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domenica 10 agosto 2014

Tre regole per affrontare insieme quell'ultimo miglio di Tommaso Scandroglio, 10-08-2014, http://www.lanuovabq.it

Come assistere i malati incurabili?
É nota a tutti l’equazione “senilità”: una vita più lunga corrisponde un aumento delle cure mediche. L’Istat ci informa che la vita media è passata dai 46 anni degli anni Cinquanta ai 66 nel periodo 2000-2005. Gli ultra ottantenni sono oggi il 5,8% e tra 30 anni saranno intorno al 13%. Viene dunque da concludere che non è la vita ad allungarsi, bensì la vecchiaia. Ma, come accennato prima, l’ultimo scorcio di vita è sempre più passato in compagnia dei camici bianchi. Il ministero della Salute ci dice che su 8 milioni di ricoveri annuali il 5% riguarda insufficienze croniche. Questi ricoveri pesano sulle casse dello Stato il 5% di tutta la spesa sanitaria, il 4,1% del Pil e in futuro, manco a dirlo, l’aggravio economico crescerà. Naturale che gli accoliti della “dolce morte” trovino in queste cifre una sponda efficace per far quadrare i conti a spese del nonno moribondo.

Lo studio multicentrico europeo Senti Melc sul tema poi ci fornisce qualche dato in più. Gli ultimi tre mesi di vita vengono passati in ospedale, spesso in modo inutile. Solo in un caso su dieci il paziente viene seguito a domicilio e solo in un caso su dieci si sceglie un ricovero in un hospice. Le insufficienze croniche portano spesso a esiti letali (un rischio da 2 a 4 volte maggiore rispetto ad altri quadri clinici) e i ricoveri in terapia intensiva non di rado non apportano reali benefici.

Da qui una domanda che si pongono gli specialisti che seguono questi pazienti: quali criteri seguire per la cura di questi malati secondo il principio di proporzionalità? Dato che la parabola naturale della loro esistenza sta arrivando a compimento e soluzioni salvavita spesso non ne esistono, diviene prioritario accompagnare il paziente nel suo ultimo miglio su questa Terra cercando il più possibile di alleviare il suo dolore fisico e la sua sofferenza psicologica.

Il percorso del morente nella medicina è un percorso che interessa trasversalmente più categorie di professionisti. Ecco allora che dieci società scientifiche mediche (intensivisti, palliativisti, cardiologi, pneumologi, neurologi, nefrologi, gastroenterologi, medici di urgenza e di medicina generale, infermieri) hanno pubblicato un documento sulla rivista “Recenti progressi in medicina” per scegliere, insieme a bioeticisti e giuristi, il miglior percorso palliativo o intensivo per le insufficienze croniche.

I punti salienti di questo documento potrebbero essere i seguenti. In primo luogo occorre condividere con il malato e i familiari il percorso di cura adeguato che bilanci effetti positivi sperati e costi sopportati in termini di sofferenza psico-fisica e di esborsi economici per la famiglia. In secondo luogo la cura intensiva in genere non è più efficace nella fase terminale della malattia (6-12 mesi dal decesso) e quindi risulta essere sproporzionata. Occorre però valutare caso per caso. Infine, il documento ricorda che le cure palliative non significano abbandonare il paziente e i familiari, ma rendere meno gravoso ad entrambi i soggetti l’ultimo tratto di vita del paziente stesso.

Ora i principi qui espressi sono condivisibili sul piano morale. Ma i principi, per quanto ottimi, scritti sulla carta e non incarnati in virtù e cultura possono essere stravolti a piacimento. Per dirla in breve, il pericolo potrebbe essere quello che il malato con insufficienza cronica venga automaticamente derubricato a caso disperato e abbandonato a se stesso. Le dieci società scientifiche hanno fatto bene a individuare la rotta da seguire in queste strettoie cliniche, ma non vorremmo che, a causa dei venti eutanasici che spirano sempre più sui letti dei moribondi, queste indicazioni restassero lettera morta o peggio offrissero il destro a qualche zelante camice bianco per spingere nella fossa anzitempo chi ha invece buone prospettive di vita. Perché anche questo, qualcuno potrebbe sostenere, è prendersi cura del malato terminale.

venerdì 2 maggio 2014

La lettera di un malato contro l'eutanasia che Napolitano e Renzi hanno ignorato di Lorenzo Moscon, 02-05-2014, http://www.lanuovabq.it

Pubblichiamo la lettera che un giovane - Lorenzo Moscon, malato di triplegia spastica, che lo costringe su una sedia a rotelle - ha inviato lo scorso 24 aprile al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al presidente del Consiglio Matteo Renzi. E' una reazione all'intervento pubblico a favore dell'eutanasia fatto da Napolitano dopo aver ricevuto la lettera di un malato. Questa lettera, che svela l'inganno dell'eutanasia e il vero bisogno che i malati hanno, però non ha ricevuto alcuna risposta, né privata né pubblica. Chissà perché, è una reazione che non ci sorprende... Illustrissimi Signori Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi Sono Lorenzo Moscon, ho 20 anni e desidero scrivervi in merito a un tema d'attualità che ritengo fondamentale e di cui già da alcuni anni si sta occupando il Parlamento, ovvero l'Eutanasia. Mi sono deciso a scrivervi a seguito delle parole del Presidente della Repubblica che ha dichiarato: «Indispensabile che il Parlamento si occupi dell'eutanasia». Mi sento molto chiamato in causa da un argomento di bioetica così importante e decisivo in ragione della mia esperienza personale: sono affetto da triplegia spastica che mi costringe fin dalla nascita su una sedia a rotelle e ho subìto sei interventi chirurgici, dai quali ho ricavato un'esperienza che mi permette di testimoniare quale sia lo stato fisico ed emotivo di un paziente che si trovi costretto in un letto di ospedale. Posso assicurare grazie a tale esperienza che nella condizione di malattia ho sempre avvertito il bisogno manifesto e oggettivo di essere voluto bene ed amato. La sofferenza, che è uno stato psicologico in questo caso determinata da un dolore fisico, può essere eliminata, anziché intraprendendo un sentiero definitivo come quello dell'eutanasia, mediante una relazione interpersonale che rammenti al malato il valore incommensurabile della propria dignità; dignità che può essere dimostrata grazie alla capacità universale dell'uomo per esempio: di amare, di apprezzare le arti, (ad es. letteratura, pittura, scultura, musica), di ragionare, di dialogare, interrogarsi sul senso delle cose, sulla loro origine, il loro scopo, il loro modo di essere, a prescindere dalla loro utilità. La sofferenza fisica e quella spirituale possono essere lenite dalla vista di una persona cara e grazie alla costanza di un rapporto affettivo interpersonale disinteressato, come ho avuto modo di sperimentare in modo costante. Ogni uomo ha un'inclinazione costitutiva all'autoconservazione: infatti l'uomo è un essere vivente e in quanto essere vivente è costituzionalmente orientato alla vita: un essere vivente orientato alla non vita è in contraddizione con la sua caratteristica costitutiva rappresentata dal fatto che, come dice il nome stesso, è vivente. Pertanto suicidio ed eutanasia sono malvagi perché contraddicono direttamente uno dei fini-beni dell'uomo. Pur nel condizionamento innegabile della sofferenza e della malattia, si può voler vivere per riconciliarsi con una persona, per assolvere a degli obblighi morali, per fare testamento. Sperimento quotidianamente che, in ragione della mia patologia, senza l'aiuto di qualcun altro non mi sarebbe possibile neanche scendere dal letto. Di conseguenza, se mancasse questo aiuto io mi troverei in una condizione analoga a quella di un paziente in stato non responsivo transitorio, nonostante io sia in grado di intendere e di volere. Questa condizione di dipendenza giunge a tal punto che se qualcuno volesse potrebbe prevaricare sul mio corpo nonostante il mio dissenso. Ma la dipendenza è costitutiva per qualsiasi essere umano perché (come ha sottolineato a più riprese la filosofia dell’intersoggettività), ognuno di noi ha strutturalmente bisogno, come minimo, del riconoscimento altrui: ha bisogno dell’apprezzamento dell’altro. E la dipendenza è una condizione oggettiva che prima o poi l'uomo si vede costretto ad affrontare a causa dell'oggettiva deteriorabilità del proprio corpo. L'eutanasia è il tentativo di occultare o di eliminare questo dato incontrovertibile che è la condizione di dipendenza e di finitezza della vita biologica dell'uomo. Desidererei sottoporre alla vostra cortese attenzione alcune disposizioni giuridiche. La Raccomandazione n. 1418 del 1999 del Consiglio d'Europa incoraggia gli Stati membri a rispettare e proteggere in ogni modo la dignità dei malati terminali o delle persone morenti accogliendo il divieto di sopprimere malati terminali o persone che stanno per morire. Altresì i parlamentari hanno rammentato anche la Risoluzione n. 1859 del 2012 del Parlamento europeo in cui si esplicita che «l'eutanasia , intesa come uccisione intenzionale per atto positivo o per omissione di un essere umano che dipende da altri e perpetrata a motivo di un suo presunto beneficio, deve essere sempre proibita». Facendo eco a questa iniziativa politica anche trentotto medici pediatri belgi hanno pubblicato una lettera-appello su La Libre Belgique con il titolo Fine-vita dei bambini: una legge inutile e precipitosa. In essa si fa presente che questa legge non risponde ad alcuna reale esigenza e che la maggior parte delle équipe mediche che hanno in cura bambini in fase terminale, a domicilio o in ospedale, devono ammettere che non si sono mai trovati nella loro pratica davanti a una domanda di eutanasia spontanea e volontaria espressa da un minore. Allo stato attuale della medicina continuano i pediatri - i mezzi per attenuare il dolore sono largamente disponibili nel nostro Paese, più che in altri Paesi. È evidente che oggi nessun paziente, e dunque bambino, debba soffrire e a ciò provvedono appunto le cosiddette cure palliative. Laddove si pone come unico criterio quello della qualità della vita e non quello dell'intrinseca preziosità della persona umana allora, per logica, il criterio dell'età dei soggetti da uccidere diventa meramente accessorio. Quasi nessuno ha condiviso o ripreso o anche solo citato la lettera aperta firmata da 161 medici e pediatri belgi che si chiedono come può il Parlamento approvare «l'eutanasia per i bambini». I medici, come gli animalisti per la giraffa Marius, hanno ricordato che ci sono «altri mezzi per alleviare il dolore. Nessun bambino ha bisogno di soffrire oggi perché siamo perfettamente capaci di controllare il dolore con le cure palliative sia in ospedale che a casa». Inoltre, «non esiste un modo oggettivo per determinare se un bambino sia capace di discernere» le conseguenze dell’eutanasia, e quindi di richiederla in piena coscienza non è un problema religioso. L'eutanasia, prima ancora che una questione di credo personale, è un «problema di natura filosofica», ha spiegato Léonard, «minaccia nel lungo termine la società riguardo ai temi della vita, della morte e della libertà umana». Assistiamo a tentativi di uccidere la solidarietà, banalizzare e rendere vano qualsiasi fenomeno di aiuto tra chi è forte e sano verso chi è debole. Siamo esseri in relazione, che necessitano solidarietà. Ci sono altresì articoli dell'ordinamento giuridico italiano: l'art. 2 della Costituzione il quale stabilisce che vi sono diritti inalienabili della persona che la Repubblica riconosce e garantisce, tra cui ovviamente e prima degli altri il diritto alla vita. Oppure l'art. 579 del Codice Penale che sanziona l'omicidio del consenziente e l'art. 580 che punisce invece l'aiuto al suicidio, sanzionando così l'eutanasia. Oppure l'art. 5 del Codice Civile che vieta gli atti di disposizione permanente del proprio corpo: se è vietato disporre di parti del corpo a maggior ragione lo è disporre della vita. Per le cure palliative cfr. legge n. 38\2010. Si sente spesso parlare di eutanasia come atto di libertà, intesa come assoluta auto-determinazione dell'agire umano e totale sovranità dell'uomo su se stesso, ma a ben vedere, questo atto è in contraddizione lampante con il concetto stesso di libertà: infatti la libertà di vivere è presupposto fondamentale che permette di esercitare ogni altra forma di libertà e l’eutanasia la distrugge. Io Lorenzo, non posso fare a meno di fidami di Lei, la mia libertà mi porta a fidarmi di Lei Presidente, per questo mi sono permesso di sottoporre alla Sua attenzione ciò che a me realmente sta a cuore e in cui io credo fermamente. La ringrazio sin d'ora. Distinti saluti. Lorenzo Moscon

sabato 15 marzo 2014

Scordatevi l’eutanasia ai bambini. In Belgio già si invoca «l’eutanasia senza richiesta» (avete capito bene),15 marzo 2014 di Leone Grotti, www.tempi.it

In Belgio l’eutanasia per i bambini è stata approvata da pochissimo ma c’è già chi vuole «andare oltre» e legalizzare la cosiddetta «eutanasia non richiesta». In un articolo pubblicato sul belga Le Soir, Jean-Louis Vincent, capo del reparto di terapia intensiva all’ospedale Erasme ed ex presidente della Società belga di terapia intensiva, chiede una legge che «condanni l’accanimento terapeutico» e che quindi «autorizzi la pratica dell’eutanasia “non richiesta”».

EUTANASIA NON RICHIESTA. Si parla di accanimento terapeutico quando un medico si ostina a praticare sul paziente trattamenti sanitari sproporzionati rispetto all’obiettivo terapeutico, cioè il miglioramento della salute o la guarigione. Tutte le legislazioni nel mondo occidentale proibiscono esplicitamente l’accanimento terapeutico nel rispetto del benessere del paziente ma da qui a chiedere l’autorizzazione «dell’eutanasia non richiesta» il salto è enorme.
Proponendo di legalizzare l’uccisione di una persona senza che questa lo richieda, il professor Vincent avanza lo stesso argomento già usato agli albori della discussione sull’eutanasia ai minori: «L’eutanasia non richiesta», per quanto illegale, «è praticata più che regolarmente in Belgio» e quindi andrebbe adottata.

«ACCELERARE LA MORTE». Per essere chiari, non si tratta di cessare cure vitali a un paziente ma di «somministrare dosi importanti di calmanti per affrettare la morte di quelle persone la cui qualità della vita è diventata insufficiente. Questi malati non sono abbastanza coscienti per fare una richiesta esplicita [ma] sono in uno stato di sofferenza incontrollabile». Poiché quindi nel «contesto della terapia intensiva» un paziente non è in grado di chiedere l’eutanasia, dando per scontato che è proprio quello che desidera ci penserà il medico ad «accelerare la sua morte» .

«ACCORCIARE LE CURE PALLIATIVE». Secondo il dottore «dobbiamo spingerci più in là» e sottoscrive un documento redatto di recente dalla Società belga di terapia intensiva: «Bisogna discutere della somministrazione di agenti sedativi con l’intenzione diretta di accorciare il processo di cure palliative terminali a casa dei malati senza prospettive di miglioramento significative».
Ma c’è di più, perché «accorciare il processo di fine vita (…) può a volte essere appropriato anche se il paziente non è in una situazione di disagio, per migliorare la qualità del suo fine vita». Eutanasia non richiesta, quindi, potrebbe anche essere imposta a chi non soffre e soprattutto andrebbe a sostituire le cure palliative, vera alternativa all’eutanasia ma costosissima per la casse dello Stato.

ADDIO AUTODETERMINAZIONE. Quindi, conclude il professore, poiché «il primo obiettivo della medicina è restaurare o mantenere la salute, cioè il benessere dell’individuo, e non mantenerlo in vita a tutti i costi», bisogna organizzare «una discussione aperta e collegiale» per approvare l’eutanasia «in accordo con la famiglia, quando la qualità della vita del paziente è troppo mediocre e senza che il paziente in questione debba firmare alcun documento».
L’articolo di Vincent smonta definitivamente il mito dell’autodeterminazione come primo motivo per approvare l’eutanasia. Se questa proposta verrà approvata, infatti, nessuno potrà decidere di morire quando vuole ma la morte verrà imposta dal medico «in accordo con la famiglia». E se un paziente volesse vivere anche se la sua «qualità della vita è mediocre»? Non si saprà mai, perché nessuno l’avrà interpellato.

@LeoneGrotti

martedì 11 marzo 2014

Terapia fetale e trattamenti palliativi prenatali - Oggi è possibile curare i bambini ancora in grembo cambiando la storia naturale di molte condizioni patologiche, per restituire vita al feto erroneamente considerato terminale, speranza alla famiglia e dignità scientifica ai medici, Roma, 09 Marzo 2014 (Zenit.org) Pino Noia , http://www.zenit.org/it


La terapia fetale ha consolidato sempre più il concetto di feto come paziente e negli ultimi 15 anni si è spinta, lì dove il trattamento terapeutico non era possibile, ad attuare trattamenti di palliazione per il feto sia per diminuire le problematiche legate al dolore fetale (palliazione nocicettiva) sia per attuare procedure che pur non essendo risolutive permettono di arrivare ad epoche gestazionali compatibili con la vita postnatale (palliazione clinica).

La terapia fetale quindi è uscita dall’alveo sperimentale ed è diventata un’opzione terapeutica scientificamente validata come risposta a patologie fetali considerate fino a pochi anni or sono non passibili di terapia.

Le metodologie di cura fetale sono essenzialmente 4: transplacentare non invasiva (attraverso la madre), invasiva con aghi e dispositivi eco guidati (invasiva fetoscopica), invasiva open. La prima forma di metodologia terapeutica comprende l’uso di farmaci che passando la placenta vanno a curare patologie del ritmo cardiaco fetale o più recentemente mirano a contenere il danno neurocognitivo nei bambini down.

La seconda forma di terapia fetale comprende vari approcci. Drenare grosse cisti ovariche (tra 4 e 8 cm) di bambine non ancora nate (approccio  intralesionale) permette di far nascere feti che conservano la capacità procreativa futura, evitando la torsione del peduncolo ovarico, la necrosi e la perdita dell’ovaio prima della nascita. Immettere tiroxina nel liquido amniotico con un ago sotto guida ecografica (approccio intramniotico, amnioinfusione) mira ad impedire che un feto con gozzo tiroideo prenatale vada incontro a ritardo mentale. Il gozzo, in effetti, scompare dopo che il feto con i normali atti di deglutizione beve il liquido amniotico come una medicina. In altri casi correggere la mancanza di liquido amniotico con soluzione fisiologica dalla 17° alla 25° settimana (approccio intramniotico, amnioinfusione) permette di aiutare la formazione dei polmoni fetali e così prepararli all’adattamento postnatale (sopravvivenza passata dal 27 al 50%).

Viceversa in caso di gravidanze gemellari in cui uno dei due gemelli ha una grande quantità di liquido amniotico nella sua sacca (sindrome TTTS) l’asportazione di grandi quantità di liquido (approccio amniotico, amnioriduzione) comporta un aumento di sopravvivenza che passa dal 12 al 45%.

In tali casi però il trattamento che migliora ancor più la sopravvivenza e diminuisce la morbilità feto neonatale è il trattamento laser. Questa tecnica appartiene alle metodologie fetoscopiche che mirano a ridistribuire la circolazione fra i due gemelli qualora vi siano collegamenti vascolari patologici.

Fare trasfusioni a feti gravemente anemici, direttamente nel cordone ombelicale sotto guida ecografica (approccio intravascolare), ha aumentato la sopravvivenza negli ultimi 20 anni dal 40 al 90%, così come il drenaggio di liquidi patologici dalla pancia e dal torace fetale ha spostato la sopravvivenza dal 35 al 70%.

I trattamenti palliativi, soprattutto in presenza di accumuli e distensione delle sierose fetali mirano ad evitare che i liquidi raccolti distendendo le sierose ricche di terminazioni nervose, possano far sentire dolore al feto. Tale approccio però permette anche altri due obiettivi: studiare il liquido drenato (valutazione diagnostica) e impedire la compressione del liquido sul ritorno venoso per opporsi allo scompenso cardiaco (azione terapeutica). Come si vede diagnosi, palliazione e terapia fetale s’integrano e cambiano la storia naturale di molte condizioni patologiche, restituendo vita al feto erroneamente considerato terminale, speranza alla famiglia e dignità scientifica ai medici.

[Fonte: Notizie Pro Vita, marzo 2014, p.9]

(09 Marzo 2014) © Innovative Media Inc.

giovedì 13 febbraio 2014

L’eutanasia per i bambini accelera solo l’auto-genocidio dell’Europa. E non è un diritto: è la fine del diritto», 29 novembre 2013 di Leone Grotti, www.tempi.it

«L’Europa ha intrapreso il cammino dell’auto-genocidio. Quello che è successo segnala un calo drastico di umanità, un abbassamento del livello di civiltà». Il cardinale Elio Sgreccia, ex presidente della Pontificia accademia per la vita, si riferisce alla decisione presa dalla Commissione del Senato belga che ha autorizzato l’estensione dell’eutanasia ai bambini. La legge per essere approvata dovrà ottenere il via libera dalle due Camere ma come dichiara Sgreccia a tempi.it questo primo voto «è un salto di inaudita gravità che disumanizza il rapporto tra adulti e bambini e legalizza un grave delitto contro la vita umana».

Eminenza, chi appoggia la legge in Belgio dice di farlo in nome della «dignità dei malati».
L’eutanasia è un grave crimine contro la vita umana. Quella della dignità è solo una scusa: nessuno è padrone della sua vita, che non ci diamo da soli.

L’uomo non ha diritto di essere autonomo fino alla fine?
È giusto invocare il principio di autonomia quando parliamo in generale delle nostre azioni, di cui siamo sempre responsabili, ma noi non siamo autonomi rispetto alla vita, perché non ce la diamo noi. Con l’eutanasia si offende il diritto alla vita e si offende anche la società, che permettendola perde il controllo di se stessa e autorizza un delitto grave. E se parliamo di bambini, il delitto è gravissimo.

Secondo la nuova legge, è il bambino a dover chiedere l’eutanasia e uno psicologo deve valutare la sua capacità di comprendere quello che sta facendo.
I bambini non sono in grado di giudicare o decidere. Il bambino è sempre stato una categoria protetta, infatti non può prendersi la responsabilità di sottoscrivere contratti, di votare né di assumere un servizio come quello militare. La legge poi non fissa limiti di età, quindi il bambino può essere ucciso anche a due anni o quando è ancora neonato. L’idea dello psicologo, poi, è solo un trucco.

Perché?
Se uno vede un soggetto che si sta gettando da un ponte per suicidarsi, cosa fa, va a chiamare lo psicologo perché si accerti se l’aspirante suicida è in grado di decidere o meno? La decisione di uccidere è sempre ingiusta e il diritto alla vita vale di più di un esame psicologico. Lo psicologo è un trucco usato per dare una parvenza di legalità a una legge che distrugge la dignità e la libertà del bambino. Perché, diciamolo, l’aiuto a morire non è affatto un aiuto.

Ma se un bambino dà il suo consenso?
Ma di quale consenso stiamo parlando? Anche se dice di volerlo, magari sta solo passando una crisi di scoraggiamento. Il consenso è solo un pretesto e non era mai successo che aggrappandosi a questo si permettesse di anticipare la morte. Un tredicenne, un adolescente, potrebbe chiedere l’eutanasia solo perché attraversa una crisi, magari dopo una bocciatura o un forte dispiacere. La verità è che il bambino quando soffre deve essere aiutato e curato, non ucciso.

La legge belga autorizza l’eutanasia anche per i pazienti dementi, come in Olanda.
Anche qui si dimostra che il consenso è una scusa, perché la volontà dei malati mentali è ritenuta non valida da sempre. Infatti non possono firmare contratti. Ma c’è di più, perché il Belgio supera anche l’Olanda non fissando limiti di età per l’eutanasia dei bambini. Siamo davanti a un salto di inaudita gravità che disumanizza il rapporto tra le persone. È davvero arrivato il momento per l’Europa di chiedersi che cosa vuole fare dei suoi figli.

Perché?
Già ne nascono sempre di meno: siamo sotto il livello di ricambio tra morti e nati, ormai, per cui si può dire che l’Europa ha intrapreso un cammino di auto-distruzione, auto-genocidio. La sua popolazione infatti va estinguendosi. Se poi, a questi pochi che nascono, si toglie anche la percentuale dei sofferenti che possono essere uccisi, si accelera il processo di distruzione, di abuso del diritto della vita e di crudeltà. Così diventiamo disumani.

Perché un bambino possa ottenere l’eutanasia, però, serve il consenso dei genitori.
Ma di cosa stiamo parlando? I genitori non hanno la potestà neanche di fare delle operazioni sui minori, che non siano necessarie per il loro bene, figuriamoci di autorizzarne la morte. Questa legge non è gravissima solo dal punto di vista giuridico, ma anche da quello morale e umano perché la vita è sacra.

Chi non è religioso, però, non riconosce la sacralità della vita.
Non sono solo le religioni ad opporsi a questa legge perché considerano la vita un dono di Dio, è un problema di rispetto dell’uomo che tutti possono riconoscere.

Eppure da quando l’eutanasia è stata legalizzata in Belgio nel 2002, i casi sono quintuplicati.
Se cresce il numero dei casi è perché si allargano le eccezioni e il rigore delle condizioni iniziali viene meno. È la legge del piano inclinato: quando si fa uno strappo alla legge, è destinato ad allargarsi sempre di più.

Non può essere un atto di umanità alleviare le sofferenze di chi sta male?
No, perché con l’eutanasia si allevia solo il peso di chi sta bene. Diamo alle cose il loro nome: questo è utilitarismo, perché si toglie di mezzo il malato, è la cultura dello scarto di cui parla papa Francesco. Una persona è malata, mi pesa, è scomoda, non produce e quindi la butto. Chi sta bene per aiutare i sofferenti deve sacrificarsi, se uno non vuole sacrifici e non vuole soffrire deve eliminare il prossimo che gli sta vicino. Ma una persona così protegge solo se stesso finché ha piena validità e salute, perché poi finisce per buttare via anche la propria vita: eutanasia e suicidio assistito, infatti, vanno insieme. Dovremmo allarmarci tutti davanti a queste cose perché una legge del genere segnala un calo di umanità, di rispetto della vita umana, un abbassamento del livello di civiltà.

Da dove nasce questo calo di umanità?
La cultura della morte nasce dal fatto che si vuole la vita solo quando è perfetta e capace di produrre denaro o vantaggi. È il principio del piacere che diventa principio di morte: quando la vita non ti dà più soddisfazione, non è più apprezzabile o degna. In ultima analisi, però, è il calo della fiducia nella vita ultraterrena, la mancanza di fede nella vita eterna, in Dio e nell’immortalità a portare al deprezzamento dell’uomo. Come dice il Concilio vaticano II, quando viene meno la fiducia in Dio anche l’uomo svanisce. La vita va verso la pienezza e merita di essere vissuta perché ha un valore eterno. La morte va accettata quando è naturale, quando la fisicità non regge più e per questo non bisogna neanche praticare l’accanimento terapeutico.

Diversi studi dimostrano oltretutto che la legge sull’eutanasia in Belgio è continuamente abusata.
La legge è già un abuso in sé, chi si stupisce se poi se ne aggiungono altri? È tutto un abuso perché, lo ripeto, la vita non ci appartiene.

Non ha ragione chi dice che l’uomo ha diritto di morire?
No, l’eutanasia non è né un diritto né una libertà ma è la fine del diritto e della libertà.

@LeoneGrotti

lunedì 2 dicembre 2013

L’eutanasia (anche per minori) bocciata dalla comunità medica 1 dicembre 2013 -


In Belgio è stato approvato in prima istanza il testo di legge che estende la possibilità dell’eutanasia anche ai minori malati in fase terminale, se richiesta da loro stessi ed a condizione che uno psicologo abbia certificato la “capacità di giudizio” del minorenne richiedente.

eutanasiaCome già in molti hanno fatto notare, i vari Gabriele Paolini dovrebbero rallegrarsi in quanto se bastasse davvero uno psicologo per certificare la “capacità di giudizio” dei minorenni sul loro suicidio, perché lo stesso non dovrebbe valere anche per dare il via libera ai rapporti sessuali con gli adulti?

L’eutanasia per i minori arriva undici anni dopo l’approvazione completa per gli adulti (con un aumento del 500% nelle morti di eutanasia tra il 2003 e il 2012) e questo dimostra l’inevitabile piano inclinato, all’inizio è stata legalizzata per i soli malati terminali adulti e da lì in avanti è stato impossibile fermarsi: è toccato ai malati non terminali, poi a chi soffre a livello psicologico, poi agli anziani anche senza alcuna malattia fino ad oggi, dove si è aperto anche ai bambini in fase terminale. E il piano rimane inclinato verso ennesime aperture. «Quando il Belgio è stata legalizzata l’eutanasia», ha spiegato Tom Mortier sul “National Post” , «c’erano garanzie che sarebbe stato ben controllato e limitato ai casi eccezionali. Ma il numero di casi possibili è aumentato ogni anno raggiungendo quasi il 2% dei decessi totali nel 2012, e la definizione di ciò che è accettabile si sta continuamente espandendo». Numerose le volte, inoltre, si è praticata l’eutanasia su persone sane e senza il loro consenso, come accaduto alla madre di Marcel Ceuleneur.

Al Parlamento europeo si è svolto un dibattito sulla nuova legge belga a cui ha partecipato il professor Etienne Vermeersch, il padre delle leggi sull’aborto e l’eutanasia in Belgio il quale ha spiegato che la modifica alla legge in vigore dal 2002 è necessaria “per consentire di praticare l’eutanasia sugli handicappati”, adulti o bambini che siano. “Il Foglio” ha rivelato che Vermeersch è entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1953 ma nel 1958 ha rotto con la fede cattolica diventando un militante scettico e ateista, “un umanista” (autore di “Perché il dio cristiano non può esistere”). Nel 1979 si è pronunciato a favore della depenalizzazione della pedofilia e il suo nome è soprattutto legato alla teoria della sovrapopolazione come minaccia principale all’umanità. Sostiene infatti che i governi debbano intervenire per limitare i tassi di fertilità a un solo figlio per coppia, sostenendo la disumana politica del figlio unico in Cina.

Fortunatamente la bocciatura di tale decisione del governo belga è stata pressoché unanime nel mondo medico-scientifico, religioso e politico, con l’eccezione dei Radicali italiani. Tutte le associazioni mediche principali del mondo occidentale sono contrarie ad ogni forma di eutanasia e suicidio assistito, in Italia si sono espressi contro il Comitato nazionale di bioetica (Cnb), il Consiglio nazionale degli psicologi e la Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), il cui presidente Amedeo Bianco ha giustamente ricordato : «L’eutanasia, in assoluto è vietata dal nostro Codice penale ed anche dal Codice deontologico medico», e al divieto si aggiunge comunque il fatto che oggi «sono disponibili efficaci terapie anti-dolore che permettono di alleviare anche le situazioni di sofferenza maggiori».

Ha quindi proseguito: «E’ difficile, con i progressi fatti dalle terapie antalgiche, contro il dolore immaginare che possano esistere oggi condizioni di sofferenza sulle quali non si possa intervenire e che non possano essere alleviate. Ciò anche prevedendo e sapendo che l’utilizzo di tali tecniche farmacologiche può tuttavia comportare un’accelerazione del processo del morire. Va però sottolineato che oggi ci sono gli strumenti per alleviare il dolore e la sofferenza, che sono gli elementi che possono spingere verso una scelta eutanasica. Mi pare che tale proposta attenga piuttosto ad una cultura, quella belga, profondamente diversa dalla nostra, sia dal punto di vista giuridico che bioetico».

Le affermazioni di Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, sono convincenti ragioni laiche da contrapporre ai teorici della morte ed è corretto per noi cattolici affrontare il dibattito bioetico in questo modo, non soltanto avanzando motivazioni di tipo etico-religioso.

La redazione

mercoledì 13 novembre 2013

Cure palliative: sollievo dal dolore, per non soffrire inutilmente - http://www.zenit.org/


Intervista con la professoressa Valeria Ascheri in occasione della Giornata Nazionale delle Cure Palliative, che si celebra domani, lunedì 11 di novembre


Roma, 10 Novembre 2013 (Zenit.org) Laura Guadalupi | 161 hits

Quando tutto sembra perduto, quando la malattia non risponde alle terapie e non si può più guarire, c’è ancora tempo per prendere in mano la propria vita, accompagnandola verso l’epilogo finale con dignità. È l’alternativa offerta dalle Cure Palliative, il cui scopo non è accelerare o ritardare la morte, ma preservare la qualità della vita fino all’ultimo istante. Questo tipo di cura consiste nel controllo del dolore e nella risposta ai bisogni psicologici, sociali e spirituali del malato e della sua famiglia da parte di équipe di specialisti, spesso affiancati da volontari.

Approfondiamo la questione con Valeria Ascheri, docente di Filosofia all'Istituto Superiore di Scienze Religiose all'Apollinare della Pontificia Università della Santa Croce, che di recente ha svolto un lavoro di ricerca nell'area “Mass Media e Bioetica” presso la facoltà di Comunicazione Sociale Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce.

Chiunque sia  affetto da una malattia inguaribile in fase avanzata può avere accesso alle Cure Palliative, quindi non solo i malati oncologici. Inoltre, la Legge 38 del 2010 sancisce che le Cure Palliative rientrano nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza, ndr) e, quindi, sono garantite dal Sistema Sanitario Nazionale a titolo gratuito.

Ritiene che la popolazione sia sufficientemente informata sulle possibilità di sottoporsi a tali cure? Qual è la comunicazione che ne viene fatta sui mass media italiani?

Valeria Ascheri: Penso che una larga fetta della popolazione non ne sia ancora informata o, quanto meno, abbia un'informazione scarsa e confusa, nonostante le cure palliative siano oggi un diritto per ogni cittadino. Sui mass media si parla assai raramente di cure palliative e, quando accade, è di solito in programmi televisivi di approfondimento (spesso in onda a tarda notte o in orari molto mattutini) oppure su giornali e riviste specializzate o all'interno di pagine o rubriche dedicate alla salute. Sui quotidiani si trova qualche cenno nelle cronache locali, che informano su attività dei centri operanti nel territorio, specialmente in occasione di manifestazioni a scopo benefico oppure quando, purtroppo, mancano le risorse finanziarie per attivare qualche progetto o garantire l'assistenza ai malati.

Le cause dell'assenza delle cure palliative dall'agenda setting dei mass media sono molte, ma il motivo principale è che parlare di sofferenza, malattie inguaribili e morte è molto difficile e non attira né il pubblico, né, tantomeno, finanziamenti o sponsor. Insomma, le cure palliative non fanno audience e per questo l'argomento sofferenza-morte-cure palliative è rimasto l'ultimo “argomento-tabù”, di cui è meglio non parlare affatto, se non in qualche caso eclatante e, di norma, per raccontare storie drammatiche e molto singolari, dai toni esasperati e, a volte, anche disperati.

Il paziente può decidere di essere assistito in ospedale, in hospice, a domicilio o in altre strutture residenziali a seconda della regione. Qual è la scelta migliore?

Valeria Ascheri: Certamente per il paziente è meglio essere curato a casa, circondato dai suoi cari, continuando a vivere nel suo ambiente e mantenendo alcune abitudini quotidiane che tutti noi abbiamo. È questo lo spirito delle cure palliative: una medicina “olistica” che si prende cura della persona (patient centered), dell'uomo nella sua integralità, superando la visione della medicina che mira soltanto a guarire la malattia (desease centered), ossia il corpo dell'uomo. In poche parole, si tratta di passare dal to cure (curare una malattia) al to care (prendersi cura della persona). Per questa ragione, la soluzione migliore sono le cure al domicilio con l'assistenza di personale qualificato. Gli hospice sono certamente strutture che, a differenza degli ospedali, si pongono l'obiettivo di offrire ai loro ospiti tutto quello che possono desiderare e di cui hanno bisogno. Al di là dell'assistenza sanitaria infermieristica e fisioterapica e delle terapie per alleviare o ridurre il più possibile il dolore, cure palliative significa assistenza psicologica e spirituale, estesa anche ai familiari vicini al malato. Significa proporre al paziente attività distensive (artistiche, musicali, botaniche, ecc.) che lo possano impegnare e, allo stesso tempo, rasserenare, accompagnandolo, giorno dopo giorno, nella malattia e nel graduale congedo dalla vita e dagli affetti.  La qualità di vita di una persona non si misura soltanto in base al suo benessere fisico o all'efficienza personale, ma è molto di più, perché la persona non si riduce al suo corpo e la vita merita di essere vissuta fino alla fine nel migliore dei modi possibili.

Da tredici anni a questa parte, l’11 novembre si svolge  la “Giornata di San Martino”, iniziativa promossa dalla Federazione Cure Palliative (FCP). Di che si tratta?

Valeria Ascheri: Quest'anno si celebra la XIV Giornata Nazionale delle Cure Palliative: il pallium è il mantello di San Martino che simboleggia le cure palliative che avvolgono tutta la persona e la coprono dal freddo, mettendola al caldo. Il malato grave e terminale non soltanto soffre nel corpo per la sua specifica malattia, ma soffre in tutta la persona – solitudine, depressione, senso di abbandono e di inutilità, disperazione –  e ha bisogno di essere curato da tutti i punti di vista (total pain - total care).

In questa giornata, su tutto il territorio nazionale, si organizzano tantissimi eventi e campagne di informazione e sensibilizzazione, con lo scopo, almeno in questo giorno, di parlare di cure palliative in Italia e di far conoscere le diverse realtà (assistenza in ospedale, hospice, organizzazioni no profit, associazioni onlus, reti di volontari, purtroppo con una forte carenza al Sud rispetto al Centro Nord) e le loro attività. È un giorno molto importante perché, come dice il motto della campagna informativa del Ministero della Salute, lanciata nella scorsa primavera, ma poco nota, con “calore umano e scienza medica” si può essere “non più soli nel dolore”. Purtroppo, non lo si sa ancora abbastanza...

Scegliere San Martino ha un forte valore simbolico, che rimanda sia all’empatia con il sofferente, sia alla dimensione spirituale della morte. Le risultano storie di conversioni avvenute durante il percorso delle cure?

Valeria Ascheri: Sicuramente ci sarebbero moltissime storie da raccontare, rese possibili proprio grazie alle cure palliative, perché il malato è messo in condizione di pensare alla sua vita, affrontando la sofferenza in maniera adeguata. Accompagnato anche spiritualmente e circondato di attenzioni e affetto, molte volte trova Dio poco prima di incontrarlo faccia a faccia. Interessante, a questo riguardo, è la “Guida pratica per la cura spirituale della persona morente”, elaborata dalla Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles nel 2010 e che si può trovare tradotta in italiano nel libro di F. Cancelli, Vivere fino alla fine (2012). Il problema, se così vogliamo dire, è che queste storie sono strettamente personali e appartengono alla sfera spirituale, per cui ben pochi le raccontano, soprattutto al pubblico. Le cure palliative mancano di “testimonial mediatici” e questo fatto, seppur comprensibile, tuttavia va a incidere sull'aspetto comunicativo-divulgativo.

Posso, però, citare due testimonianze, non di conversione alla fede, ma di “storie di fine vita”, che meriterebbero di essere conosciute: si tratta del caso di una giovane donna toscana, Anna Lisa Russo (si può leggere il libro Toglietemi tutto tranne il sorriso, 2012) e del giornalista Gigi Ghirotti (1920-1974), in onore del quale, nel 1975, è stata costituita una fondazione intitolata a suo nome. Sono storie eroiche, molto diverse, ma contraddistinte entrambe dalla forza e dal sorriso che i protagonisti hanno avuto fino alla fine, storie che tutti, in primis i malati e i loro familiari, i medici e gli operatori sanitari, i politici e anche i giornalisti, dovrebbero conoscere, perché aiutano a capire quanto si possa ancora “fare” e “dare” da malati terminali.

Cosa si intende per “diritto a non soffrire” e cosa per “sollievo dal dolore”?

Valeria Ascheri: Ogni malato, seppur dichiarato inguaribile, ha diritto a non soffrire inutilmente, ossia più di quanto sia necessario e inevitabile. Oggi ci sono molte terapie e molti farmaci che aiutano a dare sollievo (la terapia del dolore, appunto) e che lasciano al malato la possibilità di vivere la malattia e gli ultimi mesi o giorni con i propri cari, magari portando avanti qualche 'sogno nel cassetto', come scrivere un libro, incontrare di nuovo un parente o amico lontano o con cui c’era stato un dissapore, pensare a come disporre dei propri beni, decidere di sposarsi (come ha fatto la già citata Anna Lisa Russo), laurearsi o conoscere un personaggio famoso (alcuni malati, ad esempio, esprimono il desiderio di incontrare il papa o un calciatore, un cantante o un attore e, non di rado, ci riescono).

Inoltre, non si può non ricordare che i farmaci e le terapie che alleviano il dolore sono assai meno costosi rispetto a quelli che mirano a guarire una malattia. Ciò è senz'altro un aiuto importante per i malati e le loro famiglie, già così duramente provati, ed è un argomento per sostenere la diffusione delle cure palliative. Per concludere, mi pare molto significativo che lo slogan della Giornata Nazionale di quest'anno sia incentrato proprio su questo aspetto: “Contro la sofferenza inutile della persona inguaribile”.

Com’è cambiato il ricorso alle Cure Palliative negli ultimi tredici anni?

Valeria Ascheri: In Italia c'è stata un'evoluzione certamente molto positiva che ha portato, nel marzo 2010, alla promulgazione della legge 38, in cui vengono sanciti il diritto e la gratuità dell'accesso a queste cure; l'Italia è ora un paese all'avanguardia dal punto di vista legislativo. Esistono due enti preposti a guidare la ricerca e i centri che se occupano: sono la Società Italiana di Cure Palliative (SICP), che pubblica anche la Rivista Italiana di Cure Palliative (RICP), e la Federazione Italiana Cure Palliative (FCP), promotrice della giornata di San Martino. Per merito della legge 38, l'utilizzo delle cure palliative è senz'altro in aumento, assieme all'apertura di nuovi hospice, di nuovi reparti all'interno di ospedali e alla nascita di nuove associazioni. Ciò avviene anche grazie a campagne volte a ottenere finanziamenti attraverso eventi organizzati a sfondo benefico o alla donazione del 5x1000 agli enti di volontariato che si dedicano alle cure palliative. Tuttavia, c'è ancora molto lavoro da fare, anche per ciò che riguarda i decreti attuativi della legge 38 e il riconoscimento della figura dello specialista in “cure palliative”. Infatti, soltanto a partire dal 2010 sono stati attivati corsi di specializzazione e master per “palliativisti” quando, in realtà, migliaia di persone lavorano da anni sul campo, garantendo lo sviluppo delle cure palliative nella fase pionieristica, ossia già prima della legge 38.

Siamo entrati in una nuova fase importante perché, grazie all'approvazione legislativa, oggi le cure palliative sono in condizione di diventare sempre più note, accessibili, e possono rompere quel tabù che ancora “frena” la loro piena diffusione. Si stima che, in Italia, i malati terminali (pazienti oncologici o con patologie neurologiche o vascolari) siano circa 250.000 ogni anno, di cui 11.000 bambini. Purtroppo, soltanto il 40% di questi accede alle cure palliative.

(10 Novembre 2013) © Innovative Media Inc.

mercoledì 23 ottobre 2013

Cure palliative troppo costose? Il Quebec studia la soluzione low-cost: legalizzare l’eutanasia, Ottobre 23, 2013, Leone Grotti, http://www.tempi.it


eutanasia-belgio-abusi

Secondo il medico Paul Lefort «l’eutanasia è una procedura che serve solo a risolvere il problema del mancato finanziamento della sanità». Eliminando i malati
eutanasia-belgio-abusiInizierà tra poco in Quebec la discussione parlamentare sull’approvazione della legge sull’eutanasia, presentata lo scorso 12 giugno. Il testo prevede che solo una persona «maggiorenne in fin di vita, che fa una richiesta specifica in modo libero e ripetuto, e risponde ai criteri della legge – cioè avere una malattia incurabile, grave, che peggiora in modo irreversibile e che causa una sofferenza insopportabile – può richiedere l’aiuto a morire».
SOLUZIONE LOW-COST. La maggioranza dei cittadini del Quebec è d’accordo, quella dei medici è contraria. Secondo il dottor Paul Saba, della Coalizione dei medici per la giustizia sociale, il progetto di legge «costituisce il modo più rapido per abbandonare a loro stessi i pazienti in fin di vita».
Secondo il medico, la logica sottintesa alla legge è economica: «Il governo ci propone un trattamento da discount per i più vulnerabili, cioè una morte rapida attraverso un’iniezione oppure una morte lenta senza garanzie di trattamenti adeguati [come le cure palliative] in un sistema che cerca in tutti i modi di fare economie. È indecente».
NIENTE CURE PALLIATIVE. Secondo un altro medico canadese, Paul Lefort, che è intervenuto sul quotidiano lapresse, «il ricorso all’eutanasia da parte del governo si giustifica per l’incapacità della medicina di alleviare le conseguenze di una malattia incurabile». «Il fallimento dei trattamenti non è dovuto a una impossibilità medica – continua – ma al rifiuto dello Stato di finanziare le cure palliative negandole a quattro malati su cinque».
L’80 per cento dei malati che fanno richiesta di accedere alle costosissime cure palliative in Quebec ottengono un responso negativo. Per questo, conclude Lefort, «l’eutanasia è una procedura che serve solo a risolvere il problema del mancato finanziamento della sanità e dello scarsa possibilità di accedere alle cure palliative».

martedì 12 marzo 2013


La medicina palliativa: una forma di carità disinteressata - Il Catechismo della Chiesa Cattolica incoraggia in modo esplicito questo tipo di cura -  Roma, 11 Marzo 2013 (Zenit.org) Bruno Brundisini 


Le cure palliative derivano il loro nome da pallium, che era il mantello usato dagli antichi greci e romani per coprire la tonaca sulle spalle. Con riferimento all’etimologia, il loro significato più appropriato sembra quello di proteggere il paziente, più che di nascondere la malattia.

Lo statuto dell’Associazione Europea per le Cure Palliative afferma che queste consistono “nell’assistenza attiva e totale dei pazienti terminali quando la malattia non risponde più alle terapie ed il controllo del dolore, dei sintomi, degli aspetti emotivi e spirituali e dei problemi sociali diventa predominante. Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire come un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di garantire la migliore qualità di vita, sino alla fine”.

Esse interessano quindi il paziente in fase terminale, cioè ormai irreversibile, sia esso oncologico, sia esso affetto da altra patologia, che non risponde più alle cure specifiche. In questa fase quindi si continua a curare il malato che ha quella determinata malattia, e non più la malattia che affligge il malato.

Infatti, quando non si può più fare niente per guarire la malattia, si può fare ancora molto per curare il malato, in particolare lenire il suo dolore fisico nell’ultimo periodo della vita. È questo il momento in cui ci si deve occupare degli aspetti psicologici, sociali e spirituali del paziente e dare il sostegno alla sua famiglia.

Vista in quest’ottica la medicina palliativa, forse ancora più di quella rivolta alla cura della patologia, presenta un altissimo rispetto della qualità della vita e della persona, che concepisce nella sua totalità. Non si tratta di una medicina estrema o spinta ad oltranza, o di accanimento terapeutico, né tanto meno di eutanasia, ma, al contrario, di una medicina di assistenza, di ascolto, di accoglienza e di accompagnamento.

Essa si pone con un approccio multidisciplinare a 360 gradi, che si rivolge a tutte le esigenze della persona in quel particolare momento. È quello che gli inglesi chiamano il passaggio dal to cure al to care for, ossia dal curare al prendersi cura di una persona. Tutto ciò può avvenire al domicilio del paziente o in ospedale o nell’hospice.

La grande attenzione a questo aspetto della medicina, che si va sempre più affermando anche nel nostro Paese, è data dalla Legge n° 38 del 15 Marzo 2010, recante le Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Si tratta di una disposizione legislativa che, oltre ad indicare queste cure tra gli obiettivi prioritari del Sistema Sanitario Nazionale, sancisce l’obbligo di percorsi formativi per gli operatori sanitari di questo settore, affinché nessuno possa più improvvisarsi come palliativista o terapista del dolore.

La Chiesa Cattolica ha assunto sempre una posizione estremamente chiara oltre che sui temi dello stato vegetativo e dello stato di minima coscienza, anche sull’assistenza alla condizione di fine vita. A questo proposito basta ricordare quanto affermato nel Catechismo: “Anche se la morte è considerata imminente le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. (…) Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata” (CCC 2279).

Queste cure vengono distinte dall’accanimento terapeutico. Infatti sempre nel Catechismo si legge: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC 2278).

Oltre a credere nella vita dopo la morte, la Chiesa e la morale ci insegna anche a credere nella vita prima della morte, quando la morte ancora non è presente, ma già prende forma quello che possiamo definire il morire.

(11 Marzo 2013) © Innovative Media Inc.

lunedì 25 febbraio 2013


La Francia non apre all’eutanasia, ma alla sedazione terminale -  24 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it

Eutanasia

Molti quotidiani hanno scelto di sottolineare nei titoli che la Francia avrebbe aperto all’eutanasia, salvo poi riferire che invece è stata accettata la sedazione terminale per pazienti in fine di vita che abbiano fatto richieste persistenti e lucide per la quale tutte le cure sono diventate inefficaci e i trattamenti palliativi già adottati, si parla di “situazioni cliniche eccezionali”.

Stranamente il disinformatore per eccellenza, Il Fatto Quotidiano, questa volta ha visto giusto e ha voluto correggere gli altri quotidiani italiani: «La sedazione terminale non ha nulla a che fare con l’eutanasia. La sedazione, legale in Italia e praticata normalmente in cure palliative, è la soppressione mediante farmaci della coscienza quando il dolore non è sostenibile, è un coma indotto farmacologicamente, una sorta (per capirci) di anestesia generale, che non solo non sopprime la vita, ma in molti casi prolunga la sopravvivenza. Perché menzionare allora l’eutanasia?».

Umberto Tirelli, direttore del dipartimento di Oncologia medica dell’Istituto Tumori di Aviano, ha approfondito sottolineando che quella francese «non mi sembra una grande novità. Mi pare una decisione ovvia, nel caso in cui un paziente con malattia oncologica ha già sfruttato tutti i trattamenti oncologici possibili e si trova in una condizione di fine vita in cui la morte è attesa entro un lasso di tempo compreso tra poche ore e pochi giorni e vi è una impossibilità a controllare sintomi molto severi quali la fatica a respirare e i dolori, ed essendosi i medici e gli infermieri tra di loro consultati coinvolgendo anche i terapisti del dolore con un consenso sull’utilizzo della stessa sedazione terminale». Così «si può procedere a utilizzare farmaci che sedano il paziente e inducono alla perdita di coscienza così da “addormentarlo” senza più provare quei disturbi severi di cui sopra».

La sedazione in fase terminale è certamente approvata anche dalla Chiesa cattolica, come ha spiegato mons. Pierre d’Ornellas, arcivescovo di Rennes, Dol e Saint-Malo: «Una sedazione è legittima in fase terminale. Se la sofferenza è incontrollabile, la scienza deve continuare le sue ricerche per trovare l’analgesico e la maniera per somministrarlo perché permetta di alleviarla. Certo, ciò può provocare la venuta molto rapida della morte, ma la sua causa non è l’atto medico ma la malattia». Non a caso in Italia è stata legittimamente scelta anche dal card. Carlo Maria Martini, anche se purtroppo il suo sedicente figlio spirituale, Vito Mancuso, ha tentato di sfruttare la sua morte per una legge pro-eutanasia.

Se anche Il Fatto Quotidiano è riuscito a riportare correttamente la notizia, Corrado Augias è rimasto incorreggibile. Ha subito approfittato della notizia golosa e falsa per le sue prediche, oltretutto affermando: «Del resto alcuni paesi europei (Paesi Bassi, Svizzera che io sappia, forse anche altri) hanno già introdotto la possibilità di un suicidio assistito e non risulta che ci siano stati inconvenienti degni di nota». Se per una buona volta Augias fosse informato di ciò di cui vuole parlare, saprebbe che perfino la rivista The Lancet si è mostrata preoccupata per la situazione dei Paesi Bassi. Lo stesso ha fatto recentemente l’European Institute of Bioethics (EIB) e diversi operatori sanitari del Belgio -alla faccia di Augias e “dell’inesistenza di inconvenienti”- hanno spiegato allarmati: «Per depenalizzare l’eutanasia, il Belgio ha aperto un vaso di Pandora. Come previsto, una volta tolto il divieto, si cammina rapidamente verso una banalizzazione dell’eutanasia. Dieci anni dopo la depenalizzazione dell’eutanasia in Belgio, l’esperienza dimostra che una società che sostiene l’eutanasia rompe i legami di solidarietà, fiducia e sincera compassione che sono alla base del “vivere insieme”, arrivando ad auto-distruggersi».

Questo perché mentre l’eutanasia è stata legalizzata per malati terminali, lentamente il piano inclinato ha portato alla possibilità di eutanasia anche per ciechi, minorenni “in grado di discernere”, affetti da artrosi, malati di Alzheimer, detenuti sani e anche coloro che soffrono di depressione. Si è scoperto, infine, che la legalizzazione del suicidio assistito aumenta per contagio il tasso di suicidio generale nella popolazione, soprattutto per gli adolescenti.

La redazione

venerdì 15 febbraio 2013


SCIENZA & VITA: SEDAZIONE PALLIATIVA, NON EUTANASIA - Comunicato n° 66 del 14 Febbraio 2013 


Il documento del Consiglio etico dell’Ordine dei medici francese ripropone una questione complessa che interpella anche nel nostro Paese il dibattito legislativo – rimasto sospeso – sul fine vita. Se la dizione sedazione “terminale”, presente nel testo francese, sembra alludere a una pratica terapeutica volta a determinare la morte del paziente, dunque di tipo eutanasico, la dizione “sedazione palliativa”, che non è una forma surrettizia di eutanasia ma è praticata nell’ambito delle cure palliative come strumento per alleviare il dolore globale proprio di un soggetto terminale, può riportare il dibattito bioetico nel giusto binario.
L’Associazione Scienza & Vita, nel ribadire la ferma opposizione a ogni tipo di eutanasia, si augura che vengano rispettati almeno tre criteri:
1. La correttezza della decisione di sedare (consenso informato e proporzionalità terapeutica)
2. La correttezza tecnica, in ordine alla giusta adeguazione dei farmaci e delle dosi
3. La correttezza relazionale, ossia la capacità di condividere la drammaticità della scelta con il paziente, se possibile, e con i familiari

lunedì 11 febbraio 2013


Eutanasia: il dolore fisico si può annullare - 10 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it

Vivere fino alla fine

Se la legalizzazione dell’aborto è giustificata con la falsa questione della salute materna e dell’aborto clandestino, se l’adozione per le coppie di omosessuali è sostenuta con la ridicola obiezione che sarebbe “meglio di un orfanotrofio”, la legalizzazione dell’eutanasia è sostenuta in quanto -dicono- sarebbe più dignitoso morire così piuttosto che tra gli spasmi del dolore.

Utile a tal proposito l’uscita del libro del dott. Ferdinando Cancelli, specialista in cure palliative, intitolato Vivere fino alla fine. Accompagnamento e cura della persona morente (Lindau 2012). Affrontando la morte da un punto di vista strettamente clinico -come si legge nella prefazione affidata a Lucetta Scaraffia- ha un effetto primario: quello di allontanare da chi lo legge la paura della morte. Cancelli conosce la morte, la incontra con grande frequenza nella sua pratica medica e ne ha tratto non solo considerazioni mediche, ma riflessioni profonde fondate su una vera esperienza.

Nel volume vengono affrontati uno per uno tutti i problemi più complicati e disputati dalla politica e dalla medicina divulgativa, con risposte semplici che servono a dissipare molte paure. Ma anche a farci sapere ciò che spesso ignoriamo, come il fatto che la morfina costa poco e serve a rendere sopportabile il dolore senza accelerare la morte del paziente. E quando neppure la morfina può far tacere il dolore, c’è la possibilità di far entrare il paziente – possibilmente con il suo consenso – in coma farmacologico per evitargli sofferenze inutili e difficilmente sopportabili. Come ha giustamente deciso anche il card. Carlo Maria Martini al termine della sua vita, questione che è invece stata ignobilmente strumentalizzata dal suo sedicente figlio spirituale, Vito Mancuso, per strizzare l’occhiolino all’eutanasia.

I rimedi al dolore dunque ci sono, e la necessità di chiedere la morte per sfuggire a un dolore insostenibile esiste solo nei quesiti delle inchieste che vogliono far passare tutti come sostenitori dell’eutanasia. Non a caso i Radicali non hanno mai parlato di medicina palliativa e invece continuano a fare i loro sondaggi sull’eutanasia domandando se si preferisce morire piuttosto che soffrire dolori insopportabili. E’ ovvio il risultato, chiunque preferirebbe morire. Ma se i dolori sono trattabili, quasi tutti preferiscono vivere sino alla fine naturale, come spiega il dott. Cancelli. Non è vero che la vita ha senso solo se si è sani e autonomi: le esperienze del medico rivelano che fino agli ultimi istanti l’uomo è un essere vivente, e in questo incontro con la morte «si manifestano dei fuochi d’artificio della vita».

D’altra parte lo ha testimoniato anche l’oncologo Umberto Veronesi: «Nessuno mi ha mai chiesto di agevolare la sua morte. Ho posto da sempre un’attenzione estrema al controllo del dolore e, per mia fortuna, nessuno dei miei pazienti si è mai trovato in una condizione di sofferenza tale da chiedere di accelerare la sua fine». Non è il dolore ad essere un problema, ma semmai -come dicono gli studi - la depressione e la disperazione ad essere i predittori di richieste di eutanasia, problemi reali ma facilmente affrontabili.



venerdì 8 febbraio 2013


Ferdinando Cancelli chiarisce alcuni concetti stravolti dalla cattiva informazione Vivere fino alla fine Accompagnamento e cura del morente Vivere fino alla fine. Accompagnamento e cura della persona morente è il titolo del nuovo volume (Torino, Lindau, 2012, pagine 179, euro 16) di Ferdinando Cancelli, di cui pubblichiamo la prefazione – di Lucetta Scaraffia – Osservatore Romano, 7 febbraio 2013 


I medici hanno confiscato il dibattito sulla morte – ha dichiarato a «Le Monde» il presidente emerito del comitato francese di bioetica Didier Sicard – e questo non è un bene, perché la riflessione su questo tema deve essere più ampia e profonda. Si è data la parola ai medici per sfuggire al peso delle contrapposizioni ideologiche, che hanno avvelenato il dibattito trasformandolo in una sterile contesa, ma questo ha provocato una riduzione sbagliata della questione. E non solo in Francia: anche in Italia il conflitto fra «progressisti», a favore dell’eutanasia, e «conservatori», cattolici, che si schierano contro è spesso mascherato dal ricorso a medici che accampano ragioni sanitarie per rafforzare i diversi punti di vista. Il libro di Ferdinando Cancelli, che è medico esperto in cure palliative, sfugge del tutto a questa superficialità, pur affrontando la questione della morte anche dal punto di vista strettamente clinico. E non è di parte, pur essendo Cancelli profondamente cattolico. Proprio per questo motivo è un testo di grande interesse, per credenti e non credenti: un libro così chiaro e semplice che ha prima di tutto un effetto sorprendente, quello di togliere a chi lo legge la paura della morte. Cancelli conosce la morte, la incontra con grande frequenza nella sua pratica medica e ne ha tratto non solo considerazioni mediche, ma riflessioni profonde fondate su una vera esperienza. Non parla in base a dogmi teorici né a illusioni ideologiche: nelle sue parole si sente la riflessione sull’esperienza concreta, ed è questo soprattutto a rendere il libro appassionante e convincente. Alle riflessioni problematiche l’autore alterna infatti brevi racconti di esperienze vissute nella sua professione, che rendono più chiare e concrete le sue conside razioni. Sono così affrontati uno per uno tutti i problemi più complicati e disputati dalla politica e dalla medicina divulgativa, con risposte semplici che servono a dissipare molte paure. Ma anche a farci sapere ciò che spesso ignoriamo, come il fatto che la morfina costa poco e serve a rendere sopportabile il dolore senza affrettare la morte del paziente; non ci sono scuse, quindi, per quei centri di cura che non aiutano i pazienti gravi con cure antidolorifiche. E quando neppure la morfina può far tacere il dolore, c’è la possibilità di far entrare il paziente – possibilmente con il suo consenso – in coma farmacologico per evitargli sofferenze inutili e difficilmente sopportabili. I rimedi al dolore dunque ci sono, e la necessità di chiedere la morte per sfuggire a un dolore insostenibile esiste solo nei quesiti delle inchieste che vogliono far passare tutti come sostenitori dell’eutanasia. Alla domanda se si preferisce morire piuttosto che soffrire dolori insopportabili chiunque risponde – è ovvio – che preferirebbe morire. Ma se i dolori sono trattabili, quasi tutti preferiscono vivere sino alla fine naturale. Perché non è vero che la vita ha senso solo se si è sani e autonomi: le esperienze di Cancelli ci rivelano che fino agli ultimi istanti l’uomo è un essere vivente, e in questo incontro con la morte «si manifestano dei fuochi d’artificio della vita». Infatti, anche se oggi per molti la morte ideale è quella improvvisa, magari nel sonno, perché la morte fa solo paura, è vero quello che si pensava in passato: serve tempo per prepararsi alla morte, per chiedere perdono, per riconciliarsi con Dio (chi crede), con se stessi e con gli altri, per sistemare gli affari terreni. E magari per vivere ancora momenti affettivi di grande intensità e felicità. Cancelli non pretende che tutti i malati gravi vengano informati della loro condizione, sa che ogni caso è diverso e che ogni volta bisogna capire cosa sia meglio fare, per il paziente e la famiglia che lo circonda. L’aspetto più convincente del suo ragionamento è proprio la pacatezza, la lontananza da prediche minacciose e da dogmi, che lo portano a consigliare due testi legislativi diversi, entrambi non italiani, per far fronte ai problemi di cui parla. Per l’aspetto giuridico, guarda con favore alla legge francese Leonetti sul fine vita, moderata e prudente, non legata a nessuna delle due parti in conflitto. Per l’assistenza spirituale, a una guida preparata dai vescovi inglesi, anch’essa pacata, rivolta a credenti e non credenti, e pensata per un Paese dove i cattolici sono una minoranza. Entrambe sono riportate in appendice al libro, come una proposta di soluzione dei problemi equilibrata, lontana da irrigidimenti a sfondo politico. Certo, è indubbio che per Cancelli la vita umana costituisce un valore non negoziabile, ma questo medico non si fa solo paladino del punto di vista cattolico, sa andare al cuore di tutti, anche di chi non pensa come lui, con parole sensate e moderate, proponendo soluzioni che possono essere accolte da tutti. Lo si vede dal modo in cui evoca, con poche frasi, i casi clamorosi e conflittuali di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro. In definitiva, un libro importante, soprattutto perché ci aiuta a guardare alla morte senza paura: senza paura di dolori insostenibili, che potremo sedare, ma anche senza il timore panico che prende oggi chiunque provi a riflettere sull’argomento. Perché ci insegna che la morte è un compimento della vita, un passaggio che può essere dolce e riservare anche sorprese positive, per il morente e per chi lo assiste con amore.  

martedì 29 gennaio 2013


Mobilitazione di fronte a un progetto di legge in Québec La vera dignità è la tutela della vita -  L’OSSERVATORE ROMANO lunedì-martedì 28-29 gennaio 2013


OTTAWA. «Poiché il Governo del Québec intende presentare entro giugno un progetto di legge sulla “morte assistita”, chiunque creda ancora al primo dei diritti fondamentali — il diritto alla vita — ha oggi il dovere di agire. Come cittadini e cittadine di un Paese che si considera civile, tutte le persone di buona volontà hanno il diritto e il dovere di promuovere le cure palliative e la vera compassione e di contrastare qualsiasi tentativo di legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito». È l’appello lanciato in Canada dall’Organismo cattolico per la vita e la famiglia (Ocvf) dopo che il comitato di giuristi, incaricato dall’Assemblea nazionale del Québec di esprimere le raccomandazioni alla Commissione speciale sulla questione della morte assistita, ha consegnato il proprio rapporto al ministro responsabile del dossier «Mourir dans la dignité», Véronique Hivon. L’Ocvf, per il quale le cure palliative costituiscono «l’unica risposta veramente umana e rispettosa dei bisogni delle persone in fin di vita e delle loro famiglie», contesta con forza il concetto di “aiuto medico a morire”, preoccupandosi delle conseguenze giuridiche, etiche e sociali di una tale pratica. Secondo l’accusa, il «Rapporto Ménard» (Jean-Pierre Ménard, giurista, è il presidente del comitato) maschererebbe la realtà «giocando con le parole e mantenendo la confusione», mentre resta il fatto che questo “aiuto medico a morire” è sinonimo di eutanasia, «una pratica mortifera che va mano nella mano con il suicidio assistito», e significa «uccidere volontariamente, mettendo fine alla vita di una persona», in nome di una concezione limitata della sua autonomia. L’Organismo cattolico per la vita e la famiglia — fondato congiuntamente dalla Conferenza episcopale del Canada e dal Consiglio supremo dei Cavalieri di Colombo — contesta anche che esista un consenso sociale a favore della morte assistita, perché «il 60 per cento delle persone e dei gruppi intervenuti durante le audizioni della Commissione si oppongono all’eutanasia e al suicidio assistito». I media, dunque, così come i deputati che seggono all’Assemblea nazionale del Québec «devono ascoltare gli elettori e le elettrici contrari al progetto di legge che sarà presto depositato dal Governo Marois, in contrasto con il codice penale del Canada che vieta sia l’eutanasia sia il suicidio assistito». Nel suo comunicato, l’Ocvf segnala infine ai cittadini una serie di documenti per approfondire il tema e i siti on line di tre organizzazioni particolarmente attive nel campo del fine vita: il Collettivo medico per il rifiuto dell’eutanasia, Vivere nella dignità e la Coalizione per la prevenzione dell’eutanasia. Il «Rapporto Ménard», parlando dell’aide médicale à mourir, lo definisce come una «nuova tipologia di cure» riservata a coloro che sono stati colpiti da una malattia grave e incurabile, le cui capacità sono compromesse, senza alcuna prospettiva di miglioramento, e alle prese con sofferenze fisiche o psicologiche costanti, insopportabili, che non è possibile lenire se non in situazioni giudicate dal paziente “intollerabili”. L’aiuto medico a morire verrebbe tuttavia reso accessibile solo a determinate condizioni: richiesta esclusiva da parte del malato; scrupolosa valutazione del medico curante e di un altro medico indipendente; successiva, nuova presentazione della domanda da parte del paziente; parere da consegnare al Consiglio dei medici, dei dentisti e dei farmacisti. Il comitato di giuristi conclude la sua relazione raccomandando al legislatore di intervenire «per meglio inquadrare le cure del fine vita, tenendo conto dell’evoluzione dei diritti e delle attese della società». 

mercoledì 9 gennaio 2013


Il dibattito sul fine vita in Francia Qual è la posta in gioco di FERDINAND O CANCELLI, Osservatore Romano, 9 gennaio 2013

Nei dibattiti bioetici spesso si assiste alla contrapposizione frontale tra i sostenitori dell’«etica della vulnerabilità» e quelli dell’«etica dell’autonomia», per usare le parole del senatore francese Jean Leonetti. Il quotidiano «La Croix», in un clima di rinnovato fermento in Francia sulle proposte di un’eventuale revisione della legge sulla fine della vita, suggerisce due modi per uscire da questa sterile impasse.
Il primo è quello di offrire uno strumento che permetta di comprendere in termini semplici ma precisi le definizioni dei temi in questione:  Fin de vie. Les clés du débat (Fine della vita. Le chiavi del dibattito) è un e-book che affronta in dieci capitoli tutti i temi principali delle delicate questioni cliniche ed etiche connesse alla malattia inguaribile. La legge vigente, i concetti di dignità e di libertà, i limiti dell’assistenza ospedaliera, i dilemmi suscitati dai progressi della medicina, le prospettive future sono solo alcuni degli argomenti trattati in modo conciso ma ricco di suggerimenti per letture di approfondimento.
Ogni capitolo è seguito dalla testimonianza di congiunti o di sanitari direttamente coinvolti in un’assistenza a un malato giunto alla fase finale della vita. La lettura è ricca di dati sui quali riflettere: tra questi lo studio del dottor Edouard Ferraud, responsabile di un’unità di cure palliative, condotto nel 2008 in 613 differenti servizi ospedalieri francesi dal quale è emerso, ad esempio, che soltanto il 35 per cento degli infermieri avevano giudicato “accettabili” le circostanze dei decessi nei loro servizi e che su 3793 pazienti deceduti in ospedale solo il 24 per cento avevano avuto qualcuno al loro fianco nel momento della morte. Questi dati correlano, secondo il dottor Ferraud, con «un’assenza a volte quasi totale di cultura palliativa in un gran numero di strutture ospedaliere».
Una seconda via per superare l’impasse è quella proposta con estrema lucidità dal gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un’intervista pubblicata su «La Croix» del 5-6 gennaio e ripresa quasi per intero dall’«Osservatore Romano» del 6. Per sconfiggere l’idea che l’unico modo di appropriarsi della propria morte sia il «chiedere l’atto che uccide» occorre trovare — afferma il rabbino — «un modo completamente diverso di essere soggetto, che consiste nell’essere lucidi, responsabili, coscienti. Preparare la propria morte, avere il coraggio d’interpellare i medici riguardo alle proprie paure, lasciare a quelli che resteranno una parola di vita, una parola di benedizione che li aiuti a vivere senza di noi».
Poi — continua Bernheim — «è difficile morire con dignità quando si è stretti in una cospirazione di ilenzio, quando le persone a noi più vicine, angosciate, assistono impotenti e mute alla nostra lenta scomparsa. Quando non possono o non vogliono accompagnarci. Come riuscire a stare in pace con se stessi e con gli altri, dire addio, trasmettere qualcosa di sé e della propria esperienza di vita, se tutti fuggono o si comportano come se la morte non fosse vicina? Il modo in cui noi lasciamo questo mondo dipende tanto dalla maniera in cui abbiamo vissuto quanto dall’atteggiamento di coloro che ci circondano». Le due vie proposte, in apparenza così diverse, sono in realtà strettamente connesse tra loro. Come potrà infatti un malato «preparare la propria morte», «interpellare i medici», superare la «cospirazione del silenzio» o, d’altra parte, un sanitario non fuggire o non far finta che la morte non sia vicina se non comprendendo esattamente le definizioni e la portata clinica, etica ed umana dei problemi in gioco? Troppe volte ai malati e ai propri familiari mancano gli elementi fondamentali per comprendere quanto sta succedendo e per essere «lucidi, responsabili e coscienti», e quindi pienamente «soggetti», in momenti così drammatici. E gli stessi elementi troppe volte mancano anche ad alcuni di coloro che nell’affrontare magari pubblicamente questi temi finiscono per influenzare in modo distorto le coscienze altrui. Il rischio è che questi ultimi sottraggano ai primi la possibilità di vivere sino alla fine e di «lasciare a quelli che resteranno una parola di vita. 

lunedì 17 dicembre 2012


15 dicembre, 2012
Pochi organi di informazione hanno riportato che lo scorso 6 novembre, assieme all’elezione presidenziale, gli abitanti dello stato americano del Massachusetts hanno rifiutato la legalizzazione del cosiddetto “suicidio assistito”. La notizia ha una certa rilevanza in quanto il Massachusetts è rinomato per essere tra i più liberal degli USA, con il 48% di abitanti non particolarmente interessato alla religione. Ma c’è un altro motivo per cui vale la pena segnalare questo risultato, ovvero che contro il suicidio assistito si sono schierate le più importanti voci medico-scientifiche e mediatiche americane, oltre ovviamente alla Chiesa cattolica.
Stiamo parlando dell’American Medical Association (AMA), la quale ha ribadito la sua posizione espressa nel suo statuto: «E’ comprensibile, anche se tragico, che alcuni pazienti in costrizione estrema – come ad esempio coloro che soffrono di una malattia terminale, dolorosa e debilitante – possano arrivare a decidere che la morte è preferibile alla vita. Tuttavia, permettendo ai medici di partecipare al suicidio assistito si potrebbe causare più male che bene. Il suicidio assistito è fondamentalmente incompatibile con il ruolo del medico come guaritore, sarebbe difficile o impossibile da controllare, e pone seri rischi sociali». Quindi, si è proseguito, «anziché partecipare suicidio assistito, i medici devono efficacemente rispondere alle esigenze dei pazienti in fine vita. I pazienti non devono essere abbandonati una volta che si determina che la cura è impossibile. Interventi multidisciplinari dovrebbero essere richiesti, compresa la consultazione di specialisti, hospice, sostegno pastorale, consulenza familiare, e altre modalità. I pazienti verso la fine della vita devono continuare a ricevere sostegno emotivo, una cura adeguata al controllo del dolore, il rispetto per l’autonomia del paziente, e la buona comunicazione». In modo molto simile si è posta la Massachusetts Medical Society (MMS)spiegando che  «il suicidio assistitonon è necessario per migliorare la qualità della vita», ed esprimendo soddisfazione«che la maggioranza degli elettori è d’accordo sul fatto che il ruolo del medico è quello di guarire e consolare, non di aiutare la morte».
Ricordiamo che la stessa posizione contraria a eutanasia e suicidio assistito è stata recentemente assunta o ribadita anche dalla  Briti sh Medical Association(BMA), dalla German Medical Association  e dalla New Zealand Medical Association.
Dello stesso avviso anche l’American Nurses Association (ANA), la quale ha proibito con forza la partecipazione degli infermieri in pratiche di suicidio assistito o l’eutanasia, «perché questi atti sono in diretta violazione del Codice Etico, le tradizioni e gli obiettivi etici della professione, e la sua alleanza con la società». Si riconosce inoltre il disagio degli infermieri soffrono quando viene loro chiesto di partecipare ad un’eutanasia e al suicidio assistito, ribadendo che esistono dei limiti al diritto per diritto dei pazienti all’autodeterminazione.
Ma anche i media progressisti hanno posto un veto. Ad esempio il New York Times ha titolato: “Il suicidio di scelta? Non così in fretta”  un articolo di un disabile pro-choice, Ben Mattlin, il quale ha sottolineato l’alto rischio di abusi:«ho vissuto così vicino alla morte per così tanto tempo che io so quanto sia sottile e poroso il confine tra coercizione e libera scelta e come è facile che qualcuno, inavvertitamente, ti influenzi nel sentirti svalutato e senza speranza», sentendo la pressione che ti dice essere «”ragionevole” lasciarsi andare, per alleggerire gli altri». Malato da sempre di atrofia muscolare spinale ha risposto ai sostenitori dicendo che «non si può veramente concepire le molte forze sottili che emergono quando la vostra autonomia fisica è irrimediabilmente compromessa». Tuttavia, ha continuato, «ho imparato quanto sia facile essere percepito come una persona la cui qualità di vita è insostenibile». La sua testimonianza è preziosa perché spiega quanto anche su questo «siamo inesorabilmente influenzati dal nostro ambiente circostante», non è mai una scelta libera. Così, l’esistenza di una legge liberalizzante diventa davvero molto pericolosa.  
Anche un altro disabile, Shakira Hussein, affetta da sclerosi multipla, ha preso posizione spiegando «perché non vorrei che lo Stato sia un accessorio per il mio suicidio», il motivo è che «io non mi oppongo alla legalizzazione dell’eutanasia perché non riesco a capire il desiderio di aggirare il dolore e la dipendenza, mi oppongo perché credo che sia intrinsecamente discriminatorio per lo stato determinare che il desiderio di porre fine alla vita è in alcune circostanze una patologia psichiatrica da combattere, ma in altre circostanze è una scelta razionale di interrompere una vita che è vista come in possesso di meno valore. Mi oppongo perché non credo che l’eutanasia sia una scelta autonoma in una società che stigmatizza così i corpi malati e disabili, che vede l’invecchiamento come una diminuzione piuttosto che l’accumulazione, che non fornisce l’accesso veloce e universale alle cure palliative, che ha lunghe liste di attesa per l’accesso alle cliniche per la gestione del dolore». Così, i sostenitori dell’eutanasia «rafforzano la convinzione che una vita compromessa non è una vita degna di essere vissuta».
La stessa affermazione di Hussein è stata fatta da Martin Cullen, specialista di terapia intensiva a Sydney (Australia), il quale parallelamente ha spiegato: «ho assistito ad atteggiamenti pro-eutanasia di alcuni medici. Essi credono fermamente che la vita di alcuni pazienti non è degna di essere vissuta. Questa è una arrogante mancanza di rispetto per la dignità umana». Vogliamo infine inviare un saluto aMarco Plebani, che si è spento in questi giorni a Erba (Co), immobilizzato da 35 anni a causa di un incidente in motocicletta. «Vale sempre la pena vivere», amava ricordare quando i temi del fine vita erano sulla bocca di tutti.