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martedì 18 dicembre 2012

Ragioni di speranza in tempo di crisi
di Giovanni Fighera - http://www.lanuovabq.it/16-12-2012
Maschera
La crisi culturale ed educativa contemporanea è proprio grave. Non se ne parla, tanto si è presi dall’altra grave crisi, quella economica, e tanto si è forse del tutto anestetizzati dalla cultura che è promossa dai massmedia e dalla scuola. Oggi, persa la fiducia nell’aldilà, l’uomo ha perso anche la fiducia nell’al di qua. Tutte le generazioni del passato, secondo Camus, si credevano nate per rifare il mondo. La nostra sa che non lo rifarà. Il suo compito è ben più grande, consiste nell’impedire che venga distrutto. Un giovane nell’epoca odierna si trova circondato dal cinismo e dal nichilismo contemporaneo che ha preso il nome di relativismo.

Spenti tutti i lanternoni del passato, l’epoca contemporanea assiste all’accensione di un nuovo lanternone culturale che nega l’esistenza di qualsiasi verità assoluta, privilegia una finta tolleranza in nome di un presunto multiculturalismo, si rivolge all’esperto in ogni campo, una volta che tutte le figure di riferimento del passato sono cadute. Persa di vista l’unità del sapere e il senso complessivo della cultura, si assiste ad una parcellizzazione delle discipline che non sono più riconducibili ad un unicum, che non riescono a dialogare tra loro.

Tanta letteratura del Novecento documenta questa difficoltà o impossibilità a raggiungere la verità, il Mistero della realtà. Se non c’è una verità o se essa non è da noi conoscibile, non è possibile una reale comunicazione tra gli uomini, perché non si può pensare di mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio  tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro. Da qui derivano il senso di solitudine e l’individualismo dell’uomo contemporaneo.

Il relativismo culturale dal campo della conoscenza ha investito nel tempo il campo etico. In assenza del bene e del male, ogni azione umana è arbitraria e soggettiva, cioè valutabile esclusivamente a partire da criteri personali del soggetto che l’ha compiuta. L’azione non è più buona in sé, ma in relazione al fine e agli obiettivi che chi la compie si è prefissato. Il passaggio dal relativismo gnoseologico ed etico a quello estetico è immediato. Se bello, buono e vero coincidono, in mancanza di un bene e di un vero oggettivi, anche il bello perde uno statuto di esistenza.

Non c’è proprio più nulla allora che possa distinguere l’uomo dalla bestia e l’homo religiosus è definitivamente ridotto a homo oeconomicus. L’uomo non è più domanda di Infinito, esigenza di felicità, di amore, di bellezza, ma è materia pensante, non dissimile dalle bestie, se non perché più avanti nella linea evolutiva e perché più cattivo. Questo è il pensiero che viene inoculato nei giovani, già nelle scuole attraverso lo studio di quei «grandi» della cultura che si propongono come pilastri del pensiero e del progresso, da Montaigne («siamo come api») a Malthus (troppi uomini abitano la Terra) a Darwin (il disegnino dell’uomo che deriva dalle scimmie è inculcato nei bimbi fin dalle elementari) a Zola (i sentimenti umani sono semplici reazioni chimiche) fino a Lévi Strauss (l’uomo è solo materia pensante). Anche la natura del desiderio è così ridotta alla stregua dei bisogni materiali. Il giovane si ritrova così, dai 14 ai 20 anni, complice la cultura dominante distillata gradualmente e la scuola, pressoché ateo o agnostico o del tutto disinteressato alla questione del destino.

Quella di oggi è una gaia disperazione, propria di un uomo che, pensando di poter fare a meno di Dio, deve anche dimenticarsi del destino. Vuole vivere sereno, tranquillo, ottimista, anche se senza ragioni di speranza. Il modello umano di divo idolatrato proposto dai mass media contemporanei è un uomo non impegnato con il reale, in apparenza  solare, che non sente il peso della vita, non comunica davvero, non si mette in relazione con gli altri, è autonomo, non ammette responsabilità, non si prende cura degli altri, ma solo di se stesso. O così almeno crede.

La leggerezza dell’io è l’altra faccia della medaglia dell’insostenibile pesantezza di una realtà divenuta incognita, inconoscibile, carcere tetro e ragnatela che impedisce di evadere. La leggerezza dell’essere è conseguenza dell’incapacità a reggere un rapporto vero con la realtà, che è diventata insopportabile, una volta che si è fatto fuori il Mistero, il Creatore, il Destino, una volta che si è soli e che ci si percepisce soli.

Così nella società abbiamo davanti a noi molti idoli, che mostrano non la verità e la bellezza, ma se stessi come risposta al bisogno e alle domande dell’uomo. Gli idoli non sono compagnia nel cammino dell’esistenza. Se lo fossero, mostrerebbero tutta la loro inconsistenza. Gli idoli sembrano affascinare per la loro presunta autonomia, per l’autosufficienza, come se fossero in grado di darsi la felicità da soli. L’uomo autentico, il giovane come l’adulto, percepisce che non ha bisogno di idoli, ma di maestri. Oggi è sempre più necessaria la presenza di maestri. Il maestro, colui che guida e che è autorevole, non rimanda a sé come risposta ai problemi della vita, ma comunica altro, indirizza al bene e conquista gli altri proprio perché non avvinghia a sé. Il maestro sprona al «desiderio del mare aperto», non si sofferma sulla noia del particolare slegato dal desiderio di navigare.

Qual è la speranza da cui si può ripartire? Qual è la risorsa che abbiamo in quest’epoca di grave crisi? La prima risorsa è proprio il nostro io, che per natura ha un desiderio infinito come quello che il poeta Ungaretti esprime quando scrive in trincea la poesia «Dannazione» nel 1916: «Chiuso fra cose mortali// (anche il cielo stellato finirà)// perché bramo Dio?». Proprio il desiderio è il primo bersaglio delle mire del potere, che vorrebbe ridurre l’uomo a consumatore e che riduce, quindi, il desiderio umano a semplice bisogno e piacere da soddisfare. Per questo occorre che l’uomo conservi un atteggiamento di stupore, proprio del bambino, quell’impeto che entra con curiosità nell’avventura della realtà per conoscerla. La seconda ragione di speranza, come ha detto il Santo Padre in un’intervista che è passata pressoché sotto silenzio, è che Gesù Cristo è semplicemente vero, Lui c’è, è irriducibile e resiste al tempo, agli attacchi, alle crisi. Lui è, quindi, la roccia su cui fondare la nostra certezza.

Quale umanesimo è oggi ancora possibile? Un umanesimo che riscopra l’uomo nella riscoperta di un Padre, Dio, che si è rivelato come amore, che si riappropri della legge morale universale nel coraggio di guardare di nuovo alla ragione umana. Il Papa Benedetto XVI propone «un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa». Già san Paolo con il suo richiamo «Vagliate tutto, trattenete quello che è buono!» ci propone una ragione aperta a tutto, che dialoga con tutti, che non misura, ma si spalanca al vero e al bene. Ragione e fede sono comunicanti e in continuo dialogo. La storia stessa della cultura e dell’evoluzione tecnico-scientifica è fondata sul metodo della fede, sulla fiducia tributata a testimoni credibili. La ragione spalancata e non ridotta arriva a cogliere che l’uomo non può capire tutto il Mistero della realtà. Si protende così a percepire l’inadeguatezza della condizione umana di fronte all’infinito, a capire il limite nella conoscenza e la necessità che sia il Mistero a rivelarsi.
Giovanni Fighera è l'autore di Che cos’è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi? L’io, la crisi, la speranza, Ares, Milano 2012, 15 euro.

lunedì 10 settembre 2012


“Un nuovo umanesimo ci salverà”, di Mauro Ceruti e Edgar Morin da Il Sole 24 Ore, 09.09.12, http://www.manuelaghizzoni.it

Per i dotti dell’Umanesimo e del Rinascimento la civiltà europea poggiava su quattro colonne. Alle tre colonne delle tre grandi tradizioni monoteistiche (cristiana, ebraica, islamica) si aggiungeva la quarta colonna della sapienza degli antichi, della civiltà latina e greca riscoperta dagli umanisti nel Quattordicesimo e nel Quindicesimo secolo, attraverso le mediazioni più diverse, quali il monachesimo celtico e la cultura araba.
Era un’immagine di unità nella diversità e di diversità nell’unità. Attraverso la loro integrazione e interazione, le quattro tradizioni producevano l’equilibrio e la solidità dell’intera costruzione. Lo specifico del l’identità europea, e dell’identità italiana all’interno dell’identità europea, è proprio questa diversità, che è ancora e molto di più della diversità delle quattro colonne: è diversità di culture materiali, di lingue, di paesaggi naturali e umani, di climi, di tradizioni, di Nazioni, di Regioni e di città…
Il vero nucleo dell’Umanesimo sta dunque non in una replica formale dei modelli classici, ma in un nuovo modello di umanità, pervaso dallo spirito dell’accettazione reciproca e della convivenza delle diversità. La relazione fra passato e presente, fra culture diverse è sentita come feconda.
L’immagine dei «nani sulle spalle dei giganti» delineava per la prima volta un’idea di progresso, cioè la possibilità che nel futuro potesse darsi qualcosa di inedito, e di migliore, rispetto al passato, e la possibilità di vedere più lontano rispetto ai giganti del passato: ma questa possibilità era indissolubile dallo studio del passato e dalla riflessione sulle memorie.
Fra l’Umanesimo e gli orizzonti planetari dei nostri giorni c’è la complessa esperienza dei cinquecento anni dell’età moderna, che sono anche i cinquecento anni del l’età planetaria (o della prima globalizzazione).
Fra il Quattrocento e il Cinquecento ha avuto inizio l’età planetaria del popolamento umano della Terra, la storia attraverso la quale tutti i frammenti del pianeta si sono trovati a legarsi gli uni agli altri. I primi secoli dell’era planetaria hanno prodotto il crollo delle barriere agricole e culturali del mondo, la nascita di un sistema economico mondiale, la scoperta della diversità antropologica, biologica ed ecologica su tutta la Terra, l’interconnessione di tutti i continenti, il dominio delle culture forti su quelle deboli e, alla fine, l’occidentalizzazione del mondo, attraverso la conquista. Si è generata una rete di comunicazioni mondiali, il cui sviluppo si è poi straordinariamente intensificato dopo la soglia del 1989, dando inizio a quella fase dell’era planetaria che chiamiamo globalizzazione. Gli sviluppi scientifici, tecnici, economici hanno prodotto nel Novecento un divenire planetario comune per tutti gli esseri umani. E si è insediato un unico mercato mondiale all’insegna del liberismo economico.
Il travalicare europeo nel mondo, allora e per tutta l’età moderna, sono stati segnati da un’ambivalenza essenziale, da un intreccio conflittuale fra creazione e distruzione che continua fino ai nostri giorni. Dopo il prodromo delle stragi di massa delle due Guerre mondiali, l’esplosione atomica di Hiroshima del 1945 è stata la campana d’allarme di un inedito pericolo estremo: la distruzione locale può precipitare nell’annientamento globale; l’umanità può sfociare nell’abisso ultimo del nulla. Questo rischio è oggi presente anche nel sempre più difficile rapporto dell’uomo con l’ambiente: è il rischio insito nel riscaldamento globale, nell’inquinamento dei suoli e delle acque, nel depauperamento delle risorse…
Nella nostra epoca si affollano grandi promesse, ma anche grandi minacce. Da una parte, il progresso scientifico-tecnico sembra aprire inedite possibilità di emancipazione rispetto agli obblighi materiali, alle fatiche quotidiane, alle malattie e alla morte stessa. Da un’altra parte, l’incubo della morte collettiva continua a incombere sull’umanità con le armi nucleari, chimiche, biologiche, e con il degrado ecologico.
Da una parte, c’è un mondo che vuole nascere, ma che non riesce a nascere; e, nello stesso tempo, questa possibile e improbabile nascita è accompagnata da un caos scatenato da forze di distruzione. Ed è essenziale illuminare il caos degli eventi, le loro interazioni e le loro retroazioni – in cui si mescolano e interferiscono processi economici, politici, sociali, culturali, nazionali, mitologici, religiosi – che tessono il nostro presente e il nostro destino.
Ma l’ostacolo a questa comprensione sta non solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra conoscenza. La specializzazione disciplinare ha apportato molte conoscenze, ma incapaci di cogliere i problemi multidimensionali, fondamentali e globali. I sistemi di insegnamento continuano a separare, a disgiungere le conoscenze che dovrebbero invece essere interconnesse, continuano a formare esperti che privilegiano una sola dimensione di problemi irriducibilmente complessi. Tutta la storia europea ci ha mostrato che la diversità senza un principio di coesione e di governo comune può divenire autodistruttiva. Per questo, dopo la tragedia immane delle due Guerre mondiali, i nostri padri hanno posto le basi dell’odierna Unione europea.
Hanno voluto dare forma politica e istituzionale al principio di complessità dell’unità nella diversità e della diversità nell’unità, come unica via di uscita a una prospettiva di autoannientamento.
L’Europa ha creato a suo tempo l’Università proprio nello spirito umanistico dell’equilibrio tra unità e diversità, tra memoria e progetto: come terreno di interfecondazione fra i saperi molteplici e plurali. A sua volta l’Università ha creato l’Europa: le sue classi dirigenti, la sua faticosa ma irreversibile presa di coscienza dei diritti umani, le sue realizzazioni economiche, sociali, scientifiche, tecnologiche. E in questo stesso spirito di unità e di diversità l’Europa ha creato i sistemi scolastici, quali condizioni essenziali dei diritti della persona e del cittadino. Nel presente momento storico, tuttavia, l’Europa rischia nuovamente l’autodistruzione per il prevalere degli egoismi nazionali, dei localismi unilaterali, della chiusura culturale, della prevalenza degli interessi di gruppo tendenti a cancellare il senso del bene comune. E in questo stesso momento storico l’Università e i sistemi scolastici rischiano l’autovanificazione sotto il peso della frammentazione, degli specialismi chiusi e incapaci di dialogare. Oggi la riscoperta e il radicamento nel senso più profondo della tradizione umanistica europea – il principio complesso della diversità dell’unità, dell’unità nella diversità – è la grande opportunità per avere un futuro, per costruire un futuro a misura di uno sviluppo umano integrale, dei singoli come delle collettività. La salvezza dell’Italia passa attraverso la salvezza dell’Europa, la salvezza dell’Europa passa attraverso la salvezza dell’Italia. Oggi i destini di tutti sono indissociabili. Ma per dare concretezza a queste parole dobbiamo riscoprire e valorizzare quello che ha sempre fatto dell’Italia, e soprattutto dell’Italia dell’Umanesimo e del Rinascimento, un microcosmo esemplare dell’Europa: la sua diversità interna e la sua apertura alle culture altre; la capacità di operare insieme come centro di innovazione e come luogo di confine e di integrazione fra le culture d’Europa e fra l’Europa e il mondo; la sua ricchezza di saperi che sono stati e sono a un tempo teorici e pratici, concreti e visionari, artistici e artigianali.
Per essere all’altezza delle presenti sfide, il compito è di coniugare ciò che la crisi attuale ci ha fatto credere separati: il rigore dei bilanci e gli investimenti nelle conoscenze, nella cultura, nella formazione, nella rigenerazione dei legami sociali; la direzione e la partecipazione; le culture umanistiche e le culture scientifiche; lo sviluppo economico e lo sviluppo umano integrale. Questa trasformazione nella condizione umana chiede di cambiare il nostro sguardo sul mondo, e innanzitutto di essere capaci di guardare il mondo: poiché il nostro sguardo intellettuale, formato dalla nostra formazione disciplinare, non può guardare il mondo che spezzettandolo in frammenti sparsi. Più ancora questa trasformazione ci impegna verso un cammino politico che è totalmente ignorato dalla politica tradizionale. È il cammino antropologico che ci dice che non ci potranno essere progressi unicamente e neppure principalmente garantiti dalle leggi del l’economia, né da strutture sociali o politiche. Ci dice che ormai la riforma politica è indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma del pensiero, da una riforma spirituale, nella prospettiva di un nuovo umanesimo planetario.
Per la prima volta nella storia umana la Terra, in quanto Patria, è divenuta realtà concreta.
L’antico Umanesimo aveva prodotto un universalismo astratto, ideale e culturale. Il nuovo Umanesimo planetario non può che nascere da un universalismo concreto, reso tale dalla comunità di destino irreversibile che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli dell’umanità, e l’umanità intera all’ecosistema globale, alla Terra. Questo universalismo concreto non oppone la diversità all’unità, il singolare al generale. Si fonda sul riconoscimento del l’unità delle diversità umane e delle diversità nel l’unità umana, reso necessario dal fatto che qualunque sfida oggi ha una portata planetaria e ha bisogno dell’impegno di tutti, ognuno nella singolarità delle propria rispettive visione e nella relazione e nell’apertura agli “altri”.