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mercoledì 6 febbraio 2013


Come uscire dalla solitudine - 6 febbraio 2013 - Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 4 febbraio 2013, www.ilmattino.it


La sofferenza più diffusa oggi? La solitudine. Un disagio che ne crea molti altri, anche gravi. Spesso comincia presto, anche prima di nascere, dalla faticosa ricerca di uno scambio armonico tra madre e figlio.
Oggi i bambini affetti da disturbi della comunicazione (dalle dislessie all’autismo), sono sempre più numerosi. Sono, o si sono sentiti, soli. Sono bimbi sensibili, e il loro disturbo è la metafora della malattia del tempo: solitudine e difficoltà a comunicare ciò che si sente.
Le cronache lo ricordano in continuazione: dalle vite difficili di molte star, a quella perdute delle cronache quotidiane di giovani o vecchi trovati abbandonati in fondo a un cortile, o in un appartamento chiuso. O il professionista famoso che si tira un colpo nel suo super studio, in pieno centro.
La solitudine è la grande sfida con la quale si deve confrontare l’uomo oggi. Da dove nasce? Il fatto è che l’uomo è un essere sociale, vive e si sviluppa comunicando con gli altri. Per comunicare, però, ha bisogno di appartenere a qualcosa in cui si possa riconoscere. Un territorio, una comunità, un gruppo. E una famiglia. Nel giro di pochi decenni molte di queste cose si sono squagliate, o quasi. I territori sono esplosi sotto sviluppi enormi, o si sono svuotati per l’abbandono dei loro tradizionali abitanti.
Questi cambiamenti hanno poi stravolto e per solito dissolto le comunità tradizionali. Anche i gruppi nei quali le persone si identificavano, a cominciare dalle classi sociali, con le loro specifiche e diverse culture, si sono liquefatti e confusi.
Qualcosa del genere sta anche accadendo nel campo della famiglia, creando confusioni, difficoltà, e spesso traumi a cominciare dal fondamentale e delicatissimo rapporto madre-figlio. Senza relazioni autentiche, senza vere identificazioni, l’uomo è solo.
E’ una situazione difficile, ma dalla quale si può uscire. E’ necessario però evitare che cada nel suo polo oscuro, e diventi isolamento.
Il bambino è solitario (oltre che, spesso, per una naturale introversione) per difendersi da stimoli, rumori provocazioni, che disturbano il suo sviluppo affettivo e cognitivo. Per un periodo preferisce rinunciare ad avere comunicazione e relazioni più intense con gli altri. Deve però trovare dei ponti che riaprano la comunicazione con l’esterno: familiari, compagni, amici.
Lo stesso deve accadere all’adulto che, per ragioni diverse, è caduto (o ha momentaneamente scelto) la solitudine. Occorre evitare che si isoli, e venga isolato, dal resto del mondo.
Non si tratta solo di un problema psicologico, o di cura. E’ un problema sociale. Le statistiche dei disturbi psichiatrici, in continua crescita, ci parlano anche di questo. Occorre trovare delle soluzioni perché la crescente solitudine delle persone non diventi isolamento. Come fare?
Qualcosa si comincia a vedere dalle modifiche del tessuto sociale delle città.
I quartieri, spesso proprio quelli più in difficoltà (come Sanità o Stella a Napoli) cercano autonomamente di darsi luoghi di incontro, blog, momenti di discussione, di elaborazione culturale, di mutua assistenza. Avranno le loro fatiche e contraddizioni, ma è da lì che bisogna partire: dai nuclei elementari di convivenza.
Caseggiati, quartieri, piccole e grandi comunità. E naturalmente famiglie. Occorre ricostituire reti di comunicazioni personali, autentiche, ora annegate nella società apparentemente “liquida”, ma in realtà dura e impersonale degli ultimi decenni. Situazioni con le quali i giovani possano identificarsi non per una sera di sballo, ma per un’appartenenza reale, quotidiana. Per costruire una vita.

martedì 18 settembre 2012


Tre professionisti coerenti ed amanti della vita umana- Tre belle testimonianza: Mario Melazzini, Elvira Parravicini e Angelo Vescovi - http://www.uccronline.it/
18 settembre 2012


*pediatra

Ho raccolto, e mi sembra bello condividerle con voi, le esperienze di alcuni personaggi italiani cui la stampa ha dato di recente una seppur timida eco. Queste testimonianze mostrano che al mondo c’è ancora qualcuno che dà il giusto valore alla vita umana e che non si lascia confondere dal rumore assordante che ci circonda e che vorrebbe farci credere che una vita che soffre o che è malformata o che è semplicemente troppo giovane o troppo vecchia non è vita o può comunque essere tranquillamente, talvolta persino “legalmente”, interrotta.
In un articolo pubblicato il 21 agosto scorso su Avvenire, il Dott. Mario Melazzini, medico oncologo, affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica, la gravissima, progressiva e letale malattia che tutti noi conosciamo bene, si esprimeva come segue: «La ricerca scientifica riveste un ruolo imprescindibile nella lotta alle malattie considerate al momento inguaribili. […] E’ solo dalla ricerca che possono giungere le risposte terapeutiche che malati e famiglie si attendono. Tutti ci auguriamo che arrivino al più presto, tuttavia la ricerca ha tempi precisi per arrivare a esiti concreti: va portata avanti in maniera corretta e responsabile, senza strumentalizzazioni e in maniera etica, nel rispetto dei criteri e delle procedure validate, senza lasciare spazio a false illusioni e “viaggi della speranza”.» Quanta differenza nell’approccio di questo grande medico, costretto sulla sedia a rotelle, rispetto alle polemiche e alle strumentalizzazioni, cui di recente abbiamo assistito , del caso di Celeste, la piccola bimba ammalata di atrofia muscolare spinale.
Ma mi preme riportarvi una parte ancora più bella dell’articolo del dott. Melazzini: «Ma nel contempo si vuole e si deve continuare a vivere: ancora troppe volte ci si dimentica che l’efficace presa in carico e il continuo sviluppo della tecnologia possono realmente consentire anche a chi è stato colpito da patologie inguaribili di continuare a guardare alla vita come a un dono ricco di opportunità e di percorsi inesplorati prima della malattia. Quest’ultima, dopotutto, non porta via emozioni e sentimenti, ma fa comprendere che l’essere conta più del fare. È questa la vera speranza: il medico può cercarla e trasmetterla anche quando prevalgono i dubbi e l’angoscia, imparando dai pazienti come proprio la speranza sia il vero e proprio cuore della guarigione.» E ancora: «La ricerca è linfa vitale che alimenta la speranza di una vita migliore per chi, oggi, è costretto a vivere con la malattia. Ma non dobbiamo dimenticarci che un corpo malato non può diventare in nessun caso un fattore di isolamento, esclusione ed emarginazione dal mondo. È inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato in un peso sociale. Si tratta di un’offesa per tutti, ma in particolar modo per chi vive una condizione di malattia. Questa idea, infatti, aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, e introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società. La domanda di senso di un’esistenza è strettamente correlata alla possibilità di esprimersi e, soprattutto, al fatto che ci sia o meno qualcuno a raccogliere i messaggi. Non bisogna lasciare che siano la trascuratezza, l’abbandono e la solitudine a decretare una vita degna o meno di essere vissuta.»
Il quotidiano Libero, il 30 agosto scorso, pubblicava invece un articolo sulla Dott.ssa Elvira Parravicini, una neonatologa italiana che negli Stati Uniti, in un grande ospedale pubblico, accoglie i neonati con seri problemi che tuttavia i genitori hanno deciso di non abortire, anche grazie alla consapevolezza che c’èuna squadra di esperti disponibile a farsene carico. Questo team di medici e infermieri accoglie questi bimbi e cerca di rendere loro la vita, quei brevi istanti di vita che magari hanno a disposizione, la più confortevole possibile. Perché è vita anche quella di un bambino malformato o gravemente prematuro. Ed essere amati da una famiglia, fosse anche per poche ore, è un diritto e un bisogno primario di questi bimbi. La dott.ssa Parravicini ha raccontato la sua esperienza nel corso dell’ultimo meeting di CL a Rimini.
Vi confesso che da Pediatra non sono riuscito ad ascoltare questa bellissima esperienza senza provare emozioni fortissime ed un’ammirazione grande per questa persona. Si decide di diventare medici perché si desidera salvare i propri simili, aiutarli a vivere meglio. La morte di un paziente, per un medico, è sempre fonte di frustrazione. La dott.ssa Parravicini ci dimostra che un medico è sempre a favore della vita, anche di quella che ai più non sembra nemmeno degna di essere vissuta; ci dimostra che un medico deve accompagnare con grande disponibilità, delicatezza e amore ogni vita, accogliendola nel momento della nascita o della “rinascita” a seguito di una guarigione, ma anche sostenendola nel momento della fine. Perché, in fondo, come dice la dott.ssa Parravicini: «Di cosa ha bisogno un bambino? Di avere accanto la mamma e il papà. Qual è il suo piacere principale? Mangiare. Ecco, partiamo da qui: devono poterlo fare, fosse anche per i soli cinque minuti che stanno al mondo». In fondo è semplice: «Non c’è strada, se non la realtà. Il bambino ci dà tutti i segni di cui abbiamo bisogno. Perché lui è dato, ai genitori e a me: a noi, che non possiamo definire il suo destino. A noi è chiesto di osservare e seguire la realtà.».
Qui sotto l’intervento della dott.ssa Parravicini al Meeting di Rimini
Infine, a dimostrazione che si può essere ottimi ricercatori continuando a rispettare la vita fin dal suo inizio, credo sia bello citare le parole del Dott. Angelo Vescovi, neurobiologo, dichiaratamente agnostico, sostenitore dellaricerca sulle cellule staminali adulte. Di recente ha iniziato una sperimentazione trapiantando nel cervello di due malati di Sclerosi laterale amiotrofica le cellule staminali cerebrali ingegnerizzate di un feto abortito spontaneamente donate dai genitori del bimbo (nello stesso modo in cui due genitori potrebbero donare gli organi del proprio figlio deceduto prematuramente). Intervistato da Francesco Ognibene su Avvenire lo scorso 1 agosto , alla domanda sul perché della sua scelta etica di non lavorare con cellule staminali embrionali, ha risposto quanto segue: «Non per motivi religiosi, ribadisco che sono agnostico: le mie motivazioni nascono da convinzioni personali di scienziato, sulle quali resto coerente. Ho un enorme rispetto per la vita, in tutte le sue forme. A rigor di logica e di scienza, dimostrabile e verificabile, la vita comincia all’atto del concepimento e finisce con la morte naturale. L’intervallo tra i due istanti è lo spazio della vita umana, ed è uno spazio sacro, laicamente sacro: quanto di più grande ci sia nella considerazione di uno scienziato, e certamente nel mio sistema di valori. Non credo in una scienza che viola il diritto a esistere della vita, e in particolare della vita umana».
E infine: «Non credo in una scienza che crea vita umana per poi distruggerla al solo scopo di ricavarne cellule embrionali. Così facendo la scienza calpesta la regola più elementare della morale universale, ovvero il rispetto della vita umana, per soddisfare le necessità che derivano dall’insufficienza delle sue capacità tecniche. Il vero scienziato davanti a un problema cerca la soluzione, non la scorciatoia. Il lavoro che stiamo conducendo dimostra una volta in più che esiste la soluzione al problema dell’uso delle staminali nel pieno rispetto della vita».

venerdì 7 settembre 2012


Eutanasia, dramma della solitudine, 07/09/2012, http://www.avvenire.it/

Si intitola La dolce morte la puntata di Doc3 su Rai3 in onda a mezzanotte di mercoledì, ma il titolo avrebbe potuto essere La solitudine. Quella di una coppia di mezza età unita da un rapporto tenero e tenace, isolata in un mondo vuoto che il regista John Zaritsky disegna con misura e capacità di evocazione. Una coppia che affronta la malattia dell'uomo, in fase terminale e a rischio di soffocamento, decidendo un duplice suicidio in una clinica svizzera all'uopo dedicata. E la descrizione di dubbi e esitazioni, considerazioni che i due si scambiano preparando la duplice morte, traccia il contorno di una sorta di capsula in cui i due – lontani anche dalle figlie – in totale isolamento argomentano: solitudine che diventa vuoto per la mancanza, nel dialogo pacato e disperato insieme, di ogni sostegno di fede, di ogni afflato amicale, di ogni speranza d'affetto. Soli in un mare di nulla, i due vagano sommessi nel deserto di una vita che hanno amato e amano ancora e tuttavia temono per la separazione imminente da affrontare con paura. Sconvolge la dolcezza con la quale il tema dell'addio diventa progetto suicida, in cui il dolore e lo spavento devono essere esclusi in nome di un abbandono senza fiducia. «Quante cose avrei voluto fare e non ho fatto! Ma sono stanco di vivere nella malattia» riflette lui, il primo a morire. E il rimpianto dice molto sulla vita che ancora lo spinge a volere, a "essere". Ma gli accordi vengono presi, l'appuntamento fissato. «Mi lascio tutto alle spalle. È duro». E mentre ricorda, si commuove e sente la vita pulsare con forza, gli vengono spiegate le ritualità letali che lo addormenteranno per sempre di sua mano. Solo. Soli, senza alcun sostegno, nessuna preghiera. Soltanto un sommesso addio. L'amarezza diventa emozione e pena, lo spettatore (286.000, share 3,91%) spegne con tristezza. Eutanasia o morire di solitudine e di sconforto non accudito né colmato?

lunedì 23 luglio 2012


VICINO ALLA RAGAZZA DI OZZANO NON C'ERA NESSUNO - L'esempio di amicizia e vicinanza dei Centri di aiuto alla vita (Cav)

ZI12072205 - 22/07/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-31829?l=italian

ROMA, domenica, 22 luglio 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo il comunicato del movimento Cav (Centri di aiuto alla vita) sul caso di Ozzano Emilia, dove una ragazza ventunenne ha gettato giovedì scorso dopo un parto avvenuto a casa il primo di due gemelli nel cassonetto della spazzatura, provocandone il decesso. Non ce l'ha fatta neppure il secondo gemellino, partorito dalla ragazza alcune ore dopo e ricoverato all'ospedale Sant'Orsola di Bologna. Il piccolino morto questa mattina era nato estremamente prematuro.
***
Ancora un dramma dell'instabilità psicologica e forse della siolitudine. Ancora, a pagare per tutti è un bambino non nato e anche il fratellino è tra la vita e la morte. La ragazza di Ozzano Emilia si è trovata, in condizioni ancora tutte da chiarire, a vivere da sola una situazione difficile senza che nessuno potesse aiutarla. C’è addirittura il sospetto che sia caduta nella mani di qualcuno che ha provocato intenzionalmente l’aborto.
Negli oltre 300 Centri di aiuto alla vita le donne vengono seguite ed aiutate da personale altamente specializzato. Quello di cui avrebbero avuto bisogno la ragazza eforse anche i suoi genitori. L'amicizia e la vicinanza aiutano ad accettare la gravidanza, sciogliendo i nodi economici (grazie anche a Progetto Gemma), superando i blocchi psicologici, vincendo la solitudine. Anche solo per portare il bambino (o i bambini come in questo caso) alla nascita e lasciarli all'amore di genitori adottivi. Purtroppo nessuno ha detto alla ragazza a chi avrebbepotuto rivolgersi per avere questo aiuto.
I Centri di aiuto alla vita, con il loro lavoro promuovono quotidianamente quella cultura della vita di cui oggi si avverte sempre di più il bisogno. Ma è necessario che anche le istituzioni si interroghino su quanto accaduto e mettano in atto politiche socio-sanitarie a sostegno della preferenza per la nascita.
L’elenco dei Cav è su www.mpv.org

martedì 12 giugno 2012


IL CASO/ 1. Così la società della solitudine ha reso il suicidio un "diritto" di Carlo Bellieni, martedì 12 giugno 2012, http://www.ilsussidiario.net

Sull’ultimo numero della rivista Psychopatology, uno studio Usa mostra che il 10% degli studenti dei Campus hanno ideazioni suicide; sulla rivista Lancet di questo mese uno studio cino-inglese si dilunga sulla prevenzione del suicidio fatta tramite internet. Strano mondo, il nostro: la scienza vuole prevenire il suicidio e sui giornali c’è chi lo acclama come un diritto. Salvo poi trovarlo in casa propria, come avviene in questi giorni in Italia, tra morti per disperazione di imprenditori, disoccupati e studenti; e rendersi conto che il suicidio è terrore, dolore, solitudine… tutto ma non un diritto: un diritto presuppone essere liberi, ma dolore, sofferenza e solitudine ottundono e schiacciano ogni libertà e chi lo compie ne è la vittima.
Fino a ieri il suicidio veniva definito “atto nobile” o “scelta da rispettare”... e in questi giorni quei proclami ora stonano, strappano il cuore, creano imbarazzo: quando si guardano in faccia le persone morte e i loro familiari, certi “diritti” da vivere nella solitudine e nella tanto venerata “autodeterminazione” diventano dei macigni.
I massmedia devono interrogarsi su come sono stati trattati questi temi, risalendo ai tempi in cui parlavano di diritto al suicidio come fosse un diritto tra i tanti, e arrivando a come sono stati trattati in prima pagina sapendo che il suicidio per sue dinamiche interne determina un effetto di emulazione. Al tema suicidio è stato riservato poi pochissimo approfondimento vero, puntando certo l’indice sulla crisi economica, ma pochissimo sulle dinamiche psicologiche della persona-vittima del suicidio, e soprattutto su come prevenirlo. Perché ormai la parola d’ordine è: “Lo vuoi fare? Fallo, basta che non disturbi e segua i criteri corretti”; e quando ci si trova davanti a suicidi veri non si sa più cosa dire.
Ma guardiamole bene le persone che in questi giorni entrano nella statistica dei suicidi: imprenditori, disoccupati, sportivi, giovani. Certo, è da miopi non additare il problema “crisi economica”, ma questo non cancella il problema “solitudine” o “disperazione”. Ci potranno dire che questi suicidi non riscontrano il placet dell’intellighenzia postmodernista, che il suicidio da liberalizzare è quello che passa dalle maglie di un’apposita commissione ben assortita, paritaria e bipartisan…, e che il camice bianco o l’apposita clinica è il posto giusto, mentre i binari di una ferrovia non lo sono; ma davvero accettiamo che qualcuno in maniera illuminata pensi di “saper bene” quello che agli altri conviene anche sul crinale personale e delicato della morte?
E pensare che poi le stesse persone affermano che nelle decisioni “autonome” nessuno deve interferire. Paradosso? No: potere dell’epoca postmoderna, in cui la solitudine è il sommo ideale. Ma attenti: si parla oggi di libera scelta o piuttosto di disperazione, trattando di tanti di questi casi? E se è disperazione o sofferenza, quale sarebbe allora la libera scelta di un suicida: quella che passa attraverso una commissione di saggi illuminati?
Fatto sta che almeno in questi giorni di diritto al suicidio non ne parla più nessuno; forse per opportunità, forse in attesa di tempi migliori; o perché ora guardano in faccia cosa è il darsi la morte e non lo auspicano più. Che questa sensazione non li abbandoni e serva (anche a noi) ad essere compagni, piuttosto che ad aprire le porte alla morte solitaria, fosse anche “medicalmente assistita”.


© Riproduzione riservata.

lunedì 30 gennaio 2012


Il modello svedese? Da suicidio di Francesco Saverio Alonzo, 30-01-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

In Svezia aumenta di continuo il numero delle persone che vivono sole e non sempre per libera scelta, ma come una conseguenza di situazioni che vanno dalla ricerca esasperata della carriera all’abbandono del tetto coniugale a seguito di separazioni e divorzi. Si è toccato adesso il vertice storico del 50% della popolazione, con una punta massima del 60% nella capitale Stoccolma, distanziando Finlandia (39%), Danimarca (37%) Germania (34%), mentre i Paesi del bacino mediterraneo fanno registrare cifre fra il 10 ed il 15%.

Questa desolante solitudine può degenerare in crisi psicologiche che portano ad esempio i giovani ad eccessi estremi quali i teatrali suicidi in diretta sul forum Flashback che si sono registrati recentemente.
Si sa che in Svezia sposarsi è superfluo dato che basta comunicare all’anagrafe che si divide il focolare con un’altra persona per essere considerati una coppia a tutti gli effetti giuridici. Molti, tuttavia, non vogliono rinunciare alla cerimonia del matrimonio, ma se sono in molti a sposarsi (30.000 matrimoni l’anno per una popolazione di poco inferiore ai 10 milioni) altrettante sono le coppie che divorziano e la stessa cifra – sempre 30.000 – riguarda gli aborti legali che ogni anno si registrano nelle cliniche svedesi. Il 55% dei bambini nasce al di fuori del matrimonio, ma la ripresa delle nascite (120 mila dovute in gran misura alle donne immigrate) ha riportato la Svezia al vertice europeo (2,10 figli per donna) e ciò è dovuto alla generosità per quanto riguarda i congedi parentali, i sussidi di maternità, gli assegni familiari e gli accessi agli asili. Ovviamente queste forme di welfare si pagano con le tasse piú alte del mondo, con un carico fiscale del 55% del Pil.
La frequenza dei divorzi porta con sè il problema della cura e dell’affidamento dei figli, ma, nella moderna società svedese, perfino i pargoli si sono adattati al trasferimento periodico da un genitore all’altro, accettando la figura della “mamma finta” o del “papà finto”  (in svedese plastmamma e plastpappa) che si sostituiscono ai genitori veri con alternanze spesso illogiche.
E poi la facilità con cui si svolgono questi scambi di appartenenza affettiva finisce per disgregare la famiglia, non di rado perché uno dei “coniugi” vuole improvvisamente un partner piú giovane e, non esistendo remore, pianta tutto e se ne va, lasciando l’altro solo. E a mano a mano che gli svedesi vedono “progredire” la loro nazione, aumenta il numero di coloro (50% della popolazione, 59% nella capitale Stoccolma) che vivono da soli, senza una persona con cui condividere gioie e dolori, chiusi in miniappartamenti dotati delle piú vanzate risorse elettroniche ed informatiche, ma privi di calore umano.
Sebbene sussista ancora in Europa il mito del “modello svedese”, l’albero della solitudine a cui si deve aggrappare  la metà degli abitanti di questo paese “felice” affonda le proprie radici nella politica perseguita dai governi socialdemocratici durante gli anni Settanta, ben poco attenta alla famiglia  ed indirizzata ad eliminare le “spose di lusso” (come venivano definite la casalinghe) spingendole a lavorare con drastiche riforme fiscali. Attualmente tutte le donne lavorano e sono economicamente autosufficienti, ma molte di esse che hanno superato la cinquantina si trovano ad essere prive di una famiglia e degli affetti che dovrebbero circondarle secondo una tradizione umanistica. 

Le femministe piú convinte trovano positivo questo “strappo” alla prigione familiare, ma ciò non toglie che continuamente si debbano ascoltare le espressioni di disagio, sui giornali, alla radio o in televisione, di moltissime persone che vivono sole e si sentono emarginate, ad onta delle conquiste in carriera. Il disgregamento della famiglia porta a un distacco tragico anche per quanto riguarda i rapporti fra le varie generazioni. Si tratta di un rigetto societario che esclude, per ragioni di puro egoismo o per incapacità di adeguamento ai modelli  piú frenetici di vita, intere fasce di cittadini che un tempo, nell’ambito familiare della società contadina, trovavano persone con cui dividere la vita quotidiana. Oggi molti anziani vengono abbandonati, dimenticati da figli e nipoti che vivono con ritmi di vita e con esigenze che richiedono il massimo della loro concentrazione egoistica. Non di rado si scoprono i corpi di persone decedute  da mesi senza che nessuno si sia preso la cura di constatare come stessero. Molti svedesi pensano: “Noi paghiamo tasse salate, ci pensi lo Stato ai vecchi!”
Lo stesso discorso vale per i figli che, non appena possono, talvolta ancora adolescenti, lasciano la famiglia per sentirsi liberi, andando a condividere il costo di appartamenti in subaffitto con altri coetanei, altrettando desiderosi di sfuggire al dominio dei genitori.
Che la solitudine stia diventando un problema sociale non indifferente a Stoccolma, una delle città piú moderne del mondo, viene confermato dalla psicologa Anna Svensson. “In ultima analisi, - dice la dottoressa Svensson, - è molto meglio per una persona anziana scegliere di vivere nelle strutture assistenziali create dallo Stato dove, oltre ad usufruire di ogni comodità e di cure sanitarie, può incontrare altra gente sola, stabilendo nuove conoscenze ed amicizie che aiutano a vivere.”
Molti genitori trascurano la formazione morale dei propri figli, protesi come sono nella ricerca di beni materiali, lasciando i giovani in balia di se stessi ed anche qui si gioca a scaricabarile. La scuola dice infatti che devono essere i genitori a educare i figli, mentre i genitori ritengono che, pagando tasse altissime, abbiano tutto il diritto di addossare al sistema scolastico la responsabilità dell’educazione morale dei giovani.
In questo caos, spicca il fenomeno della salda unione familiare riscontrabile presso la maggioranza dei nuclei di immigrati. Che gli svedesi debbano imparare qualcosa da loro?

venerdì 20 gennaio 2012


L'INDAGINE - Chi dorme da solo dorme peggio (anche se non ne è consapevole ) - Lo indica uno studio americano. Il rimedio? Il caldo «abbraccio» di un bagno caldo - http://www.corriere.it

MILANO - Le migliori dormite le facciamo quando non ci sentiamo soli, esclusi o isolati dagli altri e se abbiamo al nostro fianco un compagno o una compagna di vita. Quando invece ci sembra di essere esclusi dal contesto sociale la nostra solitudine esistenziale ci segue anche nel sonno che inizia a frammentarsi con frequenti risvegli notturni anche se apparentemente dormiamo lo stesso numero di ore e ci sembra di aver trascorso tutta la notte fra le braccia di Morfeo.
LO STUDIO - L’ha verificato uno studio dell’Università di Chicago pubblicato su SLEEP che ha esaminato una comunità chiusa come quella agricola degli anabattisti Hutteriti del Sud Dakota. 95 persone con età media di 39,8 anni (55% erano donne) sono state prima valutate con test psicologici sui loro livelli di solitudine percepita, depressione, ansia e stress, nonché sulla qualità di sonno soggettiva. Poi per una settimana il loro sonno è stato controllato tramite un actigrafo da polso, una sorta di mini-holter polisomnografico portatile.

CONTA SOLO LA SOLITUDINE - Dopo aver depurato gli altri fattori confondenti (età, sesso, peso, eventuale apnea morfeica, elevati livelli di depressione, ansia e stress) l’unico parametro risultato significativamente importante è risultato essere la solitudine percepita, la quale peraltro non influenza la durata totale del sonno né la sua percezione soggettiva. Gli autori hanno fornito una spiegazione evoluzionistica al fenomeno: per sopravvivere l’uomo ha dovuto fare affidamento al cordone di sicurezza della sua comunità. Sentirsi soli fa percepire la mancanza di questo senso di protezione sociale e per contrastare il senso di vulnerabilità che ne deriva attiviamo i nostri sistemi d’allerta che non ci fanno più dormire sonni tranquilli. Accade un po’ la stessa cosa ad esempio nella coppia dove la moglie dorme meglio se il marito non è fuori casa per lavoro o ai bambini che si addormentano subito solo fra le braccia protettive della madre.

UN BAGNO CALDO - Un altro studio della Yale University pubblicato su Emotion dimostra che un buon metodo per compensare il senso di solitudine è fare un bagno caldo, perché il calore e il senso di sicurezza hanno per noi un inconscio legame ancestrale, probabilmente rievocato dal caldo abbraccio della mamma o del marito.

Cesare Peccarisi 20 gennaio 2012

mercoledì 30 novembre 2011


LETTERA/ Caro Bersani, la dignità è un'altra cosa... di Carlo Bellieni, mercoledì 30 novembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

Gentile on. Bersani, arriveremo poi a conclusioni diverse, ma al convegno di Scienza e Vita (18 novembre, Roma) ha messo il dito sulla piaga. Ha detto che negli ultimi anni c’è stata una rivoluzione culturale: la gente che un tempo aveva paura della morte improvvisa ora ha paura della morte “senza dignità” (e spesso se la augura, la morte improvvisa).
Sarebbe interessante trarne le stesse conclusioni, ma questo richiede dialogo e tempo. La mia conclusione è che nulla può togliere all’uomo la sua dignità, dunque va combattuto il dolore, ma non si può pensare che il dolore renda la vita indegna. La dignità è intrinseca; un fiore può essere sbattuto, calpestato, strappato, ma resterà sempre un fiore.
Invece per alcuni la dignità consiste nel “poter fare una certa cosa”, e nel nostro immaginario finisce che l’idea che abbiamo di dignità coincide con le nostre passioni (o le nostre fobie). Tutte cose buone, per le quali impegnarsi, spesso; ma un po’ poco per pensare che “lì” risieda la nostra dignità. E questo ha riflessi sociali: come si pensa che certe malattie tolgano la dignità, così si pensa che certi lavori non siano “degni” (e i cittadini dei Paesi ricchi non li fanno più perché si sentono sminuiti). Non è vero. Perché non c’è nulla che tolga all’uomo/donna la dignità di uomo/donna, neanche il lavoro più faticoso o la malattia mentale. Perché la dignità non dipende dallo stato in cui siamo: anche in un lager si conserva la dignità, vedi Primo Levi (questo però non toglie che il lager vada cancellato).
Dunque la lotta vera è quella contro il dolore e la solitudine e anche contro le cure inutili; non sul credere che una certa vita è “indegna”, e che l’unica soluzione è toglierla o togliersela. E perfida è la società che lascia le persone sole, obbligandole a scegliere tra una vita disegnata come “indegna” e scelte letali (aborto, eutanasia, droga): che razza di scelta “libera” è?
Per questo non concordo con quanto scriveva Stefano Semplici sull’Unità (21 novembre): “La Chiesa non raggiungerà l’obiettivo (…) fino a quando insisterà che la crisi morale del nostro tempo dipende da un difetto di conoscenza”. Invece, credo, il punto è qui: ri-conoscere. Ecco un’altra rivoluzione: un tempo si accusava la Chiesa di essere tesa solo al soprannaturale, al primato della coscienza sulla conoscenza; non era proprio così, ma poteva sembrarlo; oggi di essere tesa solo al naturale, alla conoscenza, ed in parte è vero, perché la Chiesa invita a riconoscere il reale, mentre sono altri che mettono la “coscienza” (cioè il soggettivismo) al centro dell’etica.
Ma cos’è la conoscenza di cui parliamo? La conoscenza è dare alle cose il loro nome. E’ riconoscere che l’uomo non diventa mai “meno degno”, e che proprio per questo deve essere sempre e comunque tutelato, anche dalle sue paure. E riconoscere che non si può defraudare il salario, che non si può uccidere, che non si può violentare; e riconoscere pari dignità a qualunque essere umano, indipendentemente dall’età, dalla razza o dalla malattia. Le sembrano cose su cui si può discutere? E’ essere certi che su alcuni temi non ci sono “due verità”, a seconda di chi parla: stuprare è sempre un male, frodare le tasse o rubare al povero è sempre una male, aggredire il bambino (nato o non nato che sia) è sempre un male; poi ci saranno attenuanti, ma il male è certo.
Il problema è che oggi prevale l’etica dell’auto-nomia, cioè che se TU decidi che una cosa non è male, diventa BENE, a condizione di avere la FORZA per farsi valere. E certa bioetica utilitarista (“io valgo solo se so farmi valere, se sono legge a me stesso”) toglie la qualifica di “persona” a coloro che avrebbero “perso dignità” (feti, disabili mentali, pazienti in coma prolungato).
Insomma, on. Bersani, oggi siamo in una società spaventata e solitaria in cui si cerca di pararsi e ripararsi da tutto e da tutti, perfino dalla morte, perfino dai nostri cari che ci guardano morire; e dal lavoro che genera poco potere spicciolo e spendibile socialmente (e questo accade non solo al manovale, ma anche tante volte ai manager). Magari pensando che una decisione presa nel chiuso della propria stanza, di fronte ad un foglio di dati sia garanzia di libera scelta e dignità. Ma - e immagino che su questo potremo dialogare - la vera dignità è un’altra cosa, e la solitudine, sommo ideale della società postmoderna, può farci scordare di averla.
Allora dobbiamo garantire che nessuno si senta mai abbandonato: empatia da parte di chi cura, accesso a cure psicologiche, ad un ambiente non deprimente, alla compagnia dei cari, provvedimenti che diano agevolazioni e addirittura mettano al di sopra degli altri le persone con disabilità e malattie gravi. Cioè ri-conoscere, leggere la realtà. Diamo queste poche ma forti garanzie a chi sta male. Poi, solo poi, si potrà domandare se la vita è degna; solo poi si può discutere sulle leggi.


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mercoledì 7 settembre 2011


BENEDETTO XVI: DIO RISPONDE AL GRIDO DELL’UOMO


All’udienza generale il Papa dedicata al Salmo 3

ZI11090715 - 07/09/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-27866?l=italian
ROMA, mercoledì, 7 settembre 2011 (ZENIT.org).- Dio risponde sempre al grido di aiuto dell'uomo. Lo ha detto questo mercoledì Benedetto XVI commentando il Salmo 3 durante l’Udienza generale in piazza San Pietro.
Giunto in elicottero da Castel Gandolfo, il Pontefice ha proposto ai numerosi fedeli presenti all’incontro la prima di una serie di riflessioni dedicata al libro dei Salmi, in cui il Signore si manifesta come “aiuto, difesa, salvezza” e “come scudo protegge chi si affida a Lui, e gli fa sollevare la testa, nel gesto di trionfo e di vittoria”.
In particolare il Papa si è soffermato sul testo che la tradizione ebraica attribuisce a Davide nel momento in cui usurpato del trono dal figlio Assalonne fugge da Gerusalemme in cerca di scampo, ma è tallonato da un manipolo di aggressori.
L’angoscia lo assale e le prime parole del Salmo sono in realtà un lungo grido di aiuto al cielo di un uomo solo, che pur vedendosi in estremo pericolo, ha osservato Benedetto XVI, “mantiene saldo il rapporto con Dio”.
Tuttavia, ha sottolineato il Papa, “i nemici tentano anche di spezzare questo legame con Dio e di incrinare la fede della loro vittima. Essi insinuano che il Signore non può intervenire, affermano che neppure Dio può salvarlo […] È l’estrema tentazione a cui il credente è sottoposto, è la tentazione di perdere la fede, la fiducia nella vicinanza di Dio”.
“Mi sembra che qui ci tocca il Salmo molto personalmente in tanti problemi – ha continuato –. Siamo tentati di pensare che forse anche Dio non mi salva, non mi conosce e forse non ne ha la possibilità. La tentazione contro la fede è l’ultima aggressione del nemico e a questo dobbiamo resistere così troviamo Dio e troviamo la Vita”.
La fede del re Davide viene però ripagata: “la visione dei nemici ora scompare, non hanno vinto perché chi crede in Dio è sicuro che Dio è il suo amico: resta solo il 'Tu' di Dio, ai 'molti' si contrappone ora uno solo, ma molto più grande e potente di molti avversari”.
L’uomo, dunque, “non è più solo, i nemici non sono imbattibili come sembravano, perché il Signore ascolta il grido dell’oppresso e risponde dal luogo della sua presenza, dal suo monte santo. L’uomo grida, nell’angoscia, nel pericolo, nel dolore; l’uomo chiede aiuto, e Dio risponde”.
In questa prospettiva, il grido “esprime il bisogno di aiuto e si appella alla fedeltà dell’altro”.
Gridare - ha sottolineato il Pontefice - vuol dire “porre un gesto di fede nella vicinanza e nella disponibilità all’ascolto di Dio”. Perciò la preghiera “esprime la certezza di una presenza divina già sperimentata e creduta, che nella risposta salvifica di Dio si manifesta in pienezza”.
Proprio in questo “intrecciarsi di grido umano e risposta divina” sta “la dialettica della preghiera e la chiave di lettura di tutta la storia della salvezza”.
“Nel dolore, nel pericolo, nell’amarezza dell’incomprensione e dell’offesa, le parole del Salmo aprono il nostro cuore alla certezza confortante della fede – ha concluso –. Dio è sempre vicino - anche nelle difficoltà, nei problemi, nelle oscurità della vita - ascolta, risponde e salva nel suo modo. Ma bisogna saper riconoscere la sua presenza e accettare le sue vie”.
Nelle catechesi in sintesi, pronunciate in varie lingue, il Papa ha infine ricordato in polacco i funerali del Cardinale Andrzej Maria Deskur, celebrati questo martedì, che in vita fu legato da una profonda amicizia al Beato Giovanni Paolo II: “Con la preghiera e con le sofferenze, egli ha sostenuto il suo servizio papale, affidando sempre la propria vita all’Immacolata”.

sabato 5 febbraio 2011

La Giornata per la vita - Per uscire dall'ideologia della solitudine di CARLO BELLIENI (©L'Osservatore Romano - 6 febbraio 2011)

La Giornata per la vita che si celebra in Italia è un richiamo, come sottolinea il messaggio dei vescovi, a "educare alla pienezza della vita". Nelle scuole, ma anche sui media, dove latita una buona informazione sui temi etici: si pensi al modo in cui è stato presentato il suicidio di un celebre regista italiano e allo spot televisivo dove un anziano chiede l'eutanasia come "diritto", tessendo lodi della sua vita scandita da decisioni prese in solitudine e chiedendo di concluderla nello stesso modo. Due esempi di una mentalità generale e montante, in cui la libertà è ridotta ad assenza di legami e la solitudine è vista come condizione ideale per prendere decisioni.
Ma la solitudine non è un ideale, perché sarebbe come dire che lo sono anche l'ignoranza o la schiavitù. Solitudine e tristezza schiacciano e soffocano la libertà. Nello scorso dicembre la rivista "Lancet" ha lanciato un allarme contro l'"epidemia di solitudine che colpisce gli anziani", analizzata in profondità dal documento The forgotten Age del Centre for Social Justice, pubblicato in novembre nel Regno Unito. E un preoccupato messaggio viene dall'"Australian and New Zealand Journal of Psychiatry", che nel numero di gennaio mette in evidenza l'alto tasso di suicidi tra gli adolescenti.
Eppure, la liberalizzazione di eutanasia, aborto e droga si basa proprio sul far credere che quanto decidiamo nel dolore e nella solitudine sia libertà, e sul far passare come "indegno" quello che invece è una caratteristica strutturale dell'essere umano: il dipendere dagli altri, che a volte può essere quasi totale, mai però indegno. Si è dato il nome di libertà alla solitudine, chiamandola autonomia, cioè "essere ognuno la legge di se stesso". Da qui a far credere che la perdita dell'autonomia quotidiana (camminare, parlare) renda la vita indegna il passo è breve. Ma non è così. Dipendere da una figlia o da un padre non è indegno, ed è profondamente ingiusto diffondere questa idea. La lotta alla malattia ci sta a cuore, ma non accettiamo l'idea che la vita malata e dipendente dagli altri perda significato.
Per diffondere la cultura della solitudine, i media tacciono i tanti casi di eroismo di fronte alla malattia, dando spazio ai rari esempi di coloro che rivendicano la supposta libertà di lasciarsi morire. Su questo tema si è discusso di recente, col solo errore di pensare che questo comportamento dei media nasca da una cultura della morte, la quale presuppone un'ideologia nichilista e autoritaria. Si tratta invece più banalmente di una cultura della solitudine, in realtà forse ancor più pericolosa della prima: essa mostra infatti un volto mite, che contrasta con i suoi effetti nefasti, e dissimula l'angoscia esistenziale della mentalità che la genera. Oltretutto, c'è un dato semplice e lampante che dovrebbe far riflettere: quanti vogliono vivere sono molto più numerosi di coloro che vorrebbero morire. Questo dovrebbe in primo luogo garantire un accesso proporzionale all'informazione, e soprattutto far capire che la scelta per la morte è e resta l'eccezione, perché non è ciò che i malati vogliono se le condizioni esterne non li inducono alla disperazione. Ed è compito dello Stato assicurare loro buone condizioni, non agevolare la morte.
Chi diffonde sui media un volto nobile della morte provocata, dovrebbe almeno immaginare quanto questo sia nocivo per le persone che soffrono, in particolare chi è depresso o solo. In questo modo, curare la vita del disperato o aiutarlo a farla finita appaiono due opzioni uguali, dello stesso peso. Ma è un ragionare strano, perché solitudine e disperazione sono l'antitesi della libertà e la annullano, riducendola a una ritirata forzata. Ed è pericoloso, per i rischi di emulazione: ricordo che in Italia una ventina di anni fa ci fu un breve periodo durante il quale si suicidarono molti adolescenti, e non è stato questo l'unico caso di suicidio contagioso. Bisognerebbe poi approfondire quanto influisca il peso economico nelle richieste di liberalizzazione dell'eutanasia. Nello scorso dicembre il "British Journal of Nursing" ha paventato il rischio dell'apertura all'eutanasia non per motivi "nobili", ma molto più prosaicamente per abbattere la spesa sociale. Come scrivono i vescovi italiani, la Giornata per la vita è un impulso verso "un nuovo umanesimo", per uscire dall'ideologia della solitudine e della paura. E, come ha spiegato il Papa lo scorso 17 novembre, è una spinta a ritrovare una "giustizia sanitaria", perché l'attacco alla vita viene subito dopo l'attacco alla giustizia. E cosa c'è di più ingiusto che lasciare una persona sola, o farla considerare inutile?
La paura di dover dipendere dagli altri, quasi non fosse la nostra condizione quotidiana, e il culto orgoglioso dell'autonomia, come se ogni giorno non obbedissimo a leggi universali e naturali con nostro giovamento, concorrono ad aprire all'eutanasia, ben diversa dal diritto a sospendere l'uso di medicine se inutili e intollerabili. È una cultura questa che definisce persona solo chi è in possesso di certe condizioni di indipendenza, e nasce da una società intrisa di disabilità affettiva. Una disabilità peggiore di quella fisica o mentale, perché non educa alla solidarietà verso queste ultime, ma solo all'infantile desiderio di farle sparire per magia.