Visualizzazione post con etichetta senso religioso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta senso religioso. Mostra tutti i post

martedì 11 settembre 2012


Il fondamento dell’essere, commento al pensiero di William Carroll - Il prof. Giuliani commenta l’intervento di Carroll al “Meeting” di Rimini - 10 settembre, 2012 - http://www.uccronline.it


di Alessandro Giuliani*
*biostatistico e primo ricercatore presso l’Istituto Superiore di Sanità

L’intervento al meeting di Rimini del prof. William Carroll, professore di Scienza e Religione ad Oxford, di cui una bella sintesi appare su “Ilsussidiario.net” è una luce che squarcia la nebbia, semplice ed essenziale, ci riporta ai fondamenti del pensiero rendendo sostanzialmente inutili lunghe e penose diatribe sul ‘problema delle origini’ e sui rispettivi ambiti di scienza e religione.

La sua tesi fondamentale è riassunta in questa frase «le scienze naturali hanno come loro oggetto il mondo delle cose che mutano: dalle particelle subatomiche, alle ghiande, fino alle galassie. Ogniqualvolta c’è un mutamento ci deve quindi essere “qualcosa” che muta. Gli antichi avevano ragione: dal nulla non deriva nulla se s’intende il verbo “derivare” come indicante un mutamento. Tutti i mutamenti richiedono, quindi, una realtà materiale sottostante». La filosofia (attenzione, non necessariamente la teologia) ha invece a che vedere con l’essere, con il sostrato fondamentale su cui il mutamento si innesta, sull’essenza della ‘realtà materiale’ appunto. Questa semplice notazione divide immediatamente gli ambiti senza nessun pericolo di sovrapposizioni indebite e di confusione di piani.

Direi che più o meno tutta la filosofia, da Parmenide ad Heidegger, si è aggirata intorno al problema della definizione dell’essere, salvo poi, (per sopraggiunta pigrizia intellettuale? Per sfiducia nelle proprie capacità? Per motivi biecamente accademici?..) dimenticarsi del suo ruolo specifico (e tutto sommato della sua ragion d’essere) per limitarsi ad inseguire le scienze con postille e commenti a posteriori sostanzialmente inutili e leziosi. E’ impossibile dare anche una pallida idea del dibattito filosofico di millenni sul problema dell’essere, per cui mi limiterò alle suggestioni più immediate suscitate dalla lettura delle affermazioni di Carroll cercando di giustificare come solo una previa separazione di ambiti tra la scienza e la filosofia permetta poi di gettare un ponte tra le due sponde (un ponte è cosa ben diversa dall’essiccamento del fiume che scorre in mezzo, anzi la presenza di un ponte sancisce ulteriormente la necessità di considerare due ambiti -le rive- distinti) e di come questo ponte abbia un carattere profondamente religioso. Di seguito quindi dei ‘ricordi a memoria’ di pensieri che mi hanno convinto nel profondo:

1) Tommaso d’Aquino: nei ‘Preambula Fidei’ (quindi qualcosa che ‘viene prima’ della fede, non un articolo di fede) inserisce il sentimento di una unità sostanziale del mondo data dal fatto che tutte le creature, ma anche i sassi, i pianeti, gli elementi, condividono la caratteristica dell’essere, questa caratteristica, proprio perché è comune non proviene autonomamente da loro, proprio perché nulla è incausato e la causa, per essere una causa, deve essere esterna alla cosa causata. Questo, dice Tommaso, è il primo ‘sentore’ di Dio.

2) Enrico Medi: sulla stessa linea il grande scienziato e profondo cattolico Enrico Medi, uno dei più brillanti allievi di Fermi, scrive una bellissima ‘preghiera dello scienziato’ in cui si immagina di rivolgersi ad un elettrone dicendogli (più o meno) ‘tu hai l’essere ma non sei l’essere, quindi Qualcuno te lo ha fornito’.

3) Don Giussani: molto direttamente, unificava il senso religioso alla percezione del ‘tutto’ e cioè di una necessaria unità del mondo, costituita dal suo partecipare ad una realtà che in parte ci comprende ma da cui, proprio perché ne abbiamo sentore, possiamo, con la parte ‘divina’ di noi trarci fuori a contemplarla.

4) Blaise Pascal: è chi più di tutti mi ha fatto assaporare il senso delle parole di Carroll e la loro necessità, quando da un parte ci fa capire la stupidità di chi voglia dare una spiegazione razionale ai Fondamenti (spazio, tempo, principio di non contraddizione, esistenza di una realtà esterna a noi..) chiarendo però che queste cose non sono per noi inconoscibili ma che le conosciamo con una facoltà diversa rispetto alla ragione, con quel cuore che ‘..ha ragioni che la ragione non comprende’. Ma è proprio qui che Pascal (da grandissimo scienziato) getta quel ponte tra le rive di cui parlavo prima quando semplicemente ci fa notare che quei forti sentimenti del reale (che non scordiamocelo mai, viene da res, che vuol dire cosa, stiamo quindi parlando di ciò che più concreto non può essere, non di aria fritta) , dell’essere, sono indispensabili per avventurarsi nella scienza che altrimenti non avrebbe alcuna possibilità di sussistere diventando un puro esercizio auto-referenziale.

Cosa succede allora se, come ahimè spesso capita di questi tempi, si vuol far credere che l’anima non è altro che un gioco di neuroni, confondendo il ‘come avviene un’azione’ con il suo motivo d’essere? Niente di più, niente di meno di quello che notava il grande Gilbert Keith Chesterton quando ironizzava su chi, osservando il signor Smith prendere a calci nel fondoschiena il signor Potter, spiegava l’evento in termini di ‘flessione coordinata del ginocchio e del piede guidata dalla mira verso le parti molli di Potter..’ invece di cercare di capire cosa Potter avesse fatto per scatenare una tale reazione. Molto semplice da confutare un tale atteggiamento, ma Gilbert ci avvertiva anche con spirito profetico cento anni fa (e questa volta la citazione è esatta, è del 1911 e viene dalla sua opera ‘Eretici’): «La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto». Sembra scritto ieri …. Speriamo bene ….

martedì 15 maggio 2012


Il mistero della coscienza: non è nel cervello e non arriva dall’evoluzione  - Dopo secoli dl trionfalismo scientifico, la parola “mistero” torna a fare capolino - 13 maggio, 2012, http://www.uccronline.it/

«La maggior parte degli atei sembrano essere certi che la coscienza dipende interamente (e sia riducibile al) dal funzionamento del cervello. Nell’ultimo capitolo del mio libro, sostengo brevemente che questa certezza è ingiustificata. La verità è che gli scienziati non sanno ancora quale sia il rapporto tra coscienza e materia» (The End of Faith, Norton & Company 2004). Questa frase appartiene sorprendentemente al filosofo Sam Harris, conosciuto per essere uno dei leader internazionali dell’ateismo scientifico (si, farà anche sorridere, ma c’è ancora gente che ci crede).

Curiosi personaggi che fino a ieri proclamavano l’infallibilità scientifica come dogma universale, mentre oggi -dopo due secoli di ubriacatura illuminista- reintroducono la parola “mistero” al culmine delle grandi questioni umane. Certo ancora ci sono in giro soggetti superstiziosi, devoti alla “dea scienza”, come Paolo Flores D’Arcais, come Danilo Mainardi che parla apertamente di «culto della ragione» alla stregua dei rivoluzionari francesi, come Piergiorgio Odifreddi che parla della scienza in chiave mistica (da “Il Vangelo secondo la Scienza”): «concentrazione, meditazione, illuminazione. Essa può adeguatamente fornire le basi per una religione completamente decostruita, punto di arrivo finale del percorso di dissoluzione del teismo nell’ateismo». Anche nel mondo anglosassone c’è ancora qualche esemplare di positivismo, la maggioranza di essi diligentemente al seguito del gran sacerdote Richard Dawkins. Ad esempio il chimico Peter Atkins, secondo cui «in futuro, la scienza sarà in grado di stabilire che cosa si intende per coscienza [...] in altre parole tutto quel genere di cose che classifichiamo come ‘spiritualità umana’. Credo anche che la scienza, quasi inevitabilmente, riuscirà a costruire macchine in grado di simulare la coscienza in modo così completo da non consentirci di distinguere la loro coscienza dalla sua o dalla mia» (da “La scienza e i miracoli”, Tea 2006). Non è una citazione del 1800, ma di pochi anni fa.

Mettendo da parte questo genere di odifreddure, interessante andare a leggere la recente opinione, ad esempio, di Robert Lanza, responsabile scientifico presso l’Advanced Cell Technology e docente presso la Wake Forest University School of Medicine, il quale scrive: «nonostante i superconduttori che contengono una quantità sufficiente di filo di niobium-titanium per fare il giro della terra sedici volte, non abbiamo una maggiore comprensione del perché esistiamo rispetto ai primi pensatori della civiltà [...] Quanto più scrutiamo lo spazio, tanto più ci rendiamo conto che il segreto della vita e dell’esistenza non può essere trovato controllando le galassie a spirale o visionando lontane supernovae . Si trova più in profondità. Si tratta di noi stessi [...]. Siamo molto di più di quanto ci è stato insegnato nelle ore di  biologia a scuola. Non siamo solo una collezione di atomi [...] c’è di più per noi che la somma delle nostre funzioni biochimiche. La scienza non è riuscita a riconoscere le proprietà della vita che lo rendono fondamentale per la nostra esistenza». Ed infine: «La risposta alla vita e all’universo non può essere trovata guardando attraverso un telescopio o esaminando i fringuelli delle Galapagos. Si trova molto più in profondità. E’ per questo che esiste la nostra coscienza».

La “coscienza” è il filo conduttore di questo articolo, partendo da Harris e passando per Atkins. Tre mesi fa anche il filosofo Colin McGinn, docente presso l’Università di Miami, ha affrontato la tematica: «Più guardiamo il cervello, tanto meno sembra un dispositivo per la creazione della coscienza. Forse i filosofi non saranno mai in grado di risolvere il mistero». Ecco dunque, come si diceva, che la parola “mistero” torna a fare capolino. Parlando della filosofia della mente, ha delineato le 5 posizioni correnti sulla coscienza:  eliminativista, cioè non esiste la coscienza, è solo una nostra illusione, essa si riduce solo a stati cerebrali, posizione sostenuta da Atkins (e da molti ateologi), come abbiamo visto, ma definita da McGinn «assurda, una forma di pazzia». C’è poi la concezione dualista: la realtà si divide in due sfere giganti: il cervello fisico da un lato, e la mente cosciente dall’altro, ma risulta essere una posizione contraddittoria e inefficace a spiegare i molti dubbi che emergono. La posizione idealista, anch’essa assurda, afferma che non esiste nulla se non la mente,  la materia è pura illusione tutto è un’allucinazione del cervello. La concezione panpsichista tenta invece di risolvere il “mistero” della coscienza affermando che essa è diffusa in tutto il mondo pre-materiale, era già presente nel Big Bang ma -spiega il filosofo- non offre alcuna prova a suo sostegno. Infine, rimane la posizione detta “mysterian”, a cui McGinn appartiene, ovvero la concezione per cui la risposta è al di là dell’apparato concettuale delle risorse umane. Più le neuroscienze studiano il cervello, afferma, e più si capisce che esso non può aver prodotto la coscienza.  «Ultimamente», conclude, «mi sono accorto che il mistero è abbastanza diffuso, anche nella più difficile delle scienze».

Concludendo, se -come afferma il dott. Lanza-, la coscienza non è un prodotto dell’evoluzione, se -come afferma il filosofo McGinn- la coscienza non è un prodotto del cervello e non è un’illusione, allora da dove essa arriva? Se non si vuole entrare in campo teologico, l’unica risposta valida è introdurre la parola “mistero”. Lo ha spiegato in modo poetico il premio Nobel per la fisica, Richard Feynman: «La stessa emozione, la stessa meraviglia e lo stesso mistero, nascono continuamente ogni volta che guardiamo a un problema in modo sufficientemente profondo. A una maggiore conoscenza si accompagna un più insondabile e meraviglioso mistero, che spinge a penetrare ancora di più in profondità» (“The Value of Science”, Basic Book 1958)

domenica 1 aprile 2012


Laicità: l’errore di Paolo Flores d’Arcais di Luigi Baldi, dottore di ricerca in Filosofia, 1 aprile, 2012, http://www.uccronline.it

Di grande interesse risulta il dibattito suscitato da un intervento del Card. Angelo Scola (“La presunta laicità della politica”), pubblicato su “Repubblica” del 26/2/2012, stralcio di una conferenza tenuta nello stesso giorno nella cattedrale Notre-Dame di Parigi, e dalla lettera di risposta del Prof. Paolo Flores d’Arcais, pubblicata sempre su “Repubblica” il 28/2/2012.

Scola parte dalla constatazione di una crisi comunicativa epocale, dovuta all’incapacità dei diversi codici universali secolarizzati di elaborare una piattaforma di valori comune agli uomini. E’ la sfiducia nella possibilità stessa di una domanda fondata su un logos, quindi, comunicabile e condivisibile da tutti gli uomini, in quanto dotati di ragione. La sfiducia nel logos si traduce inevitabilmente nella difficoltà di comunicare, negando il fondamento della democrazia, come ricerca dialogica del bene comune della polis. Se ogni opinione è vera ne consegue che la verità è un fatto privato: pubblico è solo lo spazio vuoto, il contenitore neutro. La democrazia si risolve, allora, in una procedura di garanzia del “rispetto delle regole” (innanzitutto quella della maggioranza), che implica la neutralità dello spazio pubblico, ovverosia l’azzeramento di qualunque pretesa di cercare il vero e il bene universale.

Per Scola, invece, la politica è «l’ambito in cui tutti i “diversi” debbono avere la possibilità di contribuire responsabilmente al bene comune della comunicazione», in quanto è «veramente pubblico, e perciò sanamente laico, solo quello spazio che scommette sulla libertà dei cittadini, credenti e non credenti, di mettersi nel gioco di una “narrazione reciproca». Flores d’Arcais obbietta che la laicità della polis si misura sull’assenza di ogni «riferimento religioso nello spazio pubblico»;, ovverosia in «quel processo permanente di formazione dell´opinione pubblica e deliberazione istituzionale, che mette capo alla promulgazione di una legge». Il fatto è che per Scola il senso religioso è un fatto pubblico per definizione e si radica in quell’esperienza di apertura trascendentale all’essere, che sta alla base anche della filosofia, dell’arte, della scienza, in una parola dell’uomo. L’uomo come persona è per natura “politico”, aperto alla relazione e alla condivisione con gli altri, quindi alla ricerca in comune del bene della polis. Il pubblico, da questo punto di vista, non è una zona franca rispetto alla realizzazione di questa dinamica umana, ma è, al contrario, proprio il luogo della sua attuazione, del farsi della sua storia: è un pieno, non un vuoto. Laicità, dunque, significa apertura alla ricchezza dell’umano, non chiusura in uno spazio autosufficiente e puro perché “bianco”. Il pubblico è laico nella misura in cui pone le condizioni affinchè l’uomo possa svilupparsi e attuare in pienezza le proprie potenzialità naturali di essere razionale e relazionale.

La religione, quindi, ha una dimensione pubblica perché il senso religioso costituisce storicamente il principio ispiratore della cultura umana in tutte le sue espressioni. Possono esistere stati atei ma non popoli senza una tradizione religiosa. Tenere conto della tradizione religiosa del suo popolo è cosa ben diversa per uno stato da imporre una religione ai cittadini o discriminare in virtù dell’appartenenza religiosa. Non si può obiettare che lo stato deve essere neutro, altrimenti discrimina necessariamente. Una neutralità di tal fatta è solo una finzione, che nasconde semplicemente il tentativo scorretto e surrettizio di sostituire la propria concezione a un’altra concorrente. Ciò che conta è il rispetto dei diritti inviolabili della persona umana, tra i quali c’è proprio la libertà da coercizioni nella ricerca della verità, cioè la libertà della volontà sulla base del giudizio della coscienza, specialmente in materia religiosa. Flores d’Arcais parte, invece, da una identificazione tra pubblico e privato, in cui il primo si identifica con una sua dimensione fondamentale ma parziale, cioè lo stato. In tale quadro tutti i soggetti diversi dallo stato perdono il carattere di “pubblico” e divengono automaticamente privati, legittimati a esistere per concessione dello stato, ma privati.

Proprio nel Cristianesimo, del resto, è l’origine del concetto di laicità («il mio regno non è di questo mondo», Gv 18, 36). La tentazione di arrivare alla Resurrezione senza passare attraverso la Croce è all’origine di ogni fondamentalismo religioso. L’alterità irriducibile di Dio rispetto al mondo impedisce di confondere il Regno di Dio con qualunque realizzazione umana, per quanto cristiana sia (“Gaudium et Spes” 39). Se Dio è trascendente e creatore, il potere non può essere divinizzato e la politica appartiene all’ambito delle realtà penultime, “cause seconde” (San Tommaso) o “fini infravalenti” (Maritain).  Qualunque concezione immanentistica che collochi la causa prima nel mondo, giungendo, perciò, a divinizzarlo, finisce, invece, per assolutizzare e divinizzare anche il potere politico. Ne sono esempi il totalitarismo, vera religione secolare, e lo stesso fondamentalismo religioso, che, al di là dell’apparente rivendicazione anti-moderna del primato di Dio sul “secolo”, assomiglia a una forma molto moderna di politicizzazione del religioso. Il cristiano si muove nell’ambito delle realtà penultime con la capacità di argomentazione fondata sulla propria natura di creatura razionale, consapevole che il senso del penultimo sta nelle realtà ultime. La Chiesa è competente su “come si va in cielo”, non certamente su “come va il cielo”: il fatto è che a volte chi è competente in quest’ultimo ambito pretende, sulla base del suo metodo di argomentazione, di parlare del primo. Essa, quindi, non può tacere quando le questioni tecniche coinvolgono problemi morali e toccano la verità rivelata su Dio e sull’uomo; né si vede perché dovrebbe farlo nel legittimo e “laico” confronto delle idee.

Non sono mancati tra i cristiani in diversi momenti storici cedimenti alla tentazione di scambiare il Regno di Cristo con il potere temporale e ciò può ancora accadere. E’, tuttavia, segno di profonda intolleranza e arroganza pretendere di imporre ai credenti di separare la propria fede dalla vita; sarebbe come pretendere da un ateo di separare il proprio ateismo dall’impegno pubblico. L’uomo non è fatto a moduli o a compartimenti stagni, in modo tale che se ne possa frantumare l’unità di vita, scindendo irrimediabilmente la vita privata da quella pubblica. In un contesto di trasformazioni ed emergenze epocali come il nostro è più che mai indispensabile il contributo di tutte le energie alla soluzione di problemi planetari e inediti. In tale quadro un’idea di separazione tra religione e vita pubblica, che cerchi di chiudere la fede nel privato delle coscienze appare molto limitante. Dalle parole del prof. Flores d’Arcais, invece, risulta con evidenza il timore che il contributo delle religioni alle determinazioni della vita pubblica possa portare all’imposizione di una certa concezione o modello di vita personale e sociale sugli altri. L’equivoco di fondo è dato dalla confusione tra verità e sua imposizione. Il Cristiano, proprio perché sa che il regno di Dio non è di questo mondo e che lo stile di Gesù Cristo non conosce forzature e imposizioni, non può imporre niente a nessuno: quando lo ha fatto e lo fa ha sbagliato e sbaglia, confondendo errore ed errante e dimenticando, altresì, che «omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est»(San Tommaso).

Lo stesso Dottore Angelico, pur non usando i termini “laicità” e “laicismo”, afferma che la legge umana e legge morale naturale non si sovrappongono, per cui la prima non necessariamente proibisce tutto ciò che proibisce la seconda. Essa non può imporre la virtù perché, così facendo, imporrebbe un livello di tensione etica, che molti non sarebbero in grado di sostenere; per questo si limita a vietare soltanto i comportamenti più gravi, che mettono direttamente in pericolo la conservazione della comunità umana (per es. omicidi, furti e simili) (S.Th. I-II, 96, 2). La vera intolleranza sembra essere oggi quella di chi pretende, con le armi spuntate di una ragione cartesiano-spinoziana, di ergersi a giudice inflessibile e inappellabile dei contenuti della rivelazione cristiana, tanto da decretarne l’ostracismo dalla comunità civile. Il prof. Flores d’Arcais sottolinea che mai un credente può utilizzare Dio nel processo di formazione di una legge, per se stessa generale, cioè valida per tutti. Tale affermazione, però, presuppone una concezione della fede forse propria della riforma, certamente del fondamentalismo religioso o del “New Age”, irriducibilmente separata dalla cultura e non “fides quaerens intellectum”, secondo la tradizione cattolica. La fede cristiana è una delle fonti ispiratrici primarie della nostra cultura e questo vale anche per le categorie concettuali di coloro che la contestano: l’idea di laicità che professano, i diritti umani e la libertà di cui parlano, le università in cui molti insegnano, l’assistenza e gli ospedali dove anche loro si curano, i centri storici medioevali, le cattedrali e l’arte che anche loro, si spera, ammirano, la stessa Costituzione italiana vigente (relativamente al contributo, peraltro determinante, dei cattolici) sono tutti prodotti della cultura ispirata da una fede pensata e vissuta, come non può non essere la fede cristiana e che non avremmo se i credenti l’avessero riservata al privato.

Il fatto è che spesso un’argomentazione razionale, se proposta da un credente, ancora più se ecclesiastico, è valutata in modo pregiudizialmente negativo, mentre egli è chiamato, proprio in virtù della propria fede, a “rendere ragione della speranza” (1Pt 3, 15). L’argomentazione, allora, non è e non può essere il “Dio lo vuole” o il “perché sì!”, ma la dignità dell’uomo, creato come imago dei, senza che questo significhi per il credente aver «già messo tra parentesi la sua fede e il suo vissuto religioso, … cioè già esiliato il suo Dio dalla sfera pubblica». E’ la scelta tra un’idea di famiglia come soggetto meritevole di tutela dal punto di vista pubblico, per la sua rilevanza in relazione all’educazione dell’uomo e del cittadino, oppure come soggetto privato, in cui è prioritaria la salvaguardia degli interessi degli individui che la compongono. Si deve intendere per famiglia una “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29 Cost.), cioè una formazione sociale “originaria”, proprio perchè precedente lo Stato e, perciò, dotata di diritti ad esso preesistenti, come avviene per i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2 Cost.) oppure una qualunque comunità tra persone fondata sul sentimento reciproco e sul desiderio di stare insieme, come soggetto privato che prescinde da ogni distinzione di sesso? E’ l’opzione tra un’idea di uomo come individuo, dotato di diritti e interessi tendenzialmente illimitati perché fondati sulla sua costituzione biologica, in cui il desiderio e la volontà assumono valore normativo e la cui libertà significa assenza di legami e l’idea di uomo come persona, singolo irripetibile e originario, ma naturalmente relazionale  e sociale, la cui libertà è responsabilità verso l’altro, mai assoluta ma sempre relativa a un ordine di valori oggettivo, basato sulla dignità della persona umana. E’ la scelta tra il riconoscimento che a partire dal concepimento, con la formazione del corredo genetico, si è in presenza di un essere umano, che va trattato come persona e il primato della volontà individuale e collettiva, che sceglie di determinare convenzionalmente il momento dell’emergere di una vita umana degna di tutela. E’ l’opzione tra disponibilità e indisponibilità della vita umana. E’ di questo che si discute.

lunedì 19 dicembre 2011


IL CASO/ L’etica del Dr House e quel dolore che aiuta a capire di Carlo Bellieni, lunedì 19 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

Lunedì 19 dicembre a Pavia, un dopocena speciale in università: si parla dell’ “Etica del dottor House”. Cosa attrae tanto del telefilm sull’eccentrico dottore da doverne parlare in Università? Chi l’ha visto lo sa ma forse non sa dirlo; per questo è bene che venga… chi non lo ha visto venga lo stesso perché sentir parlare di etica non come una cosa dogmatica, ma viva e divertente non è cosa da tutti i giorni. E capirà il perché di tanto interesse.
Il fatto è che il dr House può essere letto su due piani; il primo è quello banale di vedere un medico maleducato divertirsi a fare il maleducato. Ma a noi interessa il “piano due”, quello che non si legge subito, ma si intuisce, e non si sa esprimere. E che sparisce nelle puntate in cui House diventa più  buono, più simpatico, meno tenebroso. Tanto che nella nuova serie, la ottava annata di trasmissione, si riaffaccia perché House è in prigione, perde tutto, perde lo staff, gli amici, lo studio e il lavoro ma torna ad essere House, quello che ci piace davvero.
E quello che piace all’autore David Shore che lo ha creato proprio così: tenebroso, gotico, come si vede nelle prime puntate e in molte altre, ma non in tutte. Perché la caratteristica di House è il dolore. Dolore fisico per via della gamba operata, e dolore morale per via di un’infanzia disastrosa che lo ha reso cinico e asociale.
Ma quando si soffre, e si soffre tanto, si possono fare due cose: ribellarsi e gettarsi nel sogno o nel lamento, o riscoprire in sé una capacità che prima non si capiva di avere, che gli altri non si accorgono di avere: l’empatia, la capacità di vedere e soprattutto di leggere il dolore altrui.
E House legge il dolore altrui meglio degli altri, per questo è più bravo degli altri. Ma è più bravo anche perché sa (ha scoperto) che è giusto vincere il male, la malattia; che è giusto curare e non lasciare che il paziente si faccia del male o si deprima e chieda di morire prima di averle tentate davvero tutte; che esiste un trattamento giusto e uno sbagliato… che differenza con la medicina del ventunesimo secolo, tutta basata sulla burocrazia, sul lasciar (falsamente) decidere al paziente che di medicina non sa niente e tantomeno sa di disabilità e di malattia.
Ma House sa anche un’altra cosa: che c’è un bene e un male, un trattamento giusto e uno sbagliato: che esiste davvero una verità. E lui la cerca: non sa come chiamarla ma la cerca; in una puntata arriva ad arrestarsi il cuore per vedere cosa c’è dopo la morte. Cerca la verità, perché capisce e sa che esiste una verità. E per questo House piace, per questo è seguito e osannato; perché, che lo si sappia dire o no, House è l’araldo di quello che più profondamente ognuno di noi porta in sé, l’araldo della ricerca piena di certezza della verità, l’araldo del senso religioso.
Dunque ci addentreremo con filmati e storie nel mondo di Gregory House, mondo che affascina proprio perché ci è più vicino di quanto pensassimo, più vicino televisivamente di tante trasmissioni apparentemente “moralmente corrette”, ma che mancano di quel passo in più che non è solo tecnico, ma che tocca l’umano, laddove l’umano raggiunge le sue corde più forti nel dolore e nella capacità di invocare la manifestazione di un significato.
Lunedì 19 dicembre 2011, ore 21
Aula Magna - Università degli Studi di Pavia
Carlo Valerio Bellieni
Università degli Studi di Siena
L’etica del Dr. House
coordina
Rosanna Nano - Università degli Studi di Pavia


© Riproduzione riservata.

lunedì 10 ottobre 2011

La vita fino in fondo






La “cura” di Grossman di Pigi Colognesi, il sussidiario.net, lunedì 10 ottobre 2011

Il 18 settembre scorso il quarto canale dell’inglese Bbc ha mandato in onda la prima puntata della riduzione radiofonica di Vita e destino, il capolavoro di Vasilij Grossman. Grande successo: il libro è subito balzato ai primi posti nelle classifiche di vendita. Chissà perché, leggendo questa notizia, mi è venuto in mente di andare a rileggere un certo episodio che mi aveva commosso.
Nell’edizione di Jaca Book, che ha avuto il merito di far conoscere il romanzo in Italia già dall’inizio degli anni Ottanta, si trova a pagina 429; ma ho voluto cercarlo sulla più recente traduzione di Adelphi; è il capitolo 22 del libro secondo. Sulla pericolosissima linea avanzata della battaglia di Stalingrado, il comandante di reggimento Ivan Berëzkin aspetta con ansia una lettera dalla moglie Tamara, che però non arriva mai. Poi Berëzkin cade gravemente malato e si lascia andare fino al punto da sembrare in fin di vita; giace sulla branda del bunker in uno stato catatonico, senza reagire a nessuno stimolo.
Arriva l’agognata lettera e l’attendente la legge al malato, nonostante questi non mostri nessun segno di coscienza. Ma sentite le prime righe, «Mio caro Ivan, tesoro mio», Berëzkin ha un fremito, prende con le «grandi dita tremanti» il foglio e comincia a leggere: «È molto bello, qua, Ivan caro, mi manchi tanto. Ljuba non fa che chiedermi perché non sei con noi. Abitiamo sulla riva del lago, la casa è calda, la proprietaria ha una mucca e abbiamo il latte e abbiamo i soldi che ci hai mandato; quando esco, la mattina, le foglie rosse e gialle degli aceri galleggiano sull’acqua fredda; è già nevicato e l’acqua sembra ancora più blu, e anche il cielo è più blu, e anche il giallo e il rosso delle foglie sono straordinari. E Ljuba mi chiede: perché piangi, mamma? Grazie, Ivan, grazie di tutto, di tutto quanto, grazie di tanta bontà. Perché piango… Come faccio a spiegarglielo? Piango perché sono viva, piango di dolore perché Slava non c’è più e io sono ancora qui, piango per la gioia che tu sia ancora vivo, piango quando ripenso a mia madre, a mia sorella, piango per le prime luci dell’alba, perché è tutto così bello, qui, ma tutti soffrono, e soffro anche io. Ivan, mio caro, mio tesoro…».
Berëzkin e sua moglie sono personaggi secondari dell’immenso e polifonico affresco di Grossman; quei personaggi che, però, anche per un solo episodio, per una semplice frase, per un tratto descrittivo dell’autore, riescono a illuminare in modo straordinario l’umano, cioè quella vita e quel destino che costituiscono il titolo del romanzo. In questo caso è la sorprendente purezza di sguardo di questa donna ritirata nelle retrovie che scrive al marito in battaglia; uno sguardo per cui una semplice foglia d’acero fa gridare alla bellezza e scoppiare a piangere per la sua caducità.
Grossman poi descrive così la reazione di Berëzkin alla lettura della lettera della moglie: «La testa gli girava, era tutto confuso, tremavano le dita, tremava la lettera e tremava l’aria arroventata»; tutto trema, tutto partecipa a una rinnovata vibrazione della vita e del destino. In forza di essa il comandante si rimette in piedi, si cura e riprende la battaglia.


© Riproduzione riservata.

mercoledì 7 settembre 2011


UNIVERSITA’/ Garvey (Usa): senza la fede non si può capire il mondo - INT. John Garvey, mercoledì 7 settembre 2011, il sussidiario.net

Durante lo scorso Meeting di Rimini John Garvey, presidente della Catholic University of America, ha tenuto un incontro pubblico dedicato al tema «Senso religioso, alla radice dell’Università», insieme a Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e a Moshe Kaveh, presidente della Bar-Ilan University di Tel Aviv. Ilsussidiario.net propone il dialogo avuto con Garvey prima dell’incontro.

Professor Garvey, il titolo dell’incontro cui ha partecipato pone l’ipotesi che le radici dell’università sia «dentro» l’uomo. che nesso c’è tra la sua interiorità - o il suo «senso religioso»  - e l’università?

Aristotele inizia la sua Metafisica con l’affermazione: «tutti gli uomini per natura desiderano conoscere». Penso che sia questo il punto quando si dice che c’è una università «invisibile» dentro l’uomo. Questo desiderio spiega perché poniamo domande, perché leggiamo un libro di storia o studiamo astronomia. Le università mettono a disposizione comunità in cui questo può essere fatto per un certo periodo della propria vita. Il loro scopo è radicato in questo essenziale impulso a capire meglio il mondo. Aristotele pensava poi che, osservando il mondo, si apprendono anche le cause che ne sono all’origine. Le nostre riflessioni ci conducono a ciò che sta oltre il finito.

Quindi, una ragione aperta a tutto è una ragione che cerca la verità delle cose. Se questo è il compito dell’università, come vede lei la questione dall’osservatorio della prestigiosa università di cui è presidente?

Nelle università con denominazione religiosa, come quella in cui lavoro, usiamo la ragione per capire meglio quanto impariamo attraverso la rivelazione. La nostra ricerca accademica è aperta all’infinito non solo attraverso l’osservazione del mondo e ciò che ci dice sulle cause sottostanti, ma perché Dio ci ha comunicato qualcosa su di Sé. Il nostro statuto riassume il nostro compito nel seguente modo: «Dedicata all’avanzamento del dialogo tra fede e ragione, The Catholic University of America cerca di scoprire e comunicare la verità attraverso l’eccellenza nell’insegnamento e nella ricerca, tutto al servizio della Chiesa, della nazione e del mondo».

A suo parere l’università è oggi una istituzione in crisi? E se è in crisi, in cosa questa crisi consiste e da cosa è causata?

Nei tardi anni ’80, Allan Bloom scrisse un libro sullo stato dell’università, intitolato La Chiusura della Mente Americana (The Closing of the American Mind), in cui lamentava la perdita di prestigio nelle università dei grandi libri della civiltà occidentale e il loro raro uso nell’insegnamento. Il suo timore era che, senza questi testi al centro dell’educazione, le università non avrebbero più insegnato agli studenti a chiedere e ricercare le risposte alle più grandi domande della vita e che le varie discipline sarebbero rimaste isolate tra loro. Queste preoccupazioni non sono dissimili da quelle che il Beato John Henry Newman aveva espresso più di cento anni prima. Per Newman la preoccupazione non era la frammentazione delle discipline, ma che si instaurasse una separazione tra il discorso religioso e quello razionale. «Non sarei soddisfatto, come invece molti» disse «dell’esistenza di due sistemi indipendenti, quello intellettuale e quello religioso, che tutto d’un tratto procedessero fianco a fianco, per una specie di divisione del lavoro, e che si riunissero solo accidentalmente... Voglio lo stesso tetto sulla disciplina intellettuale e morale. La devozione non è una specie di rifinitura data alle scienze; né la scienza è una specie di piuma sul cappello... un ornamento e una decorazione alla devozione. Voglio che l’intellettuale laico sia religioso e che il devoto ecclesiastico sia un intellettuale».

E questo cosa vuol dire oggi nel contesto delle università americane?

Le università americane soffrono ancora, forse più che prima, della frammentazione delle discipline. Nel momento in cui finiscono il loro corso di laurea, gli studenti troppo spesso hanno imparato una quantità di cose in un materia, alcune cose in altre materie e molto poco o niente sulle perenni questioni poste dai classici. Hanno anche imparato a lasciare i loro credo alla porta. La Catholic University of America cerca di essere un contrappeso a questa frammentazione. La nostra fede ci dice che Dio ha creato il mondo a Sua somiglianza e questo significa che fede e ragione non sono opposte tra loro. Significa anche che la conoscenza acquisita dalla scienza non può rifiutare la conoscenza che ci viene dalla teologia. Tutte le discipline dell’università servono la verità.

Può una università avere una «missione» o un compito e come questo potrebbe essere interpretato?

La missione dell’università è la formazione dei suoi studenti, che vuol dire trasmettere loro il sapere. Talvolta questo sapere è di tipo generale, come nel caso dei corsi di laurea, in altri è specializzato, come per i dottorati. L’università trasmette agli studenti gli strumenti necessari a pensare in modo critico, mettendoli nella condizione di avere successo nei settori collegati al loro campo di studi. L’università insegna ai suoi studenti anche a vivere bene, compito questo particolarmente importante in un’università cattolica, dove c’è un consenso generale su cosa significhi essere una brava persona. Insegnare a coltivare la virtù rende gli studenti migliori anche in aula e li difende dall’idolatria del sapere, proteggendo l’educazione dalla deriva ideologica. Gli studenti che pongono fede, speranza e amore sopra ogni cosa, non idolatrano la scienza o l’arte.

Alla vostra università è attribuita una particolare missione civile in relazione alla storia del vostro Paese?

L’Università Cattolica ha sede nella capitale della nazione. Come sede della università cattolica nazionale furono prese in considerazione diverse città, ma i vescovi scelsero Washington, DC, perché ritenevano che l’università dovesse giocare un ruolo speciale nella nazione. Il nostro statuto dichiara che vogliamo che i nostri studenti «servano la nazione e il mondo». Le nostre tradizioni naturali formano i nostri studenti, che vivono a studiano in una vivace cultura politica. Allo stesso modo, i nostri studenti danno forma alle nostre tradizioni nazionali e si impegnano politicamente in questioni giuridiche e culturali, in particolare dove vi è bisogno di una voce cattolica.

Qual è l’obiettivo dell’organizzazione del sapere in un’università? È quello di far avanzare la conoscenza o qualcosa d’altro?

Come molte università in America, l’Università Cattolica offre corsi di laurea e di dottorato. Quando i vescovi americani decisero, nel 1866, di creare una università cattolica nazionale, avevano in mente un modello fondato sullo studio e la ricerca, sul tipo di Lovanio, il cui scopo è, come lei dice, di «far avanzare la conoscenza» e di produrre libri, articoli e saggi accademici. Nel 1904, furono introdotti i corsi di laurea, sorti dalla tradizione delle arti liberali, il cui nome deriva dal latino liber, perché si tratta di un’educazione adatta a uomini e donne «liberi». Le arti liberali portano agli studenti un sapere di tipo generale. Un’università, quindi, produce una attività di studio che fa avanzare la discussione in diversi campi di ricerca e trasmette una conoscenza generale ai suoi studenti.

In che modo la tradizione storica della sua università condiziona il suo presente? Questa eredità è in grado di resistere alle sfide attuali?

Il vescovo John Lancaster Spalding, un pioniere dell’idea di un’università cattolica nazionale in America, disse: «Una vera università sarà certamente il luogo sia della saggezza antica che del nuovo sapere; ...sarà al contempo un istituto scientifico, una scuola di cultura e una palestra per il mestiere della vita…». Questo nel maggio del 1888, quando fu posta la prima pietra per il nostro primo edificio. Gli intellettuali cristiani stavano affrontando una crisi. In Gran Bretagna ci si sentiva sempre più liberi di rigettare la fede come cosa infondata. Trent’anni prima, questa acrimonia verso il cristianesimo aveva portato Newman a dire in un sermone del 1856: «...Lo scopo della Santa Sede e della Chiesa cattolica nell’istituire università... è di riunire cose che inizialmente erano unite da Dio e che sono state separate dall’uomo», e cioè fede e ragione. Oggi, le università cattoliche hanno ancora di fronte molti problemi simili a quelli che dovettero affrontare Newman e Spalding. La fede è considerata un ostacolo sulla via della conoscenza e promuovere la morale cristiana è visto come una cosa fuori moda. La nostra missione è di ricercare la conoscenza alla luce della fede e promuovere una vita virtuosa nei nostri studenti. È questa la ragione per cui l’università è stata fondata dai vescovi ed è un fatto intrinseco alla nostra storia.

Avete come obiettivo un modello particolare di università e, nel caso, qual è il modello di riferimento?

Attingiamo a diversi modelli. Come già detto, la nostra fondazione è avvenuta nella tradizione di Lovanio, come istituzione dedicata allo studio e alla ricerca. Quando abbiamo introdotto i corsi di laurea, li abbiamo costruiti in base alla tradizione delle arti liberali, che hanno le loro radici nell’antichità classica. Come università cattolica, abbiamo un riferimento anche nella tradizione scolastica medioevale.

Nel suo lavoro, lei è entrato in contatto con varie generazioni di studenti. Quali sono i punti di forza e quelli deboli della generazione attuale?

Gli studenti di oggi hanno a che fare con molte più cose che gli studenti delle precedenti generazioni e ci sono molte più voci che si contendono la loro adesione. Questo mette maggiormente alla prova gli studenti, ma rende anche più gradevoli i loro successi. A questo proposito vorrei sottolineare due punti. Il primo è che agli studenti oggi è richiesto, già dai primi anni, di lasciare fuori dalla porta dell’aula le loro convinzioni religiose. Ho accennato alle difficoltà poste a Newman dall’Illuminismo e anche noi continuiamo a soffrire gli effetti dell’esclusione della fede dalla scuola. La Catholic University of America ha la fortuna di essere un luogo dove gli studenti respingono questa biforcazione tra fede e sapere. Ma essi sono una minoranza all’interno del mondo delle università. Gli studenti che vogliono condurre la propria ricerca del sapere alla luce della fede devono affrontare una difficile impresa; ugualmente gli studenti che desiderano vivere virtuosamente. La vita in università rischia di scoraggiare dal seguire le buone abitudini, quali moderazione e prudenza. I media influenzano i giovani fin dalla prima età e molto spesso non suggeriscono modelli o stili di vita corretti. Questo è il mio secondo punto. Gli studenti che vogliono diventare buoni cittadini, membri della loro Chiesa, genitori, amici e professionisti non sempre trovano un sostegno nelle loro comunità universitarie.


© Riproduzione riservata.

sabato 30 luglio 2011

Incontrare qualcosa che corrisponda alla nostra attesa di Julián Carrón*, Alfa y Omega, 28 luglio 2011, http://www.clonline.org

Quando penso a un giovane di oggi che si sta aprendo alla vita, sono invaso da una tenerezza infinita: come si orienterà in questa babele piena di opportunità e di sfide in cui gli tocca vivere? Basta vedere la televisione, o accostarsi a un’edicola o a una libreria per vedere la varietà di opzioni che si trova davanti. Scegliere quella giusta è un’impresa ardua.
Ma se da una parte è commovente pensare a un ragazzo che si trova davanti a una simile sfida, mi meraviglia ancor di più il fatto che colui il quale ci ha posto nella realtà non abbia avuto alcun ritegno nel correre un simile rischio. Fino al punto di scandalizzare coloro che vorrebbero risparmiarlo a se stessi e agli altri, figli, amici o alunni che fossero.
Il Mistero, tuttavia, non ci ha lanciato nell’avventura della vita senza fornirci di una bussola con cui potessimo orientarci. Questa bussola è il cuore. Nella nostra epoca il cuore è stato ridotto a un sentimento, a uno stato d’animo. Ma tutti noi possiamo riconoscere nella nostra esperienza che il cuore non si lascia ridurre, non si conforma a nessuna cosa. “L’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente”, dice il Papa nel suo Messaggio. E noi lo sappiamo bene.
Perciò, chi prende sul serio il suo cuore, fatto per ciò che è grande, comincia ad avere un criterio per comprendere se stesso e la vita, per giudicare la verità o la falsità di qualunque proposta che spunti all’orizzonte della sua vita. “Vi vengono presentate continuamente proposte più facili, ma voi stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia.”
C’è qualcosa che sia all’altezza delle nostre esigenze più profonde, che possa rispondere al nostro anelito, grande come l’infinito? Molti risponderanno che una cosa simile non esiste, vista la delusione che in tante occasioni hanno sperimentato riponendo la loro speranza in qualcosa che era destinato a deluderli. Ma nessuno di noi può fare a meno di sperare. È irrazionale questa aspettativa? E allora, perché speriamo? Perché è la cosa più razionale: nessuno di noi può affermare con certezza che non esiste.
Ma scopriremo che esiste solo se avremo l’opportunità di incontrare qualcosa che corrisponda veramente alla nostra attesa. Come i primi che incontrarono Gesù: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.
Da quando questo fatto è entrato nella storia, nessuno che ne abbia avuto notizia ha più potuto o potrà stare tranquillo. Tutto lo scetticismo del mondo non potrà eliminarlo dalla faccia della terra.
Resterà là, sull’orizzonte della sua vita, come una promessa che rappresenta la più grande sfida che abbia dovuto affrontare. “Chi mi seguirà riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”. Solo chi ha il coraggio di verificare nella vita la promessa contenuta nell’annuncio cristiano potrà scoprire che esso è capace di rispondere alla sua attesa. Senza questa verifica non potrà esistere una fede all’altezza della natura razionale dell’uomo, vale a dire, capace di continuare a essere interessante per lui.

* presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

martedì 26 luglio 2011

Avvenire.it, 26 luglio 2011 - La tragica morte di Amy Winehouse/1 - Le domande senza più risposta - L'ipocrisia dei legalizza tori di Pino Ciociola

Quante Amy Winehouse esistono? Quanti che non sono famosi né cantano, che non hanno gli onori e gli oneri della notorietà, eppure vivono identici inferni interiori? E hanno, dentro, lo stesso vuoto che tentano di colmare con stupefacenti illusioni da sniffare o fumare o ingoiare? Te lo chiedi e ti rendi conto che c’è qualcosa che stride in alcune parole di «commozione» e «dolore» per la morte annunciata di quella ragazza dalla voce graffiante come Aretha Franklyn. Nella frase di rito: «È scivolata fino al fondo dell’abisso». Vero, certo. Ma il punto è che quella frase la sta pronunciando, turbato, anche chi conduce una battaglia campale quasi quotidiana per depenalizzare o legalizzare o liberalizzare le droghe, che – se vincesse – darebbe una gran mano alle mille altre Amy ad annientarsi meglio e in fretta, anzi darebbe loro una bella spinta proprio nell’«abisso». Allora delle due l’una: certi turbati e commossi "antiproibizionisti" nemmeno sanno per cosa (e chi) battagliano, oppure la loro ipocrisia è inquietante assai più delle loro idee. In entrambi i casi, sarebbe stato meglio, molto meglio, se avessero taciuto.

La tragedia di quella giovane e magnifica cantante non era la droga e neanche l’alcol o l’anoressia. Era lei stessa. Il suo cuore. La sua anima talmente aggrovigliata d’averla, alla fine, soffocata e uccisa. E nessuno probabilmente ha provato (davvero) a liberargliela o, almeno, nessuno c’è riuscito. Di sicuro, non avrebbero potuto droga e alcol, che sono tra i migliori strumenti per trasformare il vuoto che si ha dentro in un buco nero nel quale scomparire per sempre. Amy non poteva non saperlo. Però quella che sarebbe diventata la sua ultima notte l’aveva cominciata – ci hanno raccontato – proprio con la voglia decisa e sfrenata di sballarsi alla grande. L’aveva già fatto tante e tante altre volte, e tutti lo sapevano. Eppure, lo stesso, le era facilissimo trovare droghe e impossibile qualcuno che invece le accendesse una luce.

La domanda resta così senza risposta: cosa avrebbe preferito Amy? La droga o una luce? Non lo si saprà più. A meno che venga voglia di girare la domanda a qualsiasi ragazzo che le droghe le viva (o le abbia vissute) sulla sua pelle: cioè a qualsiasi altra Winehouse, famosa o meno che sia. Per questo le pubbliche "commozioni" di certi antiproibizionisti somigliano più a un’offesa che al turbamento: la droga del resto (stando a loro e solo loro), come pure la morte, non è un «diritto»? Non è «assoluta, intangibile libertà personale»? Secondo i parametri di certi signori, Amy ha «scelto» liberamente e autonomamente. Si è autodeterminata. Dunque un «peggio per lei» o quanto meno un «peccato, le è andata male» su quelle bocche sarebbe stato meno ipocrita. A proposito: nelle cronache di questi giorni il nome di Amy Winehouse viene spessissimo legato anche ai concetti di «leggenda» e di «per sempre»: sarà vero – illustri precedenti lo testimoniano – però anche quest’accostamento appare in fondo sgradevole. Come a voler certificare che il passaporto per una sorta d’eternità terrena passi dallo sballo (possibilmente definitivo) o – peggio – che quanta più sregolatezza si possieda (possibilmente suicida) tanto più si è prossimi al genio. Annotazione finale: si è lasciato che Amy incenerisse la sua vita appena ventisettenne, però ieri il suo secondo disco (Back to Black) è schizzato in cima alla classifica degli album scaricati dal web, mentre nel Regno Unito si sono già moltiplicate trentasette volte le vendite...

venerdì 15 luglio 2011

LETTURE/ Oscar, malato di cancro, ci spiega quello "strano regalo di Dio" di Martino Sartori, venerdì 15 luglio 2011, il sussidiario.net

Oscar e la dama in rosa di Eric-Emmanuel Schmitt, libricino che supera a mala pena le novanta pagine, non potrà essere trascinato e trattato come il classico romanzone da ficcare sotto l’obrellone tra palette e biglie, perché una volta che lo aprirete in circa un ora di lettura l’avrete esaurito. E in tutto questo vi sarete dimenticati anche di andarci, in spiaggia. Il problema della morte e del senso della vita sono domande che si tende ad evitare, soprattutto in periodo di vacanze, rotocalchi e abbronzature varie. La letteratura diventa mero intrattenimento. In questo racconto Smith ci mostra con delicatezza ed ironia la vita di Oscar, ragazzino malato di cancro, e gli ultimi giorni di degenza nell’ospedale. Attraverso una serie di lettere che invierà direttamente a Dio sotto consiglio di Nonna Rosa, infermiera più anziana, ed ex lottatrice di catch almeno all’apparenza nei suoi racconti funambolici. È grazie a lei che il piccolo malato prenderà l’iniziativa di vivere gli ultimi giorni di vita come la leggenda dei dodici giorni divinatori, ovvero un giorno equivale a dieci anni. Il rapporto di amicizia, insolito, che supera le barriere tra paziente e personale medico nasce soprattutto dal fatto che la donna per quanto buona e premurosa non risparmia nulla al piccolo malato, lo tratta come un uomo:
- Nonna Rosa ho l’impressione che nessuno mi dica che morirò -. Mi ha guardato. Avrebbe reagito come gli altri? - Perché vuoi che te lo dicano se lo sai già, Oscar? -
- Ho l’impressione… Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire -.
- Hai ragione Oscar, e credo si commetta lo stesso errore per la vita. Dimentichiamo che la vita è fragile, friabile, effimera. Facciamo tutti finta di essere immortali -.
Ma questo libricino non è solo un memento alla fragilità della vita, è un viaggio attraverso tutte le esperienze cruciali e significative di ogni uomo, la differenza è che sono viste con l’originalità e la freschezza di un bambino. Infatti si innamorerà e sposerà con una delle pazienti più belle, la silenziosa Peggy Blue di colore a causa della malattia, percorrendo tutte le fasi del rapporto sentimentale, fino al momento dell’addio all’amata, finalmente guarita e in procinto di lasciare l’ospedale. Litigherà e poi farà la pace con i suoi genitori che faticano ad accettare la sua malattia: “Da quando sono ricoverato in permanenza all’ospedale i miei genitori hanno qualche difficoltà con la conversazione, allora mi portano dei regali e trascorrono dei pomeriggi schifosi a leggere le regole del gioco e l’istruzioni dell’uso… È campione del mondo del pomeriggio domenicale sciupato”.
Altro splendido elemento è la schiettezza delle lettere che Oscar invia a Dio chiedendo il perché di quello che succede, avanzando richieste precise, risposte magari meno irruenti delle prime ricevute:
“Caro dio… Oggi ho cent’anni. Ho cercato di spiegare ai miei genitori che la vita è uno strano regalo. All’inizio lo si sopravvaluta: si crede di aver ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo ma solo un prestito…”
Portatelo con voi ovunque andrete per riposarvi, questo libro più che un consiglio di lettura, è un augurio personale per l’estate.
 © Riproduzione riservata.

giovedì 7 luglio 2011

Bello è ciò che piace anche agli eschimesi di Tommaso Scandroglio, 07-07-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Il 5 luglio si è svolta in Vaticano l’inaugurazione della mostra ''Lo splendore della verità, la bellezza della carità”, omaggio di 60 artisti - tra pittori, scultori, musicisti, cineasti, fotografi -  a Benedetto XVI per il 60° di sacerdozio.

In questa occasione il Pontefice ha rivolto agli artisti presenti un discorso centrato sul rapporto tra bellezza, verità e carità. Ne estrapoliamo un passaggio: “Cari amici vorrei rinnovare a voi e a tutti gli artisti un amichevole e appassionato appello: non scindete mai la creatività artistica dalla verità e dalla carità, non cercate mai la bellezza lontano dalla verità e dalla carità, ma con la ricchezza della vostra genialità, del vostro slancio creativo, siate sempre, con coraggio, cercatori della verità e testimoni della carità; fate risplendere la verità nelle vostre opere e fate in modo che la loro bellezza susciti nello sguardo e nel cuore di chi le ammira il desiderio e il bisogno di rendere bella e vera l'esistenza, ogni esistenza, arricchendola di quel tesoro che non viene mai meno, che fa della vita un capolavoro e di ogni uomo uno straordinario artista: la carità, l'amore''.


Le parole del Santo Padre sono sempre impegnative per l’ascoltatore, ma in questo caso forse lo sono ancora di più. In un contesto artistico dove si assegna la patente di capolavori a tele tagliate (Fontana), ad escrementi in scatola (Manzoni), a quadrati neri (Malevich), mettere a tema verità e carità ha del rivoluzionario.

Ma cosa significa, come indica il Santo Padre, che non si deve scindere la bellezza dalla verità? Per non farla troppo difficile potremmo dire che laddove c’è il bene c’è la verità. La nostra natura umana, tutto il nostro io tende al bene, e quando ne partecipa nasce la felicità, l’appagamento. In poche parole quando compiamo una buona azione stiamo bene con noi stessi, siamo in genere soddisfatti di ciò che abbiamo fatto.

Ora – come avrebbe detto un ex magistrato – che c’azzecca tutto questo con la bellezza? C'entra assai, perché guarda caso quando guardiamo un tramonto al mare, le vette dei monti, un lago alpino anche in quel caso nasce nel nostro intimo un senso di appagamento, di soddisfazione, di serenità. Allora sia quando facciamo qualcosa di buono, sia quando vediamo, sentiamo qualcosa di bello, l’esito è più meno lo stesso: una certa dose di felicità. E dunque tra bene e bello c’è una parentela stretta. Anzi, anche il bene può essere percepito come bello. Se qualcuno ci racconta un atto eroico, oppure un’azione meritoria assai virtuosa, un gesto di generosità noi d’istinto diciamo “Che bello!”. Ed infatti gli spagnoli dicono “Qué bueno!” per dire “Che bello”. Insomma il bello è il nome del bene, della verità quando viene vissuta, percepita. Non ci può essere bellezza disgiunta dal bene: la bellezza è l’estetica del bene, potremmo concludere.


L’obiezione però è dietro l’angolo: il bello è soggettivo, quindi non ha molto senso legare la verità, che dovrebbe essere un qualcosa di oggettivo, al bello che è relativo alla persona. Il discorso meriterebbe ben altro spazio, ma potremmo rispondere a questa obiezione nel seguente modo: esiste un bello oggettivo e universale che poi fiorisce in modo differente a seconda dei costumi, del tempo, delle sensibilità personali, del grado di istruzione del singolo, etc. Insomma c’è una radice comune del bello. La prova? E’ semplice: basta chiederlo agli eschimesi. Senza perderci troppo per le sconfinate praterie della filosofia estetica, possiamo riportare due esperimenti sociologici che Giacomo Samek Lodovici nel suo “Il ritorno delle virtù” cita e che sono pertinenti al nostro discorso.

In un caso il ricercatore Jean Briggs ha fatto ascoltare Verdi e Puccini agli eschimesi uktu. Ora dovrebbe essere evidente che le musiche di questi due autori nulla dovrebbero aver in comune con la cultura eschimese. Infatti cosa c’è di più lontano dal background culturale di un pescatore che vive tra i ghiacci dall’altra parte del mondo, del Trovatore di Verdi, opera scritta nell’Ottocento da un italiano nato in quel di Roncole? Eppure questo pescatore confidò al ricercatore che quel melodramma era “una musica che fa venir voglia di piangere”. Anche il grande violinista Uto Ughi qualche tempo fa andò in Amazzonia e fece ascoltare con il registratore un concerto per violino e orchestra alle popolazioni indigene che a malapena sapevano chi fosse l’uomo bianco. Pure in quel caso l’ascolto generò stupore e ammirazione.

Ma anche noi a volte siamo eschimesi. A parti rovesciate persino noi occidentali post-moderni ci commoviamo per opere scritte centinaia se non migliaia di anni or sono, da autori assai distanti dalla nostra sensibilità. Ecco infatti il secondo esperimento sociologico. La filosofa Martha Nussbaum racconta che “l’Iliade di Omero è stata usata con successo nel trattamento dei veterani della guerra del Vietnam che soffrivano di trauma da combattimento perché le sue storie di violenza e paura sono riconoscibili al di là delle differenze culturali”. Ve lo vedete un truce marine pluritatuato che invece di impugnare il suo fucile prende in mano l’Iliade e se la legge? Eppure è successo e i risultati ci sono stati. Anche il turpe mostro del film “Frankenstein Junior” d’altronde si commuoveva per le melodie del violino suonato dal suo padrone.


La morale è semplice: siamo fatti tutti allo stesso modo, cioè tutti noi abbiamo la stessa identica natura umana, che tende al bene e al bello. I capolavori sono tali se conservano in sé un alto grado di bellezza oggettiva – di verità direbbe Benedetto XVI – capace di mettere in vibrazione le corde naturali del nostro cuore. Quel cuore che è stato creato in modo identico in tutti noi. 

martedì 28 giugno 2011

RAGIONE&FEDE/ Che cosa c’entrano memoria e bellezza con la logica? Di Giovanni Maddalena, martedì 28 giugno 2011, il sussidiario.net

Che cosa c’entrano memoria e bellezza con la logica? È vero che la logica esprime solo verità necessarie per cui da certe premesse seguono inevitabilmente certe conclusioni? “Inevitabilmente” significa “meccanicamente”?
Incominciamo dalla seconda domanda, sperando che essa poi illumini le altre due. Certo, ci sono tipi di ragionamento che sono necessari, il che significa che è impossibile che le premesse siano vere e la conclusione sia falsa. I sillogismi classici studiati a scuola sono di questo tipo. Se tutti gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo, inevitabilmente Socrate sarà mortale.
Si appoggiano sulla necessità anche le ardite formalizzazioni della logica tardo-ottocentesca e primo-novecentesca che si studia tuttora nelle università. Da Frege a Gödel questa logica ha garantito una comprensione molto più precisa della logica delle proposizioni (“se piove, prendo l’ombrello”), di quella predicativa (“qualche professore è sapiente”) e di quella modale (“è necessario che i tifosi del Torino soffrano”). Come si sa, il progetto di una comprensione dell’intera logica tramite questo impianto necessitarista ha trovato nei teoremi di incompletezza di Gödel un limite, nel senso che il grande logico ha mostrato che la formalizzazione, se coerente, non può mai essere completa.
Per quanto utile sia questa logica necessaria (e lo è, nonostante i suoi denigratori), a essa sfuggono alcuni processi razionali, che sono stati normalmente classificati come “ampliativi”, nel senso che allargano la nostra conoscenza anche se perdono in necessità. L’induzione classica è il più noto di questi tipi di ragionamento: un certo numero di campioni esemplificativi mi conduce a identificare una legge generale. Se i campioni sono stati scelti adeguatamente (a caso, ecc.) e l’ipotesi è limitata, l’induzione ha buone probabilità di essere utile alla ricerca.
Tuttavia, rimangono fuori anche da questo tipo di ragionamento processi logici come: certe scoperte scientifiche particolarmente significative (l’aneddoto della mela di Newton ne è una buona metafora), la diagnosi medica, i ragionamenti indiziari (il caso di Cogne), le certezze morali in situazioni nuove (mi fido o non mi fido?). Qui la necessità sembra persa del tutto. Ma si perde anche l’uso della ragione?
C.S. Peirce, celebre logico americano della fine del XIX sec., aveva elaborato un processo per tutti questi casi. Si chiama abduzione o retroduzione ed è il passaggio dal conseguente all’antecedente: nel caso precedente sarebbe “prendo l’ombrello, quindi piove”. Nella logica classica si tratta di un errore (fallacia), ma se usciamo da una logica necessaria, esso può essere giustificato. Come?
Se ci troviamo di fronte a un fenomeno sorprendente, ovvero non catalogabile nella nostra esperienza precedente (altrimenti si tratta di un’induzione), possiamo formulare un condizionale (se la spiegazione fosse X, allora il fenomeno sorprendente si spiegherebbe) che lo introduca in una spiegazione nuova e convincente, che possiamo poi verificare deduttivamente (se così fosse, le conseguenze sarebbero...) e induttivamente (con una verifica sui campioni). Ma come facciamo a trovare la spiegazione in cui il caso sorprendente possa essere letto? Qui Peirce aveva le idee meno chiare ma ha lasciato delle indicazioni che possono essere sistematizzate nel seguente modo.
Troviamo una spiegazione leggendo dei segni che si trovano al di sotto della soglia simbolica, cioè leggendo segni che non sono parole o simboli - che richiamano il loro oggetto tramite un’interpretazione -, ma leggendo segni più elementari, icone e indici, che richiamano il loro oggetto per similarità e connessione (la mela che cade come segno di un ordine - che sarà una forza - e la sua connessione con il resto dei fenomeni di “caduta”). In questo modo leggiamo dei segni secondo la loro bellezza e la loro plausibilità nel contesto. Due modi diversi per intendere estetica ed etica in senso gnoseologico: l’ideale a cui il ragionamento si ispira e la concordanza tra l’ideale e il ragionamento in corso. I migliori gialli adottano questa strategia (si veda Gli assassinii della Rue Morgue di Poe) come fanno anche le grandi scoperte scientifiche e le certezze morali decisive.
Ma come facciamo a conoscere questa bellezza? Con quale criterio la giudichiamo? Come facciamo a sapere che esiste e che cos’è? Esiste in noi un criterio, spesso vago (che vuol dire “non determinato”) ma molto efficace: Peirce lo chiamava “istinto razionale”, la Bibbia “cuore”. Mi sembra che sia lo stesso “strumento” che Agostino indicava con il termine “memoria” nel libro X delle Confessioni. Uno vuol fare il soldato per essere felice e un altro vuole non fare il soldato per essere felice. Dove ha conosciuto la felicità per usarla come criterio? Essa si trova inscritta al fondo della nostra ragione e rimane come criterio insuperabile, anche se spesso solo indeterminato, più propenso a non essere soddisfatto che ad accontentarsi, a dire dei no piuttosto che dei sì (come diceva Socrate del suo daimon), ma segno inequivocabile che al fondo dei nostri ragionamenti, la nostra ragione è fatta per una bellezza senza fine.
 © Riproduzione riservata.

martedì 21 giugno 2011

La lezione di San Marino di Gabriele Mangiarotti*, 21-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

La visita del Papa a San Marino ha avuto una notevole eco sui media soprattutto per alcuni aspetti sociali che Benedetto XVI ha toccato nei sui discorsi: famiglia, lavoro migrazione. Ma un sacerdote che ha seguito la preparazione e la visita ci racconta il senso più vero di questo evento, che è una lezione che vale per tutti.


L'hanno in molti definita una giornata indimenticabile, un evento epocale, un fatto che segnerà la storia di questa diocesi sammarinese-feretrana, un punto di non ritorno.

E certo non sono parole di circostanza, ma indicano lo stupore che la presenza del Papa ha ridestato in questo popolo, anche nelle sue componenti solitamente più critiche e distanti. Viene in mente una bella poesia del grande poeta Clemente Rebora: "E la parola zittì chiacchiere mie". Ove qui, oltre che alla parola si può fare riferimento alla presenza del Papa, alla sua capacità di testimoniare, nella chiarezza e nella umiltà, un Altro più grande, tra noi.

Ho avuto la grazia (dapprima non ritenuta tale, visto il desiderio che avevo di concelebrare la Santa Messa con il Papa, e poi di essere presente all'incontro con i giovani che avevo contribuito a preparare) di poter commentare tutta la giornata alla televisione di San Marino, cercando di cogliere gli aspetti più significativi per una trasmissione in diretta. Otto ore intense, straordinarie, con il direttore Carmen Lasorella, illustri invitati, con la preoccupazione di non perdere neanche una goccia di questo torrente impetuoso di bellezza e di bene.


Certo la ricchezza di contenuti di questa visita sarà motivo di un lavoro che deve iniziare da subito. Vorrei qui evidenziare alcuni spunti: non però con la preoccupazione di indicare il messaggio del Papa come se potesse suggerire una "ricetta" valida per tutte le necessità. A questo anno pensato altri: crisi della famiglia, problemi del lavoro, presenza dei "frontalieri", ecc...

Ma preferisco leggere il cuore del messaggio pontificio in questi semplici suggerimenti. Mi pare che l'incontro con i giovani l'abbia, tra l'altro, evidenziato mirabilmente.

1. Il Papa ha continuamente fatto riferimento alla "esperienza": guardate ciò che vi accade, guardate con simpatia l'umano che è in voi, prendetevi sul serio. Non accettate schemi di lettura di quello che siete. Voi, la vostra vita, le vostre domande, e la spinta che hanno con sé sono il primo libro da prendere in considerazione. Prendetevi sul serio!

Quando ho ascoltato questi i contenuti mi sono commosso profondamente, avvertendo in queste parole quella eco che Gesù ha destato, anni fa, ma ancora oggi, nella mia vita.


2. Il Papa ha parlato di Gesù (questo "nome" ritengo sia stato la cifra di tutti gli incontri): e lego questa parola al richiamo alla "laicità positiva". Gesù non riguarda una "devozione", non è argomento per "addetti ai lavori", Gesù è fattore reale, elemento della realtà, qualcuno con cui potere (e dovere) fare i conti. L'esperienza della Repubblica di San Marino è, in questo, esemplare: si tratta di una fede che ha creato una civiltà che dura da quasi 2000 anni, tanti sono (1700) quelli in cui questa realtà statuale ha durato nella storia.

Sana laicità, sinonimo di autentico realismo, capace di rifiutare schemi e ideologie (anche gli stereotipi ottocenteschi in cui alcuni vorrebbero ingabbiare questa straordinaria avventura storica).


3. Un'ultima parola mi ha colpito rispetto a quanto il Papa ha reso evidente: il compito che una piccola realtà come questa (la fede che diventa cultura, potremmo dire parafrasando quanto già Giovanni Paolo II affermava come responsabilità del credente e segno che tale fede è accolta, pensata e vissuta) ha una portata universale.

Le radici cristiane di San Marino non sono un retaggio di pochi, quasi un "optional" di alcuni privilegiati. Sono profezia per tutti. Sono ciò a cui ogni uomo può e deve guardare: se ci deve essere una "speranza affidabile", questa è che si dia inizio ad una "fede amica della ragione" che diventa realtà creativa di novità nel presente (del resto Benedetto XVI ha ricordato, commentando l’episodio evangelico del giovane ricco, che «La “vita eterna”, infatti, alla quale fa riferimento quel giovane del Vangelo non indica solamente la vita dopo la morte, non vuol sapere soltanto come arrivo al cielo. Vuol sapere: come devo vivere adesso per avere già la vita che può essere poi anche eterna. Quindi in questa domanda questo giovane manifesta l’esigenza che l’esistenza quotidiana trovi senso, trovi pienezza, trovi verità…».

Così ho letto questa visita, e così capisco che viene rinnovato il compito per ciascuno di noi. Con un nota bene: "Non ci si pente mai ad essere generosi con Dio!".

lunedì 20 giugno 2011

DIBATTITI/ 1. Non è il neuroteologo il supremo giudice delle certezze religiose - Gianfranco Basti di lunedì 20 giugno 2011, il sussidiario.net

Non si può non essere d’accordo con la tesi centrale della voce “Neuroteologia” che lo storico del cristianesimo Alberto Melloni ha preparato per il nuovo dizionario enciclopedico «La Mente», recentemente pubblicato dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. La tesi può essere riassunta nella frase «è inutile chiedere alla scienza il verdetto sulla fede» che fa da sottotitolo all’articolo “Cercando il «neurone di Dio»” pubblicato lunedì scorso dallo stesso  Melloni sul Corriere della Sera per annunciare al grande pubblico la presentazione ufficiale del Dizionario, avvenuta lo stesso giorno presso la sede romana dell’Istituto. Nella conclusione di questo articolo Melloni spiega più diffusamente il nucleo della sua tesi che, ripeto, non può non essere condivisibile.
Strumenti d’indagine assai raffinati dimostrano soltanto di saper individuare i correlati neuronali degli stati mentali propri dell’esperienza religiosa: né più né meno. Il tentativo di ridurre, Dio a movimenti di neuroni e quello di usare i neuroni per dimostrarne l`esistenza si muovono in un vicolo cieco da ambo i lati. Se c`è una zona del cervello attivata dalla meditazione religiosa, ciò non significa che neurologia e teologia hanno cessato di avere compiti diversi e metodi ai quali ciascuna si deve attenere. Dove il teologo difende la libertà dell`individuo, lo scienziato scopre che credenza, agnosticismo e incertezza pongono alla sua ricerca un’unica e identica domanda.
Il termine «neuroteologia» — inventato dallo scrittore di fantascienza Aldous Huxley, come Melloni stesso ci ricorda — denota, infatti, una particolare interpretazione degli studi sperimentali sulle basi neurofisiologiche dell’esperienza religiosa che curiosamente accomuna, tanto fondamentalisti religiosi, quanto fondamentalisti laici. Tale interpretazione consiste nell’usare queste evidenze sperimentali neurofisiologiche come argomento per provare, da parte dei fondamentalisti religiosi, l’autenticità della fede per la positiva correlazione che tali studi dimostrerebbero fra l’esperienza religiosa e stati di benessere e/o, addirittura, di migliore salute psico-fisica del soggetto che li prova. Da parte dell’altra fazione, invece, la medesima evidenza è usata per provare l’illusorietà della medesima fede religiosa perché, finalmente!, si sarebbe scoperta l’origine neurofisiologica dell’esperienza di Dio, nella preghiera e nella meditazione.
Di fronte a queste evidenti strumentalizzazioni, ha facile gioco Melloni ad affermare che il provare sperimentalmente che l’esperienza religiosa ha dei correlati neurofisiologici non prova assolutamente nulla né dell’una né dell’altra tesi. Semmai evidenzia un limite comune all’una e all’altra posizione, ovvero una sorta di imperante positivismo empirista in tutt’e due le posizioni per cui, per dirlo con le parole dello stesso Melloni, «la scienza non è più un metodo, ma un giudice al quale si deve chiedere di “dimostrare” vuoi la illusorietà vuoi la solidità dell`atto religioso».
Questo atteggiamento scientista comune ai due fondamentalismi redivivi, laicista e religioso, che oggi stucchevolmente si confrontano per la gioia dei talk-show “urlati” di certa televisione e di certo giornalismo pseudo-culturale a buon mercato, è un residuato post-moderno di quella modernità illuminista ormai tramontata che aveva affidato alle scienze matematiche e naturali il compito di fornire le “certezze assolute”, tanto care alle diverse forme di potere politico. Certezze assolute che, nell’età classica o pre-moderna, erano le religioni ad offrire per il controllo delle masse. In tutto questo “non c’è dunque nulla di nuovo sotto il sole” come lo smaliziato autore biblico del Qoelet commenterebbe, soprattutto quando si scopre che oggi, spesso, sono le medesime centrali internazionali di determinati, cosiddetti, “poteri forti” a favorire e finanziare i due opposti fondamentalismi a base empirista ed i loro spalleggiatori politico-mediatici, così da far apparire il tutto un’incredibile, assurda sceneggiata, imbandita sulla testa e purtroppo anche sui cuori delle persone.
Con tutto questo, siamo dunque mille miglia lontani da quello “allargamento degli orizzonti della ragione” di cui parla continuamente il Papa Benedetto XVI, che non possono limitarsi soltanto a quelli della “ragione scientifica”, per di più presa nella sua accezione esclusivamente empirica. Sono “scienza”, infatti, anche le discipline teoriche come la matematica, la logica, la fisica, la chimica e la biologia teoriche, le scienze cognitive etc. e non solo le loro applicazioni sperimentali come le matematiche applicate, l’informatica, o le varie branche della fisica, della chimica e della biologia sperimentali, o le neuroscienze cognitive, nonché le diverse forme di “ingegneria”, associate a ognuna di queste discipline.
Ma soprattutto sono “scienza”, nella più vasta accezione delle “scienze umane” e non solo “naturali”, sia quelle a base empirica quali la psicologia, la linguistica, la sociologia, l’economia, la storia, ma anche discipline filosofiche quali l’ontologia, l’etica, la teologia, ciascuna con tutte le sue specifiche diramazioni e parziali sovrapposizioni con le discipline attigue. Si pensi alla “psicologia sociale”, per esempio, o alla “psicolinguistica”, per rimanere nell’ambito delle scienze umane a base empirica, o alla “teologia naturale”, per passare all’ambito delle scienze filosofiche. Tutte queste discipline sono “scienze” nella misura in cui, come le scienze matematiche e naturali, che fin da Aristotele sono sempre state giustamente considerate un paradigma di scientificità, si danno ciascuna un proprio metodo rigoroso e trasparente per giustificare l’universalità delle loro specifiche forme di argomentazione, deduttive o induttive che siano.
Certamente, nell’età moderna, c’è stato un penoso decadimento nella scientificità delle discipline filosofiche e teologiche che si sono spesso auto-ridotte a vago chiacchericcio estetico o consolatorio, se non di fatto esoterico, proprio per la perdita di un metodo d’indagine rigoroso e soprattutto trasparente a tutti, anche ai non cultori della disciplina, diretta conseguenza della dissoluzione moderna della filosofia e della teologia scolastica che invece un metodo, sebbene limitato – quello analitico-sintetico della sillogistica – l’avevano ed era accessibile a tutti gli uomini di cultura.
 Il pluralismo filosofico e teologico che è derivato dalla dissoluzione del monolite scolastico nella modernità occidentale è certamente un valore. Basta però che ciascun filosofo o teologo definisca in maniera chiara a tutti quale metodo di argomentazione e d’inferenza usa, quali sono i principi e le regole specifiche che introduce rispetto alle altre forme di linguaggio scientifico, filosofico o teologico, in modo da non assomigliare, agli occhi smaliziati dello scienziato – ma ormai anche agli occhi di una sempre più vasta platea di uditori dotati di un minimo di formazione scientifica – ad una sorta di funambolo delle parole più o meno dotato, cui è concesso dire tutto e il contrario di tutto, salvo poi parlarsi addosso e alla cerchia dei propri iniziati, visto che gli altri, in questo modo, non riescono neanche a capire di cosa si stia parlando.
Quando dunque Melloni rivendica, contro le confusioni della “neuroteologia” che le scoperte delle basi neurali dell’esperienza religiosa non esimono neurologia e teologia dallo «avere compiti e metodi diversi ai quali ciascuna si deve attenere», così che non è alla neurologia che si deve chiedere conto della verità delle affermazioni teologiche e viceversa, è certamente nel giusto in linea di principio. Aggiungerei però, maliziosamente la domanda: ma quali sono oggi metodi e compiti, definiti in maniera chiara e, almeno nelle linee generali, resi accessibili a tutti, anche ai non addetti ai lavori, delle discipline teologiche e, aggiungiamo noi, ontologiche o, più in generale filosofiche? Si pensi, per esempio, ai differenti esiti di un congresso scientifico e a quelli di un congresso filosofico o teologico.
Chi entra in un congresso scientifico, vi entra con certe idee e spesso ne esce con altre diverse perché qualche collega è stato capace di dimostrare in maniera convincente per tutti una nuova tesi. Chi esce da un congresso teologico o filosofico spesso ne esce con le stesse idee con cui vi era entrato, perché ognuno si è parlato addosso e ha detto, o cose scontate o cose incomprensibili e difficilmente condivisibili, almeno per chi non ne era già convinto in precedenza.
Se, così, per tornare al nostro tema, “neuroteologi” e imbonitori di tutti i tipi possono permettersi allegre scorribande nei territori metafisici e teologici è anche perché non si capisce più bene di cosa trattino queste discipline e di come ne trattino. Eppure mai come oggi ci sarebbe bisogno di una sana e condivisibile critica prima che teologica, ontologica, a certe affermazioni dei neuroscienziati.  Melloni con molto tatto ne accenna nella conclusione del suo articolo laddove pone il teologo a «difendere la libertà dell’uomo» contro certe pretese riduzioniste delle neuroscienze cognitive.


© Riproduzione riservata.