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martedì 23 settembre 2014

Trentino, dietro la finta emergenza sull'omofobia di Alfredo Mantovano, 23-09-2014, http://www.lanuovabq.it

Approvando una propria legge anti-omofobia la Provincia di Trento gioca d’anticipo. Un po’, cambiando quel che c’è da cambiare, come fa in queste ore il sindaco di Bologna col registro delle trascrizioni dei matrimoni fra persone dello stesso sesso contratti fuori dall’Italia, o come ha provato a fare tre mesi fa il presidente della Regione Lazio con misure limitative all’obiezione del medico all’aborto. Questi provvedimenti sono legati dall’impazienza per le determinazioni del Parlamento: il legislatore nazionale va posto di fronte al fatto compiuto. Dunque, perché attendere i comodi del Senato sul disegno di legge “Scalfarotto” quando da subito si possono piantare degli efficaci paletti?

Emergono due interrogativi. Il primo: la pur ampia autonomia della Provincia ha confini così estesi da permettere che si vari una legge in questa materia? Il secondo è distinto, ma non separato: quale emergenza sociale esiste nel Trentino per far approvare tale legge provinciale? Ve ne è la reale necessità? Non si corre il rischio – al di là delle intenzioni – che le nuove norme diventino essere stesse discriminatorie? La lettura del testo unificato all’esame dell’assemblea provinciale fa capire che i proponenti si sono posti la prima questione: si coglie lo sforzo perché il testo non invada la sfera di competenze dello Stato. È però innegabile che in più d’un passaggio si proceda lungo il confine: lo si oltrepassa? Sì, a mio modesto avviso. L’art. 9, per es., prescrive che, «per la salvaguardia del diritto di ogni persona alla libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere, la Provincia (…) adotta modalità linguistiche e comportamentali ispirate alla considerazione e al rispetto dei principi di questa legge»; e aggiunge che «le sanzioni disciplinari previste dai contratti collettivi» sono aggravate «se le violazioni evidenziano una discriminazione fondata in particolare sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sull'intersessualità». Evocando «modalità linguistiche», è evidente che il riferimento non è al bilinguismo, bensì a una sorta di neo-lingua “gendericamente corretta” cui tutti, in primis i dipendenti della Provincia, sarebbero chiamati ad attenersi, pena l’aggravamento delle sanzioni disciplinari. Chiedo: quando si stabiliscono criteri di carattere generale per colpire disciplinarmente si è ancora nella sfera della competenza di una Provincia autonoma?

Per restare sullo stesso articolo – ma il testo ne contiene altri, altrettanto discutibili –, e passando al merito: quali sarebbero i parametri del rispetto di «modalità linguistiche» non discriminatorie, e chi ne sarebbe l’arbitro? Se Caio ingiuria Tizio o lo diffama è sanzionato dalle norme del codice penale; se ne lede nella dignità in quanto omosessuale la pena è aggravata dal medesimo codice, che punisce in modo più pesante chi agisce per motivi abietti o futili, o profittando di una minore difesa. Sul presupposto dell’accertamento penale, Caio non sfuggirà poi alla sanzione disciplinare. Questa è la legge in vigore, nel Trentino come nel resto d’Italia; quale è allora il senso di stabilire «modalità linguistiche» vincolanti a pena di sanzione disciplinare? Sarà punito chi sosterrà che la famiglia è quella costituita da un uomo e da un donna uniti in matrimonio, o – peggio ancora – che la famiglia in tal senso intesa ha una utilità sociale superiore a quella di altre unioni?

Non è un quesito privo di senso; basta guardare quanto accade in ordinamenti con norme simili a queste. In Canada – pure questo è un es. fra i tanti – agli studenti di un prestigioso campus di Vancouver, la Trinity West University, viene chiesto di sottoscrivere all’ingresso l’impegno a non accedere a siti pornografici utilizzando il wi-fi dell’università, a non assumere alcool nel campus, e ad astenersi «da forme di intimità sessuale che violino la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna». La Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Legge canadesi ha avviato un procedimento amministrativo contro l’università e ha chiesto agli Ordini degli Avvocati di non ammettere alla pratica forense i laureati di quell’ateneo perché “omofobi”. In quel codice di comportamento l’omofobia sta nel riferimento alla «sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna» e al fatto che sia menzionato solo questo matrimonio, e non quello fra omosessuali. È il caso di rischiare assurdità del genere anche dalle nostre parti?      

Da ultimo. Pur essendo meridionale, conosco le strade e i sentieri del Trentino fin da bambino. Nel corso dei decenni ho sempre apprezzato, con le bellezze della natura, la cortesia e l’ospitalità degli abitanti. Non sono mai stato sfiorato dal pensiero che una terra e delle persone tanto benedette da Dio fossero animate da impulsi omofobi, sì da non potersi attendere le decisioni del Parlamento nazionale, e da dover intervenire con una legge provinciale. Esiste veramente un’emergenza del genere?

domenica 31 agosto 2014

Legge omofobia, le bugie di Scalfarotto di Gianfranco Amato, 31-08-2014, www.lanuovabq.it

In un’intervista pubblicata sul quotidiano online Giornalettismo all’on. Ivan Scalfarotto è stata posta questa domanda: «Chi esprime un’idea contraria al matrimonio omosessuale o alle unioni civili, rischia la galera?». Questa la risposta dell’ineffabile Sottosegretario ai rapporti con il parlamento: «Assolutamente no. E per due motivi fondamentali. Il primo è che qui stiamo parlando dell’estensione della legge Reale-Mancino, che non ha mai colpito le opinioni. Poi c’è la costituzione che protegge la libertà di pensiero eppure, non contenti di questo, ci abbiamo messo l’emendamento Verini che esplicitamente fa salve le opinioni».

Con un’unica risposta Scalfarotto è riuscito a dire due cose non vere. Analizziamole entrambi partendo da quella relativa alle conseguenze della Legge Mancino. Evidentemente i numerosi impegni politici del deputato PD (compresa la sua candidatura alla leadership nazionale del centrosinistra alle elezioni primarie de L'Unione del 2005) lo hanno tenuto lontano dalla cronaca giudiziaria. Basta ricordarne due tra i numerosi casi di applicazione della Legge Mancino, per far capire all’attuale Sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, qual è l’orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione sul tema.

Cominciamo dal primo. Nel 2001 l’attuale sindaco di Verona Flavio Tosi - insieme alla moglie Barbara e ai compagni di partito Matteo Bragantini, Enrico Corsi e Maurizio Filippi – viene rinviato a giudizio su accusa del procuratore Guido Papalia per aver violato proprio la legge Mancino, partecipando attivamente alla campagna di protesta, organizzata dalla Lega Nord di Verona contro un campo nomadi abusivo intitolata “No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”. Nel 2005 tutti gli imputati vengono condannati a sei mesi di reclusione e a tre anni di interdizione dai pubblici uffici, con la motivazione che gli stessi imputati hanno «diffuso idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato».

Nel 2007 la Corte di Appello di Venezia confermava, pur riducendo le pene, la condanna per aver organizzato una propaganda di idee fondate sull'odio e sulla superiorità etnica e razziale. La Corte, infatti, riteneva che la petizione promossa dagli imputati fosse di per sé lecita, ma riconosceva che la campagna mediatica promossa diffondesse idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale. Nel 2007 la Corte di Cassazione annullava la sentenza d'appello ritenendola carente sotto il profilo motivazionale, rinviando Tosi e gli altri imputati a nuovo giudizio.

Nel 2008 la Corte d’appello di Venezia ha confermato la condanna di Tosi e degli altri imputati.
Con la sentenza n. 41819 del 10 luglio 2009, la Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione statuiva che «è configurabile il reato di propaganda di idee discriminatorie, previsto dall'art. 3, comma primo lett. a), della L. n. 654 del 1975, nell'affissione di manifesti sui muri della città del seguente tenore: “No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari”». Interessante è notare il ragionamento dei giudici nella prima sentenza della Cassazione del 2007. In quel provvedimento di annullamento con rinvio, infatti, ai giudici della Corte d’Appello viene espressamente chiesto di stabilire se il pregiudizio razziale mostrato dagli imputati costituisse – tenuto conto delle circostanze temporali ed ambientali nelle quali era stato espresso – un’idea discriminatoria fondata sulla diversità e non sul comportamento. In pratica, i giudici sono stati invitati a discettare sulle singole frasi del manifesto e a scoprire quale "idea" muovesse i promotori della raccolta di firme: essi esprimevano un'idea fondata sulla "diversità" degli zingari o sul loro comportamento discutibile? Ma questo modus operandi è assai pericoloso. Non si può lasciare alla discrezionalità del giudice – e, quindi alla sua personale Weltanschauung – una simile valutazione.

Il ragionamento diventa più evidente se si considera il secondo caso, ovvero quello legato alla vicenda di Emilio Giuliana, consigliere comunale di Trento. In un intervento tenuto in aula dallo stesso consigliere, questi lamentava il fatto che l'asilo strutturato nel campo nomadi non era frequentato dai bambini, mentre la mensa, invece, risultava pienamente utilizzata da tutti gli occupanti del campo, e criticava, conseguentemente, non solo il carico economico gravante sulla collettività per tali servizi, ma anche l’opportunismo di detta comunità. Nella foga del discorso, il consigliere Giuliana si è lasciato, poi, andare ad espressioni poco felici, come il fatto che gli zingari fossero dei delinquenti, molti assassini e comunque animati da pigrizia, furore e vanità.

Denunciato per violazione della Legge Mancino, il Giuliana finisce rinviato a giudizio, ma viene assolto, sia in primo che in secondo grado. Infatti, il Tribunale e la Corte d'appello di Trento hanno ritenuto le frasi del consigliere espressive di avversione, ma non di superiorità ed odio razziale. Inoltre entrambi i giudici avevano escluso che nel caso di specie si potesse parlare di “propaganda”. Per i giudici del Tribunale e della Corte d’Appello di Trento, quindi, non vi erano i presupposti per l’applicazione della Legge Mancino. Non l’ha pensata in questo modo, però, la Prima Sezione della Suprema Corte di Cassazione che, infatti, con la sentenza n. 47894 del 22 novembre 2011 ha condannato il consigliere Giuliana, sul presupposto che «integra il reato di propaganda di idee discriminatrici, previsto dall'art. 3 comma primo lett. a) della l. n. 654 del 1975, l’intervento di un consigliere comunale contenente affermazioni fondate sull'odio e la discriminazione razziale ai danni delle Comunità Rom e Sinti nel corso di una seduta consiliare». La stessa sentenza della Cassazione ha poi escluso che la condotta di "propaganda" sia qualcosa di meno della semplice diffusione: «il reato previsto dalla L. n. 654 del 1975, art. 3, lett. a) non esclude affatto dall'alveo precettivo anche un’isolata manifestazione a connotazione razzista; l'elemento che caratterizza la fattispecie è la propaganda discriminatoria, intesa come diffusione di un’idea di avversione tutt’altro che superficiale, non già indirizzata verso un gruppo di zingari (magari quelli dediti ai furti), ma verso tutti gli zingari».

Per quanto riguarda la propaganda, quindi, secondo la Cassazione nessun ostacolo alla punizione: in sostanza basta pronunciare le frasi in pubblico, ad esempio, come nel caso Giuliana, durante la seduta di un Consiglio comunale. Ad essere state ritenute punibili sono due condotte che rientrano nell'alveo della democrazia: in un caso, l’intervento di un consigliere comunale nell'assemblea cittadina, nell’altro, una raccolta di firme per una petizione, espressione di una democrazia partecipata, accompagnata da riunioni pubbliche. Tali condotte si sono concretizzate nella semplice manifestazione del proprio pensiero: le frasi pronunciate o scritte erano certamente discutibili e censurabili, ma non erano del tutto sganciate dalla realtà concreta. Il solo fatto che le idee fossero state manifestate pubblicamente è stato ritenuto sufficiente per integrare una "propaganda". I giudici, in realtà, hanno analizzato le singole frasi per ricavare l'idea di fondo che muoveva chi le pronunciava. Siamo ancora una volta allo “psicoreato” orwelliano.

Ora, non è difficile neppure per l’onorevole Scalfarotto immaginare quale sarà l’applicazione del citato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione, qualora la Legge Mancino venisse estesa agli omosessuali e ai transessuali. Ed è facile intuire come essa verrà applicata nei confronti di coloro che, per esempio, invocano pubblicamente (propaganda) il divieto per gli omosessuali di accedere al diritto al matrimonio, all’adozione di minori, alla fecondazione artificiale, o nei confronti di coloro che ritengono l’omosessualità una «grave depravazione», citando le Sacre Scritture (Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10), o considerano la stessa omosessualità come un insieme di atti «intrinsecamente disordinati», e «contrari alla legge naturale», poiché «precludono all’atto sessuale il dono della vita e non costituiscono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica). Si parlerà di «discriminazione», di «superiorità di un orientamento sessuale su un altro», di «affermazioni offensive», di «incitazione all’odio», secondo lo schema britannico dello ”hate speech”? Dipenderà dal giudice, e, quindi, secondo il noto adagio dei saggi romani «tot capitae, tot sententiae», il principio di legalità penale andrà a farsi benedire. In ogni caso, ci penserà la Suprema Corte di Cassazione a dire l’ultima parola. L’orientamento giurisprudenziale, come si è visto, appare inequivoco e chiarissimo. Purtroppo.

Veniamo ora ad analizzare la questione relativa al cosiddetto emendamento Verini. Scalfarotto si riferisce a quella disposizione del disegno di legge in discussione al Senato – prevista nella prima parte della lett.c) dell’art.1 del DDL S.1052 –, la quale sancisce quanto segue: «Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente».

Ora, che la «libera espressione delle opinioni» non costituisca di per sé «discriminazione», è un fatto oggettivo desumibile in re ipsa. Non occorre neppure scomodare Monsieur de La Pallisse. Sotto il profilo giuridico, poi, a tutelare la «libera espressione delle opinioni» già è posto il baluardo dell’art. 21 della Costituzione. Il fatto è che qui stiamo ragionando in ambito penale, e la questione si fa tremendamente seria. Utilizzare concetti quali «odio», «discriminazione», «pluralismo delle idee», «libera opinione», che non sono definiti dal codice penale (e che vengono quindi rimessi alla libera valutazione del magistrato) è operazione giuridica tanto azzardata, quanto pericolosa sotto il profilo dello stesso art.21 della Costituzione.

Facciamo un esempio per comprendere meglio. Dice la norma che la libera manifestazione delle opinioni è consentita purché non istighi all’odio. Ora, ricordare pubblicamente la dottrina cattolica nel punto in cui si ribadisce che «il peccato dei sodomiti è uno dei quattro peccati mortali che gridano al cielo» (art. 1867 del Catechismo della Chiesa Cattolica), e che destinano gli stessi omosessuali alla dannazione eterna, sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – incitazione all’odio? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. Sostenere che l’eterosessualità ha una superiorità morale rispetto all’omosessualità, perché questa è una «grave depravazione» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica) sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – incitazione all’odio? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. Sostenere che gli omosessuali non possono e non devono accedere ad alcuni diritti, come il diritto al matrimonio e all’adozione di minori, a causa del loro orientamento sessuale, sarà considerato – come accade in Gran Bretagna – «discriminazione» e «incitazione all’odio»? Dipenderà dalla particolare sensibilità del giudice. L’esperienza anglosassone relativa al concetto di “hate speech” rende evidentissimi il rischio di rimettere all’interpretazione concetti non definiti dalla legge. E questo è il punto che Scalfarotto finge di ignorare.

Del resto, la stessa previsione di una “clausola di garanzia”, di una “norma di salvaguardia”, o come la si voglia chiamare, è sintomatica del pericolo percepito dallo stesso ordinamento in ordine al diritto alla libera manifestazione del pensiero (art.21 Cost.) e del diritto alla libertà religiosa (art.19 Cost.). È più che evidente la consapevolezza di addentrarsi in un terreno scivolosissimo e insidioso, tanto da avvertire l’esigenza di adottare, appunto, idonee guarentigie.

Il vizio di origine dell’intervento legislativo per contrastare il fenomeno dell’omofobia, che trae origine dal DDL Scalfarotto, sta proprio nel fatto che non si è deciso di adottare una nuova legge ad hoc sulla materia, ma si è ritenuto di utilizzare uno strumento normativo già esistente, ovvero la Legge Reale Mancino nata, tra l’altro, per combattere il fenomeno dell’antisemitismo e del razzismo. Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica derivante dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una “razza” come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie che appaiono aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra etnie diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù delle disposizioni normative della Legge Reale Mancino, la reclusione fino a un massimo di un anno e sei mesi se parlasse a titolo personale, fino ad un massimo di quattro anni se chi fa quell’affermazione partecipa a organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che propugnato tali idee, e fino ad un massimo di sei anni se parlasse in qualità di presidente o dirigente di simili organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi. Una volta estesa la Legge Reale Mancino agli omosessuali e ai transessuali, sono automaticamente estese tutte le relative conseguenze giuridiche.

Sempre dall’intervista di Scalfarotto a Giornalettismo, infine, apprendiamo che lo stesso onorevole ha già di fatto scaricato il sub-emendamento Gitti. Questo il suo epitaffio: «È un emendamento che auspico il Senato voglia eliminare, anche perché dice male ciò che è già contenuto nell’emendamento Verini». Tanto per intenderci, il cosiddetto sub-emendamento Gitti, – previsto nella seconda parte della lettera c) dell’art.1 del DDL S1052 –, è quello secondo cui non costituiscono discriminazione, o istigazione alla discriminazione le opinioni «assunte all’interno di organizzazioni che svolgono un’attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione, ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni». Questa norma sosterrebbe che all’interno di organizzazioni politiche, sindacali, culturali, sanitarie, di istruzione o religiose si posso impunemente esprimere idee omofobe. In pratica, per fare un esempio comprensibile, sarebbe come dire: se una persona ruba da sola, commette un furto e finisce in galera, se invece si associa con altri può tranquillamente rubare senza nessuna conseguenza di carattere penale. L’omofobia individuale sarebbe illecita, mentre quella collettiva sarebbe perfettamente legale. Non occorrono le celebri doti divinatorie di Nostradamus per intuire quanto potrà reggere un simile impianto dinanzi alla Corte costituzione, se si considera che nel nostro sistema penale l’elemento associativo è considerato un’aggravante e mai una scriminante. Non si comprende, poi, perché una persona singolarmente non possa chiedere in divieto per legge del matrimonio gay, ma sia costretta ad associarsi per poterlo fare.

In realtà, che l’on. Scalfarotto non avesse mai visto di buon occhio il sub-emendamento Gitti era cosa risaputa. Ne è prova l’interpretazione autentica da lui data il giorno successivo all’approvazione del disegno di legge alla Camera: «Il sub-emendamento Gitti in realtà è molto meno preoccupante di come sia stato descritto. Basta leggerlo. Vi si dice che non costituiscono atti di discriminazione le condotte delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto a queste condizioni: a) se sono conformi al diritto vigente; b) se sono assunte all’interno (non all’esterno) della organizzazione; c) se si riferiscono all’attuazione di principi e di valori di rilevanza costituzionale». Tradotto, significa, ad esempio, che i cattolici nel chiuso delle loro sagrestie possono leggersi tranquillamente i passi “omofobi” di San Paolo e il Catechismo della Chiesa cattolica, ma non possono azzardarsi a farlo pubblicamente all’esterno.

Sulla questione relativa all’asserita norma di salvaguardia merita di essere riportato un passo dell’intervento tenuto dal Prof. Ferrando Mantovani, autorità indiscussa del diritto penale italiano, in occasione del convegno svoltosi il 19 gennaio 2014 a Palazzo Vecchio di Firenze, dal titolo: “Proposta di Legge Scalfarotto: quali criticità per la Costituzione, i diritti minorili ed i mass media?”. In quell’occasione, l’insigne ed esimio giurista si è espresso proprio sulla cosiddetta “clausola di garanzia” dell’emendamento Verini-Gitti, sostenendo che essa «oltre che costituire l’espresso riconoscimento, da parte del legislatore, della pericolosità della suddetta normativa, innanzitutto per il diritto di libera manifestazione del pensiero, è clausola: 1) del tutto atipica ed eccentrica, non trovando significativamente alcun analogo precedente nel nostro ordinamento giuridico; 2) non priva di ambiguità, per la genericità ed indeterminatezza della terminologia usata, che si presta alle più diverse interpretazioni del giudice, e di verbosità, perché l’onnicomprensiva locuzione delle «condotte conformi al diritto vigente» è sufficiente per scriminare ogni attività  giuridicamente autorizzata, innanzitutto dalle norme costituzionali sulla libertà di manifestazione del pensiero, sulla libertà religiosa e sulla libertà di educazione dei genitori verso i figli; 3) è inutile, se si limita  a tutelare la libertà di manifestazione del pensiero in materia di orientamenti sessuali, essendo tale libertà garantita a livello costituzionale dall’art. 21 Cost.; 4) è incostituzionale se intende, quale legge ordinaria, limitare la libertà di manifestazione del pensiero o altre libertà riconosciute e garantite a livello costituzionale, riconoscendole soltanto all’interno (e non all’esterno) delle organizzazioni elencate dalla suddetta clausola e non anche ai singoli individui non organizzati». Non c’è null’altro da aggiungere.

lunedì 18 agosto 2014

Quando parlare da cristiani è "propagandare odio" di Lorenzo Schoepflin, 18-08-2014, http://www.lanuovabq.it

Essere accusati di «propagandare odio» per aver scritto sul proprio blog un articolo, ripreso da un settimanale poi costretto a scusarsi per la pubblicazione, nel quale si enunciano semplicemente i motivi per i quali un cristiano dovrebbe opporsi al matrimonio omosessuale. Accade in Canada, il settimanale è il Newfoundland Herald, l’autore del contributo incriminato risponde al nome di Matt Barber e gli accusatori sono i soliti attivisti per i diritti Lgbt.

L’articolo di Barber era apparso nell’edizione del 3 agosto del periodico come lettera all’editore, Pam Pardy-Ghent, che nel successivo numero si è dichiarata «veramente dispiaciuta» per il fatto che molte persone si sono sentite offese per quanto pubblicato. Pur affermando che «le opinioni, non importa quanto popolari o controverse, possono essere liberamente espresse in questo paese sia che siano di una minoranza che di una maggioranza», Pam Pardy-Ghent ha ritenuto opportuno presentare le proprie scuse. Scuse prontamente accettate dalla comunità Lgbt canadese, che per voce di Kyle Curlew ha prontamente ritirato la minaccia di adire le vie legali contro il Newfoundland Herald.

Insomma, non è difficile capire che siamo di fronte ad una lezione di censura impartita da chi si fa difensore della libertà. Un monito chiarissimo: guardatevi bene dal criticare tutto ciò che ruota attorno al pianeta Lgbt o incorrerete in guai giudiziari. Quali altri organi di stampa avranno adesso il coraggio di pubblicare opinioni difformi dal mantra dei “diritti” gay?

E’ lo stesso Curlew, molto candidamente, a fornire questa chiave di lettura: «Abbiamo deciso che vogliamo assumere un atteggiamento educativo e di non farne una questione di risarcimento. Pensiamo che sia meraviglioso che si siano scusati». Educare – con la forza – al gay-friendly, questo l’obiettivo di Curlew, che spera che da ora in poi il Newfoundland Herald possa instaurare un bel rapporto con trans, bisessuali e omosessuali.

Ma vediamo quali sarebbero i contenuti offensivi per i quali Matt Barber è stato iscritto nella lista dei nemici dei diritti Lgbt.

Quasi a presagire cosa gli sarebbe accaduto, Barber scriveva: «Con la scusa della “antidiscriminazione”, i cristiani si trovano ad affrontare una discriminazione a livelli senza precedenti». Per poi proseguire: «I cristiani, i veri cristiani […] non possono prendere parte a, approvare, facilitare o incoraggiare certi comportamenti che secondo le Sacre Scritture sono immorali o peccaminosi». Non è questione di odio o di esser bigotti, neppure di sentirsi superiori o di voler imporre il proprio credo, ma semplicemente di «obbedienza a Cristo» e «compassione» per coloro che vivono nell’errore.

Centrale per il Cristianesimo e ribadito sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento è il fatto che ogni atto sessuale vissuto al di fuori del matrimonio tra un uomo e una donna causa una «separazione da Dio». Ciò ovviamente vale anche per persone dello stesso sesso, che agiscano o meno sotto «la nuova nozione del cosiddetto “matrimonio omosessuale”». Barber, nell’articolo, estende l’orizzonte anche ad aborto, incesto, adulterio e ad ogni altro comportamento contrario alla morale cristiana: «Non è tanto che i cristiani, volenti o nolenti, vogliono chiamare l’aborto, il comportamento omosessuale, la fornicazione, l’adulterio, l’incesto o qualsiasi altra disordinata propensione sessuale “peccaminosa”. Piuttosto, dobbiamo. Per il vero cristiano, le verità oggettive di Dio comanderanno sempre sui desideri soggettivi dell’uomo». Ispirandosi ai sempre più frequenti casi di disobbedienza civile verificatisi negli Stati Uniti, dove molti si sono ribellati alle leggi di Obama che limitano la libertà religiosa e di coscienza soprattutto in merito alla riforma sanitaria e al ricorso alla contraccezione e all’aborto, Barber ha ricordato che «per 2000 anni, ogni volta che sono sorti conflitti, i cristiani hanno posto le leggi di Dio al di sopra delle leggi degli uomini».

E’ una responsabilità morale, conclude Barber ricordando una celebre frase di Martin Luther King, obbedire alle leggi giuste e disobbedire a quelle ingiuste. E’ un dovere resistere al male, «anche quando il male è adornato di sigillo e firma presidenziale».

Sfidiamo chiunque a trovare contenuti offensivi o incitamenti all’odio nei confronti delle persone omosessuali. A scanso di equivoci e per una completa informazione, l’articolo di Barber può essere consultato integralmente qui.

Se, leggendo le parole del contributo ospitato sul Newfoundland Herald, è difficile capire in cosa consisterebbe la motivazione di una potenziale azione legale contro Barber, molto semplice è associare quanto accaduto con il caso Barilla verificatosi in Italia. Con una piccola differenza: a scusarsi non è stato l’autore delle presunte offese, ma chi ha deciso di dar voce ad una libera, documentata e pacata espressione delle proprie idee. Barber ha invece rilanciato, con un post dove ha affermato che da adesso la libertà di espressione sembra vietata in Canada: «Infatti, i sedicenti campioni di “tolleranza” e “diversità” dimostrano, più e più volte, di essere i più intolleranti e monolitici in mezzo a noi. La loro versione di “intolleranza” (cioè qualsiasi posizione filosofica che è in conflitto con i rigidi dettami della “correttezza politica”) semplicemente non sarà tollerata».

Una piccola curiosità: Matt Barber, oggi giurista, nella breve biografia di presentazione sul proprio blog, precisa di esser stato un boxer professionista – peso massimo – ritiratosi con nessuna sconfitta al passivo. Come dire: la lobby omosessualista non ha paura di niente e di nessuno.

martedì 22 luglio 2014

Comunicato stampa - Giuristi per la Vita e Associazione Pro Vita Onlus, 22 luglio 2014

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COMUNICATO STAMPA

I Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus esprimono la propria posizione a riguardo dell’incresciosa vicenda che ha coinvolto l’Istituto Sacro Cuore di Trento.

Com’è noto, infatti, una virulenta campagna mediatica diffamatoria – ormai giunta a livello nazionale – ha insinuato che i responsabili della scuola paritaria trentina avessero licenziato una giovane insegnante a causa del suo orientamento sessuale.

La FLC CGIL di Trento ha parlato di «ennesimo episodio di discriminazione e di violazione della dignità delle persone in Istituti paritari che colpisce tutto il mondo della scuola», chiedendo la «revoca del licenziamento e il ripristino dei diritti civili e sociali», e minacciando non solo «iniziative legali» ma anche «la richiesta di revocare i finanziamenti pubblici». Il Ministro dell’Istruzione in un comunicato ufficiale diramato il 20 luglio scorso ha dichiarato che interverrà sulla vicenda dell’Istituto del Sacro Cuore di Trento «con la dovuta severità».

I “Comitati per l’altra Europa con Tsipras” hanno formalmente chiesto al presidente della Provincia, Ugo Rossi, che ha delega all’istruzione, «un intervento di pubbliche scuse alla docente discriminata», e insieme al partito “Sinistra Ecologia e Libertà”, hanno colto l’occasione per invocare un’accelerazione dell’iter parlamentare del disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia, e l’introduzione della propaganda gender nelle scuole. Tutto ciò, mentre le associazioni omosessualiste Arcilesbica, Agedo, Equality Italia e Famiglie Arcobaleno continuano un intollerabile e vergognoso linciaggio morale nei confronti del responsabile dell’istituto, Madre Eugenia Libratore.

L’inutile polemica si potrebbe tranquillamente chiudere precisando che nel caso in questione non si è trattato di alcun licenziamento, in quanto il contratto a tempo determinato con l’insegnante è cessato in data 30 giugno 2014, contratto nel quale, peraltro, la stessa docente aveva dichiarato di «essere consapevole dell’indirizzo educativo e del carattere cattolico dell’istituzione e di collaborare alla realizzazione di detto indirizzo educativo». 

I Giuristi per la Vita, Pro Vita Onlus e il Coordinamento delle Famiglie Trentine colgono l’occasione per evidenziare:
Il diritto, sancito in una nota sentenza della Corte Costituzionale (29 dicembre 1972, n. 195), e ribadito nel 2011 da una pronuncia della Corte europea dei Diritti dell’uomo, di una struttura scolastica paritaria a «scegliere i propri docenti in base a una valutazione della loro personalità», e di «recedere dal rapporto di lavoro ove gli indirizzi religiosi o ideologici del docente siano divenuti contrastanti con quelli che caratterizzano la scuola»;
il principio sancito dall’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il quale testualmente prevede che «i genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli»;

l’evidente strumentalità della risibile richiesta avanzata dal segretario generale della FLC CGIL, Mimmo Pantaleo, di revoca del contributo pubblico erogato dalla Provincia di Trento all’Istituto Sacro Cuore, in quanto tale contributo, essenziale per la stessa sopravvivenza dell’Istituto, non può far venir meno i summenzionati principi di autonomia, né determinare un’indebita ingerenza della pubblica amministrazione nella gestione della scuola, o un’imposizione di scelte incompatibili con l’ispirazione religiosa che connota l’Istituto medesimo. 

I Giuristi per la Vita e Pro Vita Onlus esprimono la propria sincera e piena solidarietà a Madre Eugenia Libratore e a tutto l’Istituto Sacro Cuore di Trento, auspicando che il Ministro Giannini sappia valutare questo caso in modo imparziale, senza lasciarsi trasportare da indebite pressioni ideologiche, e chiedono al Presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, di denunciare senza indugi i metodi intimidatori, diffamatori, e intolleranti di tutti coloro che tentano operazioni di bassa speculazione demagogica, travisando i fatti di questa vicenda in maniera vergognosamente strumentale.

GIURISTI PER LA VITA                                         PRO VITA ONLUS
     Il Presidente                                                               Il Presidente
(avv. Gianfranco Amato)                                             (Antonio Brandi)

venerdì 4 luglio 2014

Aborto. L’avvocato della Hobby Lobby dopo la vittoria su Obama: «La nostra non è una battaglia di ricchi bigotti ma per la libertà di tutti», luglio 4, 2014 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/

Usa, corteo davanti Corte Suprema per sentenza su contraccezione«Siamo grati all’America, a quanti ci hanno sostenuto operativamente, moralmente e tramite la preghiera, siamo grati a Dio di questa ricompensa. Oggi ha vinto la libertà di tutti». Sono le parole dei coniugi Green, i proprietari della Hobby Lobby, la gigantesca catena di negozi per il fai-da-te che dà lavoro a 22 mila persone e che il 30 giugno ha vinto davanti alla Corte suprema americana una battaglia legale durata quasi due anni contro Barack Obama. La famiglia cristiana evangelica dell’Oklahoma (foto in basso a sinistra) ha sempre contestato il cosiddetto “contraceptive mandate”, ovvero la regola prevista dall’Obamacare (la riforma della sanità del presidente democratico) che obbliga tutti i datori di lavoro – solo le società dedicate esclusivamente al culto ne sono escluse – a fornire ai dipendenti piani assicurativi comprensivi di farmaci contraccettivi e abortivi. Ebbene, adesso il supremo organo giudiziario degli Stati Uniti ha riconosciuto che l’opposizione di Mr. Hobby Lobby ricade fra le libertà garantite dal Religious Freedom Restoration Act (Rfra), la legge federale varata nel 1993 da Bill Clinton proprio per proteggere la libertà religiosa di ogni persona dalle imposizioni dello Stato.


Per la prima volta insomma i giudici affermano che anche le aziende “for profit” hanno una coscienza e possono farla valere (a condizione però che siano controllate da non più di cinque persone), scatenando naturalmente le reazioni indignate dei liberal obamiani. «Così le donne non avranno più accesso alla copertura contraccettiva gratuita a causa delle convinzioni religiose dei loro padroni», si è lamentato dopo la lettura del verdetto il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest. Per di più, aggiungono i critici della Corte suprema, la sentenza non protegge allo stesso modo gli enti no profit (vedi per esempio il caso delle Little Sisters of the Poor o quello della diocesi di Cheyenne). «Ma non è così, anzi il verdetto fa ben sperare anche per loro», ribatte Luke Goodrich, direttore del Becket Fund for Religious Liberty, che ha difeso la famiglia Green. Goodrich ha accettato di raccontare a tempi.it le tappe e i risvolti di questo duello giudiziario.

Avvocato Goodrich, come avete condotto la battaglia in questi mesi?
Ci siamo concentrati sulla legge che rafforza la libertà religiosa protetta dalla Costituzione (il Rfra, ndr), in cui si dice che il governo non può in alcun modo ledere la coscienza di una persona obbligandola ad agire contro di essa, a meno che non ci sia in gioco un interesse supremo dello Stato. È appellandosi a quella legge che la famiglia Green ha deciso di lottare contro il mandato di Obama, una imposizione che tra l’altro l’avrebbe costretta a chiudere la Hobby Lobby, visto che prevede per gli inadempienti una multa di 1,3 milioni di dollari al giorno. Quella della famiglia Green, che ha speso due anni per difendere i suoi posti di lavoro e la coscienza di tutti gli Stati Uniti, è stata una grande testimonianza.


A chi si applicherà la decisione della Corte suprema?
hobby-lobby-famiglia-green
Insieme alla Hobby Lobby, altri 100 enti hanno deciso di fare causa al governo. La sentenza si applica sicuramente alle 49 società for profit che hanno avviato i ricorsi. Restano però in sospeso gli altri 51 enti di carità, universitari e ospedalieri che hanno chiesto al governo di non vedere lesa la propria identità.

Quindi è vero che la sentenza non protegge gli enti no profit?
Il mandato di Obama prevede un’esenzione per chi fa attività di culto, ma chiede agli enti no profit come quelli citati di pagare a studenti e dipendenti le coperture assicurative per la contraccezione e l’aborto. La loro causa legale è ancora ferma ai tribunali minori, ma probabilmente arriverà fino alla Corte suprema che poi ci dovrebbe mettere un altro anno a giudicare. Intanto, la sentenza fa ben presagire. Obama tenta di far passare l’idea che a pagare l’aborto non sono direttamente le aziende for profit o no profit, bensì soggetti “terzi”, come le assicurazioni. Ma la Corte ha rovinato il suo giochetto confermando che di fatto invece sono proprio le aziende a pagare. Lo stesso, quindi, vale anche per gli altri enti. In sostanza si ribadisce che il governo non può obbligare nessuno a compiere atti contrari al proprio credo.

Che faranno intanto gli enti no profit? Dal primo luglio sono obbligati a sottostare al mandato, pena una multa salatissima.
Sono ricorsi in appello chiedendo un’atra proroga fino alla fine dei procedimenti legali in corso. Alcune corti hanno già accettato. Altrimenti dovremo pensare a come agire.


La Casa Bianca ha già chiesto al Congresso di legiferate contro la sentenza. È possibile emanare una norma contraria a una decisione della Corte suprema?
In teoria sì, perché la sentenza non fa riferimento direttamente alla Costituzione, bensì a una legge federale, varata per rinforzarne un principio costituzionale. Ma l’America è spaccata in due, cosa vuole fare il governo? Costringere qualcuno in una situazione che sta dividendo in due gli animi del paese? Il 30 giugno la Corte ha inviato un messaggio chiaro all’amministrazione. Passarci sopra sarebbe un vero affronto.

I giudici ha ribadito la necessità di difendere la libertà religiosa, ma qui siamo di fronte a una questione di coscienza. Il pubblico lo ha capito?
Ripeto: è spaccato, la maggioranza dei media ha un orientamento progressista e vuole farla apparire come una questione religiosa contraria alla libertà. Infatti adesso attaccano la Hobby Lobby cercando di contrapporre i datori di lavoro ricchi e bigotti alle donne povere, sarà il leitmotiv della prossima campagna elettorale. La nostra però è una questione di libertà fondamentale: Obama vuole costringere tutti a obbedire a una visione, senza possibilità di dissentire. Ma se viene meno la libertà di coscienza il potere non ha più limiti. Tra l’altro la stessa Corte suprema ha sottolineato che non è vero che dopo questa sentenza le donne non potranno più abortire, dato che, purtroppo, continuano ad accedere all’aborto con la stessa facilità di prima: se Obama ci tiene tanto a pagare loro tutte le spese può farlo lui, hanno chiarito i giudici.

@frigeriobenedet

mercoledì 2 luglio 2014

Arrestate il Commissario, non i medici obiettori, di Renzo Puccetti e Stefano Alice, 02-07-2014, http://www.lanuovabq.it/

Medici
 "Il medico ispira la propria attività professionale ai principi e alle regole della deontologia professionale senza sottostare a interessi, imposizioni o condizionamenti di qualsiasi natura" (articolo 2).

"L'esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità" (articolo 4).

"La prescrizione a fini di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione è una diretta, specifica, esclusiva e non delegabile competenza del medico, impegna la sua autonomia e responsabilità [...] il medico non acconsente alla richiesta di una prescrizione da parte dell'assistito al solo scopo di compiacerlo" (articolo 13).

"Il medico può rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste prestazioni in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici, a meno che il rifiuto non sia di grave ed immediato nocumento per la salute della persona, fornendo comunque ogni utile informazione e chiarimento per consentire la fruizione della prestazione" (articolo 22).

"Il medico in caso di contrasto tra le regole deontologiche e quelle della struttura pubblica o privata nella quale opera, sollecita l'intervento dell'Ordine al fine di tutelare i diritti dei pazienti e l'autonomia professionale. In attesa della composizione del contrasto, il medico assicura il servizio, salvo i casi di grave violazione dei diritti delle persone a lui affidate e del decoro e dell'indipendenza della propria attività professionale" (articolo 68).

Abbiamo riportato 5 articoli del nuovo Codice deontologico. Hanno una cosa in comune: il medico agisce in scienza e coscienza, non sottostà a diktat da qualsiasi parte essi provengano. Se lo facesse violerebbe la dignità della professione, perché un medico che si fa dirigere da qualcun altro tradisce la propria missione e facendolo diventa una minaccia per la salute di tutti. Quando infatti si è disposti ad incrinare la propria integrità una volta, perché non lo si potrebbe fare altre due, dieci, cento, mille volte? Se si tradisce ciò in cui si crede per paura, perché non lo si potrebbe fare per interesse? Questo ci pare sia la posta in gioco nella sfida lanciata dal presidente della regione Lazio Zingaretti in qualità di cCommissario ad acta con il decreto sulle linee d'indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari con il quale, oltre ad imporre ai medici obiettori la redazione del documento per abortire, si obbligano tutti i medici dei consultori ad inserire spirali e prescrivere pillole post-coitali. 
Vorremmo che fosse ben chiara la questione: un politico vuole imporre ai medici che cosa debbono fare negli ambulatori. I medici hanno il diritto di pretendere dai propri ordini professionali quello che è doveroso: resistere ad una intromissione moralmente indecente. E poiché un tale intervento viola gravemente l'indipendenza dell'attività professionale, ai sensi dell'articolo 68 i medici non hanno alcun obbligo di assicurare provvisoriamente il servizio ingiustamente comandato. Peraltro, è proprio la legge 405 istitutiva dei consultori a stabilire tra gli scopi dei servizi di assistenza alla famiglia e alla maternità "la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento". Per quanto poi riguarda la redazione del documento per abortire, la legge 194, all'articolo 9 recita: "L'obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento". 

Per più di trent'anni anche i sassi hanno capito che il documento rilasciato dal medico dopo il colloquio con la donna rientra nelle attività specifiche all'aborto (e a cos'altro servirebbe un foglio dove è scritto che la donna è in stato di gravidanza, si è presentata al consultorio ed ha svolto il colloquio previsto dalla 194?) e necessarie all'aborto (il presidente Zingaretti è a conoscenza di qualche donna che abbia abortito legalmente senza quel documento? Se sì, porti le carte). Ma ora arriva lui, il commissario che non è né Maigret, né Montalbano, ma un commissario politico, a castigare i medici che non vogliono avere a che fare col sangue degli innocenti. Il colmo della beffa si raggiungerebbe se, scaduto Zingaretti, il successivo responsabile politico anch'egli democraticamente eletto, abrogasse la direttiva; in tal caso infatti i medici obiettori che avessero chinato il capo, ai sensi della legge 194 sarebbero decaduti dall'obiezione.

L'aggressività del potere abortista si fa sempre più audace e giunge a sfidare con un semplice decretino un diritto costituzionalmente fondato come il diritto alla libertà di coscienza dovuto dallo Stato ad ogni cittadino. I settori intellettuali che sempre occhieggiano quanto viene deciso all'esterno per importare in Italia il peggio, dovrebbero almeno una volta avere l'onestà  intellettuale di prendere atto che dalla nazione la cui trasparenza dei processi decisionali e indipendenza dei poteri è di esempio per tutti, giunge una decisione che è una vera e propria sberla per quanti, a partire dall'inquilino della Casa Bianca, avevano pensato di potere fare divorare la libertà della persona dalle fauci del leviatano. Non licet, non è permesso.

La catena di prodotti di bricolage Hobby Lobby insieme alla società di infissi in legno Conestoga, entrambe di proprietà di famiglie cristiane dalle forti convinzioni etico-religiose, sono state il Davide che non ha avuto paura di affrontare Golia, il Sistema Sanitario del potentissimo Obama. Hanno perso il primo round, ma sono andate fino in fondo ed alla fine, dove più contava, davanti alla Corte Suprema Federale, hanno trovato cinque giudici che hanno dato loro ragione. Pagare per assicurare pillole potenzialmente abortive ai propri dipendenti viola la libertà religiosa di un datore di lavoro, una libertà che deve essere toccata il meno possibile dallo Stato, il quale ha l'obbligo di cercare le alternative meno invasive nei confronti di tale libertà, obbligo che l'Obamacare ha violato. "Dubitiamo", ha scritto il giudice Samuele Alito insieme ai colleghi della maggioranza, "che il Congresso che ha varato la legge sul Ripristino della Libertà Religiosa avrebbe ritenuto un risultato tollerabile porre un'azienda a gestione familiare di fronte alla scelta di violare le proprie sincere convinzioni religiose o privare tutti i dipendenti delle attuali polizze assicurative sanitarie".

Noi abbiamo un dubbio simile, dubitiamo che l'Assemblea Costituente stabilendo che "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo" avrebbe ritenuto un risultato tollerabile mettere un medico che cerca semplicemente di tutelare ogni vita umana davanti alla scelta di violare le proprie convinzioni morali e religiose, o privare la famiglia del sostegno del proprio lavoro. 

giovedì 15 maggio 2014

Gender, inizia la rieducazione dei giornalisti di Stefano Fontana, 15-05-2014, http://www.lanuovabq.it/

Caro Direttore,
Arcigay a Triestein questo periodo molti giornalisti pubblicisti stanno frequentando corsi e incontri organizzati dall’Ordine sia a livello nazionale che regionale. Scopo di tutto questo è accumulare i crediti richiesti per poter rimanere iscritti all’Ordine stesso. Vorrei raccontarle il caso di quanto succede a Trieste.

Il  25 aprile, in un editoriale su Vita Nuova, il settimanale diocesano di Trieste da me diretto, avevo fatto presente che l’Ordine del Friuli Venezia Giulia dichiarava di organizzare i suddetti corsi di formazione in collaborazione alla Re.a.dy, la Rete della Pubblica amministrazione per la lotta contro la  discriminazioni in base all’orientamento sessuale e che un tema dei corsi sarebbe stato anche l’identità di genere. Ormai sappiamo come vanno queste cose e per questo nell’editoriale avevo manifestato il fondato timore che anche la formazione dei giornalisti sarebbe stata usata per diffondere questa ideologia. Tanto più che, come ormai tutti sappiamo, il Dipartimento per le pari opportunità aveva diramato le ormai tristemente famose “Linee guida per una informazione rispettosa delle persone LGBT”, ove si imponeva ai giornalisti di non usare parole come “gay”, “lesbica”, “saffico” oppure le espressione “famiglia gay” o “nozze gay” in quanto discriminanti. Veniva vietato anche di adoperare l’espressione “famiglia naturale” o di dire che i figli hanno bisogno di un padre e di una madre. In quell’occasione il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti dichiarava di non aver adottato le Linee guida e che, nella sua qualità di unico ente in grado di fissare regole deontologiche per i giornalisti, aveva istituito una “Commissione pari opportunità” che stava studiando “l’uso di un linguaggio autenticamente rispettoso della persona” a proposito delle problematiche di genere. Che, come si sa, non vuol più dire, come in un recente passato, le problematiche relative alla pari dignità dell’uomo e della donna, ma quelle relative alla pari dignità di ogni orientamento sessuale e familiare. Però, in precedenza l’Ordine aveva dato il proprio patrocinio al ciclo di seminari di formazione per giornalisti intitolati “L’orgoglio e i pregiudizi”, svoltosi nell’ottobre 2013 a Milano, Roma, Napoli e Palermo, organizzati dall’UNAR, l’Ufficio Nazionale  Antidiscriminazioni Rzziali ormai famoso. Da quei seminari sono emerse in seguito le  Linee guida di cui stiamo parlando. Qualcosa, quindi, puzzava.

Purtroppo quello che avevo temuto in quell’editoriale si è puntualmente verificato. Almeno a Trieste, ma si può ipotizzare che la situazione sia generalizzata. Il 9 maggio scorso si è tenuto l’incontro “Discriminazione femminile e sessualità di genere”, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia assieme all’Assostampa e al Comune di Trieste, che aderisce alla Re.a.dy di cui si parlava sopra. La redattrice sociale Giorgia Serughetti, con il supporto della Vicesindaca (con la “a” finale antimaschilista, è stato fortemente suggerito) Fabiana Martini, ha spiegato ai giornalisti come l’informazione «deve essere» fatta e, cioè, piegando i lemmi della lingua italiana su quelli imposte dalle celebri “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT [Lesbica, Gay, Bisessuale, Transessuale/Transgender]”. Sui contenuti la Serughetti è stata chiara: sono argomenti su cui «si può certamente dialogare», ma il dialogo è «insufficiente a giustificare» la posizione di chi pensa che il matrimonio sia quello tra uomo e donna o di chi critica la «teoria del genere».  E giù a proporre, senza contraddittorio, un coacervo di termini artificiosi, volti all’adesione entusiasta a quella strana teoria sociale secondo la quale il genere maschile e femminile è tutt’altro dal mero dato biologico reale: outing, coming-out, LGBT. Sbagliare un articolo qualificativo, in questo caos, equivale a meritarsi il titolo di «omofobo». Sottomettersi, al contrario, significa essere pronti al «dialogo».

L’incontro è stato caratterizzato dall’assenza completa di dialogo e confronto. Non una parola su tutta la pubblicistica in merito alla crisi della famiglia o al diritto del bambino ad avere un padre e una madre. Non un cenno - né da parte della Serughetti, né da parte della Martini - delle posizioni critiche espresse da molti. Non un cenno alle centinaia di migliaia di persone, specialmente in Francia e in Italia, che hanno più di una riserva proprio su questi temi (Manif pour tous, Sentinelle in piedi). Non un cenno agli omosessuali (uomini e donne) contrari alle nozze gay - ad esempio i centinaia di aderenti a HomoVox. Non una parola sul fatto che il dissenso provenga anche da persone lontane dalla fede o di un’altra credenza (musulmani francesi). Non una parola circa il dissenso politico, che riguarda esponenti sia di destra che di sinistra. Non una parola sulle posizioni della stampa locale nel merito: a parte Vita Nuova, che già si era espressa in abbondanza, le relatrici non hanno citato né Il Piccolo - che ha posizioni diametralmente opposte al quotidiano della Diocesi - né alcun altro periodico triestino o friulano.

Che dire? Una cosa certamente spiacevole è che questi corsi sono obbligatori. La seconda è che non rispettano minimamente l’abc della deontologia giornalistica che pure vorrebbero insegnare: aderenza ai fatti e garanzia del contraddittorio. La terza è che, purtroppo, i giornalisti che vi partecipano bevono senza protestare. Tranne i giornalisti di Vita Nuova.

martedì 22 aprile 2014

Lafforgue: «Educazione repubblicana perversa e totalitaria: vuole trasformare l’uomo. Meglio fondare scuole libere, come ho fatto io», 22 aprile 2014, Leone Grotti, www.tempi.it

Intervista al grande matematico e premio Fields francese sul declino di un sistema di istruzione ormai devastato da una laicità dogmatica
«La scuola in Francia è stata oggettivamente snaturata e ora è in piena crisi. Il governo Hollande l’ha usata in modo totalitario per trasformare a suo piacimento non solo la società ma l’uomo stesso e il risultato è sotto gli occhi di tutti». Laurent Lafforgue, 47 anni, allievo della Scuola normale superiore, ente costituito per creare la classe dirigente francese, vincitore nel 2002 della medaglia Fields, l’equivalente del Nobel per i matematici, docente permanente presso il prestigioso Istituto degli alti studi scientifici, è una delle teste più fini e brillanti di tutta la République. Eccellente matematico, non è certo un neofita in tema di educazione. Nel 2005 l’allora presidente della Repubblica Jacques Chirac lo ha nominato membro dell’Alto consiglio dell’educazione per riformare la scuola, ruolo da cui si è dimesso dopo appena dieci giorni in forte polemica con gli “esperti” del ministero.
Laurent LafforgueLafforgue è in Italia per tenere un corso di matematica all’università degli Studi di Milano e l’abbiamo raggiunto a margine di un incontro al liceo Don Gnocchi di Carate Brianza, dove il professore ha parlato davanti a un centinaio di studenti della sua esperienza di matematico. Agli studenti si è presentato così: «Non ho mai deciso di fare il matematico, da giovane preferivo letteratura e filosofia. Dopo il liceo ho intrapreso gli studi scientifici solo perché la matematica mi riusciva in modo naturale e mi richiedeva meno sforzo. Sono le circostanze della vita ad avermi portato al mio lavoro, è una cosa che mi è stata donata e oggi sono felice di essere quello che sono. Studiare matematica è interessante perché è un aspetto della verità, è una grande avventura umana cominciata da grandi uomini oltre duemila anni fa e che altri porteranno avanti dopo di me».
Professor Lafforgue, lei dice che la scuola in Francia è stata «oggettivamente» snaturata; agli studenti parla di «verità» e di «dono»: ma tutti questi argomenti non sono più in voga da un pezzo, ormai.
Questo fa parte del problema della scuola. Come matematici, qualunque siano le nostre convinzioni filosofiche o religiose, noi facciamo l’esperienza dell’oggettività. È semplice: noi vediamo che quando una cosa è dimostrata, vale per sempre. In matematica, al contrario di altre scienze, non si arriva alla conoscenza attraverso delle rivoluzioni: se una cosa è stata scoperta come vera duemila anni fa, non c’è modo di metterla in discussione oggi. Certo, l’approfondimento è continuo, l’arricchimento costante, ma i risultati ottenuti dai nostri predecessori sono ancora veri e lo saranno sempre. Noi abbiamo fiducia nella verità.

Voi sì, ma la cultura europea no. Al contrario, è sempre più relativista e la scuola sembra destinata ad andare di pari passo.

La società è relativista ma la scuola non è obbligata a seguire la società, perché è un luogo particolare dove si crescono i giovani. E i giovani stessi non sono il prodotto della società, sono spiriti liberi e non manipolabili. Ma gli studenti hanno fiducia negli adulti e questo è il problema della scuola.

La fiducia?
No, gli adulti. Oggi i professori, i rappresentanti del sapere, gli intellettuali, nutrono profondi dubbi sul valore di quello che insegnano e della verità. Mi sembra chiaro che se non c’è la verità, allora non c’è più niente da insegnare. E senza insegnamento, non c’è scuola.

Perché?
Perché l’obiettivo della scuola è la trasmissione della conoscenza. Questa è la sua ragion d’essere, anche se per rispondere a questa missione sono necessarie delle condizioni: bisogna rispettare una certa disciplina collettiva, bisogna imparare a essere attenti, a lavorare, a rispettarsi con gli altri, ad ascoltare, a essere pazienti, ad aiutarsi. Questi non sono i principali obiettivi della scuola, ma sono cose che si apprendono in modo collaterale e fanno parte dell’educazione.
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Questo non è quello che pensa l’ex ministro dell’Educazione nazionale di Hollande, Vincent Peillon, appena sostituito nel rimpasto di governo. A gennaio 2013 ha scritto a tutti i presidi: «Il governo si è impegnato a lavorare sui giovani per cambiare la loro mentalità». E ancora: «Bisogna strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. È come una nuova nascita».
Questo pensiero è totalitario. Secondo Peillon la scuola è il luogo dove finalmente si può trasformare non solo la società ma l’uomo stesso. Ma così si snatura la scuola e la si rovina in modo irreparabile. Da tempo in Francia si è cercato di fare della scuola prima di tutto un luogo di socializzazione, dove i giovani possano imparare a vivere in società: questo è stato considerato più importante dell’insegnamento. Quindi fior fiori di teorici hanno scritto che il primo obiettivo della scuola deve essere quello di creare le condizioni della pace nella società, che oggi torna a essere minacciata dalla guerra di tutti contro tutti. E tutti ne paghiamo le conseguenze.

Quali conseguenze?
La nuova scuola voluta per realizzare la pace è estremamente conflittuale. C’è tantissima violenza tra i giovani, che sono gli uni contro gli altri, per non parlare di quella subita dai professori, spesso vittime di violenze fisiche da parte degli alunni. Abbiamo voluto una scuola della pace, e non più del sapere, e il risultato è una scuola dove non c’è più la pace e non si impara.

Perché questo risultato?
Perché quanto più si forza una cosa ad andare contro natura tanto più questa diventerà perversa. Non si può trasformare la realtà in modo arbitrario. Peillon pensa che non esista la realtà, che possiamo modificarla a piacimento. Ma questo non è vero.

Le famiglie come la pensano?
Molti genitori sono inquieti ma la maggior parte di loro non è cosciente dello stato di distruzione della scuola oggi. Io noto due fenomeni. Il primo è che tantissime persone, in ogni ambito della società, hanno cominciato a reagire e parlo di rettori, professori, genitori, persino studenti. Questi però sono ancora una minoranza. La seconda cosa che noto, e che mi sconvolge, è il fatto che i professori abbiano ceduto e accettato questa situazione: come si può essere così rassegnati?

Il governo di Hollande ha lanciato l’insegnamento della teoria di genere nelle scuole primarie. Le famiglie però non sembrano entusiaste, almeno a giudicare dal successo della “Giornata di ritiro dalla scuola”: una protesta che ha portato ben 18 mila bambini a disertare le proprie classi.
L’imposizione della teoria di genere è un’iniziativa di Peillon, che ha portato avanti un programma del governo precedente. Non dimentichiamo che il ministro dell’Educazione nazionale di Nicolas Sarkozy, Luc Chatel, aveva per la prima volta introdotto ufficialmente nei licei la teoria di genere nei corsi di biologia. Questo mi sembra aberrante, perché posso ancora capire nei corsi di filosofia, dove si discute di diverse teorie e può trovare il suo spazio anche quella di genere. Ma in biologia è assurdo perché la differenza tra uomo e donna è radicata nella natura e non c’è spazio per teorie. Ultimamente, però, la gente si è come risvegliata, basta pensare alle proteste della società francese durante il dibattito sull’approvazione della legge Taubira sul matrimonio gay. Io credo che si possa parlare della teoria di genere, magari in filosofia, ma cercare di imporla in modo autoritario nella scuola primaria negando le differenze tra femmine e maschi, questo significa negare la realtà. Quello che si sta cercando di fare oggi è stabilire attraverso la scuola il primato della volontà sulla realtà. Al fondo della teoria di genere, infatti, c’è questa idea: non c’è più verità, non c’è più realtà, solo volontà. Anzi, la sola realtà è la volontà. Penso che la scuola debba resistere.

In che modo?
È estremamente complesso. La scuola dipende dai ministeri e da sovrastrutture difficili da cambiare, su questo ho poca speranza. Si possono però fare due cose: la prima è prendere coscienza di quello che sta succedendo, un passo richiesto innanzitutto ai professori; la seconda è fondare delle scuole diverse. In Francia i privati possono aprire degli istituti e questo è un rimedio al disastro della scuola pubblica e a quello di tante scuole cattoliche associate allo Stato che purtroppo di cattolico hanno mantenuto solamente il nome. Anch’io ho partecipato con alcuni amici alla fondazione di una scuola.

Com’è successo?
Qualche anno fa parlavo del disastro dell’educazione nazionale ad alcuni miei amici: loro mi ascoltavano ma pensavano che esagerassi. Poi hanno cominciato a mandare i figli a scuola e li ho visti sempre più inquieti e arrabbiati. Sono arrivati a un punto tale che hanno deciso di mettersi insieme con altri genitori e fondare una scuola. E anch’io ho deciso di investirci. Queste persone hanno convinzioni diverse, ma la maggior parte di loro ha radici cristiane. La scuola che hanno costruito è un’opera radicata nella fede ma al servizio di tutti: laica e aperta a tutte le confessioni.

Come vi differenziate dalla scuola repubblicana?
Cerchiamo di educare alla libertà, che in un certo senso è il vero scopo della scuola. Mi spiego: perché trasmettere la conoscenza, perché apprendere, scrivere, leggere? È per forgiare spiriti liberi, perché crescano degli uomini. Noi doniamo loro i mezzi affinché possano crescere e sviluppare il loro modo di pensare, aiutandoli a essere critici ed educando il loro senso estetico. Questo è importante: le strutture devono essere belle, i libri belli, le storie belle. Lo scopo finale è la libertà, non inculcare dei concetti.

Il contrario di quello che ha cercato di fare ancora una volta Peillon affiggendo in tutte le scuole la Carta della laicità?
Se si prende il testo letterale della Carta della laicità si scopre che in sé è abbastanza corretto. Più o meno, insomma. Il problema è che in Francia la parola “laicità” ormai è ambigua. Tutti ne parlano ma dando alla parola significati completamente diversi. Peillon, ad esempio, mentre diffonde il suo manifesto, scrive nei libri che con “laicità” intende una nuova religione che debba sostituirsi alla vecchia, distruggendo il cattolicesimo. Ormai in Francia il dibattito sulla laicità è marcio.
@Leone

domenica 13 aprile 2014

Spinta globale verso il linguaggio dell'“identità di genere”- L'orientamento sessuale, l'identità di genere e il diritto all'aborto continuano a figurare nel diritto internazionale, avvertono gli avvocati - Catholic News Agency 12.04.2014 - Jeffrey Beall - http://www.aleteia.org/

Gli avvocati che lavorano a favore dei diritti umani alle Nazioni Unite e in altre organizzazioni globali notano una tendenza crescente a introdurre nel diritto internazionale un linguaggio che comprende definizioni come “orientamento sessuale” e “identità di genere” - così come il diritto all'aborto.

Un “nuovo tema che constatiamo nel diritto internazionale è quello che definiamo movimento SOGI, o Sexual Orientation Gender Identity movement”, ha dichiarato l'avvocato britannico Paul Coleman alla CNA il 23 marzo.

“È nell'aria nell'ultimo decennio e cerca di promuovere le definizioni 'orientamento sessuale' e 'identità di genere' a livello internazionale, cercando di fornire protezione, di cambiare il diritto internazionale per includere quei termini e di avere una serie di effetti a catena in una serie di settori diversi”.

Coleman, esperto in controversie internazionali con un'attenzione particolare al diritto europeo, esercita la difesa legale in istituzioni internazionali di governance come le Nazioni Unite, la Corte Europea dei Diritti Umani e l'Unione Europea.

“Le definizioni 'orientamento sessuale' e 'identità di genere' non sono particolarmente ben comprese”, ha spiegato l'avvocato, che è consulente legale presso l'ufficio di Vienna dell'organizzazione internazionale Alliance Defending Freedom.

“È parte della questione con questo tipo di terminologia – così fluida, mutevole –, può significare qualsiasi cosa la gente vuole che significhi”.

Come risultato, il linguaggio diventa una sorta di strumento per incorporare nel diritto certe convinzioni.

“In effetti, 'orientamento sessuale' è un 'codice', per così dire, per omosessualità e comportamento omosessuale, e 'identità di genere' è un 'codice' per transessualità o per quelle persone che sentono di non essere maschio o femmina, ma qualcosa di diverso, qualcosa a metà, o niente del tutto”, ha osservato Coleman.

Oltre al movimento SOGI, l'avvocato ha notato un “tentativo di creare un diritto all'aborto” nell'ambito del diritto internazionale, già presente agli inizi degli anni Novanta e che continua a crescere fortemente ogni anno.

“È una delle tendenze principali a cui assistiamo in questo momento. Ci sono molti documenti in discussione alle Nazioni Unite in cui le definizioni 'salute e diritti riproduttivi' e 'salute e diritti riproduttivi sessuali' appaiono costantemente”.

“Non importa quale sia la questione al centro della discussione, troveranno sempre un modo per includere questi argomenti”.

Neydy Casillas, avvocato ed ex docente di Diritto messicano che lavora presso l'Organizzazione degli Stati Americani e dell'America Latina, ha lamentato la forte concentrazione internazionale sulle questioni relative alla sessualità piuttosto che sui problemi che attanagliano le persone.

“Purtroppo in queste organizzazioni, dove bisognerebbe parlare dei problemi nel mondo, come la povertà, la mancanza di accesso all'assistenza sanitaria in generale, la mancanza di istruzione eccetera – problemi che influiranno sullo sviluppo delle Nazioni –, la discussione si è concentrata solo sulla questione relativa a ciò che è la vita, per cercare di legalizzare l'aborto in ogni circostanza”.

“Si lavora sodo anche sull'agenda omosessuale”, ha aggiunto l'avvocato, che lavora anche per Alliance Defending Freedom, “come se fossero questi i problemi del mondo, ignorandone completamente altri che esistono e influiscono su tutti e aiutano davvero lo sviluppo”.

Coleman ha citato tre gruppi diversi alle Nazioni Unite che promuovono il linguaggio e gli obiettivi dell'“orientamento sessuale” e dell'“identità di genere”.

I “conducenti primari” sono le “organizzazioni di attivisti”, seguiti dai “Paesi liberali, soprattutto occidentali”, e poi dalle “istituzioni stesse all'interno dell'ONU: gente che lavora per la stessa ONU”.

Quando le posizioni dei tre gruppi sono allineate, ha avvertito Coleman, i risultati sono notevoli.

“È per questo che definizioni come 'identità di genere' erano del tutto sconosciute fino a dieci anni fa mentre ora vengono spinte su più livelli anche se non c'è un unico trattato dell'ONU che menzioni le definizioni 'orientamento sessuale' o 'identità di genere'”, ha spiegato.

Quanti sostengono il movimento SOGI lavorano “giorno e notte” per “convincere i delegati o i rappresentanti dei Paesi che partecipano a queste organizzazioni che è ciò che la gente vuole”, ha detto Casillas.

Il risultato è che molti Paesi “cambiano il proprio diritto”.

Coleman ha notato che un processo di questo tipo è spesso molto complesso, dato che coinvolge la reinterpretazione dei trattati internazionali.

“Dove, ad esempio, i trattati internazionali dicono che la gente ha il diritto alla salute, viene interpretato come se si dicesse 'Bene, la salute include la salute riproduttiva, la salute riproduttiva include l'aborto – quindi c'è un diritto all'aborto'”.

“O ad esempio”, ha continuato, “quando un trattato afferma che chiunque ha il diritto di sposarsi: i trattati dicono realmente che gli uomini e le donne in età matrimoniale hanno il diritto di sposarsi, e questo viene reinterpretato come se si dicesse 'Bene, anche se si dice 'uomini e donne' dovremmo interpretare questa disposizione in base alle circostanze moderne, per cui dovrebbe essere 'uomini e uomini' e 'donne e donne'”.

I trattati, ha dichiarato Coleman, vengono non solo reinterpretati, ma a volte completamente ignorati.

“Anziché questi trattati firmati dalle Nazioni, approvati al massimo livello, troviamo che moltissimi altri documenti sono elaborati e approvati con uno scarsissimo esame, con un minimo input dall'esterno – e sicuramente non dai cittadini dei vari Paesi”.

Molti di questi documenti “non sono strettamente vincolanti”, ma “hanno l'aria di essere ufficiali e vengono usati come uno strumento, in un certo senso, per costringere le Nazioni a cambiare le proprie leggi”, ha commentato Coleman.

Anche se le Nazioni si possono rifiutare, molte “vogliono far vedere che tengono il passo con i loro 'doveri sui diritti umani' – non vogliono essere costantemente molestate dalle Nazioni Unite o dall'Unione Europea”.

L'influenza dei Paesi occidentali, poi, può essere notevole.

L'avvocato britannico ha affermato che “il Regno Unito ha detto che bloccherà gli aiuti ai Paesi del terzo mondo se questi non cambieranno le proprie leggi sull'omosessualità”.

“In America vediamo il Presidente Obama dire che è una priorità della politica estera promuovere l'omosessualità nel mondo. Si tratta di Paesi potenti con notevoli budget di aiuti internazionali, e stanno aiutando a promuovere la questione in tutto il mondo”.

“Se alle Nazioni viene detto costantemente: 'Dovete cambiare le vostre leggi sull'aborto. Dovete cambiare le vostre leggi sull'omosessualità', quella pressione può portare a cambiamenti a livello interno”.

Queste idee hanno inoltre un significato molto pratico, o meglio un “effetto a catena”, ha detto Coleman, citando la recente decisione di Facebook di includere 50 diverse opzioni di genere per i profili anziché maschio o femmina o una cosa come i giochi olimpici invernali. “Sono definiti come competizioni maschili e competizioni femminili. Che fare se c'è qualcuno che vuole partecipare alle competizioni femminili e non è una donna?”.

“A un livello più profondo, a un altro livello, può avere un grande impatto sulla libertà religiosa”, ha aggiunto, citando un caso in Gran Bretagna in cui è stata fatta causa a una diocesi per 50.000 sterline perché il vescovo non ha voluto assumere un uomo omosessuale per un incarico come ministro giovanile.

La gente che crede che l'umanità si divida in uomini e donne, e che vuole agire in base a queste convinzioni, affronterà “un conflitto nella legge”, ha dichiarato Coleman.

“Assisteremo a più casi di libertà religiosa in cui la gente viene citata in giudizio, venendo minacciata legalmente perché si aggrappa alla convinzione che esistano solo maschio e femmina”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

venerdì 11 aprile 2014

Neuroscienze e libertà: un'introduzione - 2, martedì 8 aprile 2014, http://acarrara.blogspot.it/

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) *

* questa è la seconda parte della sintesi della conferenza magistrale che l'autore impartirà oggi, martedì 8 aprile 2014 alle ore 17:10 presso l'aula Master dell'Ateneo Regina Apostolorum a Roma. Il testo è tratto dall'articolo pubblicato sulla rivista Studia Bioethica, vo. 6, n. 1, 2013, pp. 21-24. 

Quali conclusioni possono essere desunte da questi dati sperimentali? 

È fuori discussione e bisogna riconoscere che, almeno a prima vista, questi risultati sono sorprendenti. Ciò che ci si aspetterebbe è che l’area motoria della corteccia premotoria non si attivasse prima del prendere coscienza della decisione di eseguire un certo movimento. D’altra parte, però, la sequenza temporale sembra indicare che il cervello prepara il movimento prima che diventiamo coscienti di deciderlo.


In primo luogo, non c’è dubbio che questi risultati costituiscono un gran apporto alla ricerca neuroscientifica. Bisogna però far attenzione all’interpretazione scientifica dei dati concreti e reali. Ciò che è stato brevemente descritto fin qui potrebbe confermare la credenza che sia il nostro cervello una mera macchina causale e che nello spiegare l’agire libero non sia necessaria la coscienza. “Ci troviamo in un settore della scienza moderna nel quale la rigida distinzione tra scienza e filosofia risulta artificiale o, quanto meno, è messa in crisi”, come giustamente affermano José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya[1].

Sono molti i problemi connessi a questi esperimenti. Rimangono ancora problemi tecnici che vengono dibattuti a livello scientifico, specie quelli relativi alla mediazione dell’esperienza soggettiva, la relazione tra coscienza e tempo, la modalità di costruire gli esperimenti, etc. Inoltre, scienziati autorevoli affermano che “la comprensione di come la condotta per propria iniziativa venga codificata dai circuiti neuronali nel cervello umano resta elusiva [2].

La neurologa e filosofa Adina Roskies, nell’articolo di Kerri Smith, commenta queste evidenze scientifiche affermando che anche se la predizione sia notevole, ciò non è sufficiente ad affermare che si possa vedere nel cervello la decisione che la mente prende prima che questa ne divenga cosciente. Tutto quello che questi dati empirici suggeriscono è che vi sono fattori fisici che hanno un certo influsso nella presa di decisione. Ciò però non dovrebbe sorprendere nessuno.

Per filosofi formati in ambito scientifico, questi tipi di studi non costituiscono una buona evidenza dell’assenza di libero arbitrio. Queste sperimentazioni non sono altro che caricature della presa di decisione poiché persino la decisione apparentemente più banale e semplice di prendere un te invece di un caffè, risulta molto più complessa che decidere se premere un pulsante con una mano o con l’altra[3]. Queste critiche della Roskies rispondono al pregiudizio dello stesso Libet che affermava: “è interessante che la maggior parte delle critiche negative alle nostre scoperte e alle loro implicazioni, provengano da filosofi e da altri dotati di una esperienza insignificante nel campo della neuroscienza sperimentale del cervello [4].

In mezzo a questo dibattito, stiamo realmente parlando di libertà umana?

Come fanno notare José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya, in tutti questi esperimenti “l’azione libera appare come una causa, vincolata alla coscienza, capace di modificare il mondo fisico. Detto questo, bisogna tenere in considerazione che tale definizione di libertà, anche se può rinvenirsi in qualche autore moderno, non corrisponde al concetto classico di libero arbitrio [5].

La riflessione sulla libertà umana è una sorta di “filo rosso”, una costante che emerge continuamente lungo la storia del pensiero. 

Tommaso d’Aquino, che sintetizza una tradizione millenaria, affronta questa problematica in diverse opere. In primo luogo, bisogna specificare che l’uomo, giudicando sul proprio agire in virtù della ragione, può giudicare secondo il suo arbitrio, a differenza degli altri animali, poiché conosce la natura del fine (rationem finis) e i mezzi (quod est ad finem) e la loro relazione mutua (De Veritate, q. 24, a.1). Così l’uomo è dotato di libertà, cioè, è causa sui, essendo non soltanto causa del suo movimento, ma essendo anche causa del suo stesso giudizio in virtù del quale può decidere se desidera agire e come realizzare l’atto. La stessa conclusione si trova anche nella Summa di Teologia I parte, q. 83, a. 1. 

La radice della libertà si trova nella ragione che l’uomo possiede. Quest’ultima lo distingue dagli altri animali che agiscono seguendo il proprio giudizio che risulta determinato a un solo oggetto. Pertanto, non sono liberi. Negli animali vi è spontaneità, non libera scelta (De Veritate, q. 24, a.2).   

Prendendo le mosse dalla proáiresisdi Aristotele, la libertà può essere definita come la proprietà specifica della volontà umana (potenza o appetito razionale) in ordine al suo atto caratteristico che è la scelta (De Veritate, q. 24, a. 6) e che consiste nella capacità di agire in virtù della conoscenza intellettiva di ciò che è buono, del bene, o più precisamente, del bene in quanto bene.

Quest’apertura della volontà nella scelta caratterizza uno degli aspetti propri dell’essere umano. Non c’è dubbio che quest’indeterminazione avviene all’interno di un margine di determinazione, anche cerebrale, che è definito dai limiti stessi della natura umana e di ciò che l’uomo può effettivamente compiere.

In definitiva, gli esperimenti neuroscientifici, dato che non coinvolgono né un fine precedentemente conosciuto, né la varietà dei mezzi per raggiungerlo (non considerano neppure perciò il loro reciproco rapporto), non sono diretti alla caratterizzazione della libertà umana. Non è in gioco una scelta libera, bensì l’esecuzione di un semplice atto privo di qualsiasi motivazione. Non è contemplata alcuna ragione di bene.

Le false interpretazioni dei risultati a livello di elettroencefalografia e di immagini di risonanza magnetica funzionale non sono facilmente smascherabili da un pubblico poco esperto. Perciò, al momento di interpretare i dati neuroscientifici c’è bisogno di molta prudenza ed equilibrio. Bisogna ricordare che l’esperienza umana, proprio per essere “umana”, si caratterizza per una ricchezza e una complessità senza paragoni, tant’è che può persino arrivare ad affermare liberamente che la libertà è una mera illusione. Lo stesso Tolstoi lo riconosceva: “voi dite che io non sono libero... ma chiunque capisce che questa illogica risposta è una inconfutabile prova del mio libero arbitrio [6]


[1] José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-AmayaTiempo, conciencia y libertad: consideraciones en torno a los experimentos de B. Libet y colaboradores, in «Acta Philosophica» 11, 2008, pp. 291-306.
[2] Cf. Fried, I., Mukamel, R., Kreiman, G.Internally Generated Preactivation of Single Neurons in Human Medial Frontal Cortex Predicts Volition, in «Neuron» 69, 10 febbraio 2011, pp. 548-562.
[3] Cf. Adina RoskiesNeuroscience vs philosophy: Taking aim at free will, in «Nature» 477, 2011, pp. 23-25.
[4] Benjamin LibetThe Timing of Mental Events: Libet’s Experimental Findings and Their Implications, in «Consciousness and Cognition» 11, 2002, pp. 291-299.
[5] José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-AmayaTiempo, conciencia y libertad: consideraciones en torno…, pp. . 291-306.
[6] L. TolstoiGuerra e pace... p. 366.