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martedì 15 ottobre 2013

Donazione di organi da morti o anche da vivi?




lunedì 14 ottobre 2013

di Riccardo Carrara e Alberto Carrara, LC

Nel sito del Ministero della Salute italiano, alla sezione Donare gli organi si può leggere: "La donazione degli organi è un atto di grande civiltà e di rispetto per la vita. Donare vuol dire regalare, dare spontaneamente e senza ricompensa qualcosa che ci appartiene. Quando perdiamo una persona amata è difficile, in un momento di sofferenza così profonda, pensare agli altri, pensare a qualcuno che è malato e che, se non avrà un nuovo organo, avrà un'aspettativa di vita molto bassa". 

L'Italia, con 22 donatori per milione di persone, è terza tra i grandi paesi europei, dietro a Spagna e Francia, ma davanti a Regno Unito e Germania. il numero di donatori in Italia è superiore del 25% al dato medio europeo; inoltre, è aumentato anche il numero di organi trapiantati (67 in più dal 2010 al 2011).

Rimane comunque una forte sproporzione tra la domanda e l'offerta di organi per quanto riguarda i trapianti e proprio da questa difformità si riapre il dibattito sulle questioni etiche della donazione e sui principi che garantiscono il rispetto per la vita in questi casi.

A riaccendere la miccia è il NEJM (New England Journal of Medicine) che in due articoli del 3 ottobre 2013 intitolati: "The Dead-Donor Rule and the Future of Organ Donation" e "Life or Death for the Dead-Donor Rule?" presenta la possibilità della donazione di organi vitali non solo da morti, ma anche da vivi.

Iniziamo ad analizzare il primo di questi due articoli.
Gli autori criticano l'etica del trapianto basata sulla DDR, ossia la "Dead-Donor Rule", dove si afferma che gli organi vitali dovrebbero essere presi solo da persone che sono morte. La questione si può riassumere in una semplice e allo stesso tempo inquietante domanda: Perché ad alcuni pazienti ancora vivi, come quelli che si trovano vicini alla morte, ma in supporto vitale, non si dovrebbero prelevare gli organi a beneficio di altri? 

Gli autori in verità, concentrano l'attenzione sulla volontà del donatore, dimenticando che il principio del consenso e della volontà personale, non può oltrepassare il rispetto della propria vita. Questo deve restare un punto chiarissimo della questione dei trapianti, perché venendo meno si aprirebbe una deriva disumana.


Vengono esposti tre casi a supporto della donazione di organi vitali da vivi:

1) I genitori di una giovane ragazza vogliono donare gli organi della figlia dopo un incidente che l’aveva lasciata con danni cerebrali devastanti. Il ritiro del supporto vitale è già stato programmato e la procedura per procurarsi gli organi poco dopo la morte è già pianificata. 
Il tentativo di donazione però fallisce, perché la fanciulla non muore abbastanza rapidamente per consentire il reperimento degli organi vitali. 
"I suoi genitori" come si legge nell'articolo: "hanno sperimentato questa impossibilità come una seconda perdita, hanno messo in discussione il fatto che avrebbero potuto dare un anestetico alla loro figlia e così sarebbe stato possibile prelevare gli organi prima dell’interruzione del supporto vitale", ossia a fanciulla ancora viva.


2) Un altro genitore di fronte all'impossibilità di donazione degli organi della sua bambina afferma, riferendosi ai limiti della DDR: "Non c'era alcuna possibilità che nostra figlia possa sopravvivere... Posso seguire la tesi etiche, ma sembra del tutto ridicolo".


3) In un altro recente caso descritto dal Dr. Joseph Darby presso University of Pittsburgh Medical Center, la famiglia di un uomo con lesioni cerebrali devastanti ha richiesto la sospensione del supporto vitale. L' uomo era un grande sostenitore della donazione di organi, ma non era candidato per uno degli approcci tradizionali. La sua famiglia ha chiesto il permesso per la donazione degli organi prima della morte. 
Per rispettare la DDR, è stata pianificata la rimozione solo degli organi non vitali (un rene e un lobo del fegato), mentre era sotto anestesia, per poi riportarlo al reparto di terapia intensiva, dove sarebbe stato interrotto il supporto vitale.
Il piano era stato approvato dall’equipe clinica, dal comitato etico e dall'amministrazione ospedaliera, ma non è stato portato a termine, perché i diversi chirurghi che sono stati contattati hanno rifiutato di recuperare gli organi. Le regole del United Network for Organ Sharing (UNOS) affermano che il paziente deve dare il consenso diretto per la donazione da vivente, e la lesione neurologica di questo paziente non lo rendeva possibile. 
"Di conseguenza" come si afferma nell'articolo del NEJM "è morto senza la possibilità di donare. Se non ci fosse alcun obbligo di rispettare la DDR, alla famiglia sarebbe stato permesso di donare tutti gli organi del paziente in buon stato". 

Gli autori affermano che "la fedeltà alla DDR (che impone il prelievo di organi vitali solo da donatori morti) limita il reperimento di organi trapiantabili negando ad alcuni pazienti la possibilità di donare in situazioni in qui la morte è imminente e la donazione desiderata".

Viene di seguito affermato che il concetto di morte cerebrale sia stato una prima risposta alla richiesta dei medici e della società di sviluppare criteri per la dichiarazione della morte dei pazienti, mentre i loro organi erano ancora in buono stato. 

Viene, così, criticata la base stessa del criterio di morte cerebrale, affermando come sia "diventato chiaro che i pazienti con diagnosi si morte cerebrale non hanno perso l'equilibrio omeostatico, ma è possibile mantenere un ampio funzionamento integrato per anni". Ma il concetto di morte cerebrale è davvero legato solamente ad un concetto di omeostasi?

Mettendo, quindi, in discussione la comprensione scientifica del criterio di morte cerebrale si apre la strada al sospetto che altri principi e fattori contribuiscano a giustificare il recupero di organi e che non esista realmente il limite etico di donazione da morti.

Nell'articolo in questione non vengono di certo presentati dei criteri nuovi per la bioetica, ma rispuntano i criteri di autonomia e di non-maleficenza. L'analisi di questi due principi verrà sviluppata in un post successivo. Per il momento, possiamo interrogarci profondamente su un quesito: è strettamente necessario ed è quindi un requisito etico fondamentale che il paziente sia morto prima che i suoi organi vitali siano prelevati?

martedì 26 marzo 2013


Perché aspettare la morte per espiantare gli organi dei donatori? La proposta di un bioeticista canadese 
marzo 25, 2013 Leone Grotti - http://www.tempi.it

donazione-organi

Perché aspettare la morte di un donatore di organi per prenderglieli? È questa, in estrema sintesi, la domanda che un bioeticista canadese si fa sull’ultimo numero del Giornale di etica sanitaria della prestigiosa università di Cambridge.
NON CONTA ESSERE VIVI O MORTI. Analizzando il caso di un paziente che ha subito gravi lesioni cerebrali, Walter Glennon, bioeticista dell’università di Calgary, scrive: «Ciò che importa non è se il donatore sia morto o meno, o quando la morte deve essere dichiarata, ma che il donatore o chi per lui acconsenta [a donare gli organi], che il donatore si trovi in una condizione irreversibile senza speranza di un significativo miglioramento, che il modo in cui gli si prende gli organi non gli causi dolore e sofferenza e che le intenzioni del donatore vengano portate a compimento con un trapianto di successo».

BASTA LA VOLONTÀ. Glennon si spinge oltre: non prelevare gli organi di un paziente nelle condizioni sopra descritte quando è ancora vivo vorrebbe dire danneggiarlo, dal momento che vengono disattese le sue volontà. Molti organi, infatti, dopo la morte non sono più utilizzabili ma se la volontà del paziente è quella di donarli, non espiantarli da vivo significherebbe contravvenire alla volontà del donatore. «Non è giusto dire che un donatore è fuori pericolo solo quando è stato dichiarato morto e che un espianto operato da vivo danneggia il paziente».

COMPRAVENDITA DI ORGANI. La proposta di Glennon potrebbe avere effetti indesiderati, come la legalizzazione di fatto della compravendita di organi o del suicidio attraverso la donazione di organi da vivi. Secondo Glennon, però, è molto difficile che questo accada, perché di solito è solo «l’esperienza di una condizione irreversibile e senza speranza a indurre una persona che la vita non è più degna di essere vissuta».
@LeoneGrotti

venerdì 14 settembre 2012


Salute: Via libera ai trapianti da persone vive – di Margherita De Bac - 14 settembre 2012 - Corriere della Sera

 Permette all’Italia di allinearsi ad altri Paesi europei la legge sui trapianti parziali da vivente di polmone, intestino e pancreas. Quando diventerà operativa, dopo i passaggi tecnici necessari, un bambino con diabete di tipo 1 (quello giovanile) potrà ricevere una porzione di pancreas donato dalla mamma o dal papà. E lo stesso vale per il polmone. Il lobo di uno dei due genitori o di un fratello potrebbe salvare la vita a un ragazzo con fibrosi cistica, malattia genetica molto grave, lunghe liste di attesa. La legge è stata approvata ieri dal Senato all’unanimità in via definitiva. Negli Stati Uniti le prime esperienze sui trapianti di organi parzialmente utilizzati sono cominciate 10-15 anni fa. Secondo Pasquale Berloco, direttore del centro trapianti dell’università La Sapienza, «sono interventi ormai usciti dall’ambito sperimentale. I chirurghi hanno accumulato competenze. Non commettiamo però l’errore di considerarli un’alternativa ai trapianti da donatore cadavere. Sono un grande aiuto». Si è consolidata anche da noi l’esperienza nel campo del rene e del fegato. Questo va interpretato come un altro passo avanti e servirà ad alzare la qualità dei centri italiani che già partono da un buon livello, sebbene non in tutti la casistica annuale giustifica il loro costoso funzionamento. Le donazioni da vivente di questi organi offrirà una soluzione terapeutica in più a bambini e adulti. «Ricordiamo però che riguarda pochi e selezionati casi. Ora aspettiamo il regolamento del Consiglio superiore di sanità», è prudente Alessandro Nanni Costa, direttore del centro nazionale trapianti del ministero della Salute. Secondo Jean De Ville de Goyet, dipartimento di chirurgia e centro trapianti del Bambino Gesù, «si apre una nuova frontiera. Le tecniche sono progredite, il margine di rischio per riceventi e soprattutto per i donatori è sempre più sottile. Occorrerà però procedere con cautela». Berloco insiste sui vantaggi per i bambini con diabete giovanile, resistenti all’insulina: «Sarà sufficiente prelevare una parte del pancreas del donatore, chiamata corpo coda ». Lo stesso vale per l’intestino. Circa 80 centimetri bastano a un piccolo paziente e all’adulto privarsene non comporta danni. La nuova legge dunque introduce una deroga al divieto di disporre del proprio corpo quando vi sia una diminuzione permanente dell’integrità fisica. Soddisfazione bipartisan sul fronte politico. Al 31 dicembre 2011 il totale dei pazienti iscritti nelle liste di attesa per un trapianto era di 8.731 persone, di cui 6.542 in attesa di un trapianto di rene (con la possibilità per ogni paziente di avere più di una iscrizione), 1.000 per il fegato, 733 per il cuore, 382 per il polmone, 236 per il pancreas e 23 per l’intestino. L’ultima novità in tema di legislazione sui trapianti è stata nel 2010 il via libera alla donazione cosiddetta samaritana, per scopi solidaristici, anonima e in assenza di legami con il paziente. Ma questa opportunità è rimasta sulla carta. Casi zero. Finora tutti i candidati samaritani sono stati scartati perché non hanno superato i test psicologici che hanno la finalità di escludere motivazioni estranee al desiderio di fare del bene. Si è scoperto che queste persone erano spinte da protagonismo ed esibizionismo estremo.

Trapianti di Organi tra viventi - attenti alle insidie dell'atto di amore - Corriere della Sera 14 settembre 2012



TRAPIANTO TRA VIVENTI - Nanni Costa: non ci saranno abusi - 14 settembre 2012 - http://www.avvenire.it

«Anche se riguarderà poche persone, questa legge costituisce un passo importante e la interpreto come un segno di attenzione del Parlamento per il mondo dei trapianti» osserva Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti.

Chi potrà trarre beneficio dalla nuova legge?
La popolazione di pazienti interessata raggiunge le poche unità all’anno. Si tratta per lo più di bambini con fibrosi cistica, che potrebbero ricevere un lobo del polmone dal padre e uno dalla madre. Sono interventi di altissima complessità, che potranno essere effettuati solo in pochi centri trapianti, autorizzati secondo criteri che staranno fissati dal Consiglio superiore di sanità. Nei prossimi mesi si definirà la procedura tra ministero e regioni.

Per il servizio sanitario è vantaggioso il rapporto costo-beneficio?
Anche se il vantaggio sarà per poche persone (bambini o adulti di piccole dimensioni), fosse anche una all’anno, non per questo mi sembra da scartare. C’è sicuramente una questione di impatto sanitario, ma ogni vita è una vita. Per l’intestino saranno probabilmente ancora meno che per il polmone, il pancreas può essere necessario in alcuni casi di diabete con complicanze. Mi pare importante che si tenga una strada aperta.

La donazione di organi tra viventi può nascondere abusi?
Credo che il rischio di abusi sia scongiurato dal fatto che il nostro sistema è molto rigoroso. Innanzi tutto occorrerà concentrare la casistica in pochi centri. E poi, penso al caso del trapianto di rene da vivente, le nostre procedure sono molto rigide: si passa dall’autorizzazione di un magistrato, e poi al vaglio di una commissione specifica. Credo che da noi siano presenti le opportune garanzie che non ci saranno abusi.

Enrico Negrotti
© riproduzione riservata

TRAPIANTO DA VIVENTI - Pessina: il corpo non è proprietà - 14 settembre 2012 - http://www.avvenire.it


Fare attenzione a non rendere “malati” i donatori ed evitare che il dono apra la porta alla vendita del proprio corpo sono le cautele auspicate dal filosofo Adriano Pessina, direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Che cosa significa da un punto di vista bioetico favorire la donazione di organi tra viventi (anche se pochi si tratta di pochi casi)?
Il principio ispiratore è lodevole, ma non dimentichiamo che non siamo macchine e che ogni “donazione” comporta una lesione, che va valutata attentamente, per non creare poi dei “malati”. Penso che si debba procedere tenendo conto anche degli aspetti psicologici ed esistenziali che entrano in gioco nella logica del “dono” che potrebbe creare pressioni moralmente ingiustificabili.

Le garanzie del sistema sanitario sono tali da escludere abusi?
Le garanzie formali hanno sempre bisogno di essere sostenute da una seria riflessione sul significato dell’identità corporea, specie in un’epoca in cui è così facile agire sull’uomo e sulle “parti”.

Questa disposizione “a fin di bene” del proprio corpo mette in discussione il principio dell’indisponibilità in altre circostanze?
Noi “siamo” il nostro corpo e perciò il concetto di dono è una metafora non priva di controindicazioni. Se pensiamo al corpo come a una proprietà che può essere “donata” si apre la pensabilità della “vendita” o dell’acquisto delle parti del corpo. L’indisponibilità non è un semplice principio, è un modo per ricordarci l’unità dell’uomo e radicare il concetto di dignità nella sua concreta esistenza corporea.

Enrico Negrotti
© riproduzione riservata

giovedì 3 maggio 2012


FACEBOOK/ L'esperto: l'opzione per i donatori di organi apre altri problemi di privacy - INT. Andrea Stazi, mercoledì 2 maggio 2012, http://www.ilsussidiario.net

FACEBOOK L'ESPERTO: L'OPZIONE PER I DONATORI DI ORGANI PORTA ALTRI PROBLEMI DI PRIVACY - Il profilo dell'utente Facebook aggiunge una nuova opzione. Per il momento già operativa solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sarà possibile in breve tempo anche nel nostro Paese aggiungere un dato relativo alla propria identità. Quello di "donatore di organi". Il fondatore e proprietario del social network, Mark Zuckenberg, ha definito l'iniziativa un modo per contribuire a risolvere il grande problema della donazione degli organi. Un problema sempre molto pressante dato che secondo certi dati ogni anno morirebbero 7mila persone al mondo a causa di mancanza di organi da trapiantare. Se alcuni esponenti del mondo medico stanno esultando alla notizia  ("Una giornata storica" quella dell'introduzione dello status di "donatore di organi" l'ha definita il responsabile dei trapianti del John Hopkins Hospital negli Stati Uniti), c'è chi si domanda se invece un argomento così delicato meritava di essere sbandierato ai circa 900 milioni di iscritti di Facebook. Per il professor Andrea Stazi contattato da IlSussidiario.net l'iniziativa di Zuckerberg è "da un lato positiva in quanto può dare un contributo alla discussione sull'informazione di un tema così importante come il trapianto degli organi". Da un altro punto di vista però avverte Stazi "esiste tutta una normativa europea e nazionale che tutela la privacy del donatore e del ricevente. Donare organi è una decisione forte che incide molto sulla persona che lo fa, e iniziative come queste invece potrebbero dimostrarsi nocive e anche discriminatorie sul piano personale e professionale".
Come giudica la decisione di Facebook di dare la possibilità di identificarsi come donatore di organi?
Credo che da una parte la finalità, stando alle dichiarazioni rilasciate dai responsabili, possa risultare positiva nel dare un contributo alla discussione sull'informazione di un tema così importante. Si sa quante persone sono in attesa di un trapianto in tutto il mondo.
Ritiene ci sia un altro aspetto?
Sì, perché da un'altra parte è evidente l'intenzione della piattaforma di superare il confine del social network per andare a costituire uno strumento di informazioni globalizzata che consenta di reperire dati sull'individuo su un ambito ben più vasto. A costituire una sorta di alternativa ai motori di ricerca tradizionali che sono più mirati e più specifici e che naturalmente sono utili in termini pubblicitari.
Dunque una mossa anche con scopi di sfruttamento.
Ultimamente, da quanto si deduce da Facebook, c'è la tendenza a tendere verso una ingegneria sociale, un social engineering come si dice in questo campo.
Cioè?
Il tradizionale concetto di social networking che sta alla base dei social network con il passare del tempo si sta allargando a un strumento di studio del comportamento individuale delle persone per avere più informazioni possibili su di loro. Esso può dare risultati utili, ma è anche uno strumento di uso del comportamento che sappiamo bene quanto sia utile a livello pubblicitario.
Non c'è il rischio di un attacco alla privacy della persona, con questa nuova possibilità di arricchire il proprio profilo su Facebook?
Diciamo che dal punto di vista strettamente giuridico, il provvedimento più importante che c'è a livello europeo è una direttiva del 2010, la numero 2010/53/UE, che interviene sul tema specifico delle norme sulla qualità e la sicurezza degli organi umani con finalità dei trapianti. In particolare l'articolo 16 rende evidente come la finalità della funzione dell'informazione su chi ha intenzione di essere donatore si vada a scontrare con un apparato normativo che è piuttosto restrittivo e dettagliato in materia.
Ci spieghi meglio.
La direttiva prevede che si è tenuti a tutelare il diritto alla protezione dei dati personali pienamente ed efficacemente in tutta l'attività che riguarda la donazione degli organi. Questo in conformità con le norme europee sulla protezione della privacy. In particolare che i dati elaborati e forniti dal soggetto siano custoditi in termini di riservatezza e sicurezza in modo che sembrerebbe invece diverso da quanto sta facendo Facebook. Che ci sia una tutela dell'identità del donatore e del ricevente. In sostanza il corpo normativo europeo si muove evidentemente in un'altra direzione rispetto a Facebook.
Le sembra giusto che si proceda in questo modo, a livello di normative?
Direi che situazioni così importanti come la donazione degli organi siano gestite meglio a livello pubblico, dove tutte le garanzie si possono pienamente rispettare. Non so quanto sia opportuno per una impresa privata andarsi sostituirsi al ruolo trascinatore che deve avere il pubblico. Piuttosto bisognerebbe ripensare le modalità migliori da parte del sistema pubblico per informare su questo tema nel miglior modo possibile.
Un tale tipo di informazione data pubblicamente su un social network potrebbe anche avere effetti discriminatori, non trova? Dividere tra buoni e cattivi, ad esempio.
Sono d'accordo. Potrebbe spingere all'effetto emulazione che da una parte può dare atto a discriminazioni anche in ambito professionale. Per questo si sono pensate tante norme  a tutela dei dati del ricevente, ma anche del donatore. Questo perché scegliere di donare organi  è una scelta forte che incide sul proprio generale stato di salute e non solo. Lo stesso nostro codice ha previsto una autorizzazione molto specifica e restrittiva. Si sostiene cioè che solo i soggetti abilitati possano usare certi dati e spinge a mantenere anonimi i dati di donatori e riceventi. 
In conclusione?
In conclusione esiste un principio generale sulla privacy nazionale ed europea che è diverso da questo pur interessante contributo che propone Facebook. Io credo che questo tipo di opzione vada valutata dalle autorità sulla privacy a livello europeo e nazionale. Ritengo anche però che l'importanza di questa novità sia a livello di contributo operativo come contributo al dibattito sul tema.


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venerdì 23 marzo 2012


Trapianti. Sulla carta d'identità le nostre volontà sulla donazione organi, 23 marzo 2012, http://www.quotidianosanita.it/


Al rilascio o rinnovo della carta d’identità si potrà comunicare il proprio assenso o dissenso alla donazione, con un immediato valore legale. Per ora si potrà fare solo a Perugia e Terni dove è partito un progetto pilota dei Ministeri Salute e Interni, in collaborazione con Regione Umbria e Federsanità.

23 MAR - Passerà attraverso le anagrafi comunali di Perugia e Terni la scelta dei cittadini maggiorenni (238 mila quelli potenzialmente interessati) di donare o meno i propri organi, nel momento stesso in cui chiederanno il rilascio o il rinnovo della carta d’identità. Il consenso o il dissenso avranno immediato valore legale e saranno registrati in tempo reale nel “data base” dei potenziali donatori del Sistema Informativo Trapianti, uniformato a livello nazionale. È quanto prevede un progetto-pilota, alla cui attuazione collabora Federsanità Anci, affidato alla Regione Umbria dai Ministeri della Salute e degli Interni, che nasce per dare attuazione a quanto previsto dal cosiddetto decreto “Milleproroghe”.

L’iniziativa, presentata stamani a Roma in una conferenza-stampa tenutasi presso il Ministero della Salute, dovrà servire a testare concretamente sul campo un modello organizzativo e gestionale dell’espressione della dichiarazione di volontà, verificando altresì l’adeguatezza del software, per poi estendere l’esperienza sul piano nazionale, anche nella prospettiva di una specifica direttiva, che sarà emanata per tutto il territorio nazionale.

“Sono molto lieto di presentare in questa sede un progetto, che fa parte a pieno titolo delle eccellenze italiane”, ha dichiarato il ministro della Salute, Renato Balduzzi. Esprimendo “soddisfazione” per il lavoro compiuto dalla Regione Umbria, che già dal 2008 si è impegnata in una vasta campagna di sensibilizzazione sulla donazione di organi, Balduzzi ha sottolineato come questo progetto rappresenti “un’esperienza di prim’ordine che aiuta tutti a fare un passo avanti: un passo in più è stato fatto, altri importanti ne seguiranno, anche nella prospettiva della prevista introduzione della carta d’identità elettronica”.

La presidente della Regione, Catiuscia Marini, ha voluto evidenziare la “dimensione sociale, umana ed etica” di questa iniziativa, che si colloca “nello spirito e negli obiettivi del Sistema sanitario pubblico, ponendo tutti i cittadini nelle stesse condizioni di parità, legalità e trasparenza nell’accesso alla donazione, aumentando l’informazione consapevole e, in questo modo, il numero dei potenziali donatori”. “Utilizzare un fatto ‘freddo’ come il rinnovo di un documento di identità per aprirsi al calore di una scelta di solidarietà a forte valenza etica – ha aggiunto la presidente – è una circostanza che accresce la cultura della responsabilità, che in Umbria è già molto presente, stimolata da un profondo rapporto fra associazioni e istituzioni, come nel caso della campagna di sensibilizzazione ‘Un dono per la vita’ del 2008”. “L’informazione su questi temi – ha concluso Marini – è fondamentale, e il progetto contribuirà a diffonderla in modo capillare, fra le persone e nelle famiglie, nell’ottica della legalità e della massima trasparenza”.
Angelo Lino Del Favero, presidente di Federsanità-Anci, ha spiegato che “perseguendo la nostra mission di collaborazioni con Asl/Ao ed enti locali, il  progetto ha come obiettivo quello di sensibilizzare la cittadinanza sul tema della donazione organi fornendo indicazioni utili alla decisione e attuazione e quello non meno importante di verificare e diffondere le linee guida nazionali per la procedura standard per l’acquisizione e l’informatizzazione delle dichiarazioni di volontà dei cittadini maggiorenni per la generalità dei Comuni italiani". La partnership con la Regione Umbria, come regione capofila del progetto, avviene secondo Del Favero per via della sua "esperienza" e per una "elevata sensibilità sulla materia della donazione organi”.

“Oggi parte una fase completamente nuova – ha detto il direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa - un nuovo modello che non ha precedenti per quanto riguarda la donazione degli organi e dei tessuti, e farà fare un salto in avanti nelle donazioni, con un’opinione pubblica che sempre più si rende conto dell’importanza del problema”. Prevedendo un 20% in più di consensi alla donazione di organi, Costa ha concluso asserendo che “ si potrà disporre su tutto il territorio nazionale di un milione in più di potenziali donatori”.

domenica 13 novembre 2011


NEONATO CON MORTE CEREBRALE. IL PADRE: "LASCIATE CHE DONI GLI ORGANI" - http://www.tg1.rai.it

Il piccolo Giacomo, nato a 37 settimane, è cerebralmente morto; ma il suo decesso non può essere accertato dalla legge italiana. L'appello del papà, il parere dei medici.
L'ospedale Borgo Roma di Verona
VERONA - La storia drammatica di Giacomo, figlio di una donna morta il 4 ottobre scorso per un'emorragia. Il piccolo è venuto alla luce con parto cesareo dopo 37 settimane e 4 giorni di gestazione, ma il suo cervello ha sofferto irrimediabilmente per la prolungata mancanza di ossigeno. Da allora è tenuto in vita dalle macchine all'ospedale Borgo Roma. La legge italiana prescrive che l'accertamento della morte cerebrale avvenga solo dopo 38 settimane di gestazione. E il padre Riccardo, che lo visita ogni giorno, lancia un appello disperato.

L'APPELLO DEL PADRE. "So che l'unico domani che mio figlio può avere è che permettano l'espianto dei suoi piccoli organi, facendo così in modo che altri neonati vivano grazie a lui. Sarebbe l'unico modo di far continuare la vita che lui non avrà". Riccardo e il suo legale sottolineano le volontà espresse dalla mamma del neonato: "Silvia diceva sempre che per legge quando moriamo dovremmo donare gli organi. Tutto quello che avrebbe voluto è poter donare quelli del bimbo".

I MEDICI: "UN CASO ECCEZIONALE". Un eventuale espianto d'organi non è escludibile a priori, sottolineano i medici, anche se si tratterebbe di un'eventualità complessa, che va valutata attentamente. "Casi come questo - afferma il direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt) Alessandro Nanni Costa - sono molto rari. Trattandosi di neonati, la situazione va valutata volta per volta e le procedure non sono facili. Nel caso in cui si potesse procedere all'espianto di organi, questi sarebbero da utilizzarsi solo su altri neonati. Al momento non mi risulta vi siano neonati in lista di attesa per un trapianto. La sofferenza cerebrale subita dal neonato non sarebbe di per sè un impedimento per l'espianto d'organi, ma il punto chiave resta l'accertamento della morte cerebrale". Quanto agli organi, "a 38 settimane molti non sono ancora sviluppati, ma potrebbe essere prelevato il cuore, l'organo più formato".

"APPELLO COMPRENSIBILE, MA CASO AL LIMITE". "La legge italiana - sottolinea il direttore della Terapia intensiva neurochirurgica, Francesco Procaccio - prevede che l'accertamento di morte non possa essere fatto se la nascita non è avvenuta dopo le 38 settimane e se non sono comunque trascorsi 7 giorni dalla nascita stessa". Ma, al di là dei limiti di legge, "ritengo che la donazione degli organi in una situazione clinica di questo tipo rappresenti un caso "al limite", anche perché molti organi non sono ancora abbastanza sviluppati". L'appello da parte del padre di Verona, conclude lo specialista, "è comprensibile, ma credo che sia un'ipotesi clinica difficile da realizzare".

lunedì 7 novembre 2011


“Una forma particolare di testimonianza della carità”. Un Dossier della rivista “Liberté Politique” sul trapianto d’organi. - 03-11-2011 - di Chiara Mantovani, http://vanthuanobservatory.org


Il numero 53, del giugno 2011, della rivista La Liberté politique offre una interessante e articolata disamina sui problemi etici sollevati dai trapianti d’organo. Recentemente anche in Italia la materia ha visto aprirsi una serie di obiezioni alla sospetta facilità con cui sarebbero ormai accettati procedimenti medici certamente affascinanti per la possibilità di offrire una soluzione a gravi patologie, ma nei confronti dei quali non è mai scomparsa del tutto la diffidenza.
Il problema etico nei trapianti d’organo è argomento ben indagato dalle discipline bioetiche, praticamente un classico. Il Dossier della rivista francese ha il grande merito di essere accurato, di riassumere esaurientemente i fondamentali razionali e scientifici e di introdurre riflessioni non banali sollevate da procedure di espianto che vanno imponendosi nella pratica medica.
Diciamo subito che l’Italia ha una legislazione in merito molto garantista dell’eticità, molto più corretta di altri Paesi europei. Ma la deriva eutanasica – Benedetto XVI nella enciclica Caritas in veritate, al numero  75, parla di una mens eutanasica -  e il riduzionismo biologico che serpeggiano anche a casa nostra non lasciano tranquilli e le domande poste dal Dossier “La donazione d’organi. Promesse e minacce” meritano grande attenzione.
Pur facendo riferimento anche a pronunciamenti e documenti del Magistero cattolico, tutto lo svolgimento del tema è mantenuto rigorosamente nell’ambito di analisi dei dati scientifici e legislativi, evidenziando quanto esso sia di interesse civile, rilevante nella costruzione sociale: e questo mostra una volta di più quali importanti ricadute nella concretezza della vita quotidiana siano legate alle problematiche bioetiche.
Gli interrogativi da cui parte il dossier
Il prof. Pierre-Olivier Arduin, direttore della commissione Bioetica e Vita Umana della diocesi Fréjus-Toulon, autore dell’articolo “Espianti d’organo: una nuova sfida bioetica”, descrive subito gli interrogativi dell’approfondimento: dal momento che in Francia il 95% dei prelievi destinati al trapianto di organi si effettuano su donatori in stato di morte encefalica, il recepimento del consenso del defunto e le modalità di constatazione di morte costituiscono l’oggetto del problema, aggiungendo che “la domanda sulla eticità raddoppia con la recente autorizzazione dei poteri pubblici al prelievo da persone in stato di arresto cardiaco”. Lo scopo del trapianto d’organo non è solo quello di migliorare la vita di un ammalato, ma perfino di scongiurarne la morte, ineluttabile a breve termine senza il trapianto: certamente dunque, tutta la materia assume il carattere di un atto non solo lecito in sé, ma certamente encomiabile, riconosciuto tale anche dalla dottrina cattolica, che ha sempre seguito con apprezzamento ed interesse gli sviluppi della disciplina. Anche Benedetto XVI ha ribadito che “i trapianti di organi e tessuti rappresentano una grande conquista della scienza medica e sono certamente un segno di speranza per numerose persone la cui situazione clinica è diventata grave e talvolta estrema”, ribadendo il concetto espresso da Giovanni Paolo II che “le tecniche di trapianto si sono rivelate essere un metodo via via più efficace per ottenere l’obbiettivo fondamentale della medicina: servire la vita umana”. Come ribadito nella Evangelium vitae, “la donazione d’organo, compiuta secondo una forma eticamente accettabile” è un modo di promuovere una autentica cultura della vita. Ovviamente sempre tenendo presente che il criterio di giudizio etico in materia è “la  difesa del bene integrale della persona umana in armonia con la dignità unica che è propria in virtù della nostra umanità” e che, dunque, nonostante ogni speranza di salute e di vita che offrono, “inducono alcune gravi domande che è necessario esaminare alla luce di una attenta riflessione antropologica ed etica”.
Il significato etico della donazione di organi
La legislazione francese, non diversamente da quella italiana, riconosce un rispetto dovuto al corpo della persona deceduta, “una sorta di continuazione” dopo la morte del rispetto doveroso verso ogni essere umano “quale valore essenziale della nostra società al di là delle differenze religiose, filosofiche o morali”, principio di cui si danno numerose manifestazioni nella vita sociale attraverso i riti funebri e la protezione giuridica assicurata anche dopo il decesso. In poche parole, non si può trattare un cadavere come una semplice somma di pezzi staccabili e affinché l’atto di espianto rivesta un valore etico è necessario che “riposi sulla decisione di offrire senza alcun compenso una parte del proprio corpo per la salute e il benessere di un’altra persona: in ciò precisamente risiede la nobiltà del gesto”. Un dono disinteressato, dunque, che diventa – secondo una espressione ancora di GPII ripresa da BXVI – “una forma particolare di testimonianza della carità [...]: fare della propria vita un dono per gli altri”.
È perciò “la nozione di dono che giustifica il fatto che sia posta attenzione al rispetto dovuto al corpo umano e permette di fondare eticamente questa nuova disciplina medica. Questa scelta del dono e della solidarietà si fonda in primo luogo sulla necessità di raccogliere il consenso di colui che ormai sarà chiamato “donatore”. In Francia la legge Caillavet del 1976 è stata la prima a dotarsi di un provvedimento, poi diffuso anche in Italia, detto “silenzio-assenso”, ovvero del consenso presunto – se non vi siano esplicite disposizioni contrarie – al prelievo di organi. Restano immutate le caratteristiche obbligatorie di gratuità e di anonimato (sia del donatore che del ricevente che di coloro che, per necessità mediche, ne fossero a conoscenza) e l’esistenza di un interesse terapeutico dimostrato.
Nuovi problemi emergenti
Ma alcuni fattori che stanno emergendo nella pratica clinica meritano di essere sottolineati. Primo fra tutti, la scarsità di organi disponibili a fronte di una richiesta sempre maggiore. L’aumento del gap è dovuto, da un lato, al miglioramento delle tecniche di rianimazione, che oggettivamente riducono il numero di persone che muoiono e che perciò riducono i potenziali donatori; dall’altro, al progresso delle tecniche di trapianto che aumentano le circostanze cliniche che potrebbero ricavare beneficio dai trapianti.
“È utile, soprattutto nel contesto odierno, ritornare a riflettere su questa conquista della scienza, perché non avvenga che il moltiplicarsi delle richieste di trapianto abbia a sovvertire i principi etici che ne stanno alla base”, ricordava Benedetto XVI nel 2008 ai congressisti riuniti dalla Pontificia Accademia per la Vita per parlare di trapianti d’organo: e questa esortazione, che poteva sembrare solo un fervorino dovuto da parte di un Pontefice, si sta rivelando di giorno in giorno più stringente e necessaria.
Affinché il prelievo abbia la caratteristica del dono (e non della “predazione”, come talvolta viene definito da chi è contrario ai trapianti), è ovviamente fondamentale il recepimento di un consenso serio, non solo  formale, evitando quello rivolto esclusivamente a mettere gli operatori sanitari al riparo da citazioni giudiziarie, quello che ha causato l’insorgere della “medicina difensiva”, quel “consenso informato” fondato su una modulistica inattaccabile legalmente ma disinteressato ad assicurare una reale comprensione da parte del paziente dei termini medici e delle situazioni cliniche. Il traguardo doveroso di un rapporto medico-paziente che sia adeguato alla natura dei soggetti coinvolti non è perseguibile senza un “patto”, una “alleanza” che sia fino in fondo assunzione di responsabilità personale, competenza scientifica e fiducia nella volontà di agire per il “bene”.
Sottolinea Arduin: “Come recepire questo consenso quando la persona è deceduta? Gli Stati che hanno legiferato in materia di prelievo d’organi si dividono in due categorie: quelli che hanno scelto il consenso presunto e quelli che hanno optato per il consenso esplicito”; e nel primo caso si può anche distinguere un consenso presunto “forte” e uno “debole”, a seconda se i familiari abbiano, o no, comunque l’ultima parola sulla autorizzazione all’espianto. Per non concedere l’espianto dei propri organi è necessario un esplicito diniego formalizzato in vita; diversamente, in assenza di dichiarazione registrata, là dove viga un “consenso forte” nessuno potrà opporsi al prelievo. Il rispetto del parere dei familiari è conforme alla riflessione cattolica che, già con Pio XII, aveva chiesto il riconoscimento “dei diritti e dei sentimenti di terze persone cui spetta la cura del cadavere, in primo luogo dei familiari”; anche GPII aveva sottolineato che “L’assenso dei parenti  possiede un valore etico in assenza di decisione da parte del donatore”, e BXVI ha confermato che ”Spesso la tecnica del prelievo degli organi si realizza con un gesto di totale gratuità da parte dei familiari di pazienti il cui decesso sia accertato”. Per questo, sia il Consiglio d’Europa che il Santo Padre incoraggiano ad una informazione dei familiari che sia delicata, rispettosa del momento drammatico che stanno vivendo e al tempo stesso scientificamente corretta e adeguata alle capacità di comprensione, capace di sensibilizzare le coscienze verso una problematica che concerne direttamente la vita di tante persone.
I “prodotti del corpo”
Questo punto, che sembrerebbe tanto logico, sta correndo il rischio di presentare criticità etiche importanti. Il medico e geriatra Jean-Yves Nau ha dato notizia all’inizio del 2010 della volontà del Governo finlandese di autorizzare il prelievo di organi senza legarlo all’accordo della famiglia, per far fronte alla penuria di donazioni. “Di fatto, la volontà di una collettività nazionale che, con il pretesto di salvare vite umane, si appropria in modo coercitivo degli elementi costitutivi dei corpi dei propri cittadini è un pericolo da non sottovalutare. La logica utilitarista potrebbe presumere il consenso di una persona all’utilizzo a qualunque prezzo dei “prodotti” del suo corpo”.
In Francia, dal 1998, sono stati istituiti dei gruppi di cittadini (“jury citoyen”), convocati periodicamente per esprimere opinioni su temi di interesse comune: dalla gestione delle acque ai trattamenti dei rifiuti, dai piani sanitari ai temi bioetici in agenda degli Stati Generali per la revisione della Legge sulla bioetica. Oltre al Consiglio di Stato, anche il Rapporto degli Stati Generali della bioetica, con l’unanimità delle Giurie di cittadini, hanno raccomandato il rispetto delle volontà dei familiari, il dialogo con loro prima della morte del donatore, una accurata informazione ed educazione del grande pubblico e dei giovani.
C’è inoltre da sottolineare che una mentalità di accaparramento degli elementi dei corpi umani senza paletti etici concorre a rendere inavvertito il grave atto della distruzione dei corpi embrionali, tutta quella deriva che non coglie l’ingiustizia di servirsi degli embrioni come materiale biologico di nessuna rilevanza e preziosità umana, aggravata dalla dizione di uso “terapeutico” del loro utilizzo, come se il fine -  una ipotetica valenza curativa – giustificasse il mezzo. Ribadire che “la semplice idea di considerare l’embrione come materiale terapeutico contraddice le basi culturali, civili ed etiche su cui poggia la dignità della persona” è dunque un doveroso atto di difesa di una vita sociale davvero civile.
La questione della “morte certa del donatore”
Il secondo grande e decisivo argomento da esaminare è l’altra caratteristica necessaria per giudicare eticamente lecito il prelievo di organi: la morte certa del donatore. Bisogna qui innanzitutto fare una distinzione precisa tra la morte della persona clinicamente definita a partire da criteri medici diagnostici ben determinati e la cosiddetta “morte biologica” degli organi e tessuti. Esiste in effetti uno scarto tra la morte dell’organismo e i meccanismi di necrosi degli organi, scarto sul quale si fonda il concetto stesso di medicina dei trapianti.
Quando si può considerare con certezza che una persona è morta? GPII ha fornito una risposta interessante a questa domanda, in termini antropologici che servono da linee-guida per un approccio medico che deve trovare nella propria competenza le coordinate per un atto valido tanto scientificamente quanto eticamente. Vale la pena leggere le sue parole: “La morte di una persona è un avvenimento unico che consiste nella disintegrazione totale di questo insieme unitario e integrato che è la persona umana. Essa risulta la separazione del principio vitale (o anima) dalla realtà corporale della persona. La morte della persona, secondo questo fondamentale significato, è un avvenimento che nessuna tecnica scientifica o empirica può direttamente verificare”. Ma allora la scienza medica sarebbe impossibilitata a risolvere la questione? Non del tutto, afferma lo stesso GPII, poiché “l’esperienza umana mostra che quando sopraggiunge la morte, alcuni segni biologici seguono inevitabilmente, segni che la medicina ha imparato a riconoscere via via sempre con maggiore precisione. In questo senso, i “criteri”  che permettono di constatare la morte e che sono utilizzati dalla medicina oggi non dovranno essere intesi come la determinazione esatta della morte della persona, ma come un mezzo scientifico solido di identificare i segni biologici che mostrano che la persona è effettivamente morta”.
Non è un gioco di parole, è la realistica constatazione che se ci sfugge il momento esatto della morte, pur tuttavia è possibile conoscere quando questa sia già sopraggiunta. È questo un guadagno teoretico di importanza capitale nell’approfondimento che stiamo svolgendo.
Evoluzione del concetto clinico di morte
La definizione medica di morte per lungo tempo ha riposato unicamente sulla fine della attività cardiocircolatoria. L’assenza di circolazione sanguigna porta ad una mancanza di ossigeno che produce nei vari organi l’inizio della loro distruzione biologica e il primo tessuto che va in necrosi è quello cerebrale, cui seguiranno via via tutti gli altri. Il criterio dell’arresto cardiocircolatorio è stato per lungo tempo l’unico criterio che rendeva ragione della morte avvenuta, il segno biologico riconoscibile dalla medicina di qualcosa (la morte) che si constatava come dato di fatto. Non era stabilito l’istante, ma dopo un po’ di assenza di circolazione si era certi che era avvenuta.
Nel 1959, i professori Maurice Goulon e Pierre Mollaret descrivono  alla XXIII Riunione Internazionale di neurologia la possibilità che ad alcune persone, che non presentano più alcuna attività neurologica dopo arresto della funzione cardiocircolatoria,  si possa applicare una funzione cardiaca meccanica che consente ancora una perfusione di sangue ossigenato negli organi: deceduti, ma con un cuore che batte artificialmente. Si inizia a parlare di criterio neurologico di morte, paradigma che verrà adottato a partire dalla pubblicazione il 5 agosto 1968 nel Journal of American Medical Association del Rapporto di Harvad che riconosce la morte encefalica come il sintomo più accurato che manifesta la morte avvenuta, poiché la funzione cardiocircolatoria può essere simulata da una perfusione artificiale (il cuore può essere stimolato a battere e spingere il sangue in periferia grazie ad una macchina), mentre l’avvenuta distruzione e irrimediabile alterazione del sistema nervoso nel suo insieme è inequivocabile. Scrive il prof Arduin, comprensibilmente orgoglioso della scoperta dei due illustri connazionali, “Il contesto [in cui avviene l’osservazione] è esclusivamente quello delle cure rianimatorie intensive, ben prima di ogni considerazione sui trapianti d’organo. Il nuovo criterio di constatazione di morte non è dunque in nessun modo una invenzione di persone poco scrupolose pronte a tutto pur di prelevare anzitempo gli organi”.
Fino a ieri, anche il Codice di sanità francese stabiliva la definizione di morte “neurologica” (è preferibile la dizione “encefalica” presente nella nostra legislazione), atta a soddisfare i criteri per il prelievo degli organi, come la contemporanea presenza di tre segni: 1) Assenza totale di coscienza e di attività motoria spontanea; 2) Abolizione di tutti i riflessi del tronco cerebrale; 3) Assenza totale di respirazione spontanea. La constatazione di morte deve essere firmata da due medici. Questa procedura è stata riconosciuta anche eticamente accettabile dal Magistero pontificio. È importantissimo ricordare che solo la distruzione totale e irreversibile di tutto l’encefalo nel suo insieme – e non solamente quella della corteccia cerebrale superiore – autorizza a certificare che la persona è certamente morta. L’importanza si mostra in tutta la sua valenza etica quando si esamini la situazione, ad esempio, dei bimbi nati con anencefalia, ovvero con la mancanza già in utero delle strutture cerebrali superiori (la cosiddetta corteccia, appunto), che non possono vivere a lungo dopo la nascita ma che non possono essere considerati “serbatoi di organi” e dunque espiantati con leggerezza. Anche a loro va riconosciuto il diritto di attendere la morte, quando e solo dopo che anche il tronco encefalico abbia smesso di avere attività.
Forse ora sarà più facile anche per i non specialisti, intuire che il criterio di morte encefalica “corrisponde ad una situazione fisiopatologica più avanzata di quella corrispondente al criterio cardiocircolatorio, poiché il danno encefalico è posteriore all’arresto cardiaco” come ben sintetizzato dal prof. Requena Meana, riportato nel dossier di libérté politique. Che riassume così lo stato dell’arte: “La posizione della comunità scientifica e medica, in accordo con quella del Magistero cattolico, è dunque molto ferma: accettare i criteri neurologici di morte encefalica non significa ridurre la persona al funzionamento dei suoi emisferi cerebrali superiori, bisogna provare con certezza che l’integrità dell’encefalo è distrutta in modo irreversibile”.
Il gap tra donatori e pazienti bisognosi di trapianto
Chiarito questo punto fondamentale, si affaccia una sfida ulteriore. Si è già accennato all’inizio che il miglioramento delle tecniche di rianimazione e di trapianto ha causato in questi anni un aumento dei potenziali soggetti sottoponibili a trapianto e una diminuzione dei donatori, nonché all’innalzarsi dell’età media di quest’ultimi. Tradotto in termini commerciali: un aumento della richiesta a fronte di un calo dell’offerta. La tentazione di ricorrere perciò a logiche propriamente utilitaristiche e di oltrepassare le difficoltà con soluzioni a dire il meno “disinvolte” sta insinuandosi non solo nelle dichiarazioni teoretiche, ma anche nei protocolli clinici e nelle legislazioni. “Per reclutare nuovi potenziali donatori, la strategia progressivamente adottata dalle autorità sanitarie è consistita nello sviluppo dei prelievi cosiddetti  a cuore fermo. Abbandonato in Francia il criterio cardiocircolatorio dopo il 1970 […], il decreto del 2 agosto 2005 ha autorizzato la ripresa degli espianti da donatori deceduti per arresto cardiaco”.
In Francia dunque, nuovi articoli del Codice di Salute pubblica stabiliscono che “i prelievi di organo […] possono essere praticati su persone decedute che presentino un arresto cardiocircolatorio persistente”, realizzando il fatto che esistano due definizioni di morte connesse al prelievo di organi, con il rischio di sollevare dubbi nella mente del pubblico e dei curanti”.
Continua il prof. Arduin nel dossier: “Quale procedura è ritenuta dall’Agenzia di biomedicina da tenersi per autorizzare l’espianto in questo tipo di donatori? Se, malgrado una rianimazione intensiva ben condotta per una durata di trenta minuti alla fine della quale non si noti alcuna ripresa dell’attività cardiorespiratoria spontanea, né alcuna reattività pupillare alla luce (1° tappa), è previsto che tutte le manovre siano interrotte per cinque minuti (2° tappa). Al termine di questo periodo di osservazione, si considera possibile dichiarare la persona effettivamente morta. Comincia allora la 3° tappa in cui l’équipe deve effettuare delle operazioni simili a quelle di una rianimazione classica con massaggio cardiaco esterno e ventilazione artificiale dopo intubazione, ma non allo scopo di assicurare una ripresa della vita, ma per mantenere l’irrigazione, e dunque l’ossigenazione degli organi prima di un eventuale prelievo.” L’ultima tappa serve a perfondere il cadavere con liquido refrigerante per garantire la conservazione degli organi addominali.
La brevità del tempo di osservazione nel caso di espianto dopo arresto cardiocircolatorio opera un cambiamento radicale in rapporto alla situazione delle persone in morte encefalica: mentre in questo ultimo caso la morte è avvenuta malgrado l’applicazione dei mezzi di supplenza dell’attività cardiocircolatoria e la constatazione della morte avviene grazie ai segni neurologici, nel primo caso il certificato di morte può essere firmato una volta constatata l’assenza di attività cardiaca al termine di soli cinque minuti di osservazione. A quel punto le manovre rianimatorie non sono riprese con la finalità del bene del paziente, ma solo per preservare gli organi; la pratica medica ne esce profondamente cambiata e non siamo sicuri che questo non causi ripercussioni psicologiche sul personale sanitario.
Inoltre l’autore francese solleva la questione della mancanza di dibattito pubblico sul tema, che è stato praticamente ignorato anche dalla recente revisione  della Legge sulla Bioetica, assenza che qualcuno ha definito un “deficit democratico”. La commissione di etica della Società di Rianimazione denuncia una “rottura etica” tra la modalità di prelievo per i donatori in morte encefalica e quelli a”cuore fermo”, fino a ipotizzare una opposizione dissociata nei confronti delle due modalità di prelievo degli organi. Ci si chiede se continui a venire rispettata la libertà necessaria per il dono, il che, in altre parole significa: non è che poiché accetto di donare i miei organi in caso di morte encefalica, sono anche disposto a farlo nel contesto di un arresto cardiaco imprevisto. E altre domande si affacciano: l’abbandono troppo precoce delle tecniche finalizzate alla rianimazione non costituisce una sorta di eutanasia per omissione, che fa passare arbitrariamente un paziente dallo stato di paziente da salvare a quello di potenziale donatore d’organi? E non è pericoloso investire troppo presto la persona a cuore fermo della qualificazione di donatore, come per compensare psicologicamente lo smacco dei trattamenti inizialmente messi in atto?
Aspetti giuridici che preoccupano
Ci sono anche fatti giuridici che allarmano, un susseguirsi di segnali di spinta verso la reificazione umana. Poiché alcuni autori ipotizzano che le pratiche di irrorazione forzata in pazienti con la sola constatazione di “morte cardiaca” possano, per così dire, giungere a “causare” una certa irrorazione del cervello che potrebbe mantenere una funzione cerebrale residua, si arriva alla paradossale Raccomandazione nazionale del Canada per il dono dopo la morte per criteri cardiocircolatori: “non possono essere realizzati interventi che possano ristabilire una perfusione e ossigenazione cerebrale”. Come fare, allora? Mettendo un ostacolo, un palloncino per esempio, che blocchi la circolazione nella parte intratoracica del corpo.
Aggiunge perplessità al quadro già così ben descritto dal Dossier della rivista Liberté politique, la notizia diramata dalle agenzie il 20 settembre 2011: “(Adnkronos/Adnkronos Salute) - Niente più attese prima di procedere al prelievo d’organo negli Stati Uniti. I chirurghi, in futuro, potranno prelevare cuore, reni e fegato subito dopo lo stop del cuore del donatore, senza aspettare almeno due minuti per essere certi che il muscolo cardiaco non ricominci spontaneamente a battere. Questa la novità al centro delle nuove regole prese in esame in questi mesi negli Stati Uniti, spinte da gruppi che coordinano l’assegnazione degli organi. Un progetto di revisione che si è già attirato numerose critiche. Secondo gli oppositori, infatti, i potenziali donatori finirebbero per essere trattati più come banche di tessuti che come malati che devono poter aver ogni chance di sopravvivere o morire in pace, si legge sul ’Washington Post’. A spingere per un cambiamento delle regole è lo United Network for Organ Sharing (Unos), organizzazione non profit che coordina la donazione d’organo, in base a un contratto con il governo federale. Non la pensano così alcuni bioeticisti, fra cui Michael Grodin della Boston University: si vuole fare di tutto per aumentare le donazioni d’organo, spiegano. Il timore è quello di non rispettare i diritti dei donatori, finendo per avere un approccio invasivo che trasformi i pazienti in fin di vita in una fonte di ’pezzi di ricambio’. Circa 6.000 americani l’anno muoiono in attesa di un organo. Il problema è che, con la speranza di salvare più vite, alcuni ospedali avrebbero iniziato a tagliare i tempi dell’attesa prima di autorizzare il prelievo degli organi: è il caso del Children’s Hospital Colorado di Denver, che puntava ad aspettare solo 75 secondi prima di prelevare il cuore dai neonati con danno cerebrale e impiantarlo in bimbi che altrimenti sarebbero morti. Dopo le polemiche suscitate dalla notizia, i medici sono tornati ai due minuti di attesa. La revisione delle regole sui trapianti punta, infine, all’utilizzo di una nuova definizione: "Donazione dopo la morte circolatoria", che indica come il cuore potrebbe non essere necessariamente morto prima che venga dichiarato il decesso del paziente.”

La conclusione del lungo e articolato dossier francese merita attenzione e seria riflessione: tali prospettive “unicamente finalizzate ad aumentare la disponibilità di organi non possono che modificare profondamente il contesto della morte in Francia [e non solo, viene spontaneo aggiungere], con il rischio di arrivare ad una disapprovazione sociale verso il principio stesso dell’etica dei trapianti”. Non sono certamente i decreti legislativi che permetteranno di risolvere serenamente le obiezioni argomentate nell’articolo, bisognerà che davvero i pubblici poteri facciano loro i consigli pieni di saggezza di BXVI: “In un contesto siffatto non si può avere la minima supposizione di arbitrarietà  e il principio di precauzione deve prevalere là dove non si sia giunti ad alcuna certezza. Perciò è utile sviluppare la ricerca e la riflessione interdisciplinare in modo che la  stessa opinione pubblica sia posta davanti alla verità più trasparente sulle implicazioni antropologiche, sociali, etiche e giuridiche dei trapianti d’organo”.