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venerdì 11 aprile 2014

Conferenza episcopale italiana Cei: «L'eterologa snatura la paternità», 10 aprile 2014, avvenire.it

Con il via libera alla fecondazione eterologa si finisce per «identificare il piano dei desideri con il piano dei diritti» con una resa della «cultura giuridica» al «dominio della tecnoscienza» dimenticando che «il figlio è una persona da accogliere e non l'oggetto di una pretesa resa possibile dal progresso scientifico».

È il giudizio espresso dalla Presidenza della Cei in una dichiarazione diffusa dall’Ufficio comunicazioni sociali nella quale si prende posizione «in merito alla decisione della Corte Costituzionale in materia di fecondazione eterologa medicalmente assistita» assunta mercoledì dai giudici della Consulta.

«La decisione della Corte Costituzionale, verso il cui operato si conferma il necessario rispetto – si legge nel comunicato – entra nel merito di una delicata esperienza umana. Il desiderio di avere un figlio è profondo ed indiscutibile e merita il massimo rispetto e la più delicata comprensione».

Tuttavia, «in attesa di conoscere le relative motivazioni della Corte Costituzionale», la Presidenza della Cei ritiene «doveroso segnalare alcuni nodi problematici che suscitano dubbi e preoccupazioni, sotto il profilo antropologico e culturale». Anzitutto con la sentenza della Consulta «viene affermato un non meglio precisato "diritto al figlio" o "diritto alla genitorialità", col rischio di confondere o, peggio, identificare il piano dei desideri con il piano dei diritti, sottacendo che il figlio è una persona da accogliere e non l'oggetto di una pretesa resa possibile dal progresso scientifico».

Il verdetto dei giudizi costituzionali poi «assume come parametro di valore un preteso diritto individuale, sganciato da qualsiasi visione relazionale», ma così facendo «si trascura, tra l'altro il diritto del figlio a conoscere la propria origine biologica». Inoltre «si cambia e si snatura il concetto e l'esperienza di paternità e di maternità, che sono elementi preziosi per l'unità profonda e inviolabile della coppia».

Infine, nota ancora la Cei, «si determina un pericoloso vuoto normativo nel quale rischia di essere legittimata ogni tecnica di riproduzione umana. La cultura giuridica non dovrebbe semplicemente avvalorare il dominio della tecnoscienza, ma porsi la questione del senso e anche quella del limite. Infatti, come la storia ha dimostrato, non tutto ciò che è fattibile giova al genere umano».

giovedì 10 aprile 2014

Nota di mons. Massimo Camisasca sulla teoria del gender, redazione il 4 aprile 2014, www.sancarlo.org/it/

La constatazione che viviamo durante un’epoca di cambiamenti, anzi di trasformazioni profonde e radicali, è così ripetuta e ovvia da divenire un luogo comune. Eppure non è inutile. Se tutto corre vertiginosamente, c’è qualcosa che rimane e che ci permette di cogliere quanto di prezioso e positivo c’è nel cambiamento, ma anche ciò che vi è in esso di negativo ed anzi dannoso per l’uomo e la sua vita presente e futura?
È compito del vescovo operare questo discernimento assieme alla sua Chiesa e a favore della sua Chiesa, traendo dalla Tradizione ecclesiale, in cui ha un posto particolare la Sacra Scrittura, l’orientamento e la luce per educare il suo popolo, con l’aiuto essenziale dello Spirito Santo. Il vescovo non è uno psicologo, un sociologo, un filosofo e neppure propriamente un teologo. È buona cosa che sia esperto di filosofia e teologia, può essere aiutato dalla conoscenza delle scienze umane, ma non può certo mettersi a competere con gli esperti di ogni singola disciplina. Deve trovare le luci che orientino il cammino, lasciando ad altri l’approfondimento creativo e dialettico delle risposte.

È indubbio che una delle trasformazioni più profonde che sta avvenendo sotto i nostri occhi, ma che in realtà è in atto da alcuni secoli, riguarda la concezione che l’uomo ha di se stesso.
Semplificando potrei dire così: due grandi opzioni, due grandi alternative si sono poste allo sguardo dell’uomo che si osserva vivere, agire, crescere e avviarsi verso la maturità e la vecchiaia. La prima: “Io sono un mistero a me stesso, mi accorgo innanzitutto di essere stato generato, mi sono trovato al mondo, non sono io che mi sono voluto. Certo, posso intervenire su tanti aspetti della mia persona, fisica, psichica, morale (si pensi quanto questo è vero con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie alle scoperte della scienza), ma non posso negare un dato incancellabile: all’origine del mio essere c’è un altro o ci sono degli altri”. La riduzione della natura a cultura non può nascondere un inizio che non è prodotto dal soggetto.
La seconda: “Io sono l’artefice della mia realtà di uomo o di donna. La vita è un farsi da sé, secondo i propri sentimenti, le proprie opzioni o idee. In questa costruzione continua del proprio io può stare anche la costruzione della propria sessualità, anzi della propria identità sessuale, sempre cangiante a seconda dei desideri delle varie età della vita”.

Ognuno può vedere come questa seconda posizione, in cui l’uomo ha, o pensa di avere, una totale capacità di plasmare a piacimento il proprio io, sia il frutto di filosofie e di ideologie che hanno cambiato profondamente l’uomo europeo.
Le scoperte scientifiche, grandioso segno dell’altezza dell’ingegno umano, sganciate da ogni considerazione etica e sociale, hanno fatto dell’uomo un nemico di se stesso e dei propri fratelli. Se non c’è più nessuna natura da riconoscere e rispettare, rimane soltanto la forza e l’esito sarà una guerra terribile degli uni contro gli altri. Papa Francesco, nella Evangelii Gaudium, ci ha messo in guardia dalla «diffusa indifferenza relativista» che «non danneggia solo la Chiesa, ma la vita sociale in generale. Riconosciamo – scrive – che una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che i cittadini desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali» (Evangelii Gaudium, 61).

A quest’ultima visione dell’uomo come artefice di se stesso si rifà la teoria del gender, dei generi, apparsa per la prima volta negli Stati Uniti quasi sessant’anni fa. In realtà essa è frutto di una lunga incubazione del pensiero occidentale, che ha trasferito la propria attenzione sempre più dalla persona all’individuo, slegato da ogni appartenenza e portatore soltanto di diritti.
Essa vuole «rifondare la società su un’“umanità nuova”, “liberata” dai termini uomo e donna, padre e madre, sposo e sposa, figlio e figlia, matrimonio e famiglia»[1].
Divenuta norma politica universale dalla quarta conferenza dell’ONU sulle donne del 1995, è «da allora una delle priorità trasversali del governo mondiale. […] Benché il suo contenuto sia di una violenza inaudita, aberrante, la rivoluzione del gender utilizza strategie e tecniche di trasformazione sociale dolci, che la rendono spesso impercettibile»[2].
«Questa nuova antropologia rifiuta una natura umana comune a tutti – scrive il filosofo Vittorio Possenti – e ritiene che l’essere umano sia una mera costruzione sociale in cui emergono la storicità delle culture, la decostruzione e la relatività delle norme morali, la centralità inappellabile delle scelte individuali»[3]. La differenza corporea viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale (il gender) è ritenuta primaria. «L’identità sessuale diventa una scelta libera, mutabile anche più volte»[4].

Vorrei fare alcune osservazioni. È un bene per l’uomo e per la donna essere portati a considerare che è senza significato avere un’identità sessuale chiara, anzi, che sia meglio non averne nessuna? Il maschile e il femminile non sono forse necessari per la definizione stessa della condizione umana? Non si può certo sostenere che la differenza tra uomo e donna sia una teoria nata col cattolicesimo[5]. Essa è piuttosto un’evidenza razionale, confermata dall’insegnamento della tradizione giudaico-cristiana.

Silviana Agacinski, scrittrice, giornalista e filosofa francese, ricercatrice presso la Scuola di Alti Studi e Scienze Sociali a Parigi, ha scritto numerosi libri sul rapporto tra i sessi. Ha riassunto le sue ricerche in un articolo pubblicato di recente («Vita e Pensiero», febbraio 2013): «L’idea che il genere umano è sessuato, formato da uomini e donne, costituisce l’oggetto di un’esperienza universale, legata al modo in cui gli umani si generano gli uni dagli altri, come la maggior parte dei viventi. Platone definisce la differenza sessuale come una differenza relativa alla generazione. Anche la Bibbia la lega alla fecondità, soprattutto in uno dei due racconti dedicati alla creazione dell’uomo: […] maschio e femmina li creò (Gen 1,28). Queste parole vertono a un tempo sull’unità e sulla dualità dell’uomo, creato da subito plurale, maschio e femmina. Come immagine di Dio, l’uomo è uno, ma allo stesso tempo, è due»[6]. Mi sono permesso questa lunga citazione di una studiosa laica perché essa mette in luce l’accordo fra ragione e tradizione giudaico-cristiana. L’Agacinski nelle sue opere sottolinea quanto la donna, dal punto di vista culturale, abbia dovuto lottare per il riconoscimento della propria parità. Anche attraverso i movimenti femministi. Ma nella teoria del gender si tratta di ben altro. «Possiamo certo ammettere – scrive – che la norma eterosessuale tradizionale pesi su chi non può riconoscersi in essa e che sia quindi necessario interrogarla per rompere il vecchio tabù che pesa sull’omosessualità e per rispettare gli orientamenti sessuali di ognuno. Ma la diversità degli orientamenti sessuali non sopprime la dualità dei sessi: la conferma, anzi. In effetti possiamo parlare di orientamenti – eterosessuali, omosessuali o bisessuali – solo se supponiamo fin dall’inizio che esistano almeno due sessi. Che si desideri l’altro sesso, o che al contrario non lo si possa desiderare, significa che i due sessi non sono equivalenti. L’assenza di equivalenza è confermata anche dalla sofferenza di coloro, maschi o femmine, che esprimono un imperativo bisogno di cambiare sesso»[7]. Rifacendosi alle teorie di Gaston Bachelard, l’Agacinski sostiene che è l’ipotesi della fecondità a suggerire la differenza sessuale: «la procreazione implica sempre il concorso dell’altro sesso. […] Anche in laboratorio la partecipazione dei due sessi è necessaria»[8].

È interessante notare come studiosi laici mostrino il legame stretto che esiste tra sessualità e fecondità, illuminando così le riflessioni che già Paolo VI sviluppò nell’enciclica Humanae vitae e che soprattutto Giovanni Paolo II riprese nelle catechesi sull’amore umano.
Il Magistero non vuole solo proporre una propria visione dell’uomo e della donna, radicata nella rivelazione cristiana. Sa di parlare in questo modo di alcuni elementi antropologici che hanno una valenza universale.
Ha detto a questo proposito il cardinale Gerard Müller nella sua lectio magistralis con cui ha inaugurato l’Anno Accademico della Facoltà Teologica di Milano: «Il concetto di “natura” rappresenta quel fondamento indisponibile senza cui l’uomo non riuscirebbe più a fissare, oltre i labili e volubili contorni delle maggioranze di ogni tempo, i confini non negoziabili della sua dignità e identità, e quindi dei suoi diritti e doveri. Una dignità e identità che sono “donate” all’uomo, che l’uomo è chiamato dapprima a riconoscere e poi ad attuare, e che nessuno può auto-fabbricarsi, pena lo smarrimento di quelle identità e dignità e un fraintendimento di quei diritti e doveri: ciò che appunto oggi è già accaduto ed avviene»[9]. Emblematiche, a questo proposito, anche le parole che il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha pronunciato il 24 marzo scorso nella sua prolusione al Consiglio Permanente della CEI: «La lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni».
Non posso, poi, dimenticare l’ultimo discorso alla curia romana di papa Benedetto XVI. Riferendosi proprio al tema che stiamo trattando, sottolineò: l’uomo «nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato»[10]. Soltanto questa visione dell’uomo e della donna ci permette ancora di parlare di famiglia, altrimenti svanisce il luogo pensato da Dio per l’accoglienza e la crescita dei figli. Per questo il papa allora concludeva: «se non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria».
Non a caso l’Agacinski così chiudeva la sua analisi: «Non ci si è per nulla preoccupati degli effetti che [l’impossibilità di risalire ai genitori biologici] potrebbe produrre nei figli stessi. […] Adesso li conosciamo meglio, poiché molti di questi figli rifiutano, più tardi, di essere prodotti fabbricati con l’aiuto di provette congelate e vorrebbero sapere a quale uomo o a quale donna, in altre parole a quali persone, debbano la vita, per potersi iscrivere in una storia umana. […] Il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, è che nessuno li rappresenta sulla scena politica democratica: non possono manifestare, né essere ricevuti, né essere ascoltati. Non costituiscono alcuna forza. Il legislatore deve però preoccuparsi delle condizioni della loro venuta»[11].
Giustamente a questo proposito Eugenia Scabini parla di un «vuoto di origine: […] l’itinerario a ritroso che l’umanità oggi rischia di percorrere trascina al ribasso la persona dal riconoscimento al misconoscimento, all’indifferenza, all’incuria»[12].

Il panorama culturale e sociale che abbiamo sinteticamente tracciato è certamente drammatico, ma non deve indurci a una visione pessimistica o remissiva rispetto al futuro. Al contrario: siamo certi che, proprio in questo contesto, più luminosa brilla la luce di tanti uomini e donne, di tanti genitori, di tante famiglie, che con la loro vita testimoniano la verità e la bellezza della famiglia, del matrimonio, della vita cristiana così come Gesù Cristo, colui che svela l’uomo all’uomo, ce l’ha mostrata.
Viviamo in un tempo affascinante, in cui tutti siamo personalmente chiamati a riscoprire e testimoniare pubblicamente le ragioni della nostra fede e della tradizione che i nostri padri ci hanno consegnato. È il tempo della testimonianza.
Massimo Camisasca
[1] M. Peeters, Tre miti da smascherare, in Osservatore Romano, 3-4 marzo 2014, p. 5.
[2] Ibidem
[3] V. Possenti, Gender, deriva culturale che vuole negare la realtà, in Avvenire, 5 marzo 2014, p. 3.
[4] Ibidem.
[5] Cfr. A. Pessina, in D. Monti, «Sì ai diritti per le coppie gay. Ma si nasce da uomo e donna», in Corriere della Sera, 4 Gennaio 2013, p. 20.
[6] S. Agacinski, La metamorfosi della differenza sessuale, in Vita e Pensiero, n. 2 2013.
[7] S. Agacinski, cit..
[8] S. Agacinski, cit..
[9] G. L. Müller, Alcune sfide per la teologia nell’orizzonte della «cittadinanza» contemporanea. Lectio magistralis in apertura dell’Anno Accademico della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, Milano, 13 febbraio 2014.
[10] Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2012.
[11] S. Agacinski, cit..
[12] E. Scabini, La crisi dei fondamentali dell’umano. Riscoprire l’attrattiva dei fondamentali, in «Tempi», 17 marzo 2014.
pubblicato su “La Libertà”
nell’immagine: Marc Chagall, La creazione dell’uomo (1958).

giovedì 6 febbraio 2014

L'Onu dichiara guerra alla Chiesa di Massimo Introvigne, 05-02-2014, www.lanuovabq.it

Il 5 febbraio 2014 il Comitato per i Diritti del Fanciullo delle Nazioni Unite ha diffuso un rapporto di sedici pagine sulla conformità dei comportamenti dello Stato della Città del Vaticano alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, cui la Santa Sede ha aderito «con riserva». L’adesione con riserva – che peraltro la Santa Sede aveva affermato di poter superare in futuro – è dovuta al timore che la Convenzione autorizzi un’eccessiva ingerenza di organi delle Nazioni Unite negli affari interni degli Stati sottoscrittori. Per questa stessa ragione il Parlamento degli Stati Uniti non ha mai ratificato la Convenzione, che pure il governo americano aveva firmato nel 1995, così che negli USA non è mai entrata in vigore.

Prima di esaminare il documento – la cui superficialità e faziosità ideologica lasciano davvero perplessi, e giustificano ampiamente le riserve quanto ai rischi d’ingerenza e violazione dei diritti sovrani degli Stati – occorre precisare che cos’è il Comitato per i Diritti del Fanciullo. Si tratta di un corpo di diciotto esperti eletti dagli Stati che hanno aderito alla Convenzione, le cui raccomandazioni non sono giuridicamente vincolanti. Si tratta dunque di una delle innumerevoli commissioni di esperti delle Nazioni Unite, per di più nominata con il «manuale Cencelli» dell’ONU, che tende a dare qualche posticino in qualche commissione a tutti gli Stati.

Tanto per dare un’idea, uno dei diciotto membri è stato designato dal governo della Siria e un altro da quello dell’Arabia Saudita, noti esempi di tutela dei diritti umani in genere e di quelli dei bambini – e delle bambine – in specie. La personalità più in vista, influente e nota del Comitato è la peruviana Susana Villarán, sindaco di Lima e cattolica «adulta» in perenne polemica con i vescovi del suo Paese, in particolare con il cardinale arcivescovo di Lima mons. Juan Luis Cipriani, per il suo sfrenato attivismo a favore del «matrimonio» omosessuale, dell’ideologia di genere e dell’aborto. Nota marciatrice dei gay pride, la Villarán si è distinta per i suoi attacchi alla Chiesa in materia di aborto e di omosessualità e ha simbolicamente «sposato» – il «matrimonio» omosessuale in Perù per ora non c’è – coppie di persone dello stesso sesso, fra cui la sua compagna di partito e stretta collaboratrice Susel Paredes e la sua «fidanzata» Carolina. Provocatoriamente, le cerimonie si sono svolte nel Parco dell’Amore di Lima, dove tradizionalmente gli sposi peruviani si fanno fotografare sotto la celebre statua «Il bacio» dello scultore Victor Delfín.

Chiarito dunque con chi la Santa Sede si è trovata ad avere a che fare, leggiamo insieme il bizzarro documento. Il Comitato nota una serie di settori dove la Santa Sede non rispetterebbe la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, e raccomanda al Vaticano le opportune riforme. Esaminiamo i settori principali. Primo: omosessualità – che non c’entra molto con i diritti dell’infanzia, ma viene fatta rientrare affermando che il Comitato si preoccupa di tutelare «gli adolescenti e i bambini gay, lesbiche, bisessuali e transgender». Per difendere questi bambini precoci il Comitato invita la Chiesa a seguire «la dichiarazione progressista rilasciata da Papa Francesco nel luglio 2013» – il famoso «chi sono io per giudicare?», che però si riferiva alle persone, che certo non vanno mai giudicate in quanto tali, e non ai comportamenti o alle leggi – e a ripudiare «i precedenti documenti e dichiarazioni sull’omosessualità». Come questa entrata a gamba tesa nel campo della dottrina morale cattolica rientri nelle competenze di un Comitato per i Diritti del Fanciullo non è veramente spiegato.

Secondo: uguaglianza fra uomini e donne. La Santa Sede è criticata perché non usa sempre un linguaggio «gender inclusive» e perché parla di «complementarietà» del ruolo maschile e femminile, il che implica che i due ruoli siano diversi, il che è contrario all’ideologia che il Comitato vuole imporre.

Terzo: punizioni corporali. Dopo un excursus sulle Case Magdalene irlandesi, che mostra come i membri del Comitato passino troppo tempo al cinema e abbiano visto il pessimo film di Peter Mullan – a parte le imprecisioni, il tema non sembra di bruciante attualità posto che l’ultima di queste case è stata chiusa nel 1996 –, il rapporto si schiera contro qualunque forma di punizione corporale, con considerazioni non solo pedagogiche, che potrebbero essere in parte condivisibili, ma anche teologiche. Si chiede che la Santa Sede «si assicuri che un’interpretazione della Scrittura tale da non giustificare le punizioni corporali si rifletta nell’insegnamento della Chiesa e […] sia incorporata nell’insegnamento e nell’educazione teologica». A prescindere dal merito, è interessante notare come il Comitato pretenda addirittura di dettare alla Chiesa come vada interpretata la Sacra Scrittura.

Quarto: pedofilia. Con una completa assenza di note e riferimenti precisi, si parla di «decine di migliaia» di bambini vittime dei preti pedofili. Sarebbe interessante sapere da dove vengono queste statistiche, mentre si sa da dove vengono certe informazioni contenute nel rapporto su un presunto intervento del 1997 del nunzio in Irlanda monsignor Luciano Storero (1926-2000) perché i vescovi irlandesi nascondessero i preti pedofili alle autorità civili. Vengono da un attacco del 2011 del governo irlandese alla Santa Sede, pieno di inesattezze, cui la Santa Sede – come abbiamo a suo tempo documentato su queste colonne – ha risposto in modo dettagliato.

Intendiamoci: questo giornale ha sempre premesso a ogni discorso sui preti pedofili che purtroppo, come ci hanno insegnato Benedetto XVI e Papa Francesco, la pedofilia nel clero è un dramma reale, non inventato, che non va nascosto e di cui vanno indagate le cause, che derivano anzitutto dal diffondersi di una morale «lassista» e «progressista» nei seminari e tra i sacerdoti. Tuttavia il rapporto riprende statistiche folkloriche e accuse indiscriminate. Loda alcune misure introdotte dalla Santa Sede nel 2013, ma dimentica tutte quelle precedenti, in un maldestro tentativo di contrapporre il Vaticano di Papa Francesco a quello di Benedetto XVI. Soprattutto, si dimentica di dire che queste misure hanno funzionato, e possono costituire anzi un modello per altre istituzioni che hanno gli stessi problemi di pedofilia e che sono assai meno vigorose della Santa Sede nel contrastarli. Mi scuso per lo spot pubblicitario, ma devo rimandare al libro appena uscito che ho scritto con lo psicologo Roberto Marchesini «Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo» (Sugarco, Milano 2014), dove si troveranno dati e cifre precise.

Quinto: aborto. Dopo avere evocato il consueto caso pietoso della bambina brasiliana di nove anni che aveva abortito nel 2009, il Comitato «richiede con urgenza alla Santa Sede di rivedere la sua posizione sull’aborto e di modificare il canone 1398 del Codice di diritto canonico relativo all’aborto, allo scopo di precisare le circostanze in cui l’aborto è permesso». A questa «urgenza» ha già risposto Papa Francesco nell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium»: s’illude chi si aspetta «che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana».

Sesto: contraccezione. La Santa Sede è invitata a «garantire agli e alle adolescenti l’accesso alla contraccezione», che peraltro non è un’alternativa all’aborto, visto che contemporaneamente va loro garantita la «salute riproduttiva» il che, come si è visto, implica modificare la dottrina cattolica sull’aborto.

La Chiesa – lo abbiamo detto – ha più volte riconosciuto le responsabilità di un certo numero di preti e vescovi nel vergognoso dramma della pedofilia, e ha preso misure drastiche che si stanno rivelando efficaci. Questo documento tuttavia è la prova di come la tragedia dei preti pedofili sia usata come pretesto e come clava per aggredire la Chiesa Cattolica e ingiungerle «con urgenza» di cambiare la sua dottrina in materia di omosessualità, aborto e contraccezione, affidando a commissioni di esperti «politicamente corretti» perfino l’interpretazione della Sacra Scrittura.

Il 18 novembre 2013, citando il romanzo Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson (1871-1914) Papa Francesco ha denunciato il tentativo totalitario d’imporre alla Chiesa la «globalità egemonica» del «pensiero unico». I poteri forti – fra cui rientrano certamente certi comitati di certe organizzazioni internazionali – ci dicono, ha detto il Papa, che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente». Poi purtroppo «segue la storia»: per chi non si adegua al pensiero unico arrivano, come ai tempi degli antichi pagani, «le condanne a morte, i sacrifici umani». Sbaglia chi pensa che siano cose di un passato remoto, «Ma voi – ha chiesto il Papa – pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono». È perché la Chiesa si oppone a queste leggi che, usando la tragedia – reale – della pedofilia tra il clero come punto di partenza e come pretesto, la si colpisce con aggressioni che stanno ormai diventando intollerabili.

venerdì 13 settembre 2013

Bagnasco in campo contro l'ideologia di genere di Massimo Introvigne - 13-09-2013 - http://www.lanuovabq.it/



Il cardinale Angelo Bagnasco

La 47ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Torino, dedicata alla famiglia, si è aperta il 12 settembre in un buon clima, che contrasta un po’ con la timidezza di un programma dove non sono state previste sessioni né gruppi di lavoro espliciti su quello che è il maggiore attacco alla famiglia in corso oggi in Italia, incentrato sull’ideologia del gender – che Benedetto XVI definì la più grave sfida cui la Chiesa deve oggi fare fronte – e articolato nelle proposte di legge sull’omofobia, sul riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, sul matrimonio e sulle adozioni omosessuali. Al Teatro Regio di Torino incontro molte persone che si complimentano per le battaglie condotte a proposito di questi temi su La Nuova Bussola quotidiana e altrove – proprio oggi Avvenire pubblica (a pagamento) l’appello di Alleanza Cattolica contro la legge sull’omofobia – e incitano ad andare avanti senza paura.

Il buon clima è stato certamente alimentato dal messaggio di Papa Francesco e dalla prolusione iniziale del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. Nella sua lettera, il Papa ricorda anzitutto che alle origini immediate delle Settimane Sociali c’è un laico recentemente beatificato, Giuseppe Toniolo (1845-1918), ma certamente l’impegno sociale dei cattolici italiani affonda le sue radici nella schiera dei santi sociali, particolarmente numerosa e feconda nella città di Torino. Per i cattolici, scrive il Pontefice, «la famiglia è ben più che “tema”: è vita, è tessuto quotidiano, è cammino di generazioni che si trasmettono la fede insieme con l’amore e con i valori morali fondamentali, è solidarietà concreta, fatica, pazienza, e anche progetto, speranza, futuro». Un popolo che disprezza la famiglia, «un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa».

All’Italia, continua Francesco, «come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità. In questa realtà, inoltre, riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica Italiana. Infine, vogliamo riaffermare che la famiglia così intesa rimane il primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo, e come tale merita di essere fattivamente sostenuta». Si tratta dunque della famiglia «così intesa», fondata sulla differenza e sull’incontro fra un uomo e una donna: non di altri modelli. E «le conseguenze, positive o negative, delle scelte di carattere culturale, anzitutto, e politico riguardanti la famiglia toccano i diversi ambiti della vita di una società e di un Paese: dal problema demografico – che è grave per tutto il continente europeo e in modo particolare per l’Italia – alle altre questioni relative al lavoro e all’economia in generale, alla crescita dei figli, fino a quelle che riguardano la stessa visione antropologica che è alla base della nostra civiltà».

Francesco cita due testi di Benedetto XVI che sono alla radice della critica, fondata sulla nozione di diritto naturale, della «rivoluzione antropologica» contro la famiglia e la morale: l’enciclica Caritas in Veritate e il discorso al Parlamento tedesco a Berlino del 22 settembre 2011. Il Papa spezza pure una lancia per la libertà di educazione, denunciando come tante famiglie italiane vivano una «impossibilità pratica di attuare liberamente le proprie scelte educative», e chiede più attenzione alla famiglia nelle politiche economiche. Ma soprattutto alla Settimana Sociale raccomanda di «mettere in evidenza il legame che unisce il bene comune alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, al di là di pregiudizi e ideologie. Si tratta di un debito di speranza che tutti hanno nei confronti del Paese, in modo particolare dei giovani».

A declinare nella pratica italiana la raccomandazione del Pontefice ci ha pensato il cardinale Bagnasco, con un discorso apprezzabile perché è subito partito – senza le interminabili premesse consuete in un certo gergo «ecclesialese» tante volte criticato da Papa Francesco – dal cuore del problema, cioè dalla sfida che la rivoluzione antropologica pone alla Chiesa e al bene comune. Il cardinale ha iniziato leggendo una citazione della psichiatra Catherine Ternynck, che riecheggia la denuncia di Benedetto XVI su un’ecologia che si preoccupa dell’ultima pianta e dell’ultimo animale prima che della vita e della famiglia umana: «Da ogni parte ci esortavano a salvare il pianeta. Non si doveva, con la stessa urgenza, venire in soccorso all’umano? Se l’aria doveva restare pura, se l’erba doveva restare verde, non bisognava anche che il mondo degli umani restasse abitabile? Che cosa si faceva della terra degli uomini?». Si tratta proprio, ha affermato Bagnasco, «del suolo umano che si è impoverito, si è svuotato del suo humus di relazioni, legami, responsabilità e così è divenuto friabile ed inconsistente. Al punto che l’uomo stesso, su questo terreno incerto, finisce per diventare “di sabbia”, una figura fluida, impastata di contraddizioni e con una caratteristica evidente: la sensazione di stanchezza. È un uomo “dalla testa pesante” che fatica a portare avanti la sua vita, dubita del tragitto e del senso».

Non si tratta di depressione psicologica, ma dell’opera maligna di ideologie che non vogliono riconoscere di avere fallito e si fanno invece più aggressive: «Il grande sogno dell’individualismo, che ha segnato di sé l’uomo moderno, lo ha condotto nella post-modernità ad una imbarazzante scoperta: il grande sogno non ha tenuto!». Tra i «luoghi deteriorati» dalle ideologie, il più in pericolo è la famiglia, perché si attacca la roccia su cui è costruita, la differenza originaria fra uomo e donna. «La roccia della differenza è fondamentale per ritessere l’umano che rischia diversamente di essere polverizzato in un indistinto egualitarismo che cancella la differenza sessuale e quella generazionale, eliminando così la possibilità di essere padre e madre, figlio e figlia».

La differenza fra i sessi da «evidenza» è diventata, a partire dagli anni 1970, «problema». Com’è successo? Come già Benedetto XVI, il cardinale Bagnasco ricostruisce la storia dell’ideologia del gender, ricordando come «partendo dalla celebre espressione di Simone de Beauvoir [1908-1986] – “Non si nasce donna, lo si diventa” – si comincia a distinguere il sesso dal genere, come due realtà non sovrapponibili».La categoria del genere diventa «sempre più autonoma rispetto alla categorie di “sesso biologico”, fino a separarsi e a contrapporsi rivendicando un’autonomia assoluta, dichiarando la fine del “dato naturale” e instaurando il primato del “culturale”, della cifra “storica”, della preferenza soggettiva, individuale». Alla fine, si arriva «a negare anche il dato di partenza: la persona nasce sessuata», e ad affermare che non si «è» uomo o donna, ma ci si inventa la propria identità a seconda del desiderio. Bagnasco cita la filosofa del gender Judith Butler, secondo cui oggi «il genere stesso diventa un artificio libero da vincoli. Di conseguenza, uomo e maschile potrebbero riferirsi sia a un corpo femminile sia a uno maschile; donna e femminile, sia a un corpo maschile sia a uno femminile».

Non si capisce l’ideologia del gender, ammonisce il cardinale, se non nel quadro più generale della dittatura del relativismo. Il «capovolgimento dall’oggettivo al soggettivo, dalla natura alla cultura, non è limitato alla dimensione della sessualità, ma rientra in una visione ben più ampia che tocca la stessa visione antropologica: la persona stessa – nella sua complessità – è considerata come risultato mutevole della storia, anziché un dato oggettivo e imprescindibile». 

In Italia, oggi, l’ideologia del gender non si contenta di egemonizzare la cultura. Vuole diventare legge. Ma – afferma con chiarezza il cardinale - «quando, attraverso una decisione politica, vengono giuridicamente equiparate forme di vita in se stesse differenti – come la relazione tra l’uomo e la donna e quella tra due persone dello stesso sesso – si misconosce la specificità della famiglia e se ne preclude l’autentica valorizzazione nel contesto sociale, trattando in modo uguale realtà diverse. Si appiattisce così il concetto di uguaglianza, che non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel dare a ognuno ciò che gli è coerente». Per essere ancora più chiaro Bagnasco cita quanto aveva già affermato lo scorso 23 maggio: «La famiglia non può essere umiliata e modellata da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un “vulnus” progressivo alla sua specifica identità e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento».

Tutto questo dovrebbe essere ragionevole, ma in Italia «ci si oppone alle ragionevoli considerazioni della Chiesa per motivi ideologici. Nei mesi scorsi, il dibattito sulla legge contro l’omofobia ha manifestato con chiarezza questa tendenza». Certo, «nessuno discute il crimine e l’odiosità della violenza contro ogni persona, qualunque ne sia il motivo». Ma «per lo stesso senso di civiltà, nessuno dovrebbe discriminare, né tanto meno poter incriminare in alcun modo, chi sostenga pubblicamente ad esempio che la famiglia è solo quella tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio, o che la dimensione sessuata è un fatto di natura e non di cultura».

I problemi della famiglia, ha concluso Bagnasco, sono tanti. Manca «un fisco a misura di famiglia». È in crisi ovunque l’educazione, a causa di un problema più generale  che ha le sue radici «in quella “morte del padre” che ha caratterizzato, a partire dal ’68, le società occidentali, ridefinendo le coordinate dei rapporti non solo all’interno della famiglia, ma anche della scuola, della Chiesa, dell’intera società». Ma tutto parte e torna alla questione cruciale, evocata nel brano dell’enciclica «Lumen fidei» letto all’inizio della Settimana Sociale: per il cattolico la differenza fra uomo e donna è stata iscritta da Dio nella natura, ed è un dato fondamentale e positivo; per l’ideologia di genere è un semplice pregiudizio culturale, da aggredire a colpi di pessime leggi per instaurare sulle macerie della famiglia l’ultima tappa della dittatura del relativismo.

venerdì 23 agosto 2013

Fallisce l’educazione sessuale inglese: crescono infezioni - 22 agosto, 2013 - http://www.uccronline.it/

Educazione sessuale

Educazione sessualeIl Regno Unito ha alcune delle più aggressive e precoci educazioni sessuali di qualsiasi Paese occidentale, con corsi fin dalla scuola primaria. Eppure tutto questo sforzo non ha alcun effetto, anzi!

Il tasso di aborto rimane alto tanto che colui che lo ha legalizzato nel 1967, Lord David Steel, si è recentemente pentito: «Questo è un problema crescente e assolutamente indesiderabile. Non era questo l’obiettivo della mia riforma, non volevo che l’aborto diventasse un sistema contraccettivo». Gli ha risposto Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico: «Se nel 1967 davvero non pensava che sarebbe finita così, allora è davvero ingenuo».

Ma un altro gravissimo problema, come ha recentemente rilevato dalla “Public Health England” (PHE), è che le infezioni sessualmente trasmissibili (IST) sono alle stelle tra i giovani, in particolare per quanto riguarda la clamidia. Quasi mezzo milione di persone sono state diagnosticate affette da malattie sessualmente trasmissibili nel 2012, un aumento del cinque per cento rispetto al 2011, con tassi maggiori per le persone di età inferiore ai 25 anni, ovvero le più soggette agli invasivi corsi di educazione sessuale. Clamidia ma anche gonorrea, aumentata del 21 per cento.

Guardando per un momento fuori dal Regno Unito occorre anche sottolineare che le persone omosessuali rimangono il gruppo sociale più a rischio di infezioni sessuali: il Vancouver Coastal Health (VCH) e il British Columbia Centre for Disease Control (BCCDC) hanno pubblicato un rapporto avvisando che le infezioni da sifilide negli uomini omosessuali e bisessuali sono salite alle stelle con i livelli più alti degli ultimi 30 anni nella zona di Vancouver. Si parla di “proporzioni epidemiche”, in tutta la nazione si è registrato un aumento del 870% di sifilide negli omosessuali tra il 1999 e il 2008. Uno studio su Lancet ha invece rilevato che la maggior parte dei rapporti omosessuali è un significativo fattore di rischio per il cancro.

Tornando ai problemi dell’Inghilterra, la dott.ssa Gwenda Hughes ha affermato comunque che «il continuo investimento in programmi per aumentare la consapevolezza sanitaria-sessuale è di vitale importanza». Eppure sarebbe opportuno far notare che in Italia, che oltretutto ha 10 milioni di abitanti in più, non ci sono mai stati tassi di infezioni sessuali così consistenti ma nemmeno ci sono corsi di educazione sessuale nelle scuole.

Come sempre la Chiesa ha ragione. L’Osservatore Romano nell’agosto scorso ha pubblicato un articolo su questa tematica molto criticato dai media e su cui c’è stata tanta ironia sui social network. Eppure  diceva la verità, una verità scomoda che nessun altro ha avuto il coraggio di dire: «Non si capisce come mai le istituzioni pubbliche occidentali continuino a nutrire una fiducia magica nell’efficacia dell’educazione sessuale. Dopo anni di corsi, naturalmente centrati sui metodi contraccettivi, abbiamo visto come in molti Paesi – l’esempio più noto è il Regno Unito – i ragazzi continuino ad avere rapporti sessuali precoci senza alcuna protezione, e si moltiplichino le gravidanze fra le adolescenti e gli aborti. Ormai è chiaro che non basta assolutamente spiegare loro come possono usare i contraccettivi, e dove trovarli facilmente, per evitare queste tragedie, ma che il problema è più a monte, nell’educazione e quindi nella famiglia. In fondo l’Italia – dove non esiste educazione sessuale scolastica obbligatoria – è uno dei Paesi che se la cava meglio da questo punto di vista: qui i giovani rischiano di meno malattie e gravidanze precoci».

Questo avviene, continua l’editoriale firmato da Lucetta Scaraffia, «per merito della famiglia, del controllo affettuoso dei genitori sui figli adolescenti, del fatto che i ragazzi non sono abbandonati a se stessi con una scatoletta di anticoncezionali come unica difesa dalle loro passioni e dai loro errori. E, in parte, è merito anche della Chiesa cattolica, che continua a insegnare che i rapporti sessuali sono molto più di una ginnastica piacevole da praticare senza freni senza correre rischi. La Chiesa considera infatti la vita sessuale degli esseri umani come una delle prove più significative della loro maturità umana e spirituale, una prova da affrontare con preparazione e serietà, cioè da collegare a scelte di vita fondamentali come il matrimonio, e quindi alla fondazione di una famiglia in cui la procreazione costituisce uno dei fini principali. La Chiesa insegna rispetto per il proprio corpo, che significa dare importanza e peso agli atti che si compiono con esso, a non considerarli solo possibilità di divertimento o di appagamento narcisistico: e questo è proprio il contrario di quanto dicono i suoi critici. I cattolici quindi non possono accettare che la vita sessuale venga considerata materia di insegnamento come un’attività qualsiasi, la quale presenta dei pericoli che sarebbe meglio evitare; come ben si sa, poi, i giovani sono spesso attratti dai pericoli, e si impegnano a evitarli solo se vengono educati alle ragioni profonde di un diverso comportamento morale».

La redazione



venerdì 28 giugno 2013

«Leggi contro natura, dove sono i laici cattolici?» di Stefano Fontana - 28-06-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Monsignor Giampaolo Crepaldi

    
Pubblichiamo l'intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, che esce oggi sul settimanale diocesano Vita Nuova, in cui offre un giudizio sulla realtà presente del laicato cattolico e il suo impegno nel sociale e nel politico.

Eccellenza, nella sua omelia per la chiusura della processione del Corpus Domini di domenica 2 giugno, lei ha avuto parole dure circa l’approvazione di leggi che possono «compromettere i capisaldi del nostro vivere umano: la vita, la famiglia e la nostra libertà». Ora, proprio quello dovrebbe essere il campo dell’impegno dei fedeli laici. Il suo discorso era un richiamo anche a loro?
Non c’è dubbio che questa dovrebbe essere l’ora del laicato. Ma purtroppo il laicato cattolico non si fa sentire. Magari lamentando poi che i Vescovi parlano troppo.

Perché, secondo lei, questa è l’ora del laicato?
Certamente ogni ora è l’ora del laicato, perché non c’è un momento in cui il laico non tragga dal suo battesimo il compito di ordinare a Dio le cose temporali. Però questa è l’ora del laicato in modo particolare. La politica e le leggi stanno mettendo mano all’ordine della creazione, alla natura della famiglia e alle relazioni naturali di base, quella tra padre e madre e tra genitori e figli. Si tratta di qualcosa di inedito e sconvolgente che  richiede una presenza particolarmente convinta ed attiva.

Perché dice che il laicato cattolico non si fa sentire?
Sono molti i laici cattolici che nella famiglia, nel lavoro, nella società incarnano con fedeltà la propria fede cristiana. Ciò avviene però soprattutto nella quotidianità. Ciò che manca in modo evidente è una presenza unitaria e coordinata nella società civile e una testimonianza chiara e coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni.

Eppure esistono vari organismi di rete tra cattolici e in passato sono stati in grado di portare in piazza con il Family Day moltissime persone. Non ci sono più?
Ci sono ancora, però bisogna prendere atto di alcuni mutamenti. Intanto alcune di queste reti si sono costituite ma non si sono consolidate, sono rimaste tali a livello formale di vertice e più di qualche convegno non potranno fare. In secondo luogo, mi sembra che alcune reti un tempo molto attive su questi temi – penso per esempio a Scienza e Vita oppure al Forum delle Associazioni familiari – abbiano un po’ allentato la presa, dirottando l’attenzione verso altre tematiche a mio avviso meno importanti. Infine, vorrei notare che anche dentro le singole associazioni e i singoli movimenti la presa di posizione sui temi che ho sopra richiamato è scarsa sia in sede nazionale che in sede locale.

Può spiegare meglio cosa intende quando parla di “testimonianza coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni”?.
Nelle amministrazioni pubbliche ci sono cattolici dichiaratamente tali. Ma quando si tratta di affrontare questi temi, essi utilizzano le categorie mentali di tutti gli altri e si fanno scudo della laicità della politica per non prendere una posizione che certamente costerebbe loro sul piano politico, ma che io vedrei come coerente sul piano umano con la fede professata.

Una delle storiche associazioni di fedeli laici è l’Azione cattolica. Cosa mi può dire a riguardo?
Prendo spunto da un recente libro di Luigi Alici dal titolo “I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica” edito da La Scuola.

Ma Luigi Alici non è più presidente dell’Azione cattolica…
Però lo è stato a lungo e può dirsi un intellettuale fortemente impegnato nell’associazionismo del laicato cattolico. Recentemente egli ha girato tutta l’Italia – è stato anche in Friuli Venezia Giulia ed anche a Trieste. Certo il suo libro non rappresenta l’Azione cattolica, però può essere indicativo di un modo di pensare, diffuso anche dentro l’associazione. 

Cosa l’ha maggiormente colpita nel libro?
Il suo appartenere alla categoria dei libri “Sì, ma …”: affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli. Ho cercato in questo libro le affermazioni di fedeltà al magistero e di adesione ai principi della tutela della vita o della famiglia: li ho trovati. Però l’esposizione è sempre volutamente ambigua, dice, ma nega ed è piena di “tuttavia”. 

Può fare un esempio?
Alici ha parole molto belle sulla famiglia, ma poi si dice a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali. Si rifà al cardinale Martini, ma non ai Vescovi italiani che, in una Nota del 2007, hanno chiarito la questione. I diritti per le persone omosessuali vanno affrontati sul piano del diritto privato. Il riconoscimento della convivenza in quanto tale non è accettabile né per le cosiddette coppie di fatto eterosessuali né per quelle omosessuali. Manca il requisito della valenza pubblica.

Quali sono gli argomenti di Luigi Alici a proposito?
Quello della gradualità dei diritti. Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento. Una simile argomentazione non è accettabile: ciò che è sbagliato non può essere fonte di diritti pubblicamente riconosciuti, e non può esserci per esso nessuna gradualità.

Cosa significa questo? 
Credo che questo libro esprima bene una certa cultura dentro il mondo cattolico. I laici che vi si ispirano sposteranno sempre più in avanti l’asticella del “non possumus”, adeguandosi al mondo.

Nel libro di Alici c'è il continuo rifarsi al “paradosso” cristiano che farebbe del fedele laico una persona continuamente combattuta al proprio interno e a cui solo la risposta della propria coscienza potrà indicare la via.
Il paradosso cristiano non va interpretato come un'insanabile contraddizione interna del cristiano, perché la fede e la ragione, come ci insegna la dottrina, vanno insieme e solo il peccato introduce la divisione. Quello di Alici è un modo per far sì che l’agire dei cattolici nella società e nella politica sia lasciato unicamente alla loro autonoma coscienza.

Alici sostiene che c’è un ambito di partecipazione politica non direttamente partitica in cui dovrebbe valere la collaborazione dei cattolici con tutti gli altri e un ambito strettamente partitico in cui vale la competizione. E’ d’accordo?
Non solo tra i partiti, ma anche nella società ci sono oggi antropologie in conflitto. Anzi, oggi si assiste alla competizione tra chi dice che non c’è una antropologia, una vera visione dell’uomo, e chi invece dice che c’è. In questi campi – penso alla cultura, all’animazione sociale, alla formazione dei giovani, alla comunicazione - non può esserci solo collaborazione. Smettiamola una buona volta di continuare a illuderci e a illudere su questo punto. Dialogo e rispetto non devono mancare mai, ma la collaborazione la si fa sulla verità.

Da cosa dipende tutto ciò?
Credo dipenda dall’aver cambiato lo scopo della presenza dei laici cristiani nel mondo. I laici hanno come scopo di ordinare a Dio l’ordine temporale – come dice il Concilio – o, in altre parole, di costruire la società secondo il progetto di Dio. Invece, lo scopo dei fedeli laici è stato ridotto a conseguire il bene comune, a costruire la democrazia, a realizzare la Costituzione, a far funzionare le istituzioni.

Perché l’obiettivo del bene comune non va bene?
Va bene, a patto però che in esso si faccia rientrare anche il rispetto dell’ordine del creato e il benessere spirituale e religioso delle persone. Non c’è vero bene comune quando Dio viene messo tra parentesi e quando a Dio non è riconosciuto un posto nel mondo. 

L’Azione cattolica ha avuto una lunga storia. Qual è stato il suo momento critico secondo lei? 
Lascio questo compito agli storici. Posso solo tentare qualche ipotesi. La cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione cattolica in modo ambiguo. Doveva comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”. E’ stata invece vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata condannata troppo frettolosamente come preconciliare. Dico “apparente” perché – strano a dirsi! – da allora moltissimi dirigenti dell’Azione cattolica si impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra. Ultimo esempio è stato Ernesto Preziosi alle recenti elezioni politiche. 

Allora a lei l’Azione Cattolica non va bene?
Io credo nell’Azione Cattolica, continuo ad esserne un sostenitore convinto e, a parte qualcuno e qualcuna, sono assai grato a quella diocesana per quello che fa e nutro grandi aspettative verso di essa. Credo però che l’Azione cattolica - sto parlando in termini generali - oggi abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo. Ciò sarebbe di grande vantaggio non solo per la missione pastorale delle nostre Diocesi, ma anche per le altre forme di associazionismo dei fedeli laici. 

In che modo?
Si tratta di essere fedeli, in maniera integrale e con generosità spirituale, all’insegnamento del Concilio Vaticano II: essere laici nel mondo per ordinarlo a Dio, mettendo in primo piano l'esigenza e l'urgenza dell'ordinarlo a Dio. Per l'Azione cattolica significa: recuperare la sostanza del proprio passato, anche di quello che oggi si ricorda con un certo inspiegabile disprezzo; recuperare la dottrina sociale della Chiesa in tutti i suoi sostanziali collegamenti con la dottrina cristiana; intendere la laicità nel modo che ci ha insegnato Benedetto XVI, cioè pensare che al mondo non bisogna solo adeguarsi se si vuole veramente servirlo; superare una visione inadeguata del Concilio, recuperandone tutto l’insegnamento dentro la tradizione della Chiesa e non le solite due o tre frasi adoperate in modo retorico; non minimizzare gli attacchi che oggi vengono portati alla natura umana e alla fede cristiana, accusando quanti cercano di reagire di voler ristabilire uno schema mentale integralista proprio del passato. La Chiesa ha un bisogno immenso di un'Azione cattolica così, che riprenda a formare laici capaci di costruire la società secondo il cuore e il progetto di Dio. Per questo continuo a pregare e a sperare...

martedì 28 maggio 2013

C'è anche la politica del silenzio di Stefano Fontana - 28-05-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Parlamento
    
Nell’editoriale di ieri il direttore parlava della Chiesa del silenzio. Credo che si possa parlare anche della politica del silenzio, almeno da parte cattolica. L’offensiva a favore della legalizzazione delle coppie omosessuali è molto forte, ma, tranne qualche eccezione, non si sente una parola che sia una da parte dei parlamentari cattolici. Ma facciamo un passo indietro.

Si pensava che il governo Letta non avrebbe creato molti problemi sul fronte dei principi non negoziabili. Dopo lo scampato pericolo di un governo Bersani con appoggio grillino e di una presidenza Rodotà, la soluzione trovata da Napolitano aveva ringalluzzito gli animi. Dopo il buio anche la luce di una candela sembra un sole. Un motivo per stare tranquilli era soprattutto il debole equilibrio su cui si reggeva (e si regge) il governo: vuoi che Letta si dia la zappa sui piedi aggiungendo anche il contenzioso sui motivi etici? Già di mine ne deva schivare più di una … Qualcuno era sicuro: Letta congelerà le questioni sensibili. 

Poi, però il ministro Idem ha cominciato a parlare di riconoscimento delle convivenze. Poi, però, Berlusconi ha nominato suo consulente per le questioni etiche e di solidarietà la Brambilla, che, diciamolo pure, su questi temi non è che rassicuri molto. Poi però i radicali hanno lanciato la raccolta di firme per l’eutanasia. Poi però Repubblica ha pubblicato quella famosa lettera del ragazzo omosessuale e Sandro Bondi, del Pdl, ha nuovamente espresso le idee della ringalluzzita ala liberale del partito. Poi domenica scorsa nessuno è andato alla grande manifestazione di Parigi di Manif pour Tous contro la legge sul “matrimonio per tutti”, a parte Eugenia Roccella, che ha anche parlato dal palco, e Luca Volonté, che però purtroppo non siede in Parlamento perché sacrificato ai tempi delle elezioni per far posto ai Casini. 

Insomma, nonostante Letta, o tacitamente consenziente Letta – non è dato sapere, perché finora il Presidente del Consiglio non si è pronunciato su questi argomenti -, l’offensiva per il riconoscimento delle convivenze (omosessuali) è partita alla grande. Le cose che ti colpiscono alle spalle sono le più dannose. Siccome la sorveglianza sul governo Letta a proposito di questi temi si è allentata, il pericolo aumenta. La prima legge che arriva in Parlamento rischia di essere approvata. Proprio perché non c’è nel programma di governo.

Una autentica mina vagante è costituita dalla “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” elaborato dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali a difesa delle differenze. Il Documento riguarda il triennio 2013-2015 e vuole coordinare e garantire l’applicazione a livello nazionale di norme internazionali contro la discriminazione. L’interpretazione delle norme internazionali e la lettura della situazione italiana, però, sono molto tendenziose e fanno presagire qualche colpo di mano. Questi colpi di mano possono prendere le sembianze di una legge contro l’omofobia.

Davanti a tutto ciò non abbiamo sentito una parola da parte di Marazziti, per esempio, oppure di Gigli, oppure di Lombardo. Nessuna parola da parte dei numerosi parlamentari che avevano firmato, a seguito di Maurizio Lupi, la famosa dichiarazione di “cattolicità” apparsa su Il Giornale. Niente nemmeno dai cattolici al governo, come lo stesso Lupi o Mario Mauro. Hanno detto la loro Gasparri e Sacconi, molto attiva rimane la Roccella, ma nessuno che abbia messo uno stop, un altolà. Insomma, c’è anche una politica cattolica del silenzio. Non mi riferisco tanto ai cattolici nel Pd che, si sa, su questi temi non si esporranno politicamente perché glielo vieta la loro concezione della laicità. Mi riferisco ai parlamentari cattolici di Scelta Civica, del Pdl e di Fratelli d’Italia. 

Non so dire se l’Italia sia in grado di copiare la Francia, in caso di leggi contrarie alla famiglia. Molti dicono – ed io con loro – che oggi un Family Day è molto difficile a rifarsi. Però non è detto. La storia non si può prevedere. Nessuno avrebbe previsto la reazione oceanica dei francesi. Alla recente Marcia per la Vita del 12 maggio un certo popolo ha dato un segnale. Ora, sarebbe molto increscioso che i parlamentari cattolici e tutti coloro che fanno ancora riferimento a minimi principi di legge naturale fossero sorpassati dalla gente. 

Forse non è inutile far notare che quella del riconoscimento delle convivenze è la fessura per fare entrare una valanga. La letterina del ragazzo omosessuale apparsa su Repubblica era una di queste fessure. Oggi, riconoscimento delle convivenze significa riconoscimento delle coppie omosessuali. E questo va ben al di là della questioni dei diritti soggettivi. E’ l’apertura alla filiazione mediante acquisto di gameti e mediante l’utero in affitto. E’ la fine della procreazione, della famiglia e della filiazione come finora la civiltà le ha sempre conosciute. E’ la fessura per un altro mondo, per la fine del genere umano. La posta vale certamente un supplemento di attenzione politica da parte dei parlamentari cattolici.

mercoledì 8 maggio 2013


A favore di un’ecologia umana - 2013-05-08 L’Osservatore Romano - http://www.news.va


Il 26 maggio centinaia di migliaia di oppositori alla legge sul matrimonio tra omosessuali si riverseranno di nuovo nelle strade di Parigi. Arriveranno da tutta la Francia, secondo il metodo ormai collaudato delle Manifs pour tous (“manifestazioni per tutti”): aiuto reciproco, condivisione dei mezzi di trasporto e degli alloggi, sostegno materiale alle famiglie dei manifestanti meno abbienti.

La legge è stata approvata il 23 aprile, ma grandi folle continuano a protestare, con un’inventiva che stupisce i media: mobilitazione via twitter, raduni spontanei per le strade, accampamenti di fronte all’Assemblea nazionale, operazioni «risveglio mattutino» davanti alle abitazioni dei ministri, pressione sugli eletti, affissione di striscioni sui ponti delle autostrade. E c’è pure la rete dei veilleurs (“coloro che vegliano”): sit-in di giovani che passano la notte a cantare e meditare pacificamente di fronte alla polizia, in uno stile ispirato a Gandhi e alle giornate mondiali della gioventù. O la rete delle mères veilleuses — “madri che vegliano”, ma anche, con un gioco di parole intraducibile, “meravigliose” — che si accampano in piccoli gruppi per protestare contro la minaccia della maternità surrogata, «mercificazione capitalistica del ventre delle donne più povere».

Dopo il tour de force durante il mese di marzo da parte degli oppositori della legge (settecentomila firme consegnate al Consiglio economico e sociale, raccolte in meno di dieci giorni), il loro messaggio sembra essere stato ben accolto: secondo un sondaggio di fine aprile, la maggioranza dei francesi ha cambiato opinione e disapprova ora l’adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali. Il 26 maggio il Consiglio costituzionale avrà però già espresso il proprio parere e, verosimilmente, dato il via libera alla legge che sarà promulgata dal presidente della Repubblica. Sarà quindi troppo tardi sul piano legale.

Da qui la domanda che tutti si pongono: la manifestazione del 26 sarà senza dubbio significativa, ma che fare dopo? Continuare con le stesse parole d’ordine non sarà più possibile; come si potrà allora far durare questo grande movimento della società civile? Molti organizzatori sperano di ampliarlo estendendolo a tutti i campi dove è in gioco la dignità della vita umana: non solo le questioni civili e bioetiche, ma anche quelle sociali ed economiche, come ha sottolineato il presidente dei vescovi francesi, , appena eletto, monsignor Georges Pontier.

In effetti, l’economia non è innocente in questa crisi politica e morale. Quando un influente uomo d’affari in febbraio ha dichiarato «affittare il proprio ventre per fare un figlio o affittare le proprie braccia per lavorare in fabbrica, che differenza fa?», lo ha fatto in nome delle sue convinzioni economiche ultraliberali: «Io sono per tutte le libertà». Quanto alla crescita dell’ideologia del gender e dei gruppi di pressione a essa favorevoli, questa non si può separare dall’«ottimizzazione del consumismo attraverso la scomparsa della differenza tra i sessi» ha sottolineato l’economista Christian Harbulot.

Tutto ciò è good business, ha ribadito a New York il direttore esecutivo di una grande banca d’affari che in questa primavera sta facendo pressione sulla Corte suprema di Washington a favore del matrimonio tra omosessuali insieme ad altri 278 colossi economici.

In Francia, il think tank socialista Terra Nova gode dell’appoggio di grandi società americane o franco-europee. È stato proprio un rapporto di questo gruppo a precedere il lancio della riforma del matrimonio in Francia. Secondo questo rapporto, tali «riforme sociali» andavano messe in atto per promuovere «una nuova alleanza delle forze del futuro: giovani, minoranze, donne, abitanti delle aree urbane e non cattolici». Così i cattolici si sono ritrovati a priori esclusi dalla scena a opera di un organismo incaricato di alimentare le riflessioni di élite dirigenti e sostenuto da élite economiche. E grande è stata la sorpresa di queste élite nel constatare la presenza massiccia di giovani, di donne, di abitanti delle aree urbane e di minoranze, di cattolici e di non cattolici, alle manifestazioni contro la legge sul matrimonio.

I manifestanti hanno avuto l’impressione di non essere né capiti né ascoltati dalla Francia ufficiale. Questo senso di frustrazione ha fatto prendere loro coscienza di una situazione che non immaginavano: una parte delle classi dirigenti, nei Paesi occidentali, sembra andare alla deriva, verso una sorta di negazione tanto delle realtà della condizione umana, quanto dell’ambiente naturale. Difendere queste realtà diviene dunque un impegno civile urgente, al quale credenti e non credenti possono collaborare.

Non è certo un caso che tra i progetti di riconversione del movimento delle Manifs pour tous, il più promettente consiste nell’organizzare delle Assise dell’ecologia umana. E a queste saranno invitati tutti coloro che, cattolici e non cattolici, condividono la stessa preoccupazione per l’uomo e per tutte le sue responsabilità.

Patrice de Plunkett

lunedì 6 maggio 2013


IL CASO/ 1. Il giurista: il ricorso di mons. Negri contro la blasfemia "di Stato" è legittimo - lunedì 6 maggio 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

IL CASO/ 1. Il giurista: il ricorso di mons. Negri contro la blasfemia di Stato è legittimo

Può uno stato laico servirsi dei propri poteri e tramite questo assumersi il compito di “proteggere” una religione da attacchi diffamatori portati alla stessa tramite spettacoli, stampati, manifestazioni e altro ancora? Non si tratta di scelte contraddittorie con la libertà di manifestazione del pensiero, che spetta a chiunque senza intromissioni quanto ai contenuti che vengono manifestati? 

La mentalità libertaria e anticlericale presente in molti Paesi, compreso il nostro, risponderebbe con grande decisione che tale tutela non è lecita e interferisce con la libertà delle persone. Il che può essere, fino ad un certo punto, anche accettabile, soprattutto se la religione viene tutelata come elemento di conformismo e di consenso, come è avvenuto in passato sia da parte dello Stato liberale che da parte del fascismo. Riportando la religione al ruolo costituzionalmente corretto – come forma cioè di tutela della libertà di coscienza - molti reati che in passato erano stati istituiti da tali regimi, così come molti altri reati cosiddetti di opinione (come ad esempio il reato di plagio), sono stati depenalizzati. In Italia, ad esempio, la bestemmia non è più un reato penalmente perseguibile ma viene sanzionato in via amministrativa.

Questo non significa, peraltro, che tutto diventi automaticamente lecito, compresa la diffamazione e la blasfemia, la prima che lede l’onore della persona o di gruppi sociali, la seconda che offende argomenti sacri ad una religione e lede quindi il sentimento religioso di un gruppo sociale che tale religione pratica. Viene in questione dunque il senso del sacro, che è proprio dell’uomo, anche di chi si professa ateo, ma anche quel legame socialmente rilevante che viene istituito tramite un determinato credo religioso cui si aderisce; tale “legame” non si sovrappone al semplice credere quale adesione personale ed interiore ma ne costituisce lo sviluppo necessario, cosicché i credenti sono tali anche a motivo del loro essere identificabili come un gruppo portatore di una certa cultura e di certi interessi, materiali ma soprattutto morali, meritevoli di tutela. 

Sostenere che tutto questo non abbia una rilevanza giuridica e che quindi non possa essere “tutelato” fino a creare proibizioni e sanzioni significa schierarsi a favore di quel “tutto è permesso” che definisce, in ultima analisi, il tramonto di ogni ordinamento. Del resto, basta scorrere i codici penali di moltissimi altri Paesi per rendersi conto di come, sotto diverse forme, il tutto permesso non sussiste né in generale né con riguardo alla religione; persino nella laicissima Finlandia un quadro rappresentante un maiale crocifisso ha dato luogo ad una condanna del suo autore per blasfemia.

 Si assiste ora nel nostro Paese ad attacchi crescenti contro il sentimento religioso del nostro popolo tramite manifestazioni platealmente e volutamente blasfeme, che si chiede siano represse tramite interventi della pubblica autorità , chiamata quantomeno a vietare ai minorenni certi film che discreditano la religione e, più energicamente, a perseguire chi, in pubblico, compia atti blasfemi come quelli che sono stati compiuti durante il Concertone del Primo Maggio a Roma. Contro queste richieste non può essere invocata una generica libertà di pensiero visto che, come ha detto la Corte di Cassazione in una sentenza del 1992,  è assurdo e fuori luogo voler ricondurre le offese alla religione alla manifestazione del pensiero e alla libertà di cui all’art. 19. “Ciò che viene sanzionato non è la manifestazione di un pensiero ma una manifestazione pubblica di volgarità”; e, più di recente, nel 1995, la Corte costituzionale, nell’estendere ad ogni credo religioso la protezione che la legge offriva alla religione cattolica (quindi non annullando ma rafforzando la tutela del sentimento religioso e della religione) ha sostenuto che  la protezione della coscienza di ciascuna persone è un bene che lo Stato può legittimamente tutelare. 

Bene è stato fatto, dunque, ad intraprendere iniziative volte a rendere presente un dissenso forte verso i comportamenti e gli spettacoli blasfemi, anche per ricordare a tutti che il rispetto e la tolleranza sono beni sociali fondamentali, conservando i quali tutti ne traggono vantaggio anche chi, a volte, sembra non rendersene conto. 

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mercoledì 24 aprile 2013


La verità sulle Case Magdalene, altro che Peter Mullan! -  23 aprile, 2013 - http://www.uccronline.it/

Magdalene Sisters

Nel 2002 è uscito nelle sale cinematografiche il film Magdalene, scritto e diretto dal leader marxista Peter Mullan, vincitore del Leone d’oro.

La pellicola intende denunciare i presunti soprusi subiti da ragazze delinquenti o prostitute accolte nelle Case Magdalene nel’800-900, gestite da religiose cattoliche, per essere rieducate secondo i metodi d’uso allora attraverso il lavoro manuale come lavandaie (da qui il nome di Magdalene Laundries). E’ stata l’occasione per l’ennesimo attacco alla Chiesa cattolica, ovviamente organizzato in modo ideologico attraverso lo snaturamento dei fatti, la generalizzazione e le falsità.

D’obbligo, per il regista marxista Mullan, la sua premura a definirsi “cattolico” per evitare qualsiasi ombra di sospetto, ma a cui nessuno ha ovviamente creduto. La sua inattendibilità è emersa chiaramente quando ha affermato: «sentivo il bisogno di pormi domande sulla natura dell’oppressione di una Chiesa che non differisce troppo dai talebani, che istiga alla crudeltà anziché alla compassione, trascinando la società in una spirale di follia collettiva. Mi aspetto polemiche in Irlanda perché la ferita è ancora troppo aperta e in Italia perché c’è il Papa. Ma la Chiesa, se vuol sopravvivere, deve riconoscere le sue colpe».

Mullan parla di fantomatiche “colpe della Chiesa”, ma -come ha spiegato il laico Brendan O’Neill su The Telegraph- il McAleese Report avviato per analizzare i fatti, non ha individuato neanche un caso di abuso sessuale da parte delle suore, ma soltanto alcuni casi circoscritti di punizioni corporali, sulla linea della prassi nelle scuole anglosassoni degli anni ’60-’80.

Ad affrontare tutta la questione ci ha pensato Francesco Agnoli nel libro “Chiesa e pedofilia. Colpe vere e presunte” (Cantagalli 2011). Abbiamo riportato la sua chiarificatrice analisi storica in un dossier UCCR specifico:


Alzi la mano chi non ha letto che violenza e pedofilia erano “endemici” nelle istituzioni religiose d’Irlanda tra gli anni Trenta e Novanta del Novecento. Chi non ha visto il film Magdalene, subito premiato, naturalmente, al festival di Venezia, e non si è sentito civilissimo, bravissimo, illuminatissimo, nello stigmatizzare le malvagità di preti e suore.

Chi non ha sentito spiegare che per forza, quelli là fanno professione di castità, vivono contro natura, e poi fanno sesso coi ragazzini, o li picchiano per sfogare le loro frustrazioni. Santa indignazione, unita alla consapevolezza di una superiorità morale! Unita ad una certa goduria in moltissimi Catoni odierni che fiondano giudizi definitivi, categorici, conclusivi. Non tanto sui peccati, come sarebbe anche giusto, ma sui peccatori. Non sui peccatori, come singoli, come esempi della fallibilità umana e della nostra miseria, bisognosa sempre di perdono e di salvezza, ma come emblemi e simboli di una categoria, quella sì, tutta intera, condannabile e colpevole:  quella dei sacerdoti, dei religiosi, dei seguaci di Cristo, in generale.



INDICE
1. Cos’erano le Case Magdalene irlandesi?
2. Come nascono le Case Magdalene irlandesi?
3. Il rapporto Ryan (2009) e le accuse
4. Le punizioni corporali e la loro diffusione
5. Ideologia anticattolica, generalizzazioni e calunnie



1. COS’ERANO LE CASE MAGDALENE IRLANDESI?

La realtà sfugge alle semplificazioni ideologiche, alle strumentalizzazioni, alle generalizzazioni, ai “razzismi” ed alle indignazioni a senso unico, in cui l’obiettivo è deciso a priori, per odio ideologico. Anzitutto, per giudicare con un po’ di conoscenza, non sull’onda dell’emotività scatenata da denunce, amplificazioni giornalistiche o da film come Magdalene, ma con un minimo di volontà di inquadrare i fatti nella storia, occorre ricordare, con Vittorio Messori, che le industrial schools, i riformatori e i Magdalen’ s Institutes, irlandesi, “prima ancora che case religiose, erano «Riformatorî giudiziari», «Case di correzione minorile», in diretto collegamento con il ministero della Giustizia e la magistratura della Repubblica d’Irlanda. La gestione, affidata a congregazioni religiose (avviene tuttora anche in Italia, dove le suore sono ancora presenti nelle carceri femminili e in molti altri, civilissimi, Paesi del mondo), era sottoposta al controllo degli ispettori dello Stato, che esigeva dalle suore rigorosa sorveglianza e disciplina sulle ospiti e teneva le monache responsabili in caso di fuga o rivolta” (Corriere, 14/9/2002).

Case di correzione, soprattutto minorile: nei riformatori finivano i giovani condannati per reati penali; nelle Industrial School, le workhouse irlandesi, i figli rifiutati, abbandonati, orfani, non criminali ma potenzialmente tali; nelle Magdalene ragazze povere, respinte dalle stesse famiglie, prostitute o a rischio di cadere nella prostituzione…persone insomma, assai problematiche. Come alternativa alla strada, alla delinquenza, alla disperazione, alla galera, dunque.




2. COME NASCONO LE CASE MAGDALENE IRLANDESI?

Come erano nate queste case con un fine simile tra loro, sebbene diverse? Le case di correzione, divenute presto case di lavoro (workhouses), nascono nell’Europa del XVI secolo, dopo la Riforma, nel mondo protestante e calvinista. Il medioevo aveva guardato alla povertà con profondo rispetto, insistendo sulla povertà di Cristo stesso. Tale elogio della povertà era anche degenerato, talora, in pauperismo. In seguito alla Riforma, alla diffusione della mentalità calvinista, che lega predestinazione e ricchezza, salvezza eterna e successo materiale, la povertà diviene invece sempre di più una maledizione, una colpa, un reato contro l’ordine pubblico. Che le città, gli stati puniscono duramente. Anche Lutero, l’ideologo dei principi tedeschi nella lotta contro i contadini, nella prefazione al Liber vagatorum, rappresenta i vagabondi come alleati, familiari del diavolo.

Poveri, delinquenti, vagabondi, orfani ecc., divengono oggetto di repressione anche per l’affermarsi della mentalità borghese e capitalista. Da questo momento in poi, hanno scritto E. Gallo e V. Ruggiero, ne “Il carcere in Europa” (Bertani, 1983), “gli stracci del diseredato non simboleggiano più le piaghe di Cristo, ma il marchio dell’accidia”. E’ l’Inghilterra anglicana e secolarizzata ad aprire le danze: i beni della Chiesa vengono sequestrati, migliaia di poveri che vivevano grazie ad essi rimangono senza sussidi ed aiuti, perché la Corona incamera tutto ciò che può e rivende a ricchi e mercanti. Così Enrico VIII emette l’editto contro il vagabondaggio, col quale vengono impiccati 75.000 vagabondi. Dopo Enrico le cose, se possibile, peggiorano: per i mendicanti sono previsti la gogna, la fustigazione, il marchio di ferro rovente, il taglio degli orecchi; con Edoardo VI la riduzione in schiavitù, con Elisabetta la morte.

E’ proprio Elisabetta I, la feroce nemica dei cattolici, a istituire nel 1576 le “Houses of correction”, imitata a breve da altri paesi protestanti, in Germania, in Svizzera, in Olanda. Nelle case, che hanno una funzione di rieducazione attraverso il lavoro, sono previste sanzioni rigide, corporali, fustigazioni, bastonate sulla schiena. Del resto si tratta di luoghi che assomigliano un po’ a case di recupero, un po’ a prigioni: una sorta di via di mezzo, insomma, in cui è prevista la durezza delle prigione, ma anche, talora, il tentativo di redimere in qualche modo gli internati. Sono gli anni in cui in Inghilterra i reati contro la proprietà crescono ogni giorno, insieme alle pene. La classe dirigente borghese e nobiliare, lanciata sempre più verso la privatizzazione delle terre, con relativo sfratto dei piccoli contadini, e l’industrializzazione, piega il mondo alla sua visione. I bambini orfani, poveri, finiscono spesso sfruttati sin dai quattro anni di età: lavorano duramente, ore e ore al giorno. Solo nel 1834 per la prima volta il Parlamento inglese vieta il lavoro ai bambini sotto i 9 anni, ma senza grossi risultati. Questa è l’atmosfera del tempo nel paese della rivoluzione industriale. Nelle workhouses la commistione tra poveri, delinquenti, vagabondi e bambini, espone quest’ultimi al rischio di abusi di ogni tipo, anche sessuali.

Si annuncia piano piano l’Ottocento, il secolo nero delle donne e dei bambini, triturati nelle miniere, nelle fabbriche, nella workhouses. “Persino i vecchi e gli ammalati”, scrive il Trevelayn, nella sua “Storia d’Inghilterra”, quando non avevano tetto, finivano nelle workhouses, “trattati con la stessa durezza che se vi fossero entrati per loro colpa”. Di queste istituzioni parla con toni durissimi Karl Marx; vi fa riferimento Dickens, nel suo “Oliver Twist”, storia di un bambino orfano maltrattato e sfruttato in una di queste strutture; anche John Ruskin nel suo “La lampada della memoria”, ci dà notizie non lusinghiere su questi luoghi. Non pochi storici parlano di una vera e propria mentalità schiavista, a danno delle classi meno abbienti, e dei diseredati, difesa e sostenuta dal potere e da molti intellettuali. Del resto tutto va calato nei tempi, e se l’Ottocento ha visto di tutto, in nome del progresso e dell’arricchimento, il Novecento vedrà altri luoghi di correzione “attraverso il lavoro”, ben peggiori: il lager, i gulag, i laogai…

Dall’Inghilterra anglicana e secolarizzata, si diceva, le workhouse si diffondono anche altrove. Soprattutto nei paesi protestanti e nordici: Germania, Svizzera, Scandinavia…In Olanda nel 1596 viene inaugurata ad Amsterdam la Rasp-huis, casa di lavoro per la dilagante corruzione giovanile. Qui mendicanti, giovani malfattori, ladri e vagabondi vengono sottomessi al lavoro forzato: in condizioni dure, certamente, ma con la possibilità di sopravvivere, e come pena intermedia tra la semplice multa o la pena di morte. La rigidità del calvinismo, e della mentalità borghese olandese, non permette certo uno sguardo molto attento e positivo, sui poveri e gli emarginati. Diversa è la condizione in Italia, dove la mentalità cattolica fa sì che i luoghi di rieducazione siano meno improntati al lavoro forzato, alla produttività, e di più alla rieducazione vera e propria. Sorgono dovunque ordini religiosi dediti alla creazione di scuole ed ospedali. Non sono neppure paragonabili le workhouses anglosassoni o olandesi, alle istituzioni italiane, di solito proprio perché dietro queste ultime vi è, prima del profitto o della necessità di tutelare l’ordine sociale, la carità cristiana. Le vicende di Don Pavoni, di Don Bosco, di santa Maddalena di Canossa, della Contessa di Barolo, di santa Tersa Verzeri, tutti fondatori di scuole, e di luoghi per l’assistenza di poveri, orfani, piccoli lavoratori, ci dicono proprio che di fronte alla emergenza povertà e delinquenza, propria dell’Ottocento, il cattolicesimo rende più miti le pene e non vede nel lavoro coatto il principale strumento di redenzione per i corrigendi, né, nella loro produttività, il rimedio alla loro inutilità. Il desiderio di cercare il loro ravvedimento è superiore alla volontà di renderli produttivi. Lo si sa, e spesso gli accusatori del cattolicesimo, elogiano il rigido calvinismo nordico, deprecando l’improduttivo assistenzialismo cattolico. Del resto non sarà l’inglese, ateo, darwiniano, vittoriano, Francis Galton, il cugino di Darwin, a proporre la sterilizzazione dei poveri, perché non vi siano più poveri, e quella dei delinquenti, degli alcolizzati, dei miseri, perché non vi siano più delinquenti? Avesse diretto una workhouse, sarebbe stato molto tenero…




3. IL RAPPORTO RYAN (2009) E LE ACCUSE

Se torniamo all’Irlanda cattolica, le case di correzione ottocentesche vi nascono sul modello inglese e scozzese. Non dimentichiamo che l’Irlanda giace sotto la Corona inglese; che vive un periodo drammatico, di povertà spaventosa, di carestia e quindi, anche, di forte delinquenza e devianza, che durerà a lungo. “I quartieri poveri di Dublino”, scrive Engels, “sono dal canto loro quanto di più orrendo e ripugnante possa vedersi al mondo”. Povertà, prostituzione, sfruttamento minorile, sono normali, qui come in Inghilterra, o ancora di più. E’ in questo contesto che occorre collocare i riformatori, le industrial School e le Case di Maddalena irlandesi: in una società pericolosa, difficile, dura. In queste case, di solito dello Stato, lavora personale religioso, cattolico o protestante: quello giudicato più adatto, anzitutto dal popolo, a fare il possibile per rendere le case non vere e proprie prigioni, ma qualcosa di diverso. Ma proprio la natura di questi luoghi e la natura degli ospiti, ci può far capire quanto possa essere stato difficile viverci, non solo per i reclusi, ma anche per le suore e i religiosi, chiamati a fare i secondini. Ve ne furono di indegni? Di impreparati? Ve ne furono di quelli/e che abusarono, che vennero meno alla carità cristiana, che si macchiarono di colpe orrende? Senza dubbio, purtroppo. Come in tutte le prigioni, come in tutti gli Educandati laici, statali, come in tutti i riformatori del mondo e di ogni tempo. Anzi, io credo di meno.

Il rapporto Ryan del 2009, molto duro nei confronti della Chiesa, non dimentica di accennare, sebbene brevemente, anche alla “filantropia religiosa”, alle opere nate da “volontary contributions and, often, volontary labour”. Lo stesso rapporto denuncia, su 25.000 allievi di collegi, riformatori e orfanatrofi nel periodo che esamina, “253 accuse di abusi sessuali da parte di ragazzi e 128 da parte di ragazze, non tutte attribuite a sacerdoti, religiosi o religiose, di diversa natura e gravità, raramente riferite a bambini prepuberi” (“Preti pedofili, un panico morale“ di Massimo Introvigne). Gli abusi sessuali, denuncia il rapporto, erano endemici “nelle istituzioni per ragazzi”, sebbene sia impossibile determinare l’estensione del fenomeno e distinguere tra “toccamenti” e violenze: si trattò cioè di rapporti omosessuali, tra impiegati, inservienti, talora sacerdoti, talora laici, e ragazzi. Per lo più furono casi di efebofilia omosessuale (cioè di rapporti tra adulti e adolescenti), che papa Benedetto XVI ha condannato con estrema forza e durezza in quanto azioni abominevoli.

Ha scritto il papa, rivolgendosi alle vittime, nella sua “Lettera ai cattolici dell’Irlanda”: “Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi hanno sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che hanno subito abusi nei convitti devono aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire…”. E ai carnefici: “Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa”.

Nelle scuole per donne, invece, gli abusi erano rari, non solo, ma avvenivano per lo più ad opera di “impiegati o visitatori o quando le ragazze erano in posti esterni” agli istituti. Aggiunge il rapporto che l’abuso sessuale sulle ragazze da parte di laici fu generalmente preso sul serio dalle suore e il personale laico fu dimissionato, quando venne scoperto colpevole. Inoltre “le ragazze che subirono abuso riportarono che ciò accadeva soprattutto quando venivano mandate da famiglie ospiti per il weekend, per lavoro o per ferie” (rapporto Ryan, Conclusions, 6.18, 6.19, 6.28). E sebbene aggiunga che spesso le suore non credevano alla storie raccontate dalle ragazze, si deduce quello che doveva essere intuibile: che nell’Irlanda ridotta alla fame e abbruttita dalla miseria di allora, le violenze fisiche sulle donne erano più facili fuori, che dentro le strutture protette!






4. LE PUNIZIONI CORPORALI E LA LORO DIFFUSIONE

Quello su cui si sofferma di più il rapporto Ryan, in verità, è il ricorso a punizioni corporali, a volte dure e violente. Valutiamo l’accusa, non per sminuirla, ma per comprenderla: che ex internati in case-carceri denuncino di non essersi trovati poi benissimo, lo possiamo immaginare. Una donna italiana, allevata in un educandato statale italiano, recentemente affermava di aver vissuto “come in prigione”, e di aver visto brutture e drammi terribili, come il suicidio di un’amica, che “aveva molti problemi in famiglia e non riusciva a parlarne” (La Voce della Campania, ottobre 2002). Forse, di fronte a tali denunce dovremmo anzitutto chiederci: quanto esse sono “inevitabili”? Inoltre sono tutte “vere”? Quanto considerano che la durezza del luogo in cui si trovavano non doveva essere tanto peggiore, anzi!, da quello che avrebbero vissuto fuori, sulla strada, tra prostituzione, miseria e criminalità? Quanto le accuse tengono conto della difficoltà del compito affidato agli educatori stessi, costretti a fare in qualche modo i secondini per tutta la vita? Quanto vengono, talvolta, enfatizzate? Tanto più se come è successo in Irlanda, dietro la denuncia di abusi e violenze subite, vi era la possibilità offerta dal governo nel 2002 di ottenere dei risarcimenti in denaro. Tanto più se chiedere questi risarcimenti poteva giovare a chi non viveva certamente condizioni agiate.

Ricordava alcuni anni fa Andrea Galli: “Lo Stato (Irlandese), che deve ancora finire di pagare tutti, si calcola che alla fine avrà di gran lunga superato il miliardo di euro negli esborsi. Immancabili gli “inciuci” del sistema. Pochi giorni fa è nata una polemica quando si è saputo che il Redress Board ha versato 83,5 milioni di euro agli studi legali che avevano assistito i denuncianti, alcuni dei quali messisi dal 2002 in cerca di ex alunni delle industrial schools finiti anche in Nuova Zelanda, Canada o Stati Uniti, per far conoscere loro l’interessante proposta statale” (Avvenire, 12/8/2007). In secondo luogo, anche riconoscendo l’esistenza di abusi e violenze, odiosi e deprecabili, si può fingere che la cosa riguardi solo i luoghi gestiti da religiosi cattolici, come si sta facendo? E gli stessi istituti retti da protestanti? E la sorveglianza dello Stato? Cosa avrebbe garantito, lo Stato irlandese di allora, per orfani, diseredati, prostitute, minori condannati ecc., senza l’aiuto di volontari religiosi? Si può, ancora, fingere che tutte le suore e tutti i religiosi siano stati approfittatori, sadici e delinquenti, come avviene per esempio nel film Magdalene?

Quanto alle punizioni corporali anche qui sarebbe opportuno, distinguere, cercare di capire, non fare di tutta l’erba un fascio. Immaginare ad esempio quale logorio rappresenti fare ogni giorno il guardiano, il secondino, magari con tutto l’amore possibile, tentativamente, ma anche con tutta la miseria che ci portiamo addosso? Non sarebbe difficile capirlo, se solo si volesse. Se non vi fosse nella nostra cultura quell’odioso pregiudizio illuminista che ci porta a guardare sempre tutto con aria di sopracciò, e di superiorità. Ricordo quando insegnavo in una scuola professionale e avevamo di questi ragazzi, figli della prostituzione, talora senza genitori o con altri drammi alle spalle: vivevano in case laiche, gestite da laici, con soldi statali ed impiegati statali. Un giorno una di queste ragazze, a 14 o 15 anni, estrasse una lametta e tagliò tutto il braccio di una professoressa. Non era una ragazza facile: chi la accudiva tutti i giorni, talora avrà perso la pazienza, ne sono certo. Talora avrà urlato, o alzato le mani.. Senza essere un mostro. Non era un mostro neppure Vincenzo Muccioli, che ha dato la sua vita per salvare migliaia di drogati dal degrado più nero. Eppure quanti hanno voluto dipingere san Patrignano, per motivi ideologici, come un lager, come una prigione, perché talora, in una simile realtà, successero violenze e soprusi!

Ma, soprattutto, inquadriamo questi fatti, l’uso cioè di pene dure, corporali, di punizioni severe, nel loro contesto storico. Lo stesso Mullan, autore del film Magdalene, ha esplicitamente affermato che i metodi utilizzati in Irlanda erano gli stessi della Gran Bretagna. Non solo nelle Workhouses, ma anche nei collegi bene, delle élite inglesi. Non era così anche da noi, sino a 50 anni fa? Le pene corporali, le punizioni severe, le bacchettate sulle mani, erano considerate normali non dico nei riformatori, ma nelle scuole normali. E se allarghiamo lo sguardo possiamo pensare a quello che succedeva nei nostri manicomi statali, non al Cottolengo gestito dalle suore,  prima che la legge Basaglia non eliminasse, ma privatizzasse i drammi: violenze, botte, abusi, reclusioni… Anche qui, però: non di tutti, anzi, forse di una minoranza. Possiamo, ancora, pensare ai lager per bambini orfani dell’est europeo, gestiti dallo Stato laico, comunista ed ateo: imparagonabili, per brutalità, con qualsiasi altra struttura per bambini della storia! Si pensi solo che le recenti indagini sulla Germania comunista dell’Est hanno rivelato che negli Istituti statali per ragazzi “dissidenti” tra il 1964 ed il 1989, costoro venivano umiliati, picchiati, spogliati in pubblico e non di rado abusati dai loro guardiani! Si parla di 4000 minori su cui vennero compiute nefandezze a sfondo sessuale e non solo (vedi “Bambini ombra dietro i muri” di Torgau, Rinck Verlag, Rostock, 2009; www.heidemarie-puls.de, Il Foglio, 14/7/2010). Nessuno però ci ha fatto mai un film, e sulla stampa di sinistra non è comparso neppure un articolo, o quasi, quando queste verità, proprio di questi tempi, sono venute alla luce!

Possiamo pensare, per fare un altro esempio, ai “figli dello stato”, come li chiama Michael D’Antonio nel suo “La rivolta dei figli dello stato” (Fandango), in cui si racconta come in un centinaio di istituti americani nel Novecento (sino al 1974)  migliaia e migliaia di bambini, spesso normali, abbiano subito violenze, abusi sessuali, “lavori forzati”, elettroshock, sterilizzazioni chirurgiche, sperimentazione di farmaci, promosse dall’ateissimo movimento eugenetico e dallo scientismo galtoniano che consideravano alla stregua di oggetti di ricerca. Possiamo rammentare, ancora, un caso attuale, di cui nessuno parla: le laicissime e “liberissime” scuole Odenwald, il liceo delle élite tedesche sessantottine, in cui, come ha dichiarato l’attuale preside, si sono consumati, in anni recentissimi, “violenze dei professori sugli allievi e degli allievi più grandi sui più piccoli. Stupri di gruppo consumati con la complicità dei supervisori. Maestri che provvedono a distribuire alcol e droga. Studenti costretti a prostituirsi nel fine settimana per soddisfare qualche visitatore amico degli insegnati…” (Tempi, 5 maggio 2010).

Come ha spiegato il laico Brendan O’Neill su The Telegraph- il McAleese Report avviato per analizzare i fatti, non ha individuato neanche un caso di abuso sessuale da parte delle suore, ma soltanto alcuni casi circoscritti di punizioni corporali, sulla linea della prassi nelle scuole anglosassoni degli anni ’60-’80.






5. IDEOLOGIA ANTICATTOLICA, GENERALIZZAZIONE E CALUNNIE

Quando si insiste sull’Irlanda cattolica, sulle sue suore e i suoi sacerdoti, per screditarne in toto la storia, dunque, non è la sacrosanta condanna dei colpevoli, che disturba. Dicessero anche che preti e suore che hanno abusato, meritano pene terribili, non ci sarebbe certo da obiettare. Lo ha detto chiaramente Benedetto XVI. Quello che disturba è l’ipocrisia, il tentativo di generalizzare, il voler fingere che esista un’umanità senza peccato che può additare come reproba un’altra parte dell’umanità, colpevole, per colpa originaria ed indelebile, di seguire Cristo, talora con grandezza, talora tradendone  e smarrendone l’insegnamento. Fermiamoci un attimo e pensiamo: perché erano le suore, per secoli, in Irlanda, a prestarsi a stare lì, negli istituti di pena, per secoli, e non per denaro! Erano sempre e inequivocabilmente mostri sadici e crudeli le suore, come il film di Mullan cerca di farci vedere, mostrando solo malvagità e perversioni? Mostrandoci, lui scozzese e marxista, un universo irlandese e cattolico di trucida violenza, ha fatto opera storica, documentaria, o ha semplicemente affermato il suo pregiudizio? Si può credere alla obiettività di uno che dichiara che la “Chiesa…non differisce troppo dai talebani, istiga alla crudeltà anziché alla compassione, trascinando la società in una spirale di follia collettiva”? (Corriere 31/8/2002). No, certamente. Mullan, il suo film, i suoi numerosi e ardenti discepoli, servono solo a nutrire odi e pregiudizi, più duri da spezzare delle pietre. Simili a quelli che portarono i primi cristiani ad essere sbranati dalle belve, accusati di adorare un asino o di mangiare carne umana; non lontani da quelli che portano oggi i cristiani ad essere uccisi ogni giorno in Cina, India, Asia… (vedi Renè Guitton, Cristianofobia, Lindau, 2010). L’universo fittizio creato da Mullan e da tanti altri personaggi, alimenta la falsificazione e l’inganno.

Penso, quanto all’inganno, al libro di Kathy O’ Brien  che narra di terribili violenze che lei avrebbe subito nelle Magdalen Laundries: un bestseller da 350.000 mila copie, spacciato come vero, ma smentito prima dalle suore (“La O’Brien non è mai stata da noi”), poi, con sdegno, dalla stessa famiglia dell’autrice ed infine anche da un giornalista, Herman Kelly di The Mail on Sunday, che ha dedicato un intero libro, “La vera storia di Kathy”, per smontare l’operazione mediatica ed economica della scrittrice. Penso a sacerdoti innocenti, come padre Kinsella o padre Brendan Lawless, vittima di una donna che era pronta ad accusarlo pubblicamente di violenza, se egli non le avesse dato del denaro; penso ai numerosi casi di religiosi ingiustamente accusati per estorsione per denaro, cui Joe Duffy, conduttore di RTE radio 1, ha dedicato una trasmissione di oltre un’ora alcuni anni fa; penso al caso di Paul Anderson, “condannato a quattro anni di carcere per avere accusato Padre X, un sacerdote dell’arcidiocesi di Dublino rimasto anonimo, di aver abusato sessualmente di lui 25 anni fa, durante la preparazione alla prima comunione. Il giudice Patricia Ryan ha spiegato nella lettura della sentenza come Anderson, personaggio segnato da tossicodipendenza, tendenze suicide e debiti personali, avesse costruito racconti infamanti contro Padre X per un fine molto semplice: estorcere quattrini alla Chiesa” (Avvenire, 2/8/2007); penso ancora, al clamoroso caso di suor Nora Wall. Quest’ultima è un’anziana ex suora della congregazione delle Sisters of Mercy, condannata all’ergastolo per lo stupro di una minorenne, nel 1997: la sua colpevolezza era stata affermata in seguito a ricordi emersi confusamente nel corso di una psicoterapia della presunta vittima! Nora è stata poi assolta due anni dopo, una volta constatata la sua assoluta innocenza. Per due anni ella fu per gli irlandesi la suora pedofila, la religiosa che procurava bambini ai sacerdoti pedofili, il mostro dell’Irlanda, il “diavolo Wall”, sbattuta in tv e sui giornali con assidua frequenza. Alla sua assoluzione i giornali parlarono di “the state’s most extraordinary miscarriages of justice”.

Penso, infine, agli otto vescovi irlandesi, su ventisei che ve ne sono in quel paese, accusati ingiustamente di pedofilia, come ricorda Rory Connor (www.irishsalem.com) e alla battaglia di Florence Horsman Hogan, una infermiera protestante, cresciuta in una specie di Magdalene Laundry delle Sisters of Mercy, che ha creato una associazione, “Let our voice emerge”, con cui vuole ricordare anche il bene fatto da tante suore a ragazze molto problematiche, come era lei: anche perché, ha dichiarato, le vere vittime, le cui terribili ferite non possono che generare profonda compassione, non siano confuse con gli approfittatori, i furbi, con coloro che cercano solo fama o risarcimenti economici, o che sono pronti a cavalcare gli scandali per motivi di pura avversione ideologica.

Francesco Agnoli
Da “Chiesa e pedofilia. Colpe vere e presunte. Nemici interni ed esterni alla Barca di Pietro” (Cantagalli 2011)