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martedì 15 aprile 2014

Il Cardinale Caffarra: "È in gioco l'uomo" di Lorenzo Bertocchi, 15-04-2014, www.lanuovabq.it

A volte basta poco per cambiare le cose. All'ospedale S. Orsola di Bologna sono state fondamentali 19 ore, 4 minuti e 19 secondi. Quelli che ha vissuto su questa terra Giacomo, attimi di vita che hanno cambiato le cose.

Ora al S. Orsola si parla di “Percorso Giacomo”, un protocollo che vuole essere messo in pratica dal reparto di neonatologia per prendersi cura di quei bambini speciali che, come Giacomo, nascono e sono condannati a vivere pochi minuti. Il piccolo Giacomo, su cui pendeva una spietata diagnosi di anancefalia, è nato ed è stato accolto tra le braccia di mamma e papà, e dai suoi due fratelli. È stato con loro un tempo che può apparire insignificante e che, invece, è tempo pieno e denso. Questa esperienza ha messo d'accordo tutti al reparto sul fatto che bisognava fare qualcosa per affrontare queste situazioni.

Il ginecologo aveva detto a mamma Natascia, che aveva già affrontato la stessa situazione undici anni fa: “Non faccia la pazzia dell'altra volta.” In prima battuta Natascia aveva anche pensato di mollare, poi con l'appoggio del marito ha deciso di fare come undici anni fa con Michela. In mezzo un dialogo con il Cardinale Caffarra.

In un'intervista rilasciata a Massimo Pandolfi del Resto del Carlino, Natascia ha detto che è andata dal Cardinale per fargli tre domande: 1) il bimbo non ha il cervello. E' vita?; 2) è la seconda volta che capita. Non sarà un disegno del diavolo?; 3) dov'è adesso Michela? E dove andrà Giacomo?

Il Cardinale non si è tirato indietro e non ha preso scorciatoie. E ha dato rispote. La prima: è un bambino vero, e soprattutto è tuo figlio. Seconda: è un dono di Dio, perché il Diavolo non può dare e togliere la vita. Può solo allontanarti dalla verità ed è quello che sta cercando di fare. Terza: Michela è tra le braccia di Dio, ci andrà anche Giacomo.

Ma – dice Natascia – il Cardinale è andato oltre «mi ha preso le mani, me le ha strette forte e mi ha detto: io sarò sempre con te. Vai ogni giorno a San Luca, chiedi alla Madonna di aiutarti a correre come ti viene chiesto, ora non ce la fai perchè sei troppo lacerata. Ma chiedi aiuto! Chiedi, chiedi».

E così si è arrivati fino a quelle 19 ore, 4 minuti e 19 secondi, tutta la vita di Giacomo che su mamma Natascia “hanno inciso di più di 40 anni della mia vita”.

Di fronte alla recente sentenza della Consulta, che di fatto ha cancellato la Legge 40 aprendo il far west dei bambini in provetta, Caffarra non poteva che intervenire. Lo ha fatto con un comunicato dal titolo inequivocabile, “Perchè non posso tacere”.

Per chi conosce l'Arcivescovo di Bologna sa che la sua sofferenza, e anche la sua insofferenza, sono autentiche e ben fondate. Per quanto i detrattori si ostinino, le sue non sono considerazioni di carattere confessionale. Lo aveva già detto l'estate scorso rivolgendosi al sindaco di Bologna: si stanno mettendo in discussione delle evidenze che “a doverle spiegare vien da piangere”.

Nel comunicato pubblicato nell'inserto di Avvenire Bologna 7 Caffarra si riferisce non solo alla sentenza sulla fecondazione eterologa, ma anche a quella del tribunale di Grosseto che ha imposto l'iscrizione all'anagrafe di un matrimonio fra due uomini, e la decisione di un giudice di assolvere una coppia che era ricorsa alla pratica del cosiddetto “utero in affitto” in India per avere un figlio.

"Non è di condotte ciò di cui stiamo discutendo. - ha scritto l'Arcivescovo di Bologna - È la persona umana come tale che è in pericolo, poiché si stanno ridefinendo artificialmente i vissuti umani fondamentali: il rapporto uomo- donna; la maternità e la paternità; la dignità e i diritti del bambino. Sono in questione le relazioni fondamentali che strutturano la persona umana".

Sono temi da lui ben conosciuti, non a caso il Beato Giovanni Paolo II lo volle come primo preside dell'Istituto di studi su matrimonio e famiglia. E il caso di Giacomo dimostra concretamente come il Cardinale si metta in gioco fino in fondo, nel concreto.

"Non mi interessa l'aspetto etico della cosa, e non è di temi etici che parlo - avverte Caffarra. Purtroppo la questione è molto più profonda. E' una questione antropologica".

Il suo è anche il grido di un apostolo: Perchè Dio si è fatto uomo? Perché è morto crocefisso?» si chiede l’arcivescovo. «Non c’è che una risposta: perché ha amato perdutamente l’uomo». Dunque «ogni volta che ferisci l’uomo, che lo depredi della sua umanità, tu ferisci il Dio-uomo. Ecco perché non ho potuto tacere. Perché non sia resa vana la Croce di Cristo».

mercoledì 13 marzo 2013


In Arkansas vietato uccidere dopo le 12° settimane -  13 marzo, 2013 - http://www.uccronline.it/

12 settimane

Lo stato americano dell’Arkansas (USA) ha approvato una legge che proibisce l’aborto dopo le 12 settimane di gravidanza, ovvero quando diventa possibile ascoltare i battiti cardiaci del feto con apparecchiature ad ultrasuoni.

La scienza medica procede ed è ormai impossibile continuare ad ignorare che nel dibattito sull’aborto ci sono in gioco due esseri umani, la madre e il concepito, il quale non ha meno diritti soltanto perché l’occhio umano ancora non lo vede. Le leggi abortiste, anche quella italiana, obbliga la donna a non uccidere il concepito dopo un certo termine ma, come la scienza mostra, l’individuo umano unico e irripetibile è tale fin dal concepimento.

In ogni caso quella dell’Arkansas è la legge più restrittiva nei confronti dell’interruzione di gravidanza mai approvata negli Stati Uniti da quando la Corte suprema americana ha dato il via libera all’aborto nel 1973. La misura è stata varata dal Parlamento statale, che dall’inizio dell’anno è controllato dai repubblicani, con maggioranze tali da superare persino il veto del governatore dello Stato, Mike Beebe e grazie anche all’appoggio di non pochi democratici.

I gruppi Usa abortisti hanno annunciato ricorsi anche a livello federale, sostenendo che la legge contraddice la storica sentenza Roe Vs Wade pronunciata dalla Corte suprema Usa. Ma esiste già una importante sentenza, quella della Corte Suprema dell’Alabama, che nel febbraio 2012 ha sfidato proprio la Roe Vs Wade sostenendo che gli assunti di tale legge sono ormai sorpassati dalla stessa medicina e dalla medesima embriologia, essendo trascorsi ben quarant’anni di ricerche, studi ed approfondimenti medici, giuridici e filosofici sul punto.

Un’altra buona notizia dagli USA arriva dal Mississippi, dove anche l’ultima clinica per aborti sta per essere chiusa. Ha infatti ricevuto una notifica di revoca della licenza in quanto non riesce a soddisfare i requisiti sanitari minimi richiesti dalla legge. Negli ospedali pubblici non ci sono fortunatamente medici che vogliono uccidere un essere umano. Anche il altri Stati americani la situazione è simile: in South Dakota, North Dakota e Arkansas esiste solo una clinica per aborti disponibile.

Negli USA il rispetto per la vita umana continua a crescere ed esponenzialmente aumentano anche le violenze reazionarie contro i pro-life. In questi ultimi mesi non si hanno notizie di aggressioni fisiche che hanno invece caratterizzato il 2012, tuttavia nel Texas, ad esempio, un piccolo cimitero dedicato in memoria dei feti umani uccisi con l’aborto è stato trovato completamente danneggiato il 26 gennaio 2013. A Chicago, invece, venti persone hanno spezzato e gettato nella spazzatura 500 bandiere blu e rosa che alcuni studenti avevano chiesto di poter posizionare nel giardino della DePaul University, la più grande università cattolica della nazione, in memoria del 40° anniversario della legalizzazione dell’aborto. Le bandiere rappresentavano il numero dei bambini non nati abortiti ogni giorno.

venerdì 1 marzo 2013


Quando un medico sa comunicare la speranza, insieme alla diagnosi

Secondo il prof. Giuseppe Noia, l'accoglienza di un figlio con anomalie dipende anche da una consulenza medica adeguata e dalla buona gestione delle paure dei genitori

Sabrina Pietrangeli | Venerdì, 01 Marzo 2013 | Zenit.org | Roma | 31 Hits

Il prof. Giuseppe Noia, esperto in Medicina dell'età Prenatale nonchè responsabile del Day Hospital di Ostetricia di III Livello e Terapia Fetale del Policlinico Gemelli di Roma, ci racconta di come sia particolarmente importante il ruolo che riveste una consulenza adeguata, dinanzi a coppie smarrite a cui sia stata riferita una anomalia nel bambino atteso con amore. Egli sostiene che la futura scelta dei genitori in merito all'accoglienza di quel figlio, in gran parte dipenda da un modo corretto di comunicare la diagnosi e di gestire i dubbi e le domande che affollano la mente di genitori spesso in preda a sofferenza e paura.

***

Professor Noia, la maggior parte delle coppie che arrivano all'attenzione de La Quercia Millenaria hanno avuto diagnosi infauste, e questo già è doloroso, ma lei ha notato che la ferita più grande è quella che si apre quando la comunicazione di una diagnosi viene data in modo poco umano. Tutto sembra incentrato sull'importanza del counseling… come mai saper comunicare una diagnosi è così importante?

Prof. Noia: Sul counseling si gioca il destino di tanti bambini. Il counseling tratta di come viene presentata la situazione reale da un punto di vista rigorosamente scientifico, della condizione effettiva di un bambino in utero; molto spesso, la paura o l’ignoranza di tanti che non conoscono realmente le storie naturali delle patologie fetali, generano da parte degli operatori l’amplificazione di un fatto che sembra essere, ed invece non è realmente; in questo senso, il contenimento del dubbio diagnostico diventa essenziale per evitare alla donna e alle famiglie, la pratica devastante dell’aborto.

Secondo lei, l’argomento “counseling”, gode della giusta importanza in ambiente medico?

Prof. Noia: Questa domanda è di grande attualità, perché il momento del counseling riveste per molti operatori medici, per molti ginecologi ed ecografisti, non solo una valenza di ordine clinico, ma anche di ordine medico-legale. E purtroppo il counseling non viene effettuato né riconosciuto nella sua estrema importanza; viene spesso fatto in maniera direttiva, cioè quasi a costringere la scelta delle donne. C’è quel bellissimo libro “Nascite ribelli”, di una autrice americana, che dimostra come nella società statunitense, i medici quasi costringevano le donne a scegliere l’interruzione, dimenticando che il counseling dovrebbe essere un momento medico assolutamente “neutro”. Dopodichè interviene l’aspetto del destino di quel bambino… in quel momento, noi operatori non possiamo essere neutri dinanzi al destino del bambino, ma neutri nel senso di “oggettivi” e “scientificamente rigorosi” su quello che realmente è la storia naturale di quelle patologie. In questo modo il bambino viene assolutamente considerato.

La capacità di fare un adeguato counseling deve viaggiare di pari passo non solo con il saper usare la tecnica, ma anche sviluppando una medicina condivisa. Perché una volta che noi, in maniera oggettiva abbiamo descritto le reali condizioni del bambino, dobbiamo anche far  subentrare una certa empatia. La neutralità non deve essere confusa con la completa passività dinanzi al destino di quel bambino. Il nostro compito è dire ad esempio: “Guarda, lì c’é un burrone e sicuramente se ci vai ti fai male”… questa è la oggettività del fatto. Poi la donna dice che vuole andarci, e a quel punto interviene l’empatia, la condivisione, e si parla meglio con la donna per farle capire. Questo fa parte del counseling: non solo individuare i problemi del bambino, ma anche farsi carico delle paure, delle difficoltà della donna e della coppia.

Perché, secondo lei, oggi il ricorso all’aborto in caso di malformazioni è così frequente?

Prof. Noia: Perché viviamo in una società dove il senso del dolore e del sacrificio non deve assolutamente esistere. Il concetto che si vive oggi di sollievo del dolore, è accettato parzialmente. Oggi si tende ad annullare la sofferenza, e si sbaglia doppiamente, primo perché non si può “eliminare la sofferenza, eliminando il sofferente” e secondo perchè la sofferenza può essere lenìta, ma non eliminata dalla vita degli uomini. Si dà alla scienza una capacità che la scienza non ha. Con la capacità del cuore, invece, si condivide la sofferenza degli altri, si aiuta a lenire e spesso a guarire.

Come si svolge il suo impegno con La Quercia Millenaria?

Prof. Noia: Più che un impegno è stato un dono e come tale, viene da Dio. Noi possiamo solo ringraziare, perché questa realtà ci fa crescere tutti e ci fa mettere in condizione di rendere utile il sapere umano, la scienza umana che diventa servizio. Credo che nessun prestigiatore più di Dio, avrebbe potuto inventarsi questo modo di aiutare noi medici facendoci confrontare con la sofferenza e la eroicità di queste famiglie. Noi siamo dono per loro e loro per noi… e la Quercia Celeste è dono per tutti! (la Quercia Celeste è il gruppo di bimbi che sono tornati in cielo, ndr).

Nel libro “Il figlio terminale” (di Sabrina Pietrangeli Paluzzi e Giuseppe Noia, ed. If Press) le coppie che sono state accompagnate da lei nel percorso di accoglienza di un figlio terminale, raccontano la loro storia. Cosa hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi per lei, queste famiglie?

Prof. Noia: Rappresentano quello che nel vecchio testamento era lo “Shemà Israel”. Rappresentano la testimonianza storica vivente di come una professione anche fatta con molta onestà e con molto impegno, fa il salto di qualità e diventa servizio. Raccoglie ciò che di meglio ci può essere per fare il medico, cioè di servire proprio le persone che più hanno bisogno, i più poveri tra i poveri, come li chiamava Madre Teresa: questi sono anche i bambini terminali. E al massimo della povertà, si deve rispondere con il massimo dell’amore.

Dove trovano la forza, le vostre famiglie, nell’accogliere un figlio destinato a morte certa?

Prof. Noia: Intanto debbo dire che “morte certa” e “feto terminale”, sebbene esprimano in modo chiaro la evidente problematica del bambino, sono terminologie che sappiamo non essere sempre delle sentenze di morte. Ne abbiamo collezionati di “fatti inspiegabili” che hanno cambiato la storia naturale di un bambino, per poter affermare questo! Proprio la nostra associazione nasce dalla storia di un bambino portatore di quello che sulla cartella clinica è stato descritto come “risoluzione naturale” ma che è un inspiegabile “risoluzione miracolosa”, pur se non senza conseguenze. A parte questo, i piccoli che nel momento della diagnosi sembrano essere realmente destinati a non avere vita fuori dal grembo materno, sono per i genitori un dono stupendo comunque. Il loro modo di accompagnare questi bambini è intriso sì di sofferenza, ma mai di disperazione. L'accettazione del proprio figlio malato, terminale, l’accompagnamento, anche fino alla morte stessa, risulta possibile perché condito di amore e accettazione, animato dalla convinzione che dietro quella vita apparentemente inutile e senza futuro, si nasconda un progetto di amore che verrà rivelato nel tempo. E normalmente, il tempo dà ragione a queste famiglie… altrimenti non avremmo totalizzato 32 testimonianze in due soli libri, e altre ne arrivano in continuazione, alcune delle quali pubblicate regolarmente sul nostro sito.

La speranza è di poter cambiare una cultura di morte, in una vera e propria "cultura della vita". E queste famiglie pioniere, con il loro coraggio e la dedizione di medici che non temono di essere delle "mosche bianche" nel loro ambiente e combattono la loro battaglia quotidiana in favore della vita, sono strumenti essenziali per questo cambiamento di cultura.

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Sabrina Pietrangeli è presidente de La Quercia Millenaria Onlus - www.laquerciamillenaria.org

Per sostenere l'associazione con una donazione, effettua un versamento a mezzo Conto Corrente postale n. 75690149, oppure un Bonifico Bancario con Iban:
IT 26 J 03069 05118 615268186304
La Quercia Millenaria è iscritta alla DRE Lazio con prot. 77064 del 11-10-2006

(Venerdì, 01 Marzo 2013) © Logos Inc.

lunedì 25 febbraio 2013


La pillola contraccettiva dopo lo stupro? Ma il vero rimedio è l’accoglienza - febbraio 25, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/




 Alla notizia della presa di posizione della Conferenza episcopale tedesca, che ha sollevato la necessità di rivedere la contrarietà della Chiesa verso i contraccettivi d’emergenza, come la pillola del giorno dopo, nei casi di stupro della donna «solo nel caso in cui non siano abortivi», c’è sicuramente da chiedersi se l’affermazione sia scientifica o meno (è ormai noto che la pillola contraccettiva può provocare l’aborto, ndr). Ma soprattutto vengono in mente i casi reali di bambini nati da violenza. Come Ken, figlio di uno stupro, per cui la vita è «straordinaria», o Sandra che di suo figlio, concepito in un atto da cui la donna ha cercato di sottrarsi, parla come del «sole della mia vita». C’è poi la comunità Amici di Lazzaro, stupita da quanto L., figlio di una mamma violentata, sia un bimbo «pieno di vita e gioia». Da ultimo riaffiora alla memoria il caso estremo di alcune donne, delle suore, che abbandonarono addirittura la propria vocazione per «accudire con amore» i loro figli nati da stupri avvenuti nell’estate del 1993, durante la guerra in Bosnia.

SONO FELICE. La prima storia risale all’ottobre scorso, quando Todd Akin, politico americano, aveva fatto una gaffe parlando di stupro “legitimate”, parola ambigua che può voler dire oltre che “vero e proprio” anche “legittimo”. Alla notizia, un uomo, chiamato Ken, era intervenuto in sua difesa. Ken, cresciuto in una famiglia adottiva, conobbe la madre a 30 anni, scoprendo che a 15 la donna era stata violentata. Aiutata da un’istituzione cattolica di carità lasciò loro il piccolo. «Mi si rivolta lo stomaco quando sento parlare di stupro, perché è qualcosa di orribile», aveva precisato l’uomo. Raccontando che al padre avrebbe «tirato un pugno», che «lo stupro è una cosa spaventosa», ma che anche «da qualcosa di così terribile può nascere il bene. E io ne sono la prova». Di più, l’uomo ora sposato con tre figli, e ha detto che «non si può parlare di questi bambini come di condannati». Perché, come lui, «possono nascere, possono crescere, possono vivere una vita».

«MIO FIGLIO È IL MIO SOLE». Il caso di Sandra e di suo figlio Roman è invece apparso il 27 settembre scorso sul quotidiano tedesco Bild. Lei si chiedeva come avrebbe potuto amare un figlio nato da una violenza ma da quando nacque, ha raccontato, «ogni volta che sorride, l’orrore subito non mi interessa più: mio figlio è il sole della mia vita. Che io riesca a sentirmi così per lui, mi rende incredibilmente felice, perché ho la consapevolezza delle circostanze terribili del suo concepimento».

«FELICE PERCHE’AMATO». L. invece è un piccolo di 6 anni, figlio di una giovane violentata, e da qualche mese ospite della comunità Amici di Lazzaro. Giunto lì dopo l’omicidio della madre è stato descritto così: «È un bambino vivace ma ben educato, intelligente, sveglio, amichevole, affettuoso ma per nulla appiccicoso, pieno di vita, in buona salute, bello e promettente. Sprizza gioia di vivere da tutti i pori, e non lo fa per posa. È proprio così. Appena ti vede ti salta al collo, ma mica ci resta per molto: ti coinvolge in una vorticosa conversazione che spazia ampiamente oltre i confini dei pensieri che occupavano la tua mente un minuto prima». E si intuisce da dove venga tanto bene: di sua madre si sa che era stata lasciata sola, isolata persino dalla famiglia, ma che aveva accettato anche questo pur di accudire quel bambino che amava pur essendo stata violentata. E non parliamo di una madre santa: quella di L. non aveva, come si dice, una vita troppo regolare.

LE SUORE BOSNIACHE. Fu invece nel marzo del 1994 che emerse la notizia delle suore Bosniache che, violentate nel giugno del 1993 durante la guerra, avevano deciso di tenere i loro figli, anche se ciò significava o tornare allo stato laicale, o rimanere in convento dando in adozione i bambini. Durante la guerra in Bosnia furono altre le donne violentate e fece scalpore l’appello del beato Giovanni Paolo II che disse a loro di non abortire. Appello che valse anche per le religiose. Ad alcuni teologi, che già allora parlavano di pillola contraccettiva in casi del genere parve troppo, ma non alle suore stesse che accettarono il fatto che una novizia fosse andata a vivere in città, continuando a sostenere madre e figlio come parte della propria comunità.

@frigeriobenedet

mercoledì 6 febbraio 2013


L'uomo nell'universo - Il Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo spiega la prova antropologica della vita fin dal concepimento - Roma, 03 Febbraio 2013 (Zenit.org ). Carlo Casini |


Interrogarsi sul senso della nostra vita è quanto di più razionale possa dirsi. E’ una domanda che riguarda anche l’intero universo. E’ una domanda certamente di sapore religioso, ma che tutti gli uomini in quanto uomini si pongono perché dotati di ragione, cioè capaci e soprattutto desiderosi di conoscere le cause, gli scopi, il significato di ciò che esiste e degli eventi che si succedono nel tempo. La risposta può essere religiosa in quanto si affida ad una spiegazione che suppone l’esistenza di un Dio creatore o può non essere affatto religiosa fino a quella disperata di chi ritiene che non vi sia alcuna risposta possibile al di là di ciò che è sperimentabile con i sensi del proprio corpo. 

Ai due estremi sembra possibile collocare la risposta del salmista della Bibbia e quella del grande poeta Giacomo Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia”. Il primo esulta mentre coglie un significato straordinariamente positivo nel vivere umano: “Se guardo il cielo opera delle Tue dita; / la luna e le stelle che Tu hai fissate, / che cosa è l’uomo perché Te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché Tu Te ne curi? / Eppure l’hai fato poco meno degli angeli; / di gloria e di onore lo hai coronato; / gli hai dato potere sulle opere delle Tue mani, / tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Salmo 8); “Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio / sono stupende tutte le Tue opere” (Salmo 138). 

Anche Leopardi contempla la luna e le stelle con la struggente capacità contemplativa di un grande poeta, ma non riceva alcuna risposta alle sue incalzanti domande: “Dimmi, o luna: a che vale al pastore la sua vita – la vostra vita a lui? Dimmi: ove tende – questo vagar mio breve, - il tuo corso immortale?” Nel silenzio dell’Universo, la mancata risposta alla domanda di senso porta alla disperazione: “Forse in qual forma, in qual – stato che sia, dentro covile o cuna – è funesto a chi nasce il dì natale”. 

“Provare l’esistenza dell’uomo” è lo scopo di queste pagine. La tesi è duplice: da un lato provare l’individualità umana del concepito, dall’altro provare il salto di qualità che separa l’humanum da ciò che non è humanum. I due aspetti, peraltro, non sono separabili. Se il senso di una vita umana è lo stesso della vita di un insetto o di una pianta, non si vede per quale ragione vi sono diritti umani inviolabili di cui si afferma che la titolarità spetta a tutti, anche a coloro che apparentemente sembrano non avere alcun valore, come i malati di mente, i morenti, i neonati, etc. Evidentemente non è l’apparenza della forma o della funzione ciò che differenzia l’uomo da tutto il resto del creato. Se diciamo che un malato di mente totale ha un valore superiore ad un gatto è evidentemente perché riteniamo che nel primo vi sia qualcosa di decisivamente importante diverso dall’aspetto e dalle capacità di pensare e di fare. Questa diversità riguarda il senso della vita umana. Naturalmente la visione religiosa, particolarmente quella cristiana, sa dare risposte. Si può discutere se esiste una risposta pienamente convincente quando si prescinde dalla dimensione religiosa. Ma il dato di fatto meritevole di considerazione è, come abbiamo visto esponendo la prova giuridica, che tutti i popoli della terra nelle più solenni dichiarazioni del nostro tempo, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, affermano la uguale dignità di ogni essere umano, a prescindere da qualsiasi condizione diversa dal semplice fatto di esistere come essere individuale della specie umana. L’eguaglianza in dignità suppone che tale dignità sia sempre massima, cioè la più grande possibile, tale, cioè, da non consentire graduazione, nel senso che l’esistenza di un uomo possa essere più o meno degna di quella di un altro. Non si tratta di proporre disquisizioni filosofiche o teologiche. Si tratta soltanto di constatare un dato di fatto: il riconoscimento della uguale dignità di ogni essere umano come tratto caratteristico della cultura moderna. Le tesi di alcuni bioeticisti e di alcuni animalisti di segno contrario sono isolate ed hanno il sapore della originalità. Ora una dignità che non tiene conto della forma (morfologica) e della capacità (funzionalità) dell’uomo non può che essere collegata al senso della vita. Ogni vita umana ha un senso sempre non graduabile. Questo è l’altro modo di esprimere il concetto della uguale dignità.

L’uomo nel mistero dell’universo

Il salmista e Leopardi per conoscere il senso della vita collocano l’uomo all’intero dell’universo. In effetti viviamo immersi nel mistero. Sono molto più numerose le cose che non sappiamo di quella che conosciamo. Eppure oggi abbiamo enormemente accresciuto le nozioni di un tempo. Fino ad epoche recenti ben poco era conosciuto al di là del nostro sistema solare, ben poco della struttura della materia. Talete di Mileto, 600 anni prima di Cristo, credeva che la terra fosse un disco galleggiante sul mare e che la volta celeste fosse una specie di coppa appoggiata sulla terra. Fino a Copernico, verso la fine del Medio evo, dominò la visione geocentrica di Claudio Tolomeo. La terra ferma al centro dei cieli ed il sole ruotante intorno a lei. Il sistema copernicano e galileiano dimostrò la diversità dei moti dei pianeti attorno al sole, ma non andò molto al di là nello scrutare l’universo. Solo recentemente i potenti moderni telescopi, i complicati calcoli matematici e le esplorazioni dei missili e dei satelliti artificiali hanno fatto scoprire l’incredibile complessità e le dimensioni immense dell’universo, i cui confini sono ancora irraggiungibili. Restiamo attoniti e quasi sgomenti quando cerchiamo di applicare all’universo il nostro modo di pensare lo spazio e il tempo. La nostra terra ha una circonferenza di 40mila chilometri. La luce corre a 300mila Km. al secondo. Mentre io pronuncio la parola “uno” essa ha fatto sette volte e mezzo il giro del mondo. Ma l’unità di misura usata dagli astronomi è l’anno luce, cioè lo spazio percorso dalla luce in un anno. Poiché in un giorno ci sono 86.400 secondi e in un anno 31.536.000, un anno luce corrisponde a quasi 76mila miliardi di chilometri. La mente si smarrisce. Non siamo in grado di ricorrere alla immaginazione. Eppure lo spazio fino ad ora scrutato copre la distanza di un miliardo di anni luce! La terra si trova all’interno dell’ammasso della Vergine nel quale sono riunite 2500 galassie, ciascuna delle quali è formata da miliardi di stelle. La nostra galassia, a forma di spirale, ha un diametro di 100mila anni luce. 100 miliardi di chilometri misurano l’asse del nostro sistema solare e 100 milioni di chilometri misurano sei settimane dall’orbita terrestre attorno al sole. Alla terra ci vogliono quattro giorni per percorrere 10 milioni di chilometri. 

Anche la riflessione sull’origine dell’universo ci lascia senza fiato. La più accreditata teoria è oggi quella del big bang. 13 miliardi e 800 milioni di anni fa tutta la materia oggi dispersa nell’immensità dell’universo sarebbe stata concentrata in uno spazio limitatissimo: addirittura, secondo alcuni, dal nulla sarebbe comparso un punto dove energia e materia avrebbero avuto una inimmaginabile densità. Quel punto sarebbe esploso con un fragore talmente grande che ancora oggi, a tanta distanza di tempo, se ne sentirebbe l’eco negli spazi intergalattici e interstellari. Infatti, gli scienziati hanno constatato che i corpi stellari sono in espansione, si allontanano, cioè, l’uno dall’altro. La velocità di espansione è calcolabile e, andando a ritroso nel tempo, si arriverebbe a quel big bang di cui si è detto. Anche le onde di tipo sonoro andrebbero attenuandosi nel tempo e quindi diverrebbero sempre più intense tornando a ritroso fino a quello straordinario big bang di 13 miliardi e 800 milioni di anni fa. 

Lo stupore e il senso di mistero non diminuiscono se dall’inimmaginabilmente grande si passa all’incredibilmente piccolo: dal macrocosmo al microcosmo. Anche la struttura intima della materia è stata conosciuta piuttosto di recente. Un atomo di carbonio misura dieci miliardesimi di metro. Esso contiene un nucleo e sei elettroni e qui le misure diventano ancora più inquietanti per la loro difficile pensabilità. Siamo nell’ordine di un “picometro” cioè di un millesimo di miliardesimo di metro quando si vuol misurare il nucleo. E nel nucleo vi sono 6 protoni e 6 neutroni. Dimensione: un milionesimo di miliardesimo di metro. Ciascuno dei protoni e dei neutroni è composto da tre quark, di cui, però, non sappiamo quasi nulla. 

Nell’immensità dello spazio e del tempo l’uomo chiede alla sua mente soprattutto informazioni su se stesso. Chi sono? Da dove vengo? Qual è il senso della mia vita? La scienza investiga nel campo dell’archeologia e della biologia. Se fosse vera la teoria dell’evoluzione non per questo verrebbe meno la meraviglia della vita umana. Spazio e tempo avrebbero concorso al comparire dell’uomo. Dalla materia inanimata, ai primi vegetali e poi ai batteri, ai molluschi e poi, attraverso milioni di anni, ai pesci e ai rettili e agli uccelli e infine ai mammiferi e infine…, infine ecco l’uomo, in cui la materia si organizza fino al punto di permettere pensiero, libertà, amore. Tutto nell’universo sembra tendere a lui. Che significato avrebbe una immensità di materia inconsapevole della sua esistenza? Anche chi non crede in Dio o brancola a tentoni nel buio del dubbio, non può non avvertire la forza dell’ipotesi che, se nel tutto vi è un senso, questo va scoperto in lui, nell’uomo. Se c’è stata una evoluzione dalla semplicità della materia inanimata alla complessità ancora largamente inesplorata del nostro cervello deve esservi stato un disegno teso al raggiungimento di un fine. Il tempo e lo spazio sono in funzione di questo fine. La teoria della relatività dimostra che tempo e spazio sono in funzione l’uno dell’altro. Non vi può essere un grande tempo senza un grande spazio. Perciò la lunghissima evoluzione che ha portato all’uomo aveva bisogno di uno spazio enorme. L’universo appunto. L’uomo, perciò, anche soltanto considerando le cose a prescindere dalla riflessione metafisica e religiosa, appare figlio dell’immenso.

(La seconda parte verrà pubblicata martedì 5 febbraio)

L'uomo nell'universo (Seconda parte )
Il Presidente della Commissione Affari Costituzionali del parlamento Europeo spiega la prova antropologica della vita fin dal concepimento 

Carlo Casini | Martedì, 05 Febbraio 2013 | Zenit.org | Roma

[La prima parte è stata pubblicata domenica 3 febbraio]

Concepimento, creazione in atto

Anche ogni singolo essere umano ha avuto un inizio. Un certo numero di anni fa né chi scrive né chi legge esisteva. Improvvisamente siamo comparsi dal nulla. Per ciascuno di noi la creazione è avvenuta allora. E se è vero che l’uomo è l’esito finale dell’Universo, allora ciascun nostro inizio non è soltanto creazione in atto (passaggio dal nulla all’esistenza non tredici miliardi e 800 milioni di anni fa, ma oggi): è anche la creazione più vera. Il vero big bang è il concepimento. Da allora il nostro corpo ha cominciato ad espandersi con una velocità e una organizzazione più impressionante di quanto è avvenuto nell’universo. Basti pensare che dalla prima cellula iniziale derivano i centomila miliardi di cellule che compongono il corpo adulto di un uomo e di una donna. Anche dal punto di vista numerico l’uomo vince sulle stelle: una galassia può avere centinaia o migliaia di miliardi di stelle. Molte, ma comunque è un numero inferiore a quello delle cellule che compongono un corpo umano. Colpisce poi il finalismo che determina la collaborazione di ogni cellula con tutto il resto del corpo, nonché la velocità della costruzione specialmente nella fase che precede il parto.

Il paragone che abbiamo proposto tra l’universo e l’uomo porta ad alcuni corollari. Vi è una certa analogia tra l’inizio del cosmo, così come viene oggi ipotizzato dalla maggioranza degli scienziati, e l’inizio di ogni singola vita umana.

Un punto

Un punto che improvvisamente compare dal nulla. Un punto che contiene una enorme forza espansiva e organizzativa.  Un punto in rapida coordinata espansione.  Un punto destinato a divenire qualcosa di incommensurabile: nell’ordine della materia inanimata per quanto riguarda l’universo, nell’ordine del pensiero per quanto riguarda l’uomo, capace di abbracciare con la mente l’intero universo. Se qualcuno avesse distrutto il punto da cui ebbe inizio il cosmo, non ci sarebbe l’universo. Avrebbe distrutto il Creato.

Se qualcuno elimina l’embrione umano anche quando ha le dimensioni di un punto non solo distrugge un uomo, ma commette qualcosa di irreparabile, perché quel determinato essere umano non è sostituibile. Quale che egli sarebbe stato, intelligente o di modesta levatura intellettuale, qualcosa è stata sottratta alla storia del mondo, la quale, sia pure per una parte dell’ordito, non potrà più essere riparata. Il danno può essere giudicato per lo più modesto, ma chi può dire chi sarebbe stato quel figlio-embrione divenuto adulto? Dante, Beetoven, Leonardo da Vinci sono stati embrioni. Senza di loro tutti noi saremmo diversi. Chi può dire quanti tra i milioni e milioni di embrioni distrutti con l’aborto o con le varie forme di premeditata eliminazione di figli generati in provetta avrebbero potuto dare un contributo potente al progresso della civiltà, della medicina, della solidarietà, della scienza?

La dignità di ogni vivente umano

Davvero ripetere lo slogan che l’embrione umano non è uomo a ragione della sua piccolezza significa offendere la ragione, oppure riferirsi a una visione brutalmente materialista che considera esistente solo la materia e ritiene l’uomo non altro che materia organizzata in modo particolarmente perfetto, ma pur sempre materia, che, dunque, può essere utilizzata e distrutta nei limiti in cui ciò è conveniente e privo di rischi per chi agisce. Il novecento, secolo di enorme progresso tecnico e civile in tutti i campi, ha visto la passeggera vittoria di dottrine che alla domanda di senso riguardo alla vita del singolo individuo umano non hanno saputo rispondere perché il loro orizzonte era soltanto la materia. Il comunismo reale, ad esempio, non solo ha eretto musei dell’ateismo, ma ha anche insegnato nelle scuole il materialismo teorico. Per evitare l’insuperabile angoscia di Leopardi (il non senso dell’esistere) o il cupo chiudersi di ciascuno nell’isolamento del proprio io pronto a divenire lupo per gli altri, e tuttavia per restare nell’orizzonte della materia, quelle dottrine hanno proposto ai popoli l’idea di un soggetto collettivo – volta a volta la classe, la razza,la Nazione, la specie – come il vero soggetto portatore del valore per promuovere il quale la vita del singolo non varrebbe niente. L’esito drammaticamente nefasto di quelle dottrine è sotto gli occhi di tutti. Proprio nel tentativo di chiudere la stagione dei lager e dei gulag, delle discriminazioni e delle violenze, i popoli del mondo hanno scrittola Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10/12/1948). Proprio nel momento in cui la memoria della tragedia era ancora dolore quotidiano e un possibile nuovo conflitto atomico era all’orizzonte, gli Stati – pur mentre andavano accumulando testate atomiche e missili, impauriti l’uno dall’altro – affidavano tutta la loro speranza civile – di libertà, di giustizia e di pace – a un atto della mente umana: il riconoscimento della “uguale dignità inerente ad ogni essere umano”. Néla Dichiarazione del 1948, né gli innumerevoli Atti e Trattati internazionali successivi relativi ai diritti umani, né le Costituzioni dei singoli Stati che hanno legato la loro stessa identità statuale alla promozione dell’eguale dignità umana, spiegano da dove venga una tale dignità. Si direbbe che essa sia estratta dalle macerie delle città, dal sangue delle vittime e dagli orrori della guerra. Quasi con un procedimento di induzione dai fatti essa è dimostrata dal suo contrario. Ogni sofferenza, ogni oppressione è stata accompagnata dal disprezzo della uguale dignità umana. Dunque - questa la conclusione – se vogliamo guadagnare spazi di libertà, giustizia e pace, dobbiamo riconoscere la pari dignità di ogni vivente umano. “Res sacra homo” non è soltanto affermazione religiosa. E’ anche la più gridata invocazione “laica” nel senso di una razionalità che osservando le vicende del tempo passato interpreta la storia e si esprime nei consessi delle massime organizzazioni civili non (o non solo) nelle chiese.

A proposito della dottrina dei diritti umani si è parlato di “religione civile” fondata sul “principio di venerazione” per ogni singolo essere umano. Non a caso sia l’atto costitutivo dell’Onu, sia la Dichiarazioneuniversale non esitano a proclamare la “fede nei diritti dell’uomo”. E’ evidente che queste considerazioni lambiscono e preparano la dimensione religiosa nella prova dell’esistenza dell’uomo. Ma deliberatamente non voglio ora inoltrarmi in questo spazio dove la dignità umana non è soltanto indotta dalla storia, ma dedotta con rigorosa logica dalla contemplazione del mistero di un Dio creatore che si fa uomo. Basta semplicemente costatare che nonostantei molti tradimenti pratici, la cultura moderna riconosce che la dignità umana va messa al centro di tutte le strutture portanti del nostro vivere civile: libertà (facoltà di fare ciò che ciascuno desidera per sé stesso anche a costo di calpestare l’altro o facoltà di amare l’altro?), democrazia (forza del numero o espressione organizzativa del principio di uguale dignità di tutti gli uomini?), diritto (comando del più forte o guida all’azione giusta?), laicità (affermazione del dubbio sistematico e invincibile o possibilità di lavoro comune, indipendentemente dalla visione religiosa, per costruire un mondo più conforme alla dignità umana, valore comune fondativo del pluralismo?). In tale contesto la questione della vita umana incipiente appare tutt’altro che una banale fissazione “cattolica”. Di più: proprio la domanda “uomo o cosa?” è un varco per un dialogo costruttivo tra credenti e non credenti, non un muro della incomunicabilità. Così l’indagine sul senso della vita umana illumina anche gli albori della vita stessa. L’uomo di Fede religiosa sa che il senso della vita umana, anche quando essa appare assolutamente primitiva ed umile, è sempre quello di essere una parola d’amore di Dio. Il non credente scommette egualmente sul senso positivo di ogni vita. Questa è l’inevitabile conseguenza della cultura dei diritti umani. Ciò significa intuire una trascendenza dell’uomo rispetto al resto della natura; considerare l’uomo sempre un fine e mai un mezzo; respingere l’ipotesi di una entità intermedia tra l’uomo e le cose, tra i soggetti e gli oggetti; riconoscere l’uomo anche nelle forme più emblematicamente ultime del vivere umano, quali sono quelle attraversate nell’inizio, nella fine e nella marginalità della sua vita.
Riconoscendo “uno di noi” in ogni figlio, concepito che sia naturalmente o in provetta, si accumulano risorse intellettuali e morali per rinnovare l’intera società in una logica di solidarietà, di eguaglianza e di giustizia sociale.

Insomma, l’accettazione della grandezza misteriosa di ogni uomo non può non riverberarsi sul riconoscimento della sua grandezza anche nel momento della sua origine. E lo stupore di chi riconosce l’uomo nell’apparentemente più insignificante degli uomini non può che aiutare a interpretare con occhi nuovi l’intera società e a operare con maggior lena per rendere il futuro più adeguato alla dignità umana di tutti e di ciascuno.

*Per ogni approfondimento si consiglia la lettura de Le cinque prove dell’esistenza dell’uomo (Edizioni San Paolo, 5 Euro)





mercoledì 16 gennaio 2013


«I medici volevano che abortissi, ma nell’ecografia mio figlio sorrideva » - http://www.tempi.it/
gennaio 16, 2013 Benedetta Frigerio

«Tuo figlio non potrà mai camminare né parlare». E una fitta sconosciuta deve aver trapassato il cuore, la mente, l’anima di sua madre che lo stava aspettando da più di sei mesi. Katyia Rowe, 26 anni, ha raccontato così al quotidiano inglese Daily Mail: «Eravamo devastati per il fatto che ci avevano detto che nostro figlio aveva delle anomalie cerebrali così gravi che la sua vita sarebbe durata poco». Ma lo shock peggiore lo provoca il medico che, anziché consolare la coppia cercando una via per accompagnare almeno per un pezzo di strada i genitori e il figlio, propone ai coniugi l’aborto. Katyia e il marito coetaneo però non si rassegnano, vogliono vedere il loro bambino. E l’ecografia con gli ultrasuoni mostra un bimbo sorridente: «Le ecografie successive erano state pensate – rivela la madre – per mostrarci le disabilità del piccolo, ma al contrario quello che si vedeva era che si stava godendo già la vita da lì dentro». Per questo, anche se non sanno quanto sarebbe durata la sua esistenza, mamma e papà pensano sia assurdo privare il figlio della vita: «Sapendo che non soffriva, volevo che si godesse la vita come poteva, sia dentro sia fuori dalla mia pancia».
FOLLI O UMANI? «Era vivo in quel momento, che senso aveva parlarne come fosse morto?», hanno detto i due al quotidiano inglese, mentre raccontavano di essere concentrati sui preparativi per la possibile nascita. «Io – racconta Katyia – che non mi sentivo per nulla una donna materna mi sono resa conto del contrario: non mi interessava nulla se non prendermi cura di mio figlio». E «non ho mai avuto un momento di dubbio».
Non ci è nemmeno voluta una particolare forza d’animo o una certa predisposizione. Solo attenzione a quello che aveva sotto gli occhi: «Dovevo solamente guardare all’immagine dell’ecografia e alla vita del piccolo in grembo per ricordarmi che stavo facendo la cosa giusta dandogli una chance». Non sapere quanto sarebbe vissuto, racconta ancora la madre, le ha poi permesso di godere al massimo ogni istante in cui sua figlio c’era. Il piccolo, infine è nato e vissuto nove ore. L’hanno chiamato Lucian.

@frigeriobenedet  

mercoledì 9 gennaio 2013


La vita è vita, una foto aiuta a capirlo - La censura sta cadendo - 9 gennaio 2013 - Avvenire.it

Ha fatto il giro della rete una foto postata nei giorni scorsi su Face­book: un feto che stringe il dito del me­dico che lo sta facendo nascere col par­to cesareo. Si tratta, scrivono, della pic­cola Nevaeh di Glendale, Arizona; e colpisce il numero di siti di quotidiani che riportava la foto (pubblicata an­che da Avvenire venerdì 4 gennaio nel­la pagina degli editoriali), nonostante sia "politicamente scorretta": che an­titesi con la vulgata che vorrebbe la vi­ta fetale una vita non di persona uma­na! Ci ricorda altre foto di feti-bambi­ni attaccati alla vita e simbolicamente alla mano del chirurgo che li sta ope­rando ancora nel pancione. Già ricor­diamo lo stupore per le immagini tra­smesse durante una puntata della se­rie Tv «House Md», in cui il dottor Hou­se, cinico e ateo, resta a bocca aperta di fronte alla manina del feto che lo sfiora uscendo dall’utero materno, mentre lui sta decidendo se farlo vive­re. Cosa anima tanto stupore se non la rimozione per un breve momento del­la censura che non vuole che si parli di vita del feto, e che si mostri al grande pubblico? 

Censura che crolla in campo scientifi­co: la vita fetale è ormai sempre più og­getto di studi. Per i ricercatori dell’U­niversità di Washington (Acta Paedia­trica 2012) il nascituro inizia ad ap­prendere le parole sin da quando cre­sce nel ventre materno, durante i me­si di gestazione. Non è una cosa nuo­va, simili studi già erano stati fatti, ma colpisce l’eco mediatica che trovano, per la bellezza che esprimono e per il paradosso di affermarla in un mondo culturale che è pronto a negarla quan­do non gli convenga più. E la presti­giosa rivista Nature nel giugno 2012 pubblicava un dettagliato articolo sul­lo sviluppo dei gusti per gli alimenti già nella vita fetale, a seconda di quel­lo che la mamma mangia e che viene filtrato nel sangue fino ad arrivare alle labbra del feto. Anche un recente nu­mero delJournal of Developmental and Behavioral Pediatrics spiega come il fe­to reagisca differentemente alla voce materna a seconda del suo stato di sa­lute; e come non ricordare Sento dun­que sono (Cantagalli 2012), libro in cui vengono raccolti gli scritti dei maggiori studiosi mondiali di sensibilità tattile, gustativa, dolorosa, olfattiva, che si e­sprimono su una semplice domanda: cosa prova un feto prima di nascere? 

Si tratta di non censurare: già prima di nascere il nostro cervello è ben in a­zione e pronto ad apprendere e sor­prendere. Perché immagazzina nozio­ni e informazioni che gli serviranno per crescere armonico (gli stimoli for­giano il cervello fetale) e anche per co­noscere quello che lo aspetta fuori del­l’utero materno, perché il latte, le vo­ci, le carezze non lo colgano imprepa­rato. Una sensibilità prenatale che ov­viamente impone rispetto, che non viola nessun presunto 'diritto all’au­todeterminazione', ma semplice­mente afferma una verità: la vita inizia prima di vederla all’aria aperta, e sic­come la scienza è anche l’arte di mo­strare tramite dimostrazioni e prove quello che gli occhi non vedono, la scienza aiuta a capire che la vita è vita anche quando non si vede: nessuno è autorizzato a considerarla non-vita so­lo perché nascosta o estremamente piccola. 

Quello che ci colpisce della foto della manina che esce dall’utero è però l’am­bivalenza nell’accogliere queste sem­plici verità: si riconosce che il feto è vi­ta umana dai dati scientifici, ma si è pronti a negarlo. Si negherà quando si tratta di trarre le conseguenze etiche, nonostante le decisioni contrarie alla vita cozzino con l’evidenza scientifica; si negherà con una triste forma di cen­sura applicata proprio da chi invece si fa a parole paladino delle libertà indi­viduali. Ma come tutte le censure, è de­stinata a breve vita.  

mercoledì 21 novembre 2012


IL CASO/ Quelle mamme "bambine" che mettono in scacco l'aborto, il lavoro e il '68

Carlo Bellieni
mercoledì 21 novembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net
Le mamme minorenni in Italia sono un fenomeno da considerare con attenzione. Secondo uno studio dell’associazione Save the Children, le nascite da mamme sotto i 20 anni sono l’1,7% delle nascite totali: un fenomeno spiegano, circoscritto, ma che coinvolge circa 10.000 nascite ogni anno. 
Su questo fenomeno, di cui si sono occupati massmedia e giornali di mezzo mondo perché è un fenomeno senza frontiere, si possono avere tre atteggiamenti: quello che punta il dito contro la mancanza di una diffusa cultura anticoncezionale, quello che si lamenta per l’accesso troppo precoce dei giovani al sesso e quello che considera che almeno l’aborto è stato evitato. 
In realtà, inviterei a considerare un quarto punto di vista: guardare la vicenda, che resta certamente preoccupante e degna di attenzione e cura, da un altro punto di vista, domandandosi: come mai ci stupiamo per un fatto che nei secoli - entro certi limiti - è stato normale? Fare un figlio a 18 anni era normale all’inizio del secolo scorso; perché ormai è diventato “normale” fare i figli da over 30 e farli intorno ai venti ci spaventa? E, insomma, perché ci ostiniamo a chiamare “ragazzi” degli individui con barba e baffi e che magari hanno finito l’università pensando magari che debbano solo pensare a comprare i jeans che volevamo comprare noi? 
Se prima guardavamo dal punto di osservazione del genitore protettivo, ora insomma proviamo a guardare da quello del figlio, della sua biologia e della sua necessità naturale ed istintiva di sesso ma anche di amore e delle conseguenze che sesso e amore portano: i figli, una necessità che perde il controllo se non è accompagnata ma lasciata alla pura reattività. 
Se ben ci pensiamo, è solo negli ultimi anni che l’età della gente al momento del matrimonio (sempre che si sposino) è aumentata esponenzialmente, così come è fatto recente il rimandare l’età per fare un figlio. Prima non era buona cosa avere rapporti sessuali da giovani non sposati, anche perché era normale sposarsi a vent’anni. Giulietta e Romeo si sposavano ben prima dei vent’anni e Shakespeare non ci trovava niente di strano. Normale significa che era la consuetudine, ma significa anche un’altra cosa: che seguiva l’orario dell’orologio biologico, che oggi la cultura odierna ci obbliga ad ignorare. 
Ecco allora il punto: il mondo che guarda dal punto di osservazione del genitore paternalista si indigna per le gravidanze giovanili, arrivando addirittura a scandalizzarsi se la ragazza “nemmeno abortisce”; ma non s’indigna nemmeno un poco se le donne sono costrette a rimandare la gravidanza ad epoca indeterminata ed in cui - ti pare poco! - i rischi finiscono per non venire più.  

Si illude allora la gente prospettando che si possa rimandare (“gestire”) l’età fertile come si vuole, tanto ci pensa la medicina, salvo poi accorgersi tardivamente dei dati medici: anche la fecondazione in vitro non funziona più oltre una certa età. 
Il punto di osservazione del figlio invece ci fa vedere che la persona è fatta per seguire certe strade inscritte nel suo Dna biologico e nel suo Dna morale. 
Qualche volta però la spinta del figlio incontra solo silenzio e solitudine, e la persona “spara” la sua capacità affettiva e sessuale a vanvera, ed ecco le complicanze delle gravidanze giovanili, che sono un problema per la mancanza della famiglia e per essere esplose in un secolo che considera come bambini quelli che cento anni fa erano padri amorosi e mamme giovani e attive. 
Il punto di osservazione paternalistico guarda il fenomeno mamme-bambine indignandosi perché fanno sesso troppo presto o perché fanno sesso senza il dogma dei contraccettivi. Il punto di osservazione del figlio insegna ad indignarci per un altro motivo: perché viene usurpata alle donne l’età fertile illudendole che a vent’anni e anche dopo il sesso sia sinonimo di gioco e basta, senza addentellati con le altre tre parole: amore, figli, famiglia; e perché ci accorgiamo che questo è solo un brutto trabocchetto per pettirossi creduloni. 
Le gravidanze giovanili sono un campanello che suona nelle coscienze della società postmoderna: riappropriarci del corpo non significa più fare sesso come dove e quando ci pare, ma capire che il “dove, come e quando” ha in sé delle regole naturali, che la scienza e il rimpianto delle donne e uomini che hanno aspettato troppo - per assecondare la violenza del mercato del lavoro o del mercato della moda - ci additano con forza.

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mercoledì 14 novembre 2012


ZI12111220 - 12/11/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-33832?l=italian

A QUANTO UNA CAMPAGNA PER LA DIFESA DEI BAMBINI NON ANCORA NATI?


Riflessioni sull'ultimo rapporto del ministro della Salute sull'applicazione della legge 194/78

di Andrea Mazzi
ROMA, lunedì, 12 novembre 2012 (ZENIT.org) - Anche quest’anno il ministro della Salute ha presentato al Parlamento i dati sugli aborti in Italia. E anche quest’anno la prima cosa che ha evidenziato è stato il calo numerico: “I dati evidenziano che nel nostro Paese prosegue la tendenza alla diminuzione del numero di IVG e quindi del tasso di abortività”. I toni sono quasi trionfalistici: i tassi di abortività sono tra i più bassi al mondo, l’aborto è sempre l’ultima scelta, gli aborti ripetuti non crescono...
Certo, non possiamo che essere contenti se le interruzioni volontarie di gravidanza in Italia hanno ricominciato a calare, dopo 15 anni in cui erano rimasti stabili.
Il fatto poi che calino in un momento di crisi economica (a differenza di quanto avviene ad esempio nel Regno Unito) indica che i problemi prevalenti per cui le donne italiane chiedono di abortire non sono di tipo economico. Anche per esperienza ritengo che la donna arrivi ad interrompere la gravidanza per la poca accoglienza e comprensione, per tutti gli ostacoli posti dalla società alla donna incinta e perché pochi riconoscono l’embrione come un bambino in carne ed ossa, uno di noi in tutto e per tutto.
Anche se in realtà la diffusione della pillola del giorno dopo, il continuo uso delle spirali, le crescenti segnalazioni di aborti clandestini ci fanno preoccupare sulla consistenza effettiva di questo calo.
Ma il punto è un altro. Stupisce che nelle relazioni annuali nessun ministro abbia mai evidenziato la gravità dell’enorme numero di bambini che non arrivano a vedere la luce del giorno. L’insistenza costante sul calo, il costante confronto coi numeri record degli anni ‘80, nascondono il vero dato: che i bambini e le bambine soppressi sono un numero enorme, incredibile, assurdo: 115.981 in un solo anno, il 2010. Una media di più di 317 interruzioni volontarie di gravidanza al giorno. Un bambino su 5 muore per aborto volontario nei suoi primi 3 mesi di vita!
Il numero di vittime dell’aborto è superiore di quasi 30 volte a quello degli incidenti stradali (4090 morti nel 2010), più di 100 volte rispetto ai morti sul lavoro (980 vittime nel 2010).
E non sono solo i bambini le vittime: questo evento lascia anche un segno indelebile per tutta la vita nella psiche delle loro mamme, con conseguenze spesso drammatiche.
Giustamente quando si pubblicano i dati relativi alla cause di mortalità il primo commento è: “purtroppo le vittime sono ancora tante!”; e poi ci si interroga su quali leggi, campagne ed azioni formative mettere in piedi per ottenere un calo ulteriore. Solo dopo si fa il confronto col passato. Solo negli ultimi 10 anni, le morti sulla strada si sono quasi dimezzate, i morti sul lavoro sono calati di quasi il 40%. Le morti ‘ufficiali’ per aborto, invece, si sono ridotte solo del 10%.
Perché le istituzioni non si impegnano di più per mettere in campo sostegni alla maternità per le donne che non lavorano, protezione delle mamme, istituzione di un’authority a tutela del bambino prenatale?
Giusta e assolutamente doverosa l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e delle istituzioni verso le vittime di ogni ingiustizia e di ogni violenza. Sarebbe bello poter vedere presto tra queste anche una campagna in favore del diritto alla vita di tutti i concepiti.

giovedì 25 ottobre 2012


Lista nera dei principali “pro-life” europei - 24 ottobre 2012 -  http://www.corrispondenzaromana.it

Lista nera
(di Veronica Rasponi) È un documento riservato, che non troverete su Internet. Con il titolo Top 27 European Anti-choice Personalities, una potente lobby abortista europea, l’EPF (European Parliamentary Forum on Population an Development) ha schedato i principali oppositori del secolarismo in Europa.Anti-choice significa Pro-life. I Pro-choice (a favore della scelta) sono i sostenitori dell’aborto e di ogni forma di sesso non riproduttivo, a cominciare da quello omosessuale.
Gli Anti-choice sono coloro che difendono la vita, la famiglia e il diritto naturale contro le ideologie antinataliste e relativiste. La lista nera comprende 27 “personalità” di dieci paesi europei, tra le quali l’europarlamentare slovacca Anna Zaborska, il presidente della Fondazione Jérôme Lejeune, Jean-Marie Le Mané, il responsabile delle associazioni europee di Tradizione, Famiglia e Proprietà Caio Xavier da Silveira, il duca Paul von Oldenburg, rappresentante della Federazione Pro-Europa Christiana di Bruxelles, il segretario generale dell’Istituto Civitas Alain Escada, e cinque italiani, l’on. Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita, il marchese Luigi Coda Nunziante, presidente dell’Associazione Famiglia Domani, il prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto, il dott. Massimo Introvigne, vice-reggente di Alleanza Cattolica e l’on. Luca Volonté, dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.
Ognuno dei 27 personaggi è presentato con un “curriculum” e una fotografia, come si usa per i “wanted”, i ricercati con taglia di una volta.Manca solo l’indirizzo per potere meglio localizzarli e colpirli. Qui infatti non sono in questione le idee, ma la libertà di esprimerle.
Chiunque rappresenti un ostacolo al secolarismo, merita di essere isolato e ostracizzato. Prima moralmente, e poi giuridicamente, ma forse anche fisicamente, perché ciò che le liste di proscrizione come questa alimentano, è l’odio ideologico ad personam. Si tratta di un’ennesima dimostrazione della “dittatura del relativismo”, che reclama la libertà per tutto e per tutti, ma cerca di soffocare in tutti i modi la voce di chi si oppone alla degradazione morale contemporanea.
L’EPF fa parte di quei “poteri forti” che, grazie ad enormi risorse finanziarie e ad una capillare diffusione, creano il “consenso” mediatico e politico. Si tratta di un’organizzazione con sede a Bruxelles, che raccoglie membri di diversi parlamenti ed è presieduta dal vice presidente della Camera dei Deputati della Georgia, George Tsereteli. Il suo programma si riassume nella “Carta sui diritti sessuali e riproduttivi” varata nel 1995 dallaInternational Planned Parenthood Federation, fondata dall’eugenista Margaret Sanger, con «lo scopo di promuovere il controllo delle nascite è quello di creare unarazza di purosangue». I diritti riproduttivi, che sono in realtà i diritti a non riprodursi, si esprimono nella rivendicazione di una assoluta libertà sessuale, da raggiungersi attraverso vaste campagne di “educazione” alla contraccezione e all’aborto, fino alla sterilizzazione di massa.
L’EPF, che è una longa manus della International Planned Parenthood Federation, è finanziata dalle istituzione pubbliche europee e da ricche fondazioni private: è noto ad esempio l’impegno nella diffusione del secolarismo dello speculatore internazionale George Soros e della Fondazione Bill e Melinda Gates che, nel luglio 2012, ha promosso una gigantesca raccolta di fondi per assicurare l’accesso alla contraccezione alle donne povere di tutto il mondo. Tra le associazioni collegate con l’EPF ci sono i Catholics for a Free Choice (CFFC, cattolici per la libera scelta), sostenitori di una “teologia abortista”, che furono i promotori della campagna lanciata nel 2000 per espellere la Santa Sede dalle Nazioni Unite. Oggi i difensori della vita e della famiglia sono sotto tiro.  Per essi tuttavia questa “lista nera” è un motivo di onore. (Veronica Rasponi)

lunedì 22 ottobre 2012


Pearl, il “petardo di vita” che un aborto voleva spegnere. «Essere genitori significa dire “sì”» - 22 ottobre 2012 - Elisabetta Longo - http://www.tempi.it/

La piccola Pearl Joy Brown è nata con una sindrome genetica rarissima, che ha impedito al suo cervello di svilupparsi pienamente nelle prime settimane in cui Ruth, la sua mamma ventottenne, l’ha portata in grembo. Ad aver stabilito con certezza di questa terribile diagnosi chiamata “oloprosencefalia” è stata un’ecografia di routine al quarto mese, a cui i medici hanno fatto seguire il consiglio di un aborto terapeutico.
UN ANNO DI VITA. Ruth e suo marito Eric Brown, già genitori di due bambini di cinque e tre anni, hanno però deciso di portare a termine la gravidanza, nonostante i medici abbiano messo in guardia la famiglia di Nashville (Tennesse) che la loro piccola non potrà che vivere un anno, senza poter camminare, parlare e respirare autonomamente. Nonostante questo, Ruth e Eric hanno raccontato al giornale locale The Tennessean che «se c’è un’opportunità, si deve dire sì a quell’opportunità. E l’unico modo che conosciamo per fare i genitori è dire sì».
12MILA DOLLARI DI DONAZIONE. La coppia si è anche rivolta al centro dell’ospedale di Dallas che si occupa di fare ricerca su queste malformazioni cerebrali, ed è stato detto loro che solo il 3 per cento dei bambini sopravvivono alla nascita. Pearl ha festeggiato qualche giorno fa la dodicesima settimana di vita. «Dio ha disegnato nostra figlia in questo modo, e noi non abbiamo potuto far altro che accettarlo. Non importa se non sappiamo se Pearl potrà mai respirare da sola, il suo cervello sta, nonostante tutto, cercando di vivere».
Per ben cinque volte da quando è nata, la bambina ha necessitato di ricovero improvviso, ma Ruth e Eric non si sono abbattuti, grazie anche al supporto della comunità religiosa di cui fanno parte, e che ha raccolto 12 mila dollari per donare ai Brown un minivan che possa ospitare tutta la famiglia qualora debbano recarsi con tutta la famiglia in ospedali fuori zona. Un’amica di famiglia, sentita dal Tennessean, ha detto che non era convinta che far nascere Pearl fosse una scelta giusta. Troppa sofferenza. Poi, vedendo come la bambina è stata accolta, anche dagli altri figli, ha detto: «è un piccolo petardo di vita».

giovedì 11 ottobre 2012


IL CASO/ Perchè la statua di una donna incinta mette in crisi un intero paese? - Carlo Bellieni - giovedì 11 ottobre 2012 - http://www.ilsussidiario.net

Non sarà che ci si ribella a quello che si vede e che non si dovrebbe vedere? In Inghilterra, a Ilfracombe Pier nel North Devon, si staglia alta contro il cielo - spesso nuvoloso - una statua di 23 metri. Cosa ha di tanto osceno da portare i benpensanti cittadini a chiederne la rimozione? E’ forse una statua ad un dittatore spietato? E’ un monumento pornografico? E’ allora certamente un insulto a qualche minoranza linguistica o culturale? No, niente di tutto questo: è solo la statua di una donna incinta. Certo, è una statua sui generis, perché in metà mostra lo spaccato anatomico della donna, cioè quello che si vedrebbe se si rimuove cute e strati superficiali: l’interno della mammella, i visceri… scandalo? Basta girare il mondo per vedere cose ancora più anatomicamente approfondite senza che nessuno si stracci le vesti. Cosa allora c’è di “orrendo”? La verità: dentro la donna c’è un bambino!
Tutto qui? Già. Ma se ci pensate bene è proprio questo il centro della gravidanza di cui però nessuno si azzarda a parlare: c’è un bambino in ogni gravidanza. Un bambino. Non sarà che lo scandalo è proprio qui? Dall’aver voluto mostrare, forse senza nemmeno farlo apposta, quello che non si può dire: la vita c’è prima di nascere. E la donna che viene raffigurata con tutta la licenza artistica di uno scultore bravo (e l’opera è fatta stilisticamente bene), appare orgogliosamente in atto di ostentare questo segreto, con un braccio rivolto in alto.
Orrore? Ma l’avete mai visto “Due-Facce”, il nemico giurato di Batman, sì quello che tutti i bambini hanno visto e rivisto su fumetti, cinema ecc? Ha mezza faccia sfigurata col bulbo oculare fuori dell’orbita e i muscoli all’aria aperta. E perché un feto e i muscoli di una donna fanno orrore e  “Due Facce” (che ci sta anche simpatico) no? E’ la maledizione del postmodernismo: della gravidanza i ragazzi devono sapere tutto ma proprio tutto su come evitarla, ma niente ma proprio niente su quello che ne è al centro, sulla bellezza, sulla vita, sulla difesa della dignità della donna difendendo la vita della donna e del bambino.  
E’ la censura postmoderna che è entrata nel cuore della gente: niente più figli (il crollo demografico è impressionante) e al loro posto tanti cagnolini e gattini, tanto che pare che i supermarket abbiano reparti ben più grandi per cibo per animali che per neonati. E niente più bambole (Cicciobello addio…), sostituite da cagnolini, orsetti, gattini di peluche, tanto da invogliare involontariamente il bambino a chiedere alla mamma non un fratellino ma il criceto.
Mostrare quello che realmente è una gravidanza è orrore? Oltretutto in un’opera tecnicamente ben fatta (guardate in giro tanta arte moderna e fate anche confronti tecnici). Forse è questo che si teme: che qualcuno dica che il “re è nudo”, che la gravidanza è un rapporto tra una mamma e un bambino (non con una patata o un “progetto di vita”): non a caso la statua si intitola “Verity”.
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venerdì 28 settembre 2012


40 GIORNI "COAST TO COAST" A FAVORE DELLA VITA - È partita ieri in 316 città del mondo la campagna comunitaria di impegno sociale che focalizza l'attenzione sul male dell'aborto al fine di fermarlo di Elisabetta Pittino

ZI12092723 - 27/09/2012
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ROMA, giovedì, 27 settembre 2012 (ZENIT.org) – È partita ieri, mercoledì 26 settembre, la 5° edizione di 40 Days for Life (http://40daysforlife.com), 40 giorni per la vita, una campagna pro-vita che si svolge in 316 città di USA, Canada, Sud America, Australia, Europa e Uganda, fino al 4 novembre 2012.
40 Days for Life è la mobilitazione coordinata pro-life più diffusa e duratura  di tutta la storia, secondo gli organizzatori. La prima campagna del 2007 contava 89 città degli Stati Uniti. Da allora la mobilitazione ha coinvolto persone “di fede e di coscienza” in 440 città nel mondo, dove hanno avuto luogo circa 1894 campagne individuali.
Una campagna che ha sempre registrato grandi numeri: più di 525mila persone si sono riunite per pregare e digiunare con l’intento di far cessare gli aborti. Oltre 15 mila congregazioni e Chiese hanno partecipato alle campagne di questi anni. Finora ben 5.928 bambini sono stati salvati dall’aborto grazie ai quaranta giorni. Sessantanove “abortion workers” - persone che lavoravano per l’aborto - hanno lasciato il loro lavoro e in generale “la fabbrica degli aborti”. Ventiquattro abortion facilities, centri per l’aborto dell’ IPPF, hanno chiuso i battenti.
Inoltre, centinaia di donne e uomini sono stati risparmiati dalle tragiche sofferenze dell’aborto e circa 2100 nuove esperienze sono state presentate su giornali, riviste, radio e tv in Usa e oltre. I frutti ci sono insomma. Molte persone con esperienze abortive hanno iniziato un percorso di cura per il post aborto grazie a questo evento.
Ma più nello specifico, cos’è “40 Days for Life”? È una campagna comunitaria di impegno sociale che focalizza l’attenzione sul male dell’aborto con il fine di fermarlo, attraverso un programma in tre punti: preghiera, digiuno, veglie itineranti davanti alle cliniche o agli ospedali dove si procurano gli aborti. In particolare, essa ha l’intenzione di mostrare, in maniera pacifica, alle comunità locali, le conseguenze dell’aborto sul loro territorio, per amici e famiglie.
“I 40 giorni sono ispirati dalla storia biblica, dove Dio usa il periodo di 40 giorni o anni per trasformare individui, comunità, il mondo intero” dichiarano gli organizzatori. “Da Noè nel diluvio, a Mosé sul monte, a Gesù nel deserto, è chiaro che Dio vede il valore trasformativo per il suo popolo della sfida dei 40 giorni” aggiungono.
I 40 giorni di campagna sono gestiti da volontari locali delle città coinvolte. Un piccolo ufficio locale coordina le comunicazioni, provvede al traininge ad altre risorse per i volontari. L’obiettivo è di raggiungere uno spirito di unità, mediante Cristo, attraverso preghiera, digiuno e attivismo pacifico con l’intento di far passare le menti e i cuori delle persone da una cultura di morte ad una cultura della vita.
“Il Signore ci ha detto che alcuni demoni possono essere scacciati solo con la preghiera e il digiuno - dicono gli organizzatori -. Il digiuno è una forma di preghiera fisica. Si può digiunare dal cibo, dalla TV, dall’alcool, da ogni cosa che ti separa da Dio. È, dunque, un modo di dare testimonianza”.
La componente più visibile della campagna sono le costanti veglie di preghiera fuori  dalle cliniche abortive. Gli organizzatori sperano che esse possano continuare per 24 ore al giorno durante l’intero periodo di campagna.
Ha poi un notevole rilievo l’attività sociale svolta durante i 40 Days: il messaggio pro vita è portato alle comunità locali attraverso iniziative educative mirate. Il lavoro porta a porta raggiunge tante persone e i volantini informativi riescono ad accrescere la consapevolezza di che cosa sia l’aborto. Il coinvolgimento della Chiesa, dei media e dei campus è poi fondamentale per la riuscita dell’evento.
“Dopo tanti anni di aborto legalizzato, molte persone di fede stanno facendo esperienza di un rinnovato senso di speranza!” concludono gli organizzatori, ripetendo infine entusiasti lo slogan dei 40 Days for Life: “Prega per porre fine all’aborto!”