Visualizzazione post con etichetta problema demografico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta problema demografico. Mostra tutti i post

martedì 23 aprile 2013


23 aprile 2013 - Quando Stati (e organizzazioni) dettano regole - Figli a comando - http://www.avvenire.it/


Contrordine, fratelli della rivoluzione islamica! «Niente più contraccettivi né misure di pianificazione familiare, dovete tornare a fare più figli». È il netto cambio di strategia deciso dal governo iraniano, che ha scelto di mobilitare 150mila medici per contattare le famiglie e "motivarle" ad avere più bambini. E in fretta, pure: cercando di «ridurre al di sotto dei due anni il periodo fra una gravidanza e l’altra». L’obiettivo infatti è esplicito e certamente ambizioso: arrivare in pochi decenni a raddoppiare la popolazione del Paese da 75 a 150 milioni di persone.

Il cambio di strategia è stato impresso su impulso della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che aveva chiesto di abolire le politiche di pianificazione familiare adottate dopo la forte crescita delle nascite seguita alla rivoluzione islamica del 1979. «Ma la scelta del figlio unico ha provocato molti problemi – ha spiegato Mohammad Ismail Motlagh, dirigente del ministero della Famiglia di Teheran –. E ora le coppie devono rivedere i loro metodi e cambiare i loro piani». 

Una scelta – questa dell’Iran, come quella speculare della Cina con l’imposizione (ora in discussione) del figlio unico o gli interventi di pianificazione familiare da parte di enti internazionali, anche legati all’Onu – che conferma come la leva demografica sia tuttora utilizzata dai poteri statali e sovranazionali anzitutto per conseguire obiettivi politici, prima che per favorire cambiamenti sociali a beneficio delle popolazioni. Dietro espressioni come "salute riproduttiva", utilizzate da organismi internazionali, si nasconde spesso in realtà non la giusta esigenza di tutelare la salute delle donne o di evitare il ricorso all’aborto, ma appunto la scelta politica-economica di imporre una pre-determinata (de)crescita demografica, non di rado legando ad essa obiettivi e interventi di sviluppo. 

Nei singoli Stati, poi, a seconda delle esigenze di bilancio, di pianificazione economica o, per altro verso, di strategie militari o espansionistiche, i governi non si fanno scrupolo di intervenire pesantemente nella sfera più intima di ogni coppia: ora imponendo di non procreare, anche a costo di spingere le donne ad abortire, ora invece facendo pressione perché si "diano figli alla Patria". 

È un tratto tipico delle dittature, del Novecento come di quelle contemporanee. In maniera meno esplicita, però, la tentazione percorre anche le nostre democrazie, nelle quali ad agire sono da un lato la presenza o l’assenza di politiche di sostegno alle famiglie, dall’altro i modelli culturali che finiscono per condizionare (e non poco) la scelta di avere figli. Fino alle nuove "frontiere" dischiuse oggi da quelle tecniche e quelle leggi che permettono e "legalizzano" una procreazione slegata dall’unione di una coppia donna-uomo.

Al fondo, nelle imposizioni dirette delle dittature come nelle indirette pressioni delle democrazie, sta non solo un’insopportabile violazione della libertà dei coniugi, ma soprattutto uno stravolgimento dell’umano nella sua essenza: la procreazione che nasce da un progetto di vita, infatti, non può mai essere ridotta a mera riproduzione, da accrescere o diminuire secondo convenienze economiche o politiche, come fosse una produzione industriale.

Francesco Riccardi

giovedì 4 aprile 2013


Famiglia made in Usa - giovedì 4 aprile 2013 - http://www.ilsussidiario.net


La stagione del baseball è iniziata oggi. Lo so, perché abito vicino allo stadio degli Yankees e le partite creano dei terribili ingorghi di traffico, che mettono a rischio il culto (il termine giusto è proprio questo, con tutte le sue implicazioni religiose) per gli Yankees. Oggi la partita era tra Yankees e i loro (nostri) arcinemici, i Boston Red Sox, e come gesto di rifiuto di onori anticipati, hanno perso 8 a 2.

Dall’altra parte della città abitano i tifosi dei Mets, che giocavano contro i San Diego Padres, e che hanno vinto 11 a 2.

Ho guardato la partita fino a che è stato chiaro che gli Yankees avrebbero perso e mi è venuto in mente un articolo su Time della scorsa settimana sul crescente disinteresse dei giovani afroamericani a diventare giocatori di baseball rispetto al passato anche recente.

L’articolo, scritto da Sean Gregory, traeva spunto dalla presentazione in tutto il Paese, il 2 aprile, del film biografico sul leggendario giocatore di baseball Jackie Robinson, il primo giocatore nero a rompere il muro di separazione tra giocatori bianchi e neri, entrando a far parte dei Brooklyn Dodgers. Fino ad allora (1947), gli afroamericani avevano la loro Lega. Il nuovo film è intitolato 42.

Nel film, dopo che Robinson ha giocato la sua terza partita con i Dodgers, un reporter bianco predice ai colleghi della tribuna giornalisti che verrà il giorno in cui i giocatori neri “sbatteranno i bianchi fuori dal baseball.”

Per un certo periodo, la profezia è sembrata avverarsi.

La percentuale dei giocatori afroamericani nella MLB (Major League Baseball) ha cominciato a crescere fino a raggiungere il 27% nel 1975. Poi ha cominciato a declinare, fino all’8% dell’anno scorso.

Cosa sta succedendo?

Una parte della risposta viene dalla crescita del numero dei giocatori ispanici: l’anno scorso, il 25% dei giocatori della MLB erano “latinos”. Questo è solo un esempio di come i cambiamenti demografici nel Paese stanno influenzandola società e anche le istituzioni più amate.

Paradossalmente, la fine della Lega separata per gli afroamericani ha tolto a molti giovani neri l’entusiasmo per questo gioco, che costituiva un legame tra loro, anche a livello di quartiere, scuola, etc. I giovani neri aspiravano a essere riconosciuti per il loro valore personale, piuttosto che come membri di una squadra, sperando di diventare delle celebrità, cui le società di abbigliamento sportivo potevano riconoscere cospicue remunerazioni.


Tuttavia, il fattore più interessante menzionato nell’articolo è forse la dissoluzione della famiglia, sia tra i bianchi che i neri, ma che colpisce i maschi neri in special modo. Su questo aspetto, ha parlato in modo chiaro anche il Presidente Obama.

In particolare, la dissoluzione della famiglia ha colpito il baseball a causa della rottura di rapporti tra padri e figli, cioè il rapporto con il quale si è trasmesso per generazioni l’amore per questo sport.

Il numero di Time è uscito con due copertine,una con due uomini gay che si baciano e l’altra con due lesbiche, che anche loro si baciano. Con la ridefinizione del matrimonio che sta prendendo piede nella nostra società, sarà interessante vedere quale sarà tra qualche anno la situazione del baseball, se ci sarà ancora.

© Riproduzione Riservata. 



lunedì 4 febbraio 2013


Le nozze gay suicidio dell'Europa di Magdi Cristiano Allam - http://www.ioamolitalia.it/

Le nozze gay suicidio dell'Europa


(da Il Giornale) - La legalizzazione del matrimonio omosessuale in Francia e in Gran Bretagna, una realtà già presente in Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo, Islanda, che è stata accreditata dall'Unione Europa e dal Consiglio d'Europa, evidenzia che in questa Europa è prevalso il relativismo valoriale che scardina le fondamenta della costruzione sociale incentrata sulla famiglia naturale.

Non si tratta solo della violazione di un “valore non negoziabile”, secondo l'espressione cara a Benedetto XVI, ma innanzitutto di un venir meno alla ragione e al legittimo amor proprio. L'Europa è in assoluto l'area del mondo che ha il più basso tasso di natalità e, purtroppo, l'Italia è tra i Paesi europei che ha il più basso tasso di natalità. Ebbene se noi – al fine di porre un argine a questo suicidio-omicidio demografico - usassimo la ragione e facessimo prevalere il sano amor proprio, dovremmo sostenere la centralità della famiglia naturale perché, piaccia o meno, è solo dall'unione tra un uomo e una donna che può generarsi la vita. Concretamente per favorire la natalità dovremmo sostenere la maternità, ciò che oggi si traduce nell'attribuzione di congrui sussidi per le madri che scelgono di dedicarsi a tempo pieno o anche parziale alla famiglia, ai figli e alla casa, riconoscendo la valenza economica del lavoro domestico. Proprio recentemente in Francia da un'inchiesta pubblicata dal Figaro emerge che il lavoro domestico corrisponde a circa il 33% del Pil (Prodotto Interno Lordo)!

Invece questa Europa relativista non solo non sostiene la famiglia naturale ma ha scelto di scardinarla dalle fondamenta sostenendo che la società non si basa più sul rapporto tra uomo e donna, ma che dobbiamo far riferimento a cinque parametri che corrispondono all'orientamento sessuale, dove l'essere eterosessuali, bisessuali, omosessuali, lesbiche e transessuali, deve essere considerato la piattaforma sociale a cui corrispondere assoluta parità sia per ciò che concerne il matrimonio sia per l'adozione dei figli. Ed è così che in quest'Europa relativista che rischia di scomparire sul piano demografico per quanto attiene alla popolazione autoctona, il matrimonio omosessuale viene indicato come l'apice di una civiltà i cui capisaldi sono la negazione della cultura della vita, ovvero la legalizzazione dell'aborto, dell'eugenetica e dell'eutanasia. Gli ideologi del relativismo demografico ritengono che il problema sia facilmente risolvibile spalancando le frontiere agli immigrati provenienti da Paesi che hanno un più alto tasso di natalità, operando in un contesto puramente quantitativo, a prescindere dalla dimensione qualitativa che concerne la condivisione o meno dei diritti fondamentali della persona, del rispetto delle regole fondanti della civile convivenza, della disponibilità a integrarsi per cooperare alla costruzione di un futuro migliore. Ecco perché se questi immigrati sono, ad esempio, i cinesi dediti all'invasione economica o gli islamici dediti all'invasione religiosa, il risultato sarà inesorabilmente il tracollo della civiltà europea in parallelo al declino della popolazione autoctona.

Tutto ciò dovrebbe essere considerato ragionevole e di buon senso. Ebbene se oggi non lo è, significa che abbiamo messo in soffitta la ragione e non ciò vogliamo più del bene, facendo prevalere un'imposizione ideologica ispirata al relativismo valoriale che nega la nozione stessa di verità e al buonismo che ci porta ad anteporre le istanze altrui anche a dispetto delle conseguenze negative per noi stessi. Ecco perché questo pregiudizio ideologico si configura come una dittatura relativista che, per un verso, è l'altro lato della dittatura finanziaria e, per l'altro, è supportato dalla dittatura mediatica. Anche la dittatura finanziaria fa venir meno la centralità della persona come depositaria di un valore intrinseco, della famiglia naturale e della comunità di uomini e donne liberi, sostituendoli con la centralità della moneta, delle banche e dei mercati.  E né la dittatura relativista né la dittatura finanziaria potrebbero affermarsi senza il supporto della dittatura mediatica che, mistificando la realtà, ci propina una rappresentazione ideologica facendosi sembrare come l'apice della civiltà ciò che il fondo del baratro in cui siamo precipitati non avendo più la certezza di chi siamo, delle nostre radici, fede, valori, identità e regole.

L'epilogo di questa deriva è la dittatura in senso letterale, dove anche se siamo chiamati a partecipare al rito delle elezioni, sappiamo anticipatamente l'esito delle elezioni perché la triplice dittatura relativista, finanziaria e mediatica non consentono alcuna devianza rispetto al “nuovo ordine mondiale”.  Ciascuno di noi sarà libero di produrre e di consumare, di copulare con chi gli pare, di credere in Gesù o Allah a condizione di metterli sullo stesso piano, ma non potremo affermare la verità, credere nei valori non negoziabili e perseguire il bene comune.

twitter@magdicristiano

venerdì 7 dicembre 2012

La crisi esige nuovi orizzonti
di Gianfranco Fabi - http://www.lanuovabq.it07-12-2012
AnzianiC'è una domanda che risuona spesso quando in qualche dibattito partecipa un economista. “Quando usciremo dalla crisi?”. Le risposte di solito sono interlocutorie, nessuno ha più il coraggio di fare previsioni. Anche perché c'è un piccolo particolare di cui tener conto: la domanda è sbagliata. E' come chiedere a una nave di imboccare un'autostrada. Perché con il termine crisi si intende tradizionalmente un momento congiunturale, una flessione momentanea, un andamento negativo di un ciclo economico destinato prima o poi a riprendersi.Questa volta non è così.

Siamo ormai chiaramente di fronte ad un cambiamento strutturale,all'insostenibilità del precedente modello di valori economici, ad un mutamento sempre più sensibile dei rapporti tra economia e società.

Al primo posto un elemento che è alla base anche di tutti gli altri fattori di crisi: l'andamento demografico. L'ultimo rapporto sull'economia globale e l'Italia elaborato dal Centro Einaudi e curato da Mario Deaglio pone proprio “la dimensione demografica” in prima fila tra le sette debolezze dell'Europa. In secondo piano sono gli squilibri globali di tipo monetario, le posizioni ultraortodosse dei tedeschi, il vizio d'origine politico dell'euro, le scelte geo-economiche della Germania, un ipotetico complotto internazionale ed infine una dimensione “psicoanalitica” che è costituita essenzialmente dalle paure ancora una volta tedesche verso il debito e l'inflazione.

Ma restiamo alla dimensione demografica con i dati sintetici, ma estremamente significativi della Banca mondiale elaborati dal Centro Einaudi.Quello che appare con chiarezza in Europa è il sorpasso delle classi di età più anziane su quelle più giovani. Trent'anni fa un europeo ogni cinque aveva meno di 14 anni, lo scorso anno era un europeo ogni sette. E allo stesso modo se trent'anni fa gli anziani, oltre 65 anni, erano solo il 13,3%, lo scorso anno questa percentuale era salito al 17,6% superando nettamente gli under 14 fermi al 14,5%. Anche gli Stati Uniti hanno visto salire la quota degli anziani e diminuire quella dei giovani, ma ad un ritmo molto più lento anche se ugualmente preoccupante.

Per l'Italia i dati sono ancora più allarmanti. L'indice di vecchiaia, cioè il rapporto tra i minori di 14 anni e i maggiori di 65 era a quota 61,7 nel 1981 ed è salito a 144,5 nel 2011 con una proiezione statistica di 207 nel 2030. La natalità in Italia è molto al di sotto del livello che sarebbe necessario per mantenere stabile la popolazione e rispetto agli anni del “baby boom” la nascite si sono praticamente dimezzate: erano state 929mila nel 1961, si sono fermate a 540 mila lo scorso anno e poco più di 100mila di queste sono avvenute da parte di almeno un genitore straniero.

Il fattore demografico non vuol dire solo riduzione dei consumi, minore domanda di nuove case, più limitata spinta agli investimenti, ma anche sul fronte opposto crescita delle spese previdenziali e sanitarie perché per fortuna si vive più a lungo e aumentano le possibilità di assistenza e di cura.

La crescita economica degli anni '80 e '90 aveva quasi permesso di nascondere questi problemi anche grazie alla facilità con cui i Paesi potevano indebitarsi per far fronte a questi squilibri. E in Europa l'introduzione dell'euro ha permesso un ulteriore decennio di tassi di interesse particolarmente bassi e quindi di forte possibilità di contrarre altri debiti.

Ma la crisi americana del 2008/2009 ha bruscamente interrotto i circuiti finanziari e ha portato a galla la debolezza strutturale dell'Europa. Ed eccoci di fronte ad una crisi che è di struttura perché sarà impossibile tornare al passato con tanti giovani e pochi vecchi e sarà necessario trovare un nuovo equilibrio tra tasse, consumi, spese previdenziali e investimenti produttivi.

La politica avrà nei prossimi anni una responsabilità molto grande, la responsabilità di costruire nuovi equilibri economici e sociali evitando che agiscano solo le forze del mercato, quelle che creano i nuovi equilibri attraverso l'inflazione, (la più ingiusta di tutte le tasse) o il fallimento in stile argentino.

mercoledì 5 dicembre 2012


Questa politica fu adottata nel 1979 - Cina, finita l'era del figlio unico - Numero 289  pag. 15 del 5/12/2012 - http://www.italiaoggi.it/

La politica del figlio unico in Cina sembra proprio avviata al capolinea. A pensarla così è la commissione incaricata della pianificazione familiare, ormai critica verso un sistema che, introdotto nel 1979, ha finito per provocare anche seri guai. Così gli esperti hanno proposto al governo di Pechino di ammorbidire le regole in vigore.


Se così fosse, i genitori potrebbero avere un secondo figlio anche se uno dei due non è figlio unico; questa è, infatti, la condizione per poter sfuggire alla rigida regola.

L'obiettivo delle autorità pubbliche è, da un lato, andare incontro alla classe media, che è più pronta a criticare il regime e, dall'altro, far fronte a una sfida economica urgente. Secondo Zhang Weiqing, ex direttore della commissione familiare, oggi consulente di questioni demografiche per l'esecutivo centrale, regole morbide potrebbero essere applicate immediatamente nelle regioni più produttive sul versante economico, che si trovano a fronteggiare problemi demografici, con una popolazione che invecchia e un importante flusso di lavoratori immigrati.

Un provvedimento poco rivoluzionario, che però segnerebbe uno spartiacque rispetto agli ultimi decenni di intransigenza. Ora il tasso di natalità è pari a 1,18 bambini per donna e il 13,3% della popolazione cinese ha più di 60 anni. Se la situazione non dovesse cambiare, nel 2050 questa fascia arriverebbe al 33%.

Ci vuole più vita per amare la vita Anche quella degli anziani  - Avvenire, 5 dicembre 2012

Si chiude in questi giorni l’«Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni». Una notizia che forse non finirà in prima pagina.Ma è importante soffermarvisi ugualmente, perché è un’occasione per riflettere su uno scenario che ci riguarda tutti e propone un accostamento che è un segno per il futuro. L’invecchiamento della popolazione è un fenomeno mondiale.Grazie ai progressi della medicina e allo sviluppo dei Paesi del Sud del mondo, il profilo dei cittadini del Pianeta ha più capelli bianchi di prima. L’Italia e l’Europa, come l’intero Occidente, partecipano in pieno al processo demografico in corso. 

E, purtroppo, lo vivono all’insegna dello squilibrio, complice il calo dei tassi di natalità. Come vivere su questo scenario? Rimuovendolo? Prendendosela con chi – si sostiene – graverebbe su un welfare già provato dalla crisi? Lo si sente dire sempre più frequentemente. Si preferisce non parlare di vecchiaia, si sceglie di non pensarci. Ovvero ci si balocca a suggerire conflitti generazionali che vertono sulla spesa sanitaria o pensionistica. Ma l’Anno europeo suggerisce un’altra strada, invitando a guardare all’invecchiamento come a una fortuna: non è in fondo un grande successo per l’umanità tutta intera? Ci viene proposto di non sprecare gli anni in più e in relativa buona salute che ci vengono donati, ci si ricorda di spenderli in una prospettiva di disponibilità e di apertura intergenerazionale. Tante volte c’è come uno spreco di vita. Si finisce con lo "scartare" gli anziani (Bauman), quando sono ancora nel pieno delle loro potenzialità. Siamo di fronte a una mentalità miope, oltre che disumana.Finiamo con il dire che la vita è troppa: questa è la nostra tragedia. Quando abbiamo di fronte anni belli, ancora in forze, desiderosi di impegno e di pienezza.Nell’Antologia di Spoon River è scritto: «Ci vuole vita per amare la Vita». 

Davvero ci vuole vita. Ci vuole più vita. Ci vuole una cultura che parta dalla vita, che non la sprechi, che la valorizzi e, alla fin fine, la alimenti. Di qui la nostra responsabilità. Costruire una società che goda dell’invecchiamento attivo di tanti suoi membri e lo inserisca in un contesto di relazionalità intergenerazionale. È ora di ricostruire intorno agli anziani una rete di rapporti: di vicinato, di volontariato, di impegno per il bene comune. Una rete che diventi garanzia di vita per gli anziani, per noi stessi, per tutti. Una civiltà si riconosce da come si pone nei confronti della vita, da come tratta gli estremi più deboli della catena della vita, da come costruisce ambiti vitali al suo interno, nel rapportarsi di coloro che ne fanno parte. È necessaria una "riconciliazione" tra generazioni diverse: i giovani e gli adulti hanno bisogno degli anziani e viceversa. Tale incontro fa scoprire ai più giovani che la longevità è uno dei frutti migliori del nostro tempo, e agli anziani che hanno ancora molto da dare in scelte, amicizia, saggezza. Gli anziani continuano a sperare, se sostenuti dai giovani e dagli adulti. La speranza non abbandona giovani e adulti se sanno che al termine del proprio percorso non c’è il baratro, ma l’accompagnamento. Alcuni giorni fa papa Benedetto XVI visitando un’esperienza innovativa nel campo dei servizi agli anziani, gestita dalla Comunità di Sant’Egidio, tutta nel segno di una solidarietà tra le generazioni, ha detto: «Non ci può essere vera crescita […] senza un contatto fecondo con gli anziani, perché la loro stessa esistenza è come un libro aperto nel quale le giovani generazioni possono trovare preziose indicazioni per il cammino della vita». Sì, in un tempo difficile e confuso, in cui si cercano crescita, indicazioni, sostegno, gli anziani possono trovare sostegno, i giovani un’indicazione, l’intera nostra società una crescita in termini di civiltà, di umanità, di vita. 

Crisi e demografia, il declino dell'Europa - 5 dicembre 2012- http://www.avvenire.it

Ogni bambino nato in Italia nel 2011, circa 550mila bebè, è venuto alla luce gravato da un fardello di 3,5 milioni di debito pubblico. È una cifra impressionante quella del rapporto di Save the Children, la più alta in Europa, tre volte quella relativa ai bambini svedesi o spagnoli. E basterebbe da sola a dare l’idea di come il nostro Paese, per garantire rendite alle generazioni passate, abbia sacrificato il suo futuro. Quelli che erano diritti sono diventati in breve "diritti acquisiti" e poi "diritti consumati", in conclusione "diritti negati" ai più giovani. Il debito accumulato dalla generazione precedente si traduce infatti in carenza di risorse da destinare ai servizi per l’infanzia: dai nidi alla qualità delle scuole, dall’assistenza alle famiglie più povere alla possibilità di un fisco che aiuti i nuclei numerosi.
Il problema, tuttavia, non è solo italiano. Anzi. Nel nostro Paese il debito per neonato è salito negli ultimi 10 anni di ben 860mila euro a bambino, ma siccome la denatalità è un problema anche europeo, ci sono Paesi che stanno correndo ancora più di noi. E, a guardare l’evoluzione dei debiti per neonato nel Vecchio continente, si scopre che ad esempio questo è cresciuto di più in Grecia (1 milione e 600mila euro), Irlanda (1 milione e 500mila euro) e Germania (1milione e 460mila euro). Circa un milione in più di debito per ogni neonato è stato generato in dieci anni anche in Francia, Olanda, Irlanda e Lussemburgo.

Il motivo è il combinato tra il forte calo della natalità in Europa, continente che converge verso un triste tasso di fecondità di 1,6 figli a donna, e l’aumento dei debiti pubblici. Pochi bambini e tanti debiti è, a ben vedere, la formula del "declino perfetto". E il fatto che nelle prime tre posizioni vi sia la "virtuosa" Germania è un elemento preoccupante: quel virtuosismo probabilmente non è destinato a durare. L’economia tedesca sta marciando grazie alle esportazioni della sua industria, ma ha una popolazione che invecchia e consumi interni che non ripartono. E, con il forte aumento del debito che grava sui neonati, ci sono tutte le condizioni per temere presto lo scoppio di una nuova bolla.

Massimo Calvi

I figli: la risorsa che manca all'Italia - Più preziosi del petrolio - 5 dicembre 2012, http://www.avvenire.it

«Più preziosi del petrolio in esaurimento»: così saranno in Italia i bambini, nell’anno 2030. Lo dice Save the Children, la grande e laica organizzazione internazionale che sorveglia la situazione dell’infanzia nel mondo. Gli ultimi dati sulla evoluzione demografica, si legge nel rapporto sull’Italia, inducono a un ulteriore pessimismo. Nella congiuntura di crisi economica e arresto dei flussi migratori, la lieve crescita della natalità degli utimi anni si è arrestata; e nel 2011 sono stati 15 mila i nati in meno, rispetto al 2010. (Anche questo è un numero della crisi: quindicimila figli non nati. Figli magari desiderati, e negati; figli, forse, cancellati da madri che si sono dette: non ce la posso fare).
Ma il rapporto va oltre, e incrocia i dati disegnando un triste futuro. Nel 2030 ogni 100 persone che lavorano, ce ne saranno 63 inattive. Più avanti, andrà peggio. (In una situazione così quale welfare sarà realisticamente sostenibile, viene da chiedersi, quale assistenza sanitaria potrà essere garantita alla grande e crescente fascia di popolazione anziana?)

I lettori di Avvenire queste cose le sanno da tempo. L’allarme demografico è da anni denunciato dalla Chiesa italiana e da questo giornale. Tant’è che per molto tempo è apparso come una preoccupazione "cattolica" – come a dire, in certo pensiero mediaticamente dominante, una questione di retroguardia, non allineata alla modernità. (E fino a non molti anni fa addirittura in Italia parlare di incrementare la natalità suonava male, risvegliava impresentabili echi di politiche demografiche del ventennio fascista. Assurdo, ma l’ideologia è dura a morire). Ora che anche le Ong laiche convengono che il problema è serio, pare che quell’allarme fosse invece avanguardia. Amara soddisfazione, leggendo i grafici di quest’ultimo rapporto con le loro linee inesorabilmente calanti, malinconico ritratto di un tramonto collettivo.

Declino di natalità è declino di vita e di energie; ma anche di consumi, di lavoro, di ricchezza, di contributi che sostentino le pensioni dei vecchi. Uno «smottamento generazionale», dice il rapporto. E pare di vedere una società, la nostra, insediata su un terreno finora solido, e che invece, e neanche tanto lentamente, si sfalda. Save the children nel rapporto immagina, a esorcizzare questo declino, un patto generazionale, e riforme del welfare, e un’Italia del 2030 piena di nidi e asili, e di scuole che «dovranno funzionare come orologi svizzeri». Se non lo dicesse una seria e stimata Ong, diremmo: fantascienza.
Perché, allo stato delle cose, non si vede in Italia una vera coscienza politica dell’emergenza demografica. Né pare di scorgere la questione tra i temi portanti della campagna elettorale. Quasi che i figli fossero in realtà una questione solo e strettamente individuale; e averne e averne nell’ambiente migliore possibile (una famiglia fondata sul matrimonio tra madre e padre, e tendenzialmente stabile) o non averne affatto, fosse cosa socialmente irrilevante. Come se invece che un Paese fossimo ormai solo tanti individui, casualmente affiancati; e solidarietà e futuro, vocaboli desueti. O come se guadagnasse consenso anche da noi quel neo-pensiero che teorizza la bellezza e la libertà del non avere figli; e quell’interessata ma miope ottica di mercato che in Occidente da tempo vezzeggia i dink, ovvero double income no kids, le coppie con due stipendi e nessun figlio, eccellenti consumatori. Senonché anche i dink invecchiano, e si comincia ad avvertire che quei consumi non potranno essere mantenuti giacché mancano i figli, per sostenerli. L’amara evidenza che è difficile pensare a una "crescita" continua e inarrestabile, se le culle e le scuole si svuotano.
I bambini preziosi, fra pochi anni, «come il petrolio in esaurimento»? Servisse, questa immagine dura e concreta, a muovere un ampio e condiviso pensiero politico. Potrebbe anche essere un modo per ricominciare. Per guardare in avanti e non solo all’attimo presente; per progettare un futuro più umano. E per sperare insieme, e desiderare di continuare una storia, la nostra. Compito che pure spetterebbe a una politica tesa al bene comune, e vera.

Marina Corradi

lunedì 5 novembre 2012


La Cina Invecchia e Ripensa la Legge sul Figlio Unico - 1 novembre 2012 http://archiviostorico.corriere.it/

È l'imminenza del congresso del Partito a suggerire di dare credito al rapporto della Fondazione per la ricerca sullo sviluppo. Mancano «una settimana o due» alla diffusione ufficiale ma il punto nodale è già stato anticipato: l'ultra trentennale politica del figlio unico va rivista, l'invecchiamento della popolazione e lo sbilanciamento demografico a favore dei maschi impongono di non perdere tempo. Secondo la Fondazione, in almeno alcune province si dovrebbero consentire subito i due figli, per arrivare al 2020 a tutto il Paese.Pochi figli, Cina vecchia, crescita addio. Il dibattito sul «figlio unico» infuria da tempo. Un anno fa già si parlava di un imminente progetto pilota per permettere a 5 province di introdurre una «politica dei due figli». E quando casi limite si impongono all'attenzione dell'opinione pubblica ? un aborto inflitto al settimo mese come capitato in giugno a Feng Jianmei, fotografata con il feto accanto, o un professore universitario licenziato dopo la seconda figlia ? la discussione che ne segue dimostra che si tratta di uno dei temi più sentiti nella Repubblica Popolare.Aumentano invece le multe per i trasgressori che hanno portato alle casse dello Stato oltre 310 milioni di dollari dal 1980. Il numero degli aborti imposti dai comitati di controllo familiare è in calo. Ma il paradosso è che la legge oggi copre solo il 37-40% della popolazione. Un secondo figlio è già consentito alle coppie di figli unici, a quelle di campagna con una sola figlia, a chi ha perso il primo figlio o l'abbia handicappato. Non resterebbe che prendere atto della realtà. Disfunzioni ed effetti perversi del «figlio unico» sono ben presenti ai leader di Pechino, uscenti e futuri: manca l'accordo sui rimedi. Il dossier della Fondazione ci (ri)prova. Ma i processi decisionali in Cina possono rivelarsi un labirinto a prova di urgenza.leviedellasia.corriere.it@marcodelcoronaRIPRODUZIONE RISERVATA
MARCO DEL CORONA

mercoledì 3 ottobre 2012


L'Onu: nel 2050 più anziani che bimbi - Tra dieci anni un miliardo di 60enni, 2 ottobre 2012 - http://www.avvenire.it

Tra meno di quarant’anni nel mondo ci saranno più anziani che bambini: a tracciare il quadro allarmante di un pianeta che invecchia sempre più in fretta è l’agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa). La stessa, paradossalmente, che non viene finanziata da alcune nazioni, tra cui gli Stati Uniti, perché promuove politiche di denatalità. Secondo il rapporto presentato ieri, entro la fine del decennio gli “over-60” saranno un miliardo, e tale numero raddoppierà nel 2050, superando i due miliardi. In Italia, fra quarant’anni, un cittadino su tre sarà ultrasessantenne.

Per gli esperti dell’Unfpa, l’invecchiamento della popolazione, reso possibile dall’allungamento della vita, è un fenomeno che non si può più ignorare. Rappresenta una sfida per ciò che riguarda le ripercussioni sull’economia e sulla salute pubblica, le pensioni. «La gente di tutto il mondo deve invecchiare con dignità, e vedere garantita la piena realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali», ha spiegato il direttore dell’Unfpa, Babatunde Osotimehin. Quest’ultimo ha sottolineato che sono stati compiuti importanti progressi in materia: nell’ultimo decennio, ad esempio, cento Paesi hanno adottato nuove norme sulle pensioni per gli anziani più poveri. «Ma rimane ancora molto da fare», ha detto, ribadendo che c’è bisogno di una leadership politica «coraggiosa» per gestire al meglio questo aspetto.

Attualmente due ultrasessantenni su tre vivono nel Sud del mondo. Nel 2050, la percentuale salirà a quattro su cinque, e più in generale gli anziani rappresenteranno il 30% degli abitanti in 64 Paesi del mondo. Se non si agisce tempestivamente, per gli esperti il rischio è che molti Stati – soprattutto quelli emergenti, che raramente hanno adottato politiche ad hoc – non saranno in grado di sostenere la fascia di popolazione più attempata.

lunedì 30 luglio 2012


«L’Osservatore Romano» all’attacco dei coniugi Gates - Il giornale del Papa critica l'iniziativa filantropica sulla contraccezione della moglie del fondatore di Microsoft. E ricorda la «furbesca» operazione della Nestlé in Africa, 28/07/2012, http://vaticaninsider.lastampa.it/

A. TOR.
CITTÀ DEL VATICANO

«L’Osservatore Romano» contro i coniugi Gates e la Nestlè. È un attacco forte e chiaro quello che il quotidiano del Papa mette in prima pagina nell’edizione uscita questo pomeriggio: un’editoriale della collaboratrice Giulia Galeotti, su «controllo delle nascite e disinformazione», intitolato «I rischi della filantropia», definisce «un po’ fuori tiro e obnubilata» dalla «cattiva informazione» la moglie del fondatore di Microsoft, che alla CNN ha appena annunciato di voler spendere nei prossimi otto mesi 450 milioni di euro «per ricercare nuove tecniche di controllo delle nascite, migliorare l’informazione sulla contraccezione e rendere disponibili servizi e strumenti nei Paesi più poveri del pianeta, Africa in testa». Melinda Gates ha infatti «confidato» all’emittente americana «il suo travaglio come credente», consapevole che la sua iniziativa una sfida alla gerarchia ecclesiastica.


Il quotidiano vaticano, per contrastare l’idea di una Chiesa cattolica che «contraria al preservativo, lascia morire donne e bambini per misogina intransigenza» - una lettura definita «infondata e dozzinale» - ricorda invece che la Chiesa «è favorevole alla regolamentazione naturale della fertilità, a quei metodi cioè fondati sull’ascolto delle indicazioni e dei messaggi forniti dal corpo». Un riferimento al metodo Billings, «considerato sicuro al 98 per cento». «L’Osservatore Romano» fa notare come il metodo Billings «agli occhi di una certa parte del mondo» abbia «un duplice inconveniente», perché «trattandosi di un metodo semplice da capire e facile da adottare, è gestibile in autonomia e consapevolezza dalle donne stesse, anche da quelle analfabete senza necessità di alcuna forma di mediazione». E poi perché, «il suo peccato originale e imperdonabile sta nell’essere un rimedio completamente gratuito. Aspetto che, evidentemente, lo rende fortemente inviso alle industrie farmaceutiche, che con la contraccezione chimica ottengono invece guadagni enormi. Come del resto avverrà grazie alla filantropia della signora Gates».


Ma il giornale della Santa Sede riserva una stoccata di notevole impatto anche alla multinazionale Nestlè. «Come è tristemente noto – si legge sulla prima pagina dell’Osservatore – la multinazionale ha fornito in modo furbesco e scorretto alle donne africane latte in polvere per i loro neonati, mediante confezioni omaggio che durano il tempo necessario per far andare via alla neo mamma il latte naturale. A quel punto, la madre è obbligata all’acquisto: attraverso campagne pubblicitarie che presentano l’allattamento al seno come barbaro e quello artificiale come moderno e civile; grazie anche a pressioni psicologiche di vario tipo a opera di fantomatici medici e infermieri. Creando così un bisogno, in nome della beneficenza e in vista del guadagno».

29/07/2012 - IL CASO- Anche le mamme in crisi gli Usa non fanno più figli - L'indice di natalità è precipitato ai livelli minimi sotto il peso della recessione - PAOLO MASTROLILLI, http://www3.lastampa.it

INVIATO A NEW YORK
Meno soldi, meno bambini. Un’equazione tanto ovvia, quanto pericolosa, che adesso minaccia anche il futuro degli Stati Uniti, a causa della crisi economica che non accenna a passare.

Il tasso di fertilità delle madri americane, infatti, è sceso nel 2012 a 1,87 figli a testa, cioé il livello più basso degli ultimi venticinque anni. Nel 2013 si prevede che calerà ancora, andando quindi decisamente sotto la soglia di 2,1 bambini per donna, che è necessaria ad ogni generazione per riprodursi. Inutile ricordare gli effetti negativi che questo fenomeno ha sulla previdenza, le pensioni, e in generale il finanziamento dei servizi sociali che lo stato fornisce ai suoi cittadini. I dati di cui stiamo parlando, ripresi da vari media americani come Usa Today e Huffington Post, vengono da Demographic Intelligence, un centro studi di Charlottesville che analizza le tendenze demografiche per conto delle compagnie farmaceutiche e produttrici di accessori per l’infanzia. Sono informazioni precise, in altre parole, perché su di esse queste aziende basano le loro strategie industriali.

Il picco più alto di riproduzione negli Stati Uniti era stato raggiunto nel 2007, quando erano nati 2,12 figli per mamma. Una media quasi doppia rispetto a quella di molti paesi europei, Italia inclusa, che ormai ospitano popoli in via di estinzione, se le tendenze non cambieranno nel prossimo futuro. L’America sembrava al riparo da questa emergenza, e anche perciò guardava al domani con più ottimismo, sul piano economico e sociale. Nel 2008, però, è arrivato il colpo alle spalle. Prima il fallimento della banca di investimenti Lehman Brothers, e poi una crisi che ha provocato la peggior recessione dagli anni della Grande Depressione, seguita dalla ripresa più timida, lenta e incerta di sempre. L’ultima notizia negativa è di venerdì, quando il Dipartimento al Commercio ha rivelato che nel secondo trimestre del 2012 il prodotto interno lordo americano è aumentato solo dell’1,5%, in frenata rispetto al 2% del quarto precedente.

In queste condizioni, le giovani coppie stanno decidendo in larga maggioranza di rimandare i figli. Motivo: l’incertezza finanziaria. Di recente il Dipartimento all’Agricoltura ha calcolato che crescere un bambino fino all’età di 17 anni costa in media ad una famiglia americana 235.000 dollari, che salgono a 295.560 se corretti in base all’inflazione. In sostanza tra 12.290 e 14.320 dollari all’anno, quando va bene, senza considerare le spese per l’università. Una prospettiva troppo opprimente, per coppie che spesso non lavorano o guadagnano poco. Basti pensare che, secondo i dati del Dipartimento al Lavoro, negli Stati Uniti il 38% dei disoccupati ha tra 20 e 34 anni, ossia proprio l’età in cui si costruisce la famiglia e si pongono le basi per il successo professionale e retributivo.

Il risultato è che le giovani coppie rinunciano ai figli, almeno nella fase iniziale della loro relazione, ma così spesso si precludono la possibilità di averne più di uno. Il fenomeno è particolarmente forte tra gli ispanici e le persone più povere, che non hanno studiato all’università. Questo significa anche frenare la mobilità sociale, oltre a limitare le prospettive economiche di un paese che così non riesce più a conservare i livelli della propria forza lavoro. Dunque meno bambini, meno lavoratori, meno produttività, meno contributi e anche meno consumi. Un cane che si morde la coda, minacciando il futuro degli Stati Uniti, così come minaccia già quello del Giappone e di varie nazioni europee. Un dato significativo è che se si guarda i grafici della fertilità, salta all’occhio come la situazione di oggi somigli molto a quella dei primi anni ‘80, quando l’America usciva dalla crisi petrolifera. Allora gli Usa trovarono la forza, il coraggio e le idee, per dimenticare i guai e tornare a crescere.

giovedì 19 luglio 2012


Bimbe lasciate in auto e madri lasciate sole, Vittorio Feltri - Gio, 19/07/2012 - http://www.ilgiornale.it

Riassumo la notizia per comodità del lettore. Una signora va a fare la spesa e si porta appresso, in auto, le tre figliolette: la più grande di 8 anni e la più piccina di 7 mesi. Le sono richiesti pochi minuti per procedere agli acquisti e lei, non potendo fare diversamente, lascia le bambine in macchina con i finestrini parzialmente abbassati in modo che possano respirare. Un passante assiste alla scena e avverte una guardia. La quale denuncia la donna per abbandono di minori. Mi domando: siamo sicuri che sia stata la mamma ad abbandonare le creature o non sia stata, invece, questa orrenda società talmente disorganizzata da trascurare le donne con prole? Propenderei per la seconda ipotesi. Mettiamoci nei panni della suddetta signora. Non ha una baby sitter, non ha una colf, non ha una parente da cui ottenere il favore di badare alle figlie. Cos'altro avrebbe potuto fare se non uscire di casa con loro? Non aveva alternative. Le ha chiuse nella vettura con ogni precauzione e si è recata a comprare ciò che occorreva (...)(...) alla sua famiglia. Un quarto d'ora ed è tornata con le borse gonfie di rifornimenti. E si è beccata la denuncia. Mi auguro che il giudice sia comprensivo. D'altronde, alle bimbe non è successo nulla, il che significa mancanza di materia per emettere una sentenza di condanna. Ma il discorso è un altro. A tutti i livelli si predica quotidianamente che: 1) le famiglie italiane fanno pochi figli e il Paese invecchia, predisponendosi a essere occupato dagli stranieri; 2) la percentuale delle donne italiane che lavorano è la più bassa d'Europa, e ciò è tra le cause principali del nostro dissesto economico. Osservazioni impeccabili. Che però non tengono conto della realtà, profondamente trasformatasi nell'ultimo mezzo secolo: sono mutate la vita, le abitudini e le esigenze delle persone; le città hanno cambiato volto; le famiglie patriarcali non esistono più; la gente è stipata - non solo nelle metropoli - in condomini nei quali gli inquilini neppure si salutano; il mondo si è rivoltato, ma, chissà perché, le strutture riservate alla maternità e infanzia sono ancora le stesse del Duce, forse addirittura peggiorate.Gli asili nido (insufficienti e cari) hanno orari assurdi: alle 16, massimo 17, chiudono. E se una mamma esce dall'ufficio alle 18, chi va a prendere il bambino? Idem le scuole materne, elementari e medie. Lezioni, prevalentemente al mattino, quasi sempre fino alle 13. Già. E dopo pranzo chi accudisce il ragazzino o i ragazzini? Alcuni istituti privati offrono il tempo pieno; pieno si fa per dire: alle 16 o alle 17 si sbaracca. Tra l'altro l'istruzione privata (non solo quella religiosa) è oggetto di attacchi violenti della sinistra politica, le si negano contributi statali benché sia assodato che la sua gestione è più economica rispetto al settore pubblico. Vabbè. Transeat.Poi ci sono le vacanze: tre mesi, da giugno a settembre. E dove li metti i pargoli? Ci sono (pochi) luoghi che li ospitano, e anche quei pochi hanno orari inconciliabili con quelli lavorativi dei genitori. Che finiscono per impazzire. Sono costretti a mobilitare nonni, amici, conoscenti, vicini di casa. Non sanno a che santo votarsi nel caso in cui, frequente, non abbiano qualche volontario cui appoggiarsi per dirigere il traffico degli infanti.Viene da domandarsi perché mai a nessuno sia venuto in mente di adeguare la scuola e le sue regole (ferme al 1950) ai ritmi vertiginosi della modernità. Non c'è stato un governo, né progressista né conservatore, che si sia accollato la responsabilità di attuare una riforma nell'unico campo in cui dovrebbe essere obbligatorio, oltre che conveniente, l'aggiornamento costante per non perdere competitività nella gara per la conquista del benessere. Se l'educazione (e la macchina che la impartisce) non si adatta ai tempi, si produce nella collettività un divario che a lungo andare si trasforma in handicap per la nazione e i suoi cittadini.Le donne ormai hanno (giustamente) accesso a qualsiasi professione, anche quelle tradizionalmente maschili. Nelle università esse costituiscono la maggioranza assoluta. Ma se, come natura comanda, partoriscono, non possono contare sul sostegno dei mariti, inclini a scaricare sulle consorti ogni rottura di scatole, e in generale sono abbandonate dalle strutture sociali amministrate dalla politica, insensibili alle questioni femminili, familiari. È una tragedia. Ogni protesta e ogni sollecitazione a porvi rimedio cadono nel vuoto. I partiti non pensano alle cose serie, ma ai voti e, difatti, ne rastrellano sempre meno. Badano ad assumere clienti nella burocrazia, a distribuire pensioni anche a chi non ha mai versato contributi, ad assoldare migliaia di guardie forestali, a stipendiare quelli dei lavori socialmente inutili e, comunque, non svolti. S'impegnano a danneggiare il Paese, a mantenerlo nell'arretratezza. Aumentano le tasse con disinvoltura per foraggiare l'esercito dei parassiti; ma, se devono spendere per realizzare un piano che consenta alle donne di vivere decentemente, allora dicono che non ci sono soldi.Come non ci sono soldi? Basterebbe non buttare via risorse in ammortizzatori sociali mascherati in varie maniere vergognose e investirle, piuttosto, nella realizzazione di opere idonee a strappare le donne alla frustrazione di dover scegliere tra lavoro professionale e lavoro domestico. Siamo indietro, troppo indietro. Vogliamo tanti bambini, ma ce ne freghiamo se le loro mamme sono indotte a lasciarli in macchina, incustoditi, per comprare la verdura. Anzi, le denunciamo. E magari le puniamo.

sabato 10 marzo 2012


Ecco come i nostri figli batteranno lo spread di Giordano Bruno Guerri, articolo di sabato 10 marzo 2012, www.giordanobrunoguerri.it, © IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

Il monito di Napolitano "fare bambini è un toccasana per l’economia" apre il dibattito sulla natalità
Non so se fare figli sia un toccasana per l’economia, come ha detto ieri il presidente Napolitano, ma ricordo che - prima ancora del nostro presidente della Repubblica - un uomo politico come Winston Churchill disse, con uno dei suoi colpi di genio: «Il miglior investimento che un Paese possa fare è mettere del latte dentro un neonato». Del resto, pur non essendo un economista, so per certo che avere a casa degli uccellini pigolanti in attesa di cibo (e vestiti e giochi e scuole e medicine) stimola la voglia di lavorare e di produrre ricchezza.

È per questo che da noi, e in gran parte del mondo benestante, ci sono stuoli di lavoratori stranieri - penso soprattutto a tante filippine - che hanno lasciato a casa due, tre, quattro figli piccoli, per trovare lavoro a migliaia di chilometri di distanza e per mandare uno stipendio a casa. Non è la povertà che li spinge a emigrare, perché poveri per poveri probabilmente starebbero a casa loro: è la voglia di far star bene i figli che li invoglia a cercare un maggior benessere, con qualsiasi sacrificio.

Da noi, in una società ricca, è diverso. Sentivo giorni fa un giovane professionista quasi quarantenne (reddito più vicino ai tremila che ai duemila euro al mese) sostenere che non può permettersi di fare figli perché non potrebbe mantenerli. Ove, per mantenimento, si intende scuola privata, tate ammodo, vestitini griffati e vacanze all’estero. Con simili aspettative è chiaro che continueranno a fare figli soprattutto, e paradossalmente, i più poveri, quelli che si accontentano di campare. Non a caso Napolitano ha precisato che una riforma del mercato del lavoro darebbe più sicurezza economica ai giovani, producendo anche una maggiore propensione a riprodursi. Non solo: presidente della Repubblica, governo e italiani sono d’accorso sulla necessità di aumentare gli aiuti alle famiglie, per esempio con più asili nido: una società maggiormente strutturata in funzione dei nuclei con prole renderebbe tutto più agevole.

Però fa tristezza sentire considerare il problema esclusivamente dal punto di vista delle cause e delle conseguenze economiche. Se si trattasse solo di questo basterebbe citare un antico proverbio consolatorio e ottimistico: «Ogni bambino, il suo fagottino»: per dire che ogni neonato porta in dono ai genitori un qualche inaspettato benessere. (Incredibile, ma vero.) Dunque, anche senza mettersi a fare poesia sulla gioia individuale dell'avere figli, dovremo pur dirci che un Paese il quale produca pargoli in numero almeno pari alle automobili di grossa cilindrata è un Paese più vivo e più gioioso.

Soltanto un uomo drammaticamente triste come Giuseppe Ungaretti (Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie) poteva concepire il pensiero «Non mi rimane che rassegnarmi a morire. / Alleverò dunque tranquillamente una prole». Nessuno può davvero credere che allevare una prole sia cosa tranquilla: emozioni a fiotti, ansie e paure, speranze e allegrie infinite, scoperte oltre ogni immaginazione. Per dirne una, non ho mai avuto tanti scambi sociali, e così insoliti, così inaspettati, come quelli che mi ha provocato il mio bambino cinquenne: scegliendo, a scuola, i suoi compagni preferiti, Nicola sceglie per me e per la mamma anche i loro genitori: persone che probabilmente non avremmo frequentato per libera scelta, ma che sono uno straordinario arricchimento umano e sociale. E così è dimostrato che non si campa solo di spread.