Visualizzazione post con etichetta fine vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fine vita. Mostra tutti i post

lunedì 10 novembre 2014

Se le ragioni per giustificare l’eutanasia si basano su due enormi balle, novembre 10, 2014, Giuliano Guzzo, http://www.tempi.it/

eutanasia-italiaTratto dal blog di Giuliano Guzzo - «Due delle ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia sono il fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno) e quello dei suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)», si legge sul sito de L’Espresso in un intervento a firma di Carlo Troilo, intervento forte e persuasivo sin dal titolo: “Se mille suicidi vi sembran pochi”. Ora, chi si limitasse alla lettura integrale dell’articolo, potrebbe anche sposarne le ragioni. Legittimamente. Del resto non s’intende, qui, esprimere parere alcuno sulla “dolce morte” né sull’autodeterminazione ma solo segnalare come i due argomenti principali prodotti – 1.000 suicidi e 20.000 casi di eutanasia clandestina l’anno – siano non solo poco corretti, ma totalmente destituiti di fondamento.
Partiamo dai «suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)». E’ vero che ci sono stati 1.316 suicidi aventi la malattia come movente, ma non va dimenticato – come del resto precisa la stessa tabella Istat a cui rimanda il sito de L’Espresso (Dati 2008) – come la stragrande maggioranza di questi riguardino malattie psichiche (1.010) e non malattie fisiche (306); stesso discorso per i tentativi 1.382 tentativi di suicidio: quasi tutti causati da malattie psichiche (1.259) anziché da malattie fisiche (123). Posto che pure il dato sui suicidi per malattie fisiche andrebbe preso con le pinze (quante di queste morti si sono verificate nonostante cure adeguate e quante, purtroppo, in carenza di esse?), meraviglia che si taccia sulla prevalenza statistica delle malattie psichiche, che certo non hanno un legame diretto col dolore fisico che tanto, giustamente, spaventa.

Abbiamo cioè soggetti che magnificano l’autodeterminazione, ma poi ci nascondono il fatto che i dati che loro chiamano in causa riguardano per lo più persone che, in conseguenza di un disagio mentale, non sono state affatto così libere di scegliere. Bella presa per i fondelli. Ma non è la sola, dato c’è un altro dato da smascherare: quello sul «fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno)». Qui L’Espresso neppure rinvia alla fonte, ma solo ad un pezzo di Repubblica che presenta un’indagine dell’Istituto Mario Negri. Si tratterebbe, secondo Troilo, della «ricerca più autorevole sulla eutanasia clandestina». Peccato che sul sito degli autori della ricerca, curata dal GiViTI – acronimo che sta per Gruppo Italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia Intensiva – un comunicato stampa del dottor Bertolini, responsabile di GiViTI, prenda le distanze proprio dalle manipolazioni radicali.

«Purtroppo i dati di quella importante ricerca – scrive il dottor Bertolini - sono stati riportati in maniera distorta e scorretta, travisando completamente la loro portata e il loro significato. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza […] La ricerca del GiViTI ha mostrato che nel 62% dei decessi avvenuti in Terapia Intensiva, la morte è stata preceduta da una qualche forma di limitazione terapeutica, dopo che è stata verificata l’inefficacia delle cure. In questo senso, è frutto di ignoranza, di superficialità o peggio di malafede porre sullo stesso piano l’eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso, come purtroppo si è visto fare in queste ore. Questa campagna di grave disinformazione non solo è lesiva di un comportamento virtuoso da parte di tanti medici intensivisti, ma impedisce lo sviluppo di una corretta discussione su temi tanto delicati e sensibili all’interno della società civile» (03.05.2013).

Se sono queste le «ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia» il fronte a favore della “dolce morte” è messo davvero male. Non solo: se c’è bisogno di arrivare a mentire, a manipolare numeri e a farsi persino sconfessare dagli autori delle ricerche citate a supporto delle proprie tesi, le possibilità sono due: o queste tesi sono fallaci e truffaldine come gli argomenti che le dovrebbero supportare, oppure c’è parecchio da fare. Che i lettori si facciano, giustamente – e in vera libertà, almeno loro -, l’idea che credono; ma stiano bene attenti perché questi signori che oggi la sparano grossa sull’eutanasia clandestina sono culturalmente figli e nipoti, se non fratelli, di coloro che ieri la sparavano grossa sull’aborto clandestino che in Italia, ogni anno, si sarebbe ripetuto milioni di volte. Poi è l’aborto clandestino e divenuto aborto di Stato e a diventare clandestina, da allora in avanti, è stata la stessa che oggi si tenta di nascondere ancora: la verità.

mercoledì 29 ottobre 2014

Eutanasia: le ragioni laiche per il “no”, http://www.notizieprovita.it

Il Belgio e l’Olanda insegnano che, una volta aperta la porta all’eutanasia, si finisce in un baratro dal quale è molto difficile uscire : dalla legalizzazione del suicidio assistito di adulto consenziente sono passati in un momento all’eutanasia facile per vecchi e bambini, non del tutto consenzienti, né consapevoli. Ma quelli che invocano la libertà/diritto di morire – alcuni anche a prescindere da specifiche malattie o dolori – non riflettono su quanto ciò sia pericoloso per la società. Spesso costoro invocano lo spirito laico e ateo della società post moderna per giustificare la libertà radicale di far quel che si vuole della propria vita e considerano le legislazioni che l’ostacolano un retaggio clericale e bigotto. E’ interessante, invece, la riflessione in proposito di Margaret Somerville, nota bioeticista canadese, che si pone da un punto di vista razionale e non religioso. Anche l’ateo più radicale, infatti, non può negare che c’è qualcosa di innato nella natura umana che ci rende diversi dalle cose e dagli animali. L’essere umano – fin dalla preistoria – ha un senso innato di rispetto/orrore della morte, e quindi un innato istinto contrario all’omicidio e al suicidio: lo documentano perfino i reperti archeologici di migliaia di anni prima di Cristo.
L’essere umano, a prescindere da qualsiasi sentimento religioso, sperimenta un senso di “sacro”, nel senso di qualcosa che va contemplato e rispettato: il mistero. Siamo immersi nel mistero, siamo costretti ad arrestarci nello studio dell’infinitamente grande e – ancor di più – nello studio dell’infinitamente piccolo, fuori e dentro di noi. Lo sa la scienza, lo sa la filosofia, lo sa la matematica. Lo sa il diritto che da sempre cataloga certi diritti come “indisponibili”. Lo sa la ragione umana, a prescindere da qualsiasi fede. Questo senso di “sacro” circonda principalmente e soprattutto l’essere umano. E’ per questo che l’uomo aborrisce l’idea di schiavitù, di cosificazione dell’altro, è per questo che aborrisce l’idea di omicidio. E naturalmente ha paura della morte. La legalizzazione dell’ eutanasia e del suicidio assistito distrugge il senso del mistero, del sacro della vita, distrugge “l’intangibilità”, il rispetto, che di deve all’altro in forza della sua stessa natura umana: l’uomo è degradato alla stregua di un prodotto scaduto che deve essere tolto dagli scaffali, nel modo più rapido, efficiente ed economico.

domenica 10 agosto 2014

Tre regole per affrontare insieme quell'ultimo miglio di Tommaso Scandroglio, 10-08-2014, http://www.lanuovabq.it

Come assistere i malati incurabili?
É nota a tutti l’equazione “senilità”: una vita più lunga corrisponde un aumento delle cure mediche. L’Istat ci informa che la vita media è passata dai 46 anni degli anni Cinquanta ai 66 nel periodo 2000-2005. Gli ultra ottantenni sono oggi il 5,8% e tra 30 anni saranno intorno al 13%. Viene dunque da concludere che non è la vita ad allungarsi, bensì la vecchiaia. Ma, come accennato prima, l’ultimo scorcio di vita è sempre più passato in compagnia dei camici bianchi. Il ministero della Salute ci dice che su 8 milioni di ricoveri annuali il 5% riguarda insufficienze croniche. Questi ricoveri pesano sulle casse dello Stato il 5% di tutta la spesa sanitaria, il 4,1% del Pil e in futuro, manco a dirlo, l’aggravio economico crescerà. Naturale che gli accoliti della “dolce morte” trovino in queste cifre una sponda efficace per far quadrare i conti a spese del nonno moribondo.

Lo studio multicentrico europeo Senti Melc sul tema poi ci fornisce qualche dato in più. Gli ultimi tre mesi di vita vengono passati in ospedale, spesso in modo inutile. Solo in un caso su dieci il paziente viene seguito a domicilio e solo in un caso su dieci si sceglie un ricovero in un hospice. Le insufficienze croniche portano spesso a esiti letali (un rischio da 2 a 4 volte maggiore rispetto ad altri quadri clinici) e i ricoveri in terapia intensiva non di rado non apportano reali benefici.

Da qui una domanda che si pongono gli specialisti che seguono questi pazienti: quali criteri seguire per la cura di questi malati secondo il principio di proporzionalità? Dato che la parabola naturale della loro esistenza sta arrivando a compimento e soluzioni salvavita spesso non ne esistono, diviene prioritario accompagnare il paziente nel suo ultimo miglio su questa Terra cercando il più possibile di alleviare il suo dolore fisico e la sua sofferenza psicologica.

Il percorso del morente nella medicina è un percorso che interessa trasversalmente più categorie di professionisti. Ecco allora che dieci società scientifiche mediche (intensivisti, palliativisti, cardiologi, pneumologi, neurologi, nefrologi, gastroenterologi, medici di urgenza e di medicina generale, infermieri) hanno pubblicato un documento sulla rivista “Recenti progressi in medicina” per scegliere, insieme a bioeticisti e giuristi, il miglior percorso palliativo o intensivo per le insufficienze croniche.

I punti salienti di questo documento potrebbero essere i seguenti. In primo luogo occorre condividere con il malato e i familiari il percorso di cura adeguato che bilanci effetti positivi sperati e costi sopportati in termini di sofferenza psico-fisica e di esborsi economici per la famiglia. In secondo luogo la cura intensiva in genere non è più efficace nella fase terminale della malattia (6-12 mesi dal decesso) e quindi risulta essere sproporzionata. Occorre però valutare caso per caso. Infine, il documento ricorda che le cure palliative non significano abbandonare il paziente e i familiari, ma rendere meno gravoso ad entrambi i soggetti l’ultimo tratto di vita del paziente stesso.

Ora i principi qui espressi sono condivisibili sul piano morale. Ma i principi, per quanto ottimi, scritti sulla carta e non incarnati in virtù e cultura possono essere stravolti a piacimento. Per dirla in breve, il pericolo potrebbe essere quello che il malato con insufficienza cronica venga automaticamente derubricato a caso disperato e abbandonato a se stesso. Le dieci società scientifiche hanno fatto bene a individuare la rotta da seguire in queste strettoie cliniche, ma non vorremmo che, a causa dei venti eutanasici che spirano sempre più sui letti dei moribondi, queste indicazioni restassero lettera morta o peggio offrissero il destro a qualche zelante camice bianco per spingere nella fossa anzitempo chi ha invece buone prospettive di vita. Perché anche questo, qualcuno potrebbe sostenere, è prendersi cura del malato terminale.

lunedì 31 marzo 2014

Napolitano invita a riflettere sul fine-vita. Eccoci qui!, 28 marzo 2014, www.uccronline

Il presidente Napolitano ha sollecitato un «sereno e approfondito confronto di idee» sulle scelte di fine vita. Benissimo, raccogliamo questa sollecitazione e sottoponiamo alcune riflessioni.

Il sereno confronto di idee si potrebbe iniziare ricordando che le principali associazioni mediche internazionali sono contrarie all’eutanasia e al suicidio assistito, compreso il Comitato consultivo di etica della Francia, il cui ex presidente Didier Sicard ha criticato i quotidiani e «una lobby che passa il suo tempo a ricordare agli esseri umani che hanno diritti sul loro corpo, compreso il diritto di chiedere di morire, considerato alla stregua del diritto alla casa o a essere curati. Ma la morte, che pure attiene all’ordine di ciò che è più personale, non può essere un diritto. Il vero diritto è quello di essere curati, di non soffrire». In particolare, l’American Medical Association ritiene che il «suicidio assistito è fondamentalmente incompatibile con il ruolo del medico come guaritore, sarebbe difficile o impossibile da controllare e porrebbe seri rischi sociali».

Il dibattito potrebbe proseguire sottolineando che tale timore è confermato dagli studi più recenti. Il Journal of Medical Ethics ha infatti confermato che in Belgio, il primo e uno tra i pochi Paesi dove l’eutanasia è legalizzata, «un numero consistente di decessi», si legge, «non sono preceduti da una discussione con il paziente, nonostante la legislazione vigente lo richieda». In particolare, nell’81% dei casi i medici sospendo idratazione e alimentazione senza chiedere il permesso ai pazienti stessi.

Certamente è utile dibattere guardando a quanto accade laddove l’eutanasia è legale. Oltre al Belgio anche l’Olanda, dove proprio recentemente perfino il “padre dell’eutanasia”, cioè il dottor Boudewijn Chabot -che nel 1994 per primo fornì in Olanda un farmaco letale per il suicidio assistito a una sua paziente con problemi mentali- è arrivato ad affermare che «la legge sull’eutanasia in Olanda sta deragliando», dicendo di non sentirsi più a suo agio in questo Paese, che recentemente ha aperto l’eutanasia anche ai bambini malati, oltre a chi soffre di depressione o solitudine e -secondo recenti indicazioni- anche chi soffre di «disturbi della vista, dell’udito e della mobilità, cadute, confinamento a letto, affaticamento, stanchezza e perdita di fitness». D’altra parte in un’intervista al quotidiano olandese NRC Handelsblad lo psichiatra Gerty Casteelen ha giustificato così l’eutanasia di un uomo anziano: «E’ riuscito a convincermi che era impossibile per lui andare avanti. Era solo al mondo, non aveva mai avuto un partner. Ha avuto famiglia, ma lui non era in contatto con loro». Questo è bastato per accettare di ucciderlo.

E’ stato ricordato sul “The daily beast”, la legge olandese è entrata in vigore nel 2002 soltanto per chi viveva «sofferenze insopportabili e senza speranza», eppure il piano inclinato è stato travolgente, travolgendo anche coloro che non erano d’accordo e non avrebbero voluto avere a che fare con l’eutanasia. Sia in Belgio che in Olanda, dunque, viene confermato il timore di mons. Elio Sgreccia: «Quando si apre una porta, anche poco, si accetta l’idea che si spalanchi sempre di più», ha affermato. «È un’illusione pensare di poter limitare l’eutanasia o il suicidio assistito entro confini rigidi, controllando la pratica».

Dovremmo confrontarci anche con i timori delle associazioni di disabili, come la “Disability Rights Education and Defense Fund”: «Il suicidio assistito è una politica pericolosa», ha affermato, «in particolare per quelli di noi che vivono con disabilità e malattie serie. Prevediamo conseguenze sociali molto pericolose», come ad esempio «pressioni o coercizione da parte di familiari o altre persone» nei loro confronti. Marco Maltoni – medico palliativista e direttore dell’Unità cure palliative di Forlì- ha proprio spiegato che «in situazioni di inguaribilità la perdita di un significato della propria vita e la solitudine condizionano la più lucida autodeterminazione. In una “cultura dello scarto” c’è il rischio che emerga l’”obbligo volontario” a farsi da parte».

Ben Mattlin, giornalista affetto da una grave malattia neuromuscolare congenita, esprimendo il suo parere contrario all’introduzione del suicidio assistito in Massachusetts, ha scritto: «Sono un liberal, quindi dovrei sostenere il suicidio assistito, ma come paziente disabile non posso. Ho vissuto vicino alla morte da così tanto tempo che so bene quanto sia sottile la linea di confine tra la libera scelta e la coercizione, come sia facile che qualcuno, anche inavvertitamente, ti faccia sentire senza valore e senza speranza, così da esercitare una pressione, leggera ma decisa, perché tu sia “ragionevole”, per “sgravare gli altri dal peso”, per “lasciar perdere”». Parla di «un certo sguardo esausto negli occhi di un tuo caro, o il modo in cui infermieri o amici sospirano in tua presenza. Tutto questo può causare una pericolosa nuvola di depressione anche nel più ottimista, situazione che i medici potrebbero male interpretare poiché per loro risulta perfettamente logica. E per certi versi è razionale, data la scarsità di alternative. Se nessuno ti vuole alla festa perché dovresti restare? Chi sceglie il suicidio non lo fa in un ambiente neutrale. Siamo inesorabilmente condizionati dall’ambiente che ci circonda».

Queste sono solo alcune delle riflessioni che occorre fare, caro presidente Napolitano, ma dubitiamo che possano farle piacere ricordando come si è comportato con Eluana Englaro. Il dialogo dovrebbe comunque essere ispirato da una cultura che promuova la vita e che non consideri le persone malate come merce scaduta. Non vanno abbandonate alla solitudine o ad una sofferenza insopportabile, su di loro bisognerà investire tutte le risorse possibili perché non debbano uccidersi per disperazione.

La redazione

lunedì 24 marzo 2014

Evidenza di consapevolezza negli stati vegetativi, Calendar 23 marzo 2014, http://www.uccronline.it/


Un paziente in stato vegetativo, incapace cioè di muoversi e parlare, ha mostrato segni evidenti di “consapevolezza” mai rilevati prima. Il sorprendente risultato è stato raggiunto da un gruppo di scienziati del Medical Research Council Cognition and Brain Sciences Unit (MRC CBSU), guidati dal dottor Srivas Chennu dell’Università di Cambridge.

Stanza d'ospedaleLa ricerca – pubblicata il 31 ottobre scorso sulla rivista NeuroImage: Clinical, Vol. 3, 2013, pag. 450-461 – aveva lo scopo di indagare la capacità attentiva di pazienti diagnosticati “vegetativi” o “di coscienza minima” nei riguardi di determinati stimoli uditivi (parole-target), inseriti casualmente in una serie di distrattori (parole irrilevanti).

Sono state analizzate le “risposte” elettroencefalografiche di 21 pazienti cerebrolesi, 9 con diagnosi di stato vegetativo e 12 con diagnosi di coscienza minima. Solo uno dei 21 pazienti è stato in grado di filtrare le informazioni rilevanti da quelle irrilevanti. Inoltre, alla risonanza magnetica funzionale (fMRI, Functional Magnetic Resonance Imaging) lo stesso paziente – “comportamentalmente vegetativo” – mostrava una “consapevolezza” volitiva nell’eseguire semplici comandi di immaginazione motoria nel gioco del tennis. Gli scienziati hanno anche scoperto che, nonostante la mancanza di discriminazione degli stimoli-target, altri tre pazienti in stato di coscienza minima reagivano a parole nuove, seppur irrilevanti.

“Non solo abbiamo trovato il paziente che ha avuto la capacità di prestare attenzione – ha dichiarato Chennu – ma abbiamo ottenuto prove indipendenti per lo sviluppo di una tecnologia del futuro che possa aiutare i pazienti in stato vegetativo a comunicare con il mondo esterno.” Nonostante il contributo notevole e straordinario della ricerca di Chennu & coll., il livello di consapevolezza reale nei pazienti con danni cerebrali gravi rimane un campo di indagine complesso e difficilissimo, oltre che palesemente tragico per la vita – e la qualità di vita – di questi malati. Senza alcuna ambizione di valutare o discutere lo sforzo assolutamente titanico della ricerca diagnostica nei disturbi cronici di coscienza, la rilevanza – anche etica – di questo genere di studi invita comunque ad alcune considerazioni di fondo, in parte ignorate nel dibattito pubblico.

Praticamente sconosciuto fino a qualche tempo fa in quanto prodotto della rianimazione e della terapia intensiva, lo stato vegetativo (Vegetative State, VS) è una condizione clinica di veglia senza alcun segno apparente di consapevolezza di sé o dell’ambiente circostante. Benché gli occhi siano aperti nella veglia e chiusi nel sonno, il respiro spontaneo e la funzione autonomica preservata, nessun tipo di espressione o comprensione linguistica, nessuna risposta volontaria o intenzionale, riproducibile e continua viene data a stimoli uditivi, visivi, tattili o dolorosi. Diversamente, lo stato di coscienza minima (Minimally Conscious State, MCS) riguarda quei pazienti che scarsamente reattivi agli stimoli e con danno neuronale globale mostrano segni distinguibili di consapevolezza, seppur intermittenti e limitati.

La diagnosi di VS e MCS è effettuata solo dopo un’attenta valutazione del livello di consapevolezza del paziente; tale valutazione è necessariamente inferenziale data l’oggettiva impossibilità di valutare in modo diretto la coscienza di una persona. I limiti di tali stime sono noti e frequentemente sottolineati dal mondo scientifico. Si calcola ad esempio che il 40 per cento circa delle diagnosi di stato vegetativo sia inattendibile. Inoltre, “anche in una corretta diagnosi differenziale tra VS e MCS, sembra plausibile ipotizzare che vi siano persone in grado di ‘fare qualcosa’ e altre che non lo sono”: John Whyte, primo ricercatore presso il Neuro-Cognitive Rehabilitation Research Network, e il suo team hanno infatti dimostrato la grande individualità che caratterizza ciascun paziente, anche nelle risposte farmacologiche. La ricerca di Chennu & coll., pocanzi illustrata, ne è peraltro un’autorevole conferma.

Vi è poi la questione cruciale della prognosi, ovvero della possibilità di recupero di consapevolezza da parte del paziente. L’impegno per le risorse logistiche, del personale (assistenza riabilitativa, paramedica, e medica) e dei costi necessari per la gestione di questi pazienti è imponente. Se si considera che la mortalità è dell’ordine del 3-50% a seconda dell’eziologia e il recupero di coscienza è del 50-60% nei primi 3-4 mesi per diventare sempre più raro con il passare del tempo, la necessità di una prognosi precoce è pertanto obbligatoria sia per gli approcci terapeutici necessari che per la qualità di vita del paziente e dei famigliari. Tuttavia, ancora nessun modello prognostico risulta idoneo ad una corrispondente generalizzazione.

In tutto questo i metodi del brain imaging sembrano rappresentare una delle soluzioni più promettenti e dunque praticate nella valutazione del grado di consapevolezza VS e MCS. Secondo l’ipotesi che l’attività cerebrale sia direttamente legata alle variazioni di parametri fisiologici come ad esempio il flusso sanguigno, la tecnologia del neuroimaging permetterebbe di “visualizzare” il cervello in vivo sia strutturalmente (anatomia) che funzionalmente (fisiologia). E, nel nostro caso, di individuare quelle attività cognitive altrimenti latenti nei test VS e MCS tradizionali.

Nonostante ciò e nonostante il successo letteralmente esplosivo (e per alcuni sospetto, si veda V. Biasi, ECPS Journal – 1/2010) nel campo delle neuroscienze, le tecniche del brain imaging sollevano rischi e criticità epistemologici tutt’altro che secondari. Problematiche come il “riduzionismo materialistico” (l’imaging è un’inferenza e non il cervello, né tantomeno la coscienza; cfr., Legrenzi & Umiltà, Neuro-mania, Il cervello non spiega chi siamo) o la “deviazione frenologica” dell’organizzazione cerebrale (l’errata correlazione area cerebrale/funzione conduce ad identificare locus lesionato a deficit funzionale; cfr., Kosslyn, If Neuroimaging is the Answer, what is the Question?) costituiscono costanti esempi di semplificazioni o sottovalutazioni della varietà e complessità della vita psichica. Scrive infatti Biasi: “Gli studi correlazionali ci possono dire, per fare un esempio, che alcuni neuroni si attivano in corrispondenza di un comportamento, come un semplice gesto o l’azione più complessa del risolvere un problema matematico, ma non abbiamo facoltà di concludere che quel neurone produce in modo deterministico la soluzione.”

A questo punto, i rilievi svolti sinora circa lo stato della ricerca nei pazienti “vegetativi” o di “coscienza minima” provocano domande e perplessità consistenti.  Ad esempio, su quale base alcuni Paesi possono revocare la nutrizione artificiale a persone in VS anche senza una direttiva anticipata di trattamento, o testamento biologico? sulla base del neuroimaging? sulla diagnosi? sulla prognosi, o sul livello di coscienza “misurato” al capezzale del malato? Come mai diversi studi raccomandano la cautela nell’utilizzo clinico di PET (Positron Emission Tomography/Tomografia a emissione di positroni) o fMRI – in quanto meri strumenti di ricerca – mentre la gran parte dei pazienti irreversibilmente vegetativi viene a tutt’oggi classificata (anche da PET o fMRI) priva di coscienza, e per questo incapace di provare dolore o sofferenza, piacere e desiderio? Se sono giustamente considerate “strumentali” le risposte corticali a stimoli verbali nei pazienti con gravi disturbi di coscienza, perché non dovrebbero esserlo anche nella prognosi di irreversibilità dello stato vegetativo? Per di più, è plausibile la standardizzazione di test e scale di misura data l’evidente individualità delle risposte corticali e non? È così azzardata l’idea che, benché consapevoli, i pazienti VS non sono in grado di comprendere o rispondere (come nei casi di afasia o di depressione catatonica, o di diffuse lesioni dopaminergiche) a test, forse inadeguati?

Nell’incertissimo – e a questo punto trasversale - ex informata conscientia, qualsiasi ricorso prudenziale e di tutela delle persone in stato vegetativo dovrebbe costituire uno dei più praticati ed immutabili doveri etici fondamentali.

Valentina Fanton

lunedì 2 dicembre 2013

L’eutanasia (anche per minori) bocciata dalla comunità medica 1 dicembre 2013 -


In Belgio è stato approvato in prima istanza il testo di legge che estende la possibilità dell’eutanasia anche ai minori malati in fase terminale, se richiesta da loro stessi ed a condizione che uno psicologo abbia certificato la “capacità di giudizio” del minorenne richiedente.

eutanasiaCome già in molti hanno fatto notare, i vari Gabriele Paolini dovrebbero rallegrarsi in quanto se bastasse davvero uno psicologo per certificare la “capacità di giudizio” dei minorenni sul loro suicidio, perché lo stesso non dovrebbe valere anche per dare il via libera ai rapporti sessuali con gli adulti?

L’eutanasia per i minori arriva undici anni dopo l’approvazione completa per gli adulti (con un aumento del 500% nelle morti di eutanasia tra il 2003 e il 2012) e questo dimostra l’inevitabile piano inclinato, all’inizio è stata legalizzata per i soli malati terminali adulti e da lì in avanti è stato impossibile fermarsi: è toccato ai malati non terminali, poi a chi soffre a livello psicologico, poi agli anziani anche senza alcuna malattia fino ad oggi, dove si è aperto anche ai bambini in fase terminale. E il piano rimane inclinato verso ennesime aperture. «Quando il Belgio è stata legalizzata l’eutanasia», ha spiegato Tom Mortier sul “National Post” , «c’erano garanzie che sarebbe stato ben controllato e limitato ai casi eccezionali. Ma il numero di casi possibili è aumentato ogni anno raggiungendo quasi il 2% dei decessi totali nel 2012, e la definizione di ciò che è accettabile si sta continuamente espandendo». Numerose le volte, inoltre, si è praticata l’eutanasia su persone sane e senza il loro consenso, come accaduto alla madre di Marcel Ceuleneur.

Al Parlamento europeo si è svolto un dibattito sulla nuova legge belga a cui ha partecipato il professor Etienne Vermeersch, il padre delle leggi sull’aborto e l’eutanasia in Belgio il quale ha spiegato che la modifica alla legge in vigore dal 2002 è necessaria “per consentire di praticare l’eutanasia sugli handicappati”, adulti o bambini che siano. “Il Foglio” ha rivelato che Vermeersch è entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1953 ma nel 1958 ha rotto con la fede cattolica diventando un militante scettico e ateista, “un umanista” (autore di “Perché il dio cristiano non può esistere”). Nel 1979 si è pronunciato a favore della depenalizzazione della pedofilia e il suo nome è soprattutto legato alla teoria della sovrapopolazione come minaccia principale all’umanità. Sostiene infatti che i governi debbano intervenire per limitare i tassi di fertilità a un solo figlio per coppia, sostenendo la disumana politica del figlio unico in Cina.

Fortunatamente la bocciatura di tale decisione del governo belga è stata pressoché unanime nel mondo medico-scientifico, religioso e politico, con l’eccezione dei Radicali italiani. Tutte le associazioni mediche principali del mondo occidentale sono contrarie ad ogni forma di eutanasia e suicidio assistito, in Italia si sono espressi contro il Comitato nazionale di bioetica (Cnb), il Consiglio nazionale degli psicologi e la Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), il cui presidente Amedeo Bianco ha giustamente ricordato : «L’eutanasia, in assoluto è vietata dal nostro Codice penale ed anche dal Codice deontologico medico», e al divieto si aggiunge comunque il fatto che oggi «sono disponibili efficaci terapie anti-dolore che permettono di alleviare anche le situazioni di sofferenza maggiori».

Ha quindi proseguito: «E’ difficile, con i progressi fatti dalle terapie antalgiche, contro il dolore immaginare che possano esistere oggi condizioni di sofferenza sulle quali non si possa intervenire e che non possano essere alleviate. Ciò anche prevedendo e sapendo che l’utilizzo di tali tecniche farmacologiche può tuttavia comportare un’accelerazione del processo del morire. Va però sottolineato che oggi ci sono gli strumenti per alleviare il dolore e la sofferenza, che sono gli elementi che possono spingere verso una scelta eutanasica. Mi pare che tale proposta attenga piuttosto ad una cultura, quella belga, profondamente diversa dalla nostra, sia dal punto di vista giuridico che bioetico».

Le affermazioni di Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, sono convincenti ragioni laiche da contrapporre ai teorici della morte ed è corretto per noi cattolici affrontare il dibattito bioetico in questo modo, non soltanto avanzando motivazioni di tipo etico-religioso.

La redazione

venerdì 29 novembre 2013

Morte agli innocenti: eutanasia dei bambini in Belgio di Tommaso Scandroglio, 29-11-2013, http://www.lanuovabq.it/

Il Belgio ha battuto un funereo primato: è diventato il primo paese al mondo che consente di praticare l’eutanasia anche sui bambini, senza limiti di età. E così la vita in Belgio può essere interrotta senza soluzione di continuità dal concepimento fino ai 99 anni.

EutanasiaL’estensione anche ai minori e – così si sta tentando - alle persone affette da demenza della legge del 2002 sull’eutanasia è stata decisa mercoledì dalle Commissioni Giustizia e Affari sociali con 13 voti a favore e 4 contrari (i cristiano-democratici francofoni e fiamminghi e i membri del partito di estrema destra fiammingo).

Entro fine maggio il Senato dovrà esprimersi, ma il risultato è pressoché scontato e la legge quasi certamente passerà.

La proposta di legge, nata in seno al partito socialista, prevede che i medici, una volta ottenuto il consenso di entrambi genitori o dei rappresentanti legali del minore, potranno porre «fine alla vita di un bambino, qualora si trovi in una situazione medica senza uscita, in uno stato di sofferenza fisica costante e insopportabile, e che presenti una domanda di eutanasia». Oltre a ciò è richiesto che versi in uno “stadio terminale” della malattia.

Inizialmente il testo prevedeva che lo stato di sofferenza non fosse soltanto fisico ma anche psichico, ma questa ultima circostanza è stata omessa. In realtà si tratta di una foglia di fico: perché la sofferenza, anche quella generata da un malessere fisico, è uno stato psichico e dunque sperimentabile misurabile solo dal soggetto stesso. Ciò a dire che qualsiasi pur lieve patologia potrà essere percepita dal piccolo paziente come “insopportabile” e quindi risultare motivo sufficiente perché i genitori chiedano l’eutanasia.

In merito poi al requisito che prevede che sia il minore a chiedere di morire – minore che non può acquistare un’auto ma che può decidere di farla finita - un’equipe di psicologi e psichiatri dovranno valutare la «capacità di discernimento» del minore con la «garanzia che ciò che esprime sia ciò che comprende». Ovvio che gli ermeneuti del disagio infantile vedranno in una qualsiasi e innocua smorfia di dolore una dichiarata volontà di morte.

Senza poi contare il fatto che a nessun bambino viene in mente di chiedere di morire. Ma i legislatori belgi hanno pensato pure a questo: il minore dovrà essere edotto anche su tale possibilità. È evidente che l’azione di suggestione su un bambino è facilissima da attuarsi.

All’inizio di novembre un comunicato congiunto dei principali leader religiosi aveva attaccato la proposta di legge: «L'eutanasia di persone vulnerabili, bambini o persone con demenza è una contraddizione radicale del loro status di esseri umani».

La cosiddetta “dolce morte” in Belgio è legale dal 2002. Lo scorso anno si è verificata un’impennata delle morti per eutanasia del 25% rispetto all’anno precedente. Siamo passati dai 235 decessi del primo anno di introduzione della legge ai 1.432 del 2012. Hanno avuto libero accesso anche i detenuti, quasi una decina (d’altronde il carcere non è una pena?), e i disabili.

La pratica eutanasica si tenta di venderla addirittura non come se fosse l’extrema ratio di fronte ad una situazione intollerabile, bensì come atto ricco di umanità proprio del buon samaritano. Infatti a maggio di quest’anno alcuni medici belgi presenti alla 21° Conferenza di Chirurgia Toracica Generale a Birmingham proposero che l’eutanasia venisse diffusa come pratica utile per reperire organi umani.

Nei lavori preparatori della Commissioni parlamentari sono intervenuti il dott. Jan Barnheim, il quale ha reso noto che anche le infermiere ormai praticano l’eutanasia ai pazienti, Alex Schandeberg della Euthanasia Prevention Coalition e il prof. Etienne Veermersch il padre delle leggi su aborto e eutanasia in Belgio. Veermersch – ex seminarista gesuita e sostenitore di una legge sulla pedofilia - ha detto che occorre modificare la legge esistente «per consentire di praticare l’eutanasia sugli handicappati» e che «la paralisi dà diritto all’eutanasia». Chiede che venga abolito il giuramento di Ippocrate e che tutti gli ospedali anche quelli cattolici debbano fornire i servizi abortivi. È un vecchio malthusiano convinto della bontà delle decrescita della popolazione: «È assolutamente immorale che chiunque possa avere dei figli se lo vuole». Propone anche un incentivo per chi non fa figli: «Premi alle donne che si sottopongono alla sterilizzazione»: la chiama “coercizione lieve”. Chiaro è che Veermersch ha visto nella proposta di estendere anche ai minori l’eutanasia una ghiotta opportunità per diminuire il numero di bocche, seppur piccole, che questo esausto pianeta deve sfamare.

Il cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, intervistato da Radio Vaticana ha così commentato l’approvazione del testo da parte delle commissioni parlamentari: «È un salto. Un salto abissale, sotto il livello di civiltà, di umanità. […] Se si giustifica un intervento umanitario, anche armato, per fermare la lesione dei diritti umani, qui c’è da mobilitare se non altro le coscienze». E in merito alla verifica da parte di uno psicologo che il bambino sia cosciente di quello che sta chiedendo, il cardinale puntualizza che «chiunque sia a certificarlo, non può certificare il diritto alla vita. Io non ho visto mai che ad una persona che sta per suicidarsi buttandosi da un ponte, gli si vada a chiamare lo psicologo».

È comprensibile che lo sconcerto, non solo in casa cattolica, sia grande, ma in fondo non stupisce più di tanto questa mossa del Belgio, in un certo qual modo anticipata dall’Olanda dove è possibile sopprimere i bambini fino al 12° anno di età. Non stupisce perché laddove si pone come unico criterio quello della qualità della vita e non quello dell’intrinseca preziosità della persona umana allora, per logica, il criterio dell’età appare meramente accessorio. Se le porte dell’eutanasia per gli adulti si possono aprire allorquando la propria esistenza è percepita come un peso perché non estendere questo criterio anche ai bambini? Forse che questi non soffrono come soffrono gli adulti, anzi in modo ancor più acuto? Se il dolore promette ad una piccola creatura di accompagnarlo per tutta la sua vita, non è meglio intervenire il prima possibile per togliergli questa molesta compagnia?

lunedì 21 ottobre 2013

«Mia madre non era malata ma l’hanno uccisa con l’eutanasia». In un film la verità sugli abusi della legge in Belgio - Ottobre 21, 2013, Leone Grotti, http://www.tempi.it/

Foto: «Mia madre non era malata ma l'hanno uccisa con l'#eutanasia». 

In un film la verità sugli abusi della legge in Belgio. L'abbiamo visto e qui ve lo raccontiamo
www.tempi.it/mia-madre-non-era-malata-ma-l-hanno-uccisa-con-l-eutanasia-in-un-film-la-verita-sugli-abusi-della-legge-in-belgio

Nel documentario di Pierre Barnérias medici e parenti delle vittime raccontano la realtà della “buona morte”. Che permette veri e propri «omicidi camuffati»
La mamma di Marcel Ceuleneur (nella foto con la nipote) non era in fase terminale, anzi, non era neanche malata, salvo gli acciacchi dell’età avanzata, e non soffriva di dolori insopportabili. Eppure «le hanno fatto l’eutanasia, anche se la sua situazione non soddisfaceva i criteri stabiliti dalla legge». Quello della madre di Marcel è solo uno dei tanti casi di eutanasia in Belgio, in costante crescita negli anni e legale dal 2002: se “appena” 235 persone vi hanno fatto ricorso nel 2003, nel 2011 sono diventate già 1.133.

LAVAGGIO DEL CERVELLO. Dopo le tante testimonianze raccolte da rapporti indipendenti sull’abuso dell’eutanasia nel paese, dove solo il 20 per cento dei casi viene dichiarato, è uscito da poco un documentario intitolato “Eutanasia, fino a dove?” (si può vedere qui, in francese) che raccoglie storie e testimonianze, come quella di Manuel, che documentano l’abuso della legge. Manuel è un sindacalista che non aveva mai avuto niente da ridire sulla “buona morte”, fino a quando non ci è passata sua mamma. «Io ero contrario all’eutanasia di mia mamma – racconta nel documentario realizzato dal giornalista Pierre Barnérias – il suo medico di fiducia era contrario, così come tutta la mia famiglia. Lei non aveva mai parlato di eutanasia, per giunta, se non dopo aver conosciuto un medico che le ha fatto il lavaggio del cervello e l’ha uccisa senza che ci fossero le precondizioni stabilite dalla legge. La verità è che dicono che vale solo in certi casi, ma poi succede tutt’altro».

CONTROLLORI NON CONTROLLANO. Secondo la legge solo un malato in fase terminale e senza speranze cliniche, attraverso ripetute domande scritte, dopo la valutazione di un secondo medico e di una équipe di infermieri può ottenere l’eutanasia. Ma secondo quanto dichiarato nel documentario dalla presidente della Commissione di controllo che deve assicurarsi che la legge non venga abusata, «noi riceviamo direttamente le dichiarazioni dei medici, che spesso sono compilate in modo incompleto. Purtroppo, non abbiamo la possibilità di valutare il numero reale di casi di eutanasia praticati nel paese». La Commissione, infatti, valuta i rapporti inviati dai medici e non è in grado di fare controlli indipendenti.

ALTRO CHE AUTODETERMINAZIONE. Etienne Montero, docente alla facoltà di Diritto di Namur, capitale della Vallonia, conferma che «non si può controllare l’eutanasia, l’ha ammesso la stessa Commissione di controllo. È chiaro che un medico che va contro la legge non si denuncia da solo: o non riporta alla Commissione il caso di eutanasia o riempie male i moduli o li falsifica. Secondo uno studio recente, solamente in un caso di eutanasia su due è stato raccolto il consenso scritto dei pazienti. Questo è illegale. L’ideologia alla base di questa legge è il rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione, ma è evidente che viene contraddetto ogni giorno nei fatti».

«SAREMMO TUTTI ASSASSINI». Lo sanno bene gli stessi medici che praticano l’eutanasia. Il dottor Marc Cosyns, intervistato nel documentario, afferma: «La legge sull’eutanasia belga è molto simile a quella olandese. Ma non è così rigida, si può interpretare molto da caso a caso. Il problema più grande del Belgio è che ci sono dei pazienti dementi o malati mentali che non possono più esprimere il loro consenso. Per loro oggi è impossibile applicare l’eutanasia rispettando la legge e quando lo si fa, non si dichiara niente al governo. È chiaro che questa cosa è un po’ illegale, infatti bisogna cambiare il sistema perché attualmente potremmo essere tutti definiti dalla legge assassini. Noi invece facciamo solo quello che i pazienti ci chiedono».

IL RACCONTO DELL’INFERMIERA. Claire-Marie Le Huu, infermiera belga conferma in video la leggerezza con cui viene somministrata la “buona morte”: «Ho assistito a tanti casi di eutanasia somministrata in modo illegale. In uno dei primi, un anestesista una volta mi ha chiesto di aiutarlo con una persona che aveva chiesto di morire. Io mi sono rifiutata perché quell’uomo non soffriva assolutamente in maniera insopportabile e non c’erano i requisiti previsti dalla legge. L’ho detto ai miei capi, ma dalle loro risposte evasive ho capito che era una pratica consolidata. Quell’uomo alla fine è morto e come lui tanti altri. Spesso non c’è nessuna richiesta scritta: si chiede alle persone tre volte se vogliono l’eutanasia invece che le cure palliative, e la loro risposta orale è considerata sufficiente».

EUTANASIA PER L’EREDITÀ. Uno degli argomenti usato spesso contro l’eutanasia in Belgio è che può portare a veri e propri omicidi legalizzati, convincendo persone anziane e sole che la morte è la scelta migliore, facendole sentire un peso per la società e la famiglia. Una storia simile raccolta nel documentario viene racconta da Catherine (foto sopra), signora anziana che preferisce mantenere l’anonimato totale: «Dopo la morte di suo marito, mia sorella è rimasta sola. Era anziana, i suoi due figli medici la controllavano spesso e quando si sono accorti che un uomo andava sempre in casa sua per farle i lavori di casa, hanno avuto paura che lei dilapidasse tutti i risparmi che aveva. Per questo l’hanno convinta a fare l’eutanasia. Avevano tutti i moduli in ordine, tranne il fatto che mia sorella non era malata. Io poi non sono neanche stata informata della sua scelta. La verità è che i figli hanno deciso per lei e l’hanno fatto per avere la sua eredità. Una legge che permette queste cose è una mostruosità totale».

GIUDICI IMPOTENTI. Se la signora non si è rivolta ai tribunali, Marcel (foto a fianco) ha provato a chiedere giustizia per sua mamma. «Primo ho scritto a due ministri della Giustizia, che mi hanno ignorato, poi ho chiesto alla commissione di controllo di indagare ma non hanno fatto nulla». Per questo si è rivolto ai tribunali, ma dopo quattro anni di procedure i giudici hanno rigettato la sua richiesta: la madre aveva espresso il suo consenso al “trattamento”. «È tutta una farsa – commenta sconsolato Marcel – i giudici non si metteranno mai contro un sistema consolidato. Per cambiare la situazione basterebbe che la Commissione di controllo facesse il suo lavoro: controllare l’eutanasia. Ma non lo fanno».

«LIBERTÀ DI MORIRE?». Pierre Barnérias, che si è avvalso dell’aiuto di due giornalisti per realizzare il documentario, ha lavorato per 23 anni per diversi televisioni francesi come France 2, France 3, TV5 Monde, TF1 e molte altre. Dopo aver realizzato il documentario l’ha proposto a tutte le televisioni belghe e francesi ma nessuna ha voluto mandarlo in onda. Per questo ha deciso di pubblicarlo lo stesso su internet: «Sono rimasto perplesso dal rifiuto delle televisioni di mandare in onda la mia inchiesta – afferma in un’intervista – Ci ho messo due anni, dal 2011 al 2013, e ho raccolto testimonianze incredibili, di veri e propri omicidi mascherati. Il mio obiettivo non era quello di bloccare la legge, ma solo di far riflettere sulla libertà di morire e sul potere incontrastato di cui godono i medici».

lunedì 1 luglio 2013

La filosofia sfida la medicina una questione di vita e di morte - In un serrato botta e risposta Umberto Veronesi e Giovanni Reale si confrontano sulla bioetica. E da punti di vista diversi difendono la libertà dell'individuo - Marcello Veneziani - Lun, 01/07/2013 - http://www.ilgiornale.it/


Nascita, matrimonio e morte sono stati per millenni i sacri cardini della vita personale, famigliare e comunitaria. Nell'arco di pochi anni i tre eventi decisivi su cui si fondava ogni civiltà sono stati depotenziati, stravolti e negati.


La denatalità e l'aborto, la crisi dei matrimoni e la loro equiparazione ad altri tipi di unione, la rimozione della morte e al tempo stesso un sottile desiderio di estinzione che pervade le società senili, salutiste e disperate dell'ultimo Occidente: c'è un filo nero che percorre la nostra epoca e ne esprime la pulsione di morte. Immaginate che per affrontare questi temi, il dio Febo abbia convocato sotto falso nome Asclepio e Platone, l'uno che si cura del corpo, l'altro che si cura dell'anima.
I nomi assunti dal Medico e dal Filosofo nel nostro tempo sono Umberto Veronesi e Giovanni Reale. Il loro dialogo sulla salute e sulla morte (Responsabilità della vita, Bompiani, pagg. 264, euro 13) non è soltanto il dialogo tra un uomo di scienza e chirurgia e un uomo di pensiero e tradizione, ma anche tra un credente, che poi coincide col filosofo, e un non credente e medico famoso. Reale è soprattutto un platonico, e il cristianesimo, diceva Schopenhauer, è platonismo per il popolo. Anche Veronesi a un certo punto si definisce «platonico» ma per lui «platonico» sta per «mentale», non per «trascendente» o «spirituale». In questo dialogo Veronesi deposita le armi troppo taglienti dei suoi testi in favore dell'eutanasia e sui rapporti sessuali, la dieta e l'aborto e ragiona con più lievità e filosofia. A tratti lascia l'impressione nei maliziosi che sia stato «aiutato» da qualche ghost writer più ferrato in filosofia. Ma il credente e il non credente in sostanza concordano sull'idea che nessuno possa decidere sulla vita di un uomo, e meno che mai lo Stato. Ovvero la vita è un bene disponibile per il suo titolare. Autodeterminazione.
Gli argomenti addotti per fondare questa tesi acquistano particolare rilevanza perché li sposa un filosofo cattolico, legato alla religione cristiana e a una visione spirituale della vita. Di Reale nutro antica ammirazione. Studiai sui suoi testi platonici e aristotelici all'università, mi ritrovo nelle sue opere e nei suoi pensieri. A differenza di altri filosofi autoreferenziali e tendenzialmente autistici, Reale è un pensatore chiaro e non contorto; ha - nomen omen - il senso della realtà e pensa nel solco di una tradizione. Cita senza riluttanza altri colleghi, non si reputa Unico o Assoluto, sa che il filosofo è come Eros, un mediatore. In particolare i suoi autori di riferimento oltre Platone e i classici, sono il padre dell'ermeneutica Gadamer, il grande studioso dell'antichità Pierre Hadot e, curiosamente, uno scintillante scrittore reazionario di cui ci siamo occupati su queste pagine di recente, Gómez Dávila.
Di primo acchito dirò che l'originalità di Reale in temi di bioetica ed eutanasia è che egli usa argomentazioni conservatrici, religiose e anche antimoderne per aderire a una tesi progressista, laica e moderna. Infatti egli critica la difesa della vita ad ogni costo come un abuso della tecnica che si accanisce a mantenere in vita esistenze che la natura e il disegno divino avrebbero destinato a morire. E perviene così, citando non soltanto autori classici ma anche pontefici recenti e non progressisti, come Pio XII, alla conclusione che si debba riconoscere ai malati il diritto di morire con dignità, evitando l'accanimento terapeutico nel nome di una sorta di feticismo della vita. Veronesi abbraccia e radicalizza questa tesi, spingendosi a ritenere del tutto lecita l'eutanasia. Argomentazioni lucide e persuasive, soprattutto quelle di Reale, che rimettono in discussione il primato assoluto della vita in nome della sua sacralità. Ma ho alcune obiezioni.
La prima è sul concetto di sopravvivenza artificiale, contro natura; ma non si sopravvive artificialmente anche con un by-pass, un rene artificiale, un trapianto o una chemio? Fin dove è lecito forzare il corso naturale della vita e accogliere l'intervento della tecnica, quali sono i confini inviolabili fra il naturale e l'artificiale? La seconda obiezione riguarda l'eutanasia sostenuta da Veronesi: ma preferire la morte al vivere male non è anch'esso figlio di un feticismo della vita? Non ci può essere anche carità nella vita che resiste, oltre che dignità nel morire? E qui tocco l'insistenza sull'autodecisione nel nome dei diritti; accanto ai diritti che elenca Veronesi non c'è nessun dovere di vivere? L'unico dovere biologico che abbiamo, per Veronesi, è morire. Ma il dovere di vivere non deriva unicamente dallo spirito cristiano, ma anche dal mondo pagano, da Seneca a Cicerone, secondo cui la vita è milizia e dunque non si può disertare. O lo stesso Marco Aurelio, qui citato, che si forzava di vivere «per compiere il mio mestiere di uomo». Davvero la vita è interamente e solamente mia? Non decisi io di nascere, posso io decidere di togliermi quel che mi fu dato? E poi si citano sempre i casi limite Welby o Englaro; ma quante volte si usano i casi estremi più emotivamente toccanti per estendere poi l'eutanasia ai casi ordinari di chi vuol farla finita o peggio di chi vuol disfarsi di un peso ingombrante?
Sono obiezioni che rivolgo per passione di verità anche a me stesso, perché confesso di sentirmi assai incerto e d'impulso propendo per recidere il filo quando la dignità del vivere si spegne nel suo indecoroso e malato trascinarsi. Però quando vedo le campagne in favore dell'eutanasia intrecciarsi a una rete di battaglie per il disarmo della vita, avverto un diffuso e strisciante cupio dissolvi. Non mi piace quest'odore di morte che si propaga in tutte le campagne che montano, unite da uno spirito ostile alla procreazione, ai legami, alla vita e partigiano per la morte e per il libero disfarsi, in un passaggio dall'edonismo gaudente della dolce vita all'edonismo disperato della dolce morte. Poi mi insospettisco quando vedo l'inquietante analogia tra le nuove prassi mortuarie e lo smaltimento dei rifiuti: via cimiteri e discariche, si va in entrambi i casi verso l'incenerimento, dei corpi come dei residui, e verso il riciclaggio, dei rifiuti come degli organi.
Allora ricerco quel delicato, quasi introvabile punto d'equilibrio fra la dignità della vita e il rispetto del destino, fra amore e libertà, fra diritto e dovere di vivere. Difficile trovarlo, ma riflessioni come quelle di Reale e Veronesi aiutano, per affinità o per contrasto, ad avvicinarsi. Intanto mi affido alla clemenza della sorte. Che ci pensi lei, con mano lieve, a farci togliere il disturbo senza portarla per le lunghe.


venerdì 28 giugno 2013

FINE VITA/ La "solidarietà" di Hollande che mette in pericolo la vita di Vincent Lambert - venerdì 28 giugno 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

FINE VITA/ La solidarietà di Hollande che mette in pericolo la vita di Vincent Lambert

Con la cosiddetta loi Leonetti «relativa ai diritti dei malati e al fine vita» il legislatore francese ha inteso impedire il ricorso a pratiche eutanasiche ed escludere al contempo ogni forma di accanimento terapeutico. La loi Leonetti è stata promulgata il 22 aprile 2005. Si tratta dunque di una legge ancora giovane, che ha appena compiuto l’ottavo anno di vita. Nondimeno i francesi sono già in attesa dell’imminente presentazione di una proposta di riforma.

L’ha annunciata proprio per questo mese di giugno il presidente Hollande, quando, il 18 dicembre scorso, gli è stato consegnato il rapporto intitolato Penser solidairement la fin de vie, elaborato da una Commissione di esperti, alla quale lo stesso Hollande aveva affidato il compito di valutare la possibilità di introdurre forme di «assistenza medicalizzata per concludere dignitosamente la vita». Sembra dunque che la legislazione francese in materia di fine vita sia già prossima alla riscrittura. E ciò benché, proprio nel rapporto commissionato da Hollande, si metta bene in chiaro come i contenuti innovativi della loi Leonetti siano ancora poco conosciuti dai cittadini e dagli operatori sanitari. E benché, nelle conclusioni di quello stesso documento, si sottolinei con forza «l’esigenza di applicare decisamente le leggi vigenti piuttosto che immaginarne sempre di nuove», «l’utopia di risolvere per legge la grande complessità delle questioni del fine vita» e «il rischio di superare le barriere di un divieto» con la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio.

Frattanto, proprio in questi giorni, nell’attesa di conoscere i contenuti dell’iniziativa riformatrice annunciata da Hollande, l’opinione pubblica francese torna a dividersi intorno al caso di un uomo di 37 anni, Vincent Lambert, il quale, come si apprende dalla stampa, da più di quattro anni, a seguito di un grave incidente automobilistico, versa in uno stato inizialmente indicato come “vegetativo” e poi divenuto “di minima coscienza”. A quanto pare, infatti, già da più di due anni, Vincent risponde di nuovo a talune stimolazioni sensoriali. Nondimeno, dopo aver consultato sua moglie, i medici hanno deciso di non somministrargli più nutrizione e idratazione e hanno pure iniziato a dar corso a tale decisione.

I genitori e i fratelli di Vincent si sono tempestivamente opposti anche con opportune iniziative processuali. Il giudice competente ha quindi ordinato la ripresa immediata della somministrazione dei sostegni vitali e il trasferimento di Vincent in un’altra struttura ospedaliera. E ciò perché, in violazione delle norme vigenti, i medici che avevano in cura Vincent avevano deciso l’interruzione di nutrizione e idratazione senza aver consultato anche i suoi genitori e i suoi fratelli. 

In effetti, nel Code de la santé publique, così come è stato novellato dalla loi Leonetti del 2005, si dice ora con chiarezza che, laddove il paziente sia «en phase avancée ou terminale d'une affection grave et incurable» e versi altresì in una condizione di incapacità, il medico può sempre decidere di limitare o di interrompere un trattamento considerato «inutile, disproportionné ou n'ayant d'autre objet que la seule prolongation artificielle de la vie» e di determinare così la morte del paziente, purché però assuma una decisione tanto grave - che dev’essere corredata da un’adeguata motivazione scritta - solo all’esito di un’apposita procedura di consultazione collegiale regolata dal codice deontologico e dopo aver ascoltato la personne de confiance del malato, ove designata, e la sua famiglia o, in difetto, uno dei suoi parenti, e avendo tenuto conto anche delle eventuali direttive anticipate predisposte dallo stesso paziente (sempre che non si tratti di direttive risalenti a più di tre mesi prima dell’inizio della situazione di incoscienza).

Nel caso di Vincent la scelta dei medici di considerare anche un paziente in stato di minima coscienza come un soggetto «in fase avanzata o terminale di una patologia grave i incurabile » appare certamente discutibile. E non meno discutibile è pure l’idea degli stessi medici secondo cui anche la nutrizione e l’idratazione di un tale paziente sarebbero «un trattamento inutile, non proporzionato e non avente altro fine al di là del prolungamento artificiale della vita».

Il legislatore francese del 2005 ha scelto nondimeno di lasciare alla discrezionalità tecnica dei medici la concreta determinazione di concetti come “fase terminale”, “malattia grave e incurabile”, “trattamento”, ecc., ritenendo che, anche nelle situazioni più perplesse, il riferimento ai principi della deontologia medica – e al relativo apparato sanzionatorio – e il necessario ricorso a una procedura di consultazione collegiale, destinata a coinvolgere anche la famiglia del paziente, rappresentino un presidio sufficiente di fronte al rischio di valutazioni arbitrarie.

D’altra parte, almeno in linea di principio, l’impiego di una simile tecnica legislativa nella regolazione delle questioni di fine vita (e, più in generale, delle più diverse questioni del cd. biodiritto), e cioè la previsione di un’integrazione del sistema delle fonti attraverso un’istanza intermedia di valutazione “tecnica”, che si collochi, per così dire, a metà strada tra il caso singolo e la generalità della legge, appare a molti come la soluzione più opportuna. E molto probabilmente lo è. Ciò non vuol dire però che il rischio di decisioni mediche inadeguate o senz’altro scorrette anche sotto un profilo deontologico sia per ciò solo scongiurato. Del resto, almeno a una prima considerazione superficiale, proprio la decisione presa dai medici nel caso di Vincent appare per più versi censurabile. 



lunedì 10 giugno 2013

TI SUICIDO per 7 mila euro - In Svizzera puoi mettere fine alla vita con un po' di soldi e un'iniezione. Come Magri e il giudice D'Amico. Parla Erika Preisig, che assiste centinaia di pazienti. Anche italiani - Di TOMMASO CERNO – Panorama


Sono io, Erika, l’ultima persona che vedono. Le cose importanti le fanno prima. Una volta dentro questa stanza, sono calmi e sereni. Ci siamo solo io e la loro decisione. Quella di morire». È una donna minuta, scavata, dallo sguardo impassibile e dal naso aquilino, accento svizzero-tedesco un po’ gutturale, come nei film, quella che ti accoglie nella stanza della morte. La dolce morte. Il suicidio assistito. Un letto, una flebo, una dose di pento-barbital-bisodio 30 volte superiore a quella che si usa per le anestesie operatorie. E appunto lei, Erika Preisig. Infila l’ago nella vena di chi le ha chiesto di morire, poi lo lascia solo. Solo con un piccolo congegno di plastica, che aziona il liquido letale. L’ultimo scalino che divide un uomo dalla propria fine. Trenta secondi, poi dormi. Quattro minuti e si possono firmare i certificati di morte.
In Svizzera è una pratica diffusa. Costa 7 mila euro,pernottamento, colazione e pulizie comprese. Nemmeno un centesimo può essere intascato dal medico. I soldi finiscono tutti all’associazione no profit che si occupa dei suicidi assistiti. Ce ne sono cinque fra Basilea, Berna, Ginevra e Zurigo. E in una di queste, nel piccolo villaggio di Biel-Benken, poco fuori Basilea, c’è Frau Erika, 54 anni, una vita normale. Divorziata, vive con il nuovo compagno (un istruttore di scuola guida) in una villetta in affitto. Madre di tre figli, ha un cane dal quale non si separa mai. Adora cucinare e, come le mamme, alla domenica va a casa dei figli e prepara il pranzo per tutti. E fu qualcosa che ruppe il tran tran quotidiano, sette anni fa a spingerla a dedicare la propria vita a chi sceglieva la morte. Suo padre era malato e depresso. Un giorno uscì di casa senza dire dove andava. Scese verso la ferrovia, a sud del paese. Di lì passa il treno per Zurigo. E così quell’uomo stremato dalla sofferenza decise di buttarsi sui binari e di uccidersi, travolto da quel mostro d’acciaio lanciato a 200 chilometri orari: «Papà saltò sui binari, il treno lo colpì scagliandolo lontano. Non morì e, da quel momento, la vita che aveva voluto finire diventò per lui un supplizio ancora peggiore».

Erika gli prestò assistenza. Poi, giorno dopo giorno, riflesso dentro quell’uomo sofferente scorse un buio. La decisione di farla finita era la stessa di quando saltò contro il treno. E così lo aiutò lei. Medico part-time in un piccolo ambulatorio di campagna prescrisse al padre la dose letale di barbiturici. Qualche sorso, poi il sonno liberatore che in pochi minuti diventò qualcosa di più profondo. Era la morte: «Vedere mio padre addormentarsi dolcemente, e ottenere così la liberazione dalle sofferenze, mi procurò una tale serenità che decisi di mettermi a disposizione di chiunque desiderasse la morte con la stessa intensità con cui l’aveva cercata lui», racconta Frau Preisig.

Da quel giorno ogni lunedì e ogni giovedì, quando è libera dall’ambulatorio, li dedica a quelli come suo padre. Alla Dignitas, un’associazione che si occupa di suicidio assistito, per anni è stata lei a tenere i colloqui con i pazienti. Sempre lei a firmare il nulla osta per il suicidio, che - secondo la prassi elvetica - deve trovare conferma da un secondo medico entro 24 ore. Poi, qualche anno fa, la decisione di fondare una propria associazione: «Con Dignitas non era possibile incontrare il paziente prima dell’arrivo in Svizzera e questo per me non era giusto. Con i pazienti il rapporto era asettico e burocratico e non mi piaceva. Chi desidera porre termine alla propria vita è in uno stato di disperazione e ha il diritto di essere trattato con umanità e calore», spiega. Tanto che, da quando ha fondato la Lifecircle viaggia anche all’estero, incontra le persone che le chiedono l’estrema assistenza, ci parla per giorni, a volte mesi. «Sono cattolica e credo che Dio non voglia per noi una vita così terribile. Per questo cerco di opporre in ogni modo l’istinto di vivere alla loro decisione. Poi, una volta che mi rendo conto che hanno davvero scelto e che il mio aiuto evita che altre persone facciano la fine di mio padre, allora li porto qui, in questa stanza».

Eccola, la stanza della dolce morte. Un monolocale preso in affitto dal fratello al pian terreno di una palazzina. Insieme i Preisig l’hanno ristrutturato e, a guardarlo, somiglia a una camera d’albergo. C’è il letto e c’è un sofà («C’è chi vuole morire seduto»), c’è un tavolo, una piccola cucina a vista con un assortimento di caffè, tè e succhi di frutta, un impianto stereo con una selezione di cd. C’è Vivaldi, c’è Leonard Cohen. È qui che all’ora stabilita entra il paziente, si sistema sul letto o sulla poltrona, lascia che la Preisig infili l’ago e spieghi, ancora una volta, il funzionamento della valvola: «Deve essere il paziente stesso a manovrare la flebo», spiega, «diversamente, si tratterebbe di eutanasia». Prima di aprire il rubinetto, lei rivolge tre domande da protocollo: chiede il nome, la data di nascita e ancora se l’uomo o la donna che stanno per porre fine alla propria vita siano coscienti di quel che accadrà quando la valvola sarà aperta. Poi il via libera: « Quando preferisce». Nella stanza c’è anche il fratello Ruedi che filma la scena. Il video viene mostrato alla polizia, che non può essere presente perché, in quel caso, sarebbe tenuta a impedire il suicidio. Una volta che il farmaco ha fatto effetto, invece, i fratelli Preisig chiamano il procuratore capo di Basilea e il medico legale. E si firmano i documenti che attestano il decesso.

Di qui sono passate centinaia di persone in questi anni. Ed è sempre qui, in questa stanza, che il giudice di Vibo Valentia, Pietro D’Amico, chiese di morire lo scorso 13 aprile. Uno come tanti, per Erika Preisig. Un caso che fece scoppiare la polemica, invece, nell’Italia dove eutanasia e suicidio assistito sono reati, oltre che tabù etici. Tanto che Frau Preisig non aveva mai parlato di Pietro D’Amico e della sua morte: «Quando ha aperto il rubinetto della trasfusione teneva in mano un crocifisso. E mi ha chiesto di mandarlo alla figlia, una volte che lui fosse morto. E poi mi ha detto che quella era una richiesta molto importante per lui. Credo abbia pregato in quegli ultimi istanti», racconta a “l’Espresso”. Quel paziente le è rimasto impresso più di altri. C’è qualche vita che la sfiora, qualcuna che le resta fissata addosso. E D’Amico è uno di questi. Perché i pazienti italiani sono pochi e difficili. «Spesso non dicono nulla ai parenti e agli amici, che non riescono a comprendere la decisione di suicidarsi, di smettere di vivere quando la vita è diventata un peso e un dolore», continua Preisig: «C’era anche un’altra difficoltà, ovvero il fatto che la sua patologia degenerativa fosse invisibile agli strumenti medici. Solo l’autopsia è capace di fissarla su un referto», aggiunge.

Anche con il magistrato la dottoressa Preisig ha discusso a lungo. «Cerco di dissuadere il paziente intenzionato a ricorrere al suicidio assistito, dicendo che la medicina non fa miracoli, ma forse in qualche occasione Dio sì», dice. Alla fine, però, la serenità dei volti la convince di avere fatto bene. Come la coppia di ottantenni che si sono rivolti a lei un paio d’anni fa: «Erano entrambi molto malati, sposati da sessantanni. Volevano morire insieme. Ero in imbarazzo, perché c’era solo un letto singolo. Quando lo dissi, mi risposero che da giovani, a corto di soldi, dormivano in due in un letto così e sarebbe stato bellissimo andarsene nella stessa maniera. Morirono tenendosi per mano», racconta. E ancora la nonnina che Erika non dimenticherà mai. «La madre si era suicidata lanciandosi dalla finestra e per la famiglia era stato un trauma. Quando la figlia, ormai nonna a sua volta, si era resa conto di essere affetta dalla stessa malattia genetica perse il controllo. Poi, un giorno, si è rivolta a me. Le ho detto che avrebbe potuto morire qui, ed è tornata a casa serena. Per i mesi che le sono rimasti è stata una nonna meravigliosa».

Per gli svizzeri, poi, c’è il servizio a domicilio. Con una tassa annuale di 40 euro, i medici forniscono i farmaci a casa. Così, quando è il momento, ti suicidi in tutta solitudine. Il barbiturico, mescolato a un potentissimo sonnifero, si può bere d’un fiato allungato con acqua. Visto dall’Italia, invece, è un altro pianeta. Divisi fra i cattolici che denunciano l’abominio e i sostenitori dell’eutanasia che si indignano perché si deve scappare in Svizzera per morire in pace. Come due anni fa il politico Lucio Magri, cofondatore del “manifesto”. E come D’Amico. In realtà il suicidio assistito esiste anche in altri paesi d’Europa, dal Belgio al Lussemburgo all’Olanda. Così come negli Stati Uniti, dove è legale in Oregon, Montana e a Washington. Eppure solo le cliniche svizzere aprono le porte agli stranieri, forti del record nazionale di suicidi, che hanno ormai superato il 2,2 per cento delle morti totali. Ottenere il via libera non è facile. Solo il 40 per cento delle richieste passa. E anche quel nulla osta per la morte, spesso, ha funzionato da deterrente al suicidio. Sì, perché nel momento in cui molti malati si rendono conto che una strada per smettere di soffrire esiste, beh, ci ripensano: «Il 40 per cento di coloro che hanno ottenuto la luce verde non si sono presentati al suicidio: di molti di loro, ho saputo che la consapevolezza di poter morire quando volevano li aveva attaccati di più alla vita e dato loro il coraggio di continuare ad affrontare la malattia».

Lei c’è sempre. Anche se, nonostante la serenità che trasmette, anche la dottoressa della dolce morte a volte cede all’emozione: «Quando infilo l’ago nella vena del paziente, talvolta la mano mi trema», dice. E così, per far fronte ai momenti in cui i nervi hanno la meglio sulla sua razionalità, c’è sempre un’infermiera allertata, qualche ora prima del suicidio, pronta a intervenire se Frau Erika non se la sentisse. Anche se ormai non le capita più. Anzi, molti dei pazienti vogliono che sia proprio lei. Quella donna dolce cui spesso lasciano l’incombenza di spedire alla famiglia le proprie ceneri. «Qualcuno è solo al mondo, e affida le proprie ceneri a me. Una donna austriaca, morta a gennaio, mi disse che il suo sogno era che le proprie ceneri venissero sparse su un prato di genziane, in riva a un laghetto alpino». Lei le ha custodite fino a oggi: «Adesso arriva la bella stagione, la metterò in uno zaino e andrò a spargere le ceneri in un posto che conosco, perfetto per lei». 

martedì 12 marzo 2013


La medicina palliativa: una forma di carità disinteressata - Il Catechismo della Chiesa Cattolica incoraggia in modo esplicito questo tipo di cura -  Roma, 11 Marzo 2013 (Zenit.org) Bruno Brundisini 


Le cure palliative derivano il loro nome da pallium, che era il mantello usato dagli antichi greci e romani per coprire la tonaca sulle spalle. Con riferimento all’etimologia, il loro significato più appropriato sembra quello di proteggere il paziente, più che di nascondere la malattia.

Lo statuto dell’Associazione Europea per le Cure Palliative afferma che queste consistono “nell’assistenza attiva e totale dei pazienti terminali quando la malattia non risponde più alle terapie ed il controllo del dolore, dei sintomi, degli aspetti emotivi e spirituali e dei problemi sociali diventa predominante. Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire come un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di garantire la migliore qualità di vita, sino alla fine”.

Esse interessano quindi il paziente in fase terminale, cioè ormai irreversibile, sia esso oncologico, sia esso affetto da altra patologia, che non risponde più alle cure specifiche. In questa fase quindi si continua a curare il malato che ha quella determinata malattia, e non più la malattia che affligge il malato.

Infatti, quando non si può più fare niente per guarire la malattia, si può fare ancora molto per curare il malato, in particolare lenire il suo dolore fisico nell’ultimo periodo della vita. È questo il momento in cui ci si deve occupare degli aspetti psicologici, sociali e spirituali del paziente e dare il sostegno alla sua famiglia.

Vista in quest’ottica la medicina palliativa, forse ancora più di quella rivolta alla cura della patologia, presenta un altissimo rispetto della qualità della vita e della persona, che concepisce nella sua totalità. Non si tratta di una medicina estrema o spinta ad oltranza, o di accanimento terapeutico, né tanto meno di eutanasia, ma, al contrario, di una medicina di assistenza, di ascolto, di accoglienza e di accompagnamento.

Essa si pone con un approccio multidisciplinare a 360 gradi, che si rivolge a tutte le esigenze della persona in quel particolare momento. È quello che gli inglesi chiamano il passaggio dal to cure al to care for, ossia dal curare al prendersi cura di una persona. Tutto ciò può avvenire al domicilio del paziente o in ospedale o nell’hospice.

La grande attenzione a questo aspetto della medicina, che si va sempre più affermando anche nel nostro Paese, è data dalla Legge n° 38 del 15 Marzo 2010, recante le Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Si tratta di una disposizione legislativa che, oltre ad indicare queste cure tra gli obiettivi prioritari del Sistema Sanitario Nazionale, sancisce l’obbligo di percorsi formativi per gli operatori sanitari di questo settore, affinché nessuno possa più improvvisarsi come palliativista o terapista del dolore.

La Chiesa Cattolica ha assunto sempre una posizione estremamente chiara oltre che sui temi dello stato vegetativo e dello stato di minima coscienza, anche sull’assistenza alla condizione di fine vita. A questo proposito basta ricordare quanto affermato nel Catechismo: “Anche se la morte è considerata imminente le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. (…) Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata” (CCC 2279).

Queste cure vengono distinte dall’accanimento terapeutico. Infatti sempre nel Catechismo si legge: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC 2278).

Oltre a credere nella vita dopo la morte, la Chiesa e la morale ci insegna anche a credere nella vita prima della morte, quando la morte ancora non è presente, ma già prende forma quello che possiamo definire il morire.

(11 Marzo 2013) © Innovative Media Inc.

venerdì 8 febbraio 2013

Svizzera, in vigore il testamento biologico vincolante Campo libero alla «volontà presumibile». E all’arbitrio - Avvenire, 7 febbraio 2013



Ferdinando Cancelli chiarisce alcuni concetti stravolti dalla cattiva informazione Vivere fino alla fine Accompagnamento e cura del morente Vivere fino alla fine. Accompagnamento e cura della persona morente è il titolo del nuovo volume (Torino, Lindau, 2012, pagine 179, euro 16) di Ferdinando Cancelli, di cui pubblichiamo la prefazione – di Lucetta Scaraffia – Osservatore Romano, 7 febbraio 2013 


I medici hanno confiscato il dibattito sulla morte – ha dichiarato a «Le Monde» il presidente emerito del comitato francese di bioetica Didier Sicard – e questo non è un bene, perché la riflessione su questo tema deve essere più ampia e profonda. Si è data la parola ai medici per sfuggire al peso delle contrapposizioni ideologiche, che hanno avvelenato il dibattito trasformandolo in una sterile contesa, ma questo ha provocato una riduzione sbagliata della questione. E non solo in Francia: anche in Italia il conflitto fra «progressisti», a favore dell’eutanasia, e «conservatori», cattolici, che si schierano contro è spesso mascherato dal ricorso a medici che accampano ragioni sanitarie per rafforzare i diversi punti di vista. Il libro di Ferdinando Cancelli, che è medico esperto in cure palliative, sfugge del tutto a questa superficialità, pur affrontando la questione della morte anche dal punto di vista strettamente clinico. E non è di parte, pur essendo Cancelli profondamente cattolico. Proprio per questo motivo è un testo di grande interesse, per credenti e non credenti: un libro così chiaro e semplice che ha prima di tutto un effetto sorprendente, quello di togliere a chi lo legge la paura della morte. Cancelli conosce la morte, la incontra con grande frequenza nella sua pratica medica e ne ha tratto non solo considerazioni mediche, ma riflessioni profonde fondate su una vera esperienza. Non parla in base a dogmi teorici né a illusioni ideologiche: nelle sue parole si sente la riflessione sull’esperienza concreta, ed è questo soprattutto a rendere il libro appassionante e convincente. Alle riflessioni problematiche l’autore alterna infatti brevi racconti di esperienze vissute nella sua professione, che rendono più chiare e concrete le sue conside razioni. Sono così affrontati uno per uno tutti i problemi più complicati e disputati dalla politica e dalla medicina divulgativa, con risposte semplici che servono a dissipare molte paure. Ma anche a farci sapere ciò che spesso ignoriamo, come il fatto che la morfina costa poco e serve a rendere sopportabile il dolore senza affrettare la morte del paziente; non ci sono scuse, quindi, per quei centri di cura che non aiutano i pazienti gravi con cure antidolorifiche. E quando neppure la morfina può far tacere il dolore, c’è la possibilità di far entrare il paziente – possibilmente con il suo consenso – in coma farmacologico per evitargli sofferenze inutili e difficilmente sopportabili. I rimedi al dolore dunque ci sono, e la necessità di chiedere la morte per sfuggire a un dolore insostenibile esiste solo nei quesiti delle inchieste che vogliono far passare tutti come sostenitori dell’eutanasia. Alla domanda se si preferisce morire piuttosto che soffrire dolori insopportabili chiunque risponde – è ovvio – che preferirebbe morire. Ma se i dolori sono trattabili, quasi tutti preferiscono vivere sino alla fine naturale. Perché non è vero che la vita ha senso solo se si è sani e autonomi: le esperienze di Cancelli ci rivelano che fino agli ultimi istanti l’uomo è un essere vivente, e in questo incontro con la morte «si manifestano dei fuochi d’artificio della vita». Infatti, anche se oggi per molti la morte ideale è quella improvvisa, magari nel sonno, perché la morte fa solo paura, è vero quello che si pensava in passato: serve tempo per prepararsi alla morte, per chiedere perdono, per riconciliarsi con Dio (chi crede), con se stessi e con gli altri, per sistemare gli affari terreni. E magari per vivere ancora momenti affettivi di grande intensità e felicità. Cancelli non pretende che tutti i malati gravi vengano informati della loro condizione, sa che ogni caso è diverso e che ogni volta bisogna capire cosa sia meglio fare, per il paziente e la famiglia che lo circonda. L’aspetto più convincente del suo ragionamento è proprio la pacatezza, la lontananza da prediche minacciose e da dogmi, che lo portano a consigliare due testi legislativi diversi, entrambi non italiani, per far fronte ai problemi di cui parla. Per l’aspetto giuridico, guarda con favore alla legge francese Leonetti sul fine vita, moderata e prudente, non legata a nessuna delle due parti in conflitto. Per l’assistenza spirituale, a una guida preparata dai vescovi inglesi, anch’essa pacata, rivolta a credenti e non credenti, e pensata per un Paese dove i cattolici sono una minoranza. Entrambe sono riportate in appendice al libro, come una proposta di soluzione dei problemi equilibrata, lontana da irrigidimenti a sfondo politico. Certo, è indubbio che per Cancelli la vita umana costituisce un valore non negoziabile, ma questo medico non si fa solo paladino del punto di vista cattolico, sa andare al cuore di tutti, anche di chi non pensa come lui, con parole sensate e moderate, proponendo soluzioni che possono essere accolte da tutti. Lo si vede dal modo in cui evoca, con poche frasi, i casi clamorosi e conflittuali di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro. In definitiva, un libro importante, soprattutto perché ci aiuta a guardare alla morte senza paura: senza paura di dolori insostenibili, che potremo sedare, ma anche senza il timore panico che prende oggi chiunque provi a riflettere sull’argomento. Perché ci insegna che la morte è un compimento della vita, un passaggio che può essere dolce e riservare anche sorprese positive, per il morente e per chi lo assiste con amore.  

martedì 29 gennaio 2013


Mobilitazione di fronte a un progetto di legge in Québec La vera dignità è la tutela della vita -  L’OSSERVATORE ROMANO lunedì-martedì 28-29 gennaio 2013


OTTAWA. «Poiché il Governo del Québec intende presentare entro giugno un progetto di legge sulla “morte assistita”, chiunque creda ancora al primo dei diritti fondamentali — il diritto alla vita — ha oggi il dovere di agire. Come cittadini e cittadine di un Paese che si considera civile, tutte le persone di buona volontà hanno il diritto e il dovere di promuovere le cure palliative e la vera compassione e di contrastare qualsiasi tentativo di legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito». È l’appello lanciato in Canada dall’Organismo cattolico per la vita e la famiglia (Ocvf) dopo che il comitato di giuristi, incaricato dall’Assemblea nazionale del Québec di esprimere le raccomandazioni alla Commissione speciale sulla questione della morte assistita, ha consegnato il proprio rapporto al ministro responsabile del dossier «Mourir dans la dignité», Véronique Hivon. L’Ocvf, per il quale le cure palliative costituiscono «l’unica risposta veramente umana e rispettosa dei bisogni delle persone in fin di vita e delle loro famiglie», contesta con forza il concetto di “aiuto medico a morire”, preoccupandosi delle conseguenze giuridiche, etiche e sociali di una tale pratica. Secondo l’accusa, il «Rapporto Ménard» (Jean-Pierre Ménard, giurista, è il presidente del comitato) maschererebbe la realtà «giocando con le parole e mantenendo la confusione», mentre resta il fatto che questo “aiuto medico a morire” è sinonimo di eutanasia, «una pratica mortifera che va mano nella mano con il suicidio assistito», e significa «uccidere volontariamente, mettendo fine alla vita di una persona», in nome di una concezione limitata della sua autonomia. L’Organismo cattolico per la vita e la famiglia — fondato congiuntamente dalla Conferenza episcopale del Canada e dal Consiglio supremo dei Cavalieri di Colombo — contesta anche che esista un consenso sociale a favore della morte assistita, perché «il 60 per cento delle persone e dei gruppi intervenuti durante le audizioni della Commissione si oppongono all’eutanasia e al suicidio assistito». I media, dunque, così come i deputati che seggono all’Assemblea nazionale del Québec «devono ascoltare gli elettori e le elettrici contrari al progetto di legge che sarà presto depositato dal Governo Marois, in contrasto con il codice penale del Canada che vieta sia l’eutanasia sia il suicidio assistito». Nel suo comunicato, l’Ocvf segnala infine ai cittadini una serie di documenti per approfondire il tema e i siti on line di tre organizzazioni particolarmente attive nel campo del fine vita: il Collettivo medico per il rifiuto dell’eutanasia, Vivere nella dignità e la Coalizione per la prevenzione dell’eutanasia. Il «Rapporto Ménard», parlando dell’aide médicale à mourir, lo definisce come una «nuova tipologia di cure» riservata a coloro che sono stati colpiti da una malattia grave e incurabile, le cui capacità sono compromesse, senza alcuna prospettiva di miglioramento, e alle prese con sofferenze fisiche o psicologiche costanti, insopportabili, che non è possibile lenire se non in situazioni giudicate dal paziente “intollerabili”. L’aiuto medico a morire verrebbe tuttavia reso accessibile solo a determinate condizioni: richiesta esclusiva da parte del malato; scrupolosa valutazione del medico curante e di un altro medico indipendente; successiva, nuova presentazione della domanda da parte del paziente; parere da consegnare al Consiglio dei medici, dei dentisti e dei farmacisti. Il comitato di giuristi conclude la sua relazione raccomandando al legislatore di intervenire «per meglio inquadrare le cure del fine vita, tenendo conto dell’evoluzione dei diritti e delle attese della società». 

mercoledì 9 gennaio 2013


Il dibattito sul fine vita in Francia Qual è la posta in gioco di FERDINAND O CANCELLI, Osservatore Romano, 9 gennaio 2013

Nei dibattiti bioetici spesso si assiste alla contrapposizione frontale tra i sostenitori dell’«etica della vulnerabilità» e quelli dell’«etica dell’autonomia», per usare le parole del senatore francese Jean Leonetti. Il quotidiano «La Croix», in un clima di rinnovato fermento in Francia sulle proposte di un’eventuale revisione della legge sulla fine della vita, suggerisce due modi per uscire da questa sterile impasse.
Il primo è quello di offrire uno strumento che permetta di comprendere in termini semplici ma precisi le definizioni dei temi in questione:  Fin de vie. Les clés du débat (Fine della vita. Le chiavi del dibattito) è un e-book che affronta in dieci capitoli tutti i temi principali delle delicate questioni cliniche ed etiche connesse alla malattia inguaribile. La legge vigente, i concetti di dignità e di libertà, i limiti dell’assistenza ospedaliera, i dilemmi suscitati dai progressi della medicina, le prospettive future sono solo alcuni degli argomenti trattati in modo conciso ma ricco di suggerimenti per letture di approfondimento.
Ogni capitolo è seguito dalla testimonianza di congiunti o di sanitari direttamente coinvolti in un’assistenza a un malato giunto alla fase finale della vita. La lettura è ricca di dati sui quali riflettere: tra questi lo studio del dottor Edouard Ferraud, responsabile di un’unità di cure palliative, condotto nel 2008 in 613 differenti servizi ospedalieri francesi dal quale è emerso, ad esempio, che soltanto il 35 per cento degli infermieri avevano giudicato “accettabili” le circostanze dei decessi nei loro servizi e che su 3793 pazienti deceduti in ospedale solo il 24 per cento avevano avuto qualcuno al loro fianco nel momento della morte. Questi dati correlano, secondo il dottor Ferraud, con «un’assenza a volte quasi totale di cultura palliativa in un gran numero di strutture ospedaliere».
Una seconda via per superare l’impasse è quella proposta con estrema lucidità dal gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un’intervista pubblicata su «La Croix» del 5-6 gennaio e ripresa quasi per intero dall’«Osservatore Romano» del 6. Per sconfiggere l’idea che l’unico modo di appropriarsi della propria morte sia il «chiedere l’atto che uccide» occorre trovare — afferma il rabbino — «un modo completamente diverso di essere soggetto, che consiste nell’essere lucidi, responsabili, coscienti. Preparare la propria morte, avere il coraggio d’interpellare i medici riguardo alle proprie paure, lasciare a quelli che resteranno una parola di vita, una parola di benedizione che li aiuti a vivere senza di noi».
Poi — continua Bernheim — «è difficile morire con dignità quando si è stretti in una cospirazione di ilenzio, quando le persone a noi più vicine, angosciate, assistono impotenti e mute alla nostra lenta scomparsa. Quando non possono o non vogliono accompagnarci. Come riuscire a stare in pace con se stessi e con gli altri, dire addio, trasmettere qualcosa di sé e della propria esperienza di vita, se tutti fuggono o si comportano come se la morte non fosse vicina? Il modo in cui noi lasciamo questo mondo dipende tanto dalla maniera in cui abbiamo vissuto quanto dall’atteggiamento di coloro che ci circondano». Le due vie proposte, in apparenza così diverse, sono in realtà strettamente connesse tra loro. Come potrà infatti un malato «preparare la propria morte», «interpellare i medici», superare la «cospirazione del silenzio» o, d’altra parte, un sanitario non fuggire o non far finta che la morte non sia vicina se non comprendendo esattamente le definizioni e la portata clinica, etica ed umana dei problemi in gioco? Troppe volte ai malati e ai propri familiari mancano gli elementi fondamentali per comprendere quanto sta succedendo e per essere «lucidi, responsabili e coscienti», e quindi pienamente «soggetti», in momenti così drammatici. E gli stessi elementi troppe volte mancano anche ad alcuni di coloro che nell’affrontare magari pubblicamente questi temi finiscono per influenzare in modo distorto le coscienze altrui. Il rischio è che questi ultimi sottraggano ai primi la possibilità di vivere sino alla fine e di «lasciare a quelli che resteranno una parola di vita.