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venerdì 9 gennaio 2015

Omosessualità, alcuni punti da chiarire di Massimo Introvigne e Riccardo Cascioli, 09-01-2015, http://www.lanuovabq.it/

Matrimonio gay
Caro direttore,

l'improvvido attacco di Giuliano Ferrara contro un convegno sulla famiglia organizzato a Milano, accusato - falsamente - da Repubblica di volere propagandare la tesi secondo cui «l'omosessualità è una malattia da curare», ha suscitato, su queste colonne e altrove, diverse reazioni. Qualcuno ha avuto anche l'impressione che il fronte «pro family» si sia diviso al suo interno. Non ci sarebbe nulla di particolarmente scandaloso - soprattutto in Italia, che è il Paese delle sfumature - ma è importante distinguere le divergenze di opinione reali dai semplici equivoci. A me sembra che siano in corso tre battaglie diverse in tema di omosessualità, che sono ovviamente collegate ma che nello stesso tempo non coincidono. Se non le si distingue, la confusione è inevitabile.

La prima battaglia è all'interno della Chiesa. Lo ha detto Papa Francesco: che nella Chiesa ci si confronti anche aspramente è successo spesso e non deve scandalizzare. Come si è visto al Sinodo, ci si confronta anche sull'omosessualità. I paragrafi 2357-2359 del «Catechismo della Chiesa Cattolica» del 1992 ebbero una genesi particolarmente tormentata, ma stabiliscono quella che a oggi è, come si leggeva nel documento preparatorio del Sinodo del 2014 inviato dal Papa ai vescovi nel novembre 2013, «la comprensione aggiornata della dottrina della fede» su questo tema. Questi paragrafi si possono riassumere in tre tesi sull'omosessualità. Primo, «la sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile» e la Chiesa non prende posizione sulle varie teorie che si contrappongono sulla natura e l'origine della tendenza omosessuale. Secondo, le persone omosessuali in quanto persone «devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Terzo, il piano ordinato di Dio sull'amore e la famiglia si esprime nell'incontro aperto alla procreazione dell'uomo e della donna. Ne consegue che l'inclinazione omosessuale è «oggettivamente disordinata» e che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», così che «in nessun caso possono essere approvati» e «le persone omosessuali sono chiamate alla castità». 

Il Sinodo ha mostrato che su questo punto ci sono oggi nella Chiesa posizioni diverse. Alcuni ritengono che il «Catechismo», parlando di disordine, presupponga una nozione di ordine naturale che oggi sarebbe superata e non più comprensibile alla maggioranza dei fedeli. Non è del tutto chiaro come si vorrebbe andare al di là di questa nozione, e se chi propone nuove formulazioni voglia o no mantenere la dottrina secondo cui a chi percepisce la propria tendenza omosessuale come insopprimibile la Chiesa propone come unica strada moralmente accettabile la castità. All'estremo opposto, non mancano voci che considerano i riferimenti al rispetto e alla necessità di «evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» - tradotti con risonanza planetaria nel «chi sono io per giudicare» di Papa Francesco - come eccessivamente «soft» e anche contrari alla mentalità di alcune culture, per esempio africane. 

Non sono un teologo moralista, diffido dei teologi della domenica e accoglierò con obbedienza e fiducia qualunque insegnamento che il Papa riterrà di esporre dopo il Sinodo ordinario di quest'anno. Dal momento però che il questionario inviato in preparazione al Sinodo invita anche i laici a partecipare rispettosamente alla discussione, non ho difficoltà a dire che la formulazione del «Catechismo» a me pare convincente ed equilibrata. Auspico che sia approfondita e sempre meglio spiegata nelle sue motivazioni antropologiche, senza però che sia messa in discussione la sua architettura di fondo. Condivido e ripeto con il Papa «Chi sono io per giudicare le persone?», in quanto persone, accompagnandolo subito con  «Chi sono io per non giudicare i comportamenti?», perché chi non giudica i comportamenti cade in quelle che lo stesso Papa Francesco in Corea ha chiamato «le sabbie mobili del relativismo» e affonda.

La seconda battaglia è all'interno delle professioni mediche e psicologiche. Non ho la minima competenza per giudicare la letteratura psicologica e medica in tema di omosessualità, e non mi sento di esprimere nessuna opinione al riguardo. Se il «Catechismo», dopo anni di consultazioni e successive versioni del testo, ha concluso che la natura dell'omosessualità «rimane in gran parte inspiegabile», davvero «chi sono io» per pronunciarmi su questo tema difficile e misterioso? Invece, ho  qualche competenza per valutare la letteratura sociologica, che non manca e che non si occupa di omosessualità ma di persone omosessuali. Anzitutto, oggi è difficile parlare semplicemente di identità omosessuali, perché con i processi moderni e postmoderni di differenziazione l'identità è diventata multipla: uno sarà insieme omosessuale, protestante, avvocato e tifoso dell'Inter, e può darsi che quella omosessuale non sia affatto l'identità  che percepisce come più importante. Ove invece sia così, i sociologi ci descrivono «tribù» di persone omosessuali molto diverse tra loro, il che ha rilevanza anche per la questione del loro rapporto con la psicoterapia. 

Ci sono le persone omosessuali che si dichiarano liete di esserlo, talora in modo militante, e che evidentemente non si rivolgono allo psicoterapeuta manifestandogli un disagio per la loro condizione. Ci sono - anche se sono meno numerose di quanto si pensi - le persone omosessuali che affermano che vivrebbero tranquillamente la loro omosessualità se non fosse che si sentono offese e ferite dall'atteggiamento di giudizio delle persone che stanno loro intorno. A costoro la psicologia offre ampie forme di aiuto, socialmente accettate e ampiamente promosse. Ci sono infine persone omosessuali che vivono la loro omosessualità come una prova e un disagio. A differenza della seconda categoria, questa terza patisce un disagio non sociale ma intimo e antropologico. Che questa categoria ci sia è un dato di fatto. Che sia raramente interessata all'aiuto di militanti LGBT che la incitano ad accettare entusiasticamente la propria omosessualità e ad attribuire il disagio alla sola omofobia  è un altro dato di fatto. Alle persone omosessuali che rientrano in questa terza categoria - non a quelle che fanno parte delle altre due - alcuni psicoterapeuti offrono, nel caso lo richiedano, un ascolto e un accompagnamento che in alcuni casi le aiutano a vivere la castità, in altri a esplorare se la tendenza omosessuale sia radicata e «definitiva» oppure se la persona possa modificarla. 

A me sembra che se questo itinerario fosse descritto e ricostruito in termini di «malattia» e di «cura» si verrebbe meno al rispetto delle persone, e si affermerebbe anche qualcosa che la comunità scientifica, nella sua vastissima maggioranza, non condivide. Ma se invece non si parla di malato da curare, ma si offre un accompagnamento psicologico - se del caso unito a uno spirituale - a chi lo richiede, perché mai l'Ordine degli Psicologi dovrebbe minacciare i suoi fulmini o Giuliano Ferrara parlare di «setta», un'espressione  che, come i sociologi della religione ben sanno, ormai non ha quasi più nessun contenuto informativo ma si riduce a un semplice insulto? Qui sono in gioco valori fondamentali che vanno perfino al di là della questione dell'omosessualità: la libertà scientifica - se i sociologi trovano persone omosessuali che desidererebbero non essere omosessuali, si ingiunge loro di nascondere i loro dati perché non politicamente corretti -, la libertà terapeutica e la libertà di opinione.

La terza battaglia in corso, che almeno per i lettori di questa testata non richiede molte spiegazioni, è quella politica, contro le leggi che vogliono vietare - chiamandola «omofobia» - la libera e rispettosa espressione di opinioni sull'omosessualità diverse da quelle gradite all'ideologia di genere e alle lobby LGBT, e contro i progetti che mirano a mettere sullo stesso piano, adozioni comprese - non importa sotto quale nome o etichetta - il matrimonio tra un uomo e una donna e l'unione fra due persone dello stesso sesso.

Queste tre battaglie sono sia collegate sia distinte. In piazza contro il disegno di legge Scalfarotto o alla Manif pour tour francese sono scesi musulmani che ovviamente non condividono la dottrina cattolica sul matrimonio e anche omosessuali che non praticano la castità, ma che considerano le leggi sul «matrimonio» e le adozioni gay contrarie al bene della collettività nazionale di cui anche loro fanno parte. Può darsi benissimo che le mie opinioni sul «chi sono io per giudicare» di Papa Francesco - che condivido nella sostanza dottrinale, anche se mi rendo conto delle manipolazioni infinite cui si presta - non siano condivise da persone che mi ritrovo a fianco nelle battaglie contro Scalfarotto o per la libertà di terapia e di accompagnamento psicologico. O anche che chi pratica queste forme di accompagnamento abbia certezze sulla natura dell'omosessualità che io francamente non ho.

Tutto questo non è sorprendente. Ogni questione complessa tollera una varietà quasi infinita di sfumature. Chi però è interessato a combattere una di queste tre battaglie farebbe bene a distinguerla rigorosamente dalle altre due. Per vincere ognuna delle tre ci vuole un «fronte ampio». In questo fronte, per ciascuna battaglia, si troveranno necessariamente fianco a fianco persone che hanno posizioni diverse sulle altre due, e su tante altre cose. 

Vogliamo combattere solo al fianco di chi la pensa come noi su tutte e tre le battaglie? Nulla ci impedisce di farlo. Dobbiamo solo sapere da prima che assottiglieremo le nostre fila e renderemo la sconfitta più probabile.

Massimo Introvigne

Caro Introvigne,

ti ringrazio per questa dettagliata spiegazione e della chiarezza con cui – come al solito – esponi le tue argomentazioni. Permettimi però di aggiungere qualche breve considerazione che mi sembra necessaria.

1. Non starò a ripetere quanto ho già scritto ieri, però visto «l’improvvido attacco di Giuliano Ferrara» non solo contro il convegno ma anche contro un’associazione e contro un percorso che alcune persone omosessuali hanno compiuto o stanno compiendo per ritornare alla propria identità eterosessuale, mi sembra anche opportuno affermare quanto la loro difesa sia una battaglia di libertà. In questo senso mi sembra che sia collegata a quella – più specificamente politica – contro il ddl Scalfarotto, perché in entrambi i casi stiamo assistendo al tentativo di imporre un’ideologia gay che vorrebbe impedire sia di esprimere la convinzione che la famiglia sia solo una (quella naturale), sia la possibilità di passare dall’omosessualità all’eterosessualità. Battersi per l’una e non per l’altra cosa mi sembra francamente una contraddizione;

2. Quanto al Catechismo, rileggendo i tre paragrafi 2357-2359 (che per comodità dei lettori riporto in calce a questa risposta) a me sembra chiaro che i tre punti fondamentali sono nell’ordine: 1. Basandosi sulla Scrittura, la Chiesa ha sempre – e sottolineo sempre – dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» e «in nessun caso possono essere approvati» (2357); 2. Siccome per gli uomini e le donne che hanno tendenze omosessuali «profondamente radicate» tale condizione è «una prova», essi «devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza» evitando «ogni marchio di ingiusta discriminazione» (2358); 3. «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità» (2359). Come peraltro – aggiungiamo – tutte le persone eterosessuali che non sono regolarmente sposate.

L’inspiegabilità della «genesi psichica» (definizione che offre peraltro molti spunti di approfondimento) mi sembra chiaro faccia parte di una introduzione descrittiva del fenomeno dell’omosessualità, più che essere l’obiettivo di una definizione di fede.  E non a caso. Perché mentre il giudizio negativo sugli atti di omosessualità e il dovere dell’accoglienza delle persone con questa tendenza discende dalla Rivelazione riguardo al fine dell’uomo, le cause dell’omosessualità sono un argomento tipicamente scientifico. È molto importante tenere distinti i due piani – fede e scienza -, come peraltro ha spiegato magistralmente in più di un’occasione san Giovanni Paolo II, per evitare pericolose commistioni e vecchi errori. Neanch’io sono uno psicologo, ma non credo ci voglia una laurea in materia per riconoscere che c’è un’ampia letteratura scientifica che dà ampiamente ragione delle cause alla radice dell’omosessualità. E non c’è dubbio che con la drastica diminuzione di famiglie sane e stabili, l’omosessualità aumenti.

3. Quanto alle posizioni uscite al Sinodo, bisognerebbe almeno rilevare la stranezza di un Sinodo sulla famiglia che discute di omosessualità. In effetti abbiamo saputo poi che su questo tema c’era molto più scritto nella Relatio post disceptationem (quella di metà lavori) di quanto fosse stato detto in assemblea. In ogni caso non mi sembra di poter lasciar passare via liscia la serietà dell’espressione «su questo punto ci sono oggi nella Chiesa posizioni diverse». Tu descrivi bene infatti la situazione: oggi c’è chi mette in discussione ciò che la Chiesa ha sempre dichiarato basandosi sulla Scrittura (così dice il Catechismo), ovvero l’ordine della Creazione, la finalità dell’uomo e dell’unione fra uomo e donna. Non è la stessa cosa che mettere in discussione delle scelte pastorali; significa affermare che ciò che la Chiesa ha creduto per oltre duemila anni come legge di Dio, improvvisamente potrebbe non essere vero. Non a caso Benedetto XVI nell’ultimo discorso alla Curia Romana, il 21 dicembre 2012, ha definito l’ideologia di genere la più grande sfida che la Chiesa ha di fronte. Ed ovviamente non si riferiva soltanto a ciò che va per la maggiore nel mondo, ma anche a quanto si sta muovendo nella Chiesa stessa, alle forze che stanno cercando di introdurvi il gender. Al Sinodo ne abbiamo avuto una riprova.

Riccardo Cascioli



Catechismo della Chiesa Cattolica

2357 L'omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni,238 la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

lunedì 5 maggio 2014

ELEZIONI EUROPEE 2014/ Il messaggio di mons. Luigi Negri in vista del voto: il testo integrale, http://www.ilsussidiario.net/

Carissimi figli e figlie dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio,
Foto: InfoPhoto
in vista delle elezioni del prossimo mese di maggio sento il dovere di indirizzarvi un breve ma fondamentale messaggio. Come Vescovo la mia prima inderogabile missione è l’annuncio del Vangelo quale via della libertà, della responsabilità e della salvezza. Nel Vangelo che vi debbo annunciare è contenuta anche una precisa concezione dell’uomo e di tutta la sua realtà, che costituisce il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato.

Si tratta dei “principi non negoziabili” che sono il patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno, ed in particolare costituiscono il criterio ineludibile per i giudizi e le scelte temporali e sociali del cristiano. Li elenco sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e quindi irriducibile ad ogni condizionamento sia di carattere personale che sociale; la sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale, indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: libertà religiosa, della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del Creato.

Ecco l’orizzonte immutabile di ogni giudizio, e del conseguente impegno del cristiano nella società, ma anche la chiave di valutazione delle persone, dei raggruppamenti partitici e dei rispettivi programmi, affinché si favorisca la promulgazione di leggi coerenti con le fondamentali esigenze della dignità umana. Di conseguenza la coscienza cristiana, rettamente formata, non permette di favorire l’attuazione di progetti contrari a tali principi. Ribadisco poi quanto già affermato nel Comunicato dei Vescovi dell’Emilia Romagna (in vista delle elezioni regionali del 2010): “Siamo consapevoli di avere proposto ai nostri fedeli non solo orientamenti doverosi per l’oggi, ma anche un costante cammino educativo, mediante cui l’assimilazione dei valori della Dottrina Sociale della Chiesa porta a giudizi e a scelte responsabili e coerenti, sottratte ai ricatti dei poteri ideologici e massmediatici o avvilite da interessi particolaristici. Vorremmo che crescesse, anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale, fosse dedito al bene comune della società.» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28].
Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall’impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico. Per i sacerdoti questa esigenza è fondata sulla natura stessa del loro ministero (cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri 33, cpv.1°: EV 14/798)”. Se un fedele chiedesse al sacerdote come orientarsi nella situazione attuale, il sacerdote tenga presente le indicazioni già date nello stesso documento: “Ogni elettore è chiamato ad elaborare un giudizio prudenziale che per definizione non è mai dotato di certezza incontrovertibile. Ma un giudizio è prudente quando è elaborato alla luce sia dei valori umani fondamentali che sono concretamente in questione sia delle circostanze rilevanti in cui siamo chiamati ad agire. Ciò premesso in linea generale, ogni elettore che voglia prendere una decisione prudente, deve discernere nell’attuale situazione quali valori umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica - per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli - dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione (…) Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele”.

La nostra città e provincia, così come l’intera nazione, stanno attraversando un momento difficile, come ho già ricordato più volte nei mie messaggi, e in particolare in quello di Pasqua*, per cui la consultazione elettorale sarà una occasione nella quale ogni fedele verrà invitato ad esercitare, mediante il voto, una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile.

Benedico tutti di cuore.

© Riproduzione Riservata. 

venerdì 11 aprile 2014

Conferenza episcopale italiana Cei: «L'eterologa snatura la paternità», 10 aprile 2014, avvenire.it

Con il via libera alla fecondazione eterologa si finisce per «identificare il piano dei desideri con il piano dei diritti» con una resa della «cultura giuridica» al «dominio della tecnoscienza» dimenticando che «il figlio è una persona da accogliere e non l'oggetto di una pretesa resa possibile dal progresso scientifico».

È il giudizio espresso dalla Presidenza della Cei in una dichiarazione diffusa dall’Ufficio comunicazioni sociali nella quale si prende posizione «in merito alla decisione della Corte Costituzionale in materia di fecondazione eterologa medicalmente assistita» assunta mercoledì dai giudici della Consulta.

«La decisione della Corte Costituzionale, verso il cui operato si conferma il necessario rispetto – si legge nel comunicato – entra nel merito di una delicata esperienza umana. Il desiderio di avere un figlio è profondo ed indiscutibile e merita il massimo rispetto e la più delicata comprensione».

Tuttavia, «in attesa di conoscere le relative motivazioni della Corte Costituzionale», la Presidenza della Cei ritiene «doveroso segnalare alcuni nodi problematici che suscitano dubbi e preoccupazioni, sotto il profilo antropologico e culturale». Anzitutto con la sentenza della Consulta «viene affermato un non meglio precisato "diritto al figlio" o "diritto alla genitorialità", col rischio di confondere o, peggio, identificare il piano dei desideri con il piano dei diritti, sottacendo che il figlio è una persona da accogliere e non l'oggetto di una pretesa resa possibile dal progresso scientifico».

Il verdetto dei giudizi costituzionali poi «assume come parametro di valore un preteso diritto individuale, sganciato da qualsiasi visione relazionale», ma così facendo «si trascura, tra l'altro il diritto del figlio a conoscere la propria origine biologica». Inoltre «si cambia e si snatura il concetto e l'esperienza di paternità e di maternità, che sono elementi preziosi per l'unità profonda e inviolabile della coppia».

Infine, nota ancora la Cei, «si determina un pericoloso vuoto normativo nel quale rischia di essere legittimata ogni tecnica di riproduzione umana. La cultura giuridica non dovrebbe semplicemente avvalorare il dominio della tecnoscienza, ma porsi la questione del senso e anche quella del limite. Infatti, come la storia ha dimostrato, non tutto ciò che è fattibile giova al genere umano».

lunedì 17 marzo 2014

Il vero tema è la verità del matrimonio di Matteo Matzuzzi, 17-03-2014, www.lanuovabq.it

Ripubblichiamo l'intervista del quotidiano "Il Foglio" all'arcivescovo di Bologna, cardinale Carlo Caffarra, che risponde alla relazione in Concistoro del cardinale Walter Kasper sul senso del matrimonio e sulla pastorale per i casi difficili, come quello dei divorziati risposati. Questa intervista riprende gli stessi contenuti già espressi dal cardinale Caffarra in Concistoro, una critica radicale all'approccio offerto dal cardinale Kasper. L'intervista è lunga, ma si tratta di un documento teologico importante che ben rappresenta la tradizione della Chiesa a difesa dell'indissolubilità del matrimonio.

La “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II è al centro di un fuoco incrociato. Da una parte si dice che è il fondamento del Vangelo della famiglia, dall’altra che è un testo superato. È pensabile un suo aggiornamento?
Se si parla del gender e del cosiddetto matrimonio omosessuale, è vero che al tempo della Familiaris Consortio non se ne parlava. Ma di tutti gli altri problemi, soprattutto dei divorziati-risposati, se ne è parlato lungamente. Di questo sono un testimone diretto, perché ero uno dei consultori del Sinodo del 1980. Dire che la Familiaris Consortio è nata in un contesto storico completamente diverso da quello di oggi, non è vero. Fatta questa precisazione, dico che prima di tutto la Familiaris Consortio ci ha insegnato un metodo con cui si deve affrontare le questioni del matrimonio e della famiglia. Usando questo metodo è giunta a una dottrina che resta un punto di riferimento ineliminabile. Quale metodo? Quando a Gesù fu chiesto a quali condizioni era lecito il divorzio, della liceità come tale non si discuteva a quel tempo, Gesù non entra nella problematica casuistica da cui nasceva la domanda, ma indica in quale direzione si doveva guardare per capire che cosa è il matrimonio e di conseguenza quale è la verità dell’indissolubilità matrimoniale. Era come se Gesù dicesse: “Guardate che voi dovete uscire da questa logica casuistica e guardare in un’altra direzione, quella del Principio”. Cioè: dovete guardare là dove l’uomo e la donna vengono all’esistenza nella verità piena del loro essere uomo e donna chiamati a diventare una sola carne. In una catechesi, Giovanni Paolo II dice: “Sorge allora cioè quando l’uomo è posto per la prima volta di fronte alla donna la persona umana nella dimensione del dono reciproco la cui espressione (che è l’espressione anche della sua esistenza come persona) è il corpo umano in tutta la verità originaria della sua mascolinità e femminilità”. Questo è il metodo della Familiaris Consortio.

Qual è il significato più profondo e attuale della “Familiaris Consortio”?
"Per avere occhi capaci di guardare dentro la luce del Principio", la Familiaris Consortio afferma che la Chiesa ha un soprannaturale senso della fede, il quale non consiste solamente o necessariamente nel consenso dei fedeli. La Chiesa, seguendo Cristo, cerca la verità, che non sempre coincide con l’opinione della maggioranza. Ascolta la coscienza e non il potere. E in questo difende i poveri e i disprezzati. La Chiesa può apprezzare anche la ricerca sociologica e statistica, quando si rivela utile per cogliere il contesto storico. Tale ricerca per sé sola, però, non è da ritenersi espressione del senso della fede (FC 5). Ho parlato di verità del matrimonio. Vorrei precisare che questa espressione non denota una norma ideale del matrimonio. Denota ciò che Dio con il suo atto creativo ha inscritto nella persona dell’uomo e della donna. Cristo dice che prima di considerare i casi, bisogna sapere di che cosa stiamo parlando. Non stiamo parlando di una norma che ammette o non eccezioni, di un ideale a cui tendere. Stiamo parlando di ciò che sono il matrimonio e la famiglia. Attraverso questo metodo la Familiaris Consortio, individua che cosa è il matrimonio e la famiglia e quale è il suo genoma - uso l’espressione del sociologo Donati -, che non è un genoma naturale, ma sociale e comunionale. È dentro questa prospettiva che l’Esortazione individua il senso più profondo della indissolubilità matrimoniale (cfr. FC 20). La Familiaris Consortio quindi ha rappresentato uno sviluppo dottrinale grandioso, reso possibile anche dal ciclo di catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano. Nella prima di queste catechesi, il 3 settembre 1979, Giovanni Paolo II dice che intende accompagnare come da lontano i lavori preparatori del Sinodo che si sarebbe tenuto l’anno successivo. Non l’ha fatto affrontando direttamente temi dell’assise sinodale, ma dirigendo l’attenzione alle radici profonde. È come se avesse detto, Io Giovanni Paolo II voglio aiutare i padri sinodali. Come li aiuto? Portandoli alla radice delle questioni. È da questo ritorno alle radici che nasce la grande dottrina sul matrimonio e la famiglia data alla Chiesa dalla Familiaris Consortio. E non ha ignorato i problemi concreti. Ha parlato anche del divorzio, delle libere convivenze, del problema dell’ammissione dei divorziati-risposati all’Eucaristia. L’immagine quindi di una Familiaris Consortio che appartiene al passato; che non ha più nulla da dire al presente, è caricaturale. Oppure è una considerazione fatta da persone che non l’hanno letta.

Molte conferenze episcopali hanno sottolineato che dalle risposte ai questionari in preparazione dei prossimi due Sinodi, emerge che la dottrina della “Humanae Vitae” crea ormai solo confusione. È così, o è stato un testo profetico?
Il 28 giugno 1978, poco più di un mese prima di morire, Paolo VI diceva: «Della Humanae Vitae, ringrazierete Dio e me». Dopo ormai quarantasei anni, vediamo sinteticamente cosa è accaduto all’istituto matrimoniale e ci renderemo conto di come è stato profetico quel documento. Negando la connessione inscindibile tra la sessualità coniugale e la procreazione, cioè negando l’insegnamento della Humanae Vitae, si è aperta la strada alla reciproca sconnessione fra la procreazione e la sessualità coniugale: from sex without babies to babies without sex. Si è andata oscurandosi progressivamente la fondazione della procreazione umana sul terreno dell’amore coniugale, e si è gradualmente costruita l’ideologia che chiunque può avere un figlio. Il single uomo o donna, l’omosessuale, magari surrogando la maternità. Quindi coerentemente si è passati dall’idea del figlio atteso come un dono al figlio programmato come un diritto: si dice che esiste il diritto ad avere un figlio. Si pensi alla recente sentenza del tribunale di Milano che ha affermato il diritto alla genitorialità, come dire il diritto ad avere una persona. Questo è incredibile. Io ho il diritto ad avere delle cose, non le persone. Si è andati progressivamente costruendo un codice simbolico, sia etico sia giuridico, che relega ormai la famiglia e il matrimonio nella pura affettività privata, indifferente agli effetti sulla vita sociale. Non c’è dubbio che quando l’Humanae Vitae è stata pubblicata, l’antropologia che la sosteneva era molto fragile e non era assente un certo biologismo nell’argomentazione. Il magistero di Giovanni Paolo II ha avuto il grande merito di costruire un’antropologia adeguata a base dell’Humanae Vitae. La domanda che bisogna porsi non è se l’Humanae Vitae sia applicabile oggi e in che misura, o se invece è fonte di confusione. A mio giudizio, la vera domanda da fare è un’altra.

Quale?
L’Humanae Vitae dice la verità circa il bene insito nella relazione coniugale? Dice la verità circa il bene che è presente nell’unione delle persone dei due coniugi nell’atto sessuale?
Infatti, l’essenza delle proposizioni normative della morale e del diritto si trova nella verità del bene che in esse è oggettivata. Se non ci si mette in questa prospettiva, si cade nella casuistica dei farisei. E non se ne esce più, perché ci si infila in un vicolo alla fine del quale si è costretti a scegliere tra la norma morale e la persona. Se si salva l’una, non si salva l’altra. La domanda del pastore è dunque la seguente: come posso guidare i coniugi a vivere il loro amore coniugale nella verità? Il problema non è di verificare se i coniugi si trovano in una situazione che li esime da una norma, ma, qual è il bene del rapporto coniugale. Qual è la sua verità intima. Mi stupisce che qualcuno dica che l’Humanae Vitae crea confusione. Che vuol dire? Ma conoscono la fondazione che dell’Humanae Vitae ha fatto Giovanni Paolo II? Aggiungo una considerazione. Mi meraviglia profondamente il fatto che, in questo dibattito, anche eminentissimi cardinali non tengano in conto le centotrentaquattro catechesi sull’amore umano. Mai nessun Papa aveva parlato tanto di questo. Quel Magistero è disatteso, come se non esistesse. Crea confusione? Ma chi afferma questo è al corrente di quanto si è fatto sul piano scientifico a base di una naturale regolazione dei concepimenti? È al corrente di innumerevoli coppie che nel mondo vivono con gioia la verità di Humanae Vitae?

Il cardinale Kasper sottolinea che ci sono grandi aspettative nella Chiesa in vista del Sinodo e che si corre il rischio di una pessima delusione se queste fossero disattese. Un rischio concreto, a suo giudizio?
Non sono un profeta né sono figlio di profeti. Accade un evento mirabile. Quando il pastore non predica opinioni sue o del mondo, ma il Vangelo del matrimonio, le sue parole colpiscono le orecchie degli uditori, ma nel loro cuore entra in azione lo Spirito Santo che lo apre alle parole del pastore. Mi domando poi delle attese di chi stiamo parlando. Una grande rete televisiva statunitense ha compiuto un’inchiesta su comunità cattoliche sparse in tutto il mondo. Essa fotografa una realtà molto diversa dalle risposte al questionario registrate in Germania, Svizzera e Austria. Un solo esempio. Il 75 per cento della maggior parte dei paesi africani è contrario all’ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia. Ripeto ancora: di quali attese stiamo parlando? Di quelle dell’Occidente? È dunque l’Occidente il paradigma fondamentale in base al quale la Chiesa deve annunciare? Siamo ancora a questo punto? Andiamo ad ascoltare un po’ anche i poveri. Sono molto perplesso e pensoso quando si dice che o si va in una certa direzione altrimenti sarebbe stato meglio non fare il Sinodo. Quale direzione? La direzione che, si dice, hanno indicato le comunità mitteleuropee? E perché non la direzione indicata dalle comunità africane?

Il cardinale Müller ha detto che è deprecabile che i cattolici non conoscano la dottrina della Chiesa e che questa mancanza non può giustificare l’esigenza di adeguare l’insegnamento cattolico allo spirito del tempo. Manca una pastorale familiare?
È mancata. È una gravissima responsabilità di noi pastori ridurre tutto ai corsi prematrimoniali. E l’educazione all’affettività degli adolescenti, dei giovani? Quale pastore d’anime parla ancora di castità? Un silenzio pressoché totale, da anni, per quanto mi risulta. Guardiamo all’accompagnamento delle giovani coppie: chiediamoci se abbiamo annunciato veramente il Vangelo del matrimonio, se l’abbiamo annunciato come ha chiesto Gesù. E poi, perché non ci domandiamo perché i giovani non si sposano più? Non è sempre per ragioni economiche, come solitamente si dice. Parlo della situazione dell’Occidente. Se si fa un confronto tra i giovani che si sposavano fino a trent’anni fa e oggi, le difficoltà che avevano trenta o quarant’anni fa non erano minori rispetto a oggi. Ma quelli costruivano un progetto, avevano una speranza. Oggi hanno paura e il futuro fa paura; ma se c’è una scelta che esige speranza nel futuro, è la scelta di sposarsi. Sono questi gli interrogativi fondamentali, oggi. Ho l’impressione che se Gesù si presentasse all’improvviso a un convegno di preti, vescovi e cardinali che stanno discutendo di tutti i gravi problemi del matrimonio e della famiglia, e gli chiedessero come fecero i farisei: “Maestro, ma il matrimonio è dissolubile o indissolubile? O ci sono dei casi, dopo una debita penitenza…?”.Gesù cosa risponderebbe? Penso la stessa risposta data ai farisei: “Guardate al Principio”. Il fatto è che ora si vogliono guarire dei sintomi senza affrontare seriamente la malattia. Il Sinodo quindi non potrà evitare di prendere posizione di fronte a questo dilemma: il modo in cui s’è andata evolvendo la morfogenesi del matrimonio e della famiglia è positivo per le persone, per le loro relazioni e per la società, o invece costituisce un decadimento delle persone, delle loro relazioni, che può avere effetti devastanti sull’intera civiltà? Questa domanda il Sinodo non la può evitare. La Chiesa non può considerare che questi fatti (giovani che non si sposano, libere convivenze in aumento esponenziale, introduzione del c.d. matrimonio omosessuale negli ordinamenti giuridici, e altro ancora) siano derive storiche, processi storici di cui essa deve prendere atto e dunque sostanzialmente adeguarsi. No. Giovanni Paolo II scriveva nella Bottega dell’Orefice che “creare qualcosa che rispecchi l’essere e l’amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto”. Anche la Chiesa, dunque, deve smettere di farci sentire il respiro dell’eternità dentro all’amore umano? Deus avertat!

Si parla della possibilità di riammettere all’Eucaristia i divorziati risposati. Una delle soluzioni proposte dal cardinale Kasper ha a che fare con un periodo di penitenza che porti al pieno riaccostamento. È una necessità ormai ineludibile o è un adeguamento dell’insegnamento cristiano a seconda delle circostanze?
Chi fa questa ipotesi, almeno finora non ha risposto a una domanda molto semplice: che ne è del primo matrimonio rato e consumato? Se la Chiesa ammette all’Eucarestia, deve dare comunque un giudizio di legittimità alla seconda unione. È logico. Ma allora - come chiedevo - che ne è del primo matrimonio? Il secondo, si dice, non può essere un vero secondo matrimonio, visto che la bigamia è contro la parola del Signore. E il primo? È sciolto? Ma i papi hanno sempre insegnato che la potestà del Papa non arriva a questo: sul matrimonio rato e consumato il Papa non ha nessun potere. La soluzione prospettata porta a pensare che resta il primo matrimonio, ma c’è anche una seconda forma di convivenza che la Chiesa legittima. Quindi, c’è un esercizio della sessualità umana extraconiugale che la Chiesa considera legittima. Ma con questo si nega la colonna portante della dottrina della Chiesa sulla sessualità. A questo punto uno potrebbe domandarsi: e perché non si approvano le libere convivenze? E perché non i rapporti tra gli omosessuali? La domanda di fondo è dunque semplice: che ne è del primo matrimonio? Ma nessuno risponde. Giovanni Paolo II diceva nel 2000 in un’allocuzione alla Rota che “emerge con chiarezza che la non estensione della potestà del Romano Pontefice ai matrimoni rati e consumati, è insegnata dal Magistero della Chiesa come dottrina da tenersi definitivamente anche se essa non è stata dichiarata in forma solenne mediante atto definitorio”. La formula è tecnica, “dottrina da tenersi definitivamente”: vuol dire che su questo non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli.

Quindi non è questione solo di prassi, ma anche di dottrina?
Sì, qui si tocca la dottrina. Inevitabilmente. Si può anche dire che non lo si fa, ma lo si fa. Non solo. Si introduce una consuetudine che a lungo andare determina questa idea nel popolo non solo cristiano: non esiste nessun matrimonio assolutamente indissolubile. E questo è certamente contro la volontà del Signore. Non c’è dubbio alcuno su questo.

Non c’è però il rischio di guardare al sacramento solo come una sorta di barriera disciplinare e non come un mezzo di guarigione?
È vero che la grazia del sacramento è anche sanante, ma bisogna vedere in che senso. La grazia del matrimonio sana perché libera l’uomo e la donna dalla loro incapacità di amarsi per sempre con tutta la pienezza del loro essere. Questa è la medicina del matrimonio: la capacità di amarsi per sempre. Sanare significa questo, non che si fa stare un po’ meglio la persona che in realtà rimane ammalata, cioè costitutivamente ancora incapace di definitività. L’indissolubilità matrimoniale è un dono che viene fatto da Cristo all’uomo e alla donna che si sposano in lui. È un dono, non è prima di tutto una norma che viene imposta. Non è un ideale cui devono tendere. E’ un dono e Dio non si pente mai dei suoi doni. Non a caso Gesù, rispondendo ai farisei, fonda la sua risposta rivoluzionaria su un atto divino. ‘Ciò che Dio ha unito’, dice Gesù. E’ Dio che unisce, altrimenti la definitività resterebbe un desiderio che è sì naturale, ma impossibile a realizzarsi. Dio stesso dona compimento. L’uomo può anche decidere di non usare di questa capacità di amare definitivamente e totalmente. La teologia cattolica ha poi concettualizzato questa visione di fede attraverso il concetto di vincolo coniugale. Il matrimonio, il segno sacramentale del matrimonio produce immediatamente tra i coniugi un vincolo che non dipende più dalla loro volontà, perché è un dono che Dio ha fatto loro. Queste cose ai giovani che oggi si sposano non vengono dette. E poi ci meravigliamo se succedono certe cose.

Un dibattito molto appassionato si è articolato attorno al senso della misericordia. Che valore ha questa parola?
Prendiamo la pagina di Gesù e dell’adultera. Per la donna trovata in flagrante adulterio, la legge mosaica era chiara: doveva essere lapidata. I farisei infatti chiedono a Gesù cosa ne pensasse, con l’obiettivo di attirarlo dentro la loro prospettiva. Se avesse detto “lapidatela”, subito avrebbero detto “Ecco, lui che predica misericordia, che va a mangiare con i peccatori, quando è il momento dice anche lui di lapidarla”. Se avesse detto “non dovete lapidarla”, avrebbero detto “ecco a cosa porta la misericordia, a distruggere la legge e ogni vincolo giuridico e morale”. Questa è la tipica prospettiva della morale casuistica, che ti porta inevitabilmente in un vicolo alla fine del quale c’è il dilemma tra la persona e la legge. I farisei tentavano di portare in questo vicolo Gesù. Ma lui esce totalmente da questa prospettiva, e dice che l’adulterio è un grande male che distrugge la verità della persona umana che tradisce. E proprio perché è un grande male, Gesù, per toglierlo, non distrugge la persona che lo ha commesso, ma la guarisce da questo male e raccomanda di non incorrere in questo grande male che è l’adulterio. «Neanche io ti condanno, va e non peccare più». Questa è la misericordia di cui solo il Signore è capace. Questa è la misericordia che la Chiesa, di generazione in generazione, annuncia. La Chiesa deve dire che cosa è male. Ha ricevuto da Gesù il potere di guarire, ma alla stessa condizione. È verissimo che il perdono è sempre possibile: lo è per l’assassino, lo è anche per l’adultero. Era già una difficoltà che facevano i fedeli ad Agostino: si perdona l’omicidio, ma nonostante ciò la vittima non risorge. Perché non perdonare il divorzio, questo stato di vita, il nuovo matrimonio, anche se una “reviviscenza” del primo non è più possibile? La cosa è completamente diversa. Nell’omicidio si perdona una persona che ha odiato un’altra persona, e si chiede il pentimento su questo. La Chiesa in fondo si addolora non perché una vita fisica è terminata, bensì perché nel cuore dell’uomo c’è stato un tale odio da indurre perfino a sopprimere la vita fisica di una persona. Questo è il male, dice la Chiesa. Ti devi pentire di questo e ti perdonerò. Nel caso del divorziato risposato, la Chiesa dice: “Questo è il male: il rifiuto del dono di Dio, la volontà di spezzare il vincolo messo in atto dal Signore stesso”. La Chiesa perdona, ma a condizione che ci sia il pentimento. Ma il pentimento in questo caso significa tornare al primo matrimonio. Non è serio dire: sono pentito ma resto nello stesso stato che costituisce la rottura del vincolo, della quale mi pento. Spesso - si dice - non è possibile. Ci sono tante circostanze, certo, ma allora in queste condizioni quella persona è in uno stato di vita oggettivamente contrario al dono di Dio. La Familiaris Consortio lo dice esplicitamente. La ragione per cui la Chiesa non ammette i divorziati-risposati all’Eucaristia non è perché la Chiesa presuma che tutti coloro che vivono in queste condizioni siano in peccato mortale. La condizione soggettiva di queste persone la conosce il Signore, che guarda nella profondità del cuore. Lo dice anche San Paolo: “Non vogliate giudicare prima del tempo”. Ma perché - ed è scritto sempre nella Familiaris Consortio - “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quella unione di amore fra Cristo e la Chiesa significata e attuata dall’Eucaristia” (FC 84). La misericordia della Chiesa è quella di Gesù, quella che dice che è stata deturpata la dignità di sposo, il rifiuto del dono di Dio. La misericordia non dice: “Pazienza, vediamo di rimediare come possiamo”. Questa è la tolleranza essenzialmente diversa dalla misericordia. La tolleranza lascia le cose come sono per ragioni superiori. La misericordia è la potenza di Dio che toglie dallo stato di ingiustizia.

Non si tratta di accomodamento, dunque.
Non è un accomodamento, sarebbe indegno del Signore una cosa del genere. Per fare gli accomodamenti bastano gli uomini. Qui si tratta di rigenerare una persona umana, e di questo è capace solo Dio e in suo nome la Chiesa. San Tommaso dice che la giustificazione di un peccatore è un’opera più grande che la creazione dell’universo. Quando viene giustificato un peccatore, accade qualcosa che è più grande di tutto l’universo. Un atto che magari avviene in un confessionale, attraverso un sacerdote umile, povero. Ma lì si compie un atto più grande della creazione del mondo. Non dobbiamo ridurre la misericordia ad accomodamenti, o confonderla con la tolleranza. Questo è ingiusto verso l’opera del Signore.

Uno degli assunti più citati da chi auspica un’apertura della Chiesa alle persone che vivono in situazioni considerate irregolari è che la fede è una ma i modi per applicarla alle circostanze particolari devono essere adeguati ai tempi, come la Chiesa ha sempre fatto. Lei che ne pensa?
La Chiesa può limitarsi ad andare là dove la portano i processi storici come fossero derive naturali? Consiste in questo annunciare il Vangelo? Io non lo credo, perché altrimenti mi chiedo come si faccia a salvare l’uomo. Le racconto un episodio. Una sposa ancora giovane, abbandonata dal marito, mi ha detto che vive nella castità ma fa una fatica terribile. Perché, dice, “non sono una suora, ma una donna normale”. Ma mi ha detto che non potrebbe vivere senza Eucaristia. E quindi anche il peso della castità diventa leggero, perché pensa all’Eucaristia. Un altro caso. Una signora con quattro figli è stata abbandonata dal marito dopo più di vent’anni di matrimonio. La signora mi dice che in quel momento ha capito che doveva amare il marito nella croce, “come Gesù ha fatto con me”. Perché non si parla di queste meraviglie della grazia di Dio? Queste due donne non si sono adeguate ai tempi? Certo che non si sono adeguate ai tempi. Resto, le assicuro, molto male nel prendere atto del silenzio, in queste settimane di discussione, sulla grandezza di spose e sposi che, abbandonati, restano fedeli. Ha ragione il professor Grygiel quando scrive che a Gesù non interessa molto cosa pensa la gente di lui. Interessa cosa pensano i suoi apostoli. Quanti parroci e vescovi potrebbero testimoniare episodi di fedeltà eroica. Dopo un paio d’anni che ero qui a Bologna, ho voluto incontrare i divorziati-risposati. Erano più di trecento coppie. Siamo stati assieme un’intera domenica pomeriggio. Alla fine, più d’uno m’ha detto di aver capito che la Chiesa è veramente madre quando impedisce di ricevere l’Eucaristia. Non potendo ricevere l’Eucaristia, comprendono quanto sia grande il matrimonio cristiano, e bello il Vangelo del matrimonio.

Sempre più spesso viene sollevato il tema del rapporto tra il confessore e il penitente, anche come possibile soluzione per venire incontro alla sofferenza di chi ha visto fallire il proprio progetto di vita. Qual è il suo pensiero?
La tradizione della Chiesa ha sempre distinto - distinto, non separato - il suo compito magisteriale dal ministero del confessore. Usando un’immagine, potremmo dire che ha sempre distinto il pulpito dal confessionale. Una distinzione che non vuol significare una doppiezza, bensì che la Chiesa dal pulpito, quando parla del matrimonio, testimonia una verità che non è prima di tutto una norma, un ideale verso cui tendere. A questo momento entra con amorevolezza il confessore, che dice al penitente: “Quanto hai sentito dal pulpito, è la tua verità, la quale ha a che fare con la tua libertà, ferita e fragile”. Il confessore conduce il penitente in cammino verso la pienezza del suo bene. Non è che il rapporto tra il pulpito e il confessionale sia il rapporto tra l’universale e il particolare. Questo lo pensano i casuisti, soprattutto nel Seicento. Davanti al dramma dell’uomo, il compito del confessore non è di far ricorso alla logica che sa passare dall’universale al singolare. Il dramma dell’uomo non dimora nel passaggio dall’universale al singolare. Dimora nel rapporto tra la verità della sua persona e la sua libertà. Questo è il cuore del dramma umano, perché io con la mia libertà posso negare ciò che ho appena affermato con la mia ragione. Vedo il bene e lo approvo, e poi faccio il male. Il dramma è questo. Il confessore si pone dentro questo dramma, non al meccanismo universale-particolare. Se lo facesse inevitabilmente cadrebbe nell’ipocrisia e sarebbe portato a dire “va bene, questa è la legge universale, però siccome tu ti trovi in queste circostanze, non sei obbligato”. Inevitabilmente, si elaborerebbe una fattispecie ricorrendo la quale, la legge diventa eccepibile. Ipocritamente, dunque, il confessore avrebbe già promulgato un’altra legge accanto a quella predicata dal pulpito. Questa è ipocrisia! Guai se il confessore non ricordasse mai alla persona che si trova davanti che siamo in cammino. Si rischierebbe, in nome del Vangelo della misericordia, di vanificare il Vangelo dalla misericordia. Su questo punto Pascal ha visto giusto nelle sue Provinciali, per altri versi profondamente ingiuste. Alla fine l’uomo potrebbe convincersi che non è ammalato, e quindi non è bisognoso di Gesù Cristo. Uno dei miei maestri, il servo di Dio padre Cappello, grande professore di diritto canonico, diceva che quando si entra in confessionale non bisogna seguire la dottrina dei teologi, ma l’esempio dei santi.

venerdì 13 settembre 2013

La lezione di Caffarra su matrimonio e (omo)sessualità. «Ci hanno scippato la parola amore» 13 settembre 2013 di Carlo Caffarra

Testo integrale della lectio magistralis su “Verità e bontà della coniugalità” pronunciata ieri, 12 settembre, al Teatro Manzoni di Bologna dal cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo della diocesi emiliana, in occasione dell’apertura dell’”Itinerario di educazione cattolica per insegnanti”.

Vorrei intrattenermi con voi su una questione che spero il corso della riflessione dimostrerà essere una questione importante.

Sullo sfondo del nostro discorso dimora una domanda alla quale non risponderò direttamente, ma che ci accompagnerà. La domanda è la seguente: il matrimonio è una realtà a totale disposizione degli uomini oppure ha in sé uno “zoccolo duro” indisponibile? Poiché sappiamo, senza essere studiosi di logica, che la definizione e.g. di A è la risposta alla domanda “che cosa è A?”, potremmo riformulare la domanda di fondo nel modo seguente: la definizione del matrimonio – ciò che il matrimonio è – è esclusivamente dipendente dal consenso sociale? E’ il consenso sociale che decide che cosa è il matrimonio?

Se io ora comincio a parlarvi della verità della coniugalità, lo posso fare in quanto penso che la definizione del matrimonio, la sua intima natura, non è esclusivamente frutto del consenso sociale. Non avrebbe altrimenti senso tutta la riflessione che stiamo facendo. Alla domanda “che cosa è la coniugalità?” tutto si risolverebbe, alla fine, nel rispondere: ciò che il consenso sociale decide che sia.

1. La verità della coniugalità

Partiamo pure dal fatto attuale: è stata introdotta in molti ordinamenti statuali il riconoscimento di una “coniugalità omosessuale”. Cioè: la differenziazione sessuale è irrilevante in ordine alla definizione della coniugalità. I coniugi che stabiliscono il patto coniugale possono essere anche dello stesso sesso.

Nello stesso tempo, tuttavia, l’amicizia coniugale, è pur sempre un’affezione che ha una dimensione sessuale. E’ questo che distingue l’amicizia coniugale da ogni altra forma di amicizia.

Oggettivamente – cioè: lo si pensi o non lo si pensi; lo si voglia o non lo si voglia – la definizione di coniugalità, implicata nel riconoscimento della coppia omosessuale, sconnette totalmente la medesima coniugalità dall’origine della persona umana. La coniugalità omosessuale è incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana. Pertanto delle due l’una: o non possiamo pensare la coniugalità nelle forma omosessuale o l’origine di nuove persone umane non ha nulla a che fare colla coniugalità.

Proviamo a riflettere su questa sconnessione. Essa sembra contraddetta dal fatto che gli stessi ordinamenti giuridici che hanno riconosciuto la coniugalità omosessuale, hanno riconosciuto alla medesima il diritto all’adozione o dal ricorso alla procreazione artificiale. Pertanto delle due l’una. O questo diritto riconosciuto fa si che ciò che è stato cacciato dalla porta, entri dalla finestra. Cioè: esiste una percezione indistruttibile, un’evidenza del legame procreazione-coniugalità. Oppure è ritenuto eticamente neutrale il modo con cui la nuova persona umana viene introdotta nella vita. E’ cioè indifferente che essa sia generata o prodotta.

Fermiamoci un momento, per riflettere sul cammino fatto. La nostra riflessione ha fatto il seguente percorso. Mentre fino a pochi anni orsono, il termine “coniugalità” era univoco, aveva solo un significato, e veicolava la rappresentazione di una sola realtà, l’affezione sessuale fra uomo e donna, oggi il termine è diventato ambiguo, perché può significare anche una coniugalità omosessuale. Da questa ambiguità deriva una totale ed oggettiva sconnessione dell’inizio di una nuova vita umana dalla coniugalità. Questo è il percorso fatto dunque finora: (a) il termine coniugalità è stato reso ambiguo; (b) l’Origine di una nuova persona umana è stata sconnessa dalla coniugalità. Riflettiamo ora un momento su questa sconnessione.

Essa è un vero e proprio sisma nelle categorie della genealogia della persona. E’ una cosa molto seria. Sono costretto dal tempo ad essere breve.

Scompare la categoria della paternità-maternità, sostituita dalla generica categoria della genitorialità. Scompare la dimensione biologica come elemento [non unico!] costitutivo della genealogia mentre la genealogia della persona è inscritta nella biologia della persona. Il concepimento – l’evento che ti costituisce in relazione ontologica con padre e madre – può essere un fatto puramente artificiale. La categoria della generazione diventa opzionale nel “racconto della genealogia”.

Che ne è allora della persona umana che entra nel mondo? E’ una persona intimamente sola, perché privata delle relazioni che la fanno essere.

L’avere percorso il cammino che molte società occidentali stanno percorrendo, ci conduce ad una conclusione. La seguente: ritenere che la coniugalità sia un termine vuoto di senso, al quale il consenso sociale può dare il significato che decide, è la devastazione del tessuto fondamentale del sociale umano: la genealogia della persona.

E’ in questo contesto culturale che dobbiamo interrogarci sulla vera natura della coniugalità; scoprire la verità della coniugalità.

La mascolinità e la femminilità sono diversificazioni espressive della persona umana. Non è che esista una persona umana che ha un sesso maschile o femminile, ma esiste una persona umana che è uomo o donna.

Non possiamo dimenticare neppure per un momento che il corpo non è semplicemente qualcosa di posseduto, un possesso della persona. La persona umana è il suo corpo: è una persona-corpo. Ed il corpo è la persona: è un corpo-persona.

La femminilità/mascolinità non sono meri dati biologici. Esse configurano il volto della persona; ne sono la “forma”. La persona è “formata”, edificata femminilmente o mascolinamente.

Perché esistono due “forme” di umanità, la forma maschile e la forma femminile? La S. Scrittura, che trova per altro conferma nella nostra esperienza più profonda, risponde nel modo seguente: perché ciascuno dei due possa uscire dalla sua “solitudine originaria”, e realizzarsi nella comunione con l’altro [cfr. Gen 2].

Essendo radicati nella stessa umanità, uomo e donna sono capaci al contempo di costituire una comunione di persone e di trovare in questa comunione la pienezza di sé stessi in quanto persone umane.

Questa capacità, caratteristica dell’uomo in quanto persona, la capacità del dono di sé, ha una dimensione spirituale e corporea assieme. E’ anche attraverso il corpo che l’uomo e la donna sono predisposti a formare quella comunione di persone, nella quale consiste la coniugalità. E’ il corpo maschile/femminile il linguaggio non solo espressivo, ma anche performativo della coniugalità.

Nella coniugalità così intesa è radicata, inscritta la paternità e la maternità. E’ solo nel contesto della coniugalità che la nuova persona umana può essere introdotta nell’universo dell’essere in modo adeguato alla sua dignità. Non è prodotta, ma generata. E’ attesa come dono, non esigita come un diritto.

Prima di terminare la nostra riflessione sulla verità della coniugalità, vorrei sottoporre alla vostra attenzione tre conclusioni. Esse meriterebbero di essere lungamente riflettute. Le enuncio solamente.

La prima. Solo una tale visione della coniugalità rispetta tutta la realtà della nostra umanità; essa cioè ci introduce in una vera antropologia adeguata. Non riduce il corpo ad una realtà priva senso, che non sia quello liberamente attribuitogli dal singolo. Ma vede la persona umana come persona-corpo ed il corpo come corpo-persona, e quindi come persona-uomo e come persona-donna.

La seconda. Una tale visione della coniugalità afferma al contempo la più alta autonomia dell’Io nel dono di sé, e l’intrinseca relazione al “diverso”, nel senso più profondo del termine. La “coniugalità” [si fa per dire] omosessuale in fondo trasmette oggettivamente questo messaggio: “di metà dell’umanità non so che farne, in ordine alla più intima realizzazione di me stesso è superflua”.

La terza. Una tale visione della coniugalità radica la socialità umana nella natura stessa della persona umana: prima societas in coniugo. Prima, non in senso cronologico, ma ontologico ed assiologico. Ed impedisce la riduzione del sociale umano al contratto.

2. Il bene della coniugalità

Visto che cosa è la coniugalità, ora ci chiediamo quale è il suo valore, la sua propria e specifica preziosità. In una parola: la sua bontà

Prima di addentrarci nella seconda parte della nostra riflessione, devo fare una premessa assai importante. Esiste una verità sul bene della persona, che è condivisibile da ogni persona ragionevole. Che sa cosa significa “verità sul bene”? Non significa in primo luogo ciò che devi/non devi fare. E’ la percezione del valore proprio di una realtà [nel nostro caso la coniugalità].

Faccio un esempio. Vedendo la Pietà di Michelangelo, noi “vediamo” una bellezza sublime, la quale fa sì che quel pezzo di marmo sia unico: ha in sé un suo proprio valore. In questo caso: un valore estetico.

Alla domanda che cosa è il bene/che cosa è il male, la risposta non è semplicisticamente: ciò che ciascuno pensa sia bene/sia male, senza possibilità di una condivisione ragionevole di una stessa risposta da parte di più persone. Esiste invece una verità sul bene, che può essere scoperta e condivisa da ogni persona ragionevole. Noi ci chiediamo quale è il valore proprio della coniugalità, la sua preziosità specifica, la sua bellezza inconfondibile. Il bene che è la coniugalità ha due aspetti fondamentali.

Il primo. La coniugalità è una communio personarum. La bontà propria della coniugalità è una bontà comunionale. Vorrei ora farvi notare alcune dimensioni.

(a) Una tale relazione può darsi solo tra persone, e la base è la percezione della bontà, della preziosità propria della persona. I coniugi sono l’uno per l’altro persone.

(b) La communio personarum che costituisce il bene della coniugalità non è basata su emozioni, su mera attrazione psico-fisica: di legami basati su questi fatti sono capaci anche gli animali. Solo le persone sono capaci della seguente promessa: «prometto di esserti fedele sempre, … tutti i giorni della mia vita». Solo le persone sono capaci di vivere in comunione, perché sono capaci di scegliersi in modo libero e consapevole.

(c) Solo la persona è capace di fare dono di se stessa e solo la persona è capace di accogliere il dono. La persona – e solo la persona – è capace di autodonazione, perché è capace di auto-possesso, in forza della sua libertà. E’ evidente che non puoi donare ciò che non possiedi, e la persona può possedere se stessa in forza della sua libertà. Ma la persona può anche rinunciare alla sua libertà, e mantenersi al livello di chi ultimamente si lascia condurre o dal mainstream sociale o dalle proprie pulsioni. La coniugalità è particolarmente esposta a questa insidia.

(d) La communio personarum coniugale – autodonazione ed accoglienza reciproca – scende fino all’intimità della persona: al proprio Io. E’ la persona come tale che viene donata/accolta. Si ha qui forse il mistero più profondo della coniugalità. Voi sapete bene che la S. Scrittura indica il rapporto sessuale uomo-donna col verbo “conoscere”. Si vive una rivelazione di uno all’altro nella loro intima identità.

E’ in questo evento che può introdursi una sorta di indolenza, di pigrizia spirituale che impedisce ai coniugi di compiere quell’atto che può nascere solo dal loro centro spirituale e libero. A questo punto la comunione della persona si intorpidisce.

Il secondo aspetto della preziosità etica che è propria della coniugalità, è la capacità intrinseca ad essa di dare origine ad una nuova persona umana.

La possibilità di dare inizio alla vita di una nuova persona è inscritta nella natura stessa della coniugalità. E’ questa, nell’universo creato, la più alta capacità e responsabilità che l’uomo e la donna hanno. E’ uno dei “punti” dove l’azione creatrice di Dio entra nel nostro universo creato. Il tempo a disposizione non mi consente di prolungare la riflessione su questo tema sublime.

Conclusione

Due semplici riflessioni conclusive. La prima. Avete notato che mi sono ben guardato dall’usare la parola amore. Come mai? Perché è avvenuto come… uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto amore, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente. La verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile. «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» [Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate 3].

La seconda. I testimoni della verità della coniugalità avranno vita difficile, come non raramente accade ai testimoni della verità. Ma questo è il più urgente compito dell’educatore.

Bagnasco in campo contro l'ideologia di genere di Massimo Introvigne - 13-09-2013 - http://www.lanuovabq.it/



Il cardinale Angelo Bagnasco

La 47ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Torino, dedicata alla famiglia, si è aperta il 12 settembre in un buon clima, che contrasta un po’ con la timidezza di un programma dove non sono state previste sessioni né gruppi di lavoro espliciti su quello che è il maggiore attacco alla famiglia in corso oggi in Italia, incentrato sull’ideologia del gender – che Benedetto XVI definì la più grave sfida cui la Chiesa deve oggi fare fronte – e articolato nelle proposte di legge sull’omofobia, sul riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, sul matrimonio e sulle adozioni omosessuali. Al Teatro Regio di Torino incontro molte persone che si complimentano per le battaglie condotte a proposito di questi temi su La Nuova Bussola quotidiana e altrove – proprio oggi Avvenire pubblica (a pagamento) l’appello di Alleanza Cattolica contro la legge sull’omofobia – e incitano ad andare avanti senza paura.

Il buon clima è stato certamente alimentato dal messaggio di Papa Francesco e dalla prolusione iniziale del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. Nella sua lettera, il Papa ricorda anzitutto che alle origini immediate delle Settimane Sociali c’è un laico recentemente beatificato, Giuseppe Toniolo (1845-1918), ma certamente l’impegno sociale dei cattolici italiani affonda le sue radici nella schiera dei santi sociali, particolarmente numerosa e feconda nella città di Torino. Per i cattolici, scrive il Pontefice, «la famiglia è ben più che “tema”: è vita, è tessuto quotidiano, è cammino di generazioni che si trasmettono la fede insieme con l’amore e con i valori morali fondamentali, è solidarietà concreta, fatica, pazienza, e anche progetto, speranza, futuro». Un popolo che disprezza la famiglia, «un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa».

All’Italia, continua Francesco, «come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità. In questa realtà, inoltre, riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica Italiana. Infine, vogliamo riaffermare che la famiglia così intesa rimane il primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo, e come tale merita di essere fattivamente sostenuta». Si tratta dunque della famiglia «così intesa», fondata sulla differenza e sull’incontro fra un uomo e una donna: non di altri modelli. E «le conseguenze, positive o negative, delle scelte di carattere culturale, anzitutto, e politico riguardanti la famiglia toccano i diversi ambiti della vita di una società e di un Paese: dal problema demografico – che è grave per tutto il continente europeo e in modo particolare per l’Italia – alle altre questioni relative al lavoro e all’economia in generale, alla crescita dei figli, fino a quelle che riguardano la stessa visione antropologica che è alla base della nostra civiltà».

Francesco cita due testi di Benedetto XVI che sono alla radice della critica, fondata sulla nozione di diritto naturale, della «rivoluzione antropologica» contro la famiglia e la morale: l’enciclica Caritas in Veritate e il discorso al Parlamento tedesco a Berlino del 22 settembre 2011. Il Papa spezza pure una lancia per la libertà di educazione, denunciando come tante famiglie italiane vivano una «impossibilità pratica di attuare liberamente le proprie scelte educative», e chiede più attenzione alla famiglia nelle politiche economiche. Ma soprattutto alla Settimana Sociale raccomanda di «mettere in evidenza il legame che unisce il bene comune alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, al di là di pregiudizi e ideologie. Si tratta di un debito di speranza che tutti hanno nei confronti del Paese, in modo particolare dei giovani».

A declinare nella pratica italiana la raccomandazione del Pontefice ci ha pensato il cardinale Bagnasco, con un discorso apprezzabile perché è subito partito – senza le interminabili premesse consuete in un certo gergo «ecclesialese» tante volte criticato da Papa Francesco – dal cuore del problema, cioè dalla sfida che la rivoluzione antropologica pone alla Chiesa e al bene comune. Il cardinale ha iniziato leggendo una citazione della psichiatra Catherine Ternynck, che riecheggia la denuncia di Benedetto XVI su un’ecologia che si preoccupa dell’ultima pianta e dell’ultimo animale prima che della vita e della famiglia umana: «Da ogni parte ci esortavano a salvare il pianeta. Non si doveva, con la stessa urgenza, venire in soccorso all’umano? Se l’aria doveva restare pura, se l’erba doveva restare verde, non bisognava anche che il mondo degli umani restasse abitabile? Che cosa si faceva della terra degli uomini?». Si tratta proprio, ha affermato Bagnasco, «del suolo umano che si è impoverito, si è svuotato del suo humus di relazioni, legami, responsabilità e così è divenuto friabile ed inconsistente. Al punto che l’uomo stesso, su questo terreno incerto, finisce per diventare “di sabbia”, una figura fluida, impastata di contraddizioni e con una caratteristica evidente: la sensazione di stanchezza. È un uomo “dalla testa pesante” che fatica a portare avanti la sua vita, dubita del tragitto e del senso».

Non si tratta di depressione psicologica, ma dell’opera maligna di ideologie che non vogliono riconoscere di avere fallito e si fanno invece più aggressive: «Il grande sogno dell’individualismo, che ha segnato di sé l’uomo moderno, lo ha condotto nella post-modernità ad una imbarazzante scoperta: il grande sogno non ha tenuto!». Tra i «luoghi deteriorati» dalle ideologie, il più in pericolo è la famiglia, perché si attacca la roccia su cui è costruita, la differenza originaria fra uomo e donna. «La roccia della differenza è fondamentale per ritessere l’umano che rischia diversamente di essere polverizzato in un indistinto egualitarismo che cancella la differenza sessuale e quella generazionale, eliminando così la possibilità di essere padre e madre, figlio e figlia».

La differenza fra i sessi da «evidenza» è diventata, a partire dagli anni 1970, «problema». Com’è successo? Come già Benedetto XVI, il cardinale Bagnasco ricostruisce la storia dell’ideologia del gender, ricordando come «partendo dalla celebre espressione di Simone de Beauvoir [1908-1986] – “Non si nasce donna, lo si diventa” – si comincia a distinguere il sesso dal genere, come due realtà non sovrapponibili».La categoria del genere diventa «sempre più autonoma rispetto alla categorie di “sesso biologico”, fino a separarsi e a contrapporsi rivendicando un’autonomia assoluta, dichiarando la fine del “dato naturale” e instaurando il primato del “culturale”, della cifra “storica”, della preferenza soggettiva, individuale». Alla fine, si arriva «a negare anche il dato di partenza: la persona nasce sessuata», e ad affermare che non si «è» uomo o donna, ma ci si inventa la propria identità a seconda del desiderio. Bagnasco cita la filosofa del gender Judith Butler, secondo cui oggi «il genere stesso diventa un artificio libero da vincoli. Di conseguenza, uomo e maschile potrebbero riferirsi sia a un corpo femminile sia a uno maschile; donna e femminile, sia a un corpo maschile sia a uno femminile».

Non si capisce l’ideologia del gender, ammonisce il cardinale, se non nel quadro più generale della dittatura del relativismo. Il «capovolgimento dall’oggettivo al soggettivo, dalla natura alla cultura, non è limitato alla dimensione della sessualità, ma rientra in una visione ben più ampia che tocca la stessa visione antropologica: la persona stessa – nella sua complessità – è considerata come risultato mutevole della storia, anziché un dato oggettivo e imprescindibile». 

In Italia, oggi, l’ideologia del gender non si contenta di egemonizzare la cultura. Vuole diventare legge. Ma – afferma con chiarezza il cardinale - «quando, attraverso una decisione politica, vengono giuridicamente equiparate forme di vita in se stesse differenti – come la relazione tra l’uomo e la donna e quella tra due persone dello stesso sesso – si misconosce la specificità della famiglia e se ne preclude l’autentica valorizzazione nel contesto sociale, trattando in modo uguale realtà diverse. Si appiattisce così il concetto di uguaglianza, che non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel dare a ognuno ciò che gli è coerente». Per essere ancora più chiaro Bagnasco cita quanto aveva già affermato lo scorso 23 maggio: «La famiglia non può essere umiliata e modellata da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un “vulnus” progressivo alla sua specifica identità e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento».

Tutto questo dovrebbe essere ragionevole, ma in Italia «ci si oppone alle ragionevoli considerazioni della Chiesa per motivi ideologici. Nei mesi scorsi, il dibattito sulla legge contro l’omofobia ha manifestato con chiarezza questa tendenza». Certo, «nessuno discute il crimine e l’odiosità della violenza contro ogni persona, qualunque ne sia il motivo». Ma «per lo stesso senso di civiltà, nessuno dovrebbe discriminare, né tanto meno poter incriminare in alcun modo, chi sostenga pubblicamente ad esempio che la famiglia è solo quella tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio, o che la dimensione sessuata è un fatto di natura e non di cultura».

I problemi della famiglia, ha concluso Bagnasco, sono tanti. Manca «un fisco a misura di famiglia». È in crisi ovunque l’educazione, a causa di un problema più generale  che ha le sue radici «in quella “morte del padre” che ha caratterizzato, a partire dal ’68, le società occidentali, ridefinendo le coordinate dei rapporti non solo all’interno della famiglia, ma anche della scuola, della Chiesa, dell’intera società». Ma tutto parte e torna alla questione cruciale, evocata nel brano dell’enciclica «Lumen fidei» letto all’inizio della Settimana Sociale: per il cattolico la differenza fra uomo e donna è stata iscritta da Dio nella natura, ed è un dato fondamentale e positivo; per l’ideologia di genere è un semplice pregiudizio culturale, da aggredire a colpi di pessime leggi per instaurare sulle macerie della famiglia l’ultima tappa della dittatura del relativismo.

lunedì 18 marzo 2013


I rischi dell'ideologia del gender 
La verità dell'amore umano e l'ideologia del genere in un documento dei Vescovi spagnoli 


Roma, 17 Marzo 2013 (Zenit.org ) Chiara Mantovani | 223 hits 

La Conferenza episcopale spagnola, a conclusione della sua Assemblea plenaria dell’aprile 2012, ha pubblicato un documento dal titolo: “La verità dell’amore umano. Orientamenti sull’amore coniugale, l’ideologia del genere e la legislazione familiare”.

Pur rimarcando i segnali di speranza che sempre possono essere individuati, il Documento non nasconde le ombre che aleggiano sulla società; «aborti, divorzi, lo sfruttamento dei deboli e dei poveri, in particolare i bambini e le donne, gli anticoncezionali e le sterilizzazioni, i rapporti prematrimoniali, il degrado delle relazioni interpersonali, la prostituzione, la violenza nell’ambito familiare, la dipendenza da pornografia, droghe, alcol, gioco d'azzardo e internet».

I Vescovi spiegano la complementarietà uomo e donna: «Maschio e femmina li creò» (Gen. 1, 27), non sono le belle parole di una letteratura religiosa da superare. «La creazione dell’essere umano nella dualità dei sessi» fa risaltare «il significato assiologico della sessualità: l'uomo è per la donna e lei è per l'uomo, e i genitori per i figli. La differenza sessuale è indicativa della complementarietà reciproca e orientata alla comunicazione: per sentire, esprimere e vivere l'amore umano, aprendosi ad una maggiore pienezza».

L'amore umano - “Una sola carne” (Gen. 2, 24) - ha una originalità e tratti che lo distinguono da altre forme di amore. Il matrimonio tra un uomo e una donna costruisce una comunità di vita e di amore; è irriducibilmente pienamente umano, totale, fedele ed esclusivo, fecondo e aperto alla vita; sostanzialmente dono; e dunque “per sempre”.

E’ in questo contesto che i Vescovi spagnoli affrontano il tema della ideologia del gender. Viene affrontato con linguaggio preciso il cuore del problema dell’ideologia del gender, non tralasciandone la genesi storica e le implicazioni sociologiche. L’influenza del pensiero femminista, soprattutto di matrice marxista, la visione della sessualità come imposizione culturale e il rifiuto del carattere naturale e la progressiva de-costruzione della famiglia e del matrimonio, anche a causa delle teorie freudiane, sono riconosciute nelle loro radici filosofiche e culturali.

Così che queste idee hanno potuto lentamente imporsi nel pensiero inavvertito, nell’humus culturale delle nostre società e “scoppiare” clamorosamente nelle concatenazioni: contraccezione e aborto (il sesso senza la procreazione), sessualità senza matrimonio (senza il legame della fedeltà e del dono totale), il figlio senza sesso e senza matrimonio (fecondazione artificiale, omologa o eterologa, massima espressione del prevalere della tecnè sul senso del fare).

«Da ultimo, come anticipato dalla cultura unisex e dal femminismo radicale, la separazione della sessualità dalla persona: non più maschio e femmina, il sesso sarebbe un dato anatomico senza rilevanza antropologica. In questo modo il corpo non parlerebbe più della persona, della complementarietà sessuale che esprime la vocazione alla donazione reciproca, la vocazione all’amore. Così, ciascuno potrebbe definirsi sessualmente secondo il proprio desiderio».

La descrizione dell’ideologia del genere e della sua diffusione consentono ai Vescovi spagnoli, in quanto Pastori, di esprimere una seria critica alla educazione, e in particolare a quella della e alla sessualità; tollerata e spesso incentivata dalle autorità cui è affidata la responsabilità del bene comune, è la convinzione di base che la salute riproduttiva è la libertà di aborto e la sessualità umana un dato culturale e non una dimensione costitutiva della persona.

Nell’analisi i Vescovi si spingono anche ad analizzare ciò che c’è al di là della "ideologia di genere". La teoria del gender è addirittura oltrepassata dal “queer”, una totale destrutturazione della corporeità umana, un nuovo “umano”, rappresentato dalla frattura dei dualismi marito-moglie, maschile-femminile, una umanità senza riproduzione sessuale, senza paternità, senza maternità, fondata sulla scienza della biomedicina, della biotecnologia e dell’ingegneria genetica, fino alla negazione della natura e al trans-umanesimo.

Prospettive, in definitiva, dis-umane, in cui cadrebbe anche la differenza uomo-animale, totalmente materialista, incapace di riconoscere alcun riferimento a Dio.

Le cattive idee – osservano i Vescovi - hanno sempre bisogno di appoggio nella mentalità diffusa e nella legislazione: «La mancanza di un sostegno sufficiente per il matrimonio e la famiglia, che vediamo nella nostra società, è dovuta in gran parte alla presenza di queste ideologie nella politica familiare.

Appare in diverse iniziative legislative che sono state fatte negli ultimi anni. Fatta eccezione per qualche sostegno finanziario a breve termine, non solo sono stati ignorati il matrimonio e la famiglia, ma sono stati "penalizzati" cessando di considerarli pilastri di una costruzione sociale».

«Il primo e indispensabile passo per uscire dalle conseguenze dell’ideologia di genere, così contraria alla dignità delle persone, è la testimonianza di un vero amore umano, vissuto in una sessualità integrata. Un compito che, seppure proprio e personale di ogni membro della società, lo è in modo unico e particolare per i matrimoni e le famiglie. Perché sono, soprattutto, quelli che, con la testimonianza della loro vita, li rendono credibili a coloro che contemplano la bellezza dell'amore e vivono insieme. Non si dimentichi mai che in ogni cuore umano si annida sempre il desiderio per il bene e la verità».

Per ogni approfondimento: http://www.vanthuanobservatory.org/

martedì 12 marzo 2013


I presuli del Belgio contro i progetti di ampliare i casi possibili di eutanasia - Per onorare la dignità umana – L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 11-12 marzo 2013 


BRUXELLES, 11. Si può banalizzare l’eutanasia sino al punto da sopprimere anche ogni legame sociale? Sino al punto di sbarazzarsi di anziani e bambini? È quanto si domandano i vescovi belgi di fronte alle numerose proposte, attualmente all’esame del Senato, che intendono ampliare le maglie della legge sull’eutanasia, in vigore nel Paese già dal 2002. Alcune proposte sono volte a estendere la possibilità di eutanasia ai minori di 15 anni, considerati come «persone capaci di discernimento», altre addirittura sono finalizzate ad abolire ogni limite di età. Sarà oggetto di dibattito anche la possibilità di estendere la legge alle persone affette da malattie mentali degenerative, come l’A l z h e i m e r, con una procedura di dichiarazione anticipata che permette a un paziente ancora capace di esprimere la sua volontà di chiedere in maniera esplicita che sia praticata l’eutanasia. I vescovi, ricordando le «più vive riserve» che già erano state espresse nel 2002 riguardo alla legge sulla depenalizzazione dell’eutanasia, sono pertanto nuovamente intervenuti con una lettera aperta rivolta alla cittadinanza e al Parlamento dal titolo evocativo: «Si può uccidere il legame sociale?». A presentare il documento è stato nei giorni scorsi il presidente dell’episcopato, l’a rc i - vescovo di Malines-Bruxelles, André Léonard, il quale ha invitato i parlamentari a «considerare come i malati, minori o dementi, possano essere meglio presi in cura dalla sanità pubblica nel quadro delle cure palliative. Per noi dire no all’eutanasia non significa scegliere la sofferenza né far e lasciar soffrire. I progressi delle cure palliative hanno compiuto grandi passi in avanti nel dare sollievo al dolore e hanno aiutato a prevenire possibili richieste di eutanasia». Secondo i dati forniti all’inizio del febbraio scorso dalla Commissione federale di controllo e valutazione, nel corso del 2012 sono state complessivamente 1.432 le dichiarazioni di eutanasia, con un aumento del 25 per cento rispetto all’anno precedente. Esse rappresentano il 2 per cento dell’insieme dei decessi registrati nel Paese. Fino a oggi, la legge del 2002 si applica solo su persone affette da malattie incurabili o da sofferenza incurabile, a condizione che siano maggiori di diciott’anni e dispongano di tutte le facoltà mentali. In questa prospettiva, i presuli si appongono alle nuove modifiche proprio a partire dalle motivazioni che portarono all’approvazione dell’attuale normativa. «Questa legge poteva apparire come ragionevole poiché intendeva lottare contro le eutanasie clandestine. Era presentata come una legge molto umana perché era stata scritta per assicurare l’incontro tra la compassione del medico e la preoccupazione del malato di morire con dignità». I vescovi comprendono perfettamente che «una persona malata può attraversare un periodo di prova, di incertezza o di profondo scoraggiamento». Ma è proprio in questo momento, insistono i presuli, che il malato deve incontrare «persone che gli tendono la mano. Che gli fanno capire che il suo valore umano non è annientato dalla distruzione del suo corpo o della sua mente. Che la sua dignità supera infinitamente il disagio che prova a non essere più del tutto padrone di se stesso». Allo stesso modo i vescovi pongono poi una serie di interrogativi relativi a un’estensione della legge ai minori e ai malati di Alzheimer: «Un’attestazione scritta richiedente l’eutanasia in caso di perdita delle facoltà mentali, non rischia di divenire un giorno addirittura superflua tanto poi da chiedersi se sia necessaria?». E, ancora rispetto ai minori: l’estensione della legge ai minori di 15 anni, non rischia di aprire poi la strada dell’eutanasia «ai bambini più piccoli, visto che la loro malattia o il loro handicap sono divenuti insopportabili?». Per l’arcivescovo Léonard, «l’introduzione dell’eutanasia, non si limita ad avere conseguenze sull’individuo che la reclama, ma modifica nella società il rapporto fondamentale con la vita e la morte e mina il legame vitale di solidarietà di ogni cittadino con le persone sofferenti». E, quanto al «rischio di delegare ad altri, in un testamento di vita a lungo termine, la facoltà di decidere al mio posto, in caso anche di demenza», il presule si domanda se ciò sia «veramente compatibile con uno Stato di diritto». Da qui l’appello lanciato al Parlamento. I presuli vogliono poter dare il loro contributo: «Vogliamo onorare sia la nostra democrazia che la dignità umana».


La medicina palliativa: una forma di carità disinteressata - Il Catechismo della Chiesa Cattolica incoraggia in modo esplicito questo tipo di cura -  Roma, 11 Marzo 2013 (Zenit.org) Bruno Brundisini 


Le cure palliative derivano il loro nome da pallium, che era il mantello usato dagli antichi greci e romani per coprire la tonaca sulle spalle. Con riferimento all’etimologia, il loro significato più appropriato sembra quello di proteggere il paziente, più che di nascondere la malattia.

Lo statuto dell’Associazione Europea per le Cure Palliative afferma che queste consistono “nell’assistenza attiva e totale dei pazienti terminali quando la malattia non risponde più alle terapie ed il controllo del dolore, dei sintomi, degli aspetti emotivi e spirituali e dei problemi sociali diventa predominante. Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire come un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di garantire la migliore qualità di vita, sino alla fine”.

Esse interessano quindi il paziente in fase terminale, cioè ormai irreversibile, sia esso oncologico, sia esso affetto da altra patologia, che non risponde più alle cure specifiche. In questa fase quindi si continua a curare il malato che ha quella determinata malattia, e non più la malattia che affligge il malato.

Infatti, quando non si può più fare niente per guarire la malattia, si può fare ancora molto per curare il malato, in particolare lenire il suo dolore fisico nell’ultimo periodo della vita. È questo il momento in cui ci si deve occupare degli aspetti psicologici, sociali e spirituali del paziente e dare il sostegno alla sua famiglia.

Vista in quest’ottica la medicina palliativa, forse ancora più di quella rivolta alla cura della patologia, presenta un altissimo rispetto della qualità della vita e della persona, che concepisce nella sua totalità. Non si tratta di una medicina estrema o spinta ad oltranza, o di accanimento terapeutico, né tanto meno di eutanasia, ma, al contrario, di una medicina di assistenza, di ascolto, di accoglienza e di accompagnamento.

Essa si pone con un approccio multidisciplinare a 360 gradi, che si rivolge a tutte le esigenze della persona in quel particolare momento. È quello che gli inglesi chiamano il passaggio dal to cure al to care for, ossia dal curare al prendersi cura di una persona. Tutto ciò può avvenire al domicilio del paziente o in ospedale o nell’hospice.

La grande attenzione a questo aspetto della medicina, che si va sempre più affermando anche nel nostro Paese, è data dalla Legge n° 38 del 15 Marzo 2010, recante le Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Si tratta di una disposizione legislativa che, oltre ad indicare queste cure tra gli obiettivi prioritari del Sistema Sanitario Nazionale, sancisce l’obbligo di percorsi formativi per gli operatori sanitari di questo settore, affinché nessuno possa più improvvisarsi come palliativista o terapista del dolore.

La Chiesa Cattolica ha assunto sempre una posizione estremamente chiara oltre che sui temi dello stato vegetativo e dello stato di minima coscienza, anche sull’assistenza alla condizione di fine vita. A questo proposito basta ricordare quanto affermato nel Catechismo: “Anche se la morte è considerata imminente le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. (…) Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata” (CCC 2279).

Queste cure vengono distinte dall’accanimento terapeutico. Infatti sempre nel Catechismo si legge: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC 2278).

Oltre a credere nella vita dopo la morte, la Chiesa e la morale ci insegna anche a credere nella vita prima della morte, quando la morte ancora non è presente, ma già prende forma quello che possiamo definire il morire.

(11 Marzo 2013) © Innovative Media Inc.