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venerdì 21 dicembre 2012

L'imbroglio delle biomasse "pulite"
di Michele Corti - http://www.lanuovabq.it21-12-2012
La stampa nazionale tace su quanto ribolle nel far west della produzione di energia da biomasse. Troppi e troppo forti sono gli interessi coinvolti nel business. Ogni giorno, però, vi sono manifestazioni, assemblee, ricorsi, polemiche al calor bianco che esprimono un elevato livello di conflittualità scatenato dalla corsa a realizzare nuove centrali sulla spinta dei super incentivi. Questi ultimi, nonostante la quota di energia elettrica “verde” abbia superato gli obiettivi prefissati, sono stati semplicemente “limati” e resteranno sino al 2028. L'opposizione, oltre che dai temuti impatti degli impianti, è motivata anche dalla consapevolezza di essere in presenza di una truffa, a partire da quella etichetta “rinnovabili”.
Definire “rinnovabile” l'energia delle biomasse appositamente coltivate (che richiede l'impiego di grandi quantità di energia fossile per la lavorazione dei terreni, la produzione dei concimi chimici e dei pesticidi, i trasporti) ed equiparandola a fonti come il sole e il vento o le maree è di per sè fuorviante. Aggiungasi che le superfici utilizzate per produrre queste biomasse sono spesso sottratte alle foreste, alle savane, alle torbiere in Asia o in Africa. La messa a coltura di queste terre “vergini” provoca grandi emissioni di CO2. La scarsa sostenibilità della produzione di olio di palma è stata riconosciuta dall'agenzia per l'ambiente Usa che lo ha classificato biomassa “non rinnovabile”, così come altri paesi.

Anche a casa nostra le biomasse sottraggono terreno alla produzione alimentare. Le centrali “agricole” a biogas sono passate da 179 nel 2010 a 499 nel 2011 a 1000 nel 2012. A Cremona, dove se ne contano 140, il 15% della superficie coltivata è destinato a biogas. Gli apologeti del business non considerano che ai costi energetici diretti si sommano gli effetti indiretti legati al fatto che gli alimenti per l'uomo e per il bestiame non più prodotti in loco vanno prodotti altrove a costi energetici spesso più elevati (cui si aggiungono i trasporti). Non ci sono quindi risparmi di energia fossile e di emissioni di gas climalteranti.
Un risultato cui contribuisce significativamente lo spreco dell'energia prodotta. Solo 1/3 viene sfruttata per produrre energia elettrica (superincentivata) mentre il resto è disperso come calore in atmosfera perché la decantata “cogenerazione” è quasi impossibile. O i “camini” si avvicinano alle abitazioni e alle scuole (esponendo chi vive nelle immediate vicinanze agli effetti di forti emissioni inquinanti e ai miasmi) o si devono realizzare km di tubazioni a costi che i gestori degli impianti non si sognano di assumersi. Una centrale a biogas da 1MW el. emette 35 kg di NO2 al giorno (ossidi di azoto = precursori delle polveri sottili), ovvero l'equivalente delle emissioni di 20 mila autovetture che percorrono 20 km al giorno. Va molto peggio, ovviamente, con le centrali a combustione e viene da dire che c'è della perversione in questo aumento di camini, specie in una pianura padana dove le polveri sottili nell'aria superano quasi ovunque la soglia dei 35 giorni con concentrazioni superiori a 50μg/m3.
I disagi (emissioni, odori, traffico, danno paesaggistico) si ripercuotono anche sulle attività economiche nelle vicinanze e sul valore degli immobili . L'intera economa agricola è  turbata dall'aumento dei prezzi degli affitti dei terreni, raddoppiati o triplicati sotto la spinta di una concorrenza  impari. Grazie ad una tariffa “onnicomprensiva” di 28 cent/kWh si realizza (centrale da 1MW) un incasso di 2,1 milioni di euro ovvero 1 milione di profitto netto annuo garantito per 15 anni (a fronte di un investimento di 3-3,5 milioni di euro). Lo scandalo è che questo reddito è “agricolo” ovvero esentasse (si continua a pagare in base in base al valore d'estimo del tipo di terreno).
Non è finita: sulle superfici coltivate a biomasse, almeno per ora, si incassano i premi della PAC. I gruppi finanziari, forti anche della liquidità assicurata dal business, stanno mettendo le mani sulla terra attraverso contratti di affitto a lunga scadenza. Una tendenza che non lascia intravedere nulla di buono: concentrazione sempre più forte della produzione di cibo in poche mani e - una volta cessati gli incentivi alle scandalose biomasse coltivate - trasformazione delle centrali in recettori di rifiuti e fanghi, con tutti i rischi legati alla disseminazione di migliaia di impianti in tutta la penisola. Di impossibile controllo.

martedì 3 aprile 2012


Contrordine, non fa più così caldo di Riccardo Cascioli, 03-04-2012, http://www.labussolaquotidiana.it/

«È vero che il clima sta diventando più estremo? […]
 Nessuno degli strumenti [qui menzionati] è stato ancora sufficientemente sviluppato per consentirci di rispondere confidentemente alla domanda qui posta».

E’ la stupefacente risposta che si legge nel voluminoso rapporto sui disastri naturali pubblicato in questi giorni dall’IPCC, cioè il comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici che fa capo all’Onu. Perché stupefacente? Perché sono ormai anni e anni che ci sentiamo ripetere con assoluta certezza che il riscaldamento globale sta provocando eventi atmosferici sempre più estremi, e a fornire le basi per generare continui allarmi sono proprio i rapporti dell’IPCC. I più ricorrenti sono quelli riguardanti gli uragani, che crescerebbero di intensità, ma anche qui in Italia, a ogni nubifragio o nevicata, c’è una gara fra sedicenti climatologi a descrivere questi fenomeni come eventi estremi causati dal riscaldamento globale. Ora invece è proprio l’IPCC ad affermare che non ci sono elementi per tale affermazione.

Ma non è l’unica sorpresa di questi giorni: il Met Office britannico (l’Ufficio meteorologico sempre in prima linea nel fomentare paure da cambiamento del clima) ha pubblicato dei dati sul rilevamento delle temperature da cui si evince che non si è registrato alcun aumento globale delle temperature negli ultimi 15 anni, un intervallo di tempo che mette in crisi gli attuali modelli climatici. I rapporti IPCC del 2001 e del 2007 prevedevano infatti che a causa delle crescenti emissioni di gas serra si sarebbe verificato un aumento medio di 0.2 gradi Celsius ogni dieci anni. Una previsione, si diceva, compatibile anche in presenza di decenni  con incrementi maggiori o minori. Variazioni significative per definire il clima vengono infatti calcolate su un arco di almeno 30 anni. Il problema è però che 15 anni cominciano ad essere un intervallo talmente ampio da rendere difficile prevedere un’impennata di temperature nei prossimi 15 anni tale da riportare alla media di 0.2 gradi per decennio.

In ogni caso non è possibile prevedere ciò che accadrà nei prossimi decenni, il che però dovrebbe spingere a una maggiore prudenza sia la scienza sia la politica. «E’ ora – ha affermato David Whitehouse, direttore scientifico del Global Warming Policy Foundation – che la comunità scientifica in generale e l’IPCC in particolare riconoscano la realtà del congelamento delle temperature e la sfida che questo implica per la comprensione dei cambiamenti climatici e per le stime sui suoi futuri effetti. Questa è la dimostrazione – prosegue Whitehouse – che al proposito la scienza non può offrire una risposta definitiva, e che ci sono grandi incertezze riguardo alla conoscenza dei vari effetti sul mondo reale dei gas serra combinati con fattori naturali e antropogenici».

Ma la questione già da molto tempo ha smesso di essere un argomento puramente accademico. La realtà è invece che la tesi del riscaldamento globale antropogenico – cioè causato dall’uomo – è diventata la base su cui imporre una serie di politiche globali ambientali, a partire da quelle energetiche. Dando erroneamente per scontata l’assoluta certezza del rapporto tra emissioni antropogeniche di gas serra e aumento delle temperature, l’obiettivo che i governi – a cominciare da quelli europei - si sono posti nelle varie conferenze internazionali sul clima che si succedono ormai da molti anni, è quello di frenare l’aumento delle temperature globali a due gradi entro il 2100.

Presupposto di questo obiettivo è che siano le emissioni di gas serra da parte dell’uomo a causare il riscaldamento dell’atmosfera, per questo la UE sta procedendo a tappe forzate per disincentivare l’uso di combustibili fossili e finanziare il ricorso a fonti rinnovabili di energia.
Si tratta di uno sforzo finanziario enorme che, come gli ultimi dati confermano, ha però un fondamento scientifico molto dubbio che non giustifica l’isteria climatica nella quale viviamo. Oltretutto, le misure economiche legate alle politiche climatiche vanno nella direzione dell’imposizione di tasse (carbon tax e simili) come dimostra anche il caso italiano, il che significa accentuare ulteriormente il carattere depressivo delle manovre fin qui fatte per far quadrare i conti dello Stato.

E’ ora dunque di riconoscere che la scienza è ancora lontana dal poter dire l’ultima parola sui cambiamenti climatici e di tornare a fare politiche che abbiano anzitutto a cuore lo sviluppo integrale delle persone e dei popoli.

martedì 25 ottobre 2011


ENERGIA/ Dagli scarti agro-zootecnici al pulitissimo bioidrogeno - INT. Roberto Oberti, il sussidiario.net, martedì 25 ottobre 2011

L’idrogeno, grazie alla sua elevata sostenibilità ambientale, rappresenta una delle più promettenti alternative da considerare per gli scenari energetici del futuro. Oggi è principalmente ricavato da idrocarburi, ma il complesso di benefici legati alla sua introduzione nel sistema energetico non può prescindere dallo sviluppo di filiere basate su fonti rinnovabili e non su quelle fossili. Accanto all’elettrolisi dell’acqua e al frazionamento termochimico di composti organici, la produzione di idrogeno per via biologica (il cosiddetto bioidrogeno) costituisce un processo molto promettente, con interessanti potenzialità applicative messe in luce da diverse ricerche di laboratorio condotte negli ultimi anni.
In questi giorni si può iniziare a tracciare un primo bilancio del progetto sperimentale Agriden, finanziato da Regione Lombardia (D.G. Agricoltura), che ha considerato, in particolare, una semplice variante del classico processo di digestione anaerobica, basata su una tipologia di reattori bi-stadio nei quali, accanto alla produzione di biogas ricco in metano, si realizza una produzione aggiuntiva di quantità significative di bioidrogeno. AgrIdEn è stato realizzato dai Dipartimenti di Ingegneria Agraria (DIA), Produzione Vegetale (DiProVe) e Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologie (DiSTAM) dell’Università degli Studi di Milano, insieme a Edison SpA. Ilsussidiario.net ne ha parlato con uno dei protagonisti, Roberto Oberti, docente di Fisica e di Automazione nelle macchine e processi agricoli presso la Facoltà di Agraria della medesima università.

Il progetto Agriden ha studiato una variante del classico processo di digestione anaerobica: di cosa si tratta?

Schematicamente: nella digestione anaerobica il materiale organico - la biomassa - viene degradato in una catena di processi operati da consorzi microbici fino a ottenere un biogas particolarmente ricco di metano. Nel corso della catena metabolica uno dei prodotti formati è l’idrogeno che, normalmente, viene consumato da alcuni ceppi a favore della produzione finale di metano. L’idea di fondo di Agriden è quella di separare in due stadi distinti il processo di fermentazione, così da intercettare e raccogliere l’idrogeno gassoso prodotto nella prima fase e alimentare la seconda coi prodotti effluenti (principalmente acidi grassi volatili) senza interferire significativamente sulla successiva metanazione. Dunque nella variante considerata nel progetto, accanto a un biogas ricco in metano, si realizza in aggiunta la produzione di una significativa quantità di idrogeno per via biologica.

Quali sono stati i principali obiettivi di Agriden?
L’obbiettivo principale di Agriden era di dimostrare la fattibilità tecnica anche fuori dalle condizioni di laboratorio della produzione di idrogeno per via biologica. Il processo di fermentazione a doppio stadio ha permesso di produrre idrogeno - il combustibile più pulito che si conosca - a partire da biomasse di scarto di origine agricola e agroindustriale che, potenzialmente, costituiscono un fattore di impatto ambientale. Grazie a una lunga fase di studio in laboratorio, i parametri di processo, i substrati organici usati, le tecnologie utilizzate e l’architettura impiantistica sono state ottimizzate, facendo confluire le conoscenze acquisite nella realizzazione di un prototipo a scala pilota, installato nell’azienda agricola sperimentale dell’Università di Milano.

E che risultati ha portato?

I risultati della sperimentazione hanno mostrato produzioni significative di bioidrogeno (una quantità giornaliera pari a circa tre volte il volume del primo stadio del reattore sperimentale) a partire da una miscela di reflui di allevamento e scarti ortofrutticoli. Ma il risultato più notevole ottenuto in Agriden, accanto al pregio intrinseco dell’idrogeno rinnovabile prodotto, è probabilmente un aumento di circa il 20-25% dell’energia complessivamente prodotta nei due stadi (idrogeno+metano), rispetto a quella generata, a parità di condizioni operative, dalla classica digestione anaerobica a singolo stadio.

Come si possono stimare le potenzialità del settore agricolo per la produzione del bioidrogeno?

Nell’ambito del progetto è stata effettuata una stima indicativa della potenziale produzione di bioidrogeno a partire dalla mappatura delle disponibilità delle biomasse prese in considerazione, definendo alcuni scenari di fattibilità di conferimento. Si tratta di stime piuttosto prudenziali perché, se nel caso degli effluenti zootecnici i dati di disponibilità sono piuttosto accurati e dettagliati, nel caso degli scarti ortofrutticoli le stime si fanno molto approssimate e definirne con certezza la disponibilità diviene più complicato, specie nel caso dell’agroindustria. Comunque, anche con questi scenari conservativi, si può affermare che il settore agricolo, pur senza stravolgere il suo naturale ruolo di produzione primaria, ha le potenzialità per contribuire - soprattutto nelle aree settentrionali del Paese - alla generazione su scala reale delle prime significative quote di idrogeno rinnovabile.

Il funzionamento dell’impianto pilota quali indicazioni sta dando?
L’ordine di grandezza di questi risultati ottenuti nei prototipi di laboratorio sono sostanzialmente confermati dalle prime produzioni ottenute con il reattore pilota dimostrativo. Pur avendo un volume complessivo di diversi metri cubi, si tratta di un piccolo impianto non ancora di scala reale, ma esso costituisce uno strumento eccezionale di sperimentazione che ci permette di simulare in modo realistico potenziali configurazioni impiantistiche e soluzioni tecnologiche da applicare a scala reale. E soprattutto di verificare la scalabilità delle prestazioni energetiche che abbiamo estrapolato dai risultati di laboratorio. Questi sono elementi fondamentali per potere valutare l’effettiva sostenibilità economica del processo.

Quali saranno gli sviluppi successivi?

Sebbene vi siano aspetti importanti del processo sui quali stiamo lavorando (l’ottimizzazione simultanea dei due stadi del processo, l’uso di indicatori microbiologici per valutare le prestazioni di produzione di idrogeno, ecc.) ci pare giunto il momento di affrontare con decisione la parte di filiera che segue il processo di produzione. Quindi siamo impegnati nella scelta e nella messa a punto di tecnologie appropriate e dunque di gestione non troppo complessa che rappresentino un modello di valorizzazione del bioidrogeno e biometano prodotti attraverso il loro arricchimento e purificazione, la conversione energetica a elevato rendimento, l’iniezione nella rete energetica, esempi di uso nei motori per autotrazione.


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mercoledì 19 ottobre 2011


Sfamare il mondo, con il biologico non si può di Luigi Mariani, 19-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Il 16 ottobre si è celebrata la Giornata mondiale dell’alimentazione, annualmente indetta per volontà della FAO con lo scopo di aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica sul problema della fame nel mondo e richiamare l’attenzione sulla sicurezza alimentare per tutti. Per tale motivo continuano a svolgersi anche in questi giorni eventi legati a questa giornata.

E' quindi il caso di sviluppare sul ruolo attuale e futuro dell’agricoltura come elemento essenziale per la sicurezza alimentare globale.

Il principale dovere del sistema agricolo mondiale è – oggi come in passato - quello di rifornire i mercati con prodotti alimentari (di origine vegetale ed animale) e con beni di consumo (es: carta, cotone e lana per i nostri abiti) che siano di buona qualità e a prezzi contenuti.


Da questo punto di vista si deve considerare (e qui mi richiamo alla bella intervista che rilasciò mesi orsono alla Bussola Quotidiana  l’illustre economista agrario Dario Casati) che il mercato dei prodotti agricoli è oggi un mercato globale in cui ogni azione condotta dai Paesi grandi produttori è passibile di  ripercussioni sull’intero sistema. Da ciò  deriva la necessità di sottrarre la produzione agraria a logiche speculative di breve periodo, facendo ad esempio tesoro del fatto che ogni 6 mesi (rispettivamente alla fine dell’estate boreale e di quella australe) si ha un raccolto dei principali cereali (frumento, riso e mais). E’ proprio la previsione e la valutazione finale dei risultati di tali raccolti che dovrebbe consentire di “raffreddare” periodicamente i mercati  scongiurando gli effetti perturbativi  indotti dagli eventi meteorologici avversi che con una certa frequenza colpiscono le principali aree produttive mondiali.

Sussiste inoltre la necessità di un accresciuto senso di responsabilità da parte dei Paesi grandi produttori di derrate alimentari, in particolare con riferimento ai temi delle agricolture alternative, delle energie rinnovabili e della zootecnia.


I Paesi ricchi manifestano infatti un’attenzione sempre crescente all’agricoltura biologica (o “organic farming”, come in modo più corretto la chiamano gli anglosassoni). Convertire al biologico rinunciando ai mezzi che la  tecnologia pone oggi a nostra disposizione (concimi minerali, fitofarmaci, diserbanti, ecc.) significherebbe oggi ridurre del 50% circa la produzione delle principali colture, con consistenti danni non solo quantitativi ma anche qualitativi (es: senza un’adeguata e ben dosata concimazione azotata il tenore proteico della granella di frumento diminuisce e con essa la qualità della pasta). Questi dati dovrebbero indurre a riflettere quanti oggi, in Europa o negli Usa, vedono il futuro della produzione di cibo in tecnologie di tipo pauperistico (il biologico) o addirittura in tecnologie a base magica perché basate sulla valutazione degli influssi astrali (il biodinamico).

Insomma, l’obiettivo della  sicurezza alimentare globale rende più che mai necessario evitare di rifugiarsi in tecnologie che potrebbero tutt’al più nutrire le aree più privilegiate (Stati Uniti, Europa). E’ curioso invece osservare come una strana nostalgia di “ancien regimes” in cui i “buoni cibi di una volta” o gli “antichi saperi” sono l’analogo del reazionario “non hanno pane, che mangino brioches” stia oggi pervadendo gruppi o gruppuscoli che si ammantano di progressismo e di miti di “salvataggio del pianeta”.

Non è oggi pensabile che un’agricoltura in grado di rispondere alle esigenze dell’umanità sia condotta sfruttando gli “antichi saperi” e dunque occorre aver fiducia nella tecnologia come l’arma più potente a nostra disposizione per garantire un futuro di prosperità al genere umano. Ciò comporta la necessità assoluta di non cedere alla nostalgia di un passato alla “Mulino bianco” che non è mai esistito mentre al suo posto vi era miseria garantita per i più, quella miseria che ha spinto negli scorsi decenni una grossa fetta di italiani a migrare dalla campagna alla città.


Un discorso specifico meritano poi le colture destinate alla produzione di  energia. La finalizzazione dell’attività agricola alla produzione di energia dovrebbe essere subordinata ai seguenti vincoli:

1. Non essere concorrenziale rispetto alla produzione di cibo. Ad esempio una quota sempre più consistente del mais della Pianura padana viene oggi destinata alla produzione di biogas; in tali condizioni i produttori zootecnici (dalla cui attività derivano i principali prodotti agro-alimentari italiani da esportazione ad eccezione del vino e cioè Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma e San Daniele) sono sempre più costretti a rivolgersi ai mercati mondiali facendo così salire i prezzi. Un discorso analogo vale per la granella dei cereali che nel mondo ricco viene oggi sempre più spesso usata in luogo del legname per alimentare le stufe.

2. Non influire negativamente sulla fertilità dei suoli (es: la diffusione della “moda” di bruciare paglia di cereali per produrre “energia verde” porterà a raggiungere un grande risultato in termini di produzione di energie rinnovabili ma porterà altresì al decadimento della fertilità dei suoli, che si giova enormemente della sostanza organica che dalle paglie deriva).


La sicurezza alimentare globale passa inoltre attraverso una valutazione razionale del ruolo attuale e futuro del settore zootecnico. Il consumo mondiale di carne è in aumento e nel frattempo va facendosi strada una rivoluzione zootecnica che mira a razionalizzare il settore tramite massicce innovazioni sia a livello di genetica (es: specie e razze con più elevata efficienza nella conversione degli alimenti in carne e latte) che di tecniche di allevamento. Con riferimento a tale importante settore occorre considerare che la conversione degli alimenti effettuata tramite la zootecnia è in genere poco efficiente, occorrendo in media 7 kg di granella di cereali per ottenere un kg di carne bovina mente efficienze maggiori si registrano nel caso dei suini e del pollame. Occorre tuttavia  anche considerare che la zootecnia è in grado di sfruttare non solo le aree marginali non utilizzabili per l’agricoltura intensiva (es: pascoli montani, steppe) ma anche i sottoprodotti del settore agricolo-alimentare che altrimenti non troverebbero alcun impiego. A ciò si aggiunga che la carne ed i prodotti lattiero caseari sono fonte di proteine di alta qualità per l’alimentazione umana.
In tal senso si rivelano fondamentali le azioni di educazione alimentare che mettano in luce i pregi della carne evidenziando altresì i problemi derivanti dal suo eccesso nelle diete.


Inoltre è bene svolgere una riflessione di tipo culturale: se si eccettua l’acqua, il 50% circa del nostro nutrimento è costituito dal carbonio che le piante assumono dall’atmosfera attraverso il processo di fotosintesi. La fotosintesi è la reazione biologica per eccellenza in quanto da essa dipende la vita sul nostro pianeta; inoltre anidride carbonica e acqua sono alla base di tutte le catene alimentari e dell’intero processo produttivo agricolo. Da ciò discende che demonizzare l’anidride carbonica relegandola al ruolo di inquinante è una aberrazione sul piano antropologico perché così demonizziamo il mattone della vita sul nostro pianeta. Pertanto l’aumento di anidride carbonica in atmosfera dovrebbe essere considerato non come una sciagura cosmica ma come una risorsa da utilizzare per incrementare la produzione agricola.

Da ultimo vorremmo segnalare una possibilità per i lettori di condurre una riflessione in chiave etnografica sul ruolo passato, attuale e futuro dell’agricoltura, visitando il Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura di Sant’Angelo Lodigiano. Il museo è attualmente chiuso per interventi manutentivi straordinari al fabbricato che lo ospita, lo splendido castello visconteo si Sant’Angelo Lodigiano. Tuttavia sono in programma una serie di aperture straordinarie con visita guidata, la prima delle quali ha avuto luogo proprio domenica 16 ottobre in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione.

giovedì 15 settembre 2011

 Accesso all’energia, un diritto strumentale di E. Colombo e T. Scandroglio, 15-09-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

“Se gli obiettivi del Millennio fossero stati declinati 10 anni più tardi, molto probabilmente non ne mancherebbe uno sull’accesso all’energia”. Frasi di questo tipo o simili si sentono ormai declamare da parte di funzionari di differenti agenzie o programmi delle Nazioni Unite.

Infatti oggi, a 11 anni dalla dichiarazione sugli obiettivi del Millennio, tanta è l’attenzione mondiale su questo tema che Ban Ki-Moon, Direttore Generale Onu, ha già dichiarato il 2012 Anno internazionale dell’energia sostenibile per tutti.
Due dunque e non a caso, i sottotemi chiave su cui puntare l’attenzione mondiale.
Da una parte il richiamo ad una energia sostenibile che si rivolge principalmente ai paesi del mondo industrializzato e ad alcuni paesi emergenti caratterizzati da economie tendenzialmente stabili e solide, che possono pertanto permettersi la ricerca di alternative concrete e perseguibili rispetto all’attuale economia dell’energia legata alle fonti fossili. E’ bene chiarire che, l’aggettivo sostenibile, nella sua interpretazione più corretta e condivisa, mira a richiedere al sistema energetico dimensioni coerenti sul piano economico, ambientale e sociale e non è sinonimo esclusivo della sola dimensione ambientale.

Dall’altra parte il tema dell’accesso all’energia per fasce sempre più ampie della popolazione che interessa e coinvolge pesantemente i paesi a economia critica (alcuni paesi emergenti caratterizzati da forti disparità interne e i paesi in via di sviluppo) che devono operare per colmare il divario tra fasce ricche e povere della popolazione aumentando la disponibilità energetica sull’intera filiera: dalla produzione alla distribuzione e al trasporto puntando, per lo meno in questa fase, su soluzioni che possano spaziare su tutte le possibili opzioni (incluse alcune tecnologie basate su fonti fossili in grado di assicurare la continuità del servizio).

Perché viene data questa rilevanza mondiale al tema dell’accesso all’energia?
La disponibilità e l’accesso alle cosiddette forme moderne di energia (gas, elettricità) in contrasto con l’uso della biomassa tradizionale, è oggi reputato essenziale per garantire la sanificazione delle acque, i servizi sanitari di base, la conservazione degli alimenti e dei medicinali, un accesso regolare all’informazione e all’educazione ed ha certamente un indotto non marginale sullo sviluppo socio economico locale proprio perché garantisce in modo affidabile servizi quali illuminazione, trasporti, riscaldamento o raffrescamento,  telecomunicazioni.

La correlazione tra povertà e energia è ormai nota: Paesi con percentuali della popolazione che vivono con meno di 2 dollari al giorno hanno i più bassi tassi di elettrificazione e le più alte percentuali di popolazione che ancora si affidano alla biomassa tradizionale per la cottura degli alimenti. Oggi nel mondo non hanno accesso “diretto” all’energia elettrica 1.4 miliardi di persone e 2.7 miliardi usano sistemi di cottura tradizionali e questi numeri, in particolare il secondo, sono destinati a crescere in assenza di opportuni investimenti. Parimenti, secondo le dichiarazioni dell’ONU il primo Obiettivo del Millennio non potrà essere raggiunto senza un aumento significativo dell’accesso all’energia per almeno 400 milioni di persone e un passaggio a sistemi di cottura più moderni per un altro milione di persone.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato inoltre che le morti premature da inquinamento domestico causato delle stufe inefficienti utilizzate per la cottura sia oggi pari a circa 1.45 milioni di persone ed è destinato ad aumentare nel 2030 fino a oltre 4000 morti al giorno divenendo una tra le principali cause di mortalità per i bambini e le donne.

Causa di Morte
2008
2030


In milioni di persone

Inquinamento da biomassa
1.45
1.5
Malaria
0.65
0.25
Tubercolosi
1.05
0.55
HIV
2
1

Questi numeri sorprendono e le stime preoccupano ancora di più quando confrontate (vedi tabella) con le malattie infettive più note e mortali del pianeta destinate a decrescere nel 2030 anche grazie alla presenza di un Obiettivo del Millennio specifico sul tema.
La disponibilità energetica pur non essendo condizione sufficiente è però condizione necessaria per l’uomo nel suo percorso di sviluppo integrale e per le società nel loro corrispettivo sviluppo socio-economico. L’accesso all’energia è dunque un diritto?

Si potrebbe obiettare che l’energia non è un diritto fondamentale. Vero, la sua assenza  parziale o totale non mina la dignità umana direttamente ma è anche vero che in assenza di energia diviene più complesso, molto più complesso, trovare il modo di garantire i diritti fondamentali che sono invece direttamente legati alla dignità umana.

L’accesso all’energia è dunque assimilabile a un diritto strumentale.  Ciò a voler dire che esso è fine intermedio al pieno sviluppo dell’essere umano, alla sua integrale fioritura. È un po’ come l’atto del respirare. Nessuno vive per respirare, ma tutti respirano per vivere. Allo stesso modo accedere alle fonti di energia è indispensabile per condurre una vita dignitosa. Senza energia i diritti fondamentali della persona, quali salute, vita, libertà, educazione, non possono essere tutelati. Insomma l’energia è al servizio di beni maggiormente importanti.
Occorre sottolineare però che l’accesso all’energia e non l’energia in quanto tale è configurabile come diritto soggettivo (seppur strumentale).

Se si volesse predicare un diritto all’energia a rigor di logica lo Stato dovrebbe necessariamente garantire la gratuità del servizio a tutta la popolazione. Invece volendo parlare di diritto all’accesso dobbiamo riferirci  alla equa possibilità di utilizzo. E l’equità si declina non come piatto egualitarismo, bensì come capacità di adeguarsi alle esigenze e alle risorse di ciascuno. L’equità nell’accesso allora significa tener conto dei bisogni ma anche delle disponibilità (ad es. ricchezza) del richiedente.  Quindi le condizioni di partenza possono e devono mutare a seconda della condizione dei beneficiari. Questo per lo Stato si traduce, nel breve periodo, nel garantire condizioni di accesso (produzione adeguata e affidabile, infrastrutture efficienti e distribuite nel paese) secondo le esigenze e possibilità di chi chiede energia, e favorire la diffusione di tariffe differenziate; fortemente agevolate (se non nulle) quando si tratta di garantire l’accesso minimo alla fascia più povera della popolazione per i servizi di base indispensabili per una vita dignitosa della popolazione; sufficientemente eque e adeguate al servizio per il resto della popolazione. E con politiche di più lungo respiro dovrebbe infine cercare di prevedere un sistema che consenta alle famiglie di poter sostenere nel tempo i costi della connessione affidandosi anche a modelli economici innovativi: ne possono essere un esempio le imprese sociali per la gestione delle micro reti, così come le soluzioni di microcredito che consentano lo svolgimento di attività artigianali locali con cui sostenere i proprio costi energetici.

lunedì 11 luglio 2011

ENERGIA/ Il calore disperso diventa una risorsa: grazie ai nanofili, di (Michele Orioli) – Redazione – lunedì 11 luglio 2011, ilsussidiario.net

Agli albori dell’era dell’elettricità, nel 1821, vent’anni dopo la celebre dimostrazione davanti a Napoleone della pila di Volta, il fisico estone Thomas J. Seebeck scoprì un fenomeno termoelettrico per cui, in un circuito costituito da coppie di conduttori metallici o semiconduttori, una differenza di temperatura può generare elettricità. Il principio è comunemente noto come “effetto Seebeck” ed è alla base della realizzazione delle termocoppie. Potrebbe anche essere utilizzato per la costruzione di convertitori termoelettrici: finora però è stato scarsamente sfruttato dall’industria energetica con tale finalità, principalmente perché il rendimento dei convertitori è di norma modesto a fronte di costi di produzione troppo elevati.
Ora sembra esserci una novità.
I nanotecnologi del dipartimento di Scienza dei Materiali dell’Università di Milano-Bicocca hanno infatti sviluppato un know-how in base al quale hanno potuto brevettare una serie di invenzioni che consentono la produzione su scala industriale di generatori ad alta efficienza che impiegano materiali di larga reperibilità (silicio policristallino). È noto da tempo che i nanofili di silicio garantiscono una resa maggiore in termini di produzione energetica e una più ampia possibilità di impiego dei convertitori rispetto a quanto attualmente accade con i dispositivi basati su tellururi di piombo o bismuto.
Gli scienziati milanesi hanno così ideato un processo relativamente semplice e di industrializzazione poco costosa, in grado di realizzare pile di nanofili di silicio con le attuali tecnologie microelettroniche e altre nanostrutture ancora più semplici e meno costose. Hanno in tal modo risolto il problema dei costi di realizzazione delle nanostrutture, che spesso ha limitato le prospettive aperte dalle nanotecnologie e da un loro effettivo sfruttamento.
Ecco allora i convertitori termoelettrici di nuova generazione a effetto Seebeck basati su silicio nanostrutturato; per svilupparli sulla base di una metodologia industriale adeguata, l’Università di Milano-Bicocca e la ERG hanno costituito il Consorzio Delta Ti Research. Il Consorzio, interamente finanziato da ERG, coinvolge ad oggi, oltre all’Università di Milano-Bicocca che coordina gli aspetti scientifici del progetto, l’Istituto dei Materiali per la Microelettronica (IMM) del Cnr di Bologna e le Università di Modena e di Verona.
Il valore aggiunto della nuova tecnologia che il Consorzio sta mettendo a punto, consiste nella struttura dei nuovi generatori a effetto Seebeck. L’architettura dei dispositivi di conversione si fonda sulla loro specifica predisposizione alla costituzione di robuste ed efficienti architetture plurimodulari che consentono di realizzare convertitori per tensioni e potenze elevate. Inoltre, le modalità di realizzazione ne dovrebbero permettere il passaggio su scala industriale in tempi relativamente brevi.
I generatori Seebeck possono essere molto versatili. Grazie alle caratteristiche di compattezza, efficienza e capacità di produrre energia in maniera costante e in assenza di fonti di approvvigionamento consistenti, il loro impiego è stato fin qui principalmente rivolto a contesti nei quali altre fonti energetiche risultano sostanzialmente indisponibili. Essi si prestano infatti molto bene ad equipaggiare le sonde per l’esplorazione dello spazio profondo che non possono utilizzare i pannelli solari. Gli impieghi terrestri sono invece stati sempre rivolti a scenari in cui piccole potenze elettriche disponibili localmente hanno un elevato valore d’uso, come ad esempio nella velica off-shore o in ambiti rurali.
Rendimenti più elevati e costi di produzione più ridotti potranno comunque modificare in modo rilevante le loro  modalità d’uso. La disponibilità di dispositivi basati su silicio policristallino  nano strutturato costruiti con le stesse tecniche impiegate per produrre i comuni microchip, autorizza a immaginare qualcosa di equivalente a una nuova fonte energetica rinnovabile e distribuita, il calore disperso a bassa temperatura, la cui disponibilità a livello mondiale può essere stimata nell’ordine di 15.000 gigawatt.
I settori potenzialmente oggetto della nuova tecnologia saranno quindi il recupero energetico da fonti a bassa-media temperatura, quali reflui di calore industriale e automotive, e lo sfruttamento diretto del calore solare. Inoltre, tali dispositivi ben si prestano anche alla produzione di freddo senza parti in movimento, con applicazioni che vanno dalla refrigerazione industriale a quella civile, dalla sensoristica al controllo termico della strumentazione elettronica.
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