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lunedì 9 febbraio 2015

La guerra contro famiglia e vita comincia all'ONU di Stefano Fontana, 09-02-2015, http://www.lanuovabq.it/

Global GovernanceQuando constatiamo che l’ideologia gender entra nella classe di nostro figlio, oppure che si preme per distribuire senza ricetta alle nostre ragazze la pillola del giorno dopo, oppure che la tale associazione di volontariato per lo sviluppo si è dichiarata a favore dell’aborto, di solito non pensiamo di essere davanti a fatti che hanno la loro origine ben più a monte, che sono stati pianificati molto prima e per cui sono state spese ingenti somme di denaro. Eppure è così.


Nel 2014 appena trascorso si era concluso il ventennio del programma fissato al Cairo nel 1994 sui “diritti alla salute sessuale e riproduttiva”. Tra questi diritti ce ne sono alcuni di buoni, come per esempio l’accesso alle medicini anti Aids o la promozione dell’allattamento al seno, ma ce ne sono altri di malvagi come la contraccezione, la sterilizzazione, l’aborto e l’inclusione dei “nuovi diritti” LGBT. Secondo le Nazioni Unite gli obiettivi del Cairo non sono stati pienamente raggiunti, quindi l’Assemblea generale ha approvato il programma Cairo Beyond 2014, e lo ha collegato con gli Obiettivi del Millennio (Millennium Development Goals) che scadono nel 2015. Il tutto viene rilanciato quindi fino al 2030.

Il collegamento tra obiettivi del Cairo ed Obiettivi del Millennio è un capolavoro strategico per i fautori dei “diritti alla salute sessuale e riproduttiva”. Per una ragazza di un Paese povero poter accedere gratuitamente alla pillola del giorno dopo o all’aborto verrà considerato un diritto tale e quale poter frequentare la scuola o accedere all’acqua potabile. I cosiddetti diritti sessuali e riproduttivi saranno equiparati ai diritti umani legati allo sviluppo.

Marguerite Peeters, in due articoli pubblicati sul “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ha ben spiegato come l’ONU vuole procedere nel quindicennio da qui al 2030 nel campo dei “nuovi diritti”.

Il primo punto è che si insisterà ancora più a fondo sulla contraccezione, puntando però in particolare sulla diffusione della pillola del giorno dopo che, secondo gli esperti ONU, finora non è stata adeguatamente promossa.

In secondo luogo, le Nazioni Unite e le sue agenzie si daranno da fare per inserire i nuovi diritti alla salute sessuale e riproduttiva nei diritti universali dell’uomo in quanto tali, in modo che gli Stati che non li rispettano possano essere denunciati e condannati e l’obiezione di coscienza impedita o addirittura vietata.

In terzo luogo, si è deciso di favorire un cambio culturale e religioso “dall’interno”, ossia coinvolgendo come partners le associazioni culturali e le famiglie religiose. La strategia è molto semplice ed astuta: siccome, come abbiamo visto, accanto a contraccezione ed aborto, l’agenda presenta anche obiettivi moralmente condivisibili, li si presenta come un pacchetto unico e così si ingaggiano anche le ong religiose o il volontariato missionario e nel frattempo si cambia dall’interno la loro visione a riguardo. 

Infine, è previsto un ingresso massiccio nelle scuole, a cominciare da quelle dell’infanzia.

Come si vede, queste indicazioni che la Peeters ha estrapolato dai documenti ufficiali delle Nazioni Unite e dai Rapporti delle sue agenzie, dimostrano che quello che stiamo constatando a valle viene deciso a monte. E da chi? Da una casta di persone che non sono elette democraticamente in quanto o vengono designate dai governi o sono il frutto della burocrazia del Palazzo di Vetro. Una casta che decide l’etica mondiale ed elabora dei progetti finanziati da potenti Fondazioni private, da corporations globali o da gruppi farmaceutici internazionali. 

La stessa Marguerite Peeters, nel suo libro recentemente pubblicato in Italia “Il gender. Una questione politica e culturale” (San Paolo) spiega molto bene che attorno ai Vertici come quello dal Cairo ruotano molti attori non governativi, «una potente rete di partner ideologicamente allineati …  che ampliano in maniera esponenziale e capillare il campo di influenza e di applicazione delle sue norme. Scuole, movimenti femminili, autorità locali, sindacati, associazioni giovanili, Ong di sviluppo, organizzazioni caritative, media, ambulatori locali e istituzioni sanitarie, mondo della moda e del divertimento, circoli culturali, imprese, comunità religiose ecc. sono inesorabilmente esposti».

Con ciò il quadro è completo. Una volta si distingueva tra governo e governance. La Dottrina sociale della Chiesa parla della necessità di una autorità mondiale, ma l’ha sempre intesa come una governance e non come un governo, a parte la Nota sulla finanza pubblicata nel 2011 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace che però ha suscitato anche molte critiche. La parola governance ha sempre richiamato la pluralità sussidiaria. Ora però ci troviamo di fronte ad una governance che è peggio di un governo mondiale. Esiste una pianificazione centralizzata e poi diffusa e diramata. Si parla di consenso, ma si tratta di un consenso estorto con l’indottrinamento, le pressioni sugli Stati, l’omologazione dal basso, i ricatti verso i governi dei Paesi poveri e un fiume di denaro. 

lunedì 4 agosto 2014

Sull'aborto l'Onu tortura l'Irlanda di Tommaso Scandroglio, 04-08-2014, http://www.lanuovabq.it


Giusto un anno fa l’Irlanda varava una nuova legge sull’aborto, The Protection of Life During Pregnancy Act, legge che ampliava i casi in cui si poteva ricorrere all’aborto. Non più solo se la vita della madre era in pericolo, ma anche nel caso in cui la donna dichiarava che si sarebbe uccisa non potendo sopportare l’onere di crescere un figlio. Come avevamo già appuntato l’anno scorso , il caso dell’annunciato “suicidio” sarebbe diventato facile pretesto per chiedere l’aborto sempre e comunque. Una rivoltella caricata a salve da puntare contro i medici per ottenere l’aborto.

L’Irlanda aveva dovuto cambiare la propria legislazione perché, manco a dirlo, la solita Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ci aveva messo lo zampino. Sotto i ferri dei giudici, infatti, nel 2010 era finito un caso – chiamato A, B, C contro Irlanda – che aveva offerto il destro alla Corte per mettere all’angolo il Parlamento irlandese: questi avrebbe dovuto specificare meglio le circostanze riferite al «pericolo per la vita per la donna». Da qui la nuova previsione normativa che inseriva anche il caso di pericolo di suicidio come condizione legittimante l’aborto. Rimaneva fuori e rimane fuori tuttora dalla legislazione irlandese la possibilità di abortire se in pericolo non c’è la vita della madre, ma solo la sua salute psico-fisica. Così come altre condizioni quali la previsione di anomalie fetali e la gravidanza a seguito di stupro o incesto.

Ma laddove non può la Cedu forse potrà l’Onu. Infatti, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso 15 luglio ha chiamato alla sbarra il ministro della Giustizia irlandese, Frances Fitzgerald. Il relatore del Consiglio sul “caso Irlanda”, il dott. Yuval Shany così si è espresso: «Sebbene la legge del 2013 abbia rappresentato un miglioramento rispetto alla situazione precedente, tale normativa non ha ancora risolto molte delle preoccupazioni del Consiglio per i Diritti Umani e ha lasciato posto alla criminalizzazione dell’aborto, anche in circostanze nelle quali noi Stati (membri) riteniamo debba esserci l’obbligo di consentire l’aborto sicuro e legale».

Ma quali sono le accuse specifiche? L’Irlanda non starebbe rispettando l’accordo di carattere sovranazionale denominato International Covenant on Civil and Political Rights. Tale patto, secondo Shany, tra le altre cose prevedrebbe il “diritto” all’aborto. Siamo andati naturalmente a spulciare questo documento, ma tra i suoi 53 articoli di “diritto all’aborto” manco l’ombra. Nemmeno figurano quelle espressioni care al lessico internazionale che edulcorano la pratica dell’omicidio prenatale con perifrasi quali “diritto alla salute sessuale e riproduttiva”, “tutela della salute della donna in gravidanza”, “libero accesso alle cure per le gestanti”. Nulla di tutto questo. Ci viene in soccorso lo stesso Shany che nella sua requisitoria ai danni della delegazione irlandese guidata dal ministro della Giustizia così chiede con tono vibrante e risentito: «Può la delegazione spiegare come concilia le sue leggi vigenti in materia di aborto con i suoi obblighi ai sensi dell'articolo 6 e in particolare dell'articolo 7 del Patto che è, per quanto io possa ricordare, un diritto assoluto? ».

Dunque l’articolo 6 riguarda il diritto alla vita. Ovvio che Shany non pensasse al nascituro quando ha citato questo articolo a sostegno del “diritto all’aborto”, perché l’art. 6 dovrebbe essere usato per vietare tale pratica più che per legittimarla. Naturalmente il relatore Onu aveva in mente la madre, ma la legislazione irlandese come abbiamo visto permette di abortire se è in pericolo di vita o se minaccia di togliersi la vita e dunque l’art. 6 è rispettato. Il mistero dunque rimane. L’art. 7 riguarda invece la tortura. Siamo alle solite. Qualche tempo fa l’Onu aveva fatto le pulci alla Santa Sede perché la sua posizione critica in relazione alle pratiche abortive avrebbe significato costringere le donne a tenersi il bambino e quindi sottoporle ad una vera e propria tortura. Impedire di ammazzare equivale a torturare. Come avevamo già chiarito, la Santa Sede riuscì a rispedire al mittente tutte queste accuse e ne uscì indenne.

Ma ora si vede che il binomio tortura-aborto deve essere proprio un must presso l’Onu, un chiodo fisso per crocifiggere quei Paesi che non si allineano alla cultura pro-choice. E dunque l’Irlanda torturerebbe quelle donne che vogliono abortire per motivi legati alla loro salute o a quella del nascituro e non possono farlo perché la legge in questi casi ad oggi non prevede l’accesso all’aborto. Non solo. La tortura si verificherebbe anche per quelle madri che già oggi possono legittimamente abortire se in pericolo di vita o se minacciano il suicidio. Infatti, prima di abortire, secondo la legge irlandese, la donna dovrebbe sottoporsi all’esame di tre medici per verificare se davvero c’è questo pericolo oppure se è solo pretestuoso. Shany chiede come questa visita medica possa essere mai «coerente con l’obbligo di proteggere la donna contro la tortura mentale». Sì avete capito bene: l’esame diagnostico da parte dei medici configura una tortura mentale. Che la donna vada ad abortire senza verifica alcuna delle motivazioni addotte (così come accade da noi in Italia per gli aborti fino al 90° giorno).

Mary Jackson, funzionario irlandese presso il Dipartimento della Salute, ha risposto alle accuse dicendo che secondo l’art. 25 del Patto la legge sull’aborto è espressione dell’autodeterminazione democratica dei cittadini e dunque che l’Onu non metta becco negli affari interni di una nazione. La santa inquisizione laica delle Nazioni Unite si è dunque ritirata per decidere al fine di emettere la quinta serie di osservazioni conclusive. Fino a quando l’Irlanda reggerà ai questi ripetuti colpi di ariete? Fino a quando, lei sì, riuscirà a resistere a questa tortura?

mercoledì 23 luglio 2014

Le “Nazioni Unite” dettano la legge sull’aborto all’Irlanda, http://www.corrispondenzaromana.it/, di Lupo Glori

Lo scorso 15 luglio il Ministro della giustizia irlandese, Frances Fitzgerald, è stato sottoposto ad una dura requisitoria da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra, a causa della legislazione sull’aborto dell’Irlanda, colpevole, secondo le accuse, di violare le norme internazionali sui diritti umani.

L’attuale legge, The Protection of Life During Pregnancy Act, in vigore dal luglio 2013, infatti, consente il ricorso all’aborto ma con una serie di restrizioni: esso è possibile solo quando la vita della madre è in pericolo o quando c’è il rischio di suicidio. Per procedere è, però, necessario il parere unanime di tre medici. In tutti gli altri casi l’interruzione di gravidanza è illegale.

Yuval Shany, relatore sul “caso Irlanda” del Consiglio, ha dichiarato, quindi, come la legge irlandese sull’aborto continui a criminalizzare le donne incinte per le quali l’accesso all’aborto spetta come dritto secondo quanto garantito dal Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR).

La Fitzgerald, a capo della delegazione irlandese, ha dovuto, dunque, affrontare un ampio e incalzante interrogatorio su diverse questioni: la tratta di esseri umani, l’asilo politico ai rifugiati, il trattamento della comunità rom, la mancanza di accesso all’istruzione non religiosa, così come l’accesso all’aborto. Sul tema dell’aborto, Shany ha tenuto a precisare che: «Sebbene la legge del 2013 abbia rappresentato un miglioramento rispetto alla situazione precedente, tale normativa non ha ancora risolto molte delle preoccupazioni del “Consiglio per i Diritti Umani” e ha lasciato posto alla criminalizzazione dell’aborto, anche in circostanze nelle quali noi Stati (membri) ritentiamo debba esserci l’obbligo di consentire l’aborto sicuro e legale».

Alle accuse di Yuval Shany ha replicato Mary Jackson, funzionario irlandese presso il Dipartimento della Salute, che ha fatto notare come il suo paese abbia legittimamente legiferato in materia di aborto rispettando l’articolo 25 della “Convenzione” che garantisce a tutti i cittadini il diritto al voto e all’ auto-determinazione.

Anche Lorcan Price, rappresentante e avvocato di Pro Life Campaign, ONG irlandese in difesa della vita, presente alla discussione di Ginevra, ha sottolineato l’errata interpretazione dei diritti umani da parte delle “Nazioni Unite”, affermando: «Non esiste alcun diritto all’aborto nella legislazione internazionale. Oggi le ricchissime lobby abortiste tenteranno di ingannare il Comitato per i diritti umani qui a Ginevra, sostenendo che i bambini non ancora nati non hanno il diritto di vivere. Questa affermazione è del tutto contraria alle leggi sui diritti umani».

Lo stesso Price ha poi aggiunto: «Spero con tutto il cuore che il Comitato difendi il diritto alla vita e respinga la pressione internazionale dei gruppi statunitensi, come il Center for Reproductive Rights, che vogliono imporre a tutti i costi il regime dell’aborto in Irlanda. Le Nazioni Unite sanno che non esiste un diritto internazionale sull’aborto nella legislazione. Se l’ONU assumesse una posizione esplicitamente a favore dell’aborto, si verificherebbe un danno incalcolabile alla sua credibilità come organismo in difesa dei veri diritti umani».

Ora non resta che attendere il responso della commissione delle Nazioni Unite che si riunirà in queste giorni per valutare il “caso irlandese” alla luce delle dichiarazioni raccolte ed emettere così la sua quinta serie di osservazioni conclusive entro le prossime due settimane. La presa di posizione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite contro l’Irlanda oltre a rappresentare una gravissima ingerenza nelle politiche di uno Stato nazionale, da parte di un organismo sovranazionale, esprime, chiaramente il volto ideologico e intollerante delle Nazioni Unite, in prima linea nel processo di dissoluzione della nostra società. (Lupo Glori)

mercoledì 9 luglio 2014

All'Onu l'Italia ha votato "no" alla famiglia di Anna Bono, 09-07-2014, http://www.lanuovabq.it

Il 25 giugno il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, in occasione del ventesimo anniversario dell’Anno internazionale della famiglia, istituito nel 1994, ha deciso di organizzare una tavola rotonda sulla protezione della famiglia e dei suoi membri. Nel testo della risoluzione approvata dal Consiglio si leggono le motivazioni. Il Consiglio afferma che “incombe in primo luogo agli Stati di promuovere e proteggere i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali di tutti gli esseri umani, in particolare delle donne, dei bambini e degli anziani”; si dichiara “cosciente che spetta alla famiglia in primo luogo allevare e proteggere i bambini e che essi, per poter raggiungere una completa e armoniosa maturazione della loro personalità, devono crescere in un quadro famigliare e in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione”; si dice “convinto che la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei bambini, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui ha bisogno per poter assumere in pieno il suo ruolo nella comunità”; e infine riafferma che “la famiglia è l’elemento naturale e fondamentale della società e che essa ha diritto alla protezione della società e dello Stato”.

Dati i contenuti, ci si aspetterebbe che la risoluzione fosse stata votata all’unanimità. Invece l’hanno approvata soltanto 26 dei 47 stati che compongono il Consiglio: sei gli astenuti e 14 i contrari, assente Cuba.

Spiccano tra i voti a favore quelli dell’Africa, rappresentata nel Consiglio da 13 paesi tutti concordi nell’approvare la risoluzione. Favorevoli inoltre si sono dichiarati tra gli altri Cina, India, Indonesia, Russia, Arabia Saudita e Pakistan.

Hanno votato contro tutti gli stati che rappresentano l’Occidente: Italia, Germania, Austria, Stati Uniti, Francia, Irlanda e Gran Bretagna.

Il loro voto contrario, insieme a quello di Cile, Estonia, Giappone, Montenegro, Repubblica di Corea, Repubblica Ceca e Romania, è motivato dal fatto che nel testo della risoluzione si parla solo di “famiglia”. Gli stati contrari alla risoluzione hanno infatti chiesto per mesi che nel testo si aggiungessero alla famiglia “altri tipi di unione” oppure si usasse, invece che “famiglia”, l’espressione “varie forme di famiglia”.

Il Consiglio non ha accolto queste richieste cedendo a chi vuole “imporre un modello unico di famiglia”, ha spiegato il rappresentante della Gran Bretagna. Esistono invece “miriadi di strutture famigliari” ha aggiunto il rappresentante degli Stati Uniti. Dello stesso parere si è detta l’Argentina, poi astenutasi, secondo cui così tante sono le strutture famigliari da rendere impossibile una definizione di famiglia. La Germania inoltre ha criticato il fatto che nel testo non si parli delle violazioni dei diritti umani commessi nelle famiglie.

Sono motivazioni assai poco convincenti. Che l’istituzione famigliare si declini se non in “miriadi”, certo in molteplici forme diverse (monogamica, poliginica, nucleare, allargata...) è risaputo e ammesso. Si dice “famiglia” e tutte si comprendono, per poi specificare solo quando si da il caso.

Colpiscono a maggior ragione le ragioni del “no” italiano a una risoluzione che semplicemente impegna a proteggere la famiglia per ragioni così condivisibili come la tutela dei diritti umani e in particolare delle categorie sociali più deboli. Il quotidiano Avvenire, che ha interpellato il Ministero degli Affari Esteri in proposito, riporta: “la Farnesina ha fatto sapere che nella decisione di voto è stata data priorità al principio della solidarietà europea e occidentale; un rifiuto di disgregare il fronte europeo che il Ministero degli Esteri considera essenziale, soprattutto in coincidenza con l’inizio del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’UE, per sostenere alcune importanti iniziative europee alle Nazioni Unite come quelle sulla libertà di religione e la protezione delle minoranze religiose o quella sulla moratoria della pena di morte”. Inoltre la Farnesina avrebbe fatto rilevare che tra i proponenti del testo approvato figurano paesi che “hanno una concezione molto particolare di famiglia”.

Si potrebbe obiettare innanzi tutto che, proprio perchè inizia il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, un segnale forte dall’Italia in difesa dei diritti umani e della famiglia sarebbe stato opportuno e incisivo. In secondo luogo fa pensare il criterio di schierarsi comunque contro paesi di cui non si condividono certe caratteristiche e allinearsi, a prescindere, con i paesi affini: specie quando si tratta di una questione come la difesa della famiglia di cui la nostra costituzione riconosce i diritti “come società naturale fondata sul matrimonio”. Quanto alla “concezione molto particolare di famiglia” di certi paesi, il senso della famiglia, ad esempio in Pakistan e Arabia Saudita, è molto forte e saldo: al punto – ed è questo caso mai che li differenzia dall’Occidente – da scegliere di sacrificare i suoi membri per garantirne la sopravvivenza, la salvaguardia e la perpetuazione (con istituzioni quali il matrimonio imposto e l’omicidio d’onore). Proprio per questo però sarebbe valsa la pena di approvare una risoluzione in cui anche quei paesi invocano la protezione della famiglia come luogo d’amore e comprensione, nell’interesse prima di tutto dei bambini, e riconoscono che compito di uno stato è difendere i diritti umani, soprattutto di donne, bambini e anziani.

giovedì 19 giugno 2014

L'Onu condanna la Chiesa ma poi arruola organizzazioni pedofile di Tommaso Scandroglio, 19-06-2014, Il Rapporto Kinsey, http://www.lanuovabq.it/

Il Rapporto KinseyCi sono organismi delle Nazioni Unite che non smettono di accusare la Chiesa cattolica per i casi di pedofilia, ma altri organismi Onu avallano la pedofilia al punto da accettare al proprio interno organizzazioni dal chiaro profilo pedofilo. È il caso del Kinsey Institute - un istituto di ricerca su sesso, genere e riproduzione - che lo scorso 23 aprile è stato accreditato come organo consultivo dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC). 

L’istituto prende il nome da Alfred Charles Kinsey, un entomologo che si è dato allo studio dei comportamenti sessuali e che pubblicò i famigerati Rapporti Kinsey. Come ha ricordato da queste colonne Roberto Marchesini (Kinsey, era un maniaco il guru della cultura gay) «l'aspetto più inquietante di questo personaggio riguarda gli esperimenti sessuali condotti su bambini. Nel paragrafo intitolato ‘L'orgasmo nei soggetti impuberi’ del primo Rapporto Kinsey descrive i comportamenti di centinaia di bambini da quattro mesi a quattordici anni vittime di pedofili. In alcuni casi, Kinsey e i suoi osservarono (filmando, contando il numero di ‘orgasmi’ e cronometrando gli intervalli tra un ‘orgasmo’ e l'altro) gli abusi di bambini ad opera di pedofili: ‘In 5 casi di soggetti impuberi le osservazioni furono proseguite per periodi di mesi o di anni[...]’; ci furono anche bambini sottoposti a queste torture per 24 ore di seguito: ‘Il massimo osservato fu di 26 parossismi in 24 ore, ed il rapporto indica che sarebbe stato possibile ottenere anche di più nello stesso periodo di tempo’».

Marchesini continua spiegando che «nel secondo Rapporto esiste un paragrafo intitolato ‘Contatti nell'età prepubere con maschi adulti’ nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti, ovviamente alla presenza di Kinsey e colleghi. Le osservazioni condotte inducono Kinsey a sostenere che ‘Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. È difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici. Quando i bambini vengono posti in guardia di continuo dai genitori e dagli insegnanti contro i contatti con gli adulti, e quando non ricevono alcuna spiegazione sulla natura esatta dei contatti proibiti, sono pronti a dare in manifestazioni isteriche non appena una qualsiasi persona adulta li avvicina, o si ferma a parlar loro per strada, o li carezza, o propone di fare qualcosa per loro, anche se quella persona può non avere alcuna intenzione sessuale. Alcuni tra i più esperti studiosi di problemi giovanili, sono addivenuti alla convinzione che le reazioni emotive dei genitori, dei poliziotti e di altri adulti i quali scoprono che il bambino ha avuto contatti, possono turbare il fanciullo più seriamente degli stessi contatti sessuali».

Paul Gebhard, collaboratore di Kinsey e futuro direttore dell’istituto, ha ammesso che «quando abbiamo intervistato i pedofili, eravamo sicuri che avrebbero continuato con i loro atti, ma non abbiamo fatto nulla». Mai sono stati denunciati i pedofili oggetto di studio da parte dell’equipe di Kinsey per il semplice motivo che, come aggiunge Genhard, «non avrebbe potuto esserci nessuna ricerca se li avessero arrestati». E così chiosa: «Si trattava di pratiche illegali e sapevamo che era illegale, ed è per questo che un sacco di gente è furiosa». Anzi John Bancroft, direttore dell’Istituto dal ’95 al 2004, non fece mistero nel dire che Kinsey assicurò «l'anonimato ai suoi informatori» ed evitò sempre «giudizi di valore sul loro comportamento».

Kinsey, favorevole ad ogni parafilia tra cui la bestialità, inoltre affermò che il 95% delle persone compie reati a sfondo sessuale e dunque dovrebbe essere rivisto il concetto di “normalità” e riviste le pene per tali crimini. Lui stesso testimoniò a favore di pedofili e i suoi studi favorirono una linea più morbida nell’irrogare pene per i delitti di natura pedofila negli States.

Il Kinsey Institute, che negli anni ha ricevuto grossi finanziamenti dalla Fondazione Rockefeller, ora sta diffondendo un programma di educazione – rectius: di iniziazione – sessuale chiamato SIECUS (Sexuality Information and Education Council of United States) rivolto a bambini e ragazzi, il quale insegna la masturbazione ai bambini di 5 anni e come avere i primi approcci sessuali. Il SIECUS è stato una delle fonti per la stesura del documento dell’ONU Sezione Europa «Standard per l'educazione sessuale in Europa» (leggi qui).

Ricordiamo inoltre che il Kinsey Institute assegna borse di studio in memoria di John Money, il famigerato psicologo che persuase i genitori di Bruce Reimer ad educarlo come una bambina con il risultato che un giorno Bruce – ormai chiamato da tutti Brenda - si tolse la vita per la disperazione.

Ora in America è partita una raccolta di firme promossa dal sito www.stopthekinseyinstitute.org per revocare o non rinnovare l'accredito al Kinsey Institute da parte dell’Onu, petizione rilanciata qui in Italia dal sito CitizenGO.org (clicca qui per firmare). Qualche precedente che possa far sperare in bene c'è: l’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans And Intersex Association), la più potente associazione omosessuale al mondo, nel 1993 perse l’accreditamento presso l’ONU proprio a motivo di sospette contiguità con alcune realtà pedofile.

domenica 13 aprile 2014

Spinta globale verso il linguaggio dell'“identità di genere”- L'orientamento sessuale, l'identità di genere e il diritto all'aborto continuano a figurare nel diritto internazionale, avvertono gli avvocati - Catholic News Agency 12.04.2014 - Jeffrey Beall - http://www.aleteia.org/

Gli avvocati che lavorano a favore dei diritti umani alle Nazioni Unite e in altre organizzazioni globali notano una tendenza crescente a introdurre nel diritto internazionale un linguaggio che comprende definizioni come “orientamento sessuale” e “identità di genere” - così come il diritto all'aborto.

Un “nuovo tema che constatiamo nel diritto internazionale è quello che definiamo movimento SOGI, o Sexual Orientation Gender Identity movement”, ha dichiarato l'avvocato britannico Paul Coleman alla CNA il 23 marzo.

“È nell'aria nell'ultimo decennio e cerca di promuovere le definizioni 'orientamento sessuale' e 'identità di genere' a livello internazionale, cercando di fornire protezione, di cambiare il diritto internazionale per includere quei termini e di avere una serie di effetti a catena in una serie di settori diversi”.

Coleman, esperto in controversie internazionali con un'attenzione particolare al diritto europeo, esercita la difesa legale in istituzioni internazionali di governance come le Nazioni Unite, la Corte Europea dei Diritti Umani e l'Unione Europea.

“Le definizioni 'orientamento sessuale' e 'identità di genere' non sono particolarmente ben comprese”, ha spiegato l'avvocato, che è consulente legale presso l'ufficio di Vienna dell'organizzazione internazionale Alliance Defending Freedom.

“È parte della questione con questo tipo di terminologia – così fluida, mutevole –, può significare qualsiasi cosa la gente vuole che significhi”.

Come risultato, il linguaggio diventa una sorta di strumento per incorporare nel diritto certe convinzioni.

“In effetti, 'orientamento sessuale' è un 'codice', per così dire, per omosessualità e comportamento omosessuale, e 'identità di genere' è un 'codice' per transessualità o per quelle persone che sentono di non essere maschio o femmina, ma qualcosa di diverso, qualcosa a metà, o niente del tutto”, ha osservato Coleman.

Oltre al movimento SOGI, l'avvocato ha notato un “tentativo di creare un diritto all'aborto” nell'ambito del diritto internazionale, già presente agli inizi degli anni Novanta e che continua a crescere fortemente ogni anno.

“È una delle tendenze principali a cui assistiamo in questo momento. Ci sono molti documenti in discussione alle Nazioni Unite in cui le definizioni 'salute e diritti riproduttivi' e 'salute e diritti riproduttivi sessuali' appaiono costantemente”.

“Non importa quale sia la questione al centro della discussione, troveranno sempre un modo per includere questi argomenti”.

Neydy Casillas, avvocato ed ex docente di Diritto messicano che lavora presso l'Organizzazione degli Stati Americani e dell'America Latina, ha lamentato la forte concentrazione internazionale sulle questioni relative alla sessualità piuttosto che sui problemi che attanagliano le persone.

“Purtroppo in queste organizzazioni, dove bisognerebbe parlare dei problemi nel mondo, come la povertà, la mancanza di accesso all'assistenza sanitaria in generale, la mancanza di istruzione eccetera – problemi che influiranno sullo sviluppo delle Nazioni –, la discussione si è concentrata solo sulla questione relativa a ciò che è la vita, per cercare di legalizzare l'aborto in ogni circostanza”.

“Si lavora sodo anche sull'agenda omosessuale”, ha aggiunto l'avvocato, che lavora anche per Alliance Defending Freedom, “come se fossero questi i problemi del mondo, ignorandone completamente altri che esistono e influiscono su tutti e aiutano davvero lo sviluppo”.

Coleman ha citato tre gruppi diversi alle Nazioni Unite che promuovono il linguaggio e gli obiettivi dell'“orientamento sessuale” e dell'“identità di genere”.

I “conducenti primari” sono le “organizzazioni di attivisti”, seguiti dai “Paesi liberali, soprattutto occidentali”, e poi dalle “istituzioni stesse all'interno dell'ONU: gente che lavora per la stessa ONU”.

Quando le posizioni dei tre gruppi sono allineate, ha avvertito Coleman, i risultati sono notevoli.

“È per questo che definizioni come 'identità di genere' erano del tutto sconosciute fino a dieci anni fa mentre ora vengono spinte su più livelli anche se non c'è un unico trattato dell'ONU che menzioni le definizioni 'orientamento sessuale' o 'identità di genere'”, ha spiegato.

Quanti sostengono il movimento SOGI lavorano “giorno e notte” per “convincere i delegati o i rappresentanti dei Paesi che partecipano a queste organizzazioni che è ciò che la gente vuole”, ha detto Casillas.

Il risultato è che molti Paesi “cambiano il proprio diritto”.

Coleman ha notato che un processo di questo tipo è spesso molto complesso, dato che coinvolge la reinterpretazione dei trattati internazionali.

“Dove, ad esempio, i trattati internazionali dicono che la gente ha il diritto alla salute, viene interpretato come se si dicesse 'Bene, la salute include la salute riproduttiva, la salute riproduttiva include l'aborto – quindi c'è un diritto all'aborto'”.

“O ad esempio”, ha continuato, “quando un trattato afferma che chiunque ha il diritto di sposarsi: i trattati dicono realmente che gli uomini e le donne in età matrimoniale hanno il diritto di sposarsi, e questo viene reinterpretato come se si dicesse 'Bene, anche se si dice 'uomini e donne' dovremmo interpretare questa disposizione in base alle circostanze moderne, per cui dovrebbe essere 'uomini e uomini' e 'donne e donne'”.

I trattati, ha dichiarato Coleman, vengono non solo reinterpretati, ma a volte completamente ignorati.

“Anziché questi trattati firmati dalle Nazioni, approvati al massimo livello, troviamo che moltissimi altri documenti sono elaborati e approvati con uno scarsissimo esame, con un minimo input dall'esterno – e sicuramente non dai cittadini dei vari Paesi”.

Molti di questi documenti “non sono strettamente vincolanti”, ma “hanno l'aria di essere ufficiali e vengono usati come uno strumento, in un certo senso, per costringere le Nazioni a cambiare le proprie leggi”, ha commentato Coleman.

Anche se le Nazioni si possono rifiutare, molte “vogliono far vedere che tengono il passo con i loro 'doveri sui diritti umani' – non vogliono essere costantemente molestate dalle Nazioni Unite o dall'Unione Europea”.

L'influenza dei Paesi occidentali, poi, può essere notevole.

L'avvocato britannico ha affermato che “il Regno Unito ha detto che bloccherà gli aiuti ai Paesi del terzo mondo se questi non cambieranno le proprie leggi sull'omosessualità”.

“In America vediamo il Presidente Obama dire che è una priorità della politica estera promuovere l'omosessualità nel mondo. Si tratta di Paesi potenti con notevoli budget di aiuti internazionali, e stanno aiutando a promuovere la questione in tutto il mondo”.

“Se alle Nazioni viene detto costantemente: 'Dovete cambiare le vostre leggi sull'aborto. Dovete cambiare le vostre leggi sull'omosessualità', quella pressione può portare a cambiamenti a livello interno”.

Queste idee hanno inoltre un significato molto pratico, o meglio un “effetto a catena”, ha detto Coleman, citando la recente decisione di Facebook di includere 50 diverse opzioni di genere per i profili anziché maschio o femmina o una cosa come i giochi olimpici invernali. “Sono definiti come competizioni maschili e competizioni femminili. Che fare se c'è qualcuno che vuole partecipare alle competizioni femminili e non è una donna?”.

“A un livello più profondo, a un altro livello, può avere un grande impatto sulla libertà religiosa”, ha aggiunto, citando un caso in Gran Bretagna in cui è stata fatta causa a una diocesi per 50.000 sterline perché il vescovo non ha voluto assumere un uomo omosessuale per un incarico come ministro giovanile.

La gente che crede che l'umanità si divida in uomini e donne, e che vuole agire in base a queste convinzioni, affronterà “un conflitto nella legge”, ha dichiarato Coleman.

“Assisteremo a più casi di libertà religiosa in cui la gente viene citata in giudizio, venendo minacciata legalmente perché si aggrappa alla convinzione che esistano solo maschio e femmina”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

venerdì 14 marzo 2014

Le nuove linee guida dell’Oms per l’educazione sessuale impongono il genere e dimenticano una cosa: la fertilità, Marzo 14, 2014 Redazione, http://www.tempi.it/

maschio-femminaNei 24 punti dell’Onu c’è di tutto, dall’aborto al “diritto ai preservativi”. Su Time la femminista e lesbica di sinistra Camille Paglia va ancora controcorrente: «Via il gender dalle scuole»
maschio-femminaSi chiamano “Ensuring human rights in the provision of contraceptive information and service” le nuove linee guida che l’Oms ha diffuso per assicurare «un migliore accesso alle informazioni e ai servizi in materia di contraccezione». Spiega oggi Il Foglio che l’obbiettivo dell’agenzia dell’Onu è quello di rendere obbligatorie nelle scuole del mondo questi 24 punti, che inseriscono tra i diritti fondamentali quello «alla contraccezione», oltre a invitare le scuole a far partire corsi di educazione sessuale già a 12 anni. A casa i genitori non sono adatti a compiere questo compito, si legge nel testo dell’Oms, per questo tale carenza deve essere colmata dalle scuole. Il documento invita a liberalizzare l’aborto e segue le orme lasciate da un precedente testo Onu, gli “Standard per l’educazione sessuale”, che spinge a incoraggiare, fin dall’età di 4 anni, i bambini a parlare dei propri problemi sessuali, far conoscere loro che esiste anche l’amore omosessuale e aiutarli a considerare la loro “identità di genere”. Concetto, quest’ultimo, su cui l’intero documento ritorna più e più volte, facendo pressione sugli Stati «perché pongano la prospettiva di “genere” al centro di tutte le politiche, programmi e servizi».

LA FERTILITA’. Insomma, c’è spazio per tutto. Tranne per una cosa, la fertilità. Lo scrive su Time la femminista Camille Paglia, voce ancora una volta fuori dal coro, che commenta così i canoni educativi che le scuole americane stanno seguendo, anche qui votati alla “teoria del gender”. C’è un rifiuto a riconoscere le differenze di genere «che inganna sia i maschi che le femmine. I generi dovrebbero essere separati dall’assistenza sessuale. È assurdo negare la dura realtà che l’uomo ha meno da perdere in rapporti sessuali casuali rispetto alla donna, che rischia la maternità e una cui futura maternità rischia di essere compromessa dalla malattia». A un ragazzo, quindi, vanno insegnate alcune norme etiche e morali di base, come non approfittare di appuntamenti con ragazze ubriache, mentre una giovane deve imparare a distinguere l’accondiscendenza sessuale dalla popolarità. «Ma, soprattutto, alle ragazze servono consigli per fare programmi sulla propria vita. Troppo spesso l’educazione sessuale definisce la maternità come una patologia, per la quale la cura è l’aborto. Le adolescenti femmine devono pensare più a fondo riguardo al loro scopo e desiderio ultimo. Se vogliono sia i figli che una carriera lavorativa, dovrebbero decidere se avere bambini prima o dopo. Ci sono vantaggi, svantaggi e compromessi per ognuna di queste scelte».

camille-paglia-homePAURA E VERGOGNA. Quanto all’educazione negli Usa, Paglia chiama a rivedere i principi su cui si basa, troppo influenzati dalle propensioni di docenti e volontari che entrano poi in classe. E non basta catalogare come bigotte e conservatrici le critiche di chi vuole riformulare l’approccio al sesso nelle scuole: i liberal, di fronte a chi chiede che l’astinenza sia proposta come come sola educazione sessuale, condannano il tutto come «imposizione di “paura e vergogna” sui giovani. Ma forse potrebbe essere utile una paura e una vergogna che abbia un po’ più di istinto di conservazione in un ambiente come quello di oggi, edonistico e “media-saturated”». La ribellione al culto della verginità ha lasciato il caos. «I giovani sono oggi bombardati prematuramente con immagini e messaggi sessuali. Le ragazze, di routine vestite in modo seduttivo, sono mal preparate a negoziare l’attenzione sessuale che catalizzano». Per questo bisogna ripensare all’educazione nelle scuole, scomponendola in più figure professionali.

CONDOM E GAY. In primis qualcuno che dia ai ragazzi un approccio biologico ad ogni aspetto della sessualità, e non «la viscida chiacchiera per sentirsi bene che ora infesta i libri di educazione sessuale». E poi, va bene insegnare i rischi legati alle malattie del sesso e alla loro trasmissione, «ma la scuola pubblica non è il posto dove distribuire preservativi. La distribuzione del condom deve essere lasciata agli ospedali, alle cliniche e alle agenzie di servizi sociali». E infine, «la scuola pubblica non ha interesse a fare l’elenco delle varietà di gratificazione sessuale, dalla masturbazione al sesso orale o anale». L’omosessualità, da questo punto di vista, è un tema impegnativo: «Le campagne anti-bullismo, per quanto lodevoli, non devono sconfinare in sostegni politici o cause sui diritti dei gay».




giovedì 6 febbraio 2014

L'Onu dichiara guerra alla Chiesa di Massimo Introvigne, 05-02-2014, www.lanuovabq.it

Il 5 febbraio 2014 il Comitato per i Diritti del Fanciullo delle Nazioni Unite ha diffuso un rapporto di sedici pagine sulla conformità dei comportamenti dello Stato della Città del Vaticano alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, cui la Santa Sede ha aderito «con riserva». L’adesione con riserva – che peraltro la Santa Sede aveva affermato di poter superare in futuro – è dovuta al timore che la Convenzione autorizzi un’eccessiva ingerenza di organi delle Nazioni Unite negli affari interni degli Stati sottoscrittori. Per questa stessa ragione il Parlamento degli Stati Uniti non ha mai ratificato la Convenzione, che pure il governo americano aveva firmato nel 1995, così che negli USA non è mai entrata in vigore.

Prima di esaminare il documento – la cui superficialità e faziosità ideologica lasciano davvero perplessi, e giustificano ampiamente le riserve quanto ai rischi d’ingerenza e violazione dei diritti sovrani degli Stati – occorre precisare che cos’è il Comitato per i Diritti del Fanciullo. Si tratta di un corpo di diciotto esperti eletti dagli Stati che hanno aderito alla Convenzione, le cui raccomandazioni non sono giuridicamente vincolanti. Si tratta dunque di una delle innumerevoli commissioni di esperti delle Nazioni Unite, per di più nominata con il «manuale Cencelli» dell’ONU, che tende a dare qualche posticino in qualche commissione a tutti gli Stati.

Tanto per dare un’idea, uno dei diciotto membri è stato designato dal governo della Siria e un altro da quello dell’Arabia Saudita, noti esempi di tutela dei diritti umani in genere e di quelli dei bambini – e delle bambine – in specie. La personalità più in vista, influente e nota del Comitato è la peruviana Susana Villarán, sindaco di Lima e cattolica «adulta» in perenne polemica con i vescovi del suo Paese, in particolare con il cardinale arcivescovo di Lima mons. Juan Luis Cipriani, per il suo sfrenato attivismo a favore del «matrimonio» omosessuale, dell’ideologia di genere e dell’aborto. Nota marciatrice dei gay pride, la Villarán si è distinta per i suoi attacchi alla Chiesa in materia di aborto e di omosessualità e ha simbolicamente «sposato» – il «matrimonio» omosessuale in Perù per ora non c’è – coppie di persone dello stesso sesso, fra cui la sua compagna di partito e stretta collaboratrice Susel Paredes e la sua «fidanzata» Carolina. Provocatoriamente, le cerimonie si sono svolte nel Parco dell’Amore di Lima, dove tradizionalmente gli sposi peruviani si fanno fotografare sotto la celebre statua «Il bacio» dello scultore Victor Delfín.

Chiarito dunque con chi la Santa Sede si è trovata ad avere a che fare, leggiamo insieme il bizzarro documento. Il Comitato nota una serie di settori dove la Santa Sede non rispetterebbe la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, e raccomanda al Vaticano le opportune riforme. Esaminiamo i settori principali. Primo: omosessualità – che non c’entra molto con i diritti dell’infanzia, ma viene fatta rientrare affermando che il Comitato si preoccupa di tutelare «gli adolescenti e i bambini gay, lesbiche, bisessuali e transgender». Per difendere questi bambini precoci il Comitato invita la Chiesa a seguire «la dichiarazione progressista rilasciata da Papa Francesco nel luglio 2013» – il famoso «chi sono io per giudicare?», che però si riferiva alle persone, che certo non vanno mai giudicate in quanto tali, e non ai comportamenti o alle leggi – e a ripudiare «i precedenti documenti e dichiarazioni sull’omosessualità». Come questa entrata a gamba tesa nel campo della dottrina morale cattolica rientri nelle competenze di un Comitato per i Diritti del Fanciullo non è veramente spiegato.

Secondo: uguaglianza fra uomini e donne. La Santa Sede è criticata perché non usa sempre un linguaggio «gender inclusive» e perché parla di «complementarietà» del ruolo maschile e femminile, il che implica che i due ruoli siano diversi, il che è contrario all’ideologia che il Comitato vuole imporre.

Terzo: punizioni corporali. Dopo un excursus sulle Case Magdalene irlandesi, che mostra come i membri del Comitato passino troppo tempo al cinema e abbiano visto il pessimo film di Peter Mullan – a parte le imprecisioni, il tema non sembra di bruciante attualità posto che l’ultima di queste case è stata chiusa nel 1996 –, il rapporto si schiera contro qualunque forma di punizione corporale, con considerazioni non solo pedagogiche, che potrebbero essere in parte condivisibili, ma anche teologiche. Si chiede che la Santa Sede «si assicuri che un’interpretazione della Scrittura tale da non giustificare le punizioni corporali si rifletta nell’insegnamento della Chiesa e […] sia incorporata nell’insegnamento e nell’educazione teologica». A prescindere dal merito, è interessante notare come il Comitato pretenda addirittura di dettare alla Chiesa come vada interpretata la Sacra Scrittura.

Quarto: pedofilia. Con una completa assenza di note e riferimenti precisi, si parla di «decine di migliaia» di bambini vittime dei preti pedofili. Sarebbe interessante sapere da dove vengono queste statistiche, mentre si sa da dove vengono certe informazioni contenute nel rapporto su un presunto intervento del 1997 del nunzio in Irlanda monsignor Luciano Storero (1926-2000) perché i vescovi irlandesi nascondessero i preti pedofili alle autorità civili. Vengono da un attacco del 2011 del governo irlandese alla Santa Sede, pieno di inesattezze, cui la Santa Sede – come abbiamo a suo tempo documentato su queste colonne – ha risposto in modo dettagliato.

Intendiamoci: questo giornale ha sempre premesso a ogni discorso sui preti pedofili che purtroppo, come ci hanno insegnato Benedetto XVI e Papa Francesco, la pedofilia nel clero è un dramma reale, non inventato, che non va nascosto e di cui vanno indagate le cause, che derivano anzitutto dal diffondersi di una morale «lassista» e «progressista» nei seminari e tra i sacerdoti. Tuttavia il rapporto riprende statistiche folkloriche e accuse indiscriminate. Loda alcune misure introdotte dalla Santa Sede nel 2013, ma dimentica tutte quelle precedenti, in un maldestro tentativo di contrapporre il Vaticano di Papa Francesco a quello di Benedetto XVI. Soprattutto, si dimentica di dire che queste misure hanno funzionato, e possono costituire anzi un modello per altre istituzioni che hanno gli stessi problemi di pedofilia e che sono assai meno vigorose della Santa Sede nel contrastarli. Mi scuso per lo spot pubblicitario, ma devo rimandare al libro appena uscito che ho scritto con lo psicologo Roberto Marchesini «Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo» (Sugarco, Milano 2014), dove si troveranno dati e cifre precise.

Quinto: aborto. Dopo avere evocato il consueto caso pietoso della bambina brasiliana di nove anni che aveva abortito nel 2009, il Comitato «richiede con urgenza alla Santa Sede di rivedere la sua posizione sull’aborto e di modificare il canone 1398 del Codice di diritto canonico relativo all’aborto, allo scopo di precisare le circostanze in cui l’aborto è permesso». A questa «urgenza» ha già risposto Papa Francesco nell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium»: s’illude chi si aspetta «che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana».

Sesto: contraccezione. La Santa Sede è invitata a «garantire agli e alle adolescenti l’accesso alla contraccezione», che peraltro non è un’alternativa all’aborto, visto che contemporaneamente va loro garantita la «salute riproduttiva» il che, come si è visto, implica modificare la dottrina cattolica sull’aborto.

La Chiesa – lo abbiamo detto – ha più volte riconosciuto le responsabilità di un certo numero di preti e vescovi nel vergognoso dramma della pedofilia, e ha preso misure drastiche che si stanno rivelando efficaci. Questo documento tuttavia è la prova di come la tragedia dei preti pedofili sia usata come pretesto e come clava per aggredire la Chiesa Cattolica e ingiungerle «con urgenza» di cambiare la sua dottrina in materia di omosessualità, aborto e contraccezione, affidando a commissioni di esperti «politicamente corretti» perfino l’interpretazione della Sacra Scrittura.

Il 18 novembre 2013, citando il romanzo Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson (1871-1914) Papa Francesco ha denunciato il tentativo totalitario d’imporre alla Chiesa la «globalità egemonica» del «pensiero unico». I poteri forti – fra cui rientrano certamente certi comitati di certe organizzazioni internazionali – ci dicono, ha detto il Papa, che «dobbiamo essere come tutti, dobbiamo essere più normali, come fanno tutti, con questo progressismo adolescente». Poi purtroppo «segue la storia»: per chi non si adegua al pensiero unico arrivano, come ai tempi degli antichi pagani, «le condanne a morte, i sacrifici umani». Sbaglia chi pensa che siano cose di un passato remoto, «Ma voi – ha chiesto il Papa – pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono». È perché la Chiesa si oppone a queste leggi che, usando la tragedia – reale – della pedofilia tra il clero come punto di partenza e come pretesto, la si colpisce con aggressioni che stanno ormai diventando intollerabili.

domenica 12 gennaio 2014

«Il sesso selvaggio e il “gender” mirano a distruggere la famiglia e creare un nuovo ordine mondiale», 11 gennaio 2014 di Vito Punzi, www.tempi.it

 

La tedesca Gabriele Kuby, nata a Costanza nel 1944, è per formazione sociologa e autrice di saggi legati all’educazione e alla sessualità. Madre di tre ragazzi, si cimenta volentieri anche con la traduzione dall’inglese (per oltre vent’anni nell’ambito dell’esoterismo e della psicologia). A lungo impegnata nei movimenti studenteschi tedeschi sorti dal Sessantotto, Gabriele Kuby si è convertita ed è entrata nella Chiesa cattolica ricevendo il sacramento del battesimo il 12 gennaio 1997, festa del Battesimo di Gesù. Il suo primo libro (Mein Weg zu Maria – Von der Kraft lebendigen Glaubens, La mia strada verso Maria – Sulla forza della fede viva) è stato un best-seller.

Come pubblicista concentra il suo interesse sui vicoli ciechi intrapresi dalla società moderna, indicando la via d’uscita in una nuova coscienza dell’esperienza cristiana. L’unico suo libro pubblicato in Italia è Gender Revolution. Relativismo in azione (Cantagalli 2008) e rappresenta un grido d’allarme indirizzato a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea: in ogni ambito del vivere pubblico va riconosciuta come fondamento della famiglia la differenza sessuale tra uomo e donna. A un anno fa risale il suo ultimo libro pubblicato in Germania, La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà in nome della libertà: «Era il 31 settembre del 2012 – ricorda Gabriele Kuby – quando ho avuto il privilegio di consegnare personalmente una copia del libro a Benedetto XVI, e per me è stato un grande incoraggiamento sentirgli dire “Ringraziamo Dio per quello che dice e scrive”».

Signora Kuby, partiamo dal suo ultimo libro denuncia: qual è il motivo che l’ha sollecitata a scrivere?
La constatazione che la liberalizzazione delle norme sessuali rappresenta la linea del fronte dell’odierna battaglia culturale. Io appartengo alla generazione del ’68 e a quel movimento ho partecipato attivamente. Dopo la mia conversione mi sono cadute le bende dagli occhi. Dopo il libro del 2006, dedicato alla rivoluzione del “gender”, ho continuato a raccogliere materiale e in seguito ho sentito la necessità di rappresentare l’evoluzione di questa ideologia, perché tutti percepiscono gli effetti del capovolgimento dei valori, come la distruzione della famiglia, ma sono in pochi a essere coscienti che dietro si cela una strategia delle élite di potere, dall’Onu all’Unione Europea, all’alta finanza.

Dunque qual è il messaggio che intendeva trasmettere?
La deregolamentazione delle norme sessuali conduce alla distruzione della cultura. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 dice che la famiglia è il nucleo della società e che essa ha bisogno, per esistere, di una regolamentazione morale. Con tutto ciò che aggredisce i bambini tramite i media, internet e l’educazione sessuale obbligatoria che viene insegnata nelle scuole, per loro è difficile diventare adulti maturi, cioè in grado di assumersi la responsabilità di essere madri e padri.

Perché nel sottotitolo del libro ha scelto di porre l’accento sulla libertà, o meglio sull’opera distruttiva che in suo nome si sta compiendo?
L’esaltazione filosofica dell’individualismo avvenuta al tempo dell’Illuminismo e le dittature impostesi nel XX secolo hanno portato a considerare come valore più importante la libertà, o meglio la libertà assoluta, che tuttavia nel nostro mondo, così condizionato com’è dai limiti, non esiste. La deregulation delle norme sessuali viene oggi spacciata all’essere umano come parte di quella libertà. Ma cosa succede in realtà quando l’impulso sessuale non è più sotto controllo? Che l’altro viene considerato semplicemente oggetto della propria soddisfazione sessuale. Il dato per cui nella nostra società una ragazza su quattro e un ragazzo su dieci subisce abusi sessuali mostra ciò che accade come conseguenza del fatto che non venga più insegnato l’autocontrollo. Il caos sociale che ne deriva sollecita un sempre maggiore controllo da parte dello Stato; che una situazione del genere conduca alla tirannia lo ha già indicato Platone nel suo Repubblica, 2.400 anni fa.

Perché nel libro si rifà spesso al romanzo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo, pubblicato nel 1930?
È affascinante leggere oggi quell’opera profetica, nella quale gli uomini vengono prodotti in laboratorio e formati attraverso media e psicofarmaci per essere felici, i bambini si trastullano con il sesso alla pari degli adulti e tutto viene controllato da “Ford”, il “nostro Signore”. Originariamente Huxley aveva pensato che quella sua “fantasia” si sarebbe realizzata da lì a 600 anni, ma già nel 1949 quel futuro s’era ridotto a un centinaio di anni. Allora non era possibile tutto ciò che è consentito oggi (selezione prenatale, madre in affitto, manipolazione genetica, genitore 1 e genitore 2), ma Huxley era ben cosciente che la vera rivoluzione accade nel cuore e nella mente della persona.

Quali sono a suo parere i motivi della crisi della nostra civiltà?
Lo scarto decisivo c’è stato con la rivoluzione culturale sessantottina. Promossa da sazi studenti figli della borghesia, quella rivolta si fondava su tre impulsi: quei giovani si fecero ammaliare dalle teorie marxiste (nonostante il Muro di Berlino e i carri armati sovietici a Praga, contro la democrazia); in secondo luogo, c’è stato il femminismo radicale, che doveva liberare la donna dalla «schiavitù della maternità» (sono le parole usate da Simone de Beauvoir); il terzo impulso era quello della “liberazione sessuale”. Le parole d’ordine al proposito erano: quando la tua sessualità sarà “liberata”, cioè avrai abbattuto qualsiasi tipo di condizionamento morale, allora potrai costruire una società libera dall’oppressione. Quella generazione, la mia, fallito il tentativo di coinvolgere il “proletariato”, ha compiuto una vera e propria “marcia dentro le istituzioni”, tanto che, quello che ieri era un movimento d’opposizione, oggi rappresenta la politica ufficiale delle grandi organizzazioni internazionali, di molti governi nazionali, non solo di sinistra. E i media che determinano il mainstream seguono questa “agenda”.

Un altro riferimento interessante per le sue valutazioni è stato il libro della studiosa belga Marguerite A. Peeters, La globalizzazione della rivoluzione culturale occidentale…
Non interessante, fondamentale, perché mi ha aperto gli occhi. Da parte mia mi sono concentrata sul nocciolo di quella rivoluzione: la deregulation delle norme morali che regolano la sessualità. La rivoluzione sessuale globale viene promossa dalle élites al potere. Ho già detto di Onu e Unione Europea, ma con esse si deve intendere l’intera rete di impenetrabili sotto organizzazioni: di queste fanno parte gruppi industriali globalizzati, grandi fondazioni come Rockefeller e Guggenheim, persone molto ricche come Bill e Melinda Gates, Ted Turner e Warren Buffett, o grandi Ong come la International Planned Parenthood Federation e l’Unione Internazionale delle lesbiche e degli omosessuali (Ilga). Tutti questi soggetti lavorano nei livelli superiori della società avendo a disposizione enormi risorse economiche. E tutti hanno un interesse comune: ridurre la crescita della popolazione su questo pianeta. L’aborto, il controllo delle nascite tramite contraccettivi, la distruzione della famiglia: tutto questo serve lo scopo della creazione di un nuovo ordine mondiale.

Qual è dunque il ruolo del “Gender Mainstreaming” in questo contesto “rivoluzionario” globalizzato?
Il concetto di “Gender” presuppone che qualsiasi orientamento sessuale – eterosessuale, omosessuale, bisessuale e transessuale – sia equivalente e debba essere accettato dalla società. L’obiettivo è il superamento dell’“eterosessualità forzata” e la creazione di un uomo nuovo, cui lasciare la libertà di scelta e di godere della propria identità sessuale indipendentemente dal suo sesso biologico. Chiunque si contrapponga a ciò, singole persone o Stati, viene discriminato come “omofobo”. Si tratta di un attacco mondiale all’ordine della creazione e, così facendo, all’intera umanità. Esso distrugge il fondamento della famiglia e in questo modo consegna ai despoti di turno la persona che non riesce più a riconoscersi, se uomo o donna.

Nel suo ultimo libro attacca duramente la pornografia e chi la tollera.
Sì, perché la pornografia è una droga e come tale crea dipendenza. Una droga che distrugge la capacità di amare e di assumere la responsabilità di essere padre e madre. Inoltre costituisce un piano inclinato sul quale è facile scivolare verso quell’abisso della criminalità sessuale che finisce col coinvolgere anche i bambini e i giovanissimi. A proposito della Germania, esistono dati allarmanti: il 20 per cento dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni “consumano” quotidianamente pornografia, il 42 per cento almeno una volta alla settimana. Che persone potranno formarsi in queste condizioni? Ed è difficile farsi una ragione del motivo per cui l’Unione Europea si dimostra essere così aggressiva contro il fumo ma non fa nulla per impedire l’imbruttimento provocato dalla pornografia.

In questa situazione di “rivoluzione sessuale globale”, qual è il compito dei cristiani?
Si tratta ovviamente di un tema che riguarda ciascuno di noi. Ci piaccia o meno, dobbiamo anzitutto mettere ordine nella nostra vita sessuale, così che la vocazione umana sia all’altezza del vero amore, l’amore che dona la felicità. Se non è così non è possibile neppure trovare le motivazioni per affrontare una battaglia del genere, che è per la dignità dell’uomo, per la famiglia, per i nostri figli, per il futuro.

mercoledì 30 ottobre 2013

L'inquisizione gay mette il Senegal nel mirino dell'Onu di Massimo Introvigne, 30-10-2013, http://www.lanuovabq.it

Obama in Senegal

A partire dal 21 ottobre si è giocata a Ginevra, di fronte alla Commissione per i Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite, un'interessante partita che riguarda il Senegal. Su domanda di Gran Bretagna, Germania, Belgio e Olanda il Senegal è stato sottoposto a una vera e propria inquisizione per le sue norme in materia di omosessualità. La vicenda interessa i cattolici, perché è stata tirata in ballo anche la Santa Sede.

Nel mirino dell'ONU è l'articolo 319 del Codice penale senegalese, che punisce «chiunque avrà commesso un atto improprio o contro natura con una persona dello stesso sesso» con la reclusione da uno a cinque anni. Il Ministro della Giustizia del Senegal Sidiki Kaba ha spiegato a Ginevra che, benché i giornali europei e americani parlino spesso di persone condannate in quanto omosessuali, di fatto i tribunali condannano solo per comportamenti osceni omosessuali tenuti in luoghi pubblici - che sarebbero sanzionati anche in molti Paesi europei - o per attività propagandistiche in favore dell'omosessualità. «Nessuno è oggi in prigione in Senegal soltanto per la sua omosessualità», ha dichiarato il ministro. Se al Senegal saranno applicate sanzioni si chiarirà nelle prossime settimane.

Il Senegal è un Paese democratico. I più fedeli lettori del nostro quotidiano ricorderanno le mie cronache delle elezioni presidenziali del 2012, che avevo avuto occasione di studiare sul posto. Contrariamente a molti timori, le elezioni si svolsero regolarmente e portarono al potere un oppositore del precedente presidente Wade. Il Senegal - lo posso dire sulla base della mia osservazione - è un Paese sostanzialmente libero, dove la stampa dibatte di ogni argomento criticando spesso le autorità. Anche le società di sondaggi - come dimostrarono le elezioni - svolgono il loro lavoro in modo indipendente. 

La questione dell'articolo 319 del Codice penale è stata sollevata in modo piuttosto arrogante dal presidente americano Obama nella sua visita in Senegal del 26-28 giugno 2013. Obama ha affermato in quell'occasione che la sua amministrazione non collabora e non concede aiuti ai Paesi che non tutelano i diritti degli omosessuali. L'intero consiglio dei ministri del Senegal  lo ha mandato a quel paese, dichiarando che una modifica dell'articolo 319 non è all'ordine del giorno perché sarebbe interpretata come una dichiarazione da parte dello Stato che gli atti omosessuali sono qualche cosa di «normale» e positivo, il che è contrario al comune sentire della società senegalese. Un sondaggio ha rilevato che il 98% dei senegalesi condivide questa posizione del governo. Una trentina di organizzazioni musulmane - che rappresentano in buona parte il mondo delle confraternite sufi, cui aderisce la maggioranza della popolazione senegalese - ha espresso la stessa posizione.

Queste organizzazioni, cui si sono aggiunti anche esponenti cattolici - il cattolicesimo è la seconda religione del Senegal - hanno ora protestato per l'indagine delle Nazioni Unite, che considerano il risultato di manovre degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei. Il problema sollevato da queste personalità religiose senegalesi è di grande interesse. La portata dell'articolo 319 è ampiamente simbolica, e la sua difesa consiste nella riaffermazione del principio secondo cui gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati e la propaganda di questi atti nuoce al bene comune. Si può discutere se norme che incriminino gli atti omosessuali - per quanto poco o mai applicate - siano  oggi uno strumento efficace per ribadire questo principio. Ci sono anche voci cattoliche che ritengono la formulazione di queste norme obsoleta. 

La stessa Santa Sede, nel suo intervento alla Sessione delle Nazioni Unite del 18 dicembre 2008 sull'orientamento sessuale e l'identità di genere, si è detta favorevole all'abrogazione delle norme penali che «sulla base del diritto penale impongano pene alle persone omosessuali in quanto tali». È una dichiarazione spesso citata dalle organizzazioni omosessuali, le quali però si dimenticano che nello stesso documento si legge che l'abolizione di norme penali che colpiscano le persone omosessuali in quanto tali non deve risolversi in una promozione dell'ideologia di genere né andare al di là del suo scopo preciso e limitato, la «protezione delle persone omosessuali da ogni forma di violenza» pubblica o privata: una protezione che ovviamente la Chiesa considera del tutto legittima e anzi doverosa.

D'altro canto, le organizzazioni religiose senegalesi e il governo toccano un punto delicato quando accusano l'amministrazione Obama e l'Europa di neocolonialismo,  scrivendo in un documento sull'inchiesta di Ginevra che «si vuole imporre al Senegal un modello subculturale presunto "universale" ma che il popolo senegalese non vuole e che contrasta con i suoi valori tradizionali e religiosi». E lo si vuole imporre con il ricatto: o accettate la nostra visione dell'omosessualità o vi blocchiamo gli aiuti. Davvero possiamo imporre ai senegalesi un modello che il 98% della popolazione rifiuta? Tanti intellettuali europei pronti a riempirsi la bocca con slogan anticolonialisti non hanno nulla da dire?

E non c'è solo il Senegal. In Belize, nel Centro-America, la Corte Suprema sta discutendo il fato di una norma simile a quella senegalese, difesa dalla maggioranza delle comunità religiose del Paese contro fortissime pressioni dell'amministrazione Obama. Non manca neppure chi vuole tirare il Papa per la talare. Il 16 ottobre 2013 Human Rights Watch ha scritto una lettera a Papa Francesco ricordandogli la famosa dichiarazione della Santa Sede all'ONU del 2008, lodando le sue presunte «aperture» agli omosessuali in qualche intervista, e mandandogli una straordinaria «lista nera» di vescovi che si oppongono all'abrogazione delle norme che incriminano gli atti omosessuali e che il Papa dovrebbe punire. In realtà - esaminando i casi uno per uno, dal Senegal al Belize - non esiste nessun vescovo che vuole vedere gli omosessuali messi in prigione a causa della loro condizione. Ma ci sono vescovi che, esattamente come la dichiarazione della Santa Sede del 2008, si preoccupano che l'abrogazione delle norme penali sull'omosessualità - pure in sé e per sé auspicabile - non avvenga in un contesto che apra le porte alla promozione dell'ideologia di genere e al riconoscimento pubblico delle unioni omosessuali, oltre a provocare reazioni in popolazioni che percepiscono le pressioni straniere come imposizioni neocolonialiste.

C'è, infine, un altro aspetto del problema. Tutti sappiamo come sia delicato oggi distinguere fra emigrazione economica e fuga dalle persecuzioni, e fra immigrati e rifugiati. Un certo numero di senegalesi oggi arriva in Europa e chiede lo status di rifugiato dichiarando di essere omosessuale, perseguitato come tale in base all'art. 319. In Francia le richieste sono numerose, e la questione è sofferta, anche perché la polizia ha scoperto che alcuni dei richiedenti asilo non sono affatto omosessuali ma si dichiarano tali per acquisire la comoda posizione di rifugiato. In Italia ci facciamo meno problemi. Il 20 settembre 2012 la Cassazione ha stabilito che l'esistenza in Senegal dell'articolo 319 «giustifica la concessione dello status di rifugiato politico all'omosessuale» senegalese, che non potrebbe «vivere liberamente la propria sessualità» in patria e dunque deve essere accolto come rifugiato per poterla vivere da noi.

giovedì 17 ottobre 2013

ANCHE L’ONU È CONTRO LA FAMIGLIA: l’omofobia sarà un reato internazionale - 26 settembre 2013 primo grande incontro dei ministri delle Nazioni Unite sui diritti LGBT - http://www.lamanifpourtous.it/sitehome/in-evidenza/anche-lonu-la-famiglia-lomofobia-sara-reato-internazionale/

ONU

La pressione internazionale cresce sul piccolo stivale mediterraneo; mentre gli italiani prendono lentamente coscienza della manovra rivoluzionaria e antidemocratica che si sta attuando in Parlamento alle loro spalle, l’ONU rincara la dose al fine di scoraggiare qualsiasi azione che possa impedire o quantomeno ostacolare l’attuazione della legislazione anti-omofobia che si sta stendendo come una cappa soffocante su tutti i paesi dell’Unione Europea.

Dall’ultimo meeting delle Nazioni Unite emerge, infatti, la volontà di continuare a perseguire e diffondere un concetto di libertà che corrisponde alla totale assenza di obblighi e di doveri  e alla soddisfazione di ogni desiderio (legittimo o illegittimo non ha importanza) giustificandolo entro l’intoccabile sfera del “diritto”. Tale concezione distorta del concetto di libertà, ormai entrata nel substrato culturale di noi tutti, muove dalla relativizzazione del concetto di cosa è “bene” per l’uomo, dichiarando che nessuno ha il diritto di dire all’altro ciò che è giusto e ciò che è sbagliato poiché le categorie di giusto/sbagliato, di bene/male sarebbero del tutto soggettive e indeterminabili. Tuttavia l’affermazione sul piano sociale di una tale concezione relativista non può non avere ripercussioni gravi sulla felice convivenza degli individui che formano la società. Ciò produce, infatti, instabilità morale e indeterminatezza nell’applicazione della giustizia, poiché il diritto non avrebbe più un punto di riferimento universale diventando così una giustizia auto-fondante. Si avrebbe perciò un diritto positivo che altro non sarebbe che “arbitrio puro” ossia una giustizia alla mercé del legislatore che può stravolgerne i contenuti a seconda delle mode e dei capricci del momento. Il concetto stesso di legge che è al di sopra di tutti verrebbe meno, poiché diverrebbe uno strumento manipolabile nelle mani del vincitore di turno alle elezioni.

Inoltre assumere il concetto di “diritto” come arma per affermare qualsiasi tipo ideologia, nel caso specifico di quella gender, produrrebbe quella situazione sociale descritta da Hobbes come homo homini lupus. Con una piccola differenza; Hobbes credeva che tale situazione fosse lo stato naturale dell’uomo e che solo lo stato potesse risolverla attraverso l’assunzione della libertà dei singoli per realizzare il “bene comune”. Nella situazione attuale, invece, sarebbe proprio lo stato a creare una sorta di odio sociale, instaurando un clima di “caccia alle streghe” che evidentemente non corrisponde alla realtà dei fatti. Si vorrebbe creare cioè un carnefice (i cosiddetti “omofobi”) e una vittima (i cosiddetti “LGBT”) al fine di motivare l’urgenza dell’approvazione di una serie di leggi che hanno tutt’altro fine: la distruzione della famiglia. La strumentalizzazione delle morti di alcune povere persone per sostenere la teoria di genere e l’approvazione di leggi liberticide è un’operazione abietta e subdola che tende ad istigare una lotta fra le categorie sociali che nella realtà non sussiste. La tattica è sempre la stessa: assumere dei casi limite, delle isolate manifestazioni di “discriminazione” e “violenza”, se motivate poi da omofobia è tutto da verificare, come pungolo per introdurre una legge univoca. L’eccezione che diviene regola declina così un principio giuridico universale per dei casi particolari che serve non per difendere una categoria discriminata o vittima di violenze, bensì per affermare un principio etico ben preciso: qualunque sorta di aggregazione affettiva può essere famiglia. E’ facile prevederne le conseguenze nefaste: la “cosificazione” dei figli o, per usare un termine coniato dal noto pediatra C. V. Bellieni, la loro “giocattolificazione”. In tal senso i bambini divengono un semplice “diritto”, un qualcosa da ottenere a tutti i costi, un mezzo, e non più un fine in quanto persone. Già il mercato degli uteri in affitto è una triste realtà nei paesi come l’India dove le donne vengono comprate per pochi soldi pur di assicurare la loro disponibilità ad essere delle “macchine produttrici di bambini” per gli “aventi diritto”.

L’ONU utilizza la stessa dicitura adottata in Italia per la proposta di legge Scalfarotto ossia  “discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale”. In definitiva si delinea lo scenario di una legge che nella sua premessa vorrebbe porsi come tutela della libertà d’espressione contro qualsiasi forma di discriminazione ma nella sua prassi la negherebbe a chiunque non si dimostri d’accordo con l’opinione in oggetto, ossia la teoria del gender, o insegni che le ragioni su cui essa è fondata sono contro la morale, il diritto naturale, e la salute psicofisica delle persone con tendenze omosessuali. Tuttavia tale legislazione non spiega la ragione di fondo perché costituiscano aggravanti gli atti di violenza e di discriminazione verso persone con tendenze omosessuali. In tale ottica si viene instaurando una sorta di “categoria protetta”, una sorta di casta con dei privilegi intoccabili e delle tutele di cui gli altri cittadini non godono. Se veramente si vuole reprimere, come è giusto, ogni forma di violenza sarebbe più utile evitare di creare delle categorie di intoccabili, ma combatterla con gli strumenti che la legge fornisce già e diffusamente per tutte le categorie di cittadini. Non cadiamo nell’errore di fare di questa lotta all’omofobia un feticcio senza fermarci a considerare le implicazioni che ogni provvedimento legislativo produce sul piano della convivenza civile. La violenza va stigmatizzata, sempre e dovunque, in maniera univoca per la difesa di ogni essere umano dal più piccolo al più grande senza eccezioni.

martedì 13 agosto 2013

E l'Onu decide: Gay Pride per tutti di Lorenzo Schoepflin - 13-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Ricky Martin, promotore della campagna Onu

E’ partita a fine luglio l’offensiva delle Nazioni Unite in tema di diritti delle persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali). «Free & Equal» («Liberi e uguali») è una campagna pubblica che ha come scopo principale il contrasto di omofobia e transfobia. Alla base dell’impegno dell’Ufficio Onu per i diritti umani c’è l’ ideologia del gender: non a caso, nel documento di 64 pagine che costituisce il vademecum per la campagna, intitolato «Born free and equal», già nel sottotitolo di parla di identità di genere e orientamento sessuale. L’ambizione è quella di condurre una vera e propria campagna educativa prima ancora che politica, come ha affermato Navi Pillay, l’altro commissario Onu per i diritti umani. Ma, inevitabilmente, all’aspetto culturale si associano indicazioni di tipo legale: tra gli strumenti necessari per la lotta alla discriminazione, secondo quanto si afferma nel documento delle Nazioni Unite, ci sarebbe il riconoscimento da parte degli Stati delle coppie dello stesso sesso. La parola «matrimonio» non viene mai usata – ed anzi si sottolinea come il diritto internazionale nell’ambito dei diritti umani non renda obbligatorio varare leggi relative al matrimonio omosessuale – ma contemporaneamente si invita a riservare alle coppie dello stesso sesso il trattamento garantito alle coppie eterosessuali conviventi, attraverso una forma di riconoscimento legale.
Questo dice quanto pericolosa possa rivelarsi l’apertura alle cosiddette «unioni civili» (termine usato anche nel documento), che costituirebbero inevitabilmente il primo passo verso il riconoscimento giuridico del valore pubblico delle coppie gay e il grimaldello col quale scardinare l’impianto della famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Analizzando le conclusioni del documento, datato 2012 ed oggi rilanciato con vigore, non si può fare a meno di notare – ed è lo stesso documento ad affermarlo – che in buona parte lo sforzo globale proposto dall’Onu si sia già concretizzato. Il favore con cui vengono viste leggi ad hoc che introducano reati legati ad omofobia e transfobia si declina oggi in tentativi di approvazione di provvedimenti che minano le fondamenta della libertà religiosa e di pensiero (i lettori della Nuova Bussola Quotidiana sanno bene che tipo di rischi si stiano configurando col testo in discussione al nostro Parlamento).
Il riconoscimento delle coppie omosessuali sta trovando ampio riscontro in molti Stati (come già detto, si pensi ad esempio a quanto accaduto in Francia, le cosiddette unioni civili sono l’anticamera del matrimonio omosessuale). L’auspicio che ai trans sia garantito l’ottenimento di documenti d’identità che rispecchino il loro «genere preferito», in ossequio alla teoria del gender, non è più un miraggio (la Nuova Bussola Quotidiana ha raccontato il caso del Tribunale di Rovereto che ha concesso ad un uomo di iscriversi all’anagrafe come donna senza sottoporsi ad operazione chirurgica). L’implementazione di progetti educativi che riguardino personale scolastico, carceri e operatori sociali è cosa fatta (si ricordi il documento del Dipartimento delle pari opportunità, intitolato “Verso una Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” di cui la Nuova Bussola Quotidiana ha parlato a maggio scorso).
Tra i promotori della campagna dell’Onu c’è il celebre cantante Ricky Martin, che nel 2008 dichiarò la propria omosessualità, dopo aver presentato al mondo i suoi due gemelli, avuti grazie alla maternità surrogata. Nel 2011, intervistato da Vanity Fair, Martin affermò di aver scelto su internet la madre dei propri figli e di aver intenzione di averne un terzo, magari seguendo la strada dell’adozione. Il cantante, ambasciatore dell’Unicef che sul sito dedicato a «Free & Equal» viene presentato come un campione dei diritti dei minori (evidentemente, per Martin e per la stessa Onu, avere una madre non rientra tra questi diritti), nella stessa intervista affermò che il matrimonio omosessuale è questione di «diritti umani». Una scelta non casuale, dunque, quella dell’artista latinoamericano quale testimonial dell’impegno delle Nazioni Unite contro omofobia e transfobia, che appare inequivocabilmente orientata a proporre un ben determinato modello socio-culturale.
Una nota merita anche il quinto capitolo di «Born free and equal», che riguarda la libertà di espressione, associazione e pubblica manifestazione. In tale capitolo, la questione viene analizzata esclusivamente dal punto di vista della «propaganda omosessuale» e della «promozione pubblica dell’omosessualità». Il problema, secondo l’Onu, risiederebbe in quegli Stati che impediscono lo svolgimento di manifestazioni come il Gay Pride ed in generale limitano la libertà degli attivisti gay, basandosi su considerazioni di moralità pubblica. Non si capisce perché l’omosessualità debba essere necessariamente meritevole di «promozione pubblica» – questione ben diversa dalla tutela della dignità di qualsiasi persona, omosessuali compresi – e neppure il motivo per il quale considerazioni circa il normale decoro non si possano applicare alle manifestazioni Lgbt. Ma ciò che desta grandissima preoccupazione è che per l’Onu, mentre si discute di leggi bavaglio come quella italiana e in Francia si schiera la polizia a controllare pacifiche manifestazioni di uomini, donne e bambini, l’unica libertà da garantire sia quella di esibire la propria omosessualità e farne ragione di lobby che pervada ogni angolo della società.  

lunedì 26 novembre 2012


Anche l’Europa vuole chiudere le ruote degli esposti. «Perché? Così salviamo centinaia di bambini»

novembre 26, 2012 Leone Grotti - http://www.tempi.it
La clinica Mangiagalli ha trovato Mario nella moderna “ruota degli esposti” il 7 luglio scorso. La madre l’aveva lasciato nella “baby box” della clinica con due tutine e un biberon di latte. Il bambino oggi sta bene ed è stato adottato. In Europa ci sono centinaia di “baby box” che permettono alle donne che non vogliono o non possono tenere il proprio bambino di non abortire. Ora però l’Unione Europea, di comune accordo con l’Onu, sta facendo pressione sugli Stati per farle abolire.
ONU E UE ALLEATI. Il Comitato sui diritti dei bambini delle Nazioni Unite il mese scorso ha affermato che le baby box vanno abolite perché non fanno il bene dei bambini e non impediscono che vengano abbandonati dalle famiglie. Secondo Maria Herczog, membro ungherese del Comitato, «sono un cattivo messaggio per la società perché violano i diritti dei bambini e anche i diritti dei genitori ad ottenere dallo Stato un aiuto per mantenere le proprie famiglie». Continua: «Invece che combattere la povertà e risolvere i problemi sociali che stanno alla base di queste situazioni, noi diciamo alle persone gente che possono abbandonare così i loro bambini».
«COSÌ SALVIAMO DELLE VITE». Affermando che le moderne ruote degli esposti incoraggerebbero le donne a fare figli senza adeguate cure mediche, Herczog ha dichiarato che oltre a chiedere agli Stati sovrani di farle chiudere, l’Onu sta trattando con il Parlamento europeo per adottare insieme delle misure contro le baby box. Le dichiarazioni di Herczog sono molto controverse perché, come scritto anche in una lettera inviata da politici della Repubblica Ceca all’Onu, le baby box servono a salvare delle vite: «Il loro primo scopo è quello di proteggere il diritto alla vita e ai diritti umani di questi neonati. Diverse centinaia di bambini sono già stati salvati in questo modo».