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mercoledì 29 luglio 2015

Psicologi contro il gender, 27 luglio 2015 - http://www.zenit.org/

Risposta di un gruppo di professionisti al presidente dell'Ordine degli Psicologi delle Marche, secondo cui "non esiste l'ideologia gender". Il primo firmatario Paolo Scapellato: "In corso un conflitto antropologico"


Roma, 27 Luglio 2015 (ZENIT.org) Federico Cenci 


Non solo genitori e insegnanti, contro il gender prende posizione anche il mondo della scienza. Un nutrito gruppo di psicologi marchigiani ha deciso di intervenire per districare con una luce scientifica l’oscura matassa dell’ideologia. Tutto ha avuto inizio poco dopo la manifestazione del 20 giugno in piazza San Giovanni, quando un milione di persone ha urlato il proprio disappunto nei confronti dell’indottrinamento ideologico degli alunni.

Vera e propria sollevazione popolare che, com’era prevedibile, ha scatenato polemiche. Nell’acceso dibattito si è lanciato anche il dott. Luca Pierucci, presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, che si è unito al coro dei detrattori. Usando un’argomentazione molto in voga in alcuni ambienti culturali - “Non esiste l’ideologia del gender” - Pierucci ha contestato quanti sono scesi in strada. E li ha ammoniti, a nome del suo Ordine, che “non si possano e non si debbano utilizzare e distorcere informazioni basate su ricerche e studi scientifici a fini propagandistici e confusivi”.

La scelta di cooptare i suoi colleghi, spiegando inoltre che l’Ordine “continuerà a promuovere iniziative sul tema (degli studi di genere, ndr) al fine di contrastare la disinformazione”, ha tuttavia suscitato una reazione da parte degli stessi. 18 professionisti delle Marche hanno redatto una nota in cui prendono le distanze dalle dichiarazioni del loro presidente.

Primo firmatario della nota, il dott. Paolo Scapellato, psicologo e psicoterapeuta maceratese e docente di Psicologia clinica presso l'Università Europea di Roma, intervistato da ZENIT fornisce una serie di precisazioni.

In primo luogo egli sottolinea che “tra i principi ben definiti da cui parte l'educazione gender ci sono alcuni principi che non sono tali, nel senso che non sono scientificamente condivisi dalla comunità degli psicologi”. Pertanto, rileva che "ci sono dubbi sulle modalità di lavoro” adottate nei corsi agli studi di genere che si propone di introdurre nelle scuole il decreto Fedeli, “e altri dubbi sul reale nesso causale tra questo tipo di educazione e la lotta all'omofobia e alle discriminazioni di genere”.

Sempre a proposito del decreto in questione, Scapellato ritiene che, “essendo stato un lavoro sotterraneo da parte delle associazioni Lgbt e del Governo, si è cercato di far passare la legge sfruttando la ‘distrazione’ dei politici e non sollevando troppo interesse da parte della società civile; questo tentativo però è sfumato e davanti alle sollevazioni popolari che ne sono conseguite la nuova linea guida è minimizzare, nella speranza che tutto torni sotto soglia e si possa continuare a lavorare nell'ombra”.

Scapellato spiega che con l’Associazione di Promozione Sociale Praxis, di cui è presidente, sono dieci anni che svolge corsi di educazione sessuale nelle scuole. Conosce quindi la realtà degli alunni e di qui nasce la sua convinzione che “questa educazione gender rischia di creare più confusione nei nostri figli di quella che già hanno”. Educazione gender che riverbera dagli “Standard per l’educazione sessuale in Europa” dell’ufficio europeo dell’Oms. Scapellato ritiene che dietro alcuni condivisibili fini dichiarati su questo documento, come la lotta alle discriminazioni e agli atteggiamenti cosiddetti omofobici, si intravedano “altri fini non dichiarati e preoccupanti”.

Lo psicologo maceratese ricorda che il principio alla base è “che non solo il ruolo di genere, cioè cosa un bambino deve fare in quanto maschio e una bambina in quanto femmina, ma anche l'identità di genere, cioè il sentirsi maschio o femmina, e l'orientamento sessuale sono identificazioni esclusivamente dovute alla cultura dominante”. Di qui l’asserzione secondo cui - ricorda Scapellato - “ci si sente maschi non perché biologicamente maschi, ma perché è la cultura che ti spinge a identificarti come maschio; ci si sente eterosessuali perché la cultura dominante ha fatto passare l'eterosessualità come norma sociale, senza che ci sia un fattore naturale a influire”.

Ne derivano le “azioni educative gender”, che Scapellato elenca brevemente: “Insegnare ai bambini già a sei anni che possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali; fargli conoscere ed esplorare tali orientamenti; compiere una frattura tra l'affettività e la sessualità; quest'ultima, progressivamente dai 4 anni in poi, deve essere riconosciuta in tutte le sue parti (conoscenza dei genitali propri e dell’altro sesso, modalità di rapporti, gravidanze indesiderate, contraccettivi, aborti, fecondazione assistita, malattie sessuali, ecc.)”.

Azioni che Scapellato contesta, giacché “come tutta la psicologia dello sviluppo ha sempre sostenuto, l'identificazione sessuale e l'orientamento sessuale sono processi talmente complessi e intimi che investono il bambino in tutte le sue istanze coscienti e inconsce”. Quindi “presentargli la sessualità come mero appagamento di un impulso erotico contingente è riduttivo e crea senz'altro maggiore confusione nella sua mente, soprattutto quando è l'adulto che attribuisce al bambino i propri significati sessuali che egli evidentemente ancora non comprende”.

Scapellato rammenta che “l'evoluzione sessuale del bambino dipende dall'evoluzione della sua intera personalità e quindi non può avere gli stessi tempi tra un bambino e l'altro”. L’aver messo tappe troppo “precoci e uguali” per tutte le età è un rischio laddove vi siano sensibilità ancora non pronte. “Ritengo - prosegue lo psicologo - che per combattere le discriminazioni sia necessario far conoscere meglio e insegnare a rispettare la bellezza delle differenze, non annullarle del tutto: per combattere l'omofobia non occorre un mondo omosessuale, per combattere la violenza sulle donne non occorre creare un essere neutro”.

Alla luce di queste verità scientifiche e della nota di cui è primo firmatario, Scapellato auspica un nuovo intervento “chiarificatore” del presidente Pierucci. “Ma penso che non arriverà, a meno che non decida di tornare a posizioni super-partes come dovrebbe essere nella natura del suo incarico”, aggiunge.

Il problema, secondo Scapellato, riguarda non solo il mondo della psicologia. Sta avvenendo un più ampio “conflitto antropologico” tra una visione “interazionista” tra natura e cultura e una visione “culturalista” dove si nega l’esistenza, o comunque l’importanza, di una natura data. Questa seconda posizione trova oggi maggior consenso e lo testimonia anche la recente sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha giudicato non più necessaria l’operazione chirurgica dell’apparato riproduttivo per la rettifica del sesso anagrafico sui documenti dello stato civile. “È una prova - commenta Scapellato - di come questa visione, denominata anche ‘pensiero unico’, abbia preso piede fin nelle strutture profonde della nostra società, avallate da alcuni gruppi politici che ne traggono consenso e voti a discapito del ‘bene comune’”.

(27 Luglio 2015) © Innovative Media Inc.

lunedì 9 marzo 2015

Il ragazzo curato a ormoni per diventare ragazza Ecco a quali inferni arriva l'ossessione gender di Roberto Marchesini, 09-03-2015, http://www.lanuovabq.it/

Ritratto di un ragazzo diventato ragazza di Sara  Whong“Così aiutiamo nostro figlio 15enne diventare una ragazza” è titolo di un articolo comparso qualche giorno fa sul Corriere della Sera. Racconta l’odissea di due genitori, Massimo e Rita, davanti alla confessione del figlio tredicenne che quando aveva otto anni si sente una ragazza nel corpo di un ragazzo. «Non ce la faccio più», scrive il ragazzo, «a sognare ogni notte al femminile e poi a svegliarmi non essendolo». Ecco fino dove può arrivare l’ideologia di genere. 

Non amo commentare vicende che non mi riguardano, soprattutto quando non conosco bene le persone coinvolte e sono delicate come questa. Ci sono però altre osservazioni che si possono fare a proposito di questo articolo. Partiamo dal titolo, e chiediamoci: davvero è possibile che un ragazzo diventi una ragazza? No, non è possibile. Il nostro sesso è determinato fin dal momento del concepimento: se il papà lascia il cromosoma Y siamo maschi, altrimenti siamo femmine, che ci piaccia o no. Non importa se ci sono due cromosomi Y, o un cromosoma Y e due X: se c'è il cromosoma Y siamo maschi, punto. E non è questione di organi genitali: siamo maschi o femmine in tutto il nostro corpo, perché ogni cellula del nostro corpo ha quel benedetto cromosoma. Possiamo mutilarci, possiamo aggiungerci appendici siliconiche in ogni parte del corpo, depilarci, limarci la mascella e sottoporci a qualsiasi altra tortura, ma resteremo maschi. Senza genitali, magari, con protesi sul petto, ma sempre maschi. Quindi non è possibile che questo ragazzo diventi una ragazza. Qualcuno ha mentito ai genitori e a lui. Ma ovviamente le conseguenze del loro progetto saranno tutte esclusivamente di questa famiglia, nessuno le dividerà con loro. Quali conseguenze? Consiglio di leggere il libro di Walt Heyer (ex transessuale) intitolato Paper genders. Il mito del cambiamento di sesso (Sugarco 2013) per averne una idea; oppure la vicenda di Nancy Verhelst (clicca qui); o anche la (definitiva) opinione del dottor McHug (clicca qui)  

Passiamo ora ad una seconda questione. Questo ragazzo (“Irene”) verrà sottoposto a trattamenti molto violenti perché afferma di essere una ragazza in un corpo di un ragazzo. Ok, fermiamoci un istante. Irene ha i genitali maschili e una conformazione fisica maschile; quindi, alla vista, appare un maschio. La medicina afferma che è un maschio. Ma afferma di essere una ragazza in un corpo di ragazzo. Può dimostrare di avere un'anima femminile? No. C'è modo di vedere quale sia il sesso della sua anima? No. Immaginiamo (mi è accaduto realmente) che incontri un uomo che afferma di avere un'anima angelica in un corpo umano. Nessuno può vederlo, ma egli è un arcangelo imprigionato in un corpo umano. Cosa penseremmo? Gli crederemmo? Prenderemmo seriamente le sue parole, al punto da impiantargli un paio d'ali? Il suo dramma finirebbe sul blog del Corriere della Sera? Eppure egli afferma le stesse cose che afferma “Irene”, con la differenza che “Irene” è un ragazzino, mentre l'altro un uomo adulto, che lavora ed è inserito in parrocchia. Dunque: perché “Irene” sarà sottoposta a quei trattamenti?

Semplice: a causa dell'ideologia di genere. É l'ideologia di genere che ci fa credere una cosa assurda, cioè che sia possibile “cambiare sesso”. Si chiama ideologia proprio per questo. È l'ideologia di genere che ci fa credere che un ragazzino di quindici anni sia qualcosa di diverso da quello che tutti possono vedere (e la scienza può dimostrare). È l'ideologia di genere che mette queste storie sul blog del principale quotidiano nazionale. È a causa dell'ideologia di genere che “Irene” verrà sottoposta a trattamenti degni del dottor Mengele. Tra l'altro: non ci hanno insegnato ad inorridire e a sdegnarci quando leggiamo che nel secolo scorso dei luminari della medicina sottoponevano le persone con tendenze omosessuali a trattamenti ormonali? Nel loro caso è una tortura, nel caso di un ragazzino quindicenne è una bella cosa? Sarebbe più facile credere a Michael Jackson rapito dagli alieni, piuttosto che ad un ragazzino il quale dice di essere una cosa diversa da quello che tutti vedono, non può dimostrarlo, ma tutti gli credono ugualmente.

Sembra un incubo, vero? Ma come è possibile? Non dimentichiamo l'alleato più forte dell'ideologia di genere, l'alleato migliore di qualsiasi ideologia: il conformismo. Nel 1956 lo psicologo Solomon Asch condusse un celebre esperimento. Il protocollo prevedeva che si radunassero in una stanza 8 soggetti, dei quali 7 erano complici dello sperimentatore. Al gruppo veniva mostrato un cartoncino con tre linee di altezza decrescente, accanto ad una linea solitaria alta quanto la prima delle tre linee. Veniva loro chiesto di indicare quale linea del gruppo di tre avesse una lunghezza uguale a quella solitaria. I sette complici rispondevano sempre in maniera errata; così come il vero soggetto, che rispondeva (quasi) sempre adeguandosi al gruppo. Oggi tutti credono ad un angelo senza ali per adeguarsi ai complici dello sperimentatore. “Irene” non è l'unica vittima dell'ideologia di genere; lo è anche la nostra intelligenza, la nostra dignità, e il destino della nostra società.

venerdì 9 gennaio 2015

Omosessualità, alcuni punti da chiarire di Massimo Introvigne e Riccardo Cascioli, 09-01-2015, http://www.lanuovabq.it/

Matrimonio gay
Caro direttore,

l'improvvido attacco di Giuliano Ferrara contro un convegno sulla famiglia organizzato a Milano, accusato - falsamente - da Repubblica di volere propagandare la tesi secondo cui «l'omosessualità è una malattia da curare», ha suscitato, su queste colonne e altrove, diverse reazioni. Qualcuno ha avuto anche l'impressione che il fronte «pro family» si sia diviso al suo interno. Non ci sarebbe nulla di particolarmente scandaloso - soprattutto in Italia, che è il Paese delle sfumature - ma è importante distinguere le divergenze di opinione reali dai semplici equivoci. A me sembra che siano in corso tre battaglie diverse in tema di omosessualità, che sono ovviamente collegate ma che nello stesso tempo non coincidono. Se non le si distingue, la confusione è inevitabile.

La prima battaglia è all'interno della Chiesa. Lo ha detto Papa Francesco: che nella Chiesa ci si confronti anche aspramente è successo spesso e non deve scandalizzare. Come si è visto al Sinodo, ci si confronta anche sull'omosessualità. I paragrafi 2357-2359 del «Catechismo della Chiesa Cattolica» del 1992 ebbero una genesi particolarmente tormentata, ma stabiliscono quella che a oggi è, come si leggeva nel documento preparatorio del Sinodo del 2014 inviato dal Papa ai vescovi nel novembre 2013, «la comprensione aggiornata della dottrina della fede» su questo tema. Questi paragrafi si possono riassumere in tre tesi sull'omosessualità. Primo, «la sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile» e la Chiesa non prende posizione sulle varie teorie che si contrappongono sulla natura e l'origine della tendenza omosessuale. Secondo, le persone omosessuali in quanto persone «devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Terzo, il piano ordinato di Dio sull'amore e la famiglia si esprime nell'incontro aperto alla procreazione dell'uomo e della donna. Ne consegue che l'inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata» e che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», così che «in nessun caso possono essere approvati» e «le persone omosessuali sono chiamate alla castità». 

Il Sinodo ha mostrato che su questo punto ci sono oggi nella Chiesa posizioni diverse. Alcuni ritengono che il «Catechismo», parlando di disordine, presupponga una nozione di ordine naturale che oggi sarebbe superata e non più comprensibile alla maggioranza dei fedeli. Non è del tutto chiaro come si vorrebbe andare al di là di questa nozione, e se chi propone nuove formulazioni voglia o no mantenere la dottrina secondo cui a chi percepisce la propria tendenza omosessuale come insopprimibile la Chiesa propone come unica strada moralmente accettabile la castità. All'estremo opposto, non mancano voci che considerano i riferimenti al rispetto e alla necessità di «evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» - tradotti con risonanza planetaria nel «chi sono io per giudicare» di Papa Francesco - come eccessivamente «soft» e anche contrari alla mentalità di alcune culture, per esempio africane. 

Non sono un teologo moralista, diffido dei teologi della domenica e accoglierò con obbedienza e fiducia qualunque insegnamento che il Papa riterrà di esporre dopo il Sinodo ordinario di quest'anno. Dal momento però che il questionario inviato in preparazione al Sinodo invita anche i laici a partecipare rispettosamente alla discussione, non ho difficoltà a dire che la formulazione del «Catechismo» a me pare convincente ed equilibrata. Auspico che sia approfondita e sempre meglio spiegata nelle sue motivazioni antropologiche, senza però che sia messa in discussione la sua architettura di fondo. Condivido e ripeto con il Papa «Chi sono io per giudicare le persone?», in quanto persone, accompagnandolo subito con  «Chi sono io per non giudicare i comportamenti?», perché chi non giudica i comportamenti cade in quelle che lo stesso Papa Francesco in Corea ha chiamato «le sabbie mobili del relativismo» e affonda.

La seconda battaglia è all'interno delle professioni mediche e psicologiche. Non ho la minima competenza per giudicare la letteratura psicologica e medica in tema di omosessualità, e non mi sento di esprimere nessuna opinione al riguardo. Se il «Catechismo», dopo anni di consultazioni e successive versioni del testo, ha concluso che la natura dell'omosessualità «rimane in gran parte inspiegabile», davvero «chi sono io» per pronunciarmi su questo tema difficile e misterioso? Invece, ho  qualche competenza per valutare la letteratura sociologica, che non manca e che non si occupa di omosessualità ma di persone omosessuali. Anzitutto, oggi è difficile parlare semplicemente di identità omosessuali, perché con i processi moderni e postmoderni di differenziazione l'identità è diventata multipla: uno sarà insieme omosessuale, protestante, avvocato e tifoso dell'Inter, e può darsi che quella omosessuale non sia affatto l'identità  che percepisce come più importante. Ove invece sia così, i sociologi ci descrivono «tribù» di persone omosessuali molto diverse tra loro, il che ha rilevanza anche per la questione del loro rapporto con la psicoterapia. 

Ci sono le persone omosessuali che si dichiarano liete di esserlo, talora in modo militante, e che evidentemente non si rivolgono allo psicoterapeuta manifestandogli un disagio per la loro condizione. Ci sono - anche se sono meno numerose di quanto si pensi - le persone omosessuali che affermano che vivrebbero tranquillamente la loro omosessualità se non fosse che si sentono offese e ferite dall'atteggiamento di giudizio delle persone che stanno loro intorno. A costoro la psicologia offre ampie forme di aiuto, socialmente accettate e ampiamente promosse. Ci sono infine persone omosessuali che vivono la loro omosessualità come una prova e un disagio. A differenza della seconda categoria, questa terza patisce un disagio non sociale ma intimo e antropologico. Che questa categoria ci sia è un dato di fatto. Che sia raramente interessata all'aiuto di militanti LGBT che la incitano ad accettare entusiasticamente la propria omosessualità e ad attribuire il disagio alla sola omofobia  è un altro dato di fatto. Alle persone omosessuali che rientrano in questa terza categoria - non a quelle che fanno parte delle altre due - alcuni psicoterapeuti offrono, nel caso lo richiedano, un ascolto e un accompagnamento che in alcuni casi le aiutano a vivere la castità, in altri a esplorare se la tendenza omosessuale sia radicata e «definitiva» oppure se la persona possa modificarla. 

A me sembra che se questo itinerario fosse descritto e ricostruito in termini di «malattia» e di «cura» si verrebbe meno al rispetto delle persone, e si affermerebbe anche qualcosa che la comunità scientifica, nella sua vastissima maggioranza, non condivide. Ma se invece non si parla di malato da curare, ma si offre un accompagnamento psicologico - se del caso unito a uno spirituale - a chi lo richiede, perché mai l'Ordine degli Psicologi dovrebbe minacciare i suoi fulmini o Giuliano Ferrara parlare di «setta», un'espressione  che, come i sociologi della religione ben sanno, ormai non ha quasi più nessun contenuto informativo ma si riduce a un semplice insulto? Qui sono in gioco valori fondamentali che vanno perfino al di là della questione dell'omosessualità: la libertà scientifica - se i sociologi trovano persone omosessuali che desidererebbero non essere omosessuali, si ingiunge loro di nascondere i loro dati perché non politicamente corretti -, la libertà terapeutica e la libertà di opinione.

La terza battaglia in corso, che almeno per i lettori di questa testata non richiede molte spiegazioni, è quella politica, contro le leggi che vogliono vietare - chiamandola «omofobia» - la libera e rispettosa espressione di opinioni sull'omosessualità diverse da quelle gradite all'ideologia di genere e alle lobby LGBT, e contro i progetti che mirano a mettere sullo stesso piano, adozioni comprese - non importa sotto quale nome o etichetta - il matrimonio tra un uomo e una donna e l'unione fra due persone dello stesso sesso.

Queste tre battaglie sono sia collegate sia distinte. In piazza contro il disegno di legge Scalfarotto o alla Manif pour tour francese sono scesi musulmani che ovviamente non condividono la dottrina cattolica sul matrimonio e anche omosessuali che non praticano la castità, ma che considerano le leggi sul «matrimonio» e le adozioni gay contrarie al bene della collettività nazionale di cui anche loro fanno parte. Può darsi benissimo che le mie opinioni sul «chi sono io per giudicare» di Papa Francesco - che condivido nella sostanza dottrinale, anche se mi rendo conto delle manipolazioni infinite cui si presta - non siano condivise da persone che mi ritrovo a fianco nelle battaglie contro Scalfarotto o per la libertà di terapia e di accompagnamento psicologico. O anche che chi pratica queste forme di accompagnamento abbia certezze sulla natura dell'omosessualità che io francamente non ho.

Tutto questo non è sorprendente. Ogni questione complessa tollera una varietà quasi infinita di sfumature. Chi però è interessato a combattere una di queste tre battaglie farebbe bene a distinguerla rigorosamente dalle altre due. Per vincere ognuna delle tre ci vuole un «fronte ampio». In questo fronte, per ciascuna battaglia, si troveranno necessariamente fianco a fianco persone che hanno posizioni diverse sulle altre due, e su tante altre cose. 

Vogliamo combattere solo al fianco di chi la pensa come noi su tutte e tre le battaglie? Nulla ci impedisce di farlo. Dobbiamo solo sapere da prima che assottiglieremo le nostre fila e renderemo la sconfitta più probabile.

Massimo Introvigne

Caro Introvigne,

ti ringrazio per questa dettagliata spiegazione e della chiarezza con cui – come al solito – esponi le tue argomentazioni. Permettimi però di aggiungere qualche breve considerazione che mi sembra necessaria.

1. Non starò a ripetere quanto ho già scritto ieri, però visto «l’improvvido attacco di Giuliano Ferrara» non solo contro il convegno ma anche contro un’associazione e contro un percorso che alcune persone omosessuali hanno compiuto o stanno compiendo per ritornare alla propria identità eterosessuale, mi sembra anche opportuno affermare quanto la loro difesa sia una battaglia di libertà. In questo senso mi sembra che sia collegata a quella – più specificamente politica – contro il ddl Scalfarotto, perché in entrambi i casi stiamo assistendo al tentativo di imporre un’ideologia gay che vorrebbe impedire sia di esprimere la convinzione che la famiglia sia solo una (quella naturale), sia la possibilità di passare dall’omosessualità all’eterosessualità. Battersi per l’una e non per l’altra cosa mi sembra francamente una contraddizione;

2. Quanto al Catechismo, rileggendo i tre paragrafi 2357-2359 (che per comodità dei lettori riporto in calce a questa risposta) a me sembra chiaro che i tre punti fondamentali sono nell’ordine: 1. Basandosi sulla Scrittura, la Chiesa ha sempre – e sottolineo sempre – dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» e «in nessun caso possono essere approvati» (2357); 2. Siccome per gli uomini e le donne che hanno tendenze omosessuali «profondamente radicate» tale condizione è «una prova», essi «devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza» evitando «ogni marchio di ingiusta discriminazione» (2358); 3. «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità» (2359). Come peraltro – aggiungiamo – tutte le persone eterosessuali che non sono regolarmente sposate.

L’inspiegabilità della «genesi psichica» (definizione che offre peraltro molti spunti di approfondimento) mi sembra chiaro faccia parte di una introduzione descrittiva del fenomeno dell’omosessualità, più che essere l’obiettivo di una definizione di fede.  E non a caso. Perché mentre il giudizio negativo sugli atti di omosessualità e il dovere dell’accoglienza delle persone con questa tendenza discende dalla Rivelazione riguardo al fine dell’uomo, le cause dell’omosessualità sono un argomento tipicamente scientifico. È molto importante tenere distinti i due piani – fede e scienza -, come peraltro ha spiegato magistralmente in più di un’occasione san Giovanni Paolo II, per evitare pericolose commistioni e vecchi errori. Neanch’io sono uno psicologo, ma non credo ci voglia una laurea in materia per riconoscere che c’è un’ampia letteratura scientifica che dà ampiamente ragione delle cause alla radice dell’omosessualità. E non c’è dubbio che con la drastica diminuzione di famiglie sane e stabili, l’omosessualità aumenti.

3. Quanto alle posizioni uscite al Sinodo, bisognerebbe almeno rilevare la stranezza di un Sinodo sulla famiglia che discute di omosessualità. In effetti abbiamo saputo poi che su questo tema c’era molto più scritto nella Relatio post disceptationem (quella di metà lavori) di quanto fosse stato detto in assemblea. In ogni caso non mi sembra di poter lasciar passare via liscia la serietà dell’espressione «su questo punto ci sono oggi nella Chiesa posizioni diverse». Tu descrivi bene infatti la situazione: oggi c’è chi mette in discussione ciò che la Chiesa ha sempre dichiarato basandosi sulla Scrittura (così dice il Catechismo), ovvero l’ordine della Creazione, la finalità dell’uomo e dell’unione fra uomo e donna. Non è la stessa cosa che mettere in discussione delle scelte pastorali; significa affermare che ciò che la Chiesa ha creduto per oltre duemila anni come legge di Dio, improvvisamente potrebbe non essere vero. Non a caso Benedetto XVI nell’ultimo discorso alla Curia Romana, il 21 dicembre 2012, ha definito l’ideologia di genere la più grande sfida che la Chiesa ha di fronte. Ed ovviamente non si riferiva soltanto a ciò che va per la maggiore nel mondo, ma anche a quanto si sta muovendo nella Chiesa stessa, alle forze che stanno cercando di introdurvi il gender. Al Sinodo ne abbiamo avuto una riprova.

Riccardo Cascioli



Catechismo della Chiesa Cattolica

2357 L'omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni,238 la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

giovedì 14 agosto 2014

Mamma e papà, per i bimbi non sono la stessa cosa di Simona Martini, 14-08-2014, http://www.lanuovabq.it

La famiglia: mamma, papà e figli
Quando osservo, da psicologa, l'attuale dibattito relativo alle diverse tipologie possibili di famiglia, che secondo alcuni dovrebbero comprendere anche famiglie “arcobaleno”, dove coppie dello stesso sesso allevano uno o più bambini, e lo metto in relazione con l'individualismo ed il relativismo che dominano la nostra epoca, mi sorge spontanea una domanda: è davvero indifferente crescere in contesti così diversificati? Non sta invece accadendo che, dietro fiumi di parole atti a giustificare situazioni difformi dal contesto in cui ordinariamente un bambino dovrebbe vivere si cela una realtà diversa, in cui i figli diventano più oggetto di desideri e di capricci di persone adulte, ma poco mature, piuttosto che soggetti i cui diritti sono da tutelare offrendo loro le migliori opportunità di sviluppo possibili?

Tale interrogativo si può porre in diversi ambiti: separazioni/divorzi, famiglie allargate, “famiglie” omogenitoriali, cioè appunto con due “genitori” dello stesso sesso, e così via, ma, in questa sede, mi occuperò in particolare di queste ultime. Analizzando la letteratura sulla psicologia dello sviluppo appare impossibile adottare una prospettiva relativistica e individualistica. Innanzitutto, infatti, una volta appurata l'importanza dei fattori ambientali, che agiscono fin dalla vita intrauterina, nella formazione della personalità di un individuo, le teorie psicologiche si sono concentrate sull'importanza delle figure d’attaccamento, cioè di quelle persone che più di altre gravitano attorno al mondo del bambino, fornendogli cure e affetto. Si sa, infatti, che il bambino sviluppa un legame d’attaccamento tanto più forte a chi più prontamente risponde alle sue richieste, non tanto e non solo a quelle relative alla soddisfazione dei bisogni primari (in particolare, fornirgli il cibo necessario), quanto a quelle inerenti la socialità e l'amore. Va da sé che, nell'ordinarietà, tale ruolo è svolto dai genitori, i quali sono maggiormente motivati all'accudimento della propria prole, investendo notevoli energie, sia da un punto di vista emotivo/affettivo, sia da un punto di vista fisico, per non parlare del punto di vista economico. Grande importanza rivestono certamente anche figure che possono vicariare quelle genitoriali – per esempio i nonni –, ma che sono comunque secondarie, soprattutto se viste dalla prospettiva del bambino.

La psicologia dello sviluppo ha messo in evidenza, in particolare, i diversi ruoli che i genitori ricoprono nella crescita e nell'educazione dei propri figli, mostrando che padri e madri hanno funzioni complementari. Laddove le madri sono maggiormente orientate all'accudimento attraverso cure, coccole, accoglienza incondizionata, i padri tendono a rendere maggiormente emancipati i figli, anche attraverso un ruolo più normativo, favorendo così sia il normale processo di separazione del figlio dalla madre, con la quale nella primissima infanzia ha un rapporto quasi simbiotico, sia l'inizio e il mantenimento delle prime relazioni sociali. Il sano sviluppo di ogni individuo, inoltre, passa attraverso il rapporto con l'alterità, che permette l'acquisizione di nuove conoscenze e modalità relazionali. Numerosi studi, infatti, mettono in luce l'importanza della presenza di entrambe le figure genitoriali, mostrando che, per esempio, l'assenza del padre crea non pochi problemi nella vita del bambino.

Si potrà obiettare che esistono famiglie decisamente “anomale” da questo punto di vista (sia in seguito a separazioni, sia in seguito a lutti, o altro), i cui figli non risentono di problemi. Certo: ma questo richiede da parte delle figure di riferimento grandi sforzi e capacità, che non sempre si riescono a mettere in gioco. Dette situazioni “anomale”, dunque, costituiscono sempre fattori di rischio rispetto alla salute del figlio. Da un punto di vista anatomico, poi, il cervello dell'uomo e quello della donna differiscono significativamente, con inevitabili conseguenze anche sotto l'aspetto relazionale e comportamentale. Per non fare che un esempio, il corpo calloso del cervello femminile, cioè quella struttura costituita da fasci di fibre che collegano i due emisferi, è più grosso nelle donne, con la conseguenza di una maggior comunicazione tra i due emisferi cerebrali: le femmine, perciò, subiscono maggiormente l'influenza dell'emisfero destro rispetto ai maschi. Segue da ciò che la donna, nelle sue interazioni, appare più emotiva, mentre l'uomo è più razionale. Il modo di ragionare è diverso: l'emisfero sinistro, dominante, esegue processi in modo sequenziale, mentre quello destro li esegue in parallelo. Perciò la donna, maggiormente influenzata dalle capacità dell'emisfero destro, appare più dotata di intuito.

Donne e uomini non sono uguali. Per crescere in modo equilibrato, il bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Tornando appunto al bambino, si sa che il lungo processo di costruzione della propria personalità inizia a partire dall'osservazione delle proprie figure d’attaccamento, e in particolare dei propri genitori. Da tale osservazione scaturisce una forma di apprendimento molto potente, che permetterà di affrontare il mondo prendendo esempio dai comportamenti e dai vissuti genitoriali. Un figlio, però, non si limita a osservare le proprie figure d’attaccamento: interagisce con esse, imparando così a relazionarsi con la diversità insita negli atteggiamenti, nei pensieri e nelle emozioni dell'uno e dell'altro genitore, diversità dovuta sia alle differenze che caratterizzano ogni singolo individuo, in quanto unico, sia alla complementarietà dell'universo maschile e femminile.

Si capisce dunque, da quanto ho appena spiegato, l'importanza della complementarietà del sesso dei genitori, proprio in relazione alle maggiori opportunità comportamentali e relazionali offerte al figlio. Qualora invece le figure d'attaccamento di un bambino fossero dello stesso sesso, questi sarebbe privato, o quantomeno limitato, in modo immotivato e gratuito della possibilità di apprendere a relazionarsi, fin dalle primissime fasi dello sviluppo, con la complementarietà del mondo maschile e femminile. E non si può certo escludere a priori che tale privazione rappresenti anche un potenziale motivo di sofferenza per chi maggiormente deve essere tutelato.

*Psicologa e psicoterapeuta

lunedì 16 dicembre 2013

L'ascesa mondiale del partito dei pedofili di Gianfranco Amato, 16-12-2013, http://www.lanuovabq.it/

E’ ormai considerato un punto di arrivo ineludibile. Dopo lo sdoganamento culturale, politico e giuridico dell’omosessualità, ora tocca alla pedofilia. Diversi sono, purtroppo, i segnali che da tempo fanno apparire sempre più verosimile questo scenario agghiacciante. 

bambini vittimeCerto non aiuta la notizia della recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, di cui parliamo a parte riportando anche la sentenza: con essa è stata sollecitata l'applicazione dell’attenuante del «caso di minore gravità» di cui all'art. 609-quater, quinto comma, del Codice Penale, per un’ipotesi di plurimi rapporti sessuali completi tra un sessantenne ed una bimba di undici anni, sulla considerazione che tra autore del reato e vittima vi era un “rapporto amoroso”, e che la vittima era innamorata dell’adulto. Il punto è che tale pronuncia, inaccettabile sotto il profilo giuridico, ammettendo la possibilità di una relazione amorosa tra un uomo di sessant’anni ed una undicenne, rischia di offrire il destro a quella preoccupante deriva ideologica che tende a fare riconoscere la pedofilia non quale grave e depravata patologia, ma come semplice orientamento sessuale.

L’esperienza insegna che i provvedimenti giudiziari in questa delicata materia rischiano di destabilizzare l’opinione pubblica se non sono adeguatamente soppesati e valutati, come è accaduto lo scorso 2 aprile 2013 con la sentenza della Corte d’Appello olandese di Arnhem-Leeuwarden, la quale, in riforma della decisione di primo grado, ha stabilito di non doversi disporre lo scioglimento del gruppo di ispirazione pedofila Stitching Martijn, che propone la liberalizzazione dei contatti sessuali tra adulti e minori. Tra l’altro, contro quella discussa sentenza fu lanciata l’iniziativa di una petizione popolare alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. 

Non sono incoraggianti i segnali che giungono da alcuni Paesi europei ove è in atto un dibattito sull’abbassamento dell’età minima per il consenso sessuale, come dimostra, ad esempio, il caso discusso nel Regno Unito a seguito della proposta avanzata da Barbara Hewson, avvocato inglese nota per le sue battaglie per i diritti civili, di portare il limite di tale consenso a 13 anni.

Non appaiono neppure incoraggianti i segnali che giungono da Oltreoceano. Anzi, possiamo definire inquietante, ad esempio, il fatto che l’American Psychiatric Association (APA) lo scorso 31 novembre 2013 abbia dovuto rettificare ufficialmente quanto scritto nell’ultima versione del Dsm-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) pubblicata quest’anno, in cui la pedofilia era stata declassata da “disordine” ad «orientamento sessuale» (dieci anni fa nel Dsm-4 era già stata derubricata da «malattia» a «disordine»). 

L’Apa, comunque, distingue tra pedofilia e atto pedofilo, nel senso che considera il desiderio sessuale nei confronti dei minori un orientamento come gli altri, mentre ritiene l’atto sessuale “disordinato” solo per gli eventuali effetti negativi che può determinare nei confronti degli stessi minori. E’ una distinzione assai pericolosa che ricorda da vicino il ragionamento surrettizio che ha portato allo sdoganamento dell’omosessualità. Né si può dimenticare il controverso studio intitolato, A Meta-Analytic Examination of Assumed Properties of Child Sexual Abuse Using College Samples pubblicato nel luglio del 1998 sul prestigioso Psyichological Bulletin della stessa APA, e redatto dal Dr. Bruce Rind del Dipartimento di Psicologia della Temple University, dal Dr. Philip Tromovich della Graduate School of Education presso la University of Pennsylvania, e dal Dr. Robert Bauserman del Dipartimento di Psicologia della University of Michigan. 

In quello studio si è ridefinito il concetto di «abuso sessuale sui minori», partendo dalla considerazione che «le classificazioni scientifiche dei comportamenti sessuali devono prescindere da criteri di ordine legale e morale», e definendo come «alquanto modeste» le conseguenze derivanti dagli abusi sessuali subiti da minori di ambo i sessi, ritenute comunque «non produttive di conseguenze negative di lunga durata». Secondo i tre accademici, infine, «Il sesso consensuale tra bambini e adulti, e tra adolescenti e bambini, dovrebbe venire descritto in termini più positivi, come “sesso adulto-minore” (adult-minor sex)». 

Il fatto è che in tema di pedofilia l’APA tende a spostare l’asticella rossa sempre più in là,  come dimostra l’ultima omerica gaffe sul Dsm-5.

Ancora più inquietante è il dibattito che si è svolto lo scorso 14 febbraio presso la Queen’s University tra il Dr. Vernon Quinsey, professore emerito di psicologia della medesima università e il Dr. Hubert Van Gijseghem, ex professore di psicologia presso l’Università di Montreal, in cui si è “scientificamente” sostenuto di come la pedofilia debba essere considerata un orientamento sessuale paragonabile all’eterosessualità e all’omosessualità. Roberto Marchesini nel suo ottimo articolo Pedofilia “variante naturale della sessualità umana”?, pubblicato su Libertà e Persona, dà un esauriente resoconto dell’audizione dei due cattedratici. Secondo Marchesini lo scenario appare segnato: «L’OMS finirà per dichiarare che la pedofilia è una “variante naturale della sessualità umana”», e il «Ministero per le pari opportunità farà delle campagne per combattere la “pedofobia”, mentre nei corsi di educazione sessuale si insegneranno le tecniche con le quali i bambini possono soddisfare sessualmente degli adulti». 

Poiché non intendono assistere passivamente a questo epilogo da incubo, i Giuristi per la Vita hanno lanciato un appello «a tutte le competenti Istituzioni Pubbliche affinché non vengano introdotte nell’ordinamento giuridico disposizioni normative tali da attenuare la gravità sociale dell’odioso fenomeno della pedofilia, né vengano adottati provvedimenti giurisdizionali che possano apparire non rigorosamente severi nei confronti del predetto fenomeno». E si sono dichiarati disposti ad «opporsi in ogni sede e con ogni mezzo, a qualunque tentativo di legittimare, per via legislativa o giudiziaria, ogni forma o espressione riconducibile l’abominevole fenomeno della pedofilia».

martedì 5 novembre 2013

È possibile una definizione scientifica di coscienza? di Riccardo Carrara, domenica 3 novembre 2013, http://acarrara.blogspot.it/


Ieri abbiamo presentato un recente studio sui casi di pazienti con disturbi della coscienza, sottolineando il fatto che le ultime ricerche sembrano far sperare che in un futuro, speriamo non troppo lontano, possano essere costruiti dei dispositivi che aiutino questi pazienti in stato vegetativo o di minima coscienza a reagire con il mondo esterno.

Tutte le volte che si affrontano questi casi rimane una domanda fondamentale da risolvere e il corrispondente concetto da chiarire: cosa intendiamo quando parliamo di coscienza? Spesso, si utilizzano termini diversi per intendere la stessa cosa, altre volte, invece, con differenti termini si vogliono indicare diversi aspetti: coscienza, consapevolezza, attenzione, concentrazione, risposta agli stimoli esterni...

Alcuni psicologi della UCLA, l'Università della California a Los Angeles, stanno cercando di dare un definizione scientifica di coscienza e hanno fatto un primo passo con lo studio pubblicato su PLoS Computational Biology del 9 ottobre 2013 dal titolo "Dynamic Change of Global and Local Information Processing in Propofo-Induced Loss and Recovery of Consciousness".

È veramente possibile dare una definizione scientifica di coscienza? Che cosa ha evidenziato questo studio? Gli psicologi della UCLA che definizione vogliono dare alla coscienza?

Gli stessi studiosi affermano nel loro articolo che "Nonostante la centralità della coscienza nella nostra esperienza, nessun accordo è ancora emerso su quali aspetti della funzione cerebrale sottolineano la sua presenza, e quali cambiamenti sono connessi alla sua scomparsa nel cervello sano (ad esempio durante il sonno) e in condizioni patologiche (es. , coma). Di conseguenza, ci troviamo in difficoltà a rispondere anche alle domande fondamentali riguardanti la presenza, assenza, il grado e la natura del fenomeno della coscienza negli esseri umani e nelle altre specie". 


Da queste poche righe già si potrebbe discutere sul significato di coscienza che stanno presupponendo gli autori: davvero perdiamo coscienza durante il sonno? Che definizione di coscienza soggiace a questo ragionamento?
Certamente, la difficoltà di trovare una risposta unanime riguardante la presenza, assenza, grado e natura del fenomeno coscienza è palese.

"Che sia unica per gli esseri umani o no, la coscienza è un aspetto centrale della nostra esperienza del mondo. L'impronta digitale neurale di questa esperienza, tuttavia, rimane uno degli aspetti meno compresi del cervello umano", continuano gli autori, che nel loro studio hanno sottoposto 12 volontari sani allo studio funzionale tramite fMRI per valutare, con misure matematiche derivate dalla emergente teoria dei grafi, la riconfigurazione dinamica delle connessioni tra le aree cerebrali durante la veglia, la sedazione indotta da propofol, la perdita di coscienza e il recupero della veglia.

In questo studio, quindi,  si segue una recente idea teorica secondo cui il fattore cruciale sottostante la coscienza possa essere la modalità con cui vengono scambiate le informazioni tra le diverse parti del cervello. Nello specifico, noi rappresentiamo il cervello come una rete di regioni che scambiano informazioni. Dato questo presupposto si può valutare come diversi livelli di coscienza indotti da anestetico influenzano la qualità di scambio di informazioni attraverso le diverse regioni della rete cerebrale. 

La conclusione dello studio è che "Complessivamente, i nostri risultati mostrano che ciò che rende lo stato di perdita della coscienza indotto da propofol  diverso da tutte le altre condizioni (cioè, insonnia, sedazione leggera e recupero coscienza) è il fatto che tutte le regioni del cervello sembrano essere funzionalmente più distanti, riducendo l'efficienza con cui le informazioni possono essere scambiate tra le varie parti della rete".

La questione, in definitiva, risulta ancora complessa e il rotolo della matassa da svolgere appare ancora molto grande. Sebbene un crescente insieme di evidenze sperimentali stia cominciando  ad affrontare la questione, ad oggi ancora si fa fatica a rispondere anche alle domandi fondamentali riguardanti la natura della coscienza. Eppure sembra essere proprio in queste ultime parole la chiave di queste difficoltà: può la scienza sperimentale definire la "natura della coscienza"?

martedì 1 ottobre 2013

La vita prenatale e le capacità sensoriali di Anna Paola Borrelli, teologa moralista perfezionata in bioetica, 30 settembre, 2013




Se volessimo raccontare la storia di un bambino non dovremmo iniziare dal momento meraviglioso della nascita, ma retrocedere all’istante del concepimento e a tutta la sua vita prenatale. Quei 9 mesi lasciano tracce importanti che si sedimentano nella sua memoria e definiscono il carattere del nascituro.

C’è una disciplina, la “psicologia prenatale”, che ha fatto la sua comparsa negli anni ’70. Essa «nasce dall’interazione di conoscenze mediche (medicina ostetrico-ginecologica, medicina pre e peri-natale, biologia, ecc.) e conoscenze psicologiche (psicologia dello sviluppo, psicologia della personalità, psicologia dinamica, psicobiologia, ecc.) e […] si prefigge lo scopo di studiare lo sviluppo e le capacità psicofisiologiche, comunicative, relazionali e psicologiche del feto, a partire dal presupposto […] che il feto è in grado di ricevere uno stimolo (intra ed extrauterino), elaborarlo (anche psicologicamente) e dare una risposta» (Pier Luigi Righetti).

Quante volte sarà capitato di chiedersi se il feto sente la voce della mamma, dei familiari o delle persone che lei incontra, se percepisce i suoni e i rumori, se avverte stimoli dolorosi, se lo stress della madre si ripercuote su di lui, se sogna e in caso positivo cosa e a queste saranno seguite un’altra miriade di domande e curiosità che prima o poi tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo posti.  Proviamo allora a decifrare insieme questo fantastico mondo che è la vita prenatale, focalizzando la nostra attenzione sulle capacità sensoriali.

Nella vita intrauterina gli organi di senso hanno uno sviluppo molto lineare e ben ordinato, dapprima si sviluppa il tatto, poi l’olfatto, il gusto, l’udito e infine la vista. «Tutti i sistemi sensoriali sono maturi anatomicamente in utero; certi sono poco stimolati, è il caso della vista; in altri casi, degli stimoli relativamente più ricchi sono presenti prima della nascita: stimoli chimici del liquido amniotico che intervengono sul gusto e l’olfatto, stimoli tattili, stimoli cinestesici e vestibolari legati ai movimenti, stimoli uditivi» (E. Herbinet – M. C. Busnel).

 Il tatto
Si sviluppa precocemente ad appena 7 settimane di gravidanza nella zona periboccale, nella 11ª settimana lo troviamo nell’epidermide del viso e nel palmo delle mani, alla 12ª settimana è nella pianta dei piedi, mentre alla 15ª interessa gli arti e il tronco, fino a giungere alla 20ª settimana, ove i recettori cutanei sono espansi in tutto il corpo (Balmaan, 1980). «La letteratura medica e quella fisiologica ritengono che il liquido amniotico e la placenta siano i principali “trasmettitori” e “conduttori” delle stimolazioni colte dal feto» (P. L. Righetti).

Lo psicologo P. L. Righetti dichiara anche che «il feto è in grado di discriminare stimoli tattili dolorosi (se si stimola la pianta del piede del feto con piccolissimi aghi, il bambino aumenta la sua frequenza cardiaca e i suoi movimenti)». Che il feto percepisca dolore oggi non è più un mistero. Basti pensare che «l’anestesia viene proposta da taluni sin dal 4° mese di gestazione (Clark 1994). Protocolli analgesici sono proposti comprendendo la somministrazione di sulfentanyl e pentotal al feto in caso di aborto (Mahieu-Caputo 1999). Anche autori anglosassoni sono d’accordo su questo fatto (Clark 1994)» (C. V. Bellieni), cioè in pratica è provato che il feto che dev’essere abortito proverà certamente dolore, per cui gli si pratica l’analgesia.

Nei Paesi Bassi è stata inventata perfino una disciplina detta “aptonomia” (dal greco “hapsis” toccare) è “la scienza del tatto”, “la scienza del contatto”. Il suo fondatore, Frans Veldman, nell’articolo “Il senso sensato” ribadisce che «a partire dal momento in cui i primi movimenti sono percettibili, momento che può variare a seconda che si tratti di una primipara o di una pluripara, di solito verso il 4°-5° mese di gravidanza, la madre orienta la sua affettività, con un’accresciuta sensibilità, verso il suo bambino; essa lo prende, letteralmente, nelle sue mani, circondandolo affettivamente. La stimolazione percettiva, sentita dal bambino, l’invita a rispondere in modo riflessivo, sempre più anticipante. E a poco a poco si sviluppa, tra la madre e il bambino, un’interazione comunicativa che, quando si ripete regolarmente, si risolve rapidamente in un momento di allegra ricreazione».  Pertanto, la gestante può dilettarsi con suo figlio, stimolarlo, toccarlo, mediante la parete addominale e uterina. Anche il padre non è chiamato fuori da questo perimetro d’amore, è necessario piuttosto che «partecipi a questo “gioco” in cui si incontrano, a partire dai primi movimenti del feto […]. Si accorgerà che, anche per lui, è relativamente facile comunicare con suo figlio nell’utero, come per la madre, giocando con lui, formando con la madre una trinità affettiva serena».

La pelle è un involucro di emozioni e tutto ciò favorisce l’attaccamento tra madre e figlio di cui parlano Bowlby in Inghilterra e Harlow negli USA.  Ma già a partire dalla vita prenatale F. Veldman fa rilevare che purtroppo «questi stimoli affettivi mancano nella maggior parte delle gravidanze e segnala che questo deficit può avere delle conseguenze: certi comportamenti autistici non sarebbero forse indotti a partire dalla vita prenatale, dato che possono apparire delle “engrammation” positive o negative, “archivi mentali del sentimento”, molto prima di quanto generalmente non si pensi? Più i bambini ricevono stimoli significativi, adatti e conformi alla destinazione dell’essere umano, già umano prima della nascita, più la “matrice” dell’esistenza accresce i suoi contorni».

L’olfatto 
«Già in periodo embrionale sono evidenziabili dei sistemi cellullari che costituiranno il sistema olfattivo principale, trigeminale e vomero-nasale».  Mentre il tatto è il primo organo di senso a svilupparsi, «le strutture chemiorecettive del naso molteplici e complesse, sono fra le prime a formarsi nel corso della vita fetale. I recettori olfattivi primari e i sistemi cerebrali corrispondenti – i bulbi olfattivi – appaiono differenziati tra l’8ª e la 11ª settimana di gestazione […] Nel corso dello stesso periodo, le terminazioni sensitive del nervo trigemino […] sono ripartite in maniera diffusa nella mucosa nasale e sono all’origine delle sensazioni di natura tattile evocate dalle stimolazioni chimiche (il “piccante” dell’ammoniaca o il “fresco” del mentolo, per esempio). Infine, esistono nel feto umano di 5-13 settimane, dietro all’orifizio delle narici, due piccole strutture tappezzate da cellule sensoriali: gli organi vomeronasali» (E. Herbinet – M. C. Busnel).

Questi ultimi consentono di individuare l’odore delle sostanze di cui è impregnato il liquido amniotico. Riguardo al sistema olfattivo il legame tra vita prenatale e neonatale si rivela nel riconoscimento della madre, da parte del bambino, proprio in base al suo odore. Allo stesso tempo il neonato è in grado di riconoscere l’odore del latte materno e questo perché in antecedenza ne aveva conosciuto il suo sapore, all’interno del liquido amniotico. «Questo riconoscimento primitivo, essenziale, lascia sul piccolo una traccia indelebile; una volta riconosciuta la propria madre, saprà ritrovarla nuovamente e senza alcuno sforzo ogni volta che vorrà attaccarsi al suo seno». Nei nascituri, la cui età gestazionale è inferiore ai 7 mesi, la capacità di identificare l’odore materno si rivela minima, diversamente dai 7 mesi in poi. Questa differenziazione è motivata dal fatto che soltanto dal terzo trimestre i recettori olfattivi attivano la loro funzione di appurare eventuali modificazioni.

Il gusto
Un altro importante apparato è senz’altro il sistema gustativo che presenta recettori in tutta la lingua, soprattutto nella parte anteriore, così come nell’epiglottide e nel palato molle. Il feto fa esperienza gustativa di tutti gli alimenti che mediante la placenta arrivano in utero. Inizia così a riconoscerne le essenze, i profumi e a discernere quelli che gli piacciono di più o di meno, informando la madre di queste sue preferenze, attraverso modificazioni della sua frequenza cardiaca e di cambiamenti nei movimenti che saranno delicati o agitati, in base alle sue predilezioni e avversioni.

Alla nascita il bambino mostrerà poi un’evidente “memoria gustativa”. Se viene fatta un’«iniezione in utero nel liquido amniotico (che, si sa, è costantemente deglutito dal feto) di estratto di mela o d’estratto d’aglio induce allo svezzamento di una preferenza dei piccoli per l’alimento aromatizzato alla mela o all’aglio».  La dieta della madre influenza dunque le preferenze del piccolo, ma al tempo stesso sapori dolci e amari vengono riconosciuti dal nascituro e determinano una differente reazione. Così se dopo la 24ª settimana vengono iniettate sostanze dolci nel liquido amniotico, il feto reagisce, sia con un’accelerazione del ritmo di deglutizione, sia mostrando vere e proprie smorfie di piacere; viceversa iniettando sostanze amare egli rallenta il ritmo di deglutizione, fa smorfie di dolore e cerca di chiudere la bocca.

L’udito 
Il 4° apparato a svilupparsi in ordine di tempo è quello uditivo. Il feto è «in grado […] di distinguere una voce femminile da una voce maschile, musiche diverse, di dare sia risposte cardiache sia motorie differenti» (P. L. Righetti). Il sistema uditivo inizia il suo funzionamento verso i  4 mesi e più precisamente intorno alle 20 settimane (Pujol e Uziel, 1988). «Il sentire fetale è un sentire di tipo tattile per vibrazione del liquido amniotico; il nascituro risponde attivandosi di più se stimolato da una voce femminile (in particolare quella della madre, internamente con i rumori viscerali, ed esternamente, per vibrazione del liquido amniotico) perché la voce femminile produce una vibrazione più veloce di quella maschile» (P. L. Righetti). I rumori presenti sono di due tipi: rumori di origine materna e rumori provenienti dall’esterno.

«Dalle 26-28 settimane di gestazione, proprio come nel prematuro, possiamo osservare nel feto sottoposto a un forte rumore un’accelerazione del ritmo cardiaco e dei movimenti. […] Si tratta in genere di una risposta di sussulto più o meno forte. Se il rumore è più debole, la risposta si manifesta con un ammiccamento delle palpebre e modificazioni dei movimenti pseudo-respiratori, ma essa coinvolge abitualmente tutto il corpo, in particolare sotto forma di una flessione-estensione degli arti e di una contrazione del tronco. Serve per provocare questa reazione motoria un’intensità sonora maggiore di quella necessaria per indurre una risposta cardiaca. Questa segue molto rapidamente, con un tempo di latenza inferiore a un secondo. Birnholz e Benacerraf (1983), Leader e Baillie (1982) hanno descritto delle reazioni motorie ancor più precoci a stimoli vibro-acustici, a partire dalle 23 settimane di gestazione in certi feti. Per Leader e Baille le bambine reagirebbero due settimane prima dei maschi; questo risultato non è stato ancora ripetuto» (E. Herbinet – M.C. Busnel).

La musica riveste un ruolo particolare per quanto riguarda la funzione uditiva. Se il feto ascolta musiche troppo veloci e ritmate come nel caso del rock o di Beethoven reagisce con movimenti bruschi e con accelerazioni del suo battito cardiaco, viceversa se si tratta di musiche più lente e melodiose come Mozart e Vivaldi produrrà movimenti più tranquilli e il battito cardiaco diminuirà (Zimmer et al). L’apparato uditivo è in sé molto delicato e la madre deve riporre attenzione, non esponendosi a forti rumori che oltre a disturbare il piccolo, possono portare seri danni alla sua salute. «Alcuni esperimenti hanno mostrato che si poteva provocare una sordità nel feto di una cavia sottoponendo le gestanti per oltre sette ore al giorno al rumore prodotto dalle macchine di una fabbrica tessile. Da parte loro, Pujol e Lenoir (1979; 1980) hanno osservato che il topolino neonato può essere afflitto da un deterioramento uditivo permanente se, nel corso di un periodo particolare del suo sviluppo, è sottoposto a un rumore notevole, anche se non traumatico per un orecchio adulto. […] Sappiamo fin d’ora che un’esposizione costante a forti rumori per tutta la durata della gravidanza triplica il rischio di un deficit uditivo nel neonato, e questa stessa probabilità aumenta di otto volte se i rumori sono particolarmente violenti» (J. P. Relier).

La vista 
L’ultimo organo di senso a svilupparsi, durante la vita prenatale, è la vista che seppur funzionante, completerà la sua maturazione dopo la nascita. Il feto presenta le palpebre chiuse sino alla 26ª settimana per permettere il corretto sviluppo della retina. Dopo questo periodo gestazionale egli è in grado di percepire la luce se ad es. la gestante sosta al sole col pancione scoperto oppure se una lampada viene posta sull’addome della madre il bimbo si volterà immediatamente dall’altro lato e si registrerà un aumento del battito cardiaco. Arrivato alla 33ª settimana le pupille del nascituro si restringono o si dilatano, in relazione al grado di energia della luce.

A differenza degli altri organi di senso la vista è quello che viene utilizzato meno, dato il buio dell’ambiente uterino. Soltanto quando una fonte luminosa molto forte attraversa la parete addominale quell’ordinario buio muta per qualche attimo in penombra. Rispetto agli stimoli uditivi che «contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo cerebrale,[…] gli stimoli visivi diventino importanti solo a uno stadio più avanzato dello sviluppo, dopo la nascita. D’altronde questi fenomeni potrebbero spiegare ciò che tutti i medici hanno constatato: i ciechi dalla nascita sono persone molto meno infelici […] dei completamente sordi, spesso depressi e chiusi in se stessi» (J. P. Relier).

«Per quanto riguarda un’identificazione attraverso la vista, gli autori non sono concordi e i risultati delle ricerche sono spesso ambigui. In primo luogo è difficile eliminare tutti gli elementi che non siano visivi, ma possiamo frapporre un cristallo tra il bebè e un adulto e osservare come reagisce il bebè quando l’adulto è la madre o un’altra donna familiare o meno, o un uomo. Sembra che se l’adulto ha una faccia espressiva, si muove, parla, il bebè di un mese passerà più tempo a guardare sua madre piuttosto che un altro adulto. Al contrario se l’adulto resta immobile, il volto fisso, senza parlare, questo stesso bebè guarda meno sua madre che un altro» (E. Vurpillot).

venerdì 27 settembre 2013

Rubrica del mercoledì: Neuro-Antropologia e Neuro-Filosofia (2)


... continua, 2 parte: L’esperienza del Trascendente alla luce della psicoterapia


di Alberto Carrara*, Alberto Passerini** e Alessandra Pandolfi***
* biotecnologo e neurobioeticista, Ateneo Regina Apostolorum (Roma), Gruppo di Neurobioetica (GdN)
** Psichiatra, Psicoterapueta, S.I.S.P.I. – Scuola Internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa, Milano-Roma (www.sispi.eu)
*** Anestesista, Psicoterapeuta, S.I.S.P.I. – Scuola Internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa, Milano-Roma (www.sispi.eu)

«Trascendente ed Esperienze Immaginative [1]: Il Trascendente in psicoterapia

Considerare l’idea che l’Uomo ha dell’esistenza della divinità alla stregua di un pensiero magico o animistico, come si legge in alcuni scritti, significa, al di là di qualsiasi credenza religiosa, atea o agnostica, ignorare una parte dell’Essere nei suoi bisogni fondamentali; oltre a quelli di amare, essere amato ed essere riconosciuto nei propri significati: il trascendente (Toller, Passerini, 2007).  


Quasi un secolo di studio e di pratica della Psicoterapia con l’Esperienza Immaginativa (Rêve-Eveillé, Procedura Immaginativa) (Passerini, 2009)  ha dimostrato che, oltre al vissuto corporeo e a quello psichico, esiste una dimensione superiore attinente allo spirito, accessibile a tutti anche se non tutti vi prendono soventemente contatto (Passerini, 2012). 

All’interno del “laboratorio” della pratica clinica si possono cogliere della sequenze immaginative a contenuto “transpersonale”, “mistico”,  caratterizzate da vissuti di “fuori dal tempo e dalla fisicità”, “pace interiore”, “estasi”.  Si tratta di una “coscienza di ordine trascendentale, che sfugge a qualsiasi analisi e a qualsiasi linguaggio espressivo adeguato” (Fabre, 1981), di un “sentimento oceanico”, come lo definisce Roman Rolland nelle sue ricerche sulla mistica, un “silenzio nell’oscurità perfetta” con sentimenti di fusione e di comunione con il mondo (Desoille, 2010 [1973]).  

Queste ultime caratteristiche possono palesare una parentela con alcuni vissuti arcaici di indifferenziazione tra sé e l’esistente ma  ciò che distingue questa esperienza umana dal pensiero arcaico e/o infantile è stato ben evidenziato dagli studi di Fabre (1981) e De Martin (1986).  Mentre, là dove il pensiero infantile raffigura il soprannaturale in un essere superiore non soggetto alle leggi della fisica (Vallortigara, Girotto, 2013), che si può considerare null’altro che una tappa dello sviluppo cognitivo e psico-affettivo ben descritto negli studi di Piaget (1983), esiste invece un punto d’incontro tra Trascendente ed Arcaico proprio dove questi due stati condividono il vissuto di “fusione”.  Ma ci sono delle differenze: nella regressione all’Arcaico c’è una regressione anche nel cognitivo, si altera la logica causale, la razionalità, si disorganizza il pensiero, si dissolvono i confini dell’Io; diversamente nel contatto con il Trascendente ci sono sentimenti di presenza, di lucidità creativa (Desoille, 2010) (Passerini, 2009), (Rocca, Stendoro, 1993) e di finalismo (Ales Bello, 2010).  

Il superamento di una soglia
Sempre dal “laboratorio” empirico dell’attività clinica, si è potuto riscontrare che il raggiungimento di stati “elevati” di coscienza, in genere, è preceduto dal superamento di una soglia, da un cambiamento interiore che permette all’Io di ritrovare un’unità (originaria), dalla quale sprigiona una comprensione  lucida, creativa e riflessiva.  La soglia di cui si sta parlando si identifica spesso in un’azione non ordinaria come una nascita simbolica o un’esperienza iniziatica, che si possono riconoscere grazie all’apparire di particolari simbolismi: l’attraversamento di un varco, il passaggio di una porta monumentale, l’attraversamento di uno specchio, la scala a spirale, un passaggio di stato attraverso l’addormentamento, la scomparsa di una maschera ed altri (Romey, 1982).  Ed avviene sempre attraverso il superamento di una prova.

I vissuti di pre-morienza
La possibilità di saggiare l’esperienza del Trascendente appartiene all'essere umano che può vivere questo stato in momenti diversi della propria esistenza.  


Una delle più recenti acquisizioni è quella dei vissuti trascendentali extracorporei, legati alle testimonianze di persone che, trovatesi in punto di morte, grazie alle moderne tecniche rianimatorie, vengono salvate e, al proprio risveglio, raccontano di aver sperimentato nuove dimensioni, in genere a forte contenuto emozionale e di grande bellezza (Owen et al., 1990) (Van Lommel et al., 2001).  Vissuti di pre-morienza (Near Death Experience) vengono descritti anche da pazienti sottoposti ad anestesia generale, soprattutto per interventi chirurgici in cui il muscolo cardiaco viene fermato artificialmente per un certo periodo di tempo (Spitelli et al., 2002). In questo caso non sempre i vissuti extra-corporei sono rasserenanti ma possono avere anche connotati angosciosi.  Questa condizione è di particolare interesse “sperimentale” poiché si può dire che il paziente cardio-chirurgico, in relazione alle modalità dell’intervento, sperimenti “in vita” la propria morte: egli sa che il suo cuore si fermerà per poi ricominciare a battere dopo l’intervento; frequenti sono in letteratura (Blacher, 1983) così come nella nostra esperienza (Passerini, 1987) i vissuti di rinascita, di resurrezione e di pre-morienza.  Infatti si tratta di un intervallo di tempo di vera e propria “sospensione della vita” e verosimilmente sarebbe banale liquidarne i vissuti come semplice angoscia di morte o meccanismi di adattamento.  Sono stati riportati vissuti in cui l’anima va a ricongiungersi con i propri cari defunti, di incontro con Dio o con antenati morti, come esperienza piacevole o rassicurante e percepiti come condizione intermedia tra la vita terrena ed extra-terrena, vissuti d’immortalità, indipendentemente dalle convinzioni religiose del soggetto, visioni di “fuori dal corpo”.  Non estraneo a queste esperienze è il significato simbolico nonché fisiologico dell’organo “cuore”, che in molte culture anche tra loro lontane, rappresenta il “centro dell’essere”, la “divinità dentro l’Uomo”, che è il primo organo che inizia a funzionare alla nascita e l’ultimo a smettere con la morte.

Affermare se i vissuti di “pre-morte” si riferiscano ad esperienze al di fuori del proprio essere e senza alcuna connessione con le funzioni cerebrali, che durante un arresto cardiaco si interrompono, o se si tratti di qualche complessa funzione encefalica che si attiva proprio in concomitanza dell'evento potenzialmente mortale esula dallo scopo di questo scritto. Vogliamo tuttavia rilevare come i vissuti riportati dai sopravvissuti appartengano alla sfera del Trascendente.

Esiste ormai una letteratura scientifica e divulgativa piuttosto ampia sull'argomento, che continua ad arricchirsi di nuove testimonianze.  Il primo fondamentale punto è quello che ogni essere umano, indipendentemente dalla sua età, razza, cultura, religione e grado di istruzione è in grado di vivere e ricordare con chiarezza tali esperienze.  Un altro punto interessante è che il percorso in una differente dimensione ha delle tappe che sono presenti  in quasi tutte le descrizioni come il passaggio in un tunnel, l'incontro con una luce mistica, gli incontri descritti sopra, la ricapitolazione della propria vita, l'accesso ad una conoscenza  speciale, l'incontro con un confine o barriera e il ritorno nel corpo volontario o involontario (Long et al., 2010).  Tutti coloro che raccontano la propria esperienza parlano di sensi acuiti, capacità di comprensione straordinaria rispetto a quella della vita normale, possibilità di apprendere per via telepatica. La maggior parte delle persone che riferisce di questa esperienza la giudica indescrivibile  a parole considerando il vocabolario della propria lingua privo di vocaboli adatti a dare un'idea esatta della essenza delle proprie sensazioni (Parnia, Fenwick, 2002).  E qui è sorprendente la similitudine con l’incontenibilità delle emozioni trascendentali riscontrate in psicoterapia.  Un tema ricorrente in coloro che “ritornano” alla vita terrena è quello del sentimento di amore e di pace che pervade ogni situazione vissuta.

Un dato da rimarcare è che l’incontro con persone defunte sconosciute possa portare a posteriori ad un riconoscimento come parenti morti prima della propria nascita e di cui non si conosceva l'esistenza.  Un esempio interessante è quello di un bambino che, in un'esperienza del genere, incontrò un altro bambino che riconobbe come suo fratello. Al risveglio ne parlò con la famiglia che rimase esterrefatta in quanto effettivamente c'era stato un fratello, morto prima della sua nascita, e di cui il protagonista non sapeva nulla poiché nessuno ne aveva mai parlato (Long et al., 2010).


Conclusioni

Nella nostra cultura post-moderna c'è un'estrema necessità di applicare e vivere la “prudenza”, intesa come la retta ragione che bisogna, e bisognerebbe, impiegare al formulare conclusioni, specie se queste hanno per oggetto elementi esistenziali considerevoli come l'esperienza umana del “Trascendente”. Non è indifferente, infatti, credere che è il nostro cervello, e non noi stessi, ciò che agisce, colui che ragiona, colui che prende le decisioni, colui che “ci” fa prendere consapevolezza di essere coscienti, di entrare in contatto con una realtà Altra, etc. 

Queste credenze, troppo spesso sbandierate da certuni persino in convegni scientifici seri, oltre a venir smentite dalle più recenti acquisizioni in campo neuroscientifico (basti considerare la nuova branca della “neuro-connettomica”, oppure quella della plasticità e rigenerazione cerebrale, etc.), risultano ormai obsolete e “ingenue”, dinnanzi al diffondersi di teorie radicali di stampo “esternalista” sul mentale (M. C. Amoretti, 2011) che non riducono tutto ai neuroni o al solo cervello, ma prendono in considerazione la realtà integrata della persona umana, unità-duale tra componenti fisiche e bio-psichiche (e spirituali), che sempre più trovano riscontri nelle evidenze neuroscientifiche, cliniche e psicodinamiche (A. Nöe, 2010; W. Glannon, 2011).
Le sottili distinzioni da tener presente sono ben riassunte dalla filosofa italiana Angela Ales Bello quando, scrivendo sul tema della coscienza umana, afferma: «È possibile ribaltare la collocazione della coscienza [dell'esperienza umana del “Trascendente”] secondo la quale essa è “epifenomeno” del cervello... a patto che si sottolinei la complessità e la stratificazione dell'essere umano, che conduce non ad un rigido dualismo» (alla René Descartes, all'italiana: Renato Cartesio), «ma ad una dualità, all'interno della quale è presente un aspetto psichico-spirituale autonomo» (P. L. Fornari, 2012). La stessa filosofa, intervistata per l'uscita del volume di oltre 900 pagine da lei curato insieme a Patrizia Manganaro sul tema della coscienza tra fenomenologia, psico-patologia e neuroscienze (A. Ales Bello, P. Manganaro, 2012), sottolinea importanti distinzioni da tener presente nell'odierno dibattito neuroetico: «l'intrinseca autoreferenzialità del pensiero e l'accesso cosciente agli stimoli esterni potrebbero “incarnare” la differenza tra la consapevolezza di se e dell'ambiente circostante. Il termine “incarnare” è particolarmente significativo. Infatti, affermare che la coscienza [l'esperienza umana del “Trascendente”] ha una base nell'attività cerebrale conduce al riduzionismo, invece sostenere che il cervello nella condizione temporale è il luogo della coscienza [dell'esperienza umana del “Trascendente”] è cosa ben diversa» (P. L. Fornari, 2012).


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Amoretti M. C., La mente fuori dal corpo, Franco Angeli, Milano 2011; questa è un'opera sintetica sui diversi esternalismi in relazione al mentale di estrema importanza per averne un panorama completo e approfondito. Gli esternalismi sono posizioni eterogenee che considerano che la mente umana si estenda, almeno in parte, oltre i confini fisici, non soltanto della nostra cerebralità, bensì anche della nostra corporalità.
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[1]     La definizione “Esperienza Immaginativa” (E.I.) in senso stretto è la traduzione italiana più recente del Rêve-Eveillé (R.E.) ideato da Robert Desoille negli Anni Venti; si svolge in una seduta che ha una durata massima di 50’, durante la quale viene proposto al paziente, sdraiato sulla chaise-longue, dopo un idoneo rilassamento spontaneo, di immaginare una narrazione di fantasia a partire da una immagine iniziale (Stimolo Percettivo – S.P.) suggerita dall’analista.  Si raccomanda al paziente di essere quanto più possibile spontaneo e partecipe durante la narrazione, che il soggetto comunicherà  ad alta voce e sarà trascritta dal terapeuta; il materiale simbolico, attuale o regressivo, così ricavato verrà esaminato assieme, nelle sedute successive, per decodificarne il significato.  Studi recenti sviluppati dalle neuroscienze, sull’immaginazione, sulla percezione, sui neuroni-specchio, sulla memoria e sull’oblio, contribuiscono alla spiegazione neurofisiologica dell’Esperienza Immaginativa  (Passerini 2009).  La relazione, che fa da cornice ma anche da motore della cura, si iscrive nella teoria dell’Incontro (Callieri 1984) comprendendo in questa definizione anche il Movimento Transferale e Contro-transferale riconoscibili, in questa metodologia, all’interno dell’Esperienza Immaginativa. 
Pubblicato da Ricky