natura plurale della società. Pertanto, come ho avuto modo di dire in altre occasioni, deve prendere l’avvio dal bene pratico comune dell’essere insieme. Facendo poi leva sul principio di comunicazione rettamente inteso, i soggetti personali e sociali che abitano la società civile devono narrarsi e lasciarsi narrare tesi ad un reciproco, ordinato riconoscimento in vista del bene di tutti [...].

martedì 11 dicembre 2012


IL CASO/ Per aiutare la laicità, l'Europa dà una mano ai fondamentalisti - http://www.ilsussidiario.net

Redazione
martedì 11 dicembre 2012
IL CASO/ Per aiutare la laicità, l'Europa dà una mano ai fondamentalisti

2,8 milioni di euro in arrivo dalla Commissione Europea per un programma ad hoc, dedicato al Marocco, per sostenere due istituzioni che avranno l'obiettivo di proteggere i diritti dell'uomo: il consiglio Nazionale dei diritti dell'uomo e la delegazione interministeriale dei diritti dell'uomo. Il governo di Rabat si è presa l'impegno, davanti all'Ue, di rafforzare lo stato di diritto. “Prima di promuovere qualsiasi azione che prevedono stanziamento di fondi da parte di organi politici- dice Saber Mounia, segretario della Confederazione Marocchini in Italia- occorrerebbe dare impulso e incoraggiare una maggiore emancipazione delle donne perchè in Marocco, la difesa dei diritti dell'uomo è molto legata alla questione femminile”.
Dunque, cosa occorrerebbe?
Ci vuole un autoderminazione delle donne che passa dall'emancipazione femminile con una vera uguaglianza fra uomo e donna. Tutto questo dipende da politiche di accompagnamento al lavoro che permettano un'introduzione reale della parte femminile nella società e, magari, la creazione di imprese. Purtroppo, però, le politiche mancano perchè l'Esecutivo che sta al Governo da un anno non ha fatto nulla per aiutare le donne che, proprio oggi, sono scesi in piazza perchè vengano riconosciuti i loro diritti.
Non ci sono rappresentanti femminili nell'attuale governo?
Sì, ne abbiamo solo una che non ha fatto nulla per i diritti delle donne perchè anche lei, come i suoi compagni di partito, segue una corrente che non permette un progresso in questo senso.
Quale corrente?
Una corrente pro-religiosa che non fa altro che allontanare i suoi esponenti da politiche che possano promuovere i diritti umani.
Eppure l'Ue fa sapere che la nuova Costituzione marocchina prevede una serie di principi a garanzia del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Non è così?
La Costituzione è buona e il popolo l'ha votata quasi all'unanimità. I principi sono tutti validissimi e condivisibili ma è la pratica che manca. E' l'applicazione dei principi che per ora non è stato fatto. Se al Governo sono presenti ministri che appartengono ad una corrente filo-religiosa, la Costituzione serve a poco perchè i suoi dettami verranno interpretati a favore della Legge Islamica. E questo fa sì che non vengano neppure considerati certi temi fondamentali per i diritti umani, riconosciuti internazionalmente.
Quando lei parla di partito o Governo filo-religioso, intende fondamentalista?
Non direi fondamentalista ma basta dire filo-religioso per intendere che non è laico, aspetto fondamentale per un Esecutivo libero. La democrazia si basa su un organo di governo che sia in grado di separare la religione e il potere politico: in Marocco, questa distinzione non esiste e, ritengo, che questo empasse sia alla base di ogni preclusione ad alcuni diritti fondamentali.
Rispetto al Governo precedente, dunque, non sono stati fatti avanti nonostante tutto ciò che accaduto nel Paese?
Non lo saprei dire. So solo che l'unica persona che, prima e ora, sta cercando di creare un certo equilibrio è il Re che ha riempito e riempie falle vecchie e nuove, soprattutto, dal punto di vista sociale. E' lui a mettersi in prima linea in questo campo con la creazione di importanti progetti umanitari come la Fondazione Hassan II o la Fondazione per i bambini di strada o orfani. Anche sua moglie è molto attiva e si occupa dei malati terminali di tumore. In Marocco è la famiglia reale a prendersi cura del suo popolo e non il Governo che annovera fra i suoi componenti personaggi che non sono cresciuti nella politica ma nella religione ed è un rischio per il popolo.
Il cambiamento che speravate, quindi, non è avvenuto?
Seguendo le notizie che arrivano dal Marocco, ritengo che l'attuale Governo stia rischiando moltissimo. In un anno non ha mostrato alcun cambiamento. Anzi. Non mi stupirei se finisse come in Egitto.
Cosa auspicherebbe, in questo momento, per il suo paese?
Per primo, la laicità di stato che poi significherebbe una maggiore democrazia. Il Marocco è una nazione che basa parte della sua economia sul turismo e avere un governo religioso potrebbe penalizzare una voce importante di entrate. Il vecchio Esecutivo era formato da uomini che sapevano far girare l'economia, sebbene ci fossero personaggi corrotti, e che hanno fatto in dieci anni ciò che nessuno aveva ottenuto in quaranta. Quella corrente andava seguito. La Primavera Araba non ha colto la scia di ciò che ha fatto di buono il precedente governo e anzi, ha contribuito a rendere schiavo il paese dai religiosi che hanno fatto solo danni.
Pensa che la comunità europea debba intervenire per aiutare a migliorare la situazione?
Il Marocco conta 30 milioni di abitanti e di questi 12 milioni sono all'estero.L'Italia ospita 700mila marocchini, una presenza molto importante, che vive in condizioni disagiate: soprattutto le donne hanno bisogno di sentire che i diritti che vigono in Europa valgono anche per loro. Spesso sono rinchiuse i casa, non imparano la lingua, analfabete o subiscono violenza. Le donne marocchine in Italia hanno bisogno.
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martedì 27 novembre 2012


GUERRA A DIO SULLE MONETE: DOPO LA SLOVACCHIA, ORA E’ IL TURNO DEL BRASILE - di Marco Tosatti - Martedì 27 Novembre 2012 - http://www.riscossacristiana.it

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Slovacchia e Brasile: via le aureole dei santi Cirillo e Metodio dalla moneta da due Euro, e via la scritta "Dio sia lodato" dalle banconote brasiliane.
Qualche giorno fa il Procuratore generale dei diritti dei cittadini dello Stato di San Paolo in Brasile ha decretato che l’espressione “Dio sia lodato” stampata sui biglietti di banca dovrà essere soppressa, e ha dato 120 giorni di tempo allo Stato per applicare la sua decisione su tutte le nuove banconote .
La presenza di questa frase, secondo il Procuratore generale infrange il principio di laicità dello Stato e la libertà religiosa: “Il fatto che i cristiani siano maggioritari non giustifica che si continuino a violare i diritti fondamentali dei brasiliani che non credono in Dio”. Tuttavia la Costituzione brasiliana scrive nel suo preambolo che il Paese “Si colloca sotto la protezione di Dio”.
E d’altronde, qualcuno, forse Chesterton, ricordava che se con ci fosse Dio non ci sarebbero gli atei. Qualcuno, l’Observatoire de la Christianofobie, fa notare che forse il Procuratore ora dovrebbe occuparsi di cambiare anche il nome dello Stato in cui opera, San Paolo, dal connotato chiaramente religioso.
La decisione va di pari passo con quella presa in occasione del 1150 anniversario dell’arrivo dei santi Cirillo e Metodio, inventori fra l’altro dell’alfabeto cirillico in Slovacchia. Il governo ha deciso di coniare una moneta da due euro, con l’immagine dei santi, co-patroni d’Europa.
Ma afferma un comunicato, “La Commissione europea e alcuni Stati membri hanno chiesto alla Slovacchia di elimiare alcuni simboli religiosi dalla moneta progettata per applicare il principio della neutralità religiosa”. La notizia è stata resa pubblica, e la Conferenza episcopale non ha esitato a qualificare come una “vergogna” l’imposizione.
“Nel 1988, prima della Rivoluzione di velluto, i fedeli della Slovacchia rischiavano la vita predicando la dottrina che avevano predicato i santi. Realmente, viviamo in uno Stato di diritti o in un sistema totalitario che ci detta quali attribuiti possiamo utilizzare?”. Le monete manterranno la doppi croce, simbolo nazionale (ahi ahi) come lo è anche della Repubblica Ceca. Ma scompariranno le aureole.

venerdì 23 novembre 2012


CASO BORG/ Buttiglione: le lobby laiciste che mi fecero fuori stavolta hanno perso

venerdì 23 novembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net
CASO BORG/ Buttiglione: le lobby laiciste che mi fecero fuori stavolta hanno perso
Tonio Borg, membro maltese del Partito popolare, è stato eletto nuovo Commissario Ue alla salute. Una nomina ottenuta con il voto segreto di 386 parlamentari contro 281 (28 le astensioni). La nomina di Borg, cattolico, è stata immediatamente criticata da molte associazioni di difesa dell'aborto e dei diritti gay. Le sue convinzioni personali di cattolico, dicono, possono influire sul suo ruolo in materia di aborto e matrimoni gay. Viene subito alla mente il caso di Rocco Buttiglione quando al politico italiano venne negata la nomina a Commissario Ue per la giustizia, libertà e sicurezza per le sue posizioni sull'omosessualità. Un caso che fece scalpore anche perché Buttiglione si trovò contro diversi esponenti del Partito popolare. Ilsussidiario.net ha discusso della nomina di Borg proprio con il politico italiano: "Sono cambiate diverse cose da allora", ha detto Buttiglione, "anche all'interno del Partito popolare europeo. Ma soprattutto questo voto conferma una cosa che comunque c'era anche prima: che il relativismo etico non è la base ideale e giuridica dell'Unione europea. Non c'è nei trattati una parola che giustifichi il matrimonio gay o l'aborto o che dica che essi fanno parte dei fondamenti ideali dell’Ue. Sono invece tutte questioni esterne demandate agli Stati nazionali": Per Buttiglione, "non può neanche sorgere un conflitto di coscienza come si vuole attribuire a Borg perché non potrebbe neanche intervenire".

Onorevole, il fatto che Tonio Borg sia stato eletto nel ruolo di Commissario Ue alla salute significa che qualcosa è cambiato da quando a lei venne negato analogo ruolo per la giustizia, libertà e sicurezza?
Qualcuno al tempo della mia vicenda disse nell'aula del Parlamento europeo che l'Europa non era più cristiana. Io adesso non dirò che l'Europa è ridiventata cristiana, ripeterò quello che dissi allora.

Cioè? Ci ricordi le sue parole...
L'Europa non è né cristiana né anti cristiana: l'Europa oscilla tra la fede e l'incredulità e il confine passa nel cuore di ciascuno di noi. Le battaglie vanno fatte, a volte si vincono a volte si perdono. Quella che riguardava me l'abbiamo persa questa invece l'abbiamo vinta.

Crede che sia il caso di fare una riflessione su cosa significhi avere un ruolo politico ed essere anche cattolico, nel Parlamento europeo? Neanche questa volta sono mancati gli attacchi da parte di associazioni pro gay e pro choice.
Alcune cose in realtà sono cambiate: innanzi tutto credo che il Partito popolare europeo abbia difeso Borg con più convinzione di quanto non avesse fatto con me. Forse perché nel frattempo c'è stato il congresso di Bucarest, congresso nel corso del quale è stata riconfermata l'identità cristiana del partito. Allora erano entrati nel Ppe molti partiti locali non di tradizione democratica cristiana e questo aveva portato ad annacquare i nostri valori fondanti. Dopo un anno e mezzo di scontro culturale e politico è stato detto di no a queste tendenze e questo spiega lo sfondo di quanto accaduto adesso con Borg.

Qualcuno ha sottolineato anche come da parte socialista non ci sia stato un blocco compatto contrario a Borg.
Diciamo anche che questa volta il parlamento era diverso. La sinistra non ha la maggioranza come aveva allora. Andare a votare paga, i cattolici l'ultima volta sono andati a votare e se avessero votato ancora di più il rapporto di forze sarebbe stato ancora più favorevole. Non è vero che l'Europa diventa progressivamente sempre più anti cristiana, può essere ma anche no. Dipende dalla decisione con cui di volta in volta si fanno le battaglie.

Ci spieghi meglio questo concetto…

Nel mio caso, quello che si profilava era un voto sulla commissione e in quel voto tutte le forze anti europee votano contro la commissione, forze conservatrici sul terreno dei valori. Questa volta il voto non era sulla commissione ma sul commissario e questa volta perciò hanno votato a favore di Borg anche quelle forze anti europee. Considerati questi fattori, c'è un altro fatto di cui va dato atto a Martin Scholz. Molti socialisti hanno capito che quello nei miei confronti era stato un errore che non si doveva ripetere. L'Europa si rilancia con il dialogo fra democristiani e socialisti e questo ovviamente non può avvenire sul piano del relativismo etico. E anche i socialisti hanno votato Borg.

Ciò nonostante anche nel caso di Borg c'è chi ha detto che il suo curriculum dimostra che le sue opinioni personali hanno una forte influenza sulle sue azioni politiche.
Chiariamo una volta per tutte questo punto. Avere una fede non è avere opinioni personali di cui vergognarsi. Non è come dire “quella persona guarda film pedofili però è un bravo amministratore”, non è la stessa cosa. È ovvio che la mia fede influenza tutto quello che faccio, non c'è nulla di cui faccio che non sia influenzato dalla mia fede. Se io dico “farò rispettare la legge europea” è perché la mia fede mi dice che è mio dovere anche quando questa legge magari contiene qualche cosa che a me non piace.

Questo però non viene riconosciuto da molti.
La mia funzione è far rispettare la legge anche perché la mia Chiesa mi insegna che devo far rispettare la legge. Se ci fosse un contrasto, non devo violare la legge. Non si riconosce questo perché il problema è impostato in modo da far credere che un uomo che non ha fede non ha problemi di coscienza. Mentre un uomo di fede è scorretto a priori perché ci si immagina ci sia una ufficialità europea fondata sul relativismo etico.

Invece?
Diciamo invece chiaramente questa cosa: questo voto conferma una cosa che comunque c'era anche prima e cioè che il relativismo etico non è la base ideale giuridica dell'Europa. Non lo è nei trattati, non c'è una parola che giustifichi l'idea che il matrimonio gay o l'aborto fanno parte dei fondamenti ideali della Ue. Sono tutte questioni esterne demandate agli Stati nazionali. Non può neanche sorgere un conflitto di coscienza perché il Commissario Borg non potrebbe neanche intervenire. È vero il contrario: si vorrebbe che lui violasse i trattati per imporre una ideologia che non ha nulla che fare con i trattati. È anche colpa del Parlamento europeo che ha fatto mozioni che non rientrano nelle sue competenze e che hanno dato modo ad alcune associazioni di dire questa è la visione dell'Europa. Il caso Borg aiuta a capire tutto questo contesto.

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