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lunedì 9 dicembre 2013

Il diritto all'obiezione e i danni di una legge Non basta l'obiezione di coscienza per poter limitare la soppressione dei più deboli Roma, 08 Dicembre 2013 (Zenit.org) Renzo Puccetti



“Io sono cattolico. Obiettore. Ma penso che la legge vada applicata. Punto. E nel miglior modo possibile”. Con queste parole il ginecologo Nicola Surico, già presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, ha esplicitato la propria posizione nei riguardi della legge 194 che 35 anni fa ha legalizzato l’aborto, in un’intervista ad un quotidiano romano dello scorso 22 ottobre. Le parole del professor Surico possono essere un valido punto di partenza per una riflessione più ampia.

Partiamo dal fatto incontrovertibile che quella legge che per il ginecologo cattolico è da applicarsi, a tutto il 2012 ha consentito la pratica di 5.435.678 aborti il cui costo economico e sociale è devastante. È significativo che lo stesso professore riconosca che con l’aborto “si tratta pur sempre di interrompere una vita”, affermazione che non solo i pro-life sottoscrivono. In molti condividiamo con l’illustre ginecologo la scelta di obiezione di coscienza a quella stessa legge. È a questo punto che però sorge un punto di divergenza. Se la legge 194 ha consentito milioni di aborti, è sufficiente che ci rifiutiamo di interrompere quelle vite in prima persona? Perché mai non si dovrebbe far rispettare il diritto all’obiezione?

Certo, la legge sull’aborto è una legge dello Stato, è una legge largamente costruita attorno ad un pronunciamento precedente della Corte Costituzionale, è una legge che ha persino ricevuto l’approvazione da parte della ampia maggioranza degli elettori nel 1981 attraverso la consultazione referendaria; è indubbio che quella legge soddisfi tutti i criteri di legalità. Se ogni legge è giusta per il solo fatto di essere legge, allora ha ragione il professor Surico a reputare un dovere la sua ferrea applicazione.

Già nel XIV secolo Guglielmo di Ockam sostenendo in opposizione a san Tommaso l’impotenza della ragione umana nel distinguere il bene dal male proponeva la soluzione legalistica: “bonum quia iussum, malum quia prohibitum” (è bene perché è permesso, è male perché è proibito). Il maestro del positivismo giuridico Hans Kelsen attraverso la teoria pura del diritto (reine Rechtslehre) ha insegnato infatti a liberare la scienza della legge da elementi estranei, siano essi politici, sociologici, o morali.

È questa visione che separa la legge dall’etica e afferma che la legge non ha alcuna connessione necessaria con la giustizia a materializzare nel diritto la separazione filosofica tra essere e dovere essere introdotta da David Hume. Eppure quando nel 1787 il giovane deputato del partito conservatore inglese William Wilberforce annunciò alla Camera dei Comuni la proposta di abolizione del commercio degli schiavi non pensò nemmeno per un attimo che la legge contro cui avrebbe combattuto per tutta la vita fosse una legge da applicare.

Quando dopo 20 anni di lotte la tratta degli schiavi fu abolita dal parlamento inglese, William Wilberforce non si fermò, per altri 25 anni continuò a lottare per la totale abolizione della schiavitù fino a raggiungere la meta e spegnersi tre giorni dopo. Wilberforce lottò contro le leggi schiaviste, non ne perorò l’applicazione. Fu con parole simili che le coscienze di tanti tedeschi furono tacitate dal 1933 al 1945.

Lo storicismo insegnato da Friedrich Carl von Savigny e Gustav Hugo aveva contribuito a preparare il terreno per rendere rispettabili le legislazioni del tempo. Ci volle Norimberga ed il principio lì stabilito che esiste “il dovere di disobbedire alle leggi chiaramente riconoscibili come in violazione di principi morali superiori” per ribaltare quella prospettiva, e prima ancora sangue, morti e rovina.

Anche il filosofo del diritto Gustav Radbruch prima della guerra pensava come Kelsen e gli altri positivisti che le leggi non traessero validità dal loro contenuto, ma dalla loro emanazione da parte della legittima autorità, anch’egli riteneva che leggi validamente promulgate dallo Stato, anche se immorali, non devono essere disobbedite o invalidate. A guerra conclusa però egli cominciò a riflettere ed a rendersi conto che la dottrina secondo cui è legge qualsiasi cosa dicano le norme aveva reso la giustizia tedesca impotente di fronte alla crudeltà e all’ingiustizia, una volta che queste avevano assunto le vesti di regolamento.

La riflessione di Radbruch giunse a considerare l’esistenza di leggi “intollerabilmente ingiuste” cristallizzatasi in una formula che influenzerà per generazioni il diritto: “Quando nel porre il diritto positivo viene di proposito negata quell’uguaglianza che costituisce il nucleo della giustizia, allora la legge non è soltanto diritto ingiusto, piuttosto non è affatto diritto”. Giorgio Perlasca salvò migliaia di vite umane di ebrei ungheresi anticipando sul campo quello che Radbruch avrebbe poi teorizzato, egli non solo ritenne doveroso non applicare la legge, ma fece carte false per disattenderla.

Sembra poco prudente e esageratamente pericoloso dichiararsi cattolici e pronunciarsi favorevolmente su un atto legislativo le cui conseguenze sono stati così dolorose e cattive. C’è una contraddizione di fondo nel dirsi cattolico e poi accettare che non si pratichi la carità per il più indifeso degli esseri umani.Non è assurdo che in nome di un diritto presunto alla scelta, si accetti di sopprimere la vita di un  innocente bisognoso di accoglienza e di amore?

Quando, nell’omelia mattutina a Santa Marta, Papa Francesco ha detto: “Pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono”, a cosa si riferiva se non all’uccisione dell’innocente che si realizza specialmente con la pratica delle interruzioni volontarie di gravidanza? Quella del Papa è un’affermazione che non lascia via di fuga. Il Santo Padre porge la sua parola ad ogni uomo, soprattutto a chi si professa cattolico.

Il tentativo di giustificare certi comportamenti con una concezione relativistica della coscienza è triste e pericoloso. Come scriveva il beato Newman al duca di Norfolk, “La coscienza ha dei diritti perché prima ha dei doveri”. La coscienza parla con una voce che è in noi, ma non viene da noi, che è più alta della nostra parte più alta, se silenziamo la convenienza, il conformismo, la pavidità la sentiremo dirci: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).

(08 Dicembre 2013) © Innovative Media Inc.

mercoledì 20 febbraio 2013


In Australia si fa avanti l’infanticidio - Chi si straccia le vesti per questa proposta choc farebbe bene a ragionare e a rendersi conto che uccidere un bambino prima o dopo la nascita è la stessa crudeltà - 19 febbraio 2013 - http://www.prolifenews.it

infanticidio_Australia_aborto

L’infanticidio è un diritto delle donne. Lo sostiene, con qualche opportuna sfumatura dialettica, il Journal of Medical Ethics di Melbourne, che in un recente articolo spiega le buone ragioni che legittimano l’uccisione di un neonato, quando le sue condizioni di salute siano compromesse.
L’articolo rilancia una vecchia idea del vecchio bioeticista australiano Peter Singer, e ne ripropone il ragionamento di fondo. La nostra società – scrivono in sostanza gli autori della rivista di Melbourne – ha ormai legittimato la soppressione del concepito con l’aborto volontario, giustificandolo con le più svariate motivazioni. Ora, proseguono, non esiste alcuna differenza davvero sostanziale tra un concepito di uomo e un neonato. Dunque, se è legittimo per le leggi uccidere un feto di tre mesi, non si vede perché lo Stato non debba permette di fare lo stesso con un neonato handicappato.
Il caso australiano è un esempio perfetto di ragionamento che muove da premesse corrette per giungere a conclusioni coerenti, anche se aberranti. E’ infatti sacrosanto che nascituro e neonato non sono dissimili nelle loro qualità essenziali; ed è altrettanto logico che questa identità umana deve comportare un giudizio di valore pressoché identico. Logico, per concludere, che aborto e infanticidio siano parenti stretti, e che sia contraddittorio disciplinarli in maniera opposta fra loro.
L’errore sta nel teorizzare che la legittimazione diffusa dell’aborto dovrebbe allargarsi all’infanticidio, invece che invertire il percorso. E accorgersi che il rispetto della vita già nata dovrebbe essere estesa a tutela del non ancora nato. Ma per il resto, questi esponenti della cultura della morte contribuiscono, paradossalmente, a mostrare che “il re è nudo”. Dicono cioè, un po’ cinicamente, quello che talvolta gli stessi esponenti della cultura della vita si dimenticano: e cioè che l’aborto è uccidere un essere umano, tale quale lo si facesse morire dopo la nascita.
Chi si straccia le vesti per la proposta choc degli australiani, farebbe bene a ragionare per un momento: e a rendersi conto che la brutalità dell’infanticidio è del tutto analoga alla brutalità di ogni aborto legale. E a riflettere intorno alla assurdità di essere contro l’infanticidio (cose che, per ora, accomuna la gran parte della gente), ma a favore dell’aborto e delle leggi che lo regolamentano.
Di più: le società che accettano l’eliminazione eugenetica dei non ancora nati (e in questo, l’Italia non è seconda all’Australia), prima o poi sono costrette a scivolare verso l’infanticidio. Melbourne e Sparta non sono state mai così vicine: il Taigeto e le teorie eleganti e pulite sull’aborto praticato “per sconfiggere la talassemia” sono facce della stessa medaglia, smorfie della stessa Gorgone mostruosa.
E’ logico che l’idea di vedere davanti a sé un neonato, e di ammazzarlo sia pure “per motivi pietosi” disturba il sonno delle persone ben pensanti. Ma quello stesso sonno dovrebbe essere inquietato dal pensiero che già oggi, ogni giorno, con i soldi dei contribuenti e dello Stato, negli ospedali pubblici di mezzo mondo lo stesso trattamento viene riservato ai figli di donna non ancora nati.
Solo dosi da cavallo di ipocrisia possono rendere opaca questa verità. Gli studiosi australiani – epigoni della Rupe Tarpea – ci dicono che ogni uomo non vale niente, se non ha una qualità della vita accettabile: che sia nascituro, neonato, adulto o vecchio, poco importa. O siamo disposti a ribaltare il tavolo sul quale si gioca questa vergognosa partita – fatta di embrioni prodotti, usati, selezionati e gettati via e di ammalati morti di fame e di sete – oppure dobbiamo rassegnarci a vedersi sviluppare, inesorabile, una coerente striscia di orrori che renderanno dilettanteschi i protocolli artigianali del dottor Mengele.
E dovremo anche imparare a smetterla di dare lezioni di falsa moralità a cinesi, indiani, coreani che selezionano e uccidono prima della nascita i feti, solo perché sono femmine. Noi, gente per bene d’Europa e degli States, li selezioniamo e li uccidiamo, solo perché sono down.

di Mario Palmaro

martedì 19 febbraio 2013


La Corte di Strasburgo ha stabilito che una violenza non è una violenza, ma un buon diritto. Un buon diritto gay - febbraio 19, 2013 Luigi Amicone - http://www.tempi.it


Nel caso controverso posto da una coppia di lesbiche la Corte di Strasburgo ha così sentenziato: due donne, una delle quali ha in precedenza avuto un figlio da un uomo da cui poi si è separata, hanno il diritto ad adottare alla pari il bambino e a creare così un nuovo nucleo famigliare stabile e a sé stante.
Siamo ben oltre l’adozione gay: siamo a un giudizio – definitivo perché emesso dalla Grande Chambre e i cui principi valgono per tutti i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa – in cui la massima giurisdizione europea stabilisce che il legame naturale che unisce padre e figlio può essere rescisso per sentenza.
Il caso riguarda una coppia di donne austriache. Una delle due, madre di un bambino, dal 2007 chiedeva che anche la nuova compagna potesse adottarlo. Ma il padre del bambino, che non è mai venuto meno alle proprie responsabilità, che ha riconosciuto il figlio, gli ha dato il suo cognome e paga regolarmente gli alimenti per il suo sostentamento, si è sempre opposto a tale richiesta da parte della madre e della sua nuova compagna.
Di contro, le due donne ritenevano lesivo del principio di “uguaglianza” e, quindi, della loro vita familiare, il fatto che non potessero adottarlo alla pari, come potrebbe succedere in una coppia costituita da un uomo e una donna, da un padre e una madre.

La legge austriaca ha sempre dato torto alle due lesbiche perché in Austria la legge prevede la perdita di potestà (e la successiva adozione da parte del nuovo partner) solo se c’è accordo di tutti i soggetti o se il genitore si è macchiato di gravi colpe o ha abbandonato il bambino.
Inoltre la legge austriaca prevede tale possibilità di adozione solo per le coppie formate da una uomo e una donna: non per discriminare i gay, ovviamente, ma perché un figlio ha sempre un padre e una madre.

Dunque, ragionavano i tribunali austriaci: non esiste che si possa strappare un padre dal proprio figlio per darlo in adozione alla madre e alla sua nuova convivente. Sarebbe una violenza contro ogni evidenza e diritto del bambino.
Bene, la Suprema Corte europea ha stabilito che questa violenza non è una violenza, ma un buon diritto. Un buon diritto gay.
Post scriptum. Si tratta dell’ennesimo episodio che conferma il trend imposto dall’agenda gay e dalle forze che premono sui tribunali nazionali e internazionali per ottenere la disarticolazione dell’alleanza uomo-donna, l’affermazione del relativismo delle fondamentali relazioni umane e sociali, l’attuazione di un principio di uguaglianza ideologico e perciò irrispettoso dei diritti dei bambini: primo fra tutti, quello di avere un padre e una madre. Attraverso sentenze che poi si trasferiscono direttamente nei parlamenti, questa azione top-down, portata dall’alto verso il basso, è in tutta evidenza un’azione che ha di mira la forzatura del processo democratico e la legittimazione delle nuova ideologia gender-gay attraverso l’imposizione di un dibattito che non ci sarebbe se non si creassero volutamente e artificiosamente gli “incidenti” processuali del tipo di quelli sollevati dalla coppia austriaca succitata. Questa è la lobby europea dell’agenda gay: quella che seleziona o supporta i candidati e la casistica da portare nei tribunali di ultima istanza per ottenere da essi la legittimazione che non otterrebbero per via popolare e democratica. Sarà il grande problema dei prossimi anni.
Ecco perché è indispensabile che anche nelle elezioni politiche come quelle che si svolgeranno il prossimo 24-25 febbraio si scelgano attentamente i partiti che si oppongono a questo processo di progressiva imposizione di una legalità che non ha legittimità. Come dicevano i dissidenti dell’Est quando il comunismo che lì vi trionfava aveva come uno dei propri obiettivi quello di cancellare la famiglia e ridurre la relazione uomo-donna a mero istituto di riproduzione biologica a scopo di regime. «Una volta avvenuta la separazione della legalità dalla legittimità – intesa come sopravvivenza personalistica, soggettiva, di cose del passato – tutto può diventare legale: l’espressione “la legge è la legge” contiene infatti in nuce i campi di concentramento, perché sottrae i funzionari dell’apparato legale alla responsabilità personale e alla vita naturale» (Vaclav Belohradsky).

sabato 16 febbraio 2013


DWORKIN,  QUANDO IL DIRITTO DIMENTICA IL FETO VITTORIO POSSENTI – Avvenire, 16 febbraio 201

La scomparsa di Ronald Dworkin (1931-2013) rilancerà la discussione sul suo pensiero filosofico e giuridico, oggetto di attenzione da vari decenni. Nell’autunno scorso Dworkin aveva ricevuto il premio Balzan per i suoi contributi nel campo della Teoria e filosofia del diritto con la seguente motivazione: «Per i suoi fondamentali contributi alla teoria generale del diritto, condotti con profondità di analisi, originalità di risultati e chiarezza argomentativa in fecondo interscambio con le teorie etico-politiche e con le pratiche del diritto». Dopo aver condotto ad Harvard i suoi studi, Dworkin ha insegnato a Yale ed alla Law School della New York State University. Tra le sue tante opere, meritano di essere ricordate: "I diritti presi sul serio" (1977), "Questioni di principio" (1985), "L’impero del diritto" (1986), "Il dominio della vita Aborto, eutanasia e libertà individuale" (1994), "La giustizia in toga" (2010). Nei suoi scritti Dworkin è andato elaborando una forma etica di liberalismo, derivante valori e diritti da una nozione di libertà strettamente imparentata con quella di uguaglianza. Nel campo della giurisprudenza ha criticato, in contrapposizione al positivismo giuridico, l’esclusione delle considerazioni etiche dal diritto, sostenendo che, oltre ai diritti giuridici, espressi dalle norme riconosciute dalla comunità, esistono diritti morali preesistenti all’organizzazione giuridica; e tra questi ha sottolineato i diritti all’eguale considerazione e rispetto di fronte allo Stato ("equal concern and respect"), che si trovano espressi nella Carta costituzionale degli Stati Uniti. Nella critica del positivismo giuridico l’obiettivo polemico è la versione del positivismo di H.L.A. Hart in "The Concept of Law" (1961) e nel "Postscript", apparso postumo nel 1994. Anche il pragmatismo giuridico non incontra i favori di Dworkin, perché esso procede calcolando le conseguenze della decisione giudiziaria onde arrivare a un esito che sia migliore per la società. Secondo Dworkin, il punto di vista privilegiato da cui guardare il diritto è quello del giudice, che deve presentare il diritto nella sua luce migliore ("law in its best light"). Nel volume "Il dominio della vita" Dworkin affronta la questione dell’aborto: la sua tesi è che sia intrinsecamente sbagliato porre fine deliberatamente a una vita umana in quanto il "dominio della vita" è sacro. Ma aggiunge che non sussiste incoerenza alcuna nel credere che la decisione di porre termine a una vita nei primi mesi di gravidanza debba essere lasciata alla donna in gravidanza. Secondo Dworkin è bene eludere la questione se un feto sia un essere umano al momento del concepimento: se così fosse gli si dovrebbe riconoscere un diritto incondizionato alla vita. Egli ritiene dunque che non vi è bisogno di decidere se un feto è persona per rispondere alla domanda sull’esistenza o meno di interessi del feto e sulla sua sacralità. Dworkin adotta un’etica laica della sacralità della vita che però rende possibile l’aborto. Tra i motivi addotti è che la Costituzione degli Stati Uniti nega che il feto sia una persona costituzionale. Ma questo mostra soltanto che il diritto alla vita deve precedere la costituzione. Nonostante le intenzioni dell’autore, viene eluso il tema centrale sullo statuto del concepito e la domanda se questi abbia o meno un diritto incondizionato alla vita: questo rimane il tema decisivo tanto a livello filosofico che costituzionale. © RIPRODUZIONE RISERVATA  

giovedì 31 gennaio 2013


Non di guerra di religione si tratta ma di guerra alla natura - http://www.corrispondenzaromana.it

legge naturale


(di Dina Nerozzi) «I temi eticamente sensibili sono prigionieri in Italia di una sfiancante guerra di religione» questo è l’incipit di un recente articolo di Pier Luigi Battista sul “Corriere della Sera” del 18 gennaio dal titolo Proposta contro le guerre di religione. Nell’articolo Battista propone lo «spacchettamento» dei temi «eticamente sensibili», distinguendo tra il diritto alla vita e la legalizzazione del matrimonio omossessuale. «Una legge ragionevole, che salvaguardi i diritti fondamentali degli omosessuali, che dia riconoscimento giuridico alle unioni tra individui dello stesso sesso, ‒ scrive ‒ attiene a una sfera diversa da quella che si combatte sull’arena dei valori non negoziabili».

Battista riconosce che quello della vita è un «valore non negoziabile» probabilmente perché tutte le evidenze scientifiche emerse dagli anni 70 in poi hanno dimostrato quello che sembrava già ovvio in partenza: dall’unione dei due gameti maschile e femminile nasce una nuova vita umana che è unica e irripetibile, programmata in base al suo corredo genetico, su cui andranno a influire le influenze ambientali, più o meno favorevoli. Il ragionamento di Battista sembra questo: se si riconosce la vita come valore non negoziabile si fa un passo nella direzione dell’incontro tra il mondo cattolico e quello “liberal-progressista”.

A questo punto ci si aspetta che sia la parte cattolica a fare l’ulteriore passo di avvicinamento per trovare un punto d’incontro in quella terra di mezzo che non c’é, di hegeliana memoria. Infatti si chiede Battista: «Ma che c’entra con il valore non negoziabile della vita una guerra cieca e ad oltranza contro il riconoscimento delle coppie di fatto, eterosessuali e soprattutto dello stesso sesso?».

Rispondiamo: si tratta di una guerra cieca o di un pregiudizio irrazionale come qualche magistrato potrebbe ritenere? Dato che il comune buon senso sembra ormai perduto, nelle nebbie del politicamente corretto, è necessario rifare il percorso che lo aveva generato. Prima di tutto è bene ricordare che le norme morali sono nate a salvaguardia della persona e non per mortificarne la libertà. Dopo di che ciascuno è dotato di libero arbitrio e dunque può scegliere di fare ciò che vuole sapendo, però, che ci sono dei prezzi da pagare per le scelte sbagliate, che spesso ricadono anche su chi non ha nessuna responsabilità (vedi la storia del Monte dei Paschi di Siena, per restare nell’attualità).

In secondo luogo, per andare nello specifico problema, e per limitarci all’aspetto biologico, è necessario tornare all’anatomia del corpo umano che prevede un sistema cardiocircolatorio, un sistema nervoso, un sistema gastroenterico e un sistema sessuale-riproduttivo, oltre a tutto il resto. La mucosa rettale, non programmata per il rapporto sessuale, è fragile, si lacera facilmente e va incontro a problemi di natura medico-sanitaria di cui si trascura, in questa sede, il lunghissimo e frustrante elenco. Compito primario dello Stato è la salvaguardia della salute dei suoi cittadini e, ci è stato spiegato, anche, che è meglio prevenire che curare. Se questo assioma vale per «il fumo uccide te e chi ti sta intorno», si fa fatica a capire come mai per il rapporto omosessuale il ragionamento della prevenzione della salute non valga più.

Le leggi della natura biologica confermano quelle della morale razionale. Si badi bene che le norme morali dicono che il sesso “contro-natura” è sconsigliabile a tutti, omosessuali e non, con un approccio egalitario e politicamente corretto che di più non si può. Se di guerra si vuole parlare, allora bisogna dire che è il mondo post-moderno che ha dichiarato guerra alle leggi della natura e di conseguenza ha dichiarato guerra alla ragione. (Dina Nerozzi)

martedì 20 dicembre 2011


IL CASO/ La follia di Pasolini e le profezie di Del Noce sul nuovo "fascismo" – di Massimo Borghesi, martedì 20 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

L’intervista, inedita, a Pier Paolo Pasolini, registrata il 30 ottobre 1975 a Stoccolma, che, anticipata venerdì da Repubblica, esce nel nuovo numero de L’Espresso, non aggiunge, certo, nulla di nuovo alla conoscenza dell’“ultimo” Pasolini, quello delle Lettere luterane e dei Scritti corsari. E, tuttavia, sia pure come conferma, rappresenta un documento prezioso dell’ultima fase dell’autore. Ne emerge lo straordinario diagnostico della “rivoluzione antropologica” in Italia, il teorico della scomparsa delle “lucciole”, del tramonto del mondo contadino, religioso, e delle forze popolari, cattoliche e comuniste, a favore di un mondo positivistico e tecnocratico, segnato dal primato dell’utile e dalla logica totalizzante dei consumi.
Come esito della rivoluzione industriale in Italia, afferma Pasolini nella sua intervista, “il Vaticano non ha più alle spalle questa enorme massa di contadini cattolici. Le chiese sono vuote, i seminari sono vuoti, se lei viene a Roma non vede più file di seminaristi che camminano per la città... E anche i marxisti sono stati cambiati antropologicamente dalla rivoluzione consumistica perché vivono in altro modo, in un’altra qualità di vita, in altri modelli culturali e sono stati cambiati anche sociologicamente”. Un cambiamento che mantiene le differenze economiche, tra borghesi ed operai, ma toglie quelle culturali. Che svuota di significato la destra neofascista – nessuno crede più a patria-famiglia-esercito – al pari della sinistra. Il risultato è il nuovo potere consumistico che Pasolini considera “un fascismo peggiore di quello classico, perché il clerico-fascismo in realtà non ha trasformato gli italiani, non è entrato dentro di loro. È stato totalitario ma non totalizzante”.
L’intervista pasoliniana, come si è detto, non aggiunge elementi nuovi a ciò che già conoscevamo. Nondimeno la sua analisi, che coglie perfettamente il mondo che viene, sorprende ancora per la sua solitudine: “Tutto quello che ho detto, l’ho detto a titolo personale. Se voi parlerete con altri italiani vi diranno: Quel pazzo di Pasolini”. Si tratta, in realtà, di una lucida follia che trova in Italia il suo precedente in un altro grande diagnostico: Augusto Del Noce. Il grande filosofo torinese già nel 1963, nel suo saggio Appunti sull’irreligione occidentale confluito poi ne Il problema dell’ateismo (1964), coglieva l’avvento della società tecnocratica con accenti decisamente pasoliniani.
In esso, sotto le suggestioni dell’amico Franco Rodano, Del Noce metteva a fuoco le caratteristiche della “società opulenta”. Questa, scriveva, “è una società che accetta tutte le negazioni del marxismo nei riguardi del pensiero contemplativo, della religione e della metafisica: che accetta quindi la riduzione marxista delle idee a strumento di produzione; ma che d’altra parte rifiuta del marxismo gli spetti rivoluzionari-messianici, quindi quel che di religioso rimane dell’idea rivoluzionaria. Sotto questo riguardo rappresenta veramente lo spirito borghese allo stato puro; lo spirito borghese che ha trionfato dei suoi due tradizionali avversari, la religione trascendente e lo spirito rivoluzionario. Si potrebbe arrivare a dire, e documentarlo coi testi del Manifesto: per una singolare eterogenesi dei fini il marxismo ha condotto lo spirito borghese a manifestarsi allo stato puro, ma una volta che ha raggiunto questo, si trova impotente a combatterlo. La società tecnologica segna l’abdicazione del marxismo nei confronti degli inventori dell’organizzazione razionale della società industriale, Saint-Simon e Comte”.
La tesi, assolutamente inedita nel delineare l’attuazione della società tecnocratica mediante la decomposizione del marxismo, doveva portare Del Noce all’incontro ideale con Pasolini. Così, nel 1975, riconosce che nessuno come Pasolini “ha inteso il carattere della contestazione e dei suoi strascichi: ‘Rivoluzione del sì’ a una nuova classe di ‘potere reale’, asservente il potere dei politici che nemmeno si sono accorti della sua realtà, emersa dopo il ’60. Nel senso che l’opera distruttiva che essa continua a compiere è rivolta a togliere gli ostacoli all’instaurazione di questa nuova élite, la più priva di ideali, e per ciò stesso la più oppressiva, di quante ci siano mai state nella storia. Nel riguardo di tale opera, la distinzione tra i giovani ‘neri’ e i giovani ‘rossi’ è del tutto secondaria, com’egli ha ben visto. Ma c’è di più. Ha anche inteso come questo ‘nuovo totalitarismo’ che si avanza rassomigli, più che al comunismo o al nazismo, a un fascismo diventato totalitario, o violentemente totalizzato sotto la maschera della permissività, come egli preferisce dire”.
Del Noce riconosceva, quindi, in Pasolini un diagnostico impagabile della nuova realtà che si andava delineando in Italia. Il suo limite era nel sociologismo, nel ridurre l’opposizione di cui parla a quella tra civiltà contadina e civiltà industriale in modo tale che la sua critica della società industriale appare come il sintomo di una nostalgia, la nostalgia del tempo delle lucciole, dei valori di un mondo arcaico travolto dalla rivoluzione industriale. Donde il suo decadentismo. “Pasolini – scrive Del Noce – mi appare dunque un ‘ribelle incompiuto’. Ha avuto il coraggio di opporsi a quell’orribile dittatura culturale che piuttosto che marxistica (perché certamente non è tale) o neoilluministica chiamerei neolibertina, nel senso che, benché si dia la figura dell’avanguardia, non fa che ripercorrere all’indietro il processo dall’illuminismo al pensiero libertino, cancellando i momenti nuovi e positivi che pur caratterizzano l’illuminismo. Ma perché non ha veramente criticato le ragioni per cui questo fenomeno ha potuto prodursi, è rimasto ancora, per usare un’espressione consueta, un ribelle entro il sistema. Con la conseguenza che le verità che afferma possono sembrare o dei voluti paradossi, o espressioni di un riemergere di un fondo di religione friulana, destinata a scomparire nei nuovi tempi”.
Per poter valorizzare tali verità occorreva separale dal decadentismo pasoliniano. In tal modo, come scriveva Del Noce nel 1985, diviene possibile riconoscere che “c’è un positivo a cui Pasolini giunge attraverso il marxismo, un positivo che deve però essere separato dal suo laicismo. Ed è infine interessante notare come egli incontri il pensiero cattolico a partire dal marxismo, come faccia rientrare la critica marxista nella critica cattolica alla società borghese”. Pasolini, non cattolico e di formazione laica, ritrovava, attraverso il marxismo, un suo cattolicesimo. A fronte del deserto antropologico rimaneva, nonostante tutto, la Chiesa a valorizzare quei valori popolari che il marxismo, sedotto dalla società tecnologica, non era più in grado di promuovere.


© Riproduzione riservata.

domenica 11 dicembre 2011


AIDS, 30 ANNI DOPO: UNA VITTORIA DELLA SOLA TECNOLOGIA? - Di Rassegna Stampa - 10/12/2011 - Attualità - http://win.libertaepersona.org

Quest’anno si celebra il trentennale dell’AIDS. Risale infatti al 1981 la prima descrizione di questa patologia, caratterizzata da immunodeficienza acquisita, e associata a gravissime infezioni e tumori, che e’ stata poi definita come Acquired Immuno Deficiency Syndrome.

In questi trenta anni sono stati fatti progressi incredibili; mai infatti, nella storia della Medicina, sono stati ottenuti risultati così significativi in un periodo di tempo relativamente breve. Una malattia invariabilmente mortale e’ stata trasformata, in molti casi, in una patologia cronica, grazie ai farmaci antivirali resi disponibili grazie ad una collaborazione, altamente efficiente, tra industrie farmaceutiche e istituzioni pubbliche. Quindi, il problema AIDS e’ risolto? La risposta e’ sicuramente no, per tre ordini di ragioni. Una e’ legata alle caratteristiche intrinseche del virus HIV, che non e’ eradicabile dalla persona infettata.

Quindi, una volta infettati, il virus rimane per tutta la vita nell’organismo, e l’unico modo di impedire la progressione della malattia e’ quello di assumere per lunghi anni, probabilmente per tutta la vita, la terapia antivirale. Il vaccino e’ ancora lontanissimo. La seconda ragione e’ che il sostanziale controllo dell’AIDS nei Paesi sviluppati non ha adeguato riscontro nei Paesi in via di Sviluppo, dove si trovano almeno 30 dei 33 milioni di persone che nel mondo si stimano essere infettate da HIV. In questi Paesi, la copertura con farmaci antivirali non supera un terzo delle persone che ne hanno bisogno, a fronte di una copertura pressoché totale in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Risorse economiche carenti, logistica insufficiente, strategie di intervento spesso infelici e incomplete, giocano un ruolo non irrilevante nella generazione e nel mantenimento del “gap” tra Paesi sviluppati e in via di Sviluppo.

La terza ragione e’ la più sottile, ma forse per questo la più importante: manca la percezione delle ragioni fondanti della diffusione della malattia, basate spesso su elementi comportamentali, quali l’uso di droghe iniettive e soprattutto la promiscuità sessuale. Questi elementi ancor oggi mantengono stabile, anno dopo anno, il numero di nuove infezioni (in Italia più di 3000 nel 2011), nonostante che i farmaci abbiano fatto la differenza in termini di riduzione della mortalità. La domanda fondante che pone questa malattia rimane sempre la stessa: e’ possibile eliminare una malattia legata spesso ai comportamenti, senza cambiare i comportamenti stessi?

Il ritorno della sifilide, della gonorrea, e in genere l’aumento di tutte le patologie a trasmissione sessuale, indicano con chiarezza che il problema non e’ l’AIDS, ma che l’AIDS e’ l’epifenomeno di un problema ben più ampio, legato primariamente ad una visione positivista e libertaria. Positivista, perché ritiene certa la capacità dell’uomo controllare l’HIV con strumenti tecnici, quali farmaci (per la terapia) e preservativi (per la prevenzione). Libertaria, perché giustificando la libertà dell’uomo di essere pieno artefice della propria vita, di fatto autorizza qualsiasi comportamento, con la sola precauzione di limitarne le conseguenze (appunto, la cultura del preservativo). Come medici, il nostro intervento sull’AIDS guarda in primis all’uomo malato, ma chiede anche la capacità di dare un giudizio sulle cause di queste malattie, sapendo che attraverso tale giudizio passano le scelte di politica sanitaria in termini di prevenzione dell’infezione.

Editoriale di Medicina e persona, a cura di C.F. Perno Università’ di Roma Tor Vergata

giovedì 3 novembre 2011


Il filosofo della scienza Evandro Agazzi: «errato escludere a priori l’idea di finalità» -Agazzi ha criticato il creazionismo, il Disegno Intelligente e anche il positivismo - http://www.uccronline.it/

3 novembre, 2011
Su “Avvenire” sono recentemente apparsi alcuni stralci del contributo di Evandro Agazzi, prestigioso filosofo della scienza e già docente all’Università di Genova ad un recente convegno promosso dall’Associazione medici cattolici della diocesi ambrosiana. L’intervento è inserito, assieme a quelli di altri relatori (card. Gianfranco Ravasi, il biologo Giorgio Manzi ecc.), nel volume “L’evoluzione biologica. Dialogo tra scienza, filosofia e teologia“ (San Paolo 2011).
Agazzi  è intervenuto dicendo che «la contrapposizione di scienza e religione è un fenomeno recente (se misurato con il metro della storia). Esso è l’arma di cui si serve oggi di preferenza unaposizione ideologica che, questa sì, esiste in certo senso da sempre dentro tutte le culture, ossia la concezione antireligiosa del mondo e della vita. Si tratta in sostanza di una fede atea che cerca di convincere la gente che la scienza contraddice la religione e che questa cerca di contrastare il progresso scientifico». Secondo il filosofo della scienza fu il positivismo ottocentesco -«movimento di scarso spessore filosofico»- a preparare il terreno. Esso «si presentò come paladino della scienza contro le remore oscurantiste delle religioni e delle filosofie “metafisiche”». Ma in realtà -continua Agazzi- il positivismo era “il parassita” della scienza.
Oggi non è molto diverso: «I sostenitori dell’incompatibilità fra scienza e religione si riducono a far leva su due esempi storici, il processo di Galileo e l’evoluzionismo. Nel primo si assistette per davvero ad un intervento censorio dell’autorità ecclesiastica nei confronti di una teoria scientifica. Si trattò comunque di un episodio isolato. Nel caso dell’evoluzionismo non ci fu mai una contrapposizione intrinseca con la religione, poiché sin dagli inizi ci furono fautori e oppositori delle teorie dell’evoluzione tanto religiosi quanto atei. Invece parecchi intellettuali antireligiosi, diedero un’interpretazione in senso ateomaterialista che pretesero di far passare per una conseguenza logica delle conoscenze scientifiche, anche se in realtà non lo è».
Il filosofo affronta poi proprio l’ingarbugliata questione dell’evoluzione: «Proprio il fatto che spesso la teoria darwiniana dell’evoluzione viene presentata come confutazione scientifica della religione, in quanto ha confutato il “creazionismo”, ha prodotto una reazione di segno opposto (non meno scorretta). Infatti alcuni gruppi di credenti, impegnati a  difendere la tesi della creazione divina del mondo, ritennero di doverlo fare attaccando l’evoluzionismo». E negli Stati Uniti è emersa una vera propria guerra tra avvocati. Il problema del “creazionismo scientifico” è quello di«estrapolare in campo scientifico un concetto teologico, facendogli svolgere un ruolo non corrispondente alle sue caratteristiche definitorie e quindi, alla fine, scientificamente improprio (in sostanza perché introduceva cause soprannaturali nel discorso scientifico)». La critica passa poi verso il Disegno Intelligente: «Proprio di fronte alle inadeguatezze emerse nell’esecuzione del loro progetto, i difensori del creazionismo scientifico vollero mitigarne il riferimento esplicitamente religioso e lo vennero sostituendo con la dottrina del “disegno intelligente”. Questa conserva le caratteristiche di una concezione metafisica, e in essa è altresì chiara l’intenzione di giustificare il riferimento a Dio come autore di tale “disegno”, pur senza alcun riferimento esplicito a una concreta religione. Essa è stata altresì formulata utilizzando un corredo non banale di concettualizzazioni, argomentazioni teoriche e riferimenti empirici conformi allo stile della ricerca scientifica che si compie in biologia; tuttavia non ha incontrato sinora il credito della maggior parte della comunità scientifica dei biologi».
Evandro Agazzi però non intende «esprimere un giudizio sulla validità scientifica di questa dottrina». Certo, non ha credenziali scientifiche serie ma questo non intacca «la legittimità di parlare di un disegno intelligente a livello di interpretazione filosofica del mondo naturale e neppure la legittimità di operare un “conferimento di senso” di natura religiosa a questo disegno». Bisognerebbe, secondo il filosofo, capire se il rigetto della dottrina del “disegno intelligente” sia fondato su una critica tecnica o parta da un «rifiuto aprioristico della categoria di finalità che fa catalogare automaticamente come “scientificamente errato” o semplicemente “non scientifico” ogni discorso in cui traspaia la categoria di finalità». Sarebbe più ragionevole, conclude Agazzi, «l’accettazione del concetto di disegno intelligente utilizzato sul terreno filosofico e teologico, senza lasciarlo debordare sul terreno scientifico. Il che, d’altro canto, non esclude che anche in campo scientifico si possa tentare di darne una precisazione accurata e scevra da riferimenti espliciti ad interpretazioni filosofiche o ad immagini antropomorfiche, come è stato fatto nella scienza per tanti concetti, e potrebbero derivarne allargamenti fecondi di prospettive teoriche e linee di ricerca fuori da ogni ibrida mescolanza di scienza, filosofia e fede, le quali possono reciprocamente arricchirsi nella misura in cui siano chiare le loro specifiche differenze non meno che i possibili punti d’incontro».

sabato 1 ottobre 2011


Quando gli interessi economici invadono il campo etico - Il positivismo miope di Carlo Bellieni, © L'Osservatore Romano 1 ottobre 2011

«La fecondazione in vitro (Fiv) ha strette regole, che lasciano le donne fisicamente ed emotivamente esauste. Alienate e frustrate, molte si rivolgono ai forum su internet per cercare informazione e supporto». È quanto scrive l’ultimo numero della rivista scientifica «HEC Forum», analizzando i forum in rete di donne olandesi e greche, che spesso non sanno capacitarsi di come quello che era stato prospettato come una panacea, si traduca talora in tanta ansia e stress. Poca informazione, troppa superficialità nell’accedere alla Fiv? È probabile, perché la rivista «Current Opinion in Obstetrics and Gynecology» aggiunge un altro dato spesso sottaciuto: gli studi mostrano un 30-40 per cento di aumento di malformazioni tra i bambini nati da Fiv rispetto agli altri, forse per la tecnica o per le malattie dei genitori, comunque un dato allarmante che dovrebbe far riflettere piuttosto che procedere spediti come si usa spesso fare.

La scienza analizza le conseguenze della fecondazione in vitro, e delle novità mediche che hanno attinenza col rispetto della vita umana; e i dati su rischi e limiti di tante sbandierate «conquiste» sono chiari e spesso preoccupanti: come quando si mostra che l’aborto farmacologico, il cosiddetto «aborto dolce», a detta delle donne intervistate dagli studiosi provoca più dolore di quello chirurgico; o come quando si raccontano i rischi di danni mentali provocati dalle droghe «leggere», tanto blandite e credute da troppi innocue.

Perché tanta fretta nell’introdurre certe «novità etiche»? Se lo chiede ad esempio l’epidemiologa Carine Vassy, che racconta dati alla mano su «Trends in Biotechnology» come sia stato facile fare entrare la diagnosi prenatale genetica nella prassi delle donne francesi, e come, più che la loro richiesta, abbia contato la forza del mercato. E la rivista «Death Studies» mostra come sarebbe economicamente vantaggioso (un risparmio di circa 5 miliardi di dollari l’anno) per gli Stati lasciar imboccare le scorciatoie di fine vita piuttosto che pensare a riabilitazione e solidarietà.

Già, il fine vita: «Quando la medicina diviene più un affare di soldi che di cure alle persone malate, l’accompagnamento al fine vita non è più un valore (…) ed è per questo che la cultura delle cure palliative non riesce a svilupparsi» riporta la «Revue Médicale Suisse» nell’articolo Nuove frontiere della morte e del denaro. Anche la tanto pubblicizzata liberalizzazione delle droghe ha dei risvolti economici, e questi non coincidono solo con il mercato illecito, dato che già in Paesi come la Francia e la California si progetta di rimpinguare le casse statali con i proventi della tassazione della cannabis. Nell’epoca in cui si predica che ogni vizio è lecito, sono le leggi del guadagno — e non certo la libera scelta — a farla da padroni nel controllare le dipendenze dal gioco, dal porno, dalla droga, come due psichiatri francesi ben illustrano nel libro Il desiderio ammalato.

Fretta e interessi economici: una non rassicurante chiave di lettura di alcune novità in campo bioetico. Ormai certe pratiche sono routine, digerite, assorbite e soprattutto «normalizzate» anche tra molti credenti, medici e non medici; il positivismo – nella forma dell’utilitarismo — sembra prevalere. È un positivismo miope; proprio quello contro cui il Papa ha messo in guardia nel discorso al Bundestag il 22 settembre: «Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente(…), essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità».

Ma se in campo di sospensione delle cure vitali, di diagnosi prenatale e di manipolazione della vita molti cristiani non sentono più né l’ingiustizia morale, né i richiami dei dati scientifici, un supporto viene invece dalla scienza che studia quei fenomeni senza censurarne le conseguenze. È un richiamo a collaborare nell’interesse della verità sull’uomo, pur partendo da culture e presupposti diversi. «Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura», ha aggiunto Benedetto XVI al Bundestag. E con la parola «tutti» si riferiva alla parte sensibile del mondo laico e dei credenti, pronta ad attivarsi attorno all’ecologia della natura ma anche all’ «ecologia dell’uomo», come il Papa ha voluto esprimersi. La scienza, laddove è introduzione alla realtà e alla sua legge, è un ottimo terreno d’incontro.

mercoledì 28 settembre 2011


Avvenire.it, 28 settembre 2011, Benedetto XVI al Bundestag: oltre il positivismo – Senza riferimento a Dio il diritto rimane privo di fondamento

Non è stato necessario attendere neanche un giorno per rilevare l’importanza del discorso tenuto da Benedetto XVI giovedì scorso al Bundestag, nell’ambito di un viaggio in Germania denso di appuntamenti e di confronti. D’altra parte, la Camera Alta era il luogo perfetto per proporre una riflessione profonda sul senso della politica e collocare nella giusta prospettiva l’attività primaria dello Stato, quella di fare le leggi. Nel cuore dell’Europa il Papa ha voluto sollecitare la coscienza tedesca sulle radici giuridiche dell’Occidente, che sono state assicurate stabilmente nel tempo dall’incontro felice tra la religione cristiana, la filosofica greca e la giurisprudenza romana.

Di là del ragionamento stretto sui fondamenti validi del diritto naturale, per altro già affrontato nelle prime tre Encicliche del suo intenso pontificato, a Berlino Benedetto XVI si è soffermato prevalentemente sull’enorme problema del significato delle leggi, la cui forza e influenza è riscontrabile nelle moltissime applicazioni concrete della vita di tutti i giorni. Più nello specifico, Ratzinger ha osservato come «la visione positivista – cioè puramente formale – del mondo sia una parte grandiosa della conoscenza umana, alla quale non dobbiamo rinunciare.

Ma essa non è una lettura che corrisponda e sia sufficiente per essere uomini in tutta l’ampiezza». Ciò emerge lampante nelle decisioni sbagliate che orientano le opzioni di chi governa davanti a questioni morali difficilissime. L’esempio più immediato è lo scarso rispetto ecologico del creato, con l’inadeguato e irresponsabile uso spregiudicato e iniquo delle risorse presenti. Un’attenta considerazione ambientale può nascere, in realtà, solo dalla consapevolezza essenziale che «l’uomo non crea se stesso», perché la sua «natura personale non è esaurita dalla libertà». Tale è, in effetti, il confine preciso che distingue una comprensione etica del mondo da un uso strumentale e spregiudicato del territorio.

In tal senso Benedetto XVI ha aperto un confronto esplicito con il padre del pensiero giuridico tedesco, Hans Kelsen, ricordando come questi, dopo aver cercato invano di costruire un sistema esclusivamente basato sulla legge scritta, sia dovuto incorrere alla fine in insormontabili e sfibranti contraddizioni.

Il pensiero di Kelsen si è arenato per la rinuncia totale alla sola idea risolutiva che dà fondamento logico al diritto, ossia il riferimento trascendente a Dio. Come sanno i teologi, infatti, l’unico pilastro con cui è possibile salvaguardare l’intelligenza, la libertà dell’uomo e il rispetto della natura circostante è solo Dio creatore, perché Egli è il principio che permette di concepire il valore supremo della natura creata rispetto ai tanti interessi esistenti.

La responsabilità dell’uomo davanti a Dio genera, infatti, una base sicura alla politica e al diritto, che accosta pienamente la democrazia delle istituzioni ad alcuni valori universali insindacabili, cioè indipendenti dal dispotismo del potere.

Una grande e imperiosa lezione morale, quella del Papa, che esorta i parlamentari ad approfondire e accrescere la tecnica giuridica, favorendo appunto il buon diritto, arginando e risolvendo i limiti di un legalismo privo della razionalità sufficiente a garantire istituzioni giuste e valide per tutti. In tal modo, non soltanto lo scontro tra libertà e legalità diviene compatibile con una ragionevole ed equilibrata convivenza democratica, ma i presupposti del potere giudiziario e legislativo riescono a concorrere armonicamente nel produrre un sistema giusto, che sappia riconoscere costantemente il valore integrale della persona umana, fine superiore rispetto alla codificazione astratta della legge positiva. In definitiva, secondo Benedetto XVI la giusta legalità è salva solo quando esiste una base di verità che guidi con intelligenza le libertà individuali.

martedì 27 settembre 2011


PAPA/ Finnis (Notre Dame): la ragione di Benedetto ci fa uscire dal bunker - INT. John Finnis - martedì 27 settembre 2011

Il Papa, in Germania, di fronte al Parlamento tedesco, si è rivolto ai suoi concittadini ma, in realtà, stava parlando al mondo; ha messo, infatti, in guardia i politici che lo stavano ascoltando dalle seduzioni del potere, a tutti i livelli, ricordando loro come la forza slegata dal diritto si trasformi ben presto in violenza. Nell’esaminare le fonti del diritto della civiltà occidentale, ha specificato come il cristianesimo sia l’unica tra le grandi religioni a non aver imposto un contenuto giuridico facendolo discendere dalla rivelazione, ma abbia sempre contemplato come cardini fondamentali la natura e la ragione. Una ragione che gli eccessi del positivismo hanno impoverito, eliminando la trascendenza dal novero delle possibili spiegazioni del reale. Abbiamo chiesto a John Finnis un commento sull’intervento di Ratzinger.

Il Papa ha citato Agostino, che ha scritto: “Togli il diritto, e allora, cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” Ritiene sia un rischio ancora attuale, anche per i politici dei nostri giorni?

Il Papa ha posto questa frase in più contesti. All’inizio ha parlato della presa del potere da parte dei nazisti e dell’uso del potere per distruggere la legge e il diritto dentro e fuori la Germania, per poi minacciare il mondo intero. Ma la citazione illustra un rischio più ampio e duraturo, meno spettacolare ma reale e deleterio: la seduzione del successo, il successo politico, a scapito del diritto, il successo mediante la falsificazione di ciò che è giusto e lo scempio (su qualunque scala) della giustizia. Questa tentazione riguarda tutti i politici di ogni tempo. Inoltre, se poniamo il commento di Agostino nel contesto del libro quarto del De Civitate Dei, vediamo che il santo punta il dito sulla vera fonte della capacità pervasiva di corruzione della politica: la cupiditas. L’oggetto può essere (prendendo la elencazione di Agostino)  denaro, territorio, sadismo, sesso o semplicemente il potere per se stesso. Per trovare evidenze di questo ai nostri giorni, c’è solo da guardarsi intorno.

Dice ancora il Papa: “Nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità del’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento”. Questo è possibile in uno Stato democratico, in cui il potere è attribuito alla maggioranza?
Non è né evidente né certo che nelle moderne democrazie sia la maggioranza ad avere il potere. Si potrebbe sostenere che nelle nostre democrazie la maggioranza sia sostanzialmente senza potere. Ciò non significa affermare che il diritto di voto e di poter parlare liberamente di questioni politiche sia irrilevante, tutt’altro! Ma, comunque sia, rimane evidente che chi è in una posizione di responsabilità deve trovare personalmente i criteri autentici per decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Così come gli elettori sono responsabili non solo quando votano, ma anche quando parlano con i giornalisti, i sondaggisti o l’un l’altro, e anch’essi devono cercare personalmente questi criteri autentici. Altrimenti, che la maggioranza abbia o meno “il potere”, la legge e il governo dello Stato sicuramente finiranno per corrompersi.

“Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità politeiste, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione”. Cosa pensa di questa affermazione del Papa?

Che è vera e importante. Ma è un’osservazione di carattere storico, e non è così importante come l’affermazione fatta precedentemente che, “diversamente da altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato… Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto”. Questa più ampia e profonda affermazione non riguarda semplicemente la storia, ma anche il presente, dove c’è poco politeismo che possa preoccupare il pubblico tedesco o europeo, ma c’è almeno una “grande religione” che propone una “legge rivelata” allo Stato e alla società, una legge che per certi importanti aspetti è contro la ragione e la natura (e, naturalmente, non è in realtà rivelata).

“Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui "coscienza" non è altro che il "cuore docile" di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere.” Qual è la rilevanza politica di questi due concetti fondamentali?
Come dice la frase del Papa, i due concetti fondamentali sono natura e ragione. La natura che è qui in gioco primariamente (pur non esclusivamente) è la natura umana, e la ragione primariamente (pur non esclusivamente) in gioco è la ragione pratica, i cui giudizi noi chiamiamo coscienza. Come insegna correttamente San Tommaso, è attraverso l’originale comprensione delle forme fondamentali del bene umano che dà la ragione pratica che arriviamo a una comprensione adeguata della nostra natura umana, delle sue possibilità e della sua realizzazione per quanto possibile attraverso scelte moralmente giuste. Senza questa comprensione originaria dei fini umani, ci ritroviamo nel bunker (per usare la metafora del Papa, così coraggiosamente esposta a Berlino, nei pressi del bunker più famigerato della storia) della ragione “positivista” – per esempio, la concezione di ragione proposta da David Hume: una ragione che non può essere che schiava delle passioni, poiché non può comprendere nessun obiettivo umano come veramente intelligente, ragionevole e in linea con il compimento della natura umana. È da una corretta comprensione dei fini umani che deriva una corretta comprensione della bontà e della necessità di una società politica (e dei suoi organi per assicurare la giustizia) come indispensabile aiuto sussidiario alle persone, alle famiglie e alle associazioni civili nella loro realizzazione del fiorire umano.

“Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti”. È questa la vera causa della confusione che spesso caratterizza il dibattito politico?

Il Papa non dice che il positivismo è la sola causa di confusione, e neanche che ne sia la causa più immediata. Ritengo piuttosto che voglia dire che le incomprensioni positivistiche della ragione bloccano le intuizioni che “le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto” potrebbero altrimenti fornire. Naturalmente, come Aristotele dice alla fine della sua Etica, una cosa è mettere a disposizione delle persone le fonti per la conoscenza, tutt’altra questione è che le persone ascoltino, accettino e applichino queste fonti. Anche in assenza degli errori filosofici del positivismo (e delle razionalizzazioni positiviste del male), ci potrebbero essere molte fonti di confusione. Una sana conoscenza di per sé non sconfigge il vizio, né afferma la virtù, neppure la virtù intellettuale della prudenza, della persona, della famiglia o della politica.

“Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. Cosa pensa di questa idea di libertà?
Non so esattamente quale linea di pensiero il Papa abbia implicitamente voluto qui seguire o suggerire. Ma vorrei dire che la vera libertà umana (come San Tommaso dice all’inizio della sua grande trattazione sulla moralità) è la libertà di un’immagine di Dio. Uno che ha la libertà di scelta e l’esercita secondo un bene che è veramente soddisfacente, soddisfacente per le persone e per le amicizie e le società più vaste nelle quali trovano cosi grande parte della loro realizzazione.
Come dice Agostino subito prima del passo citato dal Papa, e qui il Santo continua la tradizione filosofica iniziata da Platone e portata avanti da Aristotele, la vita di una persona che cede alla cupiditas è una vita di asservimento all’ansia, all’insicurezza, a brame insaziabili, e via dicendo. Su questa strada, non vi è nessuna vera libertà. Né vi è attraverso nessuna “autodeterminazione esistenzialista” con cui uno potrebbe provare a ricreare se stesso, quasi come un padrone nietzschiano, libero dai vincoli dell’uguaglianza e giustizia umana. Forse, il pensiero del Papa in queste frasi può essere anche collegato al fatto che ogni manipolazione della natura umana, per esempio mediante modifiche genetiche non terapeutiche, rende il prodotto della manipolazione schiavo del manipolatore, anche se quest’ultimo fosse motivato da buone intenzioni.


(Pietro Vernizzi)


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