Visualizzazione post con etichetta conoscenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta conoscenza. Mostra tutti i post
lunedì 1 ottobre 2012
lunedì 30 luglio 2012
mercoledì 27 giugno 2012
Cultura - 27 giugno 2012 – DIBATTITO - Geni & universo, un nuovo
Tommaso? Andrea Galli, http://www.avvenire.it
Il problema della separazione tra
sapere scientifico e riflessione teologica è uno dei temi che stanno più a
cuore a Michael Heller, sacerdote e illustre cosmologo nato nel 1936 a Tarnow,
in Polonia, membro della Pontificia accademia delle Scienze e della Specola
vaticana. Insignito del premio Templeton nel 2008, Heller ha devoluto la somma
di denaro ricevuta (un milione e seicentomila dollari) al nuovo Centro
Copernico per gli studi interdisciplinari di Cracovia, che ha la scopo di
formare personalità che sappiano superare lo iato tra fede e scienza.
E sempre da questo punto dolente
prende avvio la stimolante intervista che ha rilasciato a Giulio Brotti,
pubblicata dall’editrice La Scuola (Dio e la scienza) e anticipata ieri da
"Avvenire". «Se la conoscenza scientifica è impresa di verità – ed in
buona parte lo è, al di là delle inevitabili incompletezze del formalismo
scientifico – non può essere ignorata o ridimensionata, semplicemente perché
non si sa maneggiarla». Così Giuseppe Tanzella-Nitti, ordinario di Teologia
fondamentale alla Pontificia Università della Santa Croce, oltre che ideatore
del miglior portale in Italia su scienza e fede, Disf.org, commenta le
dichiarazioni di Heller. «Si tratta di una preoccupazione che condivido e di
cui ho parlato più volte con Heller, in diverse occasioni. La necessità di un
dialogo più fruttuoso fra teologia e pensiero scientifico fu percepita con
chiarezza da Giovanni Paolo II e, con linguaggio diverso, è stata espressa a
suo tempo anche da Joseph Ratzinger, adesso da Benedetto XVI».
Gianfranco Basti, decano della
facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense, dove insegna
Filosofia della scienza, nota che «è rinascente, purtroppo, nelle nostre
istituzioni accademiche ecclesiastiche una certa insensibilità – dopo il felice
periodo degli scorsi vent’anni – verso la ricerca e la pratica scientifica,
come se si potesse parlare sensatamente di scienza da parte di filosofi e
teologi, senza aver mai, non dico fatto ricerca scientifica, ma neanche
collaborato ad un progetto di ricerca scientifica, come invece il sempre più
sterminato e multiforme campo della cosiddetta interdisciplinarietà oggi
richiede, ma dove le nostre facoltà e istituti ecclesiastici, filosofici e
teologici, sono sempre depressivamente assenti».
E sul rischio segnalato dallo
scienziato polacco, ovvero che «una teologia disinteressata alle acquisizioni
della scienza possa auto-relegarsi ai margini della vita culturale, in un
futuro non distante», Basti è tranchant: «Credo che qui Heller pecchi di
ottimismo: tutto questo già sta avvenendo sotto i nostri occhi. Quel futuro è
già presente. Il grido di dolore di Heller verso una teologia e anche una
filosofia delle nostre facoltà ecclesiastiche, fortemente tentate di ripiegarsi
su se stesse a "parlarsi addosso" deve farci riflettere. Soprattutto
perché le sfide oggi vengono non tanto dalla vera scienza e dai veri
scienziati, ma dalla falsa divulgazione scientifica.
Si pensi, per esempio, allo
sciocchezzaio mediatico su temi di cosmologia e di genetica di cui vengono
sistematicamente nutrite le nostre famiglie, grazie alla televisione. Ma non
saper distinguere fra falsa divulgazione scientifica e vera scienza è sintomo
di quella mancanza di cultura scientifica che affligge l’Italia, e che è una
delle cause del nostro declino, anche economico. Il fatto che, allora, in
Italia, sempre gli stessi imbonitori laicisti tengano banco sui media quando si
parla di scienza dipende anche e forse soprattutto dalla grave latitanza di
pensatori cattolici in grado di porsi autorevolmente a fare da interfaccia fra
laboratori e accademia scientifica, da una parte, e opinione pubblica
dall’altra».
Registrata la spaccatura, altra
questione è però l’impianto filosofico sui cui fare leva per superarla.
Tanzella-Nitti ci tiene a sottolineare un fraintendimento in cui sembra cadere
il cosmologo polacco: «Dobbiamo ricordare che Aristotele non è Tommaso, né il
superamento della fisica aristotelica, al quale Heller fa riferimento nel
passaggio in cui ricorda la nascita del metodo scientifico, vuol dire
superamento della metafisica o della filosofia della natura. Le scienze della
natura si poggiano implicitamente su una filosofia della natura e quest’ultima
si poggia implicitamente su un’ontologia.
È probabilmente questo, ridotto
all’osso, il suggerimento di Maritain ed è quello che Tommaso stesso
ricorderebbe se potesse parlare il linguaggio dei nostri tempi. Il teologo ed
il filosofo possono imparare molto dagli uomini di scienza, ma al tempo stesso
possono anche aiutarli a riconoscere quella filosofia implicita senza della
quale la scienza stessa non potrebbe lavorare. La scienza del XX secolo lo ha
confermato, quando essa torna a percepire il "problema dei
fondamenti", ad esempio in cosmologia e nella matematica, oppure quando
percepisce l’irriducibilità della vita o l’insufficienza del riduzionismo.
Personalmente ritengo che la metafisica di Tommaso d’Aquino, in particolare la
filosofia dell’actus essendi e la sua dottrina della causalità, conservino
ancora considerevoli virtualità per impostare correttamente il rapporto fra
scienze, filosofia e teologia».
Per Basti, anche lui fine
conoscitore di Tommaso, non è accettabile confondere costui con la
neoscolastica: «Sebbene io sia perfettamente d’accordo con Heller che quello
che serve alla teologia e in genere alla cultura è una filosofia completamente
nuova, in continuità con la ricerca scientifica, e che affronti da un punto di
vista diverso antiche questioni, non sono d’accordo col suo giudizio sulla
filosofia tommasiana, da lui identificata con una particolare versione tomista
di essa, quella di Jacques Maritain». Sulla strada da percorrere, poi, Basti
ricorda l’importanza del filone a cui si è dedicato come pochi altri in Italia,
ossia quello di una formalizzazione del discorso filosofico, più precisamente
di un ’«ontologia formale» che abbia «basi logiche distinte e complementari da
quelle della logica matematica, non correndo così il rischio di cadere nelle
secche del riduzionismo neo-positivista».
Sergio Galvan, ordinario di
Logica all’Università Cattolica di Milano, partendo dalla provocazione di
Heller, sintetizza così la sua posizione: «Concordo apertamente
sull’insufficienza dei modelli classici di analisi del rapporto tra fede e
scienza. Il modello fideistico, da una parte e il modello neoscolastico,
dall’altra». Quale può essere un modello soddisfacente alternativo ai due
precedenti? «In accordo con la concezione espressa da Heller, ritengo che un
modello epistemologico adeguato debba essere capace di interpretare le istanze
di apertura presenti nella scienza e non debba avvallare un’immagine dualistica
della realtà che si giustapponga a quella della scienza. In conformità a tale
modello il sapere scientifico verrebbe per sua natura ad interagire con un
sapere razionale di carattere metascientifico, entro il cui orizzonte sarebbero
collocabili anche i contenuti di una fede teologica matura.
Entro il contesto di un simile
modello troverebbero, infatti, probabile risposta le istanze di una fede ragionevole,
in quanto ogni forma di sapere presuppone qualche forma di fede e, d’altro
lato, una fede teologica vissuta e pensata in coesione con l’intero corpus
delle proprie credenze razionali, anche scientifiche, sarebbe per ciò stesso
ragionevole e quindi giustificata in misura adeguata».
Etichette:
conoscenza,
scienza,
scienza e fede,
teologia
martedì 22 maggio 2012
Scienziati e filosofi, la verità è una - La lezione dei classici Non ha
senso considerare Lucrezio solo un letterato, nei suoi versi c' è la diagnosi
del morbo di Alzheimer La divisione dei saperi è solo una deriva moderna e
letale di Ceronetti Guido, 21 maggio 2012 - Corriere della Sera
Tempo fa, su queste colonne,
Dario Fertilio trattava di un convegno (a Torino e a Ivrea) in cui gli
intervenuti si trovavano d' accordo per superare la separazione tra cultura
scientifica e cultura-cultura (umanistica, in specie la greco-latina). Sarei d'
accordo anch' io: le Due Culture sono immaginarie, la Conoscenza è una, e
conoscere, dice Qohélet (1, 18) implica e incrementa il dolore; e il dolore ha
bisogno di scienza e di filosofia per essere superato; dunque di un sapere
unico. Gli autori antichi, trattando di cose fisiche in vari De rerum naturae,
sarebbero rimasti trasecolati a sentir parlare di Due Culture. Il loro scopo
non era la cultura, parola che di vuoto ne contiene parecchio, ma la verità, e
la verità è una e indivisibile. Lucrezio fa un poema senza il mito, e il suo
poema tutto fisico e astrofisico seduce come una musica, è un monumento di
bellezza sonora che fa da lampada nel buio dell' ignoranza - blocco di tenebra
in cui nasciamo, viviamo e siamo. Lucrezio riteneva di fare scienza esponendo
la dottrina di Epicuro per un fine di salvezza. Ma uno scienziato contemporaneo
mi collocherebbe Lucrezio nel guardaroba della «cultura classica», altro
fantasma da soffiare via se vogliamo restare veri. In un paio di versi del suo
terzo libro (828-29) io leggo una diagnosi del morbo di Alzheimer che si può
tradurre così: E mettici (tra i mali mentali) «le crisi di furore proprie del
nostro animo e l' oblio di tutte le cose, e aggiunga ancora che ci risucchiano
le nere onde del coma (lo stato vegetativo: "lethargi")». Perché ci
possa essere una sola cultura bisogna che questa sia inclusiva, autonoma,
totalizzante. Se c' è una linea moderna di demarcazione non deve essere accolta
come un luogo comune. Unità sì, ma l' orma è bifronte. C' è una faccia d' ombra.
Stesso volto e due facce. Quella in ombra non è innocente: promuove talvolta il
crimine, può farsi complice del male. Dalle sue matematizzazioni pure (via
Panisperna) è emerso il fungo di Alamogordo, poi quello terrificante di
Hiroshima. Poco è mancato che un sommo fisico (Heisenberg) offrisse a Hitler l'
arma atomica. La medicina è tantalica, stenta ad afferrare i frutti della
salute fisica, ma i piedi li ha tuffati nella morte. Verso il crimine le sue
frontiere sono aperte e mobili; la sua totale dipendenza dall' industria del
farmaco raduna ombre su ombre. I medici che in Germania prescrivevano la
Talidomide, sapevano che cosa si facevano? Un illustre medico e docente,
Edoardo Boncinelli, è da poco uscito con questo titolo perentorio: La scienza
non ha bisogno di Dio. Non lo contesto, ma come filosofo so che l' uomo ha
bisogno di Dio, dalle nascite anteriori alle ulteriori apparenti morti, e che
le mura intorno ai nostri passi sono quelle circolari dove si muovono in
cerchio i detenuti di Newgate. Le aperture di Darwin sono una meravigliosa e
sterminata finestra e hanno accresciuto, ci direbbe Spinoza nel suo linguaggio
ingannevolmente matematico, la conoscenza della «res extensa» di Dio. Darwin è
un faro per Boncinelli: io mi arrischio a dire che Dio ha bisogno di Darwin,
per rivelarsi nell' orca e nell' iguana, o nelle urla della scimmia umana senza
principio. Vediamo ancora. Il vecchio statista Ariel Sharon è in coma
vegetativo dal 4 gennaio 2006. In Israele i medici, che io sappia, sono liberi
di porre un termine a una simile fine-che-non ha fine. A quanto si dice, la
famiglia, in mancanza di disposizioni dell' infelice, non autorizzerebbe la
Parca a tagliare il filo. La povera Eluana, da noi, rimase in tale stato per
poco meno di diciotto anni. I casi non sono pochi, oggi, nel mondo. Se il coma
si protrae oltre sei mesi, un anno, giuridicamente, e soprattutto, umanamente,
lo status del paziente si tramuta in quello di vittima di un crimine. Se la
scienza si fa guidare dalla possibilità tecnologica (dal puro potere tecnico
amorale) è bomba di Hiroshima. Cor ultimum moriens: così sentenzia la scienza,
ma l' espianto a cuore battente è onnipotenza tecnica che ha volto di crimine.
Certo, casi simili non hanno bisogno di Dio, di un referente morale di tipo
Ragione Pratica kantiana: ma allora chi c' è che li ispira? Solo un Demiurgo
malvagio, nemico della specie umana! Non va dimenticato che la cultura egemone,
la tecno-scientifica, si origina da un immenso tesoro aureo di pensiero
assassinato, e da lei divorato come la piccola Cappuccetto Rosso dei Grimm. Il
suo fondamento è magico-alchemico e miracolistico, e prima o poi riemergerà
dalla pancia del lupo. Se si vuole affrontarlo senza orripilazioni, questo è un
bel tema da meditare e discutere - perché procedere da orbi decisi a restare
tali è l' alternativa. Se l' elemento unificatore di queste Due Culture è la
memorizzazione informatica di tutto (c' è da sospettarlo) siamo fuori dalla
verità, perché scaricare virtualmente è riempire all' infinito discariche reali
e incineratori tossici, e dissocia la mente. Segnalo un' ambiguità: è stato un
bel punto per la verità la dimostrazione che la Sindone come immagine di Cristo
morto è falsa (è molto più vero Mantegna!); nello stesso tempo la verità
scoperta ha cancellato, o reso più accanito, il sogno, e senza il sogno la vita
va in perdizione. L' elettronica filologica arriva a questo: ci informa di
quante volte sono ripetute nella Bibbia le parole Bene e Male. Grazie tante. Mi
dice qualcosa sul Bene? Mi dice qualcosa sul Male? Sapere quante volte il verbo
«sfàgo» è ripetuto nei Tragici greci, sul tragico nella vicenda umana mi dice
qualcosa? Ma se tocchiamo il tesoro intangibile della conoscenza greco-latina
ci perdiamo con un piede sulle rotte del sogno, e con l' altro sulle mulattiere
senza discesa, di illimitata conquista e riscoperta, della verità speculativa.
Un bene autentico è a prezzo di fatica. RIPRODUZIONE RISERVATA
giovedì 22 dicembre 2011
LECTIO MAGISTRALIS su “SCIENZA E CURA DELLA VITA: EDUCAZIONE ALLA DEMOCRAZIA” di Angelo Bagnasco* , http://www.scienzaevita.org/ Newsletter di Scienza & Vita n°52, del 21 Dicembre 2011
Saluto i partecipanti al
Convegno sul tema “Scienza e cura della vita: educazione alla
democrazia”, e ringrazio l’Associazione
“Scienza & Vita” per questa iniziativa
che affronta una questione quanto mai delicata
e ineludibile non solo per ogni singola persona, ma anche per la società, sapendo che
dalla responsabilità e dai modi di affronto della
vita nei suoi vari momenti si ha una
prima e decisiva misura del livello
umano della convivenza. Siamo tutti consapevoli della delicatezza dell’ argomento in
gioco, così come delle
visioni diverse che spesso si confrontano, tanto da essere
considerata – la vita umana – uno di quegli argomenti “divisivi” di cui è meglio non
parlare, come se l’ordine sociale,
basato sulla giustizia, potesse
reggersi sull’ ingiustizia che deriva dal non affrontare ciò che fondamentale:
“ come Chiesa e come credenti – abbiamo
scritto nel Documento conclusivo della XLVI Settimana Sociale – siamo chiamati al grande
compito di servire il bene comune della
civitas italiana in un momento di grave
crisi e allo stesso di memoria dei centocinquant’anni
di storia politicamente unitaria” (Documento
conclusivo, Reggio Calabria ottobre 2010, n.2). E’ questo lo spirito e l’intendimento
dei cattolici consapevoli che,
storicamente, “se non abbiamo fatto abbastanza
nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza” (CEI, La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese, 1981,
n.13). Tutti ci rendiamo conto che siamo dentro ad una crisi internazionale che non risparmia nessuno, e
che nessuno, nel mondo, può atteggiarsi
da supponente maestro degli altri. I grandi
problemi dell’economia e della finanza,
del lavoro e della solidarietà, della pace e dell’uso sostenibile della natura,
attanagliano pesantemente persone,
famiglie e collettività, specialmente i
giovani. Su questi versanti, che declinano la cosiddetta “etica sociale”, la sensibilità
e la presenza della Chiesa sono da
sempre sotto gli occhi di tutti. Fanno
parte del messaggio cristiano come
inderogabile conseguenza: “Chi
non ama il proprio fratello che vede, non
può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20). L’incalcolabile rete di vicinanza e di
solidarietà che abbraccia l’intero
territorio nazionale grazie ai nostri sacerdoti, consacrati, innumerevoli volontari,
associazioni, rappresenta una mano tesa
trasparente, universalmente nota: è
quotidianamente frequentata da un
crescente stuolo di fratelli e sorelle in difficoltà che ricevono
ascolto, aiuto, attenzione. Ed è sempre più anche luogo di incontro e di concreta
integrazione tra popoli, religioni e
culture. Una rete che si avvale di risorse
provvidenziali e di quell’amore gratuito che nessuna legge può garantire poiché l’amore
viene dal cuore e dall’Alto.
1. E’ possibile conoscere?
Ma oggi dobbiamo puntare la nostra attenzione sulla vita umana nella sua nudità: è evidente
che gli aspetti citati fanno parte
dell’esistenza concreta di ogni persona,
ma essi non devono oscurare la vita nei momenti
della sua maggiore fragilità e quindi di
più pericolosa esposizione. Per questo
credo sia inevitabile allargare, seppur
brevemente, l’orizzonte per poter meglio
affrontare il tema della vita umana
nella sua assoluta indisponibilità o, se
si vuole, sacralità. Per poter parlare di qualcosa, infatti, bisogna innanzitutto chiederci se esiste qualcosa fuori di noi. E,
se esiste, possiamo conoscerla? Oppure
siamo dentro ad una realtà unicamente
costruita dal soggetto pensante, siamo
alle prese solo con le nostre opinioni individuali, senza una presa diretta sulla realtà oggettiva?
E’ il problema antico ma non scontato
della conoscenza. Come rispondere? Dando
fiducia al mondo e all’uomo! La
conoscenza, infatti, parte da un atto positivo, di fiducia: fa appello al senso comune,
all’esperienza universale. E’ più
naturale, logico, istintivo, porre questo atto di fiducia oppure sfiduciare l’universo?
E’ dunque un atto di sintonia, di comunione preriflessa con il mondo il punto di partenza del nostro
rapportarci con il mondo, non il
rinchiuderci nel sospetto e nel dubbio metodico
e universale che – forse con aria di profonda intelligenza – accusa di fanatismo chi affermi
che la verità esiste ed è conoscibile.
La storia umana della conoscenza –
nonostante grovigli a volte sofferti – corre sostanzialmente su questo filo e testimonia
che, ogni qualvolta lo scetticismo si è
imposto, gli esiti personali e sociali
non sono stati più felici. Il figlio di questo atteggiamento è lo
scetticismo che genera inevitabilmente
quel nulla di significato e di valore,
quello svuotamento della vita e del mondo che già Nietzsche aveva annunciato. In realtà egli
lo fa derivare dalla dichiarata “morte
di Dio”, ma quando la ragione viene
cancellata dall’ orizzonte, anche la fede si indebolisce: “Cerco Dio! Cerco Dio! (…) Dove
se n’è andato Dio? – gridò – ve lo
voglio dire! Siamo stati noi ad
ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma
come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Che mai
facemmo a sciogliere questa terra dalla
catena del suo sole? Dov’è che si muove
ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da
tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare?
E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non
stiamo forse vagando come attraverso un
infinito nulla?” (Nietzsche, La gaia
scienza, Mondadori 1971, pagg. 125-126). Il nichilismo di senso e di valori nasce da una
visione materialista dell’uomo e del
mondo, e si alimenta allo spettro ridente
del consumismo che porta a concepire l’esistenza
come una spasmodica spremitura di soddisfazioni
e godimenti fino all’estremo. Ma ben presto
– lo vediamo nella cronaca – ne deriva una immane svalutazione della vita. Essa non è più
custodita dal sigillo della sacralità, e
così quando non è più gradita o risulta
faticosa, la si vorrebbe eliminare. “Si
va costituendo – dice Benedetto XVI -
una dittatura del relativismo che non
riconosce nulla come definitivo e che
lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Questa ideologia è divenuta un modo di
vivere, una prassi, che troviamo
presente in molti ambiti e che ha
diversi volti” (J. Ratzinger, Omelia della Messa Pro eligendo Pontifice, 18.4.2005).
2.
Cos’è la verità?
“Cos’è la verità?” chiedeva
Pilato a Gesù prigioniero davanti a lui.
E’ una domanda sempre attuale che
richiede una risposta seria e motivata. Per aiutarci con un esempio, possiamo dire che la
verità della cappella Sistina consiste
nella sua corrispondenza con l’idea di
Michelangelo: in questo caso, la Sistina dipende dal pensiero di chi l’ha ideata. Ma la
verità della mia idea dell’aula in cui siamo consiste nella corrispondenza della mia idea con ciò che è oggettivamente davanti a me: in altre parole è
il mio pensiero che dipende dall’oggetto
conosciuto. La tradizione culturale
parla di verità ontologica nel primo caso,
e di verità logica nel secondo. E’ vero
che nella conoscenza logica il soggetto entra
in gioco con la sua soggettività,
ma mai a tal punto da falsare la realtà stessa;
infatti ognuno di noi si ribella quando
si sente conosciuto da un altro in modo
distorto. Ora, se dal piano teoretico passiamo al piano
pratico dell’agire, ci chiediamo: nella
conoscenza dei valori morali in quale campo siamo? Ontologico, per cui siamo noi, come Michelangelo, a creare
qualcosa? oppure in quello logico per
cui noi dobbiamo piegarci alla realtà di
qualcosa che ci precede e che non ammette distorsioni? Oggi si tende a pensare che, sul
piano dell’etica, ognuno è costruttore
di ciò che per lui, soggettivamente, ha
importanza e significato; che il nostro compito è quello di comporre i diversi, a volte opposti,
valori; che l’importante
– quando va
bene - è disturbare
gli altri il meno possibile. Ma non esiste qualcosa a cui l’uomo possa rifarsi nella sua
conoscenza e quindi adeguarsi
raggiungendo così la verità? E’ fuori dubbio
che non pochi di quelli che chiamiamo valori appartengono alla sfera della soggettività
individuale e sociale, basta pensare al modo di vestire, di
nutrirsi, a tante convenzioni che hanno
un peso nella convivenza, hanno una
importanza, ma sono destinati nel tempo a mutare. Ma è tutto solo così? Non esiste nulla
di oggettivo in grado di essere metro
della verità morale? Che possa regolare,
normare i miei comportamenti? Qualcosa
che sia talmente fondamentale per l’uomo da essere universale, cioè per tutti? Di
solito, fino ad un certo punto di questo ragionare tutti si è concordi, ma quando entra in gioco la questione del “valido
per tutti”, allora si accende una spia e
sorge in noi una trincea difensiva quasi
si sentisse in pericolo la propria libertà individuale, che si esprime nell’
autodeterminazione.
3. La libertà e l’autodeterminazione
Entra sulla scena, dunque, la libertà nervo
sensibile dell’anima moderna. Mi pare
interessante ricordare quanto affermava
Hegel nella sua Enciclopedia delle scienze
filosofiche: “La libertà è l’essenza propria dello spirito e cioè la sua stessa realtà. Intere
parti del mondo, l’Africa e l’Oriente,
non hanno mai avuto questa idea (…) i
Greci e i Romani, Platone e Aristotele (…) non l’hanno avuta: essi sapevano che l’uomo è realmente
libero in forza della nascita (come cittadino ateniese, spartano, ecc.); o della forza del carattere o della
cultura, in forza della filosofia.
Quest’idea è venuta nel mondo per opera del
cristianesimo, ed essendo oggetto e scopo dell’amore di Dio, l’uomo è destinato ad avere relazione
assoluta con Dio come spirito, e far sì
che questo spirito dimori in lui. cioè
l’uomo è destinato in sé alla somma
libertà” (Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Tr. It., Laterza, Bari 1951, pp. 442-443). Del resto è
noto che, prima del Cristianesimo, si
concepiva come superiori all’uomo le
grandi potenze del Fato, della Natura, della Storia; ed egli doveva obbedire a queste
forze. Ora, se l’uomo è libero per dono di Dio, ed
egli si realizza attraverso l’esercizio
della propria libertà (in actu exercito),
bisogna chiederci se qualunque forma di esercizio
realizza la persona oppure no. A ben vedere, come qualunque
agire non si qualifica da sé ma è qualificato da ciò verso cui tende - camminare
per fare una passeggiata non è lo stesso che camminare per andare a fare una rapina – così la libertà, se
per un verso è valore in se stesso in quanto è condizione di responsabilità, per altro verso non è la
sorgente della bontà morale. La libertà
è qualificata dal contenuto che scelgo
liberamente, e sta ad esso come il contenitore sta al suo contenuto. Il fatto che un atto sia una mia scelta non
qualifica l’agire come buono, vero, giusto. Inoltre, non bisogna dimenticare che la bontà e il male morale non sono astrazioni lontane alle quali sacrificare gli uomini nei loro desideri individuali; il bene
è tale perché mi fa crescere come persona mentre il male mi diminuisce nella mia umanità. E se le persone
crescono nel loro essere persone, la
società intera cresce dato per acquisito
che tra l’individuo e la collettività vi è un rapporto reciproco. Oggi la tendenza diffusa è rendere la libertà individuale un valore assoluto,
sciolto non solo da vincoli e norme ma
anche indipendente dalla verità di ciò che sceglie; in tale modo però
essa si rivolta 6 contro l’uomo e perde se stessa, diventa
prigioniera di se stessa come ogni personalità
narcisista. Ecco perché il Signore Gesù
ricorda che la verità libera la libertà e
rende libero l’uomo. Oggi vi è
una certa allergia per ciò che si
presenta come assoluto, cioè oggettivo, universale e definitivo: sembra di sentirsi come in una gabbia
insopportabile. Ma, dobbiamo chiederci,
qual’ è la vera prigione: l’assolutismo
di una libertà individualista o l’assolutezza della verità?
4.
Partecipazione dei cattolici alla civitas
Ma torniamo alla domanda: esiste
qualcosa con la quale la nostra libertà
deve rapportarsi come ciò che la precede
nel valore e la qualifica morente? Qualcosa
che, conosciuto dalla nostra ragione, permetta di superare l’angusto cerchio dell’opinione e
di camminare liberi nella verità oggettiva
per tutti e per sempre? Verità che dia
senso al vivere e alla storia, alla persona
e alla società? Risuonano sempre attuali le parole di Schopenauer quando parlava della
“naturale disposizione metafisica dell’uomo”, quella disposizione universale che spinge ciascuno a suo modo a
cercare una risposta alla più tremenda e
fondamentale delle domande: “Per quale
motivo esiste qualcosa piuttosto che il
nulla se nulla ha necessità di esistere?”. Una verità, dicevo, che crei appartenenza e generi
una comunità di vita e di destino?
Oppure non esiste altro che vari,
piccoli e brevi significati, relativi alla riuscita nella vita, al piacere, alle voglie, alle emozioni, alla fortuna? Ogni anno in Europa muoiono circa
50.000 persone per suicidio, e in
una quindicina di Paesi europei la più
alta percentuale di morte dei giovani è costituita
dal suicidio! Se tutto è relativo, merita ancora vivere quando la vita mostra le sue
durezze? La Chiesa, inviata dal suo Signore come sale
della terra e luce del mondo, svolge la
sua missione evangelizzatrice in molti
modi, con la Parola, i Sacramenti e il servizio della carità. Fa parte del suo servire il
mondo l’essere con umiltà e amore
coscienza critica e sistematica della storia:
non è arroganza, ingerenza o intransigenza, ma fedeltà a Dio e agli uomini. E’ portare il suo
contributo alla costruzione della
civitas terrena. Per questo non c’è da
temere per la laicità dello Stato, infatti il principio di laicità inteso come “autonomia della sfera
civile e politica da quella religiosa ed
ecclesiastica – ma non da quella morale
– è un valore acquisito e riconosciuto dalla
Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto (…). La laicità, infatti,
indica in primo luogo l’atteggiamento di
chi rispetta le verità che scaturiscono
dalla conoscenza naturale dell’uomo che vive
in società, anche se tali verità sono nello stesso tempo insegnate da una religione specifica,
poiché la verità è una” (Congregazione
per la Dottrina della Fede, Nota
dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici
nella vita politica, 24.11.2002, n.
6). E’ dunque giusto riconoscere la rilevanza
pubblica delle fedi religiose: però se
il semplice riconoscimento è già un valore auspicabile e dovuto, dall’altro è
fortemente insufficiente in ordine alla costruzione del
bene comune e allo
stesso concetto di
vera laicità. Potremmo
dire che è come una cornice di apprezzabile valore ma
che deve essere riempita di contenuti.
Fuori dall’immagine, la laicità positiva
non può ridursi a rispetto e a procedure corrette, ma deve misurarsi con l’uomo, per
ciò che è in se stesso universalmente,
cioè con la sua natura. E’ questa - la sua conoscenza integrale e il suo rispetto
plenario - che invera le diverse culture
e ne misura la bontà o, se si vuole il livello intrinseco di umanesimo. A questo livello primario si colloca il doveroso
apporto dei cristiani come
cittadini, consapevoli che le principali virtù di chiunque si dedichi al servizio della
città è la competenza e il merito:
questo è l'insieme di onestà, spirito di
sacrificio e stile sobrio. Essi offrono il loro contributo senza per questo dover mettere tra
parentesi la propria coscienza formata
dalla Dottrina Sociale della Chiesa, dal
Magistero autentico e da una solida vita spirituale nella comunità ecclesiale,
ricordando che la coscienza è l’eco
della voce di Dio – come affermava il beato
Newman – ed deve essere sempre attenta perché le opinioni, le ideologie, gli interessi o le
abitudini, non oscurino quella suprema
voce che indica la via della verità e
del bene. Il ministero di Pietro, che è servizio di verità e di carità, è posto da Cristo Gesù perché la coscienza non si smarrisca tra gli
innumerevoli rumori del mondo.
5. Umanesimo e umanesimi
Se, come ha affermato il Santo
Padre Benedetto XVI, “la questione
sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 75), allora i cattolici non possono
tacere circa la concezione dell’uomo che
fonda l’umanesimo integrale. Non tutti
gli umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale; da umanesimi differenti
discendono conseguenze opposte per
la convivenza civile. Se si concepisce l’uomo in modo individualistico,
come oggi si tende, come si potrà
costruire una società aperta e solidale
dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? E se lo si concepisce in modo materialistico, chiuso
alla trascendenza e centrato su se
stesso, un “sasso” che rotola nello spazio, come riconoscerlo non come “qualcosa” tra altre cose, ma come “qualcuno”
che è qualitativamente diverso dal resto
della natura? L’uomo si autotrascende
nel senso che è sempre più di se stesso, tende ad andare oltre di sé per essere sé, già
e non ancora, finito e desiderio di
infinità, tempo ma con la scintilla di
eterno: è la creatura di confine fra cielo e terra, umano ma chiamato all’intimità con Dio. Individuo ma non individualista, unico ma non
chiuso, soggetto aperto al mondo e agli
altri in virtù dell’istinto di comunione
nella verità e nell’amore. “ Il mondo moderno
– scriveva J. Maritain – confonde semplicemente due cose che la sapienza antica
aveva distinte: confonde l’individualità
e la personalità” ( J. Maritain, Tre
riformatori, Brescia 1964, 26). Purtroppo, segnali inquietanti di questa
tragica confusione non mancano. 7 Su che cosa, allora, si potrà poggiare la
sua dignità inviolabile, e quale il
fondamento oggettivo e perenne dell’ordine
morale? Era questa la domanda che il Santo Padre Benedetto XVI poneva nel viaggio
apostolico nel Regno Unito e anche a in
Germania. E sta proprio qui il punto di
incontro e d’intesa di ogni dialogo civile e politico, sta qui il giudizio di verità su ogni società, cultura e religione: “La Chiesa cattolica è
convinta di conoscere, attraverso la sua
fede, la verità sull’uomo e quindi di
avere il dovere di intervenire in favore che sono validi per l’uomo in quanto tale indipendentemente dalle varie culture. Essa
distingue fra la specificità della sua
fede e le verità della ragione, a cui la
fede apre gli occhi e alle quali l’uomo in quanto uomo può accedere anche a prescindere da
questa fede. (…). La Chiesa, al di là
dell’ambito della sua fede, considera
suo dovere difendere, nella totalità della nostra
società, le verità
e i valori, nei quali è in gioco la
dignità dell’uomo in quanto tale.
Quindi, per citare un punto
particolarmente importante, non abbiamo diritto di giudicare se un individuo sia ‘già persona’, oppure ‘ancora
persona’, e ancor meno ci spetta manipolare l’uomo e voler, per così dire, farlo. Una società è veramente umana soltanto quando protegge senza riserve e rispetta la dignità di ogni persona
dal concepimento fino al momento della
sua morte naturale” (Benedetto XVI, Discorso al nuovo Ambasciatore tedesco, Roma 7,11,2011). Non si
tratta quindi di voler imporre la fede e
i valori che ne scaturiscono
direttamente, ma solo di difendere i valori costitutivi dell’umano e che per tutti sono
intelligibili come verità
dell’esistenza. Poiché appartengono al DNA della persona non possono essere conculcati,
né parcellizzati o negoziati attraverso
mediazioni che, pur con buona
intenzione, li negano. E’ questo il ceppo vivo e solido che costituisce l’etica della vita,
ed è su questo ceppo che germogliano
tutti gli altri necessari valori che vengono
riassunto con etica sociale. Tra questi, la vita umana, dal suo concepimento alla sua fine naturale, è certamente il primo. La coscienza universale
ha acquisito - e sancito almeno nelle
carte - una elevata sensibilità verso i
più poveri e deboli della famiglia umana.
Ma ci dobbiamo chiedere: chi è più debole e fragile, più povero, di coloro che neppure
hanno voce per affermare il proprio
diritto, e che spesso nemmeno possono
opporre il proprio volto? …Vittime invisibili ma reali! E chi più indifeso di chi non ha voce
perché non l’ha ancora
o, forse, non
l’ha più? La
presa in carica
dei più poveri e indifesi esprime
il grado più vero di civiltà di un corpo
sociale e del suo ordinamento. E modella, educa, l forma di pensare e di agire – il
costume- di un popolo e di una Nazione,
il suo modo di rapportarsi al suo interno, di sostenere le diverse
situazioni della vita adulta sia con
codici strutturali adeguati, sia nel segno dell’attenzione e della gratuità personale. A volte si evidenzia che un conto è la presa
in carica, il prendersi cura della vita
fragile di chi questo vuole e comunque
ne ha diritto, e un altro sarebbe la volontà diversa di chi
determina un diverso
comportamento. Torniamo ad un punto
cruciale: se la libertà individuale abbia o non abbia qualcosa di più alto a cui
riferirsi e a cui obbedire. Abbiamo
visto che l’autodeterminazione non crea il bene e il male, ma ciò che è
scelto. Ora la libertà è tenuta a fare i
conti con la natura umana, con il suo
bene oggettivo poiché per questo Dio ce l’ha donata, perché costruissimo noi stessi e non per
andare contro noi stessi. Ma anche fuori
da un’ottica religiosa, penso si possa
giungere alla medesima conclusione. A questo punto credo che le questioni siano due.
Innanzitutto, come anche recita la
nostra Costituzione, il bene della salute
e quindi della vita, ma dovremmo dire ogni uomo, è un bene non solo per sé ma anche per gli
altri; e questi altri non sono solamente
i familiari e gli amici – che purtroppo
a volte possono non esserci – ma sono la
società nel suo insieme. Qui sta una nota dolente a cui bisogna sempre più reagire: se l’uomo sta
scivolando dalla realtà di persona a
quella di individuo assoluto e geloso
della propria assoluta indipendenza e autonomia, allora la società si concepirà come una massa
di monadi dove ciascuno si arrangia a
portare la vita, nutrendo dei diritti
verso il corpo sociale come la casa, il
lavoro, la sicurezza… ma lasciando gli
altri fuori per tutto il resto. Il punto
non è far entrare la società nel privato, ma si tratta di ricuperare la natura relazionale
della persona sicché la società possa e
debba concepirsi e strutturarsi non solo
come erogatrice di servizi, ma come comunione di destino. Cambia totalmente la prospettiva.
Nessuno deve sentirsi solo e abbandonato
nella società- comunione, né nei momenti di gioia né negli appuntamenti del dolore, della malattia e
della morte. E se dietro al rispetto di
ogni volontà ci fosse il desiderio di
non prendersi in carica, poiché il
prendersi cura richiede intelligenza e cuore, tempo e sacrificio,
risorse umane e economiche? Una cultura
siffatta sarebbe più rispettosa o più
egoista, umana o violenta? E poi, mi sembra
esiste un secondo nodo: dobbiamo recuperare il senso del dolore che è sistematicamente
emarginato, nascosto nella sua
naturalità, oppure è esorcizzato somministrandone
dosi massicce e continuative nel tentativo
di anestetizzare la sensibilità della gente e renderla quindi impermeabile. Due modalità
diverse ma lo scopo è identico: far
morire la morte. La cultura contemporanea
deve riconciliarsi con il dolore e la morte
se vuole riconciliarsi con la vita, poiché i primi fanno parte della seconda. E quindi dobbiamo recuperare la capacità di portarlo insieme. La
persona sofferente ha paura di essere
sola, abbandonata: tutti abbiamo
sperimentato quanto una persona malata cerchi
il contatto fisico della mano dell’altro, e questo piccolo, umanissimo gesto ha il potere di
tranquillizzare e rasserenare. E’ la
presenza, la compagnia d’amore che dobbiamo
riscoprire non solo come singoli e famiglie, ma come società. Ma per questo dobbiamo
rimettere al centro la relazione,
sull’esempio di Dio che in Cristo ci ha
incontrato nel nostro dolore, nelle molte fragilità della vita e nelle stesse gioie, facendo
sentire che nessuno è solo, e che
assolutamente nessuno sarà da Lui abbandonato.
Grazie.
* Arcivescovo di Genova, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
lunedì 12 settembre 2011
mercoledì 7 settembre 2011
UNIVERSITA’/ Garvey
(Usa): senza la fede non si può capire il mondo - INT. John Garvey, mercoledì 7
settembre 2011, il sussidiario.net
Durante lo scorso Meeting di Rimini John Garvey, presidente
della Catholic University of America, ha tenuto un incontro pubblico dedicato
al tema «Senso religioso, alla radice dell’Università», insieme a Lorenzo
Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e a Moshe Kaveh,
presidente della Bar-Ilan University di Tel Aviv. Ilsussidiario.net propone il
dialogo avuto con Garvey prima dell’incontro.
Professor Garvey, il titolo dell’incontro cui ha partecipato
pone l’ipotesi che le radici dell’università sia «dentro» l’uomo. che nesso c’è
tra la sua interiorità - o il suo «senso religioso» - e l’università?
Aristotele inizia la sua Metafisica con l’affermazione:
«tutti gli uomini per natura desiderano conoscere». Penso che sia questo il
punto quando si dice che c’è una università «invisibile» dentro l’uomo. Questo
desiderio spiega perché poniamo domande, perché leggiamo un libro di storia o
studiamo astronomia. Le università mettono a disposizione comunità in cui
questo può essere fatto per un certo periodo della propria vita. Il loro scopo
è radicato in questo essenziale impulso a capire meglio il mondo. Aristotele
pensava poi che, osservando il mondo, si apprendono anche le cause che ne sono
all’origine. Le nostre riflessioni ci conducono a ciò che sta oltre il finito.
Quindi, una ragione aperta a tutto è una ragione che cerca la
verità delle cose. Se questo è il compito dell’università, come vede lei la
questione dall’osservatorio della prestigiosa università di cui è presidente?
Nelle università con denominazione religiosa, come quella in
cui lavoro, usiamo la ragione per capire meglio quanto impariamo attraverso la
rivelazione. La nostra ricerca accademica è aperta all’infinito non solo
attraverso l’osservazione del mondo e ciò che ci dice sulle cause sottostanti,
ma perché Dio ci ha comunicato qualcosa su di Sé. Il nostro statuto riassume il
nostro compito nel seguente modo: «Dedicata all’avanzamento del dialogo tra
fede e ragione, The Catholic University of America cerca di scoprire e
comunicare la verità attraverso l’eccellenza nell’insegnamento e nella ricerca,
tutto al servizio della Chiesa, della nazione e del mondo».
A suo parere l’università è oggi una istituzione in crisi? E
se è in crisi, in cosa questa crisi consiste e da cosa è causata?
Nei tardi anni ’80, Allan Bloom scrisse un libro sullo stato
dell’università, intitolato La Chiusura della Mente Americana (The Closing of
the American Mind), in cui lamentava la perdita di prestigio nelle università
dei grandi libri della civiltà occidentale e il loro raro uso nell’insegnamento.
Il suo timore era che, senza questi testi al centro dell’educazione, le
università non avrebbero più insegnato agli studenti a chiedere e ricercare le
risposte alle più grandi domande della vita e che le varie discipline sarebbero
rimaste isolate tra loro. Queste preoccupazioni non sono dissimili da quelle
che il Beato John Henry Newman aveva espresso più di cento anni prima. Per
Newman la preoccupazione non era la frammentazione delle discipline, ma che si
instaurasse una separazione tra il discorso religioso e quello razionale. «Non
sarei soddisfatto, come invece molti» disse «dell’esistenza di due sistemi
indipendenti, quello intellettuale e quello religioso, che tutto d’un tratto
procedessero fianco a fianco, per una specie di divisione del lavoro, e che si
riunissero solo accidentalmente... Voglio lo stesso tetto sulla disciplina
intellettuale e morale. La devozione non è una specie di rifinitura data alle
scienze; né la scienza è una specie di piuma sul cappello... un ornamento e una
decorazione alla devozione. Voglio che l’intellettuale laico sia religioso e
che il devoto ecclesiastico sia un intellettuale».
E questo cosa vuol dire oggi nel contesto delle università
americane?
Le università americane soffrono ancora, forse più che prima,
della frammentazione delle discipline. Nel momento in cui finiscono il loro
corso di laurea, gli studenti troppo spesso hanno imparato una quantità di cose
in un materia, alcune cose in altre materie e molto poco o niente sulle perenni
questioni poste dai classici. Hanno anche imparato a lasciare i loro credo alla
porta. La Catholic University of America cerca di essere un contrappeso a
questa frammentazione. La nostra fede ci dice che Dio ha creato il mondo a Sua
somiglianza e questo significa che fede e ragione non sono opposte tra loro.
Significa anche che la conoscenza acquisita dalla scienza non può rifiutare la
conoscenza che ci viene dalla teologia. Tutte le discipline dell’università
servono la verità.
Può una università avere una «missione» o un compito e come
questo potrebbe essere interpretato?
La missione dell’università è la formazione dei suoi
studenti, che vuol dire trasmettere loro il sapere. Talvolta questo sapere è di
tipo generale, come nel caso dei corsi di laurea, in altri è specializzato,
come per i dottorati. L’università trasmette agli studenti gli strumenti
necessari a pensare in modo critico, mettendoli nella condizione di avere
successo nei settori collegati al loro campo di studi. L’università insegna ai
suoi studenti anche a vivere bene, compito questo particolarmente importante in
un’università cattolica, dove c’è un consenso generale su cosa significhi
essere una brava persona. Insegnare a coltivare la virtù rende gli studenti
migliori anche in aula e li difende dall’idolatria del sapere, proteggendo
l’educazione dalla deriva ideologica. Gli studenti che pongono fede, speranza e
amore sopra ogni cosa, non idolatrano la scienza o l’arte.
Alla vostra università è attribuita una particolare missione
civile in relazione alla storia del vostro Paese?
L’Università Cattolica ha sede nella capitale della nazione.
Come sede della università cattolica nazionale furono prese in considerazione
diverse città, ma i vescovi scelsero Washington, DC, perché ritenevano che
l’università dovesse giocare un ruolo speciale nella nazione. Il nostro statuto
dichiara che vogliamo che i nostri studenti «servano la nazione e il mondo». Le
nostre tradizioni naturali formano i nostri studenti, che vivono a studiano in
una vivace cultura politica. Allo stesso modo, i nostri studenti danno forma
alle nostre tradizioni nazionali e si impegnano politicamente in questioni
giuridiche e culturali, in particolare dove vi è bisogno di una voce cattolica.
Qual è l’obiettivo dell’organizzazione del sapere in
un’università? È quello di far avanzare la conoscenza o qualcosa d’altro?
Come molte università in America, l’Università Cattolica
offre corsi di laurea e di dottorato. Quando i vescovi americani decisero, nel
1866, di creare una università cattolica nazionale, avevano in mente un modello
fondato sullo studio e la ricerca, sul tipo di Lovanio, il cui scopo è, come
lei dice, di «far avanzare la conoscenza» e di produrre libri, articoli e saggi
accademici. Nel 1904, furono introdotti i corsi di laurea, sorti dalla
tradizione delle arti liberali, il cui nome deriva dal latino liber, perché si
tratta di un’educazione adatta a uomini e donne «liberi». Le arti liberali
portano agli studenti un sapere di tipo generale. Un’università, quindi,
produce una attività di studio che fa avanzare la discussione in diversi campi
di ricerca e trasmette una conoscenza generale ai suoi studenti.
In che modo la tradizione storica della sua università
condiziona il suo presente? Questa eredità è in grado di resistere alle sfide
attuali?
Il vescovo John Lancaster Spalding, un pioniere dell’idea di
un’università cattolica nazionale in America, disse: «Una vera università sarà
certamente il luogo sia della saggezza antica che del nuovo sapere; ...sarà al
contempo un istituto scientifico, una scuola di cultura e una palestra per il
mestiere della vita…». Questo nel maggio del 1888, quando fu posta la prima
pietra per il nostro primo edificio. Gli intellettuali cristiani stavano
affrontando una crisi. In Gran Bretagna ci si sentiva sempre più liberi di
rigettare la fede come cosa infondata. Trent’anni prima, questa acrimonia verso
il cristianesimo aveva portato Newman a dire in un sermone del 1856: «...Lo
scopo della Santa Sede e della Chiesa cattolica nell’istituire università... è
di riunire cose che inizialmente erano unite da Dio e che sono state separate
dall’uomo», e cioè fede e ragione. Oggi, le università cattoliche hanno ancora
di fronte molti problemi simili a quelli che dovettero affrontare Newman e
Spalding. La fede è considerata un ostacolo sulla via della conoscenza e
promuovere la morale cristiana è visto come una cosa fuori moda. La nostra
missione è di ricercare la conoscenza alla luce della fede e promuovere una
vita virtuosa nei nostri studenti. È questa la ragione per cui l’università è
stata fondata dai vescovi ed è un fatto intrinseco alla nostra storia.
Avete come obiettivo un modello particolare di università e,
nel caso, qual è il modello di riferimento?
Attingiamo a diversi modelli. Come già detto, la nostra
fondazione è avvenuta nella tradizione di Lovanio, come istituzione dedicata
allo studio e alla ricerca. Quando abbiamo introdotto i corsi di laurea, li
abbiamo costruiti in base alla tradizione delle arti liberali, che hanno le
loro radici nell’antichità classica. Come università cattolica, abbiamo un
riferimento anche nella tradizione scolastica medioevale.
Nel suo lavoro, lei è entrato in contatto con varie
generazioni di studenti. Quali sono i punti di forza e quelli deboli della
generazione attuale?
Gli studenti di oggi hanno a che fare con molte più cose che gli
studenti delle precedenti generazioni e ci sono molte più voci che si
contendono la loro adesione. Questo mette maggiormente alla prova gli studenti,
ma rende anche più gradevoli i loro successi. A questo proposito vorrei
sottolineare due punti. Il primo è che agli studenti oggi è richiesto, già dai
primi anni, di lasciare fuori dalla porta dell’aula le loro convinzioni
religiose. Ho accennato alle difficoltà poste a Newman dall’Illuminismo e anche
noi continuiamo a soffrire gli effetti dell’esclusione della fede dalla scuola.
La Catholic University of America ha la fortuna di essere un luogo dove gli
studenti respingono questa biforcazione tra fede e sapere. Ma essi sono una
minoranza all’interno del mondo delle università. Gli studenti che vogliono condurre
la propria ricerca del sapere alla luce della fede devono affrontare una
difficile impresa; ugualmente gli studenti che desiderano vivere virtuosamente.
La vita in università rischia di scoraggiare dal seguire le buone abitudini,
quali moderazione e prudenza. I media influenzano i giovani fin dalla prima età
e molto spesso non suggeriscono modelli o stili di vita corretti. Questo è il
mio secondo punto. Gli studenti che vogliono diventare buoni cittadini, membri
della loro Chiesa, genitori, amici e professionisti non sempre trovano un
sostegno nelle loro comunità universitarie.
© Riproduzione riservata.
Etichette:
conoscenza,
fede,
filosofia,
senso religioso,
verità
mercoledì 31 agosto 2011
giovedì 30 giugno 2011
Scienziati, attenti: non diventate stregoni di Giorgio Israel, mercoledì 29 giugno 2011, © IL GIORNALE ON LINE S.R.L.
Un polemico saggio a quattro mani di un medico e di un biologo contro la tecnologia che stravolge la natura La conoscenza non va misurata sulla capacità di modificare il mondo ma sulla volontà di capire la sua bellezza
Parlare di scienza in modo libero, anche avanzando critiche a certi aspetti della ricerca contemporanea, è diventato oggi sempre più difficile e persino pericoloso: quasi certamente s’incorrerà nell’accusa di essere nemici della scienza e della ragione e di appartenere alla congrega dei mistici e delle fattucchiere.
Tanto più è importante che una visione critica venga proposta da due scienziati militanti come Alessandro Giuliani (ricercatore all’Istituto Superiore di Sanità) e Carlo Modonesi (specialista in biodiversità ed evoluzione), autori di Scienza della natura e stregoni di passaggio (Jaca Book, 2011, euro12), un libro ispirato da un autentico amore per la scienza e che intende difendere quel che viene definita la «scienza bella» contro la «scienza brutta», di cui si da subito un esempio in apertura con la cosiddetta «creazione della vita artificiale» da parte di Craig Venter. Di fatto, quest’ultima impresa fornisce l’esempio della scienza più «brutta» di tutte, in quanto pur realizzando un avanzamento nelle pratiche biotecnologiche non ha portato nulla «in termini di nuove conoscenze» e «in termini di nuove spiegazioni dei fenomeni naturali». Questa valutazione delle manipolazioni di Venter fa subito capire che gli autori difendono a spada tratta un’idea di scienza come conoscenza, contro la moda della «scienza-manipolazione», e affermano con forza il principio che, senza avanzamento nella comprensione dei processi naturali, e quindi senza ricerca di base, non ha senso parlare di scienza.
Tanto sono saldi in questa convinzione che non hanno timore di prendersela con un mostro sacro come Francesco Bacone, cui rimproverano il motto «scientia est potentia» all’origine di una visione empirista e utilitaristica, cui si contrappone l’affermazione di Henri Poincaré secondo cui «lo scienziato non studia la natura perché è utile, ma perché ne prova piacere e ne prova piacere perché è bella. Se la natura non fosse bella, non varrebbe la pena studiarla e la vita non varrebbe la pena di essere vissuta».
Va precisato che quando gli autori parlano di «bellezza» non intendono affatto qualcosa di fumoso e vago. Non si tratta di una sorta di richiamo sentimentale ed estetizzante. Al contrario, essi si sforzano di enucleare dei criteri precisi dell’idea di «bellezza» e gran parte del libro è dedicato a illustrarli con esempi. In tal modo, essi si collocano in un filone ben definito della scienza che con il riferimento al criterio estetico allude a un preciso equilibrio metodologico. Ad esempio, il celebre scienziato John von Neumann, individuava il criterio «estetico» nella formulazione di un modello matematico nell’esigenza che «in relazione con la quantità di informazione che fornisce debba essere piuttosto semplice». Una rappresentazione molto semplice può essere chiara ma troppo povera, una rappresentazione molto ricca e articolata può essere più aderente alla realtà ma troppo complicata e quindi inutilizzabile. Giuliani e Modonesi qualificano come modi di fare «brutta scienza» l’adesione dogmatica a certi «ismi», come il determinismo, il riduzionismo o la recente moda di proporre teorie della complessità tanto verbose quanto inconcludenti. Un altro modo di fare «brutta» scienza è di farsi dominare dall’ossessione di andare alla ricerca del sempre più piccolo, sempre «oltre», verso la spiegazione «ultima». Viene in mente la celebre annotazione con cui Pascal si proponeva di «scrivere contro coloro che si addentrano troppo nelle scienze». Erwin Chargaff la commentava (nel suo Mistero impenetrabile) osservando ironicamente che «la profondità di per sé non presenta alcun vantaggio, a meno che non abbia sotto di sé un fondo» e che il rischio è di «dimenticare alla fine le domande cui questa spedizione interminabile avrebbe dovuto dare risposta».
Come si è detto, il libro propone un gran numero di esempi di scienza «bella» e «brutta». Non possiamo certo farne un elenco sostituendoci alla lettura, ma vogliamo citare in particolare la «scienza del destino» e cioè l’ossessione di ricondurre ogni evento della nostra vita materiale e mentale a fatti genetici e quindi a un determinismo genetico stretto che, come osservano gli autori, non ha alcun fondamento scientifico serio, essendo «il problema della causalità biologica un affare tutt’altro che semplice e risolto». Sta di fatto che su questo rozzo determinismo - diciamo pure fatalismo - cresce una tecnoscienza ispirata al mito del controllo totale del destino dell’uomo e del mondo. La smania del controllo totale della natura - e, aggiungiamo, sempre più anche del pensiero dell’uomo - è «foriera di disastri», come hanno dimostrato i totalitarismi ispirati rispettivamente alle idee della rigenerazione razziale dell’umanità e della sua rigenerazione sociale.
Oggi, ammoniscono gli autori, il rischio totalitario si presenta in modo «infinitamente più subdolo», «in quanto si maschera del suo esatto contrario - un mondo di infinite libertà e possibilità senza alcun limite - che però, a conti fatti, si trasforma in feroce individualismo e in controllo spietato della debordante tristezza attraverso il consumo di merci, di antidepressivi e di altre false panacee».
Perciò, la «brutta» scienza non rischia soltanto di distruggere la scienza propriamente detta lasciando sulla terra bruciata soltanto pratiche manipolative prive di orientamento e finalità, se non quella di affermare con un vero delirio di potenza che la natura «fatta male» debba essere rifatta daccapo, ma ci consegna la prospettiva di un mondo privo di valori autenticamente umani.
Iscriviti a:
Post (Atom)







