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martedì 1 ottobre 2013

La vita prenatale e le capacità sensoriali di Anna Paola Borrelli, teologa moralista perfezionata in bioetica, 30 settembre, 2013




Se volessimo raccontare la storia di un bambino non dovremmo iniziare dal momento meraviglioso della nascita, ma retrocedere all’istante del concepimento e a tutta la sua vita prenatale. Quei 9 mesi lasciano tracce importanti che si sedimentano nella sua memoria e definiscono il carattere del nascituro.

C’è una disciplina, la “psicologia prenatale”, che ha fatto la sua comparsa negli anni ’70. Essa «nasce dall’interazione di conoscenze mediche (medicina ostetrico-ginecologica, medicina pre e peri-natale, biologia, ecc.) e conoscenze psicologiche (psicologia dello sviluppo, psicologia della personalità, psicologia dinamica, psicobiologia, ecc.) e […] si prefigge lo scopo di studiare lo sviluppo e le capacità psicofisiologiche, comunicative, relazionali e psicologiche del feto, a partire dal presupposto […] che il feto è in grado di ricevere uno stimolo (intra ed extrauterino), elaborarlo (anche psicologicamente) e dare una risposta» (Pier Luigi Righetti).

Quante volte sarà capitato di chiedersi se il feto sente la voce della mamma, dei familiari o delle persone che lei incontra, se percepisce i suoni e i rumori, se avverte stimoli dolorosi, se lo stress della madre si ripercuote su di lui, se sogna e in caso positivo cosa e a queste saranno seguite un’altra miriade di domande e curiosità che prima o poi tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo posti.  Proviamo allora a decifrare insieme questo fantastico mondo che è la vita prenatale, focalizzando la nostra attenzione sulle capacità sensoriali.

Nella vita intrauterina gli organi di senso hanno uno sviluppo molto lineare e ben ordinato, dapprima si sviluppa il tatto, poi l’olfatto, il gusto, l’udito e infine la vista. «Tutti i sistemi sensoriali sono maturi anatomicamente in utero; certi sono poco stimolati, è il caso della vista; in altri casi, degli stimoli relativamente più ricchi sono presenti prima della nascita: stimoli chimici del liquido amniotico che intervengono sul gusto e l’olfatto, stimoli tattili, stimoli cinestesici e vestibolari legati ai movimenti, stimoli uditivi» (E. Herbinet – M. C. Busnel).

 Il tatto
Si sviluppa precocemente ad appena 7 settimane di gravidanza nella zona periboccale, nella 11ª settimana lo troviamo nell’epidermide del viso e nel palmo delle mani, alla 12ª settimana è nella pianta dei piedi, mentre alla 15ª interessa gli arti e il tronco, fino a giungere alla 20ª settimana, ove i recettori cutanei sono espansi in tutto il corpo (Balmaan, 1980). «La letteratura medica e quella fisiologica ritengono che il liquido amniotico e la placenta siano i principali “trasmettitori” e “conduttori” delle stimolazioni colte dal feto» (P. L. Righetti).

Lo psicologo P. L. Righetti dichiara anche che «il feto è in grado di discriminare stimoli tattili dolorosi (se si stimola la pianta del piede del feto con piccolissimi aghi, il bambino aumenta la sua frequenza cardiaca e i suoi movimenti)». Che il feto percepisca dolore oggi non è più un mistero. Basti pensare che «l’anestesia viene proposta da taluni sin dal 4° mese di gestazione (Clark 1994). Protocolli analgesici sono proposti comprendendo la somministrazione di sulfentanyl e pentotal al feto in caso di aborto (Mahieu-Caputo 1999). Anche autori anglosassoni sono d’accordo su questo fatto (Clark 1994)» (C. V. Bellieni), cioè in pratica è provato che il feto che dev’essere abortito proverà certamente dolore, per cui gli si pratica l’analgesia.

Nei Paesi Bassi è stata inventata perfino una disciplina detta “aptonomia” (dal greco “hapsis” toccare) è “la scienza del tatto”, “la scienza del contatto”. Il suo fondatore, Frans Veldman, nell’articolo “Il senso sensato” ribadisce che «a partire dal momento in cui i primi movimenti sono percettibili, momento che può variare a seconda che si tratti di una primipara o di una pluripara, di solito verso il 4°-5° mese di gravidanza, la madre orienta la sua affettività, con un’accresciuta sensibilità, verso il suo bambino; essa lo prende, letteralmente, nelle sue mani, circondandolo affettivamente. La stimolazione percettiva, sentita dal bambino, l’invita a rispondere in modo riflessivo, sempre più anticipante. E a poco a poco si sviluppa, tra la madre e il bambino, un’interazione comunicativa che, quando si ripete regolarmente, si risolve rapidamente in un momento di allegra ricreazione».  Pertanto, la gestante può dilettarsi con suo figlio, stimolarlo, toccarlo, mediante la parete addominale e uterina. Anche il padre non è chiamato fuori da questo perimetro d’amore, è necessario piuttosto che «partecipi a questo “gioco” in cui si incontrano, a partire dai primi movimenti del feto […]. Si accorgerà che, anche per lui, è relativamente facile comunicare con suo figlio nell’utero, come per la madre, giocando con lui, formando con la madre una trinità affettiva serena».

La pelle è un involucro di emozioni e tutto ciò favorisce l’attaccamento tra madre e figlio di cui parlano Bowlby in Inghilterra e Harlow negli USA.  Ma già a partire dalla vita prenatale F. Veldman fa rilevare che purtroppo «questi stimoli affettivi mancano nella maggior parte delle gravidanze e segnala che questo deficit può avere delle conseguenze: certi comportamenti autistici non sarebbero forse indotti a partire dalla vita prenatale, dato che possono apparire delle “engrammation” positive o negative, “archivi mentali del sentimento”, molto prima di quanto generalmente non si pensi? Più i bambini ricevono stimoli significativi, adatti e conformi alla destinazione dell’essere umano, già umano prima della nascita, più la “matrice” dell’esistenza accresce i suoi contorni».

L’olfatto 
«Già in periodo embrionale sono evidenziabili dei sistemi cellullari che costituiranno il sistema olfattivo principale, trigeminale e vomero-nasale».  Mentre il tatto è il primo organo di senso a svilupparsi, «le strutture chemiorecettive del naso molteplici e complesse, sono fra le prime a formarsi nel corso della vita fetale. I recettori olfattivi primari e i sistemi cerebrali corrispondenti – i bulbi olfattivi – appaiono differenziati tra l’8ª e la 11ª settimana di gestazione […] Nel corso dello stesso periodo, le terminazioni sensitive del nervo trigemino […] sono ripartite in maniera diffusa nella mucosa nasale e sono all’origine delle sensazioni di natura tattile evocate dalle stimolazioni chimiche (il “piccante” dell’ammoniaca o il “fresco” del mentolo, per esempio). Infine, esistono nel feto umano di 5-13 settimane, dietro all’orifizio delle narici, due piccole strutture tappezzate da cellule sensoriali: gli organi vomeronasali» (E. Herbinet – M. C. Busnel).

Questi ultimi consentono di individuare l’odore delle sostanze di cui è impregnato il liquido amniotico. Riguardo al sistema olfattivo il legame tra vita prenatale e neonatale si rivela nel riconoscimento della madre, da parte del bambino, proprio in base al suo odore. Allo stesso tempo il neonato è in grado di riconoscere l’odore del latte materno e questo perché in antecedenza ne aveva conosciuto il suo sapore, all’interno del liquido amniotico. «Questo riconoscimento primitivo, essenziale, lascia sul piccolo una traccia indelebile; una volta riconosciuta la propria madre, saprà ritrovarla nuovamente e senza alcuno sforzo ogni volta che vorrà attaccarsi al suo seno». Nei nascituri, la cui età gestazionale è inferiore ai 7 mesi, la capacità di identificare l’odore materno si rivela minima, diversamente dai 7 mesi in poi. Questa differenziazione è motivata dal fatto che soltanto dal terzo trimestre i recettori olfattivi attivano la loro funzione di appurare eventuali modificazioni.

Il gusto
Un altro importante apparato è senz’altro il sistema gustativo che presenta recettori in tutta la lingua, soprattutto nella parte anteriore, così come nell’epiglottide e nel palato molle. Il feto fa esperienza gustativa di tutti gli alimenti che mediante la placenta arrivano in utero. Inizia così a riconoscerne le essenze, i profumi e a discernere quelli che gli piacciono di più o di meno, informando la madre di queste sue preferenze, attraverso modificazioni della sua frequenza cardiaca e di cambiamenti nei movimenti che saranno delicati o agitati, in base alle sue predilezioni e avversioni.

Alla nascita il bambino mostrerà poi un’evidente “memoria gustativa”. Se viene fatta un’«iniezione in utero nel liquido amniotico (che, si sa, è costantemente deglutito dal feto) di estratto di mela o d’estratto d’aglio induce allo svezzamento di una preferenza dei piccoli per l’alimento aromatizzato alla mela o all’aglio».  La dieta della madre influenza dunque le preferenze del piccolo, ma al tempo stesso sapori dolci e amari vengono riconosciuti dal nascituro e determinano una differente reazione. Così se dopo la 24ª settimana vengono iniettate sostanze dolci nel liquido amniotico, il feto reagisce, sia con un’accelerazione del ritmo di deglutizione, sia mostrando vere e proprie smorfie di piacere; viceversa iniettando sostanze amare egli rallenta il ritmo di deglutizione, fa smorfie di dolore e cerca di chiudere la bocca.

L’udito 
Il 4° apparato a svilupparsi in ordine di tempo è quello uditivo. Il feto è «in grado […] di distinguere una voce femminile da una voce maschile, musiche diverse, di dare sia risposte cardiache sia motorie differenti» (P. L. Righetti). Il sistema uditivo inizia il suo funzionamento verso i  4 mesi e più precisamente intorno alle 20 settimane (Pujol e Uziel, 1988). «Il sentire fetale è un sentire di tipo tattile per vibrazione del liquido amniotico; il nascituro risponde attivandosi di più se stimolato da una voce femminile (in particolare quella della madre, internamente con i rumori viscerali, ed esternamente, per vibrazione del liquido amniotico) perché la voce femminile produce una vibrazione più veloce di quella maschile» (P. L. Righetti). I rumori presenti sono di due tipi: rumori di origine materna e rumori provenienti dall’esterno.

«Dalle 26-28 settimane di gestazione, proprio come nel prematuro, possiamo osservare nel feto sottoposto a un forte rumore un’accelerazione del ritmo cardiaco e dei movimenti. […] Si tratta in genere di una risposta di sussulto più o meno forte. Se il rumore è più debole, la risposta si manifesta con un ammiccamento delle palpebre e modificazioni dei movimenti pseudo-respiratori, ma essa coinvolge abitualmente tutto il corpo, in particolare sotto forma di una flessione-estensione degli arti e di una contrazione del tronco. Serve per provocare questa reazione motoria un’intensità sonora maggiore di quella necessaria per indurre una risposta cardiaca. Questa segue molto rapidamente, con un tempo di latenza inferiore a un secondo. Birnholz e Benacerraf (1983), Leader e Baillie (1982) hanno descritto delle reazioni motorie ancor più precoci a stimoli vibro-acustici, a partire dalle 23 settimane di gestazione in certi feti. Per Leader e Baille le bambine reagirebbero due settimane prima dei maschi; questo risultato non è stato ancora ripetuto» (E. Herbinet – M.C. Busnel).

La musica riveste un ruolo particolare per quanto riguarda la funzione uditiva. Se il feto ascolta musiche troppo veloci e ritmate come nel caso del rock o di Beethoven reagisce con movimenti bruschi e con accelerazioni del suo battito cardiaco, viceversa se si tratta di musiche più lente e melodiose come Mozart e Vivaldi produrrà movimenti più tranquilli e il battito cardiaco diminuirà (Zimmer et al). L’apparato uditivo è in sé molto delicato e la madre deve riporre attenzione, non esponendosi a forti rumori che oltre a disturbare il piccolo, possono portare seri danni alla sua salute. «Alcuni esperimenti hanno mostrato che si poteva provocare una sordità nel feto di una cavia sottoponendo le gestanti per oltre sette ore al giorno al rumore prodotto dalle macchine di una fabbrica tessile. Da parte loro, Pujol e Lenoir (1979; 1980) hanno osservato che il topolino neonato può essere afflitto da un deterioramento uditivo permanente se, nel corso di un periodo particolare del suo sviluppo, è sottoposto a un rumore notevole, anche se non traumatico per un orecchio adulto. […] Sappiamo fin d’ora che un’esposizione costante a forti rumori per tutta la durata della gravidanza triplica il rischio di un deficit uditivo nel neonato, e questa stessa probabilità aumenta di otto volte se i rumori sono particolarmente violenti» (J. P. Relier).

La vista 
L’ultimo organo di senso a svilupparsi, durante la vita prenatale, è la vista che seppur funzionante, completerà la sua maturazione dopo la nascita. Il feto presenta le palpebre chiuse sino alla 26ª settimana per permettere il corretto sviluppo della retina. Dopo questo periodo gestazionale egli è in grado di percepire la luce se ad es. la gestante sosta al sole col pancione scoperto oppure se una lampada viene posta sull’addome della madre il bimbo si volterà immediatamente dall’altro lato e si registrerà un aumento del battito cardiaco. Arrivato alla 33ª settimana le pupille del nascituro si restringono o si dilatano, in relazione al grado di energia della luce.

A differenza degli altri organi di senso la vista è quello che viene utilizzato meno, dato il buio dell’ambiente uterino. Soltanto quando una fonte luminosa molto forte attraversa la parete addominale quell’ordinario buio muta per qualche attimo in penombra. Rispetto agli stimoli uditivi che «contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo cerebrale,[…] gli stimoli visivi diventino importanti solo a uno stadio più avanzato dello sviluppo, dopo la nascita. D’altronde questi fenomeni potrebbero spiegare ciò che tutti i medici hanno constatato: i ciechi dalla nascita sono persone molto meno infelici […] dei completamente sordi, spesso depressi e chiusi in se stessi» (J. P. Relier).

«Per quanto riguarda un’identificazione attraverso la vista, gli autori non sono concordi e i risultati delle ricerche sono spesso ambigui. In primo luogo è difficile eliminare tutti gli elementi che non siano visivi, ma possiamo frapporre un cristallo tra il bebè e un adulto e osservare come reagisce il bebè quando l’adulto è la madre o un’altra donna familiare o meno, o un uomo. Sembra che se l’adulto ha una faccia espressiva, si muove, parla, il bebè di un mese passerà più tempo a guardare sua madre piuttosto che un altro adulto. Al contrario se l’adulto resta immobile, il volto fisso, senza parlare, questo stesso bebè guarda meno sua madre che un altro» (E. Vurpillot).

martedì 23 aprile 2013


Coinquilini per la vita - 2013-04-23 L’Osservatore Romano


Mano accanto alla mano dell’altro, cuori che battono vicini, cosa provano due gemelli nell’utero materno? Come entrano in relazione tra di loro, con che forza e con che livello di coscienza?  Sono le domande che pone l’ultimo libro dello psichiatra Benoit Bayle Perdre un jemeau à l’aube de la vie (Toulouse, Erès, 2013, pagine 270, euro 26), scritto insieme alla filosofa Béatrice Asfaux. Entriamo portati per mano nel mondo fetale, non più solo descrivendo la fisiologia della gravidanza, ma immedesimandoci realmente negli attori primi ed essenziali di essa: il figlio e la mamma. «Il feto ha vissuto nell’utero un incontro particolare col suo gemello — scrive Bayle — tramite i sensi come l’udito, il tatto, l’equilibrio e il gusto, dato che la vista è il senso meno utilizzato dal feto». Eccoci allora attratti in un viaggio nel mondo della psiche e della sensorialità prenatale, che mostra il mondo sommerso e invisibile della vita fetale come mondo pieno di rapporti e di sensibilità, seppur — scrive Bayle — a un livello che viene un attimo prima della comparsa della reale coscienza. È l’evidenza di qualcosa al tempo stesso noto e censurato: il feto è essenzialmente un bambino non ancora nato, con indubbie caratteristiche infantili già presenti prima della nascita. Ma il viaggio può diventare drammatico: Bayle e Asfaux ci portano dove non immagineremmo, nel buio del lutto, della morte di uno dei due gemelli. Cosa prova il gemello che improvvisamente non sente più muovere accanto a sé il fratello o la sorella? E cosa proverà a distanza di anni, nel ricordo di quelle sensazioni e nel rimpianto di quella perdita?

Per un gemello, sopravvivere al gemello defunto è una sensazione dolorosa e straziante simile a quella di chi sopravvive a un coniuge durante un incidente o a chi sopravvive ai compagni di prigionia dopo una detenzione dura e violenta, col rischio di trascinarsi dietro un senso di colpa e un senso di invulnerabilità entrambi irrazionali.

«Affermare la propria onnipotenza non gli permette forse di difendersi inconsciamente dalla violenza di cui furono oggetto i suoi pari, e di fuggire al senso di colpa?» scriveva Bayle nel precedente L’embryon sur le divan (2003), in cui ipotizza un rischio simile anche nei soggetti sopravvissuti alla selezione embrionale fatta per “scegliere” l’embrione migliore. «Se è rimasto in vita, se è stato scelto, non è forse segno che vale più degli altri che non sono sopravvissuti? Il bambino soggetto alla onnipotenza del desiderio altrui sarà un bambino onnipotente cui è difficile fissare dei limiti». Il feto superstite nascerà mentre altri embrioni-fratelli, sono stati scartati, per essere abbandonati, distrutti o congelati in un remoto ospedale.

E non è forse tutta l’attuale generazione una generazione di sopravvissuti, in cui diffusamente si nasce dopo essere passati al vaglio dell’analisi genetica prenatale, e in cui una fetta di concepiti non arriva a nascere perché non idonei, malati o semplicemente indesiderati? E come pensare che tutta una generazione non serbi una traccia di questo esame attitudinale cui è sopravvissuto?

Carlo Bellieni

giovedì 31 marzo 2011

morte in culla - «Nella vita prenatale è nascosta la risposta a molte malattie» di Daniela Pozzoli, Avvenire, 31 marzo 2011

E’ nello «scrigno» della vita prenatale che si trovano le risposte a molte patologie dell’età adulta. Così, trovando una soluzione alle «morti in culla», prima causa di decesso nei Paesi sviluppati nei primo anno di vita del bambino, si svelano anche meccanismi che avranno conseguenze gravi nel corso della vita. Dopo trent’anni all’Istituto di anatomia patologica dell’Università degli studi di Milano, il professor Luigi Matturri si emoziona ancora quando parla dei corpicini stesi lì, sul tavolo autoptico, senza spiegazioni per la loro fine. Improvvise e apparentemente senza un perché. Messi a dormire nella culla dai genitori qualche ora prima e ritrovati senza vita. Oppure partoriti e subito deceduti. «Mi inviavano i primi casi e non mi spiegavo cosa potesse avere provocato quella fine – dice il luminare della Sids o 'morte in culla' –, ma negli anni la casistica a livello internazionale è aumentata e ha permesso di vederci meglio».
Un’urgenza di avere risposte certe che ha spinto Matturri a sostenere la Legge 31 che disciplina il «riscontro diagnostico sulle vittime da sindrome della morte improvvisa del lattante (Sids) e di morte inaspettata del feto». La legge del 2006 chiede a Regioni e Province autonome il compito di sviluppare la ricerca, la prevenzione, l’aggiornamento professionale, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e il sostegno psicologico delle famiglie colpite. «Nei Paesi sviluppati – riprende Matturri, presidente onorario del Centro di ricerca 'Lino Rossi' – una gravidanza ogni 150 si conclude con la morte improvvisa del feto, spesso inspiegabile anche dopo l’autopsia di routine. Una cifra 6-7 volte superiore a quella delle 'morti in culla' che è di un neonato morto ogni mille nati. Ciò significa che ogni 150 gravidanze, una si conclude con un evento luttuoso».
Studi scientifici hanno messo in evidenza che «entrambi i processi condividono alterazioni comuni. Anomalie congenite sia del sistema nervoso autonomo o vegetativo, centrale o periferico, che modulano l’attività respiratoria, cardiaca, del risveglio e delle prime vie digestive che della centralina elettrica del cuore, anch’essa sotto il controllo del sistema nervoso autonomo». I fattori che moltiplicano questo «errore» della natura sono il fumo di sigaretta nelle donne incinte, come anche il consumo di alcol e l’inquinamento ambientale. «Incommensurabili le ricadute scientifiche – riprende il patologo – che derivano dalle conoscenze di queste patologie in un periodo talvolta oscuro, quello prenatale, ma che ancora racchiude molte risposte preventive a patologie dell’adulto e dell’anziano. Un esempio su tutti: le prime fasi del processo aterosclerotico, causa di malattie cardio-vascolari, si trovano già nelle arterie del feto e sono provocate dal fumo materno». 
morte in culla - «Nella vita prenatale è nascosta la risposta a molte malattie» di Daniela Pozzoli, Avvenire, 31 marzo 2011

E’ nello «scrigno» della vita prenatale che si trovano le risposte a molte patologie dell’età adulta. Così, trovando una soluzione alle «morti in culla», prima causa di decesso nei Paesi sviluppati nei primo anno di vita del bambino, si svelano anche meccanismi che avranno conseguenze gravi nel corso della vita. Dopo trent’anni all’Istituto di anatomia patologica dell’Università degli studi di Milano, il professor Luigi Matturri si emoziona ancora quando parla dei corpicini stesi lì, sul tavolo autoptico, senza spiegazioni per la loro fine. Improvvise e apparentemente senza un perché. Messi a dormire nella culla dai genitori qualche ora prima e ritrovati senza vita. Oppure partoriti e subito deceduti. «Mi inviavano i primi casi e non mi spiegavo cosa potesse avere provocato quella fine – dice il luminare della Sids o 'morte in culla' –, ma negli anni la casistica a livello internazionale è aumentata e ha permesso di vederci meglio».
Un’urgenza di avere risposte certe che ha spinto Matturri a sostenere la Legge 31 che disciplina il «riscontro diagnostico sulle vittime da sindrome della morte improvvisa del lattante (Sids) e di morte inaspettata del feto». La legge del 2006 chiede a Regioni e Province autonome il compito di sviluppare la ricerca, la prevenzione, l’aggiornamento professionale, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e il sostegno psicologico delle famiglie colpite. «Nei Paesi sviluppati – riprende Matturri, presidente onorario del Centro di ricerca 'Lino Rossi' – una gravidanza ogni 150 si conclude con la morte improvvisa del feto, spesso inspiegabile anche dopo l’autopsia di routine. Una cifra 6-7 volte superiore a quella delle 'morti in culla' che è di un neonato morto ogni mille nati. Ciò significa che ogni 150 gravidanze, una si conclude con un evento luttuoso».
Studi scientifici hanno messo in evidenza che «entrambi i processi condividono alterazioni comuni. Anomalie congenite sia del sistema nervoso autonomo o vegetativo, centrale o periferico, che modulano l’attività respiratoria, cardiaca, del risveglio e delle prime vie digestive che della centralina elettrica del cuore, anch’essa sotto il controllo del sistema nervoso autonomo». I fattori che moltiplicano questo «errore» della natura sono il fumo di sigaretta nelle donne incinte, come anche il consumo di alcol e l’inquinamento ambientale. «Incommensurabili le ricadute scientifiche – riprende il patologo – che derivano dalle conoscenze di queste patologie in un periodo talvolta oscuro, quello prenatale, ma che ancora racchiude molte risposte preventive a patologie dell’adulto e dell’anziano. Un esempio su tutti: le prime fasi del processo aterosclerotico, causa di malattie cardio-vascolari, si trovano già nelle arterie del feto e sono provocate dal fumo materno». 

giovedì 21 ottobre 2010

Rivelazioni - «Il feto prova dolore». Allora rispettiamolo... - L’informazione mediatica sulla vita prenatale soffre di un paradosso stridente: vengono annunciate scoperte sempre più sorprendenti sulle capacità del feto ma quando è il momento di ragionare sull’aborto si mette da parte lo stupore imbracciando i consueti luoghi comuni di Carlo Bellieni – Avvenire, 21 ottobre 2010

Strana la gente: spesso guarda le cose ma non vede l’evidenza. E ancor più strana la stampa, che mentre discetta su quale sia il miglior metodo abortivo, racconta le sensazionali scoperte sulla vitalità e le capacità del feto. È capitato in questi ultimi tempi sulla stampa italiana, e ci ha sconcertato, non perché ci dispiaccia che si parli della bellezza della vita prenatale, ma perché non si vogliono trarre le ovvie conseguenze e rispettarla. È un atteggiamento divergente, che fa in modo che del 'feto' si parli come si parla di un cervo impagliato: bello, ma non ci commuove. Invece dovrebbe, perché le belle capacità descritte sui giornali sono quelle di chiunque di noi prima di essere nato, e dei nostri figli, che imparano a conoscerci già prima della nascita. Già, perché dentro il pancione il bambino percepisce voci e risate, impara la lingua della mamma e i suoi gusti alimentari. E la ricerca scientifica ci mostra come si muove, come risponde agli stimoli, anche a quelli dolorosi, perché dalla metà della gestazione il feto è in grado di sentire il dolore. Le ricerche in questo campo sono pubblicate sulle maggiori riviste di medicina, insieme agli studi sul diabete o sulla depressione.
Ad esempio Julie Mennella, dal Texas ha studiato come si formano i gusti alimentari nel feto, l’irlandese Hepper come impara le voci prima di nascere. Hans Veldman e Catherine Dolto hanno studiato come entra in contatto con mamma e papà prima di nascere e come questi possano comunicare con lui/lei attraverso una metodica detta 'aptonomia', basata sulle carezze attraverso la parete del pancione e ormai è un’abitudine mostrare le immagini a tutto tondo del feto che si succhia il dito, che ride, che piange. Sunny Anand ha per primo studiato nel 1987 il dolore del feto che è ormai un’evidenza, nonostante tentativi di screditarla basati su dati obsoleti riguardo l’incapacità di percepire le sensazioni se la corteccia cerebrale non è sviluppata, ben smentite dagli studi recenti sulle capacità percettive degli adulti con danno cerebrale grave. E sull’incomprensibile equazione che, siccome il feto dorme quasi sempre, allora non sentirebbe il dolore: ma queste persone non hanno mai avuto un mal di pancia che li ha fatti svegliare e gridare nel sonno?

Ma non basta: oggi possiamo anche curare il feto, operandolo dentro il pancione per una serie sempre maggiore di malattie, con esiti sempre migliori, trattandolo per quello che in realtà è: un paziente, un bambino malato. Allora come non vedere l’evidenza?

Quello è una persona: soffre, piange, ride, scalcia, ha un cuore che batte, delle piccolissime ovaie se è una bambina e una memoria. Invece assistiamo a paradossi anacronistici. Il primo è che questa età della vita non abbia un medico specifico, come il pediatra per i bimbi già nati, il ginecologo per le donne, il gerontologo per i vecchi, costringendo il medico della mamma a fare il tuttologo e curare il feto come un paziente ma anche come un’appendice della mamma. Il secondo paradosso è che se muore non viene riconosciuta alla famiglia la possibilità di avere un’astensione dal lavoro per il lutto, a dargli un nome, a iscriverlo all’anagrafe, come invece avviene nella laica Francia.

Terzo paradosso, è che in diversi Paesi occidentali (non in Italia, per fortuna) può essere abortito con un’iniezione di digossina nel cuore anche quando è così sviluppato da poter sopravvivere una volta fuori del pancione, uscito dal quale, un attimo dopo è (per magia?) diventato intoccabile. Non voler vedere l’evidenza ci riporta indietro a memorie che speravamo sepolte: sembra tanto tempo, ma sono pochi anni.