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giovedì 12 giugno 2014

Così la Corte costituzionale tratta il figlio come oggetto di Alfredo Mantovano, 12-06-2014, http://www.lanuovabq.it/

Nella sentenza della Corte costituzionale sulla fecondazione eterologa – la n. 162 del 9 aprile, depositata due giorni fa – ci sono delle affermazioni di principio, delle enunciazioni di limiti e delle indicazioni di prospettiva.

Corte CostituzionaleRiservandomi di tornare sui limiti del ricorso all’eterologa ricavabili dalla pronuncia della Consulta e su che ciò che potrà accadere in applicazione di essa, mi soffermo oggi sulle dichiarazioni di principio. Una prima lettura ne fa individuare tre, che ricavo da altrettanti passaggi della sentenza:

 a. la scelta di una coppia sterile o infertile di utilizzare la tecnica di Pma-procreazione medicalmente assistita eterologa coincide, secondo la Consulta, con la scelta “di diventare genitori e di formare una famiglia che abbia anche dei figli”. Ebbene, tale scelta è qualificata “espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi”: una “libertà” costituzionalmente fondata (si richiamano in proposito gli articoli 2, 3 e 31 Cost.), “concernendo la sfera più intima e intangibile della persona umana”. E se è vero che “la Costituzione non pone una nozione di famiglia inscindibilmente correlata alla presenza di figli”, la “formazione di una famiglia caratterizzata dalla presenza di figli, anche indipendentemente dal dato genetico è favorevolmente considerata dall’ordinamento giuridico (…) come dimostra la regolamentazione dell’istituto dell’adozione”;

 b. la Corte chiama in causa anche il diritto costituzionale alla salute, non escludendosi che “l’impossibilità di formare una famiglia con figli insieme al proprio partner, mediante ricorso alla PMA di tipo eterologo, possa incidere negativamente, in misura rilevante, sulla salute della coppia”. Il termine “salute” va quindi inteso come “comprensivo anche della salute psichica, oltre che fisica”; 

 c. non rappresenta un ostacolo il “diritto alla identità genetica”, poiché esso si pone in modo similare nei casi di adozione o per la “madre che alla nascita ha dichiarato di non voler essere nominata”.

Sono affermazioni non nuove nella giurisprudenza della Consulta. Le prime due richiamano alla memoria le sentenze costituzionali che, dopo l’entrata in vigore della legge sull’aborto, respinsero tutte le ordinanze di illegittimità sollevate dai giudici di merito, soprattutto negli anni immediatamente seguenti all’approvazione della 194/1978. In quelle decisioni l’argomento maggiormente utilizzato è stata la prevalenza del diritto alla salute della donna: in esse “salute” significa non già assenza di patologie, più o meno gravi, bensì pieno benessere fisico e psichico. 

E poiché la legge 194 ha un impianto ipocritamente terapeutico – le varie indicazioni all’aborto rilevano in quanto hanno una ricaduta sulla “salute” della gestante – l’estensione del concetto di “salute” e il contestuale richiamo alla tutela di essa di cui all’art. 32 Cost., hanno reso l’aborto “costituzionale”. Il di più della sentenza n. 162 è il riconoscimento di fondamento costituzionale alla “libertà di autodeterminarsi” in ordine alla formazione di una famiglia con figli; l’identità di logica con la disciplina dell’aborto è evidente pure qui: se la “libertà di autodeterminarsi”, unito alla nozione lata di “salute”, ha un peso tale da avere la meglio sulla vita di un figlio che già esiste e che ha il solo limite di essere troppo giovane, è ovvio che incida parallelamente sulla possibilità di avere un figlio con gameti estranei alla coppia. Il dato comune è che il figlio è un oggetto: un oggetto da rimuovere, benché essere umano a tutti gli effetti, se ha avuto la cattiva idea di essere concepito in contrasto con un’autodeterminazione che andava nella direzione opposta; un oggetto da ottenere perfino col patrimonio genetico – e quindi con l’identità – di altri, se l’autodeterminazione si volge al suo conseguimento. 

Così, in linea con la giurisprudenza costituzionale in tema di aborto, i diritti e le libertà sono riconosciuti a tutti fuorché al più debole, e cioè al concepito e/o a colui che verrà al mondo al termine di una Pma eterologa. Come non ha alcun rilievo il diritto alla vita del concepito, e ancor meno quello alla salute, allo stesso modo per il nato da eterologa il diritto alla salute è già programmato con qualche limite rispetto ai nati per via naturale o da Pma omologa: come si fa una anamnesi completa se sono ignoti i precedenti sanitari del padre o della madre biologici? E una anamnesi incompleta non significa minori opportunità terapeutiche, e quindi lesione, al tempo stesso, della salute e della eguaglianza? 

Il richiamo, che la Corte fa, all’adozione o alla madre che non intende essere nominata, si commenta da sé: adozione e non riconoscimento della madre sono situazioni incomparabili con l’anonimato del donatore di gameti, che è punto fermo della disciplina della tecnica eterologa. Nell’adozione e nella madre che lascia il bambino comunque la vita umana c’è e i dati su chi l’ha voluta sono disponibili, se pure custoditi in modo riservato: la presa in carico di quella vita da parte di una famiglia, ovvero il non aver impedito che venisse al mondo, è qualcosa che supera difficoltà e ostacoli. Il ricorso all’eterologa avviene invece perché la vita umana non c’è: l’anonimato del donatore è in quasi tutte le legislazioni condizione essenziale per l’operatività della tecnica; ciò significa mettere in conto la non disponibilità dei dati essenziali sul figlio.          

Rinviando – come si diceva all’inizio – a una prossima puntata la ricognizione dei limiti che comunque la Consulta pone al ricorso all’eterologa, e quindi la possibile risposta al quesito “e adesso che succede?”, c’è qualcosa che va osservato subito. La Corte costituzionale non è una entità esterna rispetto alle istituzioni e all’ordinamento: per come viene costituita e rinnovata, è anzi espressione delle istituzioni – il Parlamento, le Magistrature, il Capo dello Stato – e riflette gli orientamenti culturali prevalenti nell’ordinamento. Non è un caso se da decenni il Giudice delle leggi ha consolidato una giurisprudenza ostile a una corretta antropologia, affermando diritti e libertà che prevalgono sul diritto alla vita e sull’integrità della famiglia; ciò dipende anzitutto dal fatto che in larga parte delle università e dei luoghi di ricerca si sono affermate da tempo posizioni che vanno esattamente nella stessa direzione. Dipende pure, se pure con minore incidenza, dal fatto che, perfino quando il Parlamento aveva maggioranze che hanno permesso di approvare la legge 40 o – per ricordare un’altra legge demolita su impulso della Consulta – la Fini-Giovanardi, non si è però curato di esprimere giudici costituzionali culturalmente pro life o pro family.

Si può continuare a recriminare sulle sentenze della Corte: e ve ne è copiosa ragione. Ma, poiché le lamentazioni non costruiscono nulla, si può intensificare e approfondire un lavoro culturale che affronti in modo diretto e coraggioso le motivazioni della Corte, le contesti con argomenti saldi, e provi a costruire orientamenti alternativi, fondati sulla natura dell’uomo. Un lavoro lungo, per il quale è impossibile fissare date di raccolta dei risultati. Un lavoro però che, se non avviato, non deve far sorprendere di fronte a decisioni come quella sull’eterologa. Senza dire che ragioni salde, fondate su una logica coerente, sono la premessa più adeguata perché alla fine si trovi qualche giudice costituzionale che non riduca il bambino a un oggetto.

lunedì 4 marzo 2013


Il conformismo omosessuale e il pericolo per chi si oppone -  2 marzo, 2013 - http://www.uccronline.it

Gay Pride

Lo storico Ernesto Galli della Loggia, editorialista de Il Corriere della Sera, con il suo articolo del 30 dicembre 2012 non ha voluto soltanto esporre la sua importante visione contro il matrimonio e le adozioni per persone dello stesso sesso, ma ha imbracciato anche una giusta battaglia contro il conformismo gay degli intellettuali e la violenza a cui la maggioranza omosessualista sottopone costantemente la minoranza critica.

Lo ha spiegato bene con un suo secondo articolo del 23 gennaio 2013, replicando alle varie reazioni che ha suscitato il suo intervento da laico, una di queste -scritta da una deputata del PD, Cristiana Alicata – lo ha definito addirittura «intellettuale proto-nazista», confermando appunto l’intolleranza omosessulista.

Galli della Loggia ha spiegato che il conformismo omosessuale è evidente in quanto «nell’intero Occidente, l’opinione ultramaggioritaria degli intellettuali, in linea di principio, dalla parte delle rivendicazioni dei movimenti omosessuali». Questo perché? Non certo per avere ragioni adeguate dalla loro parte ma, spiega l’ordinario di Storia contemporanea Galli della Loggia, «per una ragione ovvia, e cioè che gli intellettuali occidentali, da quando esistono, amano atteggiarsi a difensori elettivi di ogni minoranza la quale si presenti come debole, oppressa, o addirittura perseguitata: al modo, per l’appunto, in cui di certo è stata storicamente, specie nei Paesi protestanti, la minoranza omosessuale». E chi la pensa diversamente, «esita tuttavia a dirlo chiaramente. Per la semplice ragione che non ama sottoporsi al giudizio negativo che una tale affermazione gli attirerebbe immediatamente da parte dei suoi simili. Perlopiù, infatti, gli intellettuali non temono affatto il giudizio della gente comune (che anzi assai spesso si compiacciono di contrastare); temono molto, invece, quello del loro ambiente, degli altri intellettuali». Infine ha spiegato come sostenere l’agenda LGBT porti anche un florido business economico, al contrario -ha spiegato- «ad alcun presidente della Apple o più modestamente della Fiat sia mai venuto in mente di presenziare al Family Day. Chissà perché».

A questo secondo articolo, oltre ad un articolo infantile e delirante comparso su Il Fatto Quotidiano -ma chi si aspetta più qualcosa di serio da loro?-, ha replicato l’omosessuale Ivan  Scalfarotto, vicepresidente del PD . Peccato che Scalfarotto abbia ovviamente stravolto e rigirato l’articolo di Galli della Loggia mostrando il solito noioso aspetto vittimista dell’omosessuale discriminato, e infatti l’editorialista de Il Corriere ha definito «semplicemente disgustoso (oltre che inefficace e stucchevole) questo modo di vista di sostenere il proprio punto di vista e le ragioni degli omosessuali, il quale lungi dal fondarsi su argomenti concreti e dati di fatto, mira esclusivamente a colpevolizzare l’interlocutore facendogli dire cose che non si è mai sognato di dire e presentandolo come un cripto-nazista».

Completamente condivisibile la chiusa di Galli della Loggia: si vuole dare «a credere, insomma, che se si è contro l’adozione da parte delle coppie gay allora si è necessariamente a favore del loro linciaggio. Tutto ciò lascia la sgradevole impressione che al fine di ottenere con successo, le legittime, sacrosante campagne del movimento gay, più che di convincere il pubblico cerchino solo di chiudere la bocca a chi la pensa diversamente».  Lo sanno benissimo, purtroppo, Melanie Phillips, il sindaco di Madrid Alberto Gallardon, gli abitanti del Nord Carolina, il senatore Ruben Diaz Sr, il padre di famiglia Adrian Smith, l’imprenditore Dan Cathy e tanti altri che hanno messo a repentaglio la loro incolumità fisica per aver espresso un’opinione contraria al mainstream omosessuale.

L’editorialista di “Spiked online”, Brendan O’Neill, lo ha evidenziato perfettamente su “The Telegraph”: «il matrimonio gay è diventato uno strumento attraverso il quale i settori benpensanti della società esprimono la loro superiorità morale su coloro che ritengono vittime del lavaggio del cervello, provinciali disadattati e frequentatori di chiese. Il matrimonio gay è diventato una sorta di arma per dimostrare chi è meglio, chi è evoluto. Sostenere il matrimonio gay è diventata una sorta di guerra culturale, un modo di distinguersi dalla folla ignorante. Essere contro il matrimonio gay può ora essere visto quasi come un atto di ribellione politica, contro una élite lontana che teme e detesta chi non è come lei».

mercoledì 12 dicembre 2012

L'establishment mondiale vuole la droga libera
di Danilo Quinto - http://www.lanuovabq.it12-12-2012
breaking the taboo
Droga libera e legalizzata. Lo chiedono tutti, in America e non solo. Star di Hollywood come Kate Winslet, Morgan Freeman, Dizzee Rascal, Richard Branson e Sam Branson - protagonisti di un documentario intitolatoBreaking the Taboo, che ha debuttato su You Tube il 7 dicembre - ex Presidenti degli Stati Uniti come Jimmy Carter e Bill Clinton.
Si aggiungono a coloro che un anno fa apposero la loro firma al rapporto del “Global Commission on Drug Policy”, redatto a cura delle Nazioni Unite, che diceva: “La Guerra alle droghe ha fallito, con conseguenze devastanti per gli individui e le società del mondo. Cinquant'anni dopo la Convenzione sulle droghe, promossa dalle Nazioni Unite e quarant'anni dopo il lancio, da parte del Presidente degli Stati Uniti Nixon della guerra alla droga, sono necessarie ed urgenti fondamentali riforme nei Paesi e a livello globale in termini di controllo di polizia sulle droghe”. Tra gli altri: scrittori famosi (Carlos Fuentes e il Premio Nobel Mario Vargas Llosa); ex Capi di Stato (César Gaviria, Colombia, Ernesto Zedillo, Messico, Fernando Henrique Cardoso, Brasile, Ruth Dreifuss, Svizzera); l'ex Primo Ministro della Grecia, George Papandreou; l'ex Segretario di Stato Usa, George P. Shultz; l'ex Commissario dell'Unione Europea, Javier Solana; Paul Volcker, ex presidente della United States Federal Reserve; John Whitehead, banchiere e presidente della World Trade Center Memorial Foundation; Kofi Annan, già Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Questo cambiamento di rotta dell'establishment mondiale sta incidendo sulle opinioni pubbliche e sui Governi, specie quelli dell'America meridionale e centrale, in particolare il Messico, e la strategia antiproibizionista - che ha sostenitori e finanziatori importanti, come George Soros, fin dal 1996 uno dei primi sponsor per la legalizzazione della marijuana a scopo terapeutico - punta, per iniziare, sulle droghe cosiddette leggere ed ha preso nuovo vigore dall'esito dei referendum in Colorado e a Washington. Si sono svolti in contemporanea alle elezioni presidenziali e hanno visto trionfare i promotori dell'”emendamento 64”: la maggioranza dei voti si è espressa a favore della legalizzazione della cannabis per usi ricreativi. Risultato? Tra un anno, quando la Corte Suprema completerà l'iter previsto, il consumatore di marijuana ne potrà acquistare fino a 28,5 grammi, contro i 5 grammi che si possono acquistare in Olanda. Alla malavita organizzata si sostituiranno lo Stato federale e il governo locale come percettori delle tasse prodotte dalla vendita: si stima che gli introiti saranno tra i 5 e i 22 milioni di dollari l'anno, solo in Colorado. Si arriverebbe al mezzo miliardo di dollari se la decisione si estendesse a tutti gli altri Stati. In tempi di crisi economica, non sarebbe denaro da buttare.

Resta il fatto che da uno studio del NIDA (National Institute on Drug Abuse), durato trent'anni, si rileva che l'uso di cannabis è in grado nel tempo di ridurre il quoziente intellettivo, la memorizzazione, l'attenzione, la motivazione e il coordinamento psicomotorio. “Come ricercatrice - ha affermato di recente Nora Volkow, direttore del NIDA - ritengo che favorire il consumo di marijuana negli adolescenti crei un notevole danno alla maturazione cerebrale”. Gli antiproibizionisti dovrebbero tentare di rispondere alle argomentazioni scientifiche, come quelle sostenute da Giovanni Serpelloni, capo del Dipartimento Politiche Antidroga del Governo italiano: “l'uso di droga (cocaina e cannabis) influisce direttamente sulla corteccia prefrontale, allontanando la capacità decisionale dell'individuo, anche rispetto alla stessa assunzione di droghe. La legalizzazione può aprire le porte alla diffusione dell'uso e dei danni neurocognitivi conseguenti”.

Un altro dato: l'ultima Relazione sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, certifica che nel nostro Paese, dove vige la legge “Fini-Giovanardi”, il consumo di stupefacenti è in diminuzione: - 0,09% per l'eroina; - 0,14% per la cocaina; - 0,11% per gli stimolanti; 0,05% per gli allucinogeni; - 1,18% per la cannabis. Questi dati dimostrano che una legge proibizionista non fa aumentare il consumo di droghe. Anzi, lo fa diminuire. La posizione ideologica degli antiproibizionisti naturalmente non tiene conto di questi dati e conduce una battaglia per la quale dovrebbe essere lo Stato stesso - come avviene con il tabacco e con l'alcool - a vendere, lucrando, sostanze che nuocciono gravemente alla salute e in molti casi provocano la morte. Si inizierebbe con la cannabis, per poi passare a sostanze che sono attualmente sul mercato, come dimostra il Report 2012 dell'Osservatorio Europeo sulle Droghe e le Tossicodipendenze: gli stimolanti, ad esempio la metamfetamina o i catinoni, una droga sintetica che si sta diffondendo rapidamente e che può provocare sensazioni di aumento dei livelli di energia, euforia, desiderio di socializzare, agitazione, sensazione di distacco, vista sfocata, midriasi, bruxismo, aumento della frequenza cardiaca e degli impulsi sessuali, ansia, paranoia, agitazione, stati psicotici, ipertermia, tachiacardia o aritmie, convulsioni e a lungo andare impotenza.

È questa la società che vogliamo? Una società impotente? Disperata, nella sua ricerca di felicità artificiale? Si dice, lo dicono i guru alla Vasco Rossi, che chi è contro la legalizzazione delle droghe, “delira”. Si tratta di stabilire, invece, se abbia o meno ragione chi sostiene che tollerare l'uso delle droghe e legalizzarle equivalga a diminuire un fattore preventivo di grande importanza: la disapprovazione sociale, che incide nel ridurre l'uso tra gli adolescenti. Siamo pienamente nel campo del relativismo, che inquina il discernimento tra bene e male e contribuisce ad essere tiepidi ed accondiscendenti di fronte a coloro che urlano posizioni demagogiche e anti-umane, con la pretesa di convincere tutti della loro ragionevolezza.

mercoledì 28 novembre 2012


Cultura e ragione in difesa dell’umano 

2012-11-27 - L’Osservatore Romano

  L’autonomia da ogni istituzione e la libertà di discutere e di pensare sono considerate dai comitati etici europei le condizioni fondamentali per portare a termine il lavoro di riflessione e approfondimento dei temi bioetici. È questo il tratto comune più evidente fra gli organismi europei che si sono confrontati a Roma il 23 novembre, nel corso di un convegno organizzato dal Comitato Nazionale di Bioetica italiano.
 Pur nelle loro diversità – chiaramente legate alla storia dei diversi paesi, come il fatto che la Francia è stata la prima a costituire, nel 1983, il comitato etico nazionale, mentre in Gran Bretagna ancora oggi ci sono più enti, dipendenti da fondazioni private – i rappresentanti tedesco, francese e britannico hanno esposto tipologie di organizzazione molto simili, e anche metodologie di lavoro parallele, che prevedono la creazione di gruppi di studio sui singoli temi e riunioni plenarie per la redazione dei testi finali, nonché la libertà nella scelta degli argomenti da affrontare. Argomenti che possono, talvolta, essere suggeriti da quesiti proposti dai Governi o anche, come nel caso francese, da cittadini, ma che sono sempre attinenti al grande tema sotteso all’applicazione di nuove tecnologie e di nuovi diritti, cioè l’immagine dell’essere umano, la concezione dell’umano che la nostra civiltà, posta di fronte a incredibili progressi scientifici, vuole difendere o accettare.
 Ogni comitato considera compito fondamentale coinvolgere la società civile, rendendo pubblici i risultati del lavoro svolto ma anche – ed è il caso tedesco – coinvolgendo il pubblico, che può arrivare a quattrocento persone, in alcune sedute su temi particolarmente caldi, come la morte cerebrale o il divieto di incesto. Il rapporto con i cittadini è centrale, perché è per loro che i comitati hanno il compito di approfondire tematiche in apparenza semplici, facendone capire la complessità e anticipando esiti che sono ancora in fieri ma che potranno pesare nel futuro. Più che esprimere pareri e dare consigli, quindi, i comitati si propongono come organi pensanti, che ascoltano tutte le voci, per diventare coscienza della collettività davanti a cambiamenti epocali dell’umano.
 Questi organismi sono sempre costituiti da gruppi interdisciplinari, da persone di diverse appartenenze religiose e filosofiche, che elaborano una cultura nuova al di fuori delle istituzioni tradizionali come le università. E sono fornite di comitati di bioetica anche l’Unione europea e l’Unesco: organismi con fini prevalentemente didattici, che non si occupano solamente della bioetica dei ricchi, quella delle ultime scoperte tecnologiche, ma anche di quella dei poveri, e cioè per esempio del rapporto con la medicina tradizionale e del commercio degli organi per i trapianti da vivente.
 A Roma vi è stato un confronto molto interessante, che ha fatto capire come la modernità tecnologica venga affrontata nei Paesi europei attraverso un lavoro culturale continuo e ben organizzato, che sa coinvolgere la più larga opinione pubblica. I comitati di bioetica oggi vengono infatti ritenuti da gran parte dell’opinione pubblica un punto di riferimento morale indiscusso, che svolge un ruolo di primaria importanza in quella che giustamente gli stessi rappresentanti di questi organismi hanno definito come la questione dell’essere umano.
 Che cosa fa la Chiesa davanti a tutto questo lavoro culturale e pedagogico, che in massima parte prescinde dal suo insegnamento, anche se qualche cattolico fa parte di questi comitati? Cosa fa per non restare esclusa, per far conoscere le sue riflessioni, il suo pensiero? I principi non negoziabili devono, per ogni singolo caso, essere declinati, spiegati, sostenuti. Difesi, cioè, con le armi della cultura e della ragione.
 Per riuscire a essere presente e autorevole in questo contesto, sarebbe utile che la Chiesa stessa favorisse luoghi di approfondimenti interdisciplinari, grazie all’aiuto soprattutto di laici cattolici, per discutere, approfondire, anticipare i problemi, e soprattutto comunicare all’esterno i suoi risultati. Sarebbe insomma utile creare un punto di riferimento bioetico che si mantenesse al passo con i problemi che si presentano, ma in grado anche di intuire le questioni che stanno per aprirsi, per anticipare le conseguenze di alcune scelte e per chiarire l’applicazione della morale cattolica in ogni singolo caso. La posta in gioco, infatti, è di primaria importanza: proprio come hanno detto i rappresentanti dei comitati al convegno di Roma, qui si tratta dell’essere umano, della sua identità e della sua difesa. Vale la pena giocare la partita fino in fondo, partecipando allo stesso dibattito.
Lucetta Scaraffia

martedì 18 settembre 2012


DIBATTITO/ Fanno più "danni" le banche o il pensiero debole? - Pietro Barcellona - martedì 18 settembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net/


Leggendo i giornali e seguendo programmi di informazione politica sembra ormai pacifico che le prossime elezioni saranno - non solo in Italia - all’insegna della scelta drammatica tra difesa e rilancio dell’Europa o catastrofe nazional-populista. La proposta diffusa di un Monti bis è infatti, come Scalfari ha precisato, legata alla continuità della linea del governo Monti in tema di politica di bilancio e di lotta al debito pubblico.
Dico subito che ho aderito al movimento federalista europeo di Altiero Spinelli perché sono convinto che anche oggi solo un orizzonte europeo può dare ancora un senso al ruolo dell’Occidente nel sistema globale. Resto tuttavia assai perplesso dalle modalità e dai contenuti con cui si sta sviluppando la discussione sull’Europa nel nostro Paese e negli altri stati europei. Ho sempre fisso il ricordo al drammatico libro di Maria Zambrano quando molti decenni fa, poco dopo la seconda guerra mondiale, prefigurava una lenta agonia dell’Europa qualora si fosse arrestato tutto alla sfera economica e al mercato.
Perché un giovane italiano o spagnolo o tedesco dovrebbe oggi sentirsi motivato a lottare per l’unità dell’Europa se poi essa si presenta nella vita di tutti i giorni come andamento delle borse, sali e scendi dello spread, diffidenze dei governi e sostanziale immobilismo sui problemi più drammatici dell’occupazione e della tutela dei più deboli? È paradossale, ma oggi si difende un’Europa rappresentata da istituzioni neppure democratiche senza fare alcun vero appello alle profonde ragioni spirituali e culturali che possono spingere ciascuno di noi a sentirsi europeo pur senza contraddire la propria identità nazionale. Quella che si presenta agli occhi di tutti è un’Europa frigida, fatta solo di commissioni e di banche centrali senza alcuna cultura che animi davvero uno spirito europeo, capace di ridare identità ideale anche a chi oggi è costretto a fare l’esperienza della povertà e dei sacrifici.
Come tutti i giovani europei dopo la guerra, ho viaggiato in lungo e in largo e ricordo bene il clima di affettuoso cameratismo che si respirava negli alberghi della gioventù. Specialmente per chi seguiva la traiettoria dei paesi nordici - come capitava spesso in quel periodo - era davvero un momento di grande educazione spirituale incontrare lungo le rive del Reno giovani provenienti da tutte le parti d’Europa che cercavano di ragionare insieme sulle tragedie della guerra ancora recente e sulle tracce mostruose che i bombardamenti avevano lasciato sulle grandi città tedesche. Ricordo tuttora la visita di una Colonia ancora semidistrutta e del bellissimo duomo svuotato e come, di fronte a quelle macerie, i giovani di tutta Europa provavano a creare un linguaggio comune di pace e collaborazione.
Tra gli anni 60 e 70 i viaggi non erano organizzati dalle scuole e dalle università: i ragazzi viaggiavano autorganizzandosi con appuntamenti simbolici nei luoghi più significativi della scuola europea. I tentativi di comunicare si risolvevano spesso nel canto di canzoni popolari comuni a tutte le tradizioni. Persino Lili Marleen era diventata quasi una sigla degli incontri che spontaneamente avvenivano nei saloni degli alberghi della gioventù. Può sembrare paradossale ma dopo la guerra mondiale l’Europa come realtà spirituale e come incontro di culture e popoli diversi era una realtà pratica che dava vita ad un’enorme circolazione di gioventù con una grandissima voglia di incontrare e capire le ragioni degli altri.
Oggi non ho la stessa sensazione che i giovani italiani o spagnoli si sentano europei come negli anni 70, sebbene i loro spostamenti siano facilitati dai programmi universitari e dallo scambio fra le famiglie. I giovani che oggi vanno a Londra sono motivati essenzialmente dalla necessità di apprendere la lingua dominante e dall’acquisire un qualche titolo di studio che possa arricchire le loro competenze tecniche nella prospettiva di ritrovare un lavoro più qualificato in Italia. Al contrario, la vita giovanile dei movimenti dei partiti di massa, sia pure spesso motivati da un internazionalismo ideologico, favorivano un tempo grandi raduni di giovani pieni di speranze nel futuro che consideravano le frontiere doganali il residuato di una vecchia cultura autarchica. Certo, io ricordo il raduno dei giovani comunisti e l’entusiasmo che contagiava tutti nel cantare gli inni della rivoluzione, ma questi raduni giovanili erano comuni a tutte le diverse appartenenze politiche e religiose e davano la misura di una integrazione spirituale di cui oggi non ci sono più tracce.
Oggi la maggioranza dei popoli europei è afflitta da depressione e diffidenza verso ogni straniero e soltanto la ricchezza diventa il parametro del riconoscimento sociale di chiunque si trovi a circolare per l’Europa. Gli alberghi di lusso sono quasi tutti asetticamente americani; gli incontri hanno caratteri formali e accademici; nessun partito europeo e neppure i sindacati sono riusciti ad europeizzarsi. In passato c’è stato solo un momento − quando si è discusso della cosiddetta costituzione europea − in cui è stato posto al centro il problema delle radici culturali comuni, e ricordo bene che allora il riferimento alle radici cristiane fu rifiutato dai rappresentanti dei vari Paesi poiché ritenuto una contraddizione insostenibile per un’Europa che si voleva laica e illuminista. Da quel momento in poi non si è fatto alcun tentativo di costruire le condizioni comuni per una vera cultura europea che non fosse fondata soltanto sulle convenienze economiche.
L’Europa si è rattrappita, come ha scritto Massimo Franco sul Corriere della Sera, e non si riesce persino più a rintracciare una politica della sicurezza militare comune a tutti gli stati dell’Unione. Il Mediterraneo è scomparso dall’orizzonte politico e il rapporto fra l’Europa e la cosiddetta primavera araba è solo la prova di un persistere di egoismi nazionali e di pretese di dominio economico. La vicenda libica è stata il teatro di una ignobile competizione fra i diversi Stati europei che aspiravano al controllo del petrolio libico. Agli occhi della maggior parte degli europei l’Europa della troika e della commissione, nonostante gli sforzi di Mario Draghi, appare come un’istituzione lontana e priva di legittimazione che in virtù di poteri non dichiarati pubblicamente decide sulla vita degli Stati costretti a chiedere aiuto per non fallire.
Nei luoghi di studio e nelle università si è perso completamente il contatto profondo con le diverse componenti della cultura europea. La Francia di cui si parla nei nostri convegni e nei nostri incontri culturali è quella di Marc Augé, per citare solo un nome, in cui si descrive la decomposizione di ogni luogo sacro. La Germania è quella di Sloterdijk che rappresenta con le sfere di cristallo la complessità del mondo. Quel che viene dalle altre aree dell’Europa è, nella migliore delle ipotesi, la sociologia di Bauman o di Zizek. Nessuno dei festival culturali e filosofici, proposti in Italia o in Europa, affronta in modo compatto e approfondito uno dei filoni della cultura europea: il grande pensiero laico sviluppatosi in Francia lungo la storia di questi secoli; lo spirito religioso e anche il doloroso disincanto della tradizione tedesca; il coraggio della resistenza e della difesa dei propri caratteri popolari da parte dei cosiddetti Paesi dell’est.
Senza le radici cristiane, senza l’illuminismo francese, senza la grande cultura tedesca e senza la musica che è stata prodotta meravigliosamente dagli uomini più inquieti del centro Europa non c’è alcuna ragione per sentirsi europei. Reichlin e Scalfari sbagliano cercando di fondare la necessità dell’Europa sulla indubbia razionalità dell’integrazione economica, perché non colgono la necessità non soltanto della componente politica, ma dello spirito europeo come riscoperta di una comune tradizione che ci ha reso e ci rende diversi dal resto dell’occidente.
L’Europa si costruisce più negli agriturismi dove gli stranieri si incontrano con il nostro stile di vita e riescono a capirne i mostruosi difetti ma anche gli innumerevoli pregi; si costruisce sempre più nello scambio degli studenti fra università europee senza ostacoli burocratici e restrizioni incomprensibili. Frequentare per un anno una scuola non italiana è un piccolo mattone della costruzione europea. Se vogliamo mettere realmente l’Europa al centro del dibattito elettorale non dobbiamo soltanto limitarci a discutere delle restrizioni economiche, imposte a chiunque chieda l’aiuto europeo, ma dobbiamo creare le condizioni perché si formino aggregazioni politiche davvero europee; sindacati che superino la ristrettezza dei confini aziendali e sviluppino una politica comune del lavoro e dell’occupazione; rapporti interculturali e interreligiosi che rimettano al centro dell’esperienza comune anche la dimensione del sacro e del trascendente. La laicità deve consistere essenzialmente nell’apertura e nell’assenza di pregiudizi verso chi è portatore di altre esperienze e non già nell’imposizione tecnologica di un sapere asettico, privo di alcuno sfondo umano come orizzonte condiviso.
In tutte le epoche storiche in cui l’Europa, nonostante le guerre civili e le lacerazioni fra gli Stati, ha rappresentato un punto di riferimento per l’intero occidente, lo spirito europeo si è incarnato in grandi movimenti culturali come il Rinascimento italiano, l’Illuminismo francese e il romanticismo tedesco. L’Europa è stata la patria della storia e della memoria del pianeta e solo questa storia, per certi aspetti terribile, di guerre civili e di violenze inaudite ha realizzato alla fine il più originale meticciato del pianeta dove diverse tradizioni e diverse storie hanno creato un’esperienza di apertura e di accoglienza che nessun’altra civiltà ha conosciuto. La straordinaria capacità di integrare la singolarità di ogni vicenda e l’universalità della prospettiva umanistica è il cuore della tradizione europea che può motivare un nuovo slancio vitale verso il futuro.
Chi si candida a governare dopo Monti, se vuole tematizzare la centralità dell’Europa, deve riuscire a proporre nuove istituzioni per creare una vera comunicazione tra popoli diversi e una comune cultura della reciprocità e del riconoscimento. Un grande istituto di storia europea, un grande progetto per gli studenti, nuove sedi per il confronto politico fra le forze che lavorano nella prospettiva di un futuro diverso dall’attuale miseria economicistica che la Zambrano aveva così profeticamente previsto.


© Riproduzione riservata.

venerdì 14 settembre 2012


FILM BLASFEMO/ Krzysztol Zanussi: ecco la differenza fra l'offesa a Dio e agli uomini - INT. Krzysztof Zanussi, venerdì 14 settembre 2012, http://www.ilsussidiario.net


Il film che ha scatenato la reazione di alcuni islamici, fino al massacro dell’ambasciatore americano in Libia e di tre suoi dipendenti, è un film definito blasfemo. Ossia urta e offende una religione e quanto di più sacro quella religione ha, nel caso specifico il profeta Maometto. Se tutti sono concordi nel ritenere spropositata la reazione islamica che ha provocato quattro morti, è interessante capire se un film, un’opera d’arte può essere definita o no blasfema. Nel caso specifico il film del regista israelo-americano (finanziato da quel pastore statunitense che in passato si era distinto per aver dato alle fiamme copie del Corano) non è esattamente un’opera d’arte, piuttosto uno strumento di propaganda a basso prezzo. Ilsussidiario.net ha rivolto questa domanda al regista polacco Krystof Zanussi che da sempre nei suoi film mette in primo piano l’aspetto religioso: «La blasfemia è l’offesa a Dio, non a una persona. Anche per gli islamici l’offesa al profeta Maometto non dovrebbe essere paragonata a quella a Dio, mentre per i cristiani la differenza è del tutto evidente e accettata». Nonostante questo, aggiunge il regista, «oggi siamo molto più preoccupati di offendere i sentimenti delle persone che di offendere Dio, e il risultato è la ricerca di una pubblicità attraverso l’offesa dei sentimenti dei credenti, cosa molto squallida e vergognosa».

Prendendo spunto dall’episodio che ha visto la morte dell’ambasciatore americano, secondo lei quando un film può essere definito blasfemo?
Il concetto di blasfemia esiste da secoli, ma riguarda l’offesa a Dio, non a una persona. Una offesa a Dio e la paura dell’uomo di essere punito per aver commesso questo atto blasfemo. Il recente episodio delle Pussy Riot è esplicativo di questo: quelle ragazze russe si sono comportate in un modo del tutto blasfemo, perché hanno offeso Dio con la loro preghiera punk.

Sono in pochi, almeno qui in Occidente, a ritenere blasfemo quanto fatto dalle Pussy Riot...
Questo perché oggi la sensibilità comune è molto più preoccupata delle persone e dei loro sentimenti che non di Dio. C’è oggi senza dubbio la voglia di distruggere qualcosa che è considerato sacro. E lo si fa per attirare interesse pubblico; è una cosa molto triste offendere i sentimenti dei credenti per ottenere della pubblicità.

Torniamo all’episodio specifico del filmato che ha fatto infuriare gli islamici...
Quello che ho detto a proposito della blasfemia non ha niente a che vedere con la reazione che ha portato all’uccisione dell’ambasciatore, una reazione del tutto sproporzionata e ingiustificata. Mi permetto però di dire che anche la pena a due anni di galera per le ragazze russe è sproporzionata.

Islam a parte, è abbastanza comune nei film degli ultimi anni trovare elementi anticristiani.
Ma è una cosa molto diversa dalla blasfemia. È una voglia di offendere e annullare il sacro, di ridicolizzarlo. Questo dovrebbe valere anche per i musulmani, l’offesa del profeta non è offesa di Dio. Per i cristiani la differenza è evidente. In ogni caso, sì, è presente oggi una voglia evidente di offendere i credenti.

I film occidentali che si propongono come film religiosi, hanno poi spesso chiari elementi di anticlericalismo molto scontato e, se così si può dire, anche banale.
Anche l’anticlericalismo non è una offesa a Dio, non lo vedo come un peccato. Il discorso in questi casi da fare è semplice: se la critica portata ai preti è fatta in modo onesto, è accettabile; non lo è se questa critica viene fatta in modo disonesto. Non è accettabile cioè generalizzare, dire che tutti i sacerdoti così come tutti i ferrovieri sono cattivi: qualsiasi generalizzazione è stupida.

Parlando sempre di film a contenuto religioso, ad esempio il film “The Passion” ha sollevato critiche anche dure da parte di molti cristiani. Lei che opinione ne ha?
Si tratta di un discorso artistico che tocca temi come la violenza, l’arte barocca, le torture nelle opere di Bernini, un discorso dove il dibattito è tutt’oggi aperto. Però non c’è alcun dubbio che l’opera di Gibson fosse un’opera presa e ispirata in modo onesto dal Vangelo. Poi può coincidere con il mio gusto o no, ma non offende nessuno. È stato senz’altro un film problematico per certi cristiani ma legittimo per la sensibilità cristiana.

Nei suoi film è sempre presente l’elemento religioso; pensando alle sue opere più recenti, “Il sole nero” è la storia di una coppia in crisi, ma con profondi riferimenti spirituali. È così?
Sono molto contento se lei lo ha percepito così, perché era la mia intenzione. È un film con un messaggio religioso ma non diretto, non in modo convenzionale. Ha a tema la ricerca della giustizia e la battaglia fra la giustizia e il male, un tema che conosciamo da sempre.

Ci può citare altri film che hanno questa sensibilità religiosa simile alla sua?
Sicuramente il lavoro di Ermanno Olmi ha questa dimensione. Tutta l’opera di Pasolini aveva lo stesso carattere e così tanti altri. Tra gli ultimi film, sicuramente “Uomini di Dio”, la storia dei monaci francesi uccisi in Algeria, aveva questa dimensione, sono tutti film ispirati dallo spirito religioso.

Ci sono stati invece film occidentali che possono essere definiti blasfemi?
Nell’opera di Buñuel c’era qualche elemento che poteva sfiorare la blasfemia, ma non si è mai arrivati a quel livello.


(Paolo Vites)


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lunedì 10 settembre 2012


“Un nuovo umanesimo ci salverà”, di Mauro Ceruti e Edgar Morin da Il Sole 24 Ore, 09.09.12, http://www.manuelaghizzoni.it

Per i dotti dell’Umanesimo e del Rinascimento la civiltà europea poggiava su quattro colonne. Alle tre colonne delle tre grandi tradizioni monoteistiche (cristiana, ebraica, islamica) si aggiungeva la quarta colonna della sapienza degli antichi, della civiltà latina e greca riscoperta dagli umanisti nel Quattordicesimo e nel Quindicesimo secolo, attraverso le mediazioni più diverse, quali il monachesimo celtico e la cultura araba.
Era un’immagine di unità nella diversità e di diversità nell’unità. Attraverso la loro integrazione e interazione, le quattro tradizioni producevano l’equilibrio e la solidità dell’intera costruzione. Lo specifico del l’identità europea, e dell’identità italiana all’interno dell’identità europea, è proprio questa diversità, che è ancora e molto di più della diversità delle quattro colonne: è diversità di culture materiali, di lingue, di paesaggi naturali e umani, di climi, di tradizioni, di Nazioni, di Regioni e di città…
Il vero nucleo dell’Umanesimo sta dunque non in una replica formale dei modelli classici, ma in un nuovo modello di umanità, pervaso dallo spirito dell’accettazione reciproca e della convivenza delle diversità. La relazione fra passato e presente, fra culture diverse è sentita come feconda.
L’immagine dei «nani sulle spalle dei giganti» delineava per la prima volta un’idea di progresso, cioè la possibilità che nel futuro potesse darsi qualcosa di inedito, e di migliore, rispetto al passato, e la possibilità di vedere più lontano rispetto ai giganti del passato: ma questa possibilità era indissolubile dallo studio del passato e dalla riflessione sulle memorie.
Fra l’Umanesimo e gli orizzonti planetari dei nostri giorni c’è la complessa esperienza dei cinquecento anni dell’età moderna, che sono anche i cinquecento anni del l’età planetaria (o della prima globalizzazione).
Fra il Quattrocento e il Cinquecento ha avuto inizio l’età planetaria del popolamento umano della Terra, la storia attraverso la quale tutti i frammenti del pianeta si sono trovati a legarsi gli uni agli altri. I primi secoli dell’era planetaria hanno prodotto il crollo delle barriere agricole e culturali del mondo, la nascita di un sistema economico mondiale, la scoperta della diversità antropologica, biologica ed ecologica su tutta la Terra, l’interconnessione di tutti i continenti, il dominio delle culture forti su quelle deboli e, alla fine, l’occidentalizzazione del mondo, attraverso la conquista. Si è generata una rete di comunicazioni mondiali, il cui sviluppo si è poi straordinariamente intensificato dopo la soglia del 1989, dando inizio a quella fase dell’era planetaria che chiamiamo globalizzazione. Gli sviluppi scientifici, tecnici, economici hanno prodotto nel Novecento un divenire planetario comune per tutti gli esseri umani. E si è insediato un unico mercato mondiale all’insegna del liberismo economico.
Il travalicare europeo nel mondo, allora e per tutta l’età moderna, sono stati segnati da un’ambivalenza essenziale, da un intreccio conflittuale fra creazione e distruzione che continua fino ai nostri giorni. Dopo il prodromo delle stragi di massa delle due Guerre mondiali, l’esplosione atomica di Hiroshima del 1945 è stata la campana d’allarme di un inedito pericolo estremo: la distruzione locale può precipitare nell’annientamento globale; l’umanità può sfociare nell’abisso ultimo del nulla. Questo rischio è oggi presente anche nel sempre più difficile rapporto dell’uomo con l’ambiente: è il rischio insito nel riscaldamento globale, nell’inquinamento dei suoli e delle acque, nel depauperamento delle risorse…
Nella nostra epoca si affollano grandi promesse, ma anche grandi minacce. Da una parte, il progresso scientifico-tecnico sembra aprire inedite possibilità di emancipazione rispetto agli obblighi materiali, alle fatiche quotidiane, alle malattie e alla morte stessa. Da un’altra parte, l’incubo della morte collettiva continua a incombere sull’umanità con le armi nucleari, chimiche, biologiche, e con il degrado ecologico.
Da una parte, c’è un mondo che vuole nascere, ma che non riesce a nascere; e, nello stesso tempo, questa possibile e improbabile nascita è accompagnata da un caos scatenato da forze di distruzione. Ed è essenziale illuminare il caos degli eventi, le loro interazioni e le loro retroazioni – in cui si mescolano e interferiscono processi economici, politici, sociali, culturali, nazionali, mitologici, religiosi – che tessono il nostro presente e il nostro destino.
Ma l’ostacolo a questa comprensione sta non solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra conoscenza. La specializzazione disciplinare ha apportato molte conoscenze, ma incapaci di cogliere i problemi multidimensionali, fondamentali e globali. I sistemi di insegnamento continuano a separare, a disgiungere le conoscenze che dovrebbero invece essere interconnesse, continuano a formare esperti che privilegiano una sola dimensione di problemi irriducibilmente complessi. Tutta la storia europea ci ha mostrato che la diversità senza un principio di coesione e di governo comune può divenire autodistruttiva. Per questo, dopo la tragedia immane delle due Guerre mondiali, i nostri padri hanno posto le basi dell’odierna Unione europea.
Hanno voluto dare forma politica e istituzionale al principio di complessità dell’unità nella diversità e della diversità nell’unità, come unica via di uscita a una prospettiva di autoannientamento.
L’Europa ha creato a suo tempo l’Università proprio nello spirito umanistico dell’equilibrio tra unità e diversità, tra memoria e progetto: come terreno di interfecondazione fra i saperi molteplici e plurali. A sua volta l’Università ha creato l’Europa: le sue classi dirigenti, la sua faticosa ma irreversibile presa di coscienza dei diritti umani, le sue realizzazioni economiche, sociali, scientifiche, tecnologiche. E in questo stesso spirito di unità e di diversità l’Europa ha creato i sistemi scolastici, quali condizioni essenziali dei diritti della persona e del cittadino. Nel presente momento storico, tuttavia, l’Europa rischia nuovamente l’autodistruzione per il prevalere degli egoismi nazionali, dei localismi unilaterali, della chiusura culturale, della prevalenza degli interessi di gruppo tendenti a cancellare il senso del bene comune. E in questo stesso momento storico l’Università e i sistemi scolastici rischiano l’autovanificazione sotto il peso della frammentazione, degli specialismi chiusi e incapaci di dialogare. Oggi la riscoperta e il radicamento nel senso più profondo della tradizione umanistica europea – il principio complesso della diversità dell’unità, dell’unità nella diversità – è la grande opportunità per avere un futuro, per costruire un futuro a misura di uno sviluppo umano integrale, dei singoli come delle collettività. La salvezza dell’Italia passa attraverso la salvezza dell’Europa, la salvezza dell’Europa passa attraverso la salvezza dell’Italia. Oggi i destini di tutti sono indissociabili. Ma per dare concretezza a queste parole dobbiamo riscoprire e valorizzare quello che ha sempre fatto dell’Italia, e soprattutto dell’Italia dell’Umanesimo e del Rinascimento, un microcosmo esemplare dell’Europa: la sua diversità interna e la sua apertura alle culture altre; la capacità di operare insieme come centro di innovazione e come luogo di confine e di integrazione fra le culture d’Europa e fra l’Europa e il mondo; la sua ricchezza di saperi che sono stati e sono a un tempo teorici e pratici, concreti e visionari, artistici e artigianali.
Per essere all’altezza delle presenti sfide, il compito è di coniugare ciò che la crisi attuale ci ha fatto credere separati: il rigore dei bilanci e gli investimenti nelle conoscenze, nella cultura, nella formazione, nella rigenerazione dei legami sociali; la direzione e la partecipazione; le culture umanistiche e le culture scientifiche; lo sviluppo economico e lo sviluppo umano integrale. Questa trasformazione nella condizione umana chiede di cambiare il nostro sguardo sul mondo, e innanzitutto di essere capaci di guardare il mondo: poiché il nostro sguardo intellettuale, formato dalla nostra formazione disciplinare, non può guardare il mondo che spezzettandolo in frammenti sparsi. Più ancora questa trasformazione ci impegna verso un cammino politico che è totalmente ignorato dalla politica tradizionale. È il cammino antropologico che ci dice che non ci potranno essere progressi unicamente e neppure principalmente garantiti dalle leggi del l’economia, né da strutture sociali o politiche. Ci dice che ormai la riforma politica è indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma del pensiero, da una riforma spirituale, nella prospettiva di un nuovo umanesimo planetario.
Per la prima volta nella storia umana la Terra, in quanto Patria, è divenuta realtà concreta.
L’antico Umanesimo aveva prodotto un universalismo astratto, ideale e culturale. Il nuovo Umanesimo planetario non può che nascere da un universalismo concreto, reso tale dalla comunità di destino irreversibile che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli dell’umanità, e l’umanità intera all’ecosistema globale, alla Terra. Questo universalismo concreto non oppone la diversità all’unità, il singolare al generale. Si fonda sul riconoscimento del l’unità delle diversità umane e delle diversità nel l’unità umana, reso necessario dal fatto che qualunque sfida oggi ha una portata planetaria e ha bisogno dell’impegno di tutti, ognuno nella singolarità delle propria rispettive visione e nella relazione e nell’apertura agli “altri”.

lunedì 13 agosto 2012


IL CASO/ Se a Reggio Emilia trionfa l'Islam violento nel silenzio dell'Italia progressista di Souad Sbai, lunedì 13 agosto 2012, http://www.ilsussidiario.net/


Un certo integralismo sta mettendo mano alla mente e alla stabilità delle comunità. Lavora nel buio per riprogrammare idee e abitudini, storia e futuro delle comunità, oggi in pericolo più grave che mai. Sta dilagando, aiutato da un silenzio colpevole e criminale almeno quanto lui. Non abbiamo nemmeno finito l’intitolazione a Brescello (Reggio Emilia) del parco e della scuola a Rachida Radi, grazie al sindaco che, coraggioso, per la prima volta nella storia prendeva una posizione di enorme importanza, che altri mai avevano osato prendere. Nemmeno abbiamo avuto il tempo di gioire per la targa a Rachida, uccisa a martellate dal marito violento e ottuso, che ci ritroviamo di fronte ad una situazione analoga e di estrema gravità. Sempre nelle stesse zone.
Una ragazza marocchina, appena diciotto anni, è stata aggredita e picchiata dal padre, incontrato casualmente al centro commerciale GrandEmilia di Modena: calci e pugni, ginocchiate al volto e la frattura del setto nasale. È grave in ospedale. Tutto questo solo perché rifiutava velo e matrimonio forzato. E come nel caso di Rachida un silenzio assordante della comunità di appartenenza. Me lo chiedo da giorni. Cosa sta accadendo in Emilia? Il buonismo che da sempre in quelle zone la fa da padrone non può bastare a giustificare o a comprendere il verificarsi di atti del genere. E nemmeno la gravissima circostanza che il padre della giovane in questione non sia in stato di custodia cautelare, ma sia denunciato a piede libero. Un pestaggio in pubblico, con una violenza inaudita, di una ragazzina che si sente italiana e per questo non sottostà al velo imposto e alle nozze combinate.
Eppure la posizione di Mohamed Rashed all’Università di Al Azhar, che ha ormai certificato come il velo non sia un obbligo nell’Islam ma solo un’abitudine, avrebbe dovuto far riflettere molti. Invece no, ancora sangue, ancora violenza. Ancora estremismo, sostenuto dal silenzio del multiculturalismo criminale che tiene in ostaggio il Paese. E a tagliare finalmente le radici all’integralismo nessuno vuole dire sì, nessuno si vuol prendere questa responsabilità. Siamo alle soglie, praticamente quasi oltrepassate, della completa radicalizzazione della condizione delle donne e delle seconde generazioni in Italia.
Carcere e subito espulsione nel Paese di provenienza sono l’unico rimedio per punire chi sbaglia e tutelare chi ne fa le spese. Pestare, massacrare o uccidere a sangue freddo il sangue del proprio sangue: a questo arriva l’estremismo, qui e laddove la sua radice ha preso le mosse.
E l’Italia, nonostante le belle parole e gli sguardi fugaci per poi tornare alla propria piccola quotidianità fatta di indifferenza e spesso di noncuranza, è silente. Troppo silente per amplificare il grido di dolore di queste donne e di queste ragazze, che quando chiamano ai centri antiviolenza come Mai Più Sola, non chiedono pacche sulle spalle ma un aiuto per sfuggire alla morte e al dolore di una vita che qui avevano sognato assai diversa e che sarebbe compito di tutti noi garantire loro.


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mercoledì 27 giugno 2012


Il Cnr distratto sulla cultura umanista, Tullio Gregory, 27 giugno 2012, http://www.corriere.it

Il Cnr ha pubblicato il «Documento di visione strategica» per il prossimo decennio: documento importante nelle sue scelte e raccomandazioni, redatto da una commissione - nominata dal ministro Profumo - composta di 16 membri, dei quali due stranieri. In larga maggioranza autorevoli esperti delle cosiddette scienze dure, con un solo rappresentante delle scienze filologiche, storiche, filosofiche, Michel Gras, studioso francese di primo piano nel campo della ricerca archeologica: di questo «equilibrio imperfetto» il documento porta le conseguenze, come si vedrà.

Poiché il presidente Nicolais, presentando il Documento, ha auspicato che si apra un dibattito, cerchiamo qui di avviarlo.

Tra le proposte molto positive e innovative mi sembra da segnalare l'istituzione di Scuole internazionali di dottorato presso i Dipartimenti e le aree di ricerca Cnr: si avrebbero finalmente scuole con corsi regolari, di alta specializzazione, con laboratori e biblioteche, cosa che avviene raramente nelle università dove i dottorandi sono per lo più abbandonati a se stessi, al massimo affidati a un tutor, senza corsi regolari.

Molto spazio è giustamente dato alle tecnologie informatiche e al trasferimento tecnologico. Ma quando si passa alla definizione delle aree tematiche (differentemente presentate nel Documento e nella I appendice) ci si trova innanzi a un elenco piuttosto disordinato di buone intenzioni, di saggi consigli, che prescindono del tutto dal bilancio del Cnr (la spesa per le iniziative proposte non è mai quantificata) e soprattutto sembrano ignorare le ricerche in corso presso i vari Istituti. Siamo di fronte a programmi che potrebbero trovare forse spazio in una rinata Casa di Salomone, di baconiana memoria.

Già qualche perplessità desta la serpeggiante insofferenza per la ricerca di base, riconosciuta come caratteristica del Cnr, insistendo piuttosto sul rapporto con il mondo dell'impresa, che è come dire vincolare la ricerca a commesse esterne per un immediato utile economico, mettendo in crisi quelle attività che garantiscono il progresso del sapere, come già era posto in evidenza dal panel generale di valutazione.

In questa prospettiva non stupisce l'emarginazione delle discipline umanistiche: in tutto il Documento di 63 pagine, i cenni a queste discipline (accorpate nell'ambigua dizione «scienze sociali e umane e patrimonio culturale») se fossero raccolti tutti insieme non occuperebbero più di una pagina; delle stesse discipline si torna a parlare nella I appendice, occupando due pagine su quindici complessive. Si aggiunga che in tutto il Documento sono ignorate le ricerche storiche, filologiche, filosofiche, la cui presenza nel Cnr e il cui valore sul piano internazionale era stato messo in evidenza dal panel di valutazione dell'ente collocando al vertice, su 107 istituti, proprio i due istituti che svolgono ricerche in questo campo. Dato del tutto ignorato nel Documento che pur utilizza, per altri settori, le valutazioni del panel.

Peraltro, quando definisce le aree tematiche, il Documento propone per le scienze economiche, sociali e umane e il patrimonio culturale (inserite nell'area intestata alla «sicurezza e inclusione sociale») temi di una genericità significativa: «innovazioni sociali creative», «lotta contro il crimine e il terrorismo», «libertà di accesso a Internet», «sensori per stati di crisi», «coesione sociale», «pace», «legalità e sicurezza», «la rappresentazione dei beni», «l'eredità storica», «le strategie territoriali». Il tutto servito con affermazioni di assoluta ovvietà: «il patrimonio culturale va valorizzato», «il patrimonio culturale immateriale va incrementato».

Né maggiore chiarezza troviamo nella I appendice, dedicata alle aree tematiche, ove - ancora una volta ignorando settori di ricerca nei quali l'ente ha posizioni di prestigio - si indicano alcune priorità: per il patrimonio culturale, «conoscenza approfondita dei litorali», «turismo planetario, «miglioramento della rappresentazione e dell'immagine dei beni culturali, in relazione soprattutto alla persona umana e alla natura». Per le scienze sociali e umane le priorità sono: «cambiamenti demografici», «coesione sociale e culturale, legalità e sicurezza», «competitività del sistema economico», «pace», «pensare il futuro della città». Affermazioni tutte che si commentano da sole per la loro banalità.

Come spiegare questa disattenzione del Documento per le discipline umanistiche senza riaprire un inutile dibattito - del tutto privo di senso - sulle cosiddette due culture? Semplicemente ricordando l'endemica indifferenza, a volte diffidenza, di larghi settori del Cnr verso le discipline umanistiche (ammesse nell'ente cinquanta anni orsono) che, come ho avuto altra volta occasione di ricordare, sono state recentemente «compresse» dal nuovo CdA del Cnr in un unico Dipartimento, così da mettere insieme l'archeologia micenea con il diritto privato europeo, la psicologia con il restauro, la filologia classica con la sociologia industriale. Va anche riconosciuto che la prospettiva del Documento non differisce dalla politica del Miur e del Cipe (come si rileva anche dal Piano nazionale della ricerca 2011-2013), espressione del più miope aziendalismo, tutto volto al prodotto (tanto caro all'Anvur) vendibile sul mercato e valutabile con criteri «quantitativi» (oggi ampiamente criticati da tutte le grandi istituzioni scientifiche europee); di qui l'emarginazione della ricerca di base, scientifica e umanistica, e più ancora di una cultura che crei valori, non commerciabili ma essenziali per la crescita della società civile. Dimenticavo: il Documento auspica l'avvento di apostoli specialisti di «analisi bibliometriche» per «posizionare la ricerca del Cnr nell'ambito europeo ed internazionale»; per i direttori scientifici di dipartimenti e istituti richiede «esperienze gestionali e manageriali», come vuole l'Anvur per i professori universitari, con i noti risultati.

sabato 9 giugno 2012


ABORTO/ Uccide più la diagnosi prenatale o il perbenismo degli adulti? - INT. Carlo Bellieni, sabato 9 giugno 2012, http://www.ilsussidiario.net/

Uno studio del ministero della Sanità inglese rivela dati choccanti. Il numero delle adolescenti, quindi minorenni, che praticano l'aborto a ripetizione è in continuo aumento. Nel 2010 le ragazzine sotto i 18 anni che lo hanno praticato sono state 38.269 (un dato fortunatamente in diminuzione rispetto all'anno precedente, quando erano state 40.067), ma il numero di quelle che lo hanno messo in atto più di una volta è aumentato del 5%. Due dati entrambi impressionanti: l'alto numero dei casi e il fatto che ben 5.300 ragazzine lo hanno praticato per due volte. Sono 485 invece quelle che sono ricorse all'aborto per tre volte nel corso della loro breve esistenza. Tutto questo a fronte di una campagna di prevenzione che nel Regno Unito arriva a toni martellanti, tanto che lo scorso Natale il governo della Regina aveva regalato a ogni famiglia con figli confezioni di pillole del giorno dopo. Senza contare la distribuzione anche gratuita di contraccettivi in tutte le scuole. Dati, dunque, che dimostrano il totale fallimento di queste iniziative. Per il professor Carlo Bellieni, contattato da IlSussidiario.net, "campagne di prevenzione di questo tipo sono destinate al fallimento per definizione, perché cercano di agire sul problema curandone solo il sintomo e non agiscono su quella che è oggi una mentalità eugenetica diffusissima in tutte le società occidentali". Quello che dovrebbe essere fatto invece, dice ancora Bellieni, "è avere la capacità di agire sulla cultura e quindi sull'educazione".

Professore, dati come questi sembrano indicare il totale fallimento delle campagne di prevenzione messe in atto da parte del governo inglese.

Il fatto è che quando si cerca di risolvere un problema curando solo i sintomi si fa sempre un grande disastro. E' come se uno volesse guarire una malattia che provoca bolle sulla pelle non curando la causa, cioè il batterio, ma facendo invece scolorire le bolle. Così sono queste campagne contro l'aborto, sono campagne fatte solo sul sintomo, e non risolvono per definizione niente.

Cosa andrebbe invece fatto?

Andrebbe fatto un lavoro che possa andare a colpire la mentalità eugenetica che c'è dietro, diffusa in tutta la società occidentale. E' questo il piano su cui si deve agire, ma è esattamente quello che non si fa: ci si limita a fare delle leggi, qualcuna migliore, qualcuna peggiore, ma non è lì il problema.

Vediamo allora di capire dove sta.

Manca prima di tutto la capacità di agire sulla cultura e quindi sull'educazione. Poi manca la capacità di prevenzione e in terzo luogo la capacità di conoscenza, tre livelli della questione gravi e importantissimi che sono alla base di qualunque campagna preventiva e che invece non vengono affrontate in questo campo. Ci si limita a fare una legge.

Quanto incide il messaggio che viene dalle famiglie moderne, in cui sembra che la libertà sessuale sia ormai un qualcosa di accettato e definito?

Bisogna individuare due livelli. Il primo è che spesso sono le mamme stesse che indicano l'aborto alle figlie come soluzione quando magari le figlie stesse non vorrebbero. E' dunque più un problema di perbenismo degli adulti che dell'istintività dei giovani. In secondo luogo è il problema della società che ha definito ormai dei ruoli precisi,  per cui vedere una ragazza che fa un figlio a 18 o 20 anni è una cosa inaccettabile. La società non lo permette e quindi indica in maniera pesante l'aborto come soluzione.

Il fatto che l'Inghilterra sia, benché nazione cristiana sulla carta, in realtà il Paese considerato più ateo dell'occidente ha un ruolo in questo quadro?
La carenza di educazione e una carenza di senso religioso sono sicuramente fatti che provocano questo danno di fondo, di cui l'aborto è un sintomo. Si deve tornare a fare una educazione vera basata su un senso religioso vero, perché i ragazzi vogliono questo, lo sentono e lo richiedono e in una società come la nostra, più cristiana a parole, non lo trovano lo stesso.

Come vede invece la situazione delle adolescenti italiane su questa problematica?

Vanno dette essenzialmente due cose. La prima è che c'è una diffusione quasi a tappeto della diagnostica prenatale, non quella che serve a curare, ma quella che serve per vedere se c'è una malattia genetica. Si ingenera nella mente delle ragazze l'idea che sia obbligatorio farla.

La seconda cosa?

La mancata autonomia dei ragazzi che vengono ancora tenuti come bambinetti poco intelligenti fino a trent'anni. Lasciamo stare famose dichiarazioni di ministri, però è un dato di fatto che l'età alla quale il ragazzo diventa adulto è molto più invecchiata e quindi la capacità di prendere responsabilità si è di molto allontanata.

Quanto incide l'aspetto della diagnostica prenatale? Oggi si tende a passare un modello di normalità definita a tavolino per quanto riguarda la nascita o meno di un figlio.

Esattamente. In una società in cui si nasce soltanto perché a decidere è l'esame della diagnostica prenatale, cioè se il risultato, fra virgolette, è buono, la psicologia dei giovani viene abituata a pensare che la vita deve essere vissuta solo se sei normale, e quindi se la gravidanza non arriva in una età "normale" o se il figlio non è normale la gravidanza non si accetta. D'altra parte invece è molto bello che si moltiplichino sulle televisioni giovanili trasmissioni che fanno vedere la bellezza della gravidanza delle ragazze adolescenti, trasmissioni che sono molto seguite. Programmi che fanno vedere che, al di là di una idea che viene passata dalla televisione generalista nella quale i giovani sono quelli che non vogliono fare famiglia, questo desiderio di famiglia e di figli è accettato come normale. E' un dato molto confortante.


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mercoledì 9 maggio 2012


La Seconda Evoluzione "Quella biologica è finita, ci resta la cultura" – di Angelo Acquaro, 8 maggio 2012, La Repubblica, http://www.dirittiglobali.it/

Ian Tattersall, paleontologo, ha scritto un saggio che ha fatto discutere gli Usa "Certi processi si sono arrestati, ora ci può migliorare solo la conoscenza""Siamo sempre più guidati dalla tecnologia, che interferisce con la socialità È a questa intermediazione che ci dovremo adattare""Il futuro dell´uomo dipende dall´esplorazione del potenziale che già possediamo: nel nostro cervello"

New York - Ciao Darwin: l´evoluzione è finita. La prima. Perché la seconda evoluzione, quella culturale, è appena cominciata: o quasi. Qui al quarto piano del Museo di Storia Naturale, dove Woody Allen corteggiò Diane Keaton in Manhattan e Ben Stiller si perse in Una notte al museo, Ian Tattersall, il direttore del dipartimento di Paleontologia, si aggira tra scheletri di ominidi e scapigliatissime cere di Homo Sapiens. E alla vigilia di un convegno in cui a Venezia rilancerà l´eredità di Stephen Jay Gould – il più geniale interprete contemporaneo dell´evoluzione – l´autore di Masters of The Planet ci guida, come recita il sottotitolo del nuovo libro, «alla ricerca delle nostre origini umane». Con più di uno sguardo al futuro.
Ma allora, professore, l´evoluzione può ancora agire sull´uomo?
«Molto improbabile. Un conto sono i limiti dell´immaginazione e della conoscenza: e qui si tratta di esplorare il potenziale che possediamo già. Un conto è l´evoluzione biologica: e qui dovremmo avere delle novità genetiche».
E perché non sarebbe più possibile?
«Perché si verifichi evoluzione biologica occorrono due ingredienti: l´isolamento e una popolazione di dimensioni ridotte perché la modifica genetica si assesti. Nel nostro caso non abbiamo più né l´uno né l´altra. Ci ritroviamo con questa gigantesca popolazione che ormai copre il mondo intero: troppo grande per muoversi biologicamente verso nuove direzioni».
Prigionieri del nostro sviluppo.
«Ma se ragioniamo nei termini di quello che possediamo già, beh, qui non ci sono limiti al cambiamento. O quantomeno non li conosciamo».
Siamo di fronte a una "seconda evoluzione"?
«È quello di cui parliamo quando parliamo di evoluzione culturale. Che procede in maniera differente rispetto all´evoluzione biologica. La cultura si può trasmettere lateralmente in una stessa generazione: l´evoluzione biologica va di generazione in generazione».
E che tipo di evoluzione allora prevede?
«Siamo sempre più guidati dalla tecnologia. Però nessuno può dirci dove ci porterà. Siamo animali sociali e la tecnologia interferisce con la nostra socialità. Ed è a questa intermediazione tecnologica che saremo costretti ad adattarci. La maggior parte degli esseri umani non può interagire in modo significativo in un network più grande di 150 persone: limite superato di gran lunga. La maggior parte della nostra attività sociale, poi, è destinata a non svolgersi più faccia a faccia: ma proprio attraverso la tecnologia».
Lei però ricorda che il cervello ha sviluppato le funzioni più evolute su uno strato primitivo: "Non importa quanto possiamo vantarci della nostra razionalità: non siamo esseri interamente razionali". La seconda evoluzione, l´evoluzione culturale, cambierà questo rapporto? La vecchia struttura irrazionale sopravviverà?
«Penso proprio di sì. Biologicamente restiamo legati al nostro essere come siamo».
Lei chiarisce che l´uomo di Neanderthal appartiene a una distinta specie di ominidi poi estinta. Però ipotizza anche una coabitazione col Sapiens. Cosa potevano provare gli Antenati verso il "cugino"? La stessa vicinanza/distanza che noi proviamo con le scimmie?
«Il senso di vicinanza sarà stato superiore. Anche se il Neanderthal non aveva la capacità di processare le informazioni come noi. O il linguaggio come lo intendiamo noi. Ma il fatto che il Sapiens percepisse di avere di fronte una creatura "aliena" non vuole dire che non ci possa essere stata qualche forma di ibridazione: anzi gli studi del Dna lo suggeriscono. Anche se insignificante: nulla che possa avere influenzato la traiettoria dei due gruppi».
Neanderthal scompare, Sapiens resta. Se è colpa nostra, è il primo genocidio della storia.
«Conoscendo come l´Homo Sapiens interagisce anche con le altre popolazioni di Sapiens, oggi, l´impressione è che qualche livello di conflitto ci sia stata. Dovunque l´Homo Sapiens si sia spostato è sempre successo. Va verso l´Asia orientale, dove vive l´Homo Herectus, e quello scompare. Lo stesso succede all´Homo Floresiensis. E prima ancora in Africa: qualunque cosa ci fosse prima, scompare. Insomma il Sapiens è riconoscibile come già interamente moderno non solo nella forma anatomica: anche nei comportamenti».
C´è una ragione genetica?
«Ha più a che fare con il modo con cui elaboriamo le informazioni. Il primo Sapiens anatomicamente uguale a noi sembra comportarsi ancora come il Neanderthal. Solo dopo scopre il potenziale cognitivo che presumibilmente possedeva già al momento della nuova conformazione anatomica. È proprio una delle lezioni di Steve Gould. Il concetto di "ex-aptation" oltre a quello di "ad-aptation": qualcosa che nasce in un contesto prima di essere usato in un altro. Gli uccelli, per esempio, si ritrovano le ali prima ancora che le utilizzino per volare».
E le scimmie? Potrebbero mai recuperare il gap? Gli esperimenti come nel film Nim, la scimmia che negli anni 70 finì sulla copertina di Newsweek, saranno sempre destinati al fallimento?
«Quel film è un ottimo ritratto di una scienza molto naive. Le scimmie non sono capaci di gestire i simboli se non in maniera additiva: non li reinterpretano come facciamo noi. Sì, possono metterli in fila. Se tu dici a una scimmia: porta la palla rossa fuori, quella prende la palla rossa e la porta fuori, istruita a riconoscere la palla rossa. Ma il ragionamento additivo è limitato: metti in fila tot azioni e lo spazio nel cervello è finito».
Proprio in questi giorni un altro grande, O. E. Wilson, con The Social Conquest of Earth fa insorgere i seguaci di Darwin: sostenendo che la selezione agisce attraverso i gruppi e non gli individui.
«Non sono sicuro che si possa parlare di selezione di gruppo all´interno delle stesse specie: ma non sono neppure sicuro che la selezione naturale sia davvero l´agente determinante del cambiamento. La selezione naturale elimina gli estremi piuttosto che spingere verso differenti direzioni. Per questo credo che il caso abbia un posto molto più importante di quello che gli riserviamo. Probabilmente è fuorviante parlare persino di processo evolutivo: più accurato parlare di molti più processi che danno poi origine a quello che noi leggiamo, in retrospettiva, come evoluzione».
E guardando indietro a questa evoluzione, il segreto della condizione umana allora qual è?
«Non esiste condizione umana. Per ogni parola che la descriva si può trovare l´opposto. E tutte le cose meravigliose della nostra specie sono bilanciate, dall´altro lato dell´equazione, da qualcos´altro. La storia dell´uomo è una storia di conseguenze non volute: compreso, oggi, il rischio di distruzione per 20 milioni di specie. Ecco perché dico che il futuro dipende dall´esplorazione del potenziale che già possediamo: nel nostro cervello. No, non credo che l´evoluzione ci verrà più in soccorso sul suo bel cavallo bianco, a salvarci dalle nostre follie: non credo proprio».

lunedì 26 marzo 2012


Non capisco ma mi fa ribrezzo di Arnaldo Benini, 25 marzo 2012, http://www.ilsole24ore.com/

Il disgusto è l'unica sensazione che comprende il mondo fisico e la morale. È un rompicapo epistemologico indagato dalla psicologia, dal l'antropologia culturale, dalle neuroscienze cognitive, dalla biologia evoluzionistica, dalla filosofia della mente, recentemente anche da igienisti e da specialisti in malattie tropicali. I bambini, fino a 3-4 anni, si mettono in bocca tutto e non provano disgusto per nulla. Il bambino (come la scimmia) sputa fuori qualcosa che non gli piace, non perché lo disgusta. Non s'insegna il disgusto, che è connaturato a meccanismi nervosi ereditari dell'auto-coscienza. Sorge quando i meccanismi sono maturi. Gli animali – privi d'autocoscienza – non lo provano. Il disgusto fisico è un'emozione selettiva mediata dagli organi di senso, tranne l'udito. I centri uditivi non sono collegati ai meccanismi che trasmettono il disgusto alla coscienza. Il disgusto socioculturale si manifesta quando si sono consolidati principi, convinzioni, pregiudizi, abitudini, ma anche ossessioni e fanatismi.
La differenza dal disprezzo e dall'indignazione non è sempre netta, perché i meccanismi nervosi sono in parte comuni. Le variazioni nel tempo e nello spazio e da persona a persona dimostrano che il posto del disgusto fra natura e cultura è ambiguo. Charles Darwin si stupiva che la sbrodolatura di una minestra sulla barba sia disgustosa, mentre la barba e la minestra non lo sono. Lo stesso succede con resti di cibo sulle labbra o sul mento. Per molti francesi le lumache sono Delikatessen, ma parte dell'umanità non se ne metterebbe una in bocca a nessun costo. Il progetto di clonare esseri umani, ventilato dopo l'esperienza con la pecora Dolly nel 1997, provocò un orrore universale. Si parlò di «saggezza del disgusto», ma il disgusto sociomorale non è una guida dell'etica.
In molte persone l'osservazione di gente drogata, ubriaca e trasandata attiva i centri nervosi del disgusto e della paura, mentre la corteccia della riflessione è attiva come davanti a un mucchio di rifiuti. Il disgusto può spegnere i meccanismi nervosi dell'empatia e della compassione.
Il disgusto fisico ha un'espressione facciale universale, dovuta forse all'insula (area del lobo temporale) di sinistra: fronte corrugata, bocca appena aperta, occhi stretti, arricciamento del naso e del labbro superiore, talvolta il movimento di sputare. L'insula di destra provocherebbe, attraverso l'ipotalamo, le manifestazioni somatiche del disgusto fisico, raramente di quello morale: pallore, sudore, tremito, nausea, vomito, sincope, comuni a emozioni molto forti.
Due studi fondamentali sul disgusto risalgono alla metà del XIX secolo e al 1929. La fisiologia, a quel tempo, lo considerava una reazione a cibi amari o troppo salati. Charles Darwin ne parla nell'Espressione delle emozioni, senza troppe distinzioni dal disprezzo e dal disdegno. Nel 1852 Karl Rosenkranz, allievo di Hegel, nel capitolo Das Ekelhafte (il disgustoso) dell'Estetica del brutto, definisce il disgusto la deformazione delle forme in seguito a putrefazione fisica o morale. Disgustosi sono prodotti della natura organica (sudore, escrementi, vomito, catarro, saliva, alito pesante, ulcerazioni, cadaveri in putrefazione), mai della natura inorganica (tranne la sporcizia). Disgustosi ci appaiono stagni pieni di piante marce e corpi in putrefazione, e gli animali che lì si nutrono: topi, vermi, ratti, rospi, scarafaggi. Il cattivo odore potenzia il disgusto. Nel 1929 l'ungherese esule a Vienna Aurel Kolnai pubblicò nella rivista di Edmund Husserl Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung un saggio sulle sensazioni ostili (disgusto, alterigia, odio), la prima parte del quale è dedicata al disgusto. Il disgusto fisico è considerato una reazione istintiva di difesa, anche se ciò che è disgustoso non è sempre pericoloso. Un lumacone può apparire repellente, ma non è pericoloso; il fuoco, i terremoti, le valanghe non sono disgustosi. Tutto ciò che è fisicamente disgustoso, osserva Kolnai, striscia come i rettili, secerne, s'insinua, s'annida. Il suo massimo, dice McGinn, è provocato da vermi che strisciano e insetti che zampettano nei corpi in putrefazione, perché danno alla morte una sinistra apparenza di vita. È tanto più intenso, osserva McGinn, quanto più la sua causa è vicina alla bocca. Con i piedi si osa, infatti, toccare qualcosa che con le mani non si toccherebbe mai. La forma sociomorale, per Kolnai, non si riferisce solo a perversioni sessuali, ma alla mancanza di carattere, alla viltà, al tradimento, alla corruzione, alla menzogna, a ogni forma d'eccesso (come l'ingordigia e i complimenti esagerati), anche se si tratta spesso di disprezzo o d'indignazione, che, a differenza del disgusto, sono più razionali e meditati. Il disgusto non spegne l'amore: chi ama una persona che per malattie e infermità perde il controllo del corpo, non cambierà per questo sentimento e comportamento. Chi, per professione, si occupa di aspetti negativi del corpo (medici e infermieri, ad esempio), è motivato, dice Kolnai, dall'etica del suo compito. Chi non la sente, cambia mestiere. Sono usciti ora due lavori sul significato evolutivo e morale del disgusto. Colin McGinn, autore d'opere di filosofia della mente, è ossessionato dal corpo, fonte inesauribile di materiali disgustosi. Egli condivide l'opinione dello psicologo leader in questo campo, Paul Rozin, che il disgusto nasce dall'orrore dell'uomo per la sua animalità, vale a dire per il suo corpo, e dall'orrore della morte. Parole in libertà. Fin quando il corpo funziona, la coscienza non prova disgusto, e se il corpo s'ammala non è disgusto quel che sente. Lo scheletro umano senza muscoli non provoca disgusto. Alla ricerca del suo significato evolutivo, McGinn suppone che gli ominidi maschi antichi fossero dediti alla necrofilia e alla coprofagia. Per proteggere la specie, la natura avrebbe selezionato meccanismi di disgusto verso cadaveri ed escrementi.
Il filosofo Daniel Kelly sostiene che il disgusto ebbe, originariamente, molti scopi, mentre oggi è legato a tante norme sociomorali da aver perduto significato. Ciò che provoca disgusto morale o sociale non è necessariamente immorale o asociale. Se Nietzsche reagiva a chi gli aveva mandato, credendo di fargli piacere, pubblicazioni antisemitiche con: Ekel (schifo), Ekel, Ekel, è anche vero che il disgusto è parte del razzismo e dell'avversione per il diverso. Per Kelly il disgusto fisico e sociomorale è un'emozione, a volte intensa, che non trasmette nessun valore e nulla di conoscitivo alla coscienza. Le neuroscienze cognitive hanno trovato che, pur con una base comune, nel disgusto fisico sono attive le aree prevalentemente emotive, mentre in quello sociomorale prevalgono i meccanismi della riflessione. È verosimile che il disgusto fisico, come sostiene McGinn, abbia salvato l'umanità dei bestioni tutti ferocia e stupore (come li chiamava Vico) da comportamenti eccessivi non ancora controllati dalle aree cerebrali della razionalità. L'evoluzione culturale gli ha tolto il significato evolutivo che aveva milioni d'anni orsono. La coscienza sente il disgusto, ma, come per tutti i suoi contenuti, non riesce a capirne la natura. Il disgusto fisico non seleziona sempre il pericolo e quello sociomorale non serve a distinguere il bene dal male.
Tre lavori recenti sul disgusto come mezzo inconscio per prevenire malattie (http://bit.ly/wV7y17) nulla tolgono che esso è un rimasuglio di tempi remoti, che condiziona la vita e la storia senza che se ne capisca il significato.
Daniel Kelly, Yuck! The Nature and
Moral Significance of Disgust, Mit Press, Cambridge (Mass)-London (Uk),
pagg. 194, $ 25,00;
Colin McGinn, The Meaning of
Disgust, Oxford University Press,
Oxford-New York, pagg. 248, $ 27,00;
Aurel Kolnai, On Disgust, Open Court Chicago & La Salle, pagg. 130, $ 16,00;
Karl Rosenkranz, «Ästhetik des Häßlichen», Reklam, Stuttgart,
pagg. 496, € 14,00 (Ediz. italiana,
Estetica del brutto, Aesthetica,
Palermo, pagg. 312, € 28,00);
Jana Schaich Borg et al., Infection,
Incest, and Iniquity: Investigating
the Neural Correlates of Disgust and Morality, «Journal of Cognitive Neuroscience», 20 (9), 1529-1546, 2008
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