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mercoledì 16 ottobre 2013

Sponsorizzate aborto, contraccezione, campagne Lgbti. Cosa ci imporrà l’Europa tra cinque giorni - Ottobre 16, 2013, Leone Grotti - http://www.tempi.it/

europa_gay_matrimoni


Cosa dice nel dettaglio il documento che sarà approvato i prossimi 21 e 22 ottobre al Parlamento europeo e che obbligherà tutti a dare «opinione positiva» su alcune tematiche. E che vuole limitare la «libertà di coscienza»
europa_gay_matrimoniI prossimi 21 e 22 ottobre al Parlamento europeo sarà votata una risoluzione che, in caso di approvazione, inviterà fortemente, per non dire obbligherà, gli Stati membri a garantire a tutti, anche giovanissimi, aborto, contraccezione, fecondazione assistita, corsi obbligatori a scuola sull’identità di genere e contro la discriminazione delle persone LGBTI, su cui sarà obbligatorio dare «un’opinione positiva», e limitazione dell’obiezione di coscienza. Tutto in nome di nuovi «diritti umani».

FECONDAZIONE PER SINGLE E LESBICHE. Nel dettaglio la risoluzione 2013/2040(INI), basata sul documento A7-0306/2013, «riconosce che la salute e i diritti sessuali e riproduttivi costituiscono un elemento fondamentale della dignità umana di cui occorre tener conto nel contesto più ampio della discriminazione strutturale e delle disuguaglianze di genere» e di conseguenza «invita gli Stati membri a tutelare la salute sessuale e riproduttiva». Partendo da qui, gli Stati membri dovranno «offrire scelte riproduttive e servizi per la fertilità in un quadro non discriminatorio e (…) garantire l’accesso ai trattamenti per la fertilità e alla procreazione medica assistita anche per le donne senza un partner e le lesbiche».


LIMITARE OBIEZIONE DI COSCIENZA. L’accesso all’aborto «deve essere universale, (…) legale, sicuro e accessibile a tutti». Di conseguenza il testo esprime preoccupazione perché «l’aborto è spesso evitato o prorogato da ostacoli che impediscono di accedere a servizi adeguati, come l’ampio ricorso all’obiezione di coscienza». Per questo «gli Stati membri dovrebbero regolamentare e monitorare il ricorso all’obiezione di coscienza nelle professioni chiave». Il documento manifesta anche «preoccupazione per il fatto che il personale medico sia costretto a rifiutarsi di prestare servizi per la salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti negli ospedali e nelle cliniche di stampo religioso in tutta l’UE».

ABORTO SENZA IL CONSENSO DEI GENITORI. Per quanto riguarda gli adolescenti, se la risoluzione sarà approvata, gli Stati membri dovranno «ricorrere a vari metodi per raggiungere i giovani, quali campagne pubblicitarie, marketing sociale per l’uso dei preservativi e altri metodi contraccettivi, e iniziative quali linee verdi telefoniche confidenziali». Soprattutto, aborto e contraccezione dovranno essere forniti senza discriminazione «rispetto al genere, allo stato civile, alla disabilità, all’orientamento/identità sessuale e accessibili senza il consenso dei genitori e dei tutori».

EDUCAZIONE SESSUALE PRO LGBTI. Dovranno essere «obbligatori» corsi di «educazione sessuale a scuola» che includano «la lotta contro gli stereotipi, i pregiudizi, tutte le forme di violenza di genere e violenza contro le donne e le ragazze, fare luce sulla discriminazione basata sul genere e sull’orientamento sessuale, e denunciarla, e sulle barriere strutturali all’uguaglianza sostanziale, in particolare all’uguaglianza tra donne e uomini e tra ragazze e ragazzi, oltre che porre l’accento sul rispetto reciproco e la responsabilità condivisa». Inoltre «l’educazione sessuale deve includere la fornitura di informazioni non discriminatorie e la comunicazione di un’opinione positiva riguardo alle persone LGBTI, così da sostenere e tutelare efficacemente i diritti di giovani LGBTI».

RIEDUCAZIONE DEI MEDICI. Gli Stati membri dovranno anche «sviluppare e attuare programmi e corsi di educazione e formazione post-laurea obbligatori sui temi riguardanti la salute sessuale e i diritti riproduttivi indirizzati agli studenti di medicina e agli operatori sanitari». In generale, «in materia di salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti», sempre bisogna tener conto delle particolari esigenze di «lesbiche, bisessuali o transessuali, bambini e giovani, persone LGBTI».

lunedì 25 febbraio 2013


La pillola contraccettiva dopo lo stupro? Ma il vero rimedio è l’accoglienza - febbraio 25, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/




 Alla notizia della presa di posizione della Conferenza episcopale tedesca, che ha sollevato la necessità di rivedere la contrarietà della Chiesa verso i contraccettivi d’emergenza, come la pillola del giorno dopo, nei casi di stupro della donna «solo nel caso in cui non siano abortivi», c’è sicuramente da chiedersi se l’affermazione sia scientifica o meno (è ormai noto che la pillola contraccettiva può provocare l’aborto, ndr). Ma soprattutto vengono in mente i casi reali di bambini nati da violenza. Come Ken, figlio di uno stupro, per cui la vita è «straordinaria», o Sandra che di suo figlio, concepito in un atto da cui la donna ha cercato di sottrarsi, parla come del «sole della mia vita». C’è poi la comunità Amici di Lazzaro, stupita da quanto L., figlio di una mamma violentata, sia un bimbo «pieno di vita e gioia». Da ultimo riaffiora alla memoria il caso estremo di alcune donne, delle suore, che abbandonarono addirittura la propria vocazione per «accudire con amore» i loro figli nati da stupri avvenuti nell’estate del 1993, durante la guerra in Bosnia.

SONO FELICE. La prima storia risale all’ottobre scorso, quando Todd Akin, politico americano, aveva fatto una gaffe parlando di stupro “legitimate”, parola ambigua che può voler dire oltre che “vero e proprio” anche “legittimo”. Alla notizia, un uomo, chiamato Ken, era intervenuto in sua difesa. Ken, cresciuto in una famiglia adottiva, conobbe la madre a 30 anni, scoprendo che a 15 la donna era stata violentata. Aiutata da un’istituzione cattolica di carità lasciò loro il piccolo. «Mi si rivolta lo stomaco quando sento parlare di stupro, perché è qualcosa di orribile», aveva precisato l’uomo. Raccontando che al padre avrebbe «tirato un pugno», che «lo stupro è una cosa spaventosa», ma che anche «da qualcosa di così terribile può nascere il bene. E io ne sono la prova». Di più, l’uomo ora sposato con tre figli, e ha detto che «non si può parlare di questi bambini come di condannati». Perché, come lui, «possono nascere, possono crescere, possono vivere una vita».

«MIO FIGLIO È IL MIO SOLE». Il caso di Sandra e di suo figlio Roman è invece apparso il 27 settembre scorso sul quotidiano tedesco Bild. Lei si chiedeva come avrebbe potuto amare un figlio nato da una violenza ma da quando nacque, ha raccontato, «ogni volta che sorride, l’orrore subito non mi interessa più: mio figlio è il sole della mia vita. Che io riesca a sentirmi così per lui, mi rende incredibilmente felice, perché ho la consapevolezza delle circostanze terribili del suo concepimento».

«FELICE PERCHE’AMATO». L. invece è un piccolo di 6 anni, figlio di una giovane violentata, e da qualche mese ospite della comunità Amici di Lazzaro. Giunto lì dopo l’omicidio della madre è stato descritto così: «È un bambino vivace ma ben educato, intelligente, sveglio, amichevole, affettuoso ma per nulla appiccicoso, pieno di vita, in buona salute, bello e promettente. Sprizza gioia di vivere da tutti i pori, e non lo fa per posa. È proprio così. Appena ti vede ti salta al collo, ma mica ci resta per molto: ti coinvolge in una vorticosa conversazione che spazia ampiamente oltre i confini dei pensieri che occupavano la tua mente un minuto prima». E si intuisce da dove venga tanto bene: di sua madre si sa che era stata lasciata sola, isolata persino dalla famiglia, ma che aveva accettato anche questo pur di accudire quel bambino che amava pur essendo stata violentata. E non parliamo di una madre santa: quella di L. non aveva, come si dice, una vita troppo regolare.

LE SUORE BOSNIACHE. Fu invece nel marzo del 1994 che emerse la notizia delle suore Bosniache che, violentate nel giugno del 1993 durante la guerra, avevano deciso di tenere i loro figli, anche se ciò significava o tornare allo stato laicale, o rimanere in convento dando in adozione i bambini. Durante la guerra in Bosnia furono altre le donne violentate e fece scalpore l’appello del beato Giovanni Paolo II che disse a loro di non abortire. Appello che valse anche per le religiose. Ad alcuni teologi, che già allora parlavano di pillola contraccettiva in casi del genere parve troppo, ma non alle suore stesse che accettarono il fatto che una novizia fosse andata a vivere in città, continuando a sostenere madre e figlio come parte della propria comunità.

@frigeriobenedet

martedì 18 settembre 2012


ADOZIONI GAY/ Meluzzi: nessuno può fare a meno di un vero padre e di una vera madre - INT. Alessandro Meluzzi - martedì 18 settembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net/


L'attore Rupert Everett (gay dichiarato) ha fatto una sorta di coming out che sta facendo infuriare la comunità omosessuale inglese. Ha detto infatti, secondo quanto hanno riportato alcuni media, che "non c'è nulla di peggio che essere cresciuto da due papà". Non è una dichiarazione da poco, tenendo conto che viene appunto da un omosessuale in un momento in cui in Inghilterra e negli Stati Uniti le coppie omosessuali (quasi tutte appartenenti all'alta società delle star della musica o del cinema) che adottano figli si moltiplicano, ultimi esempi Elton John e Miguel Bosé. IlSussidiario.net ha chiesto ad Alessando Meluzzi di commentare la dichiarazione di Everett. "Questo signore manifesta del buon senso e dice una cosa che per ogni persona orientata in modo positivo verso la vita sembra ovvia". Aggiunge, Meluzzi, che la necessità per un figlio di avere entrambi i genitori, maschio e femmina, non dovrebbe mai essere negata. Nel mirino ci sono quei casi di adozione fatta solo per soddisfare il capriccio o il bisogno psicologico di due persone di diventare genitori: "La genitorialità non è un diritto né la risposta a un capriccio".
Professore come commenta la frase di Rupert Everett?
E' una frase che esprime quel buon senso che chiunque è orientato in modo positivo verso la vita, dovrebbe avere.
Perché un figlio cresciuto da due padri o da due madri dovrebbe subire un trauma, dovrebbe insomma subire quella che Everett definisce "la cosa peggiore"?
Perché la componente dell'umano si nutre della componente di genere maschile e femminile. Noi impariamo l'identità di genere maschile e femminile dalle nostre figure genitoriali, cioè il papà e la mamma. Dunque ogni bambino ha il diritto di avere un padre e una madre perché questa fonte di identità rappresenta la salute della mente, del corpo e dell'anima.
Dunque è necessario per la stabilità psicologica dell'individuo.
E' una necessità, quella di avere entrambi i genitori, che non dovrebbe essere mai negata a nessun bambino, soprattutto a un bambino che viene dato in adozione, là dove c'è la possibilità di scegliere. Da questo punto di vista questa evidenza è l'evidenza fondamentale.
Ci spieghi meglio.
Teniamo presente che da un punto di vista generale la paternità, la maternità e la genitorialità non sono un diritto. Non sono la risposta a un capriccio dell'adulto e quindi non sono la risposta al desiderio spasmodico di due persone di sesso diverso, o ancor di più dello stesso sesso, di rispondere al proprio bisogno psicologico. La genitorialità è il donare, come nel caso della maternità e della paternità biologica, il bene della vita, dal punto di vista organico ma ancor di più dal punto di vista psicologico ed emozionale, a un bambino.
Viene insomma prima il bambino dei genitori.
La vera centralità del bisogno è quella del bambino. Da questo punto di vista siccome la richiesta di adozione supera l'offerta di adozioni ci sono una quantità di coppie fatte di padre e di madre e non si capisce perché si debba venire incontro a una domanda che invece appare di più il desiderio di rispondere a un proprio bisogno. Quello cioè di essere genitori ancor più in queste situazioni che lo stesso Everett giudica pessime. Credo sia molto triste per un bambino avere due padri o due madri.
Cosa risponde a chi obietta che anche tra le coppie etero ci sono casi di figli cresciuti con squilibri e problemi psicologici?
La risposta è semplice. Nessuno ha mai potuto fare un confronto statistico fra la quantità di famiglie naturali in cui viene generata la vita o quelle adottive fatte comunque da un padre e da una madre, e le coppie omosessuali. Non c'è nessun confronto, non c'è nessuno che può sostenere che le famiglie fatte da due padri siano migliori. Ma basta citare un dato:  se i figli hanno bisogno di stabilità, basta confrontare la stabilità e la durata delle coppie fatte da uomini e donne con quella delle coppie gay, che sono quelle più esposte a separazioni e conflittualità, e su questo ci sono dei dati. Basterebbe questo dato sulla stabilità per stabilire la realtà dei fatti - al di là del fatto in sé, che è comunque aberrante.
Una espressione forse un po' forte, la sua?
Aberrante nel senso che un bambino deve poter mutuare elementi del femminile dalla figura genitoriale femminile ed elementi del maschile dalla figura genitoriale maschile. Pensare di rendere monco di uno di questi aspetti della vita il bambino, è di per sé patologico al di là di quanto possa essere patologica anche una coppia eterosessuale perché risponde comunque a quella struttura che la Genesi ci ricorda con una semplicità e una naturalezza inesorabili. E cioè: "Dio uomo e donna fece a propria immagine e somiglianza", espressione che richiama in qualche modo la complessità assoluta dell'immagine di Dio bisognosa anch'essa del maschile e del femminile.
In definitiva, si tratta della soddisfazione del proprio desiderio contro la necessità strutturale del bambino.
Questa voglia di essere genitore può essere un capriccio dell'adulto e la nostra società confonde molto spesso i dritti con i capricci. Come disse anche il Santo Padre, questa è una società che confonde  i diritti con gli arbritri e i capricci personali.


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venerdì 3 agosto 2012


PAROLE: EUTANASIA\3, VENERDÌ 3 AGOSTO 2012, Giacomo Rocchi, http://veritaevita.blogspot.it/


Davvero la formula “diritto di rifiutare le cure mediche” fornisce il discrimine tra ciò che è eutanasia e ciò che non lo è? Oppure – come sostenuto nel precedente post, con cui abbiamo continuato a commentare l’intervista di Beppino Englaro a Il Venerdì di Repubblica del 27/7/2012 – il rischio è che, così come per la morte procurata di Eluana Englaro, questa formula nasconda il “via libera” ad uccisioni decise da soggetti differenti da chi viene ucciso, soggetti autorizzati a provocare la morte della vittima non in conseguenza di scelte terapeutiche, ma in forza di personali opinioni sulla sua qualità della vita?


Il dato comune a tutte le ipotesi che potenzialmente possono rientrare nell’eutanasia è, semplicemente, la condotta di una persona che decide e provoca consapevolmente la morte di un’altra persona. Altri elementi che sembrerebbero imprescindibili, ad un esame più approfondito non lo sono: ciò vale per lo stato di malattia della vittima e per la sua sofferenza e, soprattutto, per il dato della volontà di morire della vittima e per quello della manifestazione di questa volontà.

L’eutanasia dei neonati – solitamente quelli prematuri, per i quali la prognosi di sopravvivenza in conseguenze di terapie intensive si accompagna alla previsione di disabilità più o meno gravi – è una buona cartina di tornasole per saggiare la solidità della formula evocata da Beppino Englaro.
In quei casi la decisione viene affidata ai genitori e, quindi, si prescinde del tutto dalla volontà della vittima, senza che ciò faccia scandalo, come se la potestà genitoriale comprendesse anche la facoltà di decidere la morte del figlio: eppure la “volontà presunta” del bambino è facilmente desumibile dall’attaccamento alla vita (la “vitalità”) che i neonati manifestano (salvo che siano neonati terminali, la cui morte è inevitabile).
Non basta: ai genitori viene attribuita la facoltà di rifiutare tutte le cure mediche per il figlio e ciò fa comprendere che la decisione non è “terapeutica”, ma riguarda la vita o la morte. Il criterio proposto è quello che le madri di feti “imperfetti” vengono autorizzate ad adottare nel cosiddetto “aborto terapeutico”, che altro non è che aborto eugenetico (osserviamo l'antilingua usata anche per questa pratica): qualità della vita futura del bambino e dei genitori, insopportabilità della prospettiva di una condizione di handicap che possa durare per molti anni. Esattamente lo stesso giudizio sulla “dignità” della vita che ha permesso ad Englaro di provocare la morte della sua “assistita”.

Anche il richiamo alle “sofferenze intollerabili” del paziente, quale criterio per giustificarne l’uccisione “pietosa” è, in realtà, spesso equivoco e crea una cortina fumogena per nascondere criteri ben diversi. Mettiamo da parte il tema dei pazienti terminali, coloro che una malattia inguaribile e progressiva sta conducendo verso una morte imminente e inevitabile: per essi, ovviamente, è buono e necessario, oltre alla attenuazione del dolore fisico per quanto possibile, l’astensione da terapie invasive e dolorose, inutili a salvare loro la vita. Ma, salvo questo caso, come non dubitare che, spesso, le sofferenze siano “intollerabili” non per chi le sopporta, ma per chi lo assiste? Ancora: come non accorgersi che, spesso, di fronte a patologie gravissime e persistenti, ad essere sentita come “intollerabile” da chi circonda il paziente sia, in realtà, la prosecuzione della sua esistenza?
Del resto, anche il termine “sofferenza” rischia, in quest’ottica, di essere sganciato dal substrato oggettivo: Eluana Englaro, nella sua condizione di disabile psichica amorevolmente accudita dalle Suore, “soffriva”? Si può davvero escludere che, al contrario, ella fosse “felice”?

E' necessario continuare a scavare questo tema. A leggere l'intervista di Beppino Englaro il quadro sembra chiaro: l'uccisione della figlia Eluana è parte di un percorso di civiltà, di riconoscimento di diritti, che vengono ostacolati solo da forze retrive, oscurantiste. Chi ha qualche anno in più, o chi conosce la storia, sorride rispetto al continuo ricomparire del mito del progresso, di un ennesimo sole che si intravede all'orizzonte ...
La risposta, però, può e deve essere ragionata e razionale: e non pare difficile, rispetto a mistificazioni della realtà e delle parole che si intravedono appena sotto la patina dorata ...

mercoledì 18 luglio 2012


IL CASO/ Aldo Trento: ho visto brillare l'eterno in un bimbo deforme - INT. Aldo Trento, mercoledì 18 luglio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Pakistan: un padre, dopo aver cercato di avvelenarla, ha sepolto viva la propria figlia di soli due giorni. Il  motivo? Aveva alcune deformazioni sul viso: non mi piaceva la faccia che aveva, avrebbe dichiarato. La piccola, secondo quanto hanno confermato i medici che l'hanno fatta nascere, "aveva una testa piuttosto grande e lineamenti fuori del normale". La gente mi avrebbe chiesto perché la bimba aveva una faccia tanto brutta, ha detto ancora l'uomo. IlSussidiario.net ha chiesto a Padre Aldo, che da anni raccoglie nella sua clinica casi di bambini abbandonati per le loro deformazioni, un commento su questo terribile episodio: "Non si tratta di un problema religioso o non religioso" ha detto "ma è molto di più. Si tratta di capire che anche quelle vite considerate indegne di essere vissute sono relazione con l'infinito".
Padre Aldo, di fronte a questo episodio, che cosa muove l'uomo alla compassione e alla accoglienza di fronte a qualunque condizione di vita?
Nell'esperienza che faccio da otto anni mi sono trovato a convivere con tutte le situazioni che, secondo il mondo e secondo una certa cultura, sono situazioni indegne della vita umana. Quando si pensa così è perché si parte dal presupposto che l'uomo non è relazione con l'infinito ma pura massa di carne e sangue. Guardando questi bambini nelle loro deformazioni ho capito che non si tratta di un problema religioso o non religioso, ma è molto di più.
Ci dica.
Credo che solamente dove l'esperienza di Cristo arriva e accade è possibile una commozione fino al punto di dare la vita per un altro. Penso al bimbo che ho adottato dandogli il mio nome e cognome, un bambino che per le condizioni in cui è sarebbe un classico caso di eutanasia, una vita senza senso. Per alcuni tenerlo in vita è quasi una violenza verso il bambino. Ma per me è la ragione stessa per cui Cristo si è fatto carne.
Come è possibile dire questo?
Quando mi avvicino a quel bambino con quella testa che sarà quattro volte la mia, ancor di più di quello che potrebbe apparire guardandolo così deformato, io vedo in lui vibrare l'essere.
L'essere in quanto tale, un fatto concreto che si impone, che esiste a prescindere da noi e dai nostri progetti.
Questo bambino c'è, esiste e il fatto che c'è vale più di tutto il mondo messo assieme. Io credo che anche chi non crede può commuoversi oppure scandalizzarsi, e viceversa. Quando qualcuno viene qui alla nostra clinica si domanda perché questi bambini vengano tenuti in vita in quelle condizioni, deformati peggio di Ermanno lo storpio. Si chiedono perché li teniamo in vita. Io invece stando davanti a questi bimbi percepisco con chiarezza che quel bambino è più di ciò che è la sua condizione fisica: quel bambino è relazione con l'infinito.
 Cosa intende con relazione con l'infinito?
Questa relazione esiste non perché uno ne ha coscienza chiara, esiste a prescindere che tu te ne accorga o meno. Per alcuni chi non ha coscienza di sé è una merce da tirare e gettare via. Per me invece è la grazia più grande pensare che più di mille persone fra bambini e giovani possano essere state accompagnate a morire in questa nostra clinica. Quello che mi ha mosso è la coscienza chiara che l'uomo, ancor prima di incontrare Cristo o che qualcuno si occupi di lui perché in lui ha visto Cristo, è riflesso dell'eterno, è un mistero.
Mistero è una parola che la nostra società tende a escludere, mistero è ammettere che la vita non si possiede. Spesso infatti noi vorremmo eliminare tutto ciò che ci infastidisce. E' così?
Certo. E' meraviglioso pensare che abbiamo seppellito un bambino senza cranio e abbiamo avuto il permesso di seppellirlo nel nostro giardino dove c'è la clinica nuova. Quel bambino che ha vissuto per anni in stato vegetale e che ha commosso tutti qua dentro, dal personale medico ai visitatori, adesso è fondamento stesso della clinica. La commozione e il pianto erano presenti in tutti quando lo abbiamo seppellito. Guardando questo cadaverino che è stato il verbo dell'anima, io ho sentito realmente la presenza dell'essere.
E' questo che permette di accogliere anche la vita di quella bimba pachistana che invece il padre non riusciva ad accettare?
E' il fatto che una vita esiste e se esiste vuol dire che il mistero la sta facendo. Se parliamo in termini di risultati la conversione di molti di noi e non solo di noi è passata mediante la contemplazione di quel corpicino che quando era vivo aveva gli occhi che erano esplosi, respirava e basta ed è stato con noi per anni con la chiarezza che era presenza del mistero. Questo vale per il credente o meno. Quel bambino vuol dire che qualcuno che non sono io lo sta facendo. Fino al punto in cui il massimo giornalista di questo Paese, che è un ebreo non credente, dopo che ha visto queste cose filmandole per un servizio televisivo in diretta, ha detto: se quello che ho visto è Dio anche io ci posso credere.
Riconoscere che la vita è mistero, che è più grande e non definibile da noi: se uno è onesto, questo fatto cambia la sua vita.
E' proprio questa la cosa bella che dice anche il titolo del Meeting di quest'anno. L'uomo, non importa che tipo di uomo, è comunque rapporto con l'infinito. Nella mia esperienza questo mi da allegria e certezza perché ho la consapevolezza che questi esseri vivono solo perché Dio ha un disegno su di loro.
E questo disegno qual è?
Che io mi converta, che noi corpo mistico di Cristo prendiamo coscienza di quello che siamo, cosa che altrimenti dimentichiamo. Quando è morto quel bimbo si è realizzato in pienezza quello che sempre abbiamo visto. Questo vale anche per le ragazzine madri di 11 anni che in questi mesi hanno partorito qui da noi. E' una battaglia contro la cultura di oggi, ma il fatto che queste bambine abbiano avuto la grazia di intendere che portano nel loro corpo una presenza misteriosa che è quel bambino nato da loro, vuol dire usare la ragione. La ragione si domanda chi è che ha fatto questa persona. Questa domanda vale anche per i travestiti malati di aids che abbiamo qui. La prima cosa che dicono dopo un po' che stanno qui è: ringrazio la malattia perché mi ha permesso di reincontrare la ragione della vita che avevo perso.


(Paolo Vites)


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giovedì 12 aprile 2012


Famiglie tappabuchi di Giuseppe Frangi, giovedì 12 aprile 2012, http://www.ilsussidiario.net/

La notizia è di quelle che potrebbero sembrare belle: da qualche mese i servizi di assistenza per i minori e le comunità educative registrano un calo sorprendente di domande. Come se improvvisamente i bambini italiani avessero risolto collettivamente i loro piccoli (o meno piccoli) problemi. Purtroppo le cose non stanno così e la situazione che si sta registrando in tante strutture è solo frutto di una sorta di inganno ottico. In realtà non sono i problemi dei bambini ad essere diminuiti, ma sono le risorse che i Comuni possono mettere sul piatto per rispondere ad essere calate drasticamente.
I Comuni sostengono infatti il 70% della spesa sociale locale, e il ridimensionamento dei trasferimenti statali avvenuto in questi ultimi tre anni inizia a fare sentire ora i suoi effetti. In sintesi, ecco cosa sta avvenendo. Quando una famiglia registra un problema riguardo alla crescita di un proprio bambino, in genere si rivolge ad un assistente sociale, ed è quest’ultimo a indirizzare i genitori verso la struttura adatta ad affrontare il caso; e nella stragrande maggioranza dei casi sono strutture del privato sociale. Oggi invece gli assistenti sociali in molte situazioni hanno l’input di procedere solo nei casi più gravi e di ridurre al minimo tutti gli altri. Il fenomeno riguarda anche quei servizi diurni per bambini e ragazzi disabili che erano un importante supporto alle famiglie: o le strutture sono in grado di recuperare per altre strade le risorse che i Comuni non sono più in grado di garantire, oppure quei servizi devono essere tagliati.
Un’inchiesta realizzata dal settimanale Vita in edicola da domani rende bene la situazione. Per fare qualche esempio: l’Associazione Fraternità, di cui fa parte la casa di Montecremasco, ha visto un calo di richieste intorno al 50%; alla Casa di Paolo e Piera ad Olgiate Comasco, una comunità per minori sorta un anno fa, i primi cinque bambini stanno arrivando solo ora, per un servizio diurno ad un corrispettivo di 26 euro al giorno!; in Emilia Romagna si sono arrangiati cancellando il vincolo che imponeva un rapporto numerico tra educatori e minori; a Milano un’esperienza innovativa come lo spazio gioco per bambini con disabilità gestito dall’Associazione L’Abilità ha visto svanire i 65mila euro di cofinanziamento che il Comune aveva garantito sino a dicembre. La strategia è quella di lasciare i minori con difficoltà sulle spalle delle famiglie, rinunciando di fatto ad ogni forma non solo di sostegno ma anche di prevenzione. In questo modo i casi vengono poi intercettati quando sono molto più compromessi e l’età dei ragazzi più avanzata. «I ragazzi vengono sempre più “presi per i capelli”», ha raccontato un’operatrice, confermando come nelle strutture l’età media degli adolescenti che arrivano sia salita da 12 a 15 anni.
La strada scelta per venire incontro alle difficoltà di bilancio è la più semplice: scaricare ancora una volta tutto il peso sulle famiglie. Quelle stesse famiglie che già sono, loro malgrado, la vera colonna portante di un welfare sempre più in affanno. Veri ammortizzatori sociali, chiamati ogni volta a tappare tutti i buchi senza mai avere nessun vero sostegno o agevolazione. E che mostrano di aver ancora un tesoro di energia umana, più forte delle ingiustizie continuamente subite.
Sono famiglie a cui fra qualche settimana verrà chiesto di pagare l’anticipo della nuova Imu. Una tassa che a dispetto del nome (Imposta municipale unica) verrà per il 60% incassata dallo Stato, come ha spiegato Luca Antonini, e quindi non servirà certamente a riattivare, almeno in parte, quei servizi che in questi mesi i Comuni si sono trovati a dover progressivamente tagliare. Anche per il governo dei tecnici la famiglia è ancora una volta solo un soggetto da drenare.


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lunedì 2 aprile 2012


MALATTIA E SOCIETÀ - Autistici e dimenticati. «Ora si volti pagina» di Paola Molteni, 2 aprile 2012, http://www.avvenire.it

Che non ci sia solo una ricorrenza. Ma piuttosto un segnale forte che richiami l’attenzione di tutti, che si intravedano percorsi da realizzare e nuove partenze verso mete importanti. Questo vorrebbero chiedere domani in 550mila. Tante sono le persone che in Italia soffrono di autismo, di cui si celebra il 2 aprile la quinta giornata mondiale della consapevolezza, sancita dall’Onu. Mentre la consapevolezza è proprio ciò che ancora manca in risposta a una condizione che si caratterizza per numeri da emergenza sociale, che interessa molti più soggetti rispetto a quelli che soffrono di celiachia, della sindrome di Down, cecità o sordità.

Le stime internazionali indicano che un bambino su 110 nasce con una possibile diagnosi di disturbi dello spettro autistico, che hanno natura neurobiologica e compromettono gravemente la comunicazione verbale e non verbale e l’interazione sociale. Per loro non esistono cure né guarigione perché l’autismo dura tutta la vita anche se la diagnosi scompare dopo i 18 anni, quando improvvisamente la sindrome passa sotto l’etichetta di malattia psichiatrica generica, senz’altra prospettiva che il ricovero negli istituti o la totale dipendenza dalle famiglie. Ma l’assistenza rimane, nella grande maggioranza dei casi, un onere esclusivo di madri e padri. Secondo una ricerca della fondazione Cesare Serono e del Censis, la metà delle mamme di piccoli con autismo ha dovuto lasciare il lavoro o ridurlo. Oltre il 30% degli adolescenti e adulti non riceve nessun intervento e nel 20% dei casi i genitori inseguono ipotesi di trattamento inutili, dannose e spesso molto costose. E nonostante l’Istituto superiore della sanità abbia pubblicato a gennaio le linee guida per il «trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti», le associazioni di famiglie e le organizzazioni professionali continuano a lottare affinché il documento sia adottato dalla Conferenza Stato-Regioni e perché il ministero della Salute si impegni ad attuare linee di indirizzo su tutto il territorio nazionale. Ed è proprio per questo che, sempre secondo l’indagine Censis, l’autismo è risultato la sindrome più grave tra le disabilità considerate, perché ai bisogni di pazienti e familiari non corrispondono adeguati interventi terapeutici, abilitativi e assistenziali. Molti poi sono gli operatori che rifiutano la formazione permanente che sarebbe loro necessaria per potere fornire un intervento di tipo educativo e comportamentale, l’unico che si è dimostrato nel mondo come il più efficace mentre le cure restano inappropriate e anacronistiche.

Se ne parlerà anche domani, a Cesano Boscone (Milano), in occasione del convegno di studio "Le linee guida nazionali per l’autismo in età infantile e adolescenziale, prospettive ed opportunità". «Dopo anni di richieste ci aspettiamo risposte dalle amministrazioni tutte – fa sapere Anna Bovi, mamma di Andrea, autistico di 40 anni, e presidente di Angsa Lombardia, associazione che riunisce i genitori dei soggetti affetti da autismo –. Una regione come la nostra che conta almeno 150mila autistici necessita di una rete di supporti coordinata e continuativa che assolva al compito della presa in carico del paziente mentre ancora adesso rimangono le criticità di sempre: le infinite attese per le diagnosi, la precarietà degli insegnanti di sostegno nelle scuole, l’inadeguatezza della formazione tra gli operatori e la totale mancanza di servizi che impegnino i figli durante le nostre ore di lavoro e anche nel tempo libero. Occorre razionalizzare: meno ricoveri negli istituti, più iniziative di accompagnamento e più educatori. Servirebbe, oltre a limitare i costi (la spesa per una giornata in una comunità alloggio è di 500 euro!), anche a sottrarre i nostri figli da una vita trascorsa in istituto e annullata dalla dipendenza dagli psicofarmaci».

giovedì 22 marzo 2012


«Con i miei insegnanti, i pazienti terminali» - In dieci anni 2.333 pazienti accompagnati nell’ultimo tratto Per la palliativista «la risposta spesso è solo  in una presenza» - di Antonella Goisis, medico palliativista, Hospice  Casa di cura Beato Palazzolo Bergamo, Avvenire, 22 marzo 2012

La dimensione spirituale nella cura è un argomento particolarmente caro al mio cuore, con il quale mi confronto da dieci anni, nell’Hospice della Casa di Cura Beato Palazzolo di Bergamo, primo aperto in città nel 2000. Qui sono morti 2.333 pazienti. 2.333 storie, 2.333 famiglie; 2.333 narrazioni. I miei pazienti sono diventati i miei insegnanti, mi hanno permesso di condividere una quotidianità preziosa e straordinaria. Ed è stato proprio uno di loro che, tanti anni fa, mi ha fatto franare addosso il problema dell’attenzione alla spiritualità del malato. Bruno era ancora giovane, devastato da metastasi ossee multiple provocate da un tumore al polmone, che gli provocavano dolori indicibili; con i farmaci analgesici riuscimmo a controllare il dolore al 100%. Eravamo soddisfatti del risultato raggiunto, ma una mattina Bruno mi chiese se non era possibile sentire un po’ di dolore, perché i pensieri erano ancora più dolorosi del dolore medesimo, che avrebbe potuto distrarlo...  Fu come un pugno nello stomaco, da quel giorno ho capito che non basta sedare il dolore, come non basta controllare tutti gli altri sintomi, perché qualcosa d’altro rimane per noi da fare. Qualcosa, paradossalmente, reso più evidente dal controllo dei sintomi stessi: la sofferenza emozionale del paziente, quella che viene da dentro, dal cuore profondo, come direbbe Agostino. Una sofferenza infinita, umbratile, lacerante, scaturita spesso da bisogni non quantificabili e difficilmente esprimibili, ma che si palesano come non mai nella stagione della morte.  
ll primo bisogno che il paziente esprime è quello di essere accolto e accettato, chiunque egli sia, un’accoglienza che mostra empatia e rispetto per la persona che ci troviamo di fronte. Un altro bisogno è di essere ascoltato, dove «ascoltare – come ricorda Eugenio Borgna – significa cercare, a volte disperatamente, di capire cosa si nasconda negli stati d’animo, nella tristezza, nella malinconia, anche nella gioia, degli altri. Ascoltare significa anche cogliere fino in fondo l’importanza del linguaggio delle parole, del linguaggio del silenzio e di quello dei volti, il linguaggio delle lacrime, il linguaggio del sorriso». Comunicando la sua sofferenza, il malato – come insegna Cicely Saunders, fondatrice del Movimento Hospice – ci pone un interrogativo angoscioso e lacerante: ci chiede se può sentirsi ancora una persona, se ha ancora la dignità di quello che era, se la sua vita è sempre degna di essere vissuta, se ha conservato, malgrado le trasformazioni fisiche, il suo valore e la sua umanità; da qui la necessità di fare emergere l’autonomia del malato, spesso soffocata da sanitari e familiari.  
Non è facile portare la sofferenza dell’altro, talmente è specifica, unica, personale da non poter essere pienamente compresa e convissuta. Ciò che può essere invece condiviso è l’interrogativo di significato: perché? Qual è il senso? Da dove?  Mi ricordo Maria: aveva 60 anni, era una donna ancora molto bella, ma un cancro devastante allo stomaco la stava distruggendo; era al corrente della sua situazione. Quel pomeriggio dovevo comunicarle che la chemioterapia non aveva dato alcun risultato. Non avevo la più pallida idea di come fare a dirglielo. Entrai nella stanza e sedetti con lei sul letto, ci mettemmo a guardare fuori dalla finestra: era una bellissima giornata di primavera. Rimanemmo lì per mezz’ora, senza dire nulla, Maria aveva capito tutto; poi io l’abbracciai e uscii dalla stanza. Ricordo quel pomeriggio come se fosse ieri, anche se sono passati 19 anni. Rimane la migliore esperienza di comunicazione e condivisione della mia vita professionale. Sento spesso l’esigenza di sedermi, con il mio paziente, davanti al Mistero; sì, perché, come sostiene padre Turoldo «c’è un travaglio della ragione davanti al dolore e alla morte, il travaglio per insistere, consistere, persistere, senza mai riuscire a "essere" veramente, donde, alla fine, il suo desistere». Concordo con Cicely Saunders quando dice che «la risposta cristiana al mistero della morte e della sofferenza non è una spiegazione, ma una presenza». «Vegliate con me» significa, soprattutto, semplicemente, «esserci», non fuggire, rimanere con qualcuno, a dispetto del disagio profondo che il dolore e la sofferenza dell’altro provocano in noi. Questo apre le porte alla speranza.  
Ma cosa sperare nella stagione della morte? Una risposta potrebbe essere data dalla definizione di salute proposta da Giovanni Paolo II: «La salute è una tensione dinamica verso l’armonia. Se questo è vero, allora la malattia, la morte, non sono il buio, non sono la notte, ma una tappa di questa tensione che per noi cattolici è la risurrezione». Che sia questa la nostra speranza? Ciò significa che per fare questo lavoro, sono necessarie una passione, una sensibilità di base, sostenute però, imprescindibilmente, da una formazione adeguata e continua; il paternalismo buonistico assistenziale è da aborrire, mentre è da sostenere la passione medico-scientifica di ricerca e aggiornamento accompagnata da un lavoro continuo di ricerca interiore. Perché non possiamo dare quello che non abbiamo dentro. 

LA STORIA/ Simone, quell’“angelo” down che Francesca decise di non abortire Redazione, giovedì 22 marzo 2012, http://www.ilsussidiario.net/

Tre invece di due: una sigla, una numerazione scientifica, una data scelta non casualmente. Ieri 21 marzo (21/3) era la giornata mondiale dedicata alle persone con la sindrome di Down. Una data non casuale perché i numeri riflettono quell'anomalia genetica che comporta tre cromosomi invece dei due che normalmente si hanno. Ecco perché questa giornata si è deciso di farla cadere il 21/3. Una sigla numerica fredda che non dice nulla però dell'incredibile ricchezza e anche della sofferenza che si cela dietro al mondo dei cosiddetti Down. Se ieri si è dato vita a tante iniziative (in Italia promosse dal Coordinamento nazionale delle associazioni CoorDown) come le campagne pubblicitarie di sensibilizzazione, in pochi o nessuno hanno parlato di una realtà tristemente allarmante. Si contano oltre 38mila persone colpite dalla sindrome in Italia, è stato detto: se ne contano molte di meno da quando sta diventando pratica assai diffusa abortire quando viene segnalato che il bambino che si sta aspettando è colpito dalla sindrome.

IlSussidiario.net racconta due storie, legate fra di loro. La prima, che tiene unito il tutto, è quella di Alessandro e Francesca, due coniugi di Chiavari, Liguria, che anni fa furono avvertiti dai medici che il figlio che stavano aspettando, il secondo, era afflitto dalla sindrome di Down. Il parere di molti dei sanitari fu: le consigliamo di abortire. Non lo fecero, e sebbene il bambino che nacque, Simone, sarebbe morto a soli 6 anni per una serie di complicazioni aggiuntive, non se ne sono mai pentiti. Anzi. Chiunque ha conosciuto Simone ricorda un bambino costantemente felice, nonostante le sofferenze a cui doveva sottostare. Simone infatti soffriva di una grave malformazione dell’esofago che lo costringeva a nutrirsi attraverso un sondino e a subire molti interventi chirurgici e lunghi ricoveri. Il padre ricorda "ricoveri di mesi e mesi, operazioni una dopo l'altra, una di queste devastante". Un tentativo mal riuscito, un esperimento da parte di alcuni medici che data la rarità del caso sembrava lo usassero come cavia.

Alessandro ricorda quel giorno, l'ultimo: "Quello del giugno 2005 era il periodo più bello. Le prime camminate, le risate insieme, alla luce dei 6 anni appena compiuti. Quando stava bene Simo era sempre allegro, pareva che gli strazi fisici fossero perle di una collana lucente da mostrare con gioia. Sembrava la quiete dopo la tempesta. Eppure il 30 giugno la morte. Inattesa, fulminante. I disperati tentativi di rianimarlo, le mie labbra serrate alle sue, già fredde, in un impossibile volontà di soffiargli la vita". Simone non ce la fa a sopravvivere. "Ricordo con gli occhi pieni di lacrime il suo viso" racconta Alessandro, "lo sguardo fisso che sembra dirmi arrenditi papà, lasciami andare, lascia che si compia il mio destino". Intorno a Simone anche la mamma e le due sorelline nate in seguito. "Vorrei sapere, vorrei capire. Vorrei riaverlo" dice Alessandro.  "Grido nel silenzio e pretendo. Ma è un silenzio pieno quello. Non è disperazione pura. E’ lì, lo sento. Cristo è lì. Ho l’illusione di non riconoscerlo, ma è impossibile. Non mi arrendo, ma è lì per me non nonostante me". Dopo sette anni da quel gironi, aggiunge Alessandro, non ho ancora capito, ma non importa. Un giorno tutto sarà chiaro. "E’ una Grazia averlo avuto, ne sono certo. Lo ripeto periodicamente, non come un disco incantato, io lo so perché. E’ tutto per un disegno buono ma la mia natura di uomo meschino fa a pugni, non si arrende. Ancora oggi. A volte, mi sembra di non resistere, il cuore sembra lacerarsi ancora. Eppure mi viene da ringraziare di averlo avuto".


Che quelle di Alessandro non siano parole prive di concretezza e che un disegno buono c'è veramente lo dimostra quanto accaduto dopo la morte di Simone. Proprio nello stesso modo con cui lo hanno accompagnato nella sua esistenza terrena, i genitori di Simone e i loro amici hanno messo su una piccola iniziativa, per far sì che la vita di tutti sia sempre accolta. Si tratta dell'Associazione Simone Tanturli, che combatte perché a tutti, anche ai bimbi che hanno problemi e handicap fisici, sia dato il diritto di andare a scuola, e nella scuola che i genitori pensano sia meglio per lui. Perché lo Stato italiano ancora fa discriminazione, nonostante la Costituzione dica altrimenti, a proposito della libertà di educazione. Una associazione che si impegna a trovare fondi per sostenere bambini come Simone a scuola, nelle scuole, perché costa tantissimo avere bambini del genere, e il costo ricade quasi interamente sulle spalle della famiglia.


L'Associazione ha dato tanti frutti: serate di festa, momenti condivisi con centinaia di persone, ma soprattuto sta regalando una coscienza nuova a chi ne fa parte e la possibilità di incontri impensati. Uno di questi avvenuto con alcuni carcerati di Chiavari, incontrati casualmente mentre si stava facendo un momento pubblico di raccolta fondi con la vendita di cioccolata calda. Erano fuori per un permesso speciale di poche ore, si sono imbattuti negli Amici di Simone. Ne è nata una amicizia che supera le mura del carcere e ha coinvolto molte di queste persone dalle vite drammatiche a impegnarsi in prima persona per l'Associazione. Quando ce'è da preparare una cena o una festa, loro, i carcerati, ci sono sempre.


Ma gli incontri sono di natura diversa fra loro. Anche con una semplice lettera. Come quella che ha scritto la mamma di Simone, Francesca, quando ha saputo di una ragazza che voleva abortire il figlio che le era stato detto essere affetto da sindroem Down. Ne riportiamo alcuni passaggi.

"Mio figlio Simone era affetto da sindrome di Down, ma direi che questo era l’ultimo dei suoi problemi perché la vera lotta della sua breve vita è stata contro una grave malformazione dell’esofago che lo ha sempre costretto a nutrirsi attraverso un sondino e lo ha costretto a subire molti interventi chirurgici e lunghi ricoveri, tanto che non ha mai imparato né a parlare né a camminare. Il motivo per cui tento di scriverti queste righe è che vorrei provare a raccontarti che quando ho saputo che mio figlio aveva queste problematiche ero alla 23esima settimana di gravidanza, avevo già una bimba di soli 2 anni e lo smarrimento e la confusione erano davvero immensi, ma nessuno di quei tremendi pensieri riusciva a contraddire una verità che sentivo nel profondo del mio cuore: lui era il mio bambino. Quando la dottoressa terminò di comunicarmi la diagnosi mi fece una domanda che mi gela le ossa ancora adesso che sono passati molti anni: “Cosa vuole fare?”. Io in quell’istante, pur facendomela sotto, ho capito che non c’era dolore, difetto, diversità, limite, imperfezione, che avrebbe mai potuto portarmi a rispondere qualcos’altro, e le ho risposto: “Niente, aspetto che nasca mio figlio”. Lei era stupita della mia risposta e si è complimentata per il mio coraggio, come poi altre volte mi è capitato, ma io ti giuro che ancor oggi non riesco a capire come possa volerci del coraggio ad amare tuo figlio, a maggior ragione se è malato!



"Continuavo a pensare a Sara, la mia primogenita, ma anche a tutti gli altri bambini che conoscevo, belli, sani e intelligenti, e mi chiedevo: ma se si ammalassero gravemente per qualche ragione e perdessero in tutto o in parte quelle qualità che fanno di loro dei bambini “ben riusciti”? Cosa faremmo? La risposta va da sé: li ameremmo, e se è possibile ancora di più. Saremmo al loro fianco in ogni istante difficile, in ogni cosa nella quale non riescono, cercheremmo di aiutarli a crescere, faremmo tutto quello che possiamo perché siano felici. In parole povere faremmo semplicemente le mamme e i papà. Certo, soffrendo e lottando forse un po’ di più. E allora perché il solo fatto che lui non fosse ancora venuto alla luce doveva mettere in dubbio che fosse mio figlio e io la sua mamma?

 (…) Cara Maria, vorrei poterti raccontare quanta gioia, quanta vera felicità, quanta commozione abbia portato Simone nella nostra famiglia e tra i nostri amici, quanto sia valsa la pena di dire di sì, di accogliere la sua esistenza anche se lui non era perfetto e il suo corpo non era sano. Vorrei poterti raccontare che ricomincerei tutto da capo, se potessi, che i suoi sorrisi, il suo chiamarmi mamma (e chiamare mamma tutto il resto, compreso suo padre!), le sue manine che battevano quando era felice, i suoi capricci, i suoi splendidi occhi lieti e fiduciosi, la sua voglia di vivere, mi mancano immensamente e non rimpiango nulla se non il fatto che avrei voluto averlo con me per sempre.

(…) Cara Maria, c’è un’evidenza contro la quale spesso noi poveri uomini cerchiamo invano di combattere, non so bene perché, ed è che la vita è assolutamente, inevitabilmente un dono. L’espressione “aspettare un figlio” è di una struggente verità perché nella parola “attesa” c’è tutta la nostra impotenza, il nostro bisogno di affidarci, la nostra impossibilità di creare qualcosa da soli. Noi possiamo solo attendere. Una mamma attende che arrivi il suo bambino, proprio quello e non un altro, e lui attende nel silenzio e nel calduccio della pancia di essere abbracciato e amato. So che queste parole sono dure, nella loro banalità, e immagino che tu stia soffrendo, insieme a tuo marito, mentre ti chiedi come usare la tua libertà; io posso solo suggerirti di usarla per dire di sì a questo dono, anche se adesso non ti sembra tale. Sono certa che se dirai di sì nella tua vita si riverserà un amore Infinito, che ti ripagherà di ogni fatica, e ne sono certa perché me è successo esattamente questo".

(Paolo Vites)


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mercoledì 21 marzo 2012


Persone Down, l’accoglienzafa superare la disabilità, 21 marzo 2012, Avvenire.it

Luca, 13 anni, è croce e delizia di mamma e papà e dei suoi fratelli, il più grande di 15 e il più piccolo di 6. E lui in mezzo, con la sua inguaribile voglia di vivere, divertirsi, smanettare sul computer come ogni altro suo coetaneo. E poi le sue caparbietà, «tipiche dei ragazzini come lui – spiega il padre, Mauro Di Renzi, romano, maestro di pianoforte come sua moglie Antonella –: sono dei bei testoni e se si impuntano nessuno riesce a fargli cambiare idea...».

Che Luca fosse un "bambino Down" i genitori lo hanno scoperto due settimane dopo la nascita, quando la mappatura genetica ha dato certezza ai dubbi del genetista. Quel giorno per mamma Antonella è nata la croce: «Mia moglie ha fatto tanta fatica, non accettava il verdetto dei medici. Luca è arrivato a casa un mese dopo la nascita e quel mese è stato terribile: per non vederlo, si toglieva il latte, me lo affidava e io andavo al Bambino Gesù di Roma dov’era ricoverato a portarglielo...». Pian piano però, grazie anche alla preghiera, dopo la croce è arrivata la delizia, in senso stretto, «perché oggi guai a chi glielo tocca. Luca è la sua perla, la punta di diamante, la benedizione scesa su questa casa».

Oggi che il mondo celebra la Giornata per la sindrome di Down è la festa di Luca e di tutti i bambini e gli adulti come lui, ma nelle loro case la fatica da portare avanti resta la stessa. «Luca è un ragazzino che sta bene e ama la vita, nonostante le problematiche tipiche della sua situazione – continua a raccontare il padre, circondato dai tre figli, mentre si occupa del piccolo e della cena in attesa che la moglie torni dal lavoro –. A 13 anni frequenta la prima media perché all’asilo lo abbiamo fermato, mentre dalla prima elementare in poi ha sempre proseguito senza interruzioni, perché è fondamentale per l’integrazione scolastica che proceda con lo stesso gruppo classe».

È un ragazzino sveglio, che comprende bene tutto ciò che gli accade intorno e sa farsi capire come pochi altri, «anche se le sue difficoltà sono nell’espressione verbale... diciamo che parla una lingua tutta sua e che io e la mamma siamo i migliori traduttori». Il suo piccolo cuore malato ormai procede bene, «oggigiorno basta un day hospital all’anno». Ma in passato non era così: al sesto mese di gravidanza un’ecografia non rivelò la "trisomia 21", ovvero la sindrome di Down, ma una forma gravissima di cardiopatia, tale per cui i suoi genitori sapevano che dopo la nascita sarebbe stato operato «e che forse sarebbe tornato immediatamente dal Creatore». Invece «la cardiopatia era meno grave e a undici mesi di vita fu operato. Ma si trattava di una forma legata quasi sempre alla sindrome di Down. Gli esami successivi lo confermarono...».

Ed è lì che la preghiera e la fede assumono un ruolo vitale. «Io, che da giovane ero ateo convinto, a 29 anni avevo avuto una forte conversione, mentre mia moglie era sempre stata vicina alla Chiesa. Ci sposammo e anni dopo, quando nacque Luca, il cammino di fede si intensificò». E ancora oggi prosegue, perché «non si arriva mai, non si raggiunge un traguardo per poi sedersi e riposare, non funziona così – testimonia –, la fede si conquista quotidianamente».

La nascita di un figlio che è croce e delizia può anche farla vacillare, «ma Antonella non si è mai sentita giudicata da me o da altri per quel suo rifiuto iniziale, e ciò l’ha aiutata molto, così come la rete di amici, che ci sono stati vicini. Con Dio accanto persino la sofferenza è avvicinamento alla croce, ma siccome è tanto pesante da portare ci vuole qualcosa che la illumini, che ti dica che quella croce è una grazia, non una condanna». E la benedizione di un figlio come Luca può essere proprio quella luce inaspettata.

giovedì 16 febbraio 2012


FATTORE FAMIGLIA/ Violini: dalla Lombardia il rimedio alle ingiustizie dello Stato, INT. Lorenza Violini, giovedì 16 febbraio 2012

FATTORE FAMIGLIA. Milano. Poniamo, ad esempio, che una famiglia abbia a carico cinque figli e un nonno, o tre figli di cui uno disabile, o che un genitore sia rimasto da solo, o che, ancora, una coppia abbia un solo bambino. Per lo stato italiano, fa poca differenza. La tassazione è uguale per tutti. Che poi, se si tengono in debito conto solamente i fattori relativi a reddito e patrimonio, l’uguaglianza sbandierata si riversa nel principio opposto. Applicare, infatti, la medesima aliquota, senza tener conto dell’effettivo carico familiare, viene considerata una grave forma di iniquità. Almeno dalla Lombardia. Che ha deciso di supplire alle carenze dello Stato in proprio. E, ieri notte, ha approvato una legge regionale che introduce il fattore famiglia. Si tratta di un parametro in virtù del quale il costo dei servizi sociali e sanitari erogati ai cittadini non sarà più proporzionale ai classici quoziente fiscali, ma dipenderà anche dal numero di figli minori, dal numero di disabili e di anziani non autosufficienti a carico e dal fatto di essere una famiglia monogenitoriale. Per un anno, la misura sarà attuata in via sperimentale  in alcuni Comuni della regione. Su tutto il territorio, invece, il nuovo fattore sarà impiegato nel calcolo per l’assegnazione del buono scuola, il contributo per chi manda i figli in scuole paritarie. Lorenza Violoni ci illustra le caratteristiche fondamentali del provvedimento ideato dalla Giunta Formigoni.
Può spiegarci, anzitutto, in cosa consiste esattamente?
Il Fattore Famiglia Lombardo consiste in una rimodulazione dei criteri che determinano le fasce/soglie di reddito tramite le quali si fa la selezione di chi richiede l'accesso a servizi e se ne valuta l'idoneità a ottenere finanziamenti, titoli sociali (buoni, voucher) e contributi (come l' applicazione al Fondo sostegno affitti). Attualmente tali soglie di reddito  vengono determinate tramite il cosiddetto Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) che calcola la situazione reddituale familiare sulla base principalmente del reddito dichiarato e del patrimonio ed è stabilito a livello nazionale; con una precisazione: sono poi i comuni a stabilire con  quale livello di ISEE si accede ai servizi, con ciò creando forti differenze sul territorio nazionale. Il Fattore Famiglia Lombardo modifica l’indicatore nazionale inserendo come elementi ulteriori (oltre al reddito e al patrimonio) anche il numero dei figli e ulteriori situazioni di bisogno cui la famiglia fa fronte (esistenza di disabili, soggetti non autosufficienti, ecc….)
Quindi?
In sostanza, come è stato in più sedi dichiarato, per la prima volta viene così preso in considerazione il carico familiare nel suo complesso, attraverso la definizione di scale di equivalenza che garantiscano e tutelino le famiglie a seconda della loro condizione concreta. La scala di equivalenza, che costituisce in sostanza il FFFL, fa riferimento al costo dei figli e del coniuge a carico, alle situazioni particolare quali la non autosufficienza, la disabilità, la monogenitorialità, la vedovanza e a eventuali parametri che si possono inserire per meglio quantificare il carico familiare.
Quali sono le differenze rispetto al quoziente Parma?
Intanto il quoziente parmense è stato istituito tramite un provvedimento amministrativo mentre in Lombardia si tratta di una legge regionale che determinano modalità di calcolo potenzialmente eguali per tutti (anche se poi saranno i comuni a determinare in concreto le soglie). Sul piano pratico, le differenze riguardano i coefficienti con cui si valutano le situazioni sopra citate, cioè quanto “pesano” nel calcolo il numero dei figli, la presenza di disabili, la monogenitorialità, lo stato di disoccupazione ecc… ma la filosofia di fondo è analoga: valorizzare la famiglia nel suo insieme, tutelarla e sostenerla se porta in sé situazioni di disagio o di bisogno; passare insomma ad una valutazione meno astratta di che cosa è e che cosa fa la famiglia che accede ai servizi sociali.
Perché la Regione, in questa particolare congiuntura economica, scommette su un provvedimento che ha dei costi relativamente elevati?
Sono molti i motivi che giustificano il cambiamento: il sistema ISEE è, in sé, iniquo da molti punti di vista ed è in via di modifica anche a livello statale; inoltre, come sappiamo, in Italia sul piano fiscale la famiglia è da sempre potentemente penalizzata mentre si tratta di una risorsa fondamentale, soprattutto in tempi di crisi. Infine – e questo è un elemento di estremo interesse – il nuovo sistema sarà oggetto di sperimentazione per valutarne l’adeguatezza e la sostenibilità; si tratta di una sperimentazione di un anno in alcuni comuni, al termine della quale si potranno fare modifiche alla scala di equivalenza per renderla ancora più corretta ed equa.
Tassare diversamente le famiglie a seconda dei carichi familiari può rappresentare un fattore di sviluppo?
Favorire fiscalmente la famiglia – in generale – è stato provato essere un fattore di incremento, ad esempio, della natalità, come è successo e succede in Francia, che ha un sistema fiscale molto favorevole per la famiglia. In questo senso, oltre che equo, un sistema che miri ad una redistribuzione del reddito verso le famiglie e, in particolare, verso famiglie numerose o che fanno fronte a situazioni di bisogno, potrebbe senz’altro contribuire a migliorare la difficile situazione sociale in cui ci troviamo. Va detto tuttavia che il Fattore Famiglia non è una riforma fiscale e non funziona come leva fiscale  bensì una riforma che consente di accedere a benefici e servizi secondo criteri ritenuti più equi, bilanciando compartecipazione alla spesa ed esenzioni in base alla situazione reale in cui versano le singole famiglie; pertanto, se mandare un figlio al nido costerà meno rispetto all’applicazione dell’ISEE per famiglie numerose o con situazioni di disagio, si liberano risorse di cui la famiglia può disporre per migliorare la propria situazione. Non è proprio la stessa cosa rispetto a fattori di sviluppo propriamente detti ma sicuramente potrà aiutare a stare meglio chi porta carichi familiari finora ignorati dal sistema fiscale nazionale.
Si dice che Formigoni aiuta chi già, avendo più figli, è ricco. Cosa risponde?
Si è già risposto in altra sede a questa obiezione, molto simile a quella che si fece quando fu introdotto il buono scuola, che invece si è rivelato alla prova dei fatti un provvedimento cui accedevano molte famiglie a redditi relativamente bassi. Che poi chi ha più figli sia, per definizione, ricco, è un assioma tutto da dimostrare. E, comunque, è indubitabile che chi ha più figli dovrebbe aver diritto a veder riconosciuto l’apporto, anche in termini sociali, che viene dato dalla famiglia. Altri Paesi non considerano reddito tassabile quello che serve a mantenere i figli, il che è più che giusto mentre è ingiusto che una coppia con uno e due figli sia soggetta allo stesso regime fiscale di una con un numero maggiore di figli; del resto, anche la tassa sulla casa prevede facilitazioni in relazione al numero di componenti del nucleo famigliare. Ma, ancora, il fattore famiglia non entra nella questione fiscale ma si limita a favorire un ricalcolo delle spese per servizi che tiene conto di molti fattori relativi alla famiglia (e non solo al numero dei figli).
Perché in Italia non c’è stato un solo governo in grado di introdurre il coefficiente familiare?
Credo si possa dire che si è trattato di una miopia politica molto forte e di un immobilismo che è stato tipico di molti aspetti dell’attività della nostra classe dirigente, anche perché i sistemi fiscali degli altri stati europei hanno dimostrato che forme di tassazione meno inique si sono rivelate fattori di sviluppo. Del resto non solo le famiglie sono penalizzate in Italia: è invece un sistema da riformare e l’esempio lombardo può essere di stimolo a proseguire su questa strada.
A suo avviso il modello è esportabile in altre regioni?
Perché no? E non deve essere necessariamente una esportazione; si potrebbero sperimentare sistemi di calcolo anche parzialmente diversi. Nulla vieta, infatti, di fare sperimentazioni; anzi, questo sarebbe un modo intelligente per fare benchmark ed arrivare ad uno scambio di esperienze utile a tutti
Come potrebbe interfacciarsi la proposta Lombarda con il governo?
La Lombardia si sta muovendo in modo corretto e prudente, decidendo la strategia ma lasciando poi il tempo alle realtà locali di fare esperienza. Credo che questo schema un governo accorto non possa che guardarlo con favore e provare ad applicarlo dove lo ritenga più opportuno e conveniente.
Come valuta l’idea di attuare su tutto il territorio, in via sperimentale, soltanto l’ampliamento della platea degli aventi diritto al buono scuola?
Lo valuto molto positivamente. L’esperienza del Buono Scuola prima e poi della Dote Scuola, con tutte le sue componenti e modulazioni, è stata una esperienza che ha fatto emergere un bisogno grande e anche una grande disponbilità delle famiglie a investire, se adeguatamente sostenute, sul capitale umano dei propri figli. Come ho detto, il Buono Scuola non riguarda i ricchi ma, in grande prevalenza, famiglie con redditi medio-bassi che desiderano però un certo tipo di educazione per i propri figli. I tagli del governo alle Regioni avevano fortemente penalizzato questa politica regionale, creando disagi e problematicità cui va posto rimedio al più presto in nome della continuità scolastica e della qualità dell’intero sistema.

(Paolo Nessi)


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domenica 27 novembre 2011


CONVEGNO ALL' ASSOLOMBARDA - Il malato, il medico e Dio - «Prendersi cura» Un invito a non perdere la sensibilità della malattia e della morte, di Lambertenghi Giorgio, Corriere della Sera, 26 novembre 2011

Da più parti si afferma che la professione medica sta attraversando una crisi profonda per la pressione della cultura tecnocratica, sempre più concentrata sull' azione del curare (to cure) la malattia e sempre meno su quella del prendersi cura (to care) del mondo affettivo, relazionale, psicologico e spirituale del paziente. Una crisi che rischia di oscurare quel connubio tra corpo e spirito, scienza e carità, teologia e biologia, fondamento della medicina intesa in senso ippocratico. L' Associazione medici cattolici di Milano invita a riflettere su questo reale pericolo oggi all' Assolombarda nel convegno dal titolo «La dimensione antropologica e teologica della malattia». Non è un incontro di politica sanitaria, ma un tentativo di riportare la malattia nel suo giusto alveo, cioè una condizione che fa parte del mistero della vita, che porta a rivedere il nostro esistere nell' ambito di una visione trascendentale, come suggeriscono i passi biblici che verranno letti negli intervalli tra le varie relazioni. L' essere malati non è un semplice incidente di percorso, non è una parentesi spiacevole della vita, non è solamente una questione medica, è soprattutto una rivelazione della nostra finitezza, uno strappo improvviso dell' autosufficienza. Nel convegno si parlerà di «resilienza», termine che la psicologia ha preso in prestito dalla meccanica per indicare la capacità del malato di assorbire un «urto», come la malattia, senza però «frantumarsi». Un urto che secondo la logica di una filosofia retributiva viene interpretato come conseguenza del «male», del «peccato», una ribellione della natura oggi violata dalla manipolazione ambientale e del corpo umano. Giobbe e altre figure bibliche sono il paradigma di questa avventura che mette in crisi i legami tra creatura umana e divinità, insinuando la percezione che Dio è direttamente coinvolto nell' insorgenza della sventura e che la guarigione significa perdono. Ma Giobbe, all' inizio arrabbiato, alla fine si sente amato, perché la malattia porta con sé una rivelazione alta; essa è per assurdo un dono che ci obbliga alla conversione. In questa visione della sofferenza si parlerà anche dei viaggi della speranza a Lourdes, dove si respirano segnali di trascendenza e dove si vive un' esperienza che cattura anche i non credenti. Il convegno è un invito ai medici a non perdere la sensibilità di fronte agli interrogativi che riguardano il mistero della malattia e della morte, perché «il medico è stato creato da Dio e da Dio ottiene sapienza». *presidente Associazione medici cattolici

mercoledì 23 novembre 2011


Storie da Hospice raccontano la vita di Tommaso Scandroglio, 23-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

C’è chi ti parla al cuore e chi alla testa. Fabio Cavallari, giornalista e scrittore, sceglie una terza via: i suoi libri ti prendono allo stomaco, per poi infiammarti il cuore ed illuminarti il pensiero. Cavallari nei suoi scritti usa la penna per dar voce a uomini e donne che hanno già fatto della loro vita un romanzo: lui racconta “solo”. Storie di vita segnate dal dolore, dalla prova, dalle lacrime (pensiamo a Vivi – storie di uomini e donne più forti della malattia; Enrico Zanotti – la politica che lascia il segno; Volti e stupore – uomini feriti dalla bellezza). Ma sotto questo strato di sofferenza palpita la bellezza di vivere, anzi è proprio il dolore il prisma attraverso cui il gusto di vivere risplende.

L’ultima sua fatica letteraria non sfugge a questa regola. Il grande campo della vita – storie da hospice raccoglie le testimonianze di chi sul campo – il campo della vita appunto – è accanto a quei pazienti terminali che stanno per varcare l’estrema soglia, soglia che li condurrà, come scrisse Giovanni Paolo II, da vita a Vita. Se la nostra esistenza possiamo immaginarla come un grande terreno da coltivare – così ci suggerisce il titolo – allora non ci sarà bravo contadino al mondo che lascerà non dissodato e non seminato anche il limitare estremo del suo podere. La vita può portare frutto sempre e forse, a leggere Cavallari, se non abbandonata a se stessa porta ancor più frutto negli ultimi suoi istanti.

Cavallari, l’anno scorso con Vivi – storie di uomini e donne più forti della malattia (Lindau) ha voluto raccontare le vicende umane di persone e famiglie che combattono ogni giorno per la vita nonostante patologie estremamente invalidanti. In questi giorni esce nelle librerie un altro suo libro dove ha voluto raccontare i primi dieci anni di attività dell’Hospice Colombus dell’ospedale Sacco di Milano. Si tratta di un passo oltre, del tentativo di voler oltrepassare il confine?

Voglio rispondere con parole non mie. Le volontarie dell’Hospice, che sono figure centrali dell’équipe medica, ripetono spesso una frase: “Non accompagniamo nessuno alla morte. Sino a quando si vive, si accompagna alla vita”. Questa non è una sottolineatura che hanno imparato in qualche corso di formazione, od una litania laica ispirata ad una profonda convinzione religiosa. No, le loro parole sono l’esperienza di un vissuto che travolge, lascia attoniti, diventa maestro e allievo. Dentro le pagine di questo libro ho voluto raccontare un’esperienza.  Mi preme far presente che non è la morte ad essere messa sotto osservazione e neppure un’astratta idea di autodeterminazione. Tra le pieghe di queste storie, è la vita che nelle sue manifestazioni più infinite vuole essere narrata. Rabbia, ironia, liberazione. Vissuti e incontri, passioni e attese, al centro sempre l’uomo, la persona in tutta la sua ampiezza.

In Hospice si giunge quando ogni terapia attiva non è più possibile. Quindi di che cure stiamo parlando?

Oltre alla terapia del dolore, gli operatori si dedicano con particolare impegno al sostegno psicologico, religioso e sociale. Si tratta di un approccio medico fondato sulla persona e sulla relazione umana, prima ancora che sulla patologia, che permetta ai malati di far emergere la propria personalità e il proprio vissuto. Accompagnare è il verbo principe.  Accogliere, disporsi a ricevere a piene mani. Sono queste le “disposizioni” del volontario. Sedere accanto cioè assistere, ad-sistere, rispettando senza condizioni i modi e i tempi.


Lei insiste sulla volontà di raccontare, di porgere una narrazione, ma così facendo, soprattutto per una tematica così delicata, non si rischia di cadere nella retorica emotiva del dolore?

Si possono raccontare storie, vicende umane, cammini difficili e aneddoti in grado di turbare l’emotività del lettore. E’ possibile rifugiarsi in verità pressoché inconfutabili, affidarsi a dotte sottolineature scientifiche, lasciarsi guidare da precise puntualizzazioni mediche. Tutto potrebbe risultare perfetto, intellettualmente ineccepibile, privo di ombre o macchie oscure. In realtà, nella migliore delle ipotesi, saremmo solo al cospetto di una buona narrazione astratta. Ciò che non è possibile produrre per ipotesi è la proiezione di sé fuori dalla condizione data. Quanto non è pensabile immaginare è il “passo” del malato, di colui che davanti a sé ha il destino terreno, segnato dalla parola “fine”. E’ la realtà che sfugge a tutte le sue determinazioni razionali. E’ l’umano inafferrabile. Noi che porgiamo il racconto, che vantiamo la pretesa di offrire uno sguardo su quella parte di cielo adombrata dalle quotidiane mondanità, possiamo solo metterci a lato, lasciare che la realtà s’imponga, senza lasciarci fagocitare dall’immagine che di essa ci siamo costruiti. Nel “Grande campo della vita” ho voluto raccontare il vivere, la fatica e la gioia di uomini e donne che ogni giorno e senza proclami, compongono un inno all’esistenza.

Cosa ha voluto dire per lei, da un punto di vista personale ed umano,  entrare in un Hospice?

Varcare la soglia di un Hospice significa spogliarsi di ogni incrostazione, accogliere la limitatezza della propria ragione, sospendere ogni anelito consolatorio, o il tentativo di emettere giudizi.

domenica 23 ottobre 2011


Avvenire.it, Al via la conta dei senza fissa dimora - Censimento degli invisibili di  Alessandro Zaccuri, 22 ottobre 2011

Ci sono, ma non si vedono. Meglio, non li vediamo perché non vogliamo vederli. A volte non serve neppure voltare la testa. Basta tenere lo sguardo fisso davanti a sé, come se fosse puntato nel vuoto. In definitiva, questo sono: un vuoto, una mancanza di cui non sappiamo darci spiegazione, l’estremo al quale cerchiamo di fuggire.

Ci sono e non si vedono. Neanche in tv, se è vero che il programma che qualche anno fa si era prefisso di raccontare le loro storie (e le raccontava bene, oltretutto, con ascolti non disprezzabili) fu soppresso per mancanza di pubblicità. Gli investitori non se la sentivano di associare i loro prodotti all’abisso in cui erano caduti gli «invisibili», come recitava – non a caso – il titolo della trasmissione. Non si vedono, ma ci sono, per quanto di questi tempi non si sappia come chiamarli: homeless all’americana o clochard alla francese? Scartato per sgradevolezza il vecchio “barboni”, resta “senza fissa dimora”. Che suonerà burocatico, ma una volta non è un male. Il luogo in cui l’invisibilità si trasforma in inesistenza è per l’appunto la Pubblica amministrazione. Facciamo conto che, in questo periodo di censimento, un modulo non arrivi a destinazione perché il titolare non sia più rintracciabile. Niente residenza, niente cittadinanza. La derubricazione arriva in un istante. La non-persona potrebbe essere morta, forse. Senz’altro è morta per la società.

Non vogliamo vederli, d’accordo. Ma sappiamo che ci sono. Nessuna difesa è perfetta, di tanto in tanto capita di inciamparci addosso sul marciapiede oppure di avvertirne la presenza da lontano (come l’avvertiamo, quella presenza, lo sappiamo tutti, non è il caso di spiegarcelo). Non sappiamo quanti siano, invece. Sfuggiti alle coordinate dell’anagrafe, i “senza” sembrerebbero impossibili da contare. Anche per questo, in definitiva, le loro vicende appaiono irrilevanti. Conoscere i numeri cambierebbe qualcosa? Probabilmente sì ed è auspicabile, quindi, che qualcosa cambi grazie all’iniziativa lanciata dal ministero del Welfare in collaborazione con Istat, Caritas e Fiopsd, la federazione che riunisce le realtà pubbliche e private che degli invisibili si prendono cura. Anziché affidarsi alla compilazione online, quest’altro censimento poggia sull’opera dei volontari. Si propone di fare la conta, certo, ma anche di indagare le cause di una condizione la cui complessità, ora come ora, è lasciata principalmente all’intuito degli operatori.

I motivi per cui si diventa “senza” li possiamo immaginare: per gli italiani può essere la perdita del lavoro, per gli stranieri la clandestinità. E poi ci sono i padri separati, che non riescono a tenere il passo con gli alimenti. Ci sono le famiglie sotto sfratto, che non riescono a trovare ospitalità. Ciascuna di queste situazioni delinea una frontiera spesso difficile da superare, perché anche quando i servizi sociali riescono finalmente a istituire un contatto, si tratta di un legame labile, che può spezzarsi in un istante. Una nuova sparizione, un altro passo nell’anonimato. Ecco perché gli invisibili vanno contati, sì, ma più che altro ascoltati: perché ci sono, perché ci riguardano.

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giovedì 20 ottobre 2011

Ecco i nove Articoli di San José


Testo integrale dei San José articles

Articolo 1
Come dimostrato dalla scienza, ogni vita umana inizia al concepimento.

Articolo 2
Ogni vita umana è un continuum che inizia al concepimento e che avanza per stadi fino alla morte. La scienza dà nomi diversi a questi stadi, tra cui zigote, blastocisti, embrione, feto, neonato, bambino, adolescente e adulto. Ciò non muta il consenso scientifico sul fatto che in tutte le fasi dello sviluppo ogni individuo sia un membro vivo della specie umana.

Articolo 3
Sin dal concepimento ogni bambino non nato è per natura un essere umano.

Articolo 4
Tutti gli esseri umani, in quanto membri della famiglia umana, hanno diritto al riconoscimento della dignità che da ciò deriva e alla protezione dei loro inalienabili diritti umani. Ciò è stabilito nella Dichiarazione universale dei diritti umani, nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, e in altri documenti internazionali.

Articolo 5
Non esiste alcun diritto all’aborto sancito dal diritto internazionale, né per effetto di trattati vincolanti né per effetto della legge internazionale ordinaria. Nessun trattato delle Nazioni Unite stabilisce o riconosce una diritto letterale all’aborto.

Articolo 6
La Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW) e altri organismi di controllo dei trattati hanno spinto certi governi a modificare le proprie legislazioni sull’aborto. Questi organismi hanno esplicitamente o implicitamente interpretato i trattati a cui sono soggetti come includenti il diritto all’aborto.

Gli organismi di controllo dei trattati non hanno alcuna autorità, né in base ai trattati che li hanno istituiti né in base alle norme generali del diritto internazionale, d’interpretare detti trattati in modi che generino nuovi obblighi per gli Stati o che alterino la sostanza dei trattati stessi.

Di conseguenza, qualsiasi organismo di quel genere che interpreti un trattato così da comprendere il diritto all’aborto agisce oltre la propria autorità e contro il proprio mandato. Questi atti ultra vires non creano alcun obbligo giuridico per gli Stati sottoscrittori dei trattati, né gli Stati debbono accettarli come elementi che contribuiscono alla formazione di nuova legislazione internazionale ordinaria.

Articolo 7
Le affermazioni fatte da agenzie internazionali o da soggetti non-governativi secondo cui l’aborto è un diritto umano sono false e debbono essere respinte.

Non esiste alcun obbligo giuridico internazionale di fornire accesso all’aborto in alcun caso, compresi, ma non esclusivamente, quelli relativi alla salute, alla riservatezza o all’autonomia sessuale, oppure ancora alla non-discriminazione.

Articolo 8
Stando ai princìpi basilari con cui il diritto internazionale interpreta i trattati, coerenti con ciò a cui obbligano la buona fede e il principio pacta sunt servanda, nonché esercitando le responsabilità di difendere la vita dei propri popoli a cui sono tenuti, gli Stati possono e debbono invocare le provvisioni di detti trattati che garantiscono il diritto alla vita come comprensive anche della responsabilità di uno Stato a proteggere i bambini non ancora nati dall’aborto.

Articolo 9
I governi e i membri delle società debbono fare sì che le legislazioni e le politiche nazionali proteggano il diritto umano alla vita sin dal concepimento. Debbono altresì respingere e condannare le pressioni esercitate al fine di far loro adottare leggi che legalizzino o che depenalizzino l’aborto.

Gli organismi di controllo dei trattati, le agenzie e i funzionari delle nazioni Unite, i tribunali regionali e nazionali, e ogni altro soggetto, debbono rinunciare ad asserire implicitamente o esplicitamente l’esistenza di un diritto di aborto basata sulla legislazione internazionale.

Quando tali affermazioni false vengono proferite, o quando vengono esercitate pressioni su di loro, gli Stati membri debbono chiederne conto al sistema delle Nazioni Unite.

I soggetti che erogano aiuti per lo sviluppo non debbono promuovere o finanziare gli aborti. Né vincolarne l’erogazione all’accettazione dell’aborto da parte dei destinatari.

Il finanziamento dei programmi internazionali di assistenza medica destinati a madri e a bambini deve assicurare l’esito positivo della gravidanza sia per le madri sia per i figli, e deve aiutare le madri ad accogliere la nuova vita in qualsiasi circostanza.

Noi – avvocati e patrocinatori dei diritti umani, studiosi, parlamentari, diplomatici ed esperti di amministrazione medica e internazionale – proclamiamo qui questi Articoli.

San José, Costa Rica
25 marzo 2011

* Le istituzioni di seguito nominate lo sono a puro titolo identificativo



Firmato,

Lord David Alton
Camera dei Lord, Gran Bretagna

Carl Anderson
Cavaliere Supremo, Cavalieri di Colombo

On. Javier Borrego
Già giudice della Corte europea dei diritti umani

Christine Boutin
Già Ministro del governo francese
presidente del Parti chrétien-démocrate

Benjamin Bull
Primo Consigliere dell'Alliance Defense Fund

On. Martha De Casco
Deputata, Honduras

Jakob Cornides
Avvocato per la difesa dei diritti umani

John Finnis
Oxford University, University of Notre Dame

Robert P. George
McCormick Professor di Giuriprudenza, Princeton University
Già membro del Consiglio di Bioetica del presidente degli Stati Uniti d’America

Patrick Kelly
Vicepresidente per l’amministrazione pubblica dei Cavalieri di Colombo

Elard Koch
Facoltà di Medicina, Università del Cile

Santiago Lagarre
Docente di Diritto, Pontificia Universidad Católica de Argentina

Leonard Feo
Già delegato alla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite

Yuri Mantilla
Direttore della sezione International Government Affairs di Focus on the Family

Cristobal Orrego
Docente di Giurisprudenza, Università delle Ande, Cile

Gregor Puppinck
Direttore esecutivo dello European Center for Law and Justice

Giuseppe Benagiano
Facoltà di Scienze Ginecologiche, Perinatologia e Puericultura dell’Università “la Sapienza” di Roma
Già Segretario Generale dell’International Federation of Gynecology and Obstetrics

Grover Joseph Rees III
Già ambasciatore degli Stati Uniti d’America a Timor Est
Rappresentante speciale degli Stati Uniti alle Nazioni Unite per gli affari sociali

Austin Ruse
Presidente di C-Fam

William Saunders
Avvocato per la difesa dei diritti umani
Vicepresidente anziano di Americans United for Life
Gia delegato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Alan Sears
Presidente, Amministratore delegato e Consigliere Generale di Alliance Defense Fund

Marie Smith
Presidente del Parliamentary Network for Critical Issues

O. Carter Snead
Membro del Comitato internazionale di bioetica dell’UNESCO
Già Osservatore permanente per gli Stati Uniti al Comitato direttivo di bioetica del Consiglio d’Europa
Docente alla Notre Dame University School of Law

Douglas Sylva
Delegato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

On. Francisco Tatad
Già leader della maggioranza nel Senato delle Filippine

On. Luca Volontè
Presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo al Consiglio d' Europa

Lord Nicholas Windosr
Membro della famiglia reale britannica

Susan Yoshihara
Direttore dell’International Organizations Research Group

Anna Zaborska
Europarlamentare
Già presidente della Commissione per i diritti delle donne del Parlamento Europeo



(traduzione di Marco Respinti)