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mercoledì 6 novembre 2013

Belgio riapre dibattito su eutanasia infantile. «Vogliono eliminare i bambini che non “sanno fare”», Novembre 6, 2013, Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/

Foto: Belgio riapre dibattito su #eutanasia infantile. «Vogliono eliminare i bambini che non "sanno fare"»

Intervista a Alex Schadenberg, direttore della Coalizione per la prevenzione dell'eutanasia
www.tempi.it/belgio-riapre-dibattito-su-eutanasia-infantile-vogliono-eliminare-i-bambini-che-non-sanno-fare

Intervista a Alex Schadenberg, direttore della Coalizione per la prevenzione dell’eutanasia: «Cosa ci stiamo perdendo? L’esserci, l’essere amati, sostenuti, accolti così come siamo»
Alex-Schadenberg-eutanasiaAi bambini deve essere riconosciuto il diritto di morire, come sostengono coloro che in Belgio vogliono legalizzare l’eutanasia dei piccoli e delle persone affette da demenza. «Ma come si fa a chiamare diritto una cosa che un bambino o una persona malata non è nemmeno in grado di chiedere?». Alex Schadenberg (nella foto), direttore esecutivo della Coalizione per la prevenzione dell’eutanasia, spiega a tempi.it che «quello che sta accadendo in Belgio è simile a ciò che è già successo in Olanda».
Si è riaperto il dibatto sulla legge che legalizza l’eutanasia. Ora è permessa sopra i 18 anni, ma c’è chi sostiene che anche un bambino debba potersi autodeterminare.
La strategia è identica ovunque. Anche in Olanda hanno cercato di cambiare la legge per adeguarla a quello che già accadeva: c’erano medici che uccidevano i bambini e che volevano una tutela giuridica. Così, anche se l’eutanasia non è legale sotto i 12 anni, è stato elaborato un protocollo che, di fatto, la permette. Ora in Belgio si è riaperta la discussione per la presenza di dottori che già praticano l’eutanasia infantile e che vogliono una norma per essere protetti.
Non dovrebbero essere puniti dato che la violano?
In una democrazia dovrebbe succedere così, invece lo Stato cerca di coprirli andando contro le sue stesse norme. Non a caso, molti episodi di eutanasia non vengono riportati come tali.
Il protocollo olandese come riesce a giustificare un gesto simile?
Il protocollo serve per uccidere i bambini disabili in generale, per questo parla di porre fine anche alla eventuale sofferenza futura. Significa che se il bimbo è sereno, il genitore può comunque domandare l’eutanasia sulla base di un possibile disagio che verrà. Così si possono uccidere i bambini affetti da demenza o da spina bifida, anche se possono crescere e vivere in maniera serena. Basterebbe un po’ di amore. Invece così non c’è possibilità di salvezza, nemmeno per un bambino con un ritardo mentale che non emerga nella diagnosi prenatale. Significa eliminare tutti coloro che non sono capaci di produrre. È un’idea utilitaristica asfissiante, per cui le persone valgono a seconda delle loro capacità, di quanto “sanno fare”.
Cosa intende?
Così emarginiamo tutto ciò che non è ritenuto un produttore dei valori stabiliti dalla società attuale. Ma attenzione, cosa ci stiamo perdendo? L’esserci, l’essere amati, sostenuti, accolti così come siamo dovrebbe essere un bene insindacabile che tutti possono riconoscere.
E invece?
Questi valori sono stati sostituiti dal business, di cui però non si fa mai apertamente menzione. Anzi, lo si chiama compassione per nasconderne la presenza. Credo che la nostra società, che parla molto di tolleranza, debba rispondere senza ipocrisia a una domanda sul suo ruolo: vogliamo rifiutare i deboli uccidendoli o accoglierli facendoli sentire amati? Perché è questo il vero problema: se vogliamo amare o no.

venerdì 30 marzo 2012


L'inflessibile debolezza delle leggi italiane di Michele Ainis, 30 marzo 2012, http://www.corriere.it

C'è un che di talebano nel nostro modo d'affrontare le questioni. O di qua o di là, senza vie di mezzo. In mezzo c'è solo un campo di battaglia, percorso da furori ideologici, intransigenze, spiriti belluini. Vale per i rapporti di lavoro, come la riforma dell'articolo 18. Per le materie politiche, come la nuova legge elettorale, dove è in corso una sfida all'arma bianca fra seguaci del proporzionale e del maggioritario. Per i temi etici, come il testamento biologico o le nozze gay. Uno vince, l'altro perde.

Il bottino del vincitore è sempre rinfoderato in una legge, tagliente come lama di coltello sulla gola dell'esercito sconfitto.


Da qui norme rifiutate da una buona metà della popolazione, e perciò scarsamente rispettate. Il seme dell'illegalità trova anche in questo il suo terreno di coltura, in un sistema di regole percepite come ingiuste, vessatorie. Da qui, inoltre, un ordinamento punteggiato da miriadi di corpi contundenti, perché le leggi sono troppe, come i combattimenti ingaggiati dai partiti. Da qui infine lo svuotamento della funzione stessa della legge. La democrazia è compromesso, diceva Kelsen. La sua principale istituzione - il Parlamento - serve per l'appunto a favorire il dialogo fra le parti avverse. Sicché ogni legge dovrebbe riflettere questa capacità d'ascolto, di comprensione delle ragioni altrui.
C'è modo di siglare una tregua fra i guerrieri del diritto? Se non sul merito dei singoli provvedimenti normativi, potremmo forse ottenerla rovesciando il metodo, le procedure stabilite dalle leggi. E ponendole al servizio di tre nuove virtù cardinali: flessibilità, provvisorietà, verificabilità. È il caso, per esempio, della correzione dell'articolo 18. Quali argomenti la sorreggono? Rimuovere un ostacolo agli investimenti produttivi, liberalizzare il mercato del lavoro per moltiplicare le assunzioni, dicono i suoi sostenitori. Balle, ribattono i difensori dello status quo: l'articolo 18 non c'entra un fico secco con la piena occupazione. In questi termini non ne usciremo mai, salvo consultare il sindacato degli astrologhi prima di battezzare la riforma. Ma potremmo uscirne fissando una data di scadenza alla nuova disciplina: un anno, meglio due. E chiedendo nel frattempo all'Istat di certificarne gli effetti sulla cifra dei disoccupati. Se diminuiscono, la riforma viene adottata in pianta stabile; altrimenti le lancette dell'orologio tornano all'indietro.

Un'idea bislacca? Mica tanto. Venne in mente a Thomas Jefferson, tra i padri fondatori della democrazia americana. Lui pensava che ogni legge, persino la Carta costituzionale, non dovesse superare 19 anni di durata, lo spazio d'una generazione. E infatti negli Stati Uniti è maturata ormai da tempo un'esperienza di sunset law , ossia un diritto che «tramonta» se l'organo legislativo non lo conferma espressamente. Leggi a termine, che s'accendono e si spengono come un cerino. Dunque leggi sperimentali, peraltro col vantaggio di decongestionare l'ordinamento normativo. In caso contrario le regole anacronistiche rimangono in vigore per tutti i secoli a venire: e i morti afferrano i vivi. Le leggi inutili indeboliscono quelle necessarie, diceva Montesquieu.

Anche in Italia, però, non siamo a digiuno d'esperienze. La legge Golfo-Mosca sulle quote di genere nei consigli d'amministrazione entrerà in vigore a luglio, garantendo alle donne un quinto delle poltrone. Dal 2015 la percentuale diventerà un terzo, nel 2022 la legge esaurirà la sua efficacia. Giusto così: le quote infliggono una deroga al principio d'eguaglianza (formale), e ogni deroga è giocoforza temporanea, altrimenti si trasforma in regola. Sarebbe irragionevole moltiplicare questo modello normativo? Prendiamo il caso della legge elettorale: qui invece serve un po' di stabilità, ma serve al contempo una normativa duttile, flessibile. E quindi: voto di preferenza o liste bloccate? Ciascuna soluzione offre vantaggi e svantaggi. Potremmo allora scegliere il modello danese delle liste variabili, nel quale ogni partito decide il tipo di organizzazione delle liste con cui si presenta agli elettori. Dopo di che gli elettori votano, giudicando contestualmente il metodo applicato dai partiti.

Faremmo molto male a sottovalutare il peso delle forme, delle procedure. Dopotutto il diritto si riduce a questo: è una forma che conforma il nostro vivere comune. Quando non riusciamo a trovare un accordo sulle cose, cerchiamolo almeno sulle regole con cui facciamo le cose.

lunedì 28 novembre 2011


Radio Maria. Diretta Prof.Palmaro del  11 novembre 2011.  Tema: “Incontri con la bioetica.                  Bioetica : male minore e verità”
(trascrizione dalla registrazione)

Cari ascoltatori, buon pomeriggio. Ben ritrovati al nostro consueto appuntamento mensile con la bioetica. Quest’oggi la trasmissione ha come titolo  “Bioetica : male minore e verità”. Perché? Perché ci rendiamo conto da tanti sintomi, da tanti segnali che provengono dalla vita pubblica, dalla vita politica, dai mezzi di comunicazione, che in questi anni è diventata sempre più frequente all’interno della riflessione bioetica teorica, ma direi soprattutto a livello della bioetica pratica, cioè dell’applicazione concreta nella vita di tutti i giorni, di scelte morali nel campo della bioetica, è venuta sempre più in evidenza, mi pare,  una questione, un nodo non del tutto risolto o,  per lo meno, un nodo  risolto in modo come sempre  esemplare dalla dottrina cattolica, dal magistero della Chiesa e, in generale, da chiunque si metta nel solco della dottrina della legge naturale, cioè il problema del cosiddetto ‘male minore’, a fronte invece di un grande stato confusionale che nella prassi si agita intorno a questa categoria del male minore. Perché? Perché c’è un elemento – come dire – storico. Incominciamo da questo dato di realtà,  cioè c’è  un elemento obiettivo che osserviamo nel mondo in cui viviamo, e dal mondo in cui viviamo prendiamo le mosse, proprio perché come sempre il nostro approccio, come quello che caratterizza l’approccio della Chiesa, del cattolicesimo e, quindi, di questa Radio, è un approccio estremamente realistico.
Voi sapete – l’abbiamo detto più volte - che la Chiesa ha  frequentemente rimandato alla figura di Tommaso D’Acquino come vertice della storia della filosofia, del  pensiero filosofico d’impronta cattolica, perché Tommaso D’Acquino, fra le altre cose, è il fautore di una filosofia  che è nota anche come ‘realismo della conoscenza’.
Allora, senza farla troppo lunga e senza complicarci la vita in questioni teoretiche, realismo della conoscenza significa che la vera filosofia – la sana filosofia aristotelico-tomistica – muove dalla realtà, ha a che fare  con la realtà concreta.  Non si immagina un uomo surreale , un uomo che non è mai esistito, ma fa i conti con la realtà concreta.  Quindi, è esattamente il contrario di quell’accusa che talvolta ci sentiamo fare quando difendiamo un principio,  difendiamo un valore non negoziabile, l’accusa di essere fuori dal mondo, fuori dalla realtà, di  fare delle battaglie di retroguardia, di essere gente che non ha i piedi per terra….  quest’accusa  un cattolico la deve respingere al mittente perché nulla è più realistico del Vangelo, nulla è più realistico dell’insegnamento della Chiesa cattolica, nulla è più realistica della morale cristiana. Dunque per realismo intendiamo che ciò che ci viene  proposto, insegnato, dalla Chiesa, dal Vangelo, da Cristo stesso, è realizzabile: il bene è possibile. Il bene che ci viene insegnato, che ci viene proposto e a cui noi tendiamo, pur con tutti  i nostri limiti, i nostri difetti, i nostri peccati, è possibile:  non è qualche cosa di impossibile.
Allora questo bene possibile, è possibile  non soltanto nelle scelte individuali, nella testimonianza personale nella vita del singolo e nel segreto,  nel sacrario della sua coscienza, ma questo bene è possibile anche nella vita dei popoli, anche nella vita delle nazioni, anche  quindi nelle scelte degli stati e dei legislatori. Se questo bene è possibile, allora questo bene anzitutto deve essere conosciuto, deve essere insegnato, deve essere difeso anche quando ci si trovi in una congiuntura storica in cui questo bene non viene praticato, non viene insegnato, non viene difeso.
La bioetica si trova, suo malgrado per così dire,  al centro di questa  contraddizione storica, cioè nella necessità, da un lato di difendere la verità tutta intera, e dall’altro lato,  purtroppo, nella sconfitta pratica derivante dal fatto che la verità viene calpestata,  viene negata, viene taciuta, viene inquinata proprio da una prassi   che è anticristiana, che è contraria alla verità, che è sempre più secolarizzata, eccetera eccetera. Non ci dilunghiamo  su aspetti che caratterizzano la nostra società e che gli ascoltatori di Radio Maria ben conoscono. Dunque, la nostra premessa in sostanza ci dice :  - Parliamo oggi del male minore e del rapporto che il male minore ha con la verità perché  a fronte di questa dialettica, di questa  contraddizione tra il bene che deve essere insegnato, che deve essere praticato, che deve essere difeso, e la società secolarizzata relativista pluralista, che questo bene nega, che questo bene calpesta, che questo bene contrasta… che cosa accade anche all’interno dello stesso pensiero cattolico? Che si avanza, si fa strada, una dottrina vera e propria, una falsa dottrina, che tende a improntare l’azione del cattolico nella società pluralista e, in particolare, l’azione del cattolico in politica, nella prospettiva nella dimensione  riduttiva del male minore.
Detto in parole più semplici, la soluzione che viene sempre più spesso proposta, praticata e teorizzata, rispetto a questa condizione di conflitto  tra la verità che la Chiesa insegna  - badate bene, verità come sempre sotto il profilo della bioetica, che attengono al bene comune, che attengono alla legge naturale; quindi non stiamo parlando delle verità dogmatiche, delle verità de fidae che la Chiesa nella sua Tradizione non ha mai inteso imporre alle coscienze attraverso leggi dello Stato – stiamo parlando invece di quelle verità che hanno a che fare con quelle condotte che comportano l’uccisione, il furto,  la truffa, l’inganno, cioè quelle azioni che sono, oltre che immorali, delittuose perché offendono un bene giuridico fondamentale che può essere la vita, il matrimonio, la proprietà privata…. allora,  dicevo, quando ci si accorge che nella società (ed è successo nella nostra società da alcuni decenni) un bene fondamentale come quello della vita venga messo alla mercè della volontà del singolo dalla legge dello Stato (stiamo parlando della legge 194 del 1978, legge intrinsecamente ingiusta; stiamo parlando della legge 40 del 2004 sulla fecondazione artificiale, legge intrinsecamente ingiusta; stiamo parlando di  una  legge che dovesse approvare la legalizzazione delle volontà anticipate del paziente che contengano elementi di apertura anche strisciante, anche implicita, all’eutanasia (leggi ‘dichiarazioni anticipate di trattamento’)… ecco, di fronte a questo orizzonte,  di fronte a questa realtà che s’impone fattualmente, cioè che è nei fatti per cui non puoi negare che sia così; allora taluni, anche all’interno del mondo cattolico, propongono di risolvere il conflitto di coscienza che ne nasce con la soluzione del cosiddetto “male minore”. 
Cioè, in sostanza, si abbandona – attenzione, cari ascoltatori! -  si abbandona una posizione rispettosa della verità tutta intera e abituata a misurare le categorie morali sotto il profilo del buono e del malvagio, del vero e del falso, quindi attraverso categorie nette, categorie chiare, categorie che non ammettono sfumature almeno dal punto di vista dell’affermazione di un principio generale; ecco, si passa da una visione morale classica, che è quella che ho appena descritto per cui vi sono azioni che sono intrinsecamente inaccettabili sotto il  profilo morale ed eventualmente anche sotto il profilo giuridico,a una visione di tipo proporzionalista. Noi del proporzionalismo nelle nostre trasmissioni abbiamo già parlato, ma alle volte è  necessario ribadire certi concetti:  “Che cosa vuol dire ragionare in termini proporzionalistici?”  Vuol dire ragionare in termini morali che non ammettono più l’esistenza di azioni  cattive in se stesse o buone in se stesse, ma oggettivamente buone o oggettivamente cattive,  non ammette più l’esistenza di assoluti  morali, ma ragiona sempre in termini di proporzione tra il male che una determinata condotta comporta e il bene che si spera di ottenere  da quella stessa condotta, per cui il proporzionalista  è  chiamato così perché opera un bilanciamento proporzionale tra il male che prevede che una certa condotta comporti e il bene che da questa condotta ne può derivare.  Cosa significa questo nel nostro discorso bioetico?  Significa che ragionando secondo questa visione del male minore, il nostro agente (cioè per agente s’intende in chiave morale colui che deve agire  - può essere il politico, può essere il bioeticista,  può essere il moralista, il confessore, il penitente, qualunque essere umano è tenuto a prendere una decisione che ha un’implicazione morale significativa, invece che ragionare secondo le categorie che derivano dalla dottrina classica, quindi dal Decalogo (non rubare, non desiderare la donna d’altri, eccetera, eccetera), comincia a soppesare le azioni mettendo sulla bilancia  pregi e difetti, benefici e danni. Allora, non uccidere?  Bè, sì … non devo uccidere, però… se in quella determinata situazione al male che deriva dall’uccisione posso mettere sull’altro piatto della bilancia  un bene che considero più importante … allora questa azione diventerà buona  (chiave proporzionalistica).
Voi rimarrete certamente sorpresi dall’esito anche drammatico, inquietante, di questo modo di ragionare, però dobbiamo renderci conto che talvolta noi ci facciamo passare sotto il naso – per così dire – dei modi di ragionare di stampo proporzionalista, senza quasi accorgerci, soprattutto quando  lo scenario nel quale si muove il ragionamento, è lo scenario politico. Perché? Perché lo scenario politico è  obiettivamente, generalmente, riconosciuto come uno scenario nel quale le condotte sono determinate da una prospettiva compromissoria.Si dice che la politica è l’arte del possibile, è chiaro allora che lo scenario politico è uno scenario frammentato pluralistico, dove s’incontrano tendenze  posizioni  valori contenuti  principi,  differenti – se non opposti – e, quindi, l’esito dell’atto politico non può che essere un minimo comune denominatore delle diverse componenti che caratterizzano il quadro politico stesso.
Per scendere sul terreno della bioetica, prendiamo un argomento:  “fecondazione artificiale”.   Nel quadro politico e anche nel quadro sociale c’è una pluralità di posizioni che vanno da chi è favorevole a ogni tipo di fecondazione artificiale, , passando attraverso chi è favorevole a qualche ipotesi di fecondazione artificiale, arrivando a chi vuole la fecondazione artificiale ma solo in certi casi e a certe condizioni,  per giungere poi (sperando che ci sia  ancora qualcuno che pensa quello che sto per dire), a chi sia invece contrario a qualunque ipotesi di fecondazione artificiale extracorporea. Data questa varietà di posizioni la politica che cosa può produrre?  Può produrre un compromesso (qualcuno lo definisce onorevole) che  genera ad esempio una legge come quella in vigore in Italia. La legge 40 del 2004 è una legge compromissoria nella quale troviamo qualche elemento di restrizione alla fecondazione artificiale, qualche dichiarazione di tutela giuridica del concepito e  qualche espressione di riconoscimento del valore dell’essere umano fin dal concepimento, accanto alla legittimazione, alla  legalizzazione,  della fecondazione artificiale, che quindi può essere praticata come un vero e proprio diritto dei cittadini italiani.
Allora questo è un esempio di applicazione pratica di questa dottrina del male minore secondo la quale, quindi, le azioni non dovrebbero più essere valutate come buone o cattive, ma come l’azione ‘migliore’ o ‘meno peggiore’ che io posso tenere di fronte a un quadro pratico che non mi lascerebbe delle alternative; cioè non mi permetterebbe nel caso specifico, ad esempio,  di volere una legge integralmente rispettosa del diritto alla vita del concepito.  Allora qui,  intanto, due osservazioni  importanti (il tema ha tanti addentellati, ma noi vogliamo  essere didascalici, non vogliamo mettere troppa carne al fuoco).
Una prima osservazione di carattere morale, cioè spiegare bene come funziona la dottrina del ‘male minore’.  Quella vera,  non questo simulacro che viene utilizzato per legittimare qualunque cosa e ragionare in termini proporzionalistici, dottrina che è incompatibile con la dottrina morale cattolica.
Seconda osservazione invece, di carattere più giuridico,  con riferimento in particolare al citatissimo numero 73  dell’Evangelium Vitae sulle cosiddette leggi  imperfette, categoria di cui abbiamo già parlato, ma che richiederà ancora una specificazione da parte nostra.
Vediamo di affrontare, cari ascoltatori, la prima questione che è quella della definizione più precisa di che cosa sia lecito fare  - che sia bene fare – di fronte alla cosiddetta questione del male minore. Innanzitutto  abbiamo qualche  illustre consiglio di carattere autorevole, lo troviamo ad esempio nella Lettera ai Romani, dove si legge: “Non facciamo il male perché ne venga un bene”.  Qui Paolo stabilisce un principio fondamentale per cui non si può fare un male in vista di ottenerne un bene. Quindi, è sempre da escludere  il ricorso a un mezzo illecito in vista di un  bene. Questa legge aurea e immutabile del diritto della legge naturale ci aiuta a sciogliere agevolmente la gran parte delle questioni bioetiche; desiderare di avere un figlio è in linea generale un bene; il mezzo attraverso il quale lo vogliamo ottenere – se è il ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale – costituisce proprio la violazione di questo precetto, cioè il precetto che dice che non devi fare il male anche in vista di un bene.  Detto in termini più moderni e alludendo al punto di vista dei filosofi eredi di Macchiavelli : “il fine non giustifica il mezzo”.
Quindi, data questa premessa, ci facciamo due domande. “Ma, fra due mali si può scegliere il male minore?”:  1^ questione.  2^ questione: “Ma, si può consigliare qualcuno a percorrere il male minore?”
Cominciamo dalla prima domanda: “Si può scegliere il male minore?”  Allora, se io mi trovo davanti a  due mali, scegliere di compiere il male minore non è mai lecito quando si tratti di due mali ovviamente di tipo morale, cioè quando le due azioni  di fronte alle quali mi trovo comportano entrambe – seppure  con una gradazione magari di gravità diversa – la violazione della legge morale. Quindi, questa è un’altra legge aurea da cui non si scappa.  Posti di fronte a due mali  che siano ciascuno una violazione della legge morale, non è possibile scegliere lecitamente l’uno invece dell’altro appellandosi al fatto che lo si valuta meno grave, meno brutto, dell’altro male. Quindi un male non può diventare bene, non può diventare lecito, soltanto perché comparato a un altro male fa la figura del piccoletto…. dice: “ma, ho fatto un’azione … però è sempre meglio che compiere un’altra azione più grave…”  Quindi,  questa comparazione è chiaro che rimane vera nella valutazione della responsabilità,  della gravità,  di quello che si è fatto,  perché  il male ha una sua gradazione.  Una bugia detta alla mamma non è una falsa testimonianza in Tribunale,   non è un furto con scasso, non è una rapina, eccetera eccetera;  ma …un male non può mai essere trasformato in un bene solo perché  confrontato a qualche cosa  che è  peggiore.
Ora  qui facciamo subito una traslazione sul piano giuridico. Viviamo costantemente immersi in un  flusso informativo, anche talvolta proveniente dal mondo cattolico,  che qualifica come buone delle leggi soltanto perché queste leggi appaiono meno brutte, meno ingiuste, meno sconquassanti,  di altre leggi magari in vigore in un’altra nazione, o di altri progetti di legge  che potrebbero essere approvati in chiave peggiorativa di quella stessa legge.  Allora, a fronte di questa comparazione,  ecco che una legge che è gravemente ingiusta comincia ad essere qualificata come  buona legge;  oppure, con un altro éscamotage dialettico, con l’espressione -  mutuata dall’antilingua -  come ‘legge imperfetta’.  E …pensate che questo grave errore - gravissimo errore -  di qualificazione morale e giuridica di una legge  ingiusta, viene addirittura impugnato da parte di alcuni  per perorare delle leggi ingiuste sostenendo che chi non le appoggia è in errore, è un reprobo, è qualcuno al  quale  bisognerebbe togliere la  possibilità di testimoniare  la verità,  bisognerebbe ridurlo al silenzio.
Ecco, questa prospettiva è una prospettiva evidentemente  completamente inaccettabile , completamente  di rottura rispetto a una ermeneutica della continuità delle prospettive morali, insegnate e praticate dalla dottrina cattolica in duemila anni.  Quindi, che qualcuno possa sostenere  che una legge che permette di produrre embrioni in provetta, di usarne una parte o tutti sapendo che sono destinati quasi sicuramente a morte certa, accettando che a migliaia, a decine di migliaia periscano ogni anno nell’applicazione di quella legge dello Stato, ecco chi sostiene che tutto questo è buono o tutto questo fa parte ed è conseguenza di una legge buona o di una legge da difendere in relazione al fatto che potremmo avere una legge che ne permetta la soppressione di un numero maggiore o che permetta un’applicazione più lassa, più vasta,  più ampia, della fecondazione artificiale… chi dice queste cose sta commettendo un errore concettuale, un errore di valutazione gravissimo – oggettivamente gravissimo – ancorchè questo errore possa avvenire in buona fede, sulla base delle motivazioni più diverse, le  più comprensibili sotto il profilo umano, tuttavia questo giudizio è un giudizio erroneo.
Dove però, ecco,  la valutazione di  comparazione fra una legge ingiusta e una legge peggiore si potrebbe verificare? Si potrebbe verificare – dice il n° 73 dell’ Evangelium Vitae -  quando o vi  fosse già in vigore una legge ingiusta e ci si trovasse nella strettoia parlamentare  della proposizione di una proposta di legge o di emendamenti a una legge precedente,  che tende a migliorarla in modo significativo, in modo rilevante.  Allora a questo punto – dice il n° 73 dell’enciclica  ‘Evangelium Vitae’  di Giovanni Paolo II -  al parlamentare cattolico è consentito, è permesso, di dare il proprio consenso elettorale (di dare il proprio voto) anche a una legge che rimane intrinsecamente ingiusta, ma – attenzione! – con una serie di circostanze, di prescrizioni rigorosissime, che sono :
1°) avere manifestato pubblicamente a tutti che il proprio voto  non va a sostegno di quella legge ingiusta, ma che è motivato solo dalla necessità di ridurre in qualche modo l’ingiustizia anche se quell’ingiustizia non viene eliminata;
2°) che sia stata preventivamente verificata la oggettiva impossibilità pratica, politica,  di abrogare totalmente la legge ingiusta;
3°) che il proprio voto sia determinante , perché se si accertasse che il voto non è determinante, non si deve cooperare.
Quindi, tutto questo che cosa fa capire? Che la prospettiva da cui muoveva, e muove, il Magistero cattolico nella persona autorevole di Giovanni Paolo II, non come teologo, ma nella sua funzione magisteriale di pontefice, la visione non è quella di elevare una legge ingiusta alla categoria di legge buona o di legge imperfetta, ma è quella di lasciare che quella legge venga ancora qualificata come ingiusta, circoscrivendo l’azione del parlamentare  soltanto a un male non scelto ma subito.  Ecco qui, il secondo aspetto che qualifica correttamente  la dottrina del ‘male minore’:  il male minore è qualcosa che può essere subito quando di fatto non ci sia nessuna forma di adesione libera e volontaria di adesione al male stesso.
Ora,  questo tipo di logica è molto chiara, è molto esigente anche – è molto chiara ed è molto esigente -  e permette anche di fare un passo ulteriore nella qualificazione di una legge come legge ingiusta.  Quando pure ci trovassimo nello scenario in cui ritenessimo che una certa legge è meno ingiusta, è meno spregevole di un’altra (quindi facciamo una comparazione), quand’anche ci trovassimo nell’ applicazione rigorosa specifica molto puntuale dei requisiti  che il n°73 dell’ Evangelium Vitae descrive (avete visto che sono requisiti molto stringenti, tutt’altro che approssimativi!)  quand’anche ci trovassimo in questa condizione,  quand’anche quindi si arrivasse ad una azione legittima, lecita, di sostegno di quella parte di variazione, di modifica di una legge,  in senso restrittivo per esempio,  una restrizione della legge 194, una restrizione della legge 40; quand’anche si compisse questo atto politico-giuridico in vista del raggiungimento di questo risultato parziale, noi saremmo forse di fronte – una volta ottenuta l’approvazione di questa legge meno ingiusta (se vogliamo usare questo termine comparativo), ci troveremmo forse in presenza di una legge diventata giusta, di una legge diventata buona,  diventata da difendere, diventata ‘imperfetta’?  Assolutamente no.
Perché la qualifica, eventualmente utilizzabile, di imperfetta rispetto a quella legge è una qualifica temporanea, è una qualifica che vale fintanto  che il gioco dialettico parlamentare che presiede l’approvazione della nuova legge rimane attivo, cioè finchè la discussione è viva , allora noi  possiamo fare una comparazione e, a ragion veduta,  dopo avere dichiarato pubblicamente  che siamo contrari ad ogni ipotesi di fecondazione artificiale…  attenzione,  perché questo oggi chi lo dice pubblicamente?  Chi lo sta ripetendo, oggi,  che non soltanto questo è un problema morale, ma è un problema di violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, quindi un problema che dovrebbe trovare una soluzione giuridica nel divieto di ogni forma di fecondazione artificiale extracorporea!
Bene, una volta chiarito questo, il giorno dopo che viene approvata una legge cosiddetta imperfetta, quella legge cessa di essere imperfetta perché a quel  punto diventa tout-court una legge ingiusta, cioè una legge contro la quale io,  un minuto dopo che è stata approvata,  mi devo schierare. Tant’è vero che -  molti non lo ricordano, quasi nessuno lo dice -   la legge 40 del 2004 sulla fecondazione artificiale contiene un articolo (l’articolo 16) che prevede… che cosa? L’obiezione di coscienza!  Ma guarda un po’… una legge ‘buona’ che prevede la possibilità per i medici e gl’infermieri di fare obiezione di coscienza alle tecniche di fecondazione artificiale! Strano, strano che ci sia l’obiezione di coscienza, potremmo dire… no, non è strano perché le uniche due leggi in vigore in Italia ad oggi che contemplano  (per fortuna, grazie a  Dio!) almeno il diritto all’obiezione di coscienza, ammettendo così implicitamente di essere delle  leggi ingiuste, sono la legge 194 e la legge 40.
Quindi, cari ascoltatori, quello di cui stiamo parlando non è un aspetto per amatori della teologia dogmatica o  della teologia morale, ma è una questione fondamentale perchè è  diventata per molti versi anche una enorme buccia di banana su cui scivolano i cattolici; quella cioè di credere, di insegnare, di dire pubblicamente che la legge sulla fecondazione artificiale è una buona legge, o che il divieto della fecondazione eterologa è un provvedimento che tutela la vita dal concepimento.  Non è vero!!!  Non è vero, perché,  fermo restando che è meglio vietare almeno l’eterologa, fermo restando questo dato, come dire, quasi puerile in termini quantitativi perché si può presumere che in termini quantitativi questo riduca (forse) il numero di fecondazioni artificiali che si fanno; tuttavia rimane vero che la fecondazione artificiale che si fa a norma di legge in Italia  con la fecondazione artificiale omologa comporta una perdita (dicono alcuni),  la morte (dicono altri), la soppressione accettata deliberatamente (dicono altri ancora) della vita umana concepita di molti embrioni.  Molti embrioni vengono consapevolmente sacrificati facendo le tecniche di fecondazione artificiale!!!
Allora tutto questo discorso – uno potrebbe dire “ma sapere questo non cambia il quadro politico… poi soprattutto detto in queste ore che c’è un quadro confuso… molto problematico…”,  ma qui non si tratta di pretendere sic et simpliciter con un po’ anche di faciloneria, di cambiare le cose che non si possono  cambiare, qui si tratta di rendere innanzitutto testimonianza  (…)  prudente, forse in parte opinabile perché  poi  c’è anche nella valutazione dsei testi di legge,  sopratutto delle proposte di legge non ancora approvate, un certo grado di opinabilità; quindi dobbiamo anche dire che bisogna avere una granitica certezza sui principi, poi nella loro applicazione giuridica c’è sempre anche un certo grado di opinabilità derivante dalla complessità tecnica del diritto che va interpretato, che va applicato. Quindi, fatta salva anche questa quota di opinabilità nell’interpretazione di alcuni aspetti normativi, è chiaro che ad esempio la discussione sulla legge in merito alle dichiarazioni anticipate di trattamento è una discussione totalmente aperta all’interno del più sano orientamento cattolico.  Perché aperta?  Perché vi sono fondati dubbi che quel progetto di legge, che ancora non è stato approvato definitivamente dal Parlamento italiano, contenga degli squarci, delle feritoie, delle fessure che permetteranno di peggiorare il quadro giuridico attuale in senso eutanasico.
Ovviamente, su questo poi va riconosciuta una certa qual complessità interpretativa, ma sarebbe veramente inaccettabile qualunque tentativo di soffocare  questo dibattito interno alla migliore tradizione della bioetica cattolica italiana, che mette in luce elementi inquietanti nella proposta normativa che riguarda le dichiarazioni anticipate di trattamento. Quindi, nessuno si permetta, si arroghi il diritto, di intimare a chicchessia di dover sostenere queste proposte, questi disegni di legge simili,  anche perché, tra l’altro, esiste una nutrita letteratura bioetica della migliore tradizione cattolica che ha sempre affermato di non favorire il testamento biologico o di non favorire strumenti che ne siano – seppure sotto specie e sotto denominazioni diverse – la medesima attuazione.  Dichiarazioni anticipate di trattamento e testamento biologico sono infatti due modi diversi di definire uno strumento sostanzialmente identico.  Allora andiamo verso una conclusione della nostra chiacchierata , anche per lasciare spazio a qualche telefonata.
 Le notizie che i mezzi di comunicazione talvolta ci lanciano possono essere dei segnali interessanti di un ripensamento dell’opinione pubblica o delle forze politiche o di personaggi importanti del mondo della comunicazione sul fronte della vita umana. Quindi,  abbiamo avuto in queste settimane  un provvedimento,  una sentenza a livello dell’ Unione  Europea, contro la brevettabilità di ricerche scientifiche, di scoperte scientifiche ottenute con embrioni umani, con il sacrificio di embrioni umani (e questo è un fatto positivo); abbiamo visto e sentito l’amico Giuliano Ferrara – direttore de “Il Foglio” – schierarsi pubblicamente,  nella sua trasmissione televisiva, contro l’aborto procurato, e questo è un fatto positivo; abbiamo sentito anche recentemente una cantante come Laura Pausini  dire pubblicamente: “No, io l’aborto procurato non lo farò mai perchè è una cosa che non si deve fare”.  Questi segnali sono importanti,  sono da valorizzare,  però attenzione a non avere una visione obliterata della realtà, cioè parziale, perché dobbiamo portare questi segnali a confrontarci con la verità tutta intera.
 Quindi, la sentenza della Corte Europea non impedisce la sperimentazione sugli embrioni, quindi non passiamo un messaggio che sia troppo ottimistico; la posizione di Giuliano Ferrara è importantissima,  ma si accompagna a un errore concettuale quando non vuole mettere in discussione la legge che permette l’aborto in Italia. Non si può essere antiabortisti ed essere a favore della 194, anche se poi Ferrara parlandone rivela che in realtà questo è più un atteggiamento tattico che non una posizione di principio, e allora a questo punto lo si può condividere. E così pure è importante dire “io non farò mai quest’azione illecita”, ma è importante anche capire che non si tratta solo di una posizione soggettiva sotto il profilo della coscienza individuale, ma che deve diventare una norma avente valore erga omnes per tutta la collettività, perché è la tutela e la protezione di un bene oggettivo come quello della vita innocente  che non può essere affidato  alla sensibilità della coscienza individuale.
Bene. Abbiamo capito insomma,  cari ascoltatori, che non dobbiamo imboccare scorciatoie che in  nome del male minore ci facciano diventare cooperatori di leggi ingiuste, di consigli ingiusti alle persone, di soluzioni  compromissorie nelle quali ci illudiamo di salvare capre e cavoli, magari facendo qualcosa di sbagliato, di cattivo, ma un po’ meno cattivo e sbagliato di un’altra azione che presenta aspetti ancora più problematici. Bene, lasciamo ora spazio alle vostre domande in argomento con quanto abbiamo appena detto.
Domande degli ascoltatori
D.-  Mi chiamo Alessandra e telefono da Milano. Volevo dire: “Come possiamo opporci  a questa marea…. È come un’onda che ci sommerge… a volte si teme di non riuscire ad opporsi perché si infiltra nelle menti, è proprio una cosa tremenda, ecco …
R.- Grazie. Capisco perfettamente il sentimento anche psicologico alle volte come di soccombere di fronte a una marea montante che è resa ancora più impressionante, da un lato dal fatto che c’è una insensibilità morale, una leggerezza, una superficialità, una ignoranza anche proprio crassa,  in questa materia da parte della società in cui viviamo; della quale però alle volte, ecco io stesso mi sento un  po’ responsabile e mi chiedo quanto di questo disastro etico che si accompagna alla società in cui viviamo non dipende da ciascuno di noi, non solo non tanto per l’incoerenza di vita… per i difetti che abbiamo che in qualche modo sono sempre stati presenti nella vita della chiesa,  nel fatto  che la chiesa  è la comunità dei peccatori alla fine;  ma anche nella paura, nella codardia, nella confusione, nell’assenza di amore alla dottrina della chiesa, alla dottrina morale  che noi manifestiamo; quanto noi abbiamo sulla coscienza il disorientamento di tante persone che non sono cattive, ma che semplicemente non sanno, non sono state nemmeno  mai avvertite che quello che stanno facendo, che vogliono  fare,  è un male e che magari –  avvertite con carità – possono anche cambiare la loro determinazione.  Quindi, questa è la prima cosa:  vedere in questo apostolato della verità così ingrato una grande opportunità di fare il bene. Certo, l’elemento più scoraggiante alle volte è accorgersi che queste incomprensioni,  che sconfinano alle volte nell’ostilità, non vengono dall’esterno, ma dall’interno del mondo cattolico, come dicevo prima da bioeticista posso testimoniare,  posso documentare, anche questo smarrimento talvolta che ci colpisce  nel vedere che la  confusione è dentro le mura, non è fuori delle mura, e che talvolta si viene anche ripresi, si viene in qualche modo perseguitati se si resta aggrappati, non al nostro ego, alla nostra supponenza personale,  ma alla grandezza di una dottrina che certamente ci sovrasta, è più importante di noi, non è nelle nostre possibilità cambiarla.  Purtroppo gli interessi politici, le ambizioni personali sono delle tentazioni terribili -  che Tolkien ha rappresentato bene con la metafora dell’anello -  e queste ambizioni alle volte poi fanno usare in maniera strumentale della falsa dottrina per diffondere l’errore.  Però noi non dobbiamo arrenderci, dobbiamo essere sereni e stare  saldi nella consapevolezza che questa non è una battaglia nostra, ma che facciamo a maggior gloria di Dio.
D.- Io mi chiamo Anna e telefono da Torino.  In parte lei ha già risposto al cruccio che volevo esporle. Perché  purtroppo ecco io essendo  un sessuologo clinico (?) cattolico,  da trent’anni  io trovo molto duro lavorare, però il problema è che il grosso cruccio è correlato al fatto che quotidianamente io incontro coppie, incontro persone che sono veramente disinformate  perché probabilmente,  lei lo sa, che il dio denaro conviene a qualcuno,  però quante volte io facendo un’analisi spiego che cos’è e perché  non sono d’accordo sulla fecondazione perché professionalmente  eticamente io penso di poter esporre il mio credo;  quando parlo di contraccezione è peggio ancora…perché quando dico: “Lei ha già subito aborti spontanei o provocati?” “No, mai, niente”  “E qual è il suo tipo di contraccezione?”  “Ah, io uso la spirale da 20 anni”  allora io comincio a dire: “Allora contiamo in tutti i mesi di questi  20 anni quanti aborti ha fatto” ,  lo sa che c’è gente che si mette a piangere? Perché è veramente vergognoso da parte nostra, a volte io chiedo perché le persone – anche se non sono cattoliche -  perché non spiegano alla donna che si sta distruggendo, non solo dal punto di vista etico e morale, ma anche dal punto di vista fisico?  Perché comunque trattare degli organi  come fossero carta straccia… poi vediamo le coppie di 35 anni che vanno a fare fecondazioni su fecondazioni perché hanno sulle spalle 10 anni di estroprogestinici… 10 anni di spirale… sinceramente sono coppie che mi fanno pena, ma nessuno le ha avvisate prima, ecco… però lei nella sua risposta di prima ha già sottolineato questo grosso problema, che  probabilmente è la nostra categoria che sbaglia.
R.- Grazie perché  la telefonata è interessantissima e anche molto confortante  perché dimostra a tutti gli ascoltatori che ci sono dei professionisti che riescono a coniugare in modo molto naturale la professionalità con la coscienza retta e lei lo fa e questa testimonianza è grande. Però la cosa più forte è proprio la testimonianza del valore della verità e del valore di  conversione della verità perché tante volte la coscienza è una coscienza malformata, è una coscienza ignara, e questo dipende anche da una concezione della pastorale deforme, distorta, obbrobriosa, nel senso che talvolta si ritiene che pastoralità si coniughi con menzogna, cioè con il non dire come stanno le cose perché sennò  poi i fedeli hanno dei  malesseri di coscienza,  hanno dei rimorsi, come se il rimorso fosse una maledizione… il rimorso è una benedizione.  Noi  dobbiamo invocare di conservare  una coscienza che abbia la capacità di rimordere quando facciamo qualcosa di male, per cui ci vuole tanta serenità e anche tanto coraggio – purtroppo, devo dire, oggi -  nel testimoniare la verità tutta intera serenamente … non cambierò il mondo, non cambierò le leggi,  non entrerò in  Parlamento, non diventerò presidente di qualche organismo cattolico che conta… non importa, non sono stato messo in questo mondo per questo scopo, per questo obiettivo…. ci mancherebbe!  Siamo stati messi in questa vita per amare ed essere amati, accogliere ed essere accolti,  nella verità. Quindi è questa missione quella che ci deve caratterizzare senza inseguire facili consensi; sappiamo che i facili consensi si accompagnano spesso alla menzogna.
D.- Sono Michela da Bergamo.  Io ho un grosso conflitto. Essendo una persona che lavora nel campo sanitario mi sono  trovata in maniera concreta in quest’ultimo mese a lavorare con queste donne che accedono alla fecondazione artificiale e di conseguenza  è venuto fuori che io sono un’obiettrice e mi sto chiedendo proprio come sanitaria che cosa posso fare, nel senso:  vado via da questo posto, intendo dire, perché viene comunque – come diceva la sessuologa forse in maniera corretta -  dal punto di vista sanitario viene comunque esposta la legge 40 ognuno a proprio piacimento e  quindi, giustamente, chi fa quel lavoro spinge  sul fatto di farlo e io mi ritrovo comunque di  mezzo perché, essendo comunque un’operatrice,  mi trovo proprio in una posizione per cui potrei fare qualcosa in senso migliorativo nel senso di esporre la mia obiezione davanti alla donna, oppure questa  cosa potrebbe non essermi concessa e allora di fronte a questo bivio dovrei fare una scelta.  Fermo restando che come obiettrice devo – purtroppo (fra virgolette) -  comunque garantire assistenza. Io non sono direttamente implicata nella procedura, ma nell’assistenza.  E’ una domanda che mi sto facendo… non so se lei può darmi un consiglio.
R.-  Molto volentieri, sulla base delle informazioni che lei mi ha dato.  Nell’ordine. Intanto è molto positivo che ci si ponga  interrogativi morali di questo genere, quindi teniamo deste queste remore di carattere morale e non adagiamoci in atteggiamenti autoassolutori che talvolta ci provengono anche dall’interno del mondo cattolico, e magari qualche volta (Dio non voglia!) anche dagli stessi confessori che -  magari per mettere tranquilla la coscienza -  dicono: “Non ti preoccupare!”  Invece di queste cose bisogna preoccuparsi, eccome!  Lei  ha ragione Michela, perché in sintesi il succo è questo. Si tratta di una pratica – quella della fecondazione artificiale -  che ha numerose ragioni di illiceità morale che non stiamo a ripetere per l’ennesima volta perché di questo lei è già ultraconvinta.  A questo punto ci troviamo – 2° elemento -  in una situazione agevole perché la legge permette di fare obiezione di coscienza e ho capito che lei ha fatto questo atto. Quindi  benissimo!  Terzo. L’obiezione va difesa un po’ con i denti perché bisogna cercare in tutti i modi di ottenere di non cooperare,né in modo formale, né in modo materiale a queste tecniche; quindi direi senz’altro nulla a che vedere con tutti i passaggi e le procedure (mi pare che anche sotto questo profilo lei ci tranquillizzi che  questo le viene consentito). Qualche remora  è che c’è una qualche forma di  contatto con le persone interessate alla procedura. Allora io devo dire come regola generale che l’indicazione a mio modo da seguire è di dare priorità all’obiezione rispetto al possibile bene sperato che si potrebbe fare rimanendo nella procedura. Questo lo dico sempre anche riferito alla presenza nei consultori e in generale negli ambienti dove si processa (nel senso dove si segue la procedura) per l’applicazione della 194. Quindi la tesi secondo la quale è meglio restare dentro perchè restando dentro si può fare dissuasione, è una nobile aspirazione che però si scontra con il fatto che restare dentro implica anche cooperare alla realizzazione ( nel caso dell’aborto all’aborto, nel caso della fecondazione artificiale alla fecondazione artificiale). Quindi, tutto quello che implica una qualche forma di coinvolgimento deve essere evitato. Se poi, senza che questo accada, si ha occasione d’incrociare, d’incontrare, delle donne che si stanno  avviando alla fecondazione artificiale…bè questo potrà essere anche un modo, nella maniera che uno in coscienza ritiene migliore, di fare opera di dissuasione.
D.-  Sono Evelin dalla provincia di Firenze. Io sono contrarissima alla fecondazione artificiale pur essendo stata lontana dalla fede per anni.  Volevo dire: come mai però si promuove così poco la cultura dell’adozione?  (…)
R.- Sì, mi sembra sempre opportuna anche quest’apertura al tema della paternità e maternità diversa, ma non meno importante né meno vera della paternità e maternità biologica. Lei ha già anche risposto da sola  al fatto che è importante che questa apertura all’adozione non sia vissuta in chiave  egoistica, cioè come acquisto in qualche modo di un figlio che deve servire a porre fine alle sofferenze, al dispiacere di non riuscire (è una sofferenza reale, certamente!) a non riuscire ad avere un figlio per via naturale. Quindi è chiaro che è un equilibrio anche delicato della coscienza, che si può comunque  perseguire. Quindi l’adozione è certamente una delle strade (io direi non l’unica) con la quale si può dare una risposta alle coppie che desiderano avere figli e che purtroppo non riescono a soddisfare in modo lecito questo desiderio.
Bene, cari ascoltatori, siamo giunti al termine della nostra trasmissione mensile.  Anche oggi abbiamo ascoltato tante cose interessanti dalle vostre telefonate, tante cose anche avreste voluto dire ma speriamo che sarete più fortunati nelle prossime occasioni;  un ringraziamento a tutti gli ascoltatori, un saluto e a risentirci – a Dio piacendo -  alla prossima puntata.  Grazie e buon proseguimento con i programmi di Radio Maria.


(trascrizione dalla registrazione, non rivista dall’autore)

sabato 1 ottobre 2011


Quando gli interessi economici invadono il campo etico - Il positivismo miope di Carlo Bellieni, © L'Osservatore Romano 1 ottobre 2011

«La fecondazione in vitro (Fiv) ha strette regole, che lasciano le donne fisicamente ed emotivamente esauste. Alienate e frustrate, molte si rivolgono ai forum su internet per cercare informazione e supporto». È quanto scrive l’ultimo numero della rivista scientifica «HEC Forum», analizzando i forum in rete di donne olandesi e greche, che spesso non sanno capacitarsi di come quello che era stato prospettato come una panacea, si traduca talora in tanta ansia e stress. Poca informazione, troppa superficialità nell’accedere alla Fiv? È probabile, perché la rivista «Current Opinion in Obstetrics and Gynecology» aggiunge un altro dato spesso sottaciuto: gli studi mostrano un 30-40 per cento di aumento di malformazioni tra i bambini nati da Fiv rispetto agli altri, forse per la tecnica o per le malattie dei genitori, comunque un dato allarmante che dovrebbe far riflettere piuttosto che procedere spediti come si usa spesso fare.

La scienza analizza le conseguenze della fecondazione in vitro, e delle novità mediche che hanno attinenza col rispetto della vita umana; e i dati su rischi e limiti di tante sbandierate «conquiste» sono chiari e spesso preoccupanti: come quando si mostra che l’aborto farmacologico, il cosiddetto «aborto dolce», a detta delle donne intervistate dagli studiosi provoca più dolore di quello chirurgico; o come quando si raccontano i rischi di danni mentali provocati dalle droghe «leggere», tanto blandite e credute da troppi innocue.

Perché tanta fretta nell’introdurre certe «novità etiche»? Se lo chiede ad esempio l’epidemiologa Carine Vassy, che racconta dati alla mano su «Trends in Biotechnology» come sia stato facile fare entrare la diagnosi prenatale genetica nella prassi delle donne francesi, e come, più che la loro richiesta, abbia contato la forza del mercato. E la rivista «Death Studies» mostra come sarebbe economicamente vantaggioso (un risparmio di circa 5 miliardi di dollari l’anno) per gli Stati lasciar imboccare le scorciatoie di fine vita piuttosto che pensare a riabilitazione e solidarietà.

Già, il fine vita: «Quando la medicina diviene più un affare di soldi che di cure alle persone malate, l’accompagnamento al fine vita non è più un valore (…) ed è per questo che la cultura delle cure palliative non riesce a svilupparsi» riporta la «Revue Médicale Suisse» nell’articolo Nuove frontiere della morte e del denaro. Anche la tanto pubblicizzata liberalizzazione delle droghe ha dei risvolti economici, e questi non coincidono solo con il mercato illecito, dato che già in Paesi come la Francia e la California si progetta di rimpinguare le casse statali con i proventi della tassazione della cannabis. Nell’epoca in cui si predica che ogni vizio è lecito, sono le leggi del guadagno — e non certo la libera scelta — a farla da padroni nel controllare le dipendenze dal gioco, dal porno, dalla droga, come due psichiatri francesi ben illustrano nel libro Il desiderio ammalato.

Fretta e interessi economici: una non rassicurante chiave di lettura di alcune novità in campo bioetico. Ormai certe pratiche sono routine, digerite, assorbite e soprattutto «normalizzate» anche tra molti credenti, medici e non medici; il positivismo – nella forma dell’utilitarismo — sembra prevalere. È un positivismo miope; proprio quello contro cui il Papa ha messo in guardia nel discorso al Bundestag il 22 settembre: «Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente(…), essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità».

Ma se in campo di sospensione delle cure vitali, di diagnosi prenatale e di manipolazione della vita molti cristiani non sentono più né l’ingiustizia morale, né i richiami dei dati scientifici, un supporto viene invece dalla scienza che studia quei fenomeni senza censurarne le conseguenze. È un richiamo a collaborare nell’interesse della verità sull’uomo, pur partendo da culture e presupposti diversi. «Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura», ha aggiunto Benedetto XVI al Bundestag. E con la parola «tutti» si riferiva alla parte sensibile del mondo laico e dei credenti, pronta ad attivarsi attorno all’ecologia della natura ma anche all’ «ecologia dell’uomo», come il Papa ha voluto esprimersi. La scienza, laddove è introduzione alla realtà e alla sua legge, è un ottimo terreno d’incontro.

domenica 24 luglio 2011

Rebecca e Lucia fra dubbi e certezze di Tommaso Scandroglio, 22-07-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Lucia e Rebecca hanno un cuore solo. Un cuore solo e fegato e intestino fusi insieme. Due persone in un corpo solo. La vicenda delle piccole gemelline siamesi nate qualche giorno fa all’ospdale Sant’Orsola di Bologna ha suscitato non solo profonda commozione tra medici, operatori sanitari e gente comune, ma anche complicati dilemmi etici. Che fare? Intervenire per dividerle oppure lasciarle unite finché morte - è proprio il caso di dirlo - non le separi?

Un rebus ma che forse si può risolvere. Il caso è complesso e qui vogliamo solo offrire qualche criterio di giudizio senza la pretesa di fornire una risposta a quesiti prima accennati che potesse fregiarsi del crisma della verità. Avviciniamoci ora al caso delle due gemelline per gradi, illustrando vari scenari possibili e le relative soluzioni eticamente percorribili.

Separare non separare. Prima ipotesi: con la separazione c’è certezza o buone probabilità che entrambe possano vivere. In questo caso non ci sarebbero dubbi sulla liceità dell’intervento. Caso opposto: se vengono separate ci sarebbe la certezza o l’alta probabilità che entrambe muoiano, ma se rimangono unite invece potranno vivere a lungo. Tale eventualità obbligherebbe a non intervenire per la separazione. Terzo caso: sia la separazione che la non separazione porterà alla morte. Di fronte a questo scenario l’unica strada percorribile sarebbe quella dell’astensione da ogni intervento e del doveroso accompagnamento alla morte delle gemelline che insieme sono nate e insieme si spegneranno. Nessuno di questi tre casi interessa la vicenda di cui ci stiamo occupando.

O muoiono entrambe o una si salva. Il caso di Lucia e Rebecca non entra negli esempi prima esposti. Infatti se operate al fine di dividerle una morirà ma l’altra con il 20% di possibilità potrà salvarsi. La soluzione poi di lasciarle unite porterà alla morte addirittura di entrambe: un solo cuore, persino malformato, sta facendo infatti il lavoro di due cuori. Dunque che fare? Risposta: è doveroso sotto il profilo morale tentare l’intervento di separazione anche se, con certezza, una delle due gemelline morirà.

Perché è moralmente lecita questa decisione? A motivo del principio del duplice effetto il quale interessa quelle azioni che producono uno o più effetti positivi ed uno o più effetti negativi. In questo caso abbiamo un atto (l’operazione) che potrà produrre un effetto positivo (la salvezza di una delle gemelline) e un effetto negativo (la morte dell’altra). L’azione è lecita se si rispettano tutti e cinque i criteri previsti dal principio del duplice effetto che qui di seguito andremo ad illustrare.

Primo: l’atto deve essere in sé neutro o moralmente buono. Operare è un atto di per sé neutro e diventa moralmente buono se compiuto - e questo accade nella generalità dei casi (ma non per l’aborto ad esempio) - con l’intenzione di curare una persona o salvarle la vita. Nel caso di specie si interviene con lo scopo di salvare almeno una delle piccole, quindi l’atto di per sé è buono.

Secondo: l’effetto negativo non deve essere ricercato direttamente ma deve essere sopportato come conseguenza non voluta dell’azione principale. Il medico agirà correttamente sotto il profilo etico non se vorrà far morire una per salvare l’altra, ma se vorrà salvare l’una sopportando l’effetto certo della morte dell’altra. Io medico cerco direttamente l’effetto salvezza di una delle due e tollero l’effetto indiretto da me non voluto della morte dell’altra. Quindi durante l’intervento, e non sono sottigliezze tecniche ma motivazioni etiche grandi come montagne, non si dovrà direttamente e concretamente uccidere una delle due bambine al fine di salvare l’altra, ma ricercare la sopravvivenza dell’una tollerando così che l’altra muoia.

Terzo: l’effetto negativo non deve essere strumentale al prodursi dell’effetto positivo. Qui occorre far attenzione: non sarà la morte di una delle due gemelline a produrre come esito la salvezza dell’altra. Concretamente infatti questo effetto positivo sarà causato dall’ “assegnazione” degli organi vitali e non ad una di loro, e non sarà causato dal decesso della sorellina.

Quarto: equipollenza dei beni in gioco. L’intervento è lecito anche perché sul piatto della bilancia si mette la vita/la morte di una delle bimbe e sull’altro piatto la vita/la morte dell’altra. I beni sono di pari valore. Per ipotesi contraria facciamo il caso di due siamesi che vengono divisi ben sapendo che uno di loro morirà: si decide per l’intervento non perché c’è rischio di morte per uno dei due o di entrambi, ma solo per permettere al più fortunato di vivere autonomamente. In questo caso il bene della vita viene barattato con il bene della privacy, di valore assai minore.

Quinto criterio: stato di necessità. L’intervento che provocherà la morte di una della due deve essere l’extrema ratio, l’ultima spiaggia. Se ci fossero altre soluzioni affinchè le due piccole possano vivere occorre prima percorrere quelle soluzioni. Ad esempio: possibilità di trapiantare in una tutti gli organi che sono andati alla sorellina. Oppure dividersi gli organi e così anche i trapianti. Ma più che opzioni reali sono fantasticherie teoriche queste e quindi non sono soluzioni spendibili per il nostro caso. Nella vicenda che interessa Lucia e Rebecca invece si è costretti a tale intervento perché o entrambe moriranno oppure una delle due grazie all’operazione vivrà. Se, come accennato prima, ci fosse la possibilità che entrambe possano vivere seppur non divise allora si dovrà optare per la non separazione, cioè, ribaltando il punto di visuale, non ci sarebbe la necessità dell’intervento chirurgico.

Quale tra le due? Quindi è lecito intervenire chirurgicamente per la separazione anche se questo provocherà la morte di una delle due. Ma ecco il dilemma forse più scottante e terribile: tra Rebecca e Lucia quale far sopravvivere? La soluzione che, sempre per via ipotetica e con molta prudenza, ci pare di suggerire è quella di far vivere la gemellina che, stante il suo quadro clinico, ha più chances di sopravvivenza. Tale soluzione è il tema più dibattuto in questi giorni dai bioeticisti. Si sostiene che non si può scegliere a priori, a tavolino chi deve sopravvivere e chi no. Si deve operare nell’intento di salvarle entrambe. Vero è che si dovrebbe operare con il fine di salvarle entrambe ma, in questo caso, i fatti cancellano questa opzione e rimane in piedi solo l’ipotesi di poterne salvare una. È come decidere che oggi deve essere una bella giornata di sole: ma se piove non c’è intenzione che tenga per fermare la pioggia. In realtà non è il medico che come un novello Hitler farà vivere la più forte, bensì è il già ricordato stato di necessità che deciderà per noi.

Allora non è il medico che in modo utilitarista sceglie di far vivere Rebecca a posto di Lucia o viceversa, ma è la condizione fattuale, le circostanze non volute da nessuno che spingeranno per forza maggiore a limitare i danni per quello che è possibile, cioè a perseguire il maggior bene possibile in quel frangente. E se quel frangente mi dice che Lucia ha più possibilità di sopravvivere allora tenterò di strappare alla morte almeno lei, perché questo è il maggior risultato possibile, perché devo perseguire quello scenario che mi promette il miglior esito della vicenda rebus sic stantibus. Qui l’utilitarismo c’entra poco perché i proporzionalisti per uno sperabile e futuro risultato positivo sono disposti a commettere anche azioni intrinsecamente malvagie. E nel caso presente non vi sono atti di per se stessi cattivi.

Il caso dei due alpinisti. Questa cruda realtà la si apprende sui banchi delle facoltà di giurisprudenza quando si spiega lo stato di necessità in diritto penale. Mario e Giacomo stanno compiendo una scalata e sono legati tra loro con una fune. Mario è in testa, Giacomo qualche metro sotto. Ad un certo punto Giacomo sviene, cade nel vuoto ma non si sfracella a terra perché trattenuto dalla fune legata al compagno Mario. Giacomo quindi penzola nel vuoto. Mario non ha la forza di trarlo a sé e sente che tra pochi attimi Giacomo lo trascinerà giù con il suo peso. Che fare? In questo caso è lecito che Mario tagli la fune. Mario non sceglie di far morire il compagno di cordata Giacomo, sceglie di far vivere se stesso, difendendosi dal pericolo di morte che è stato provocato dalla perdita dei sensi di Giacomo tramite il taglio della fune che lo lega a questi. È costretto a tagliare la fune, non opta di tagliarla (la scelta è tale solo se praticata in piena libertà). Mario salva se stesso perché non può fare altrimenti e perché è quello che ha più possibilità di salvarsi (il gesto di tagliare la corda non è esente da pericoli per lo stesso Mario): il destino di Giacomo in un modo o nell’altro invece è già segnato. Così per il caso delle gemelline siamesi: i medici non sceglieranno di salvare una vita piuttosto che un’altra, ma saranno costretti dalle circostanze a prediligere chi ha più possibilità di salvarsi. Il quadro clinico tragico delle due gemelle è lo svenimento dell’esempio di prima.

La vicenda comunque è complessa e ci rammenta quello che diceva Tommaso D’Aquino sulla morale, la quale è certa nei suoi principi generalissimi, ma diventa per il minuscolo intelletto dell’uomo - ma mai ovviamente per l’infinita sapienza di Dio - sempre più oscura quanto più questi principi si applicano ai casi concreti.

giovedì 30 giugno 2011

Scienziati, attenti: non diventate stregoni di Giorgio Israel, mercoledì 29 giugno 2011, © IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

Un polemico saggio a quattro mani di un medico e di un biologo contro la tecnologia che stravolge la natura La conoscenza non va misurata sulla capacità di modificare il mondo ma sulla volontà di capire la sua bellezza
Parlare di scienza in modo libero, anche avanzando critiche a certi aspetti della ricerca contemporanea, è diventato oggi sempre più difficile e persino pericoloso: quasi certamente s’incorrerà nell’accusa di essere nemici della scienza e della ragione e di appartenere alla congrega dei mistici e delle fattucchiere.
Tanto più è importante che una visione critica venga proposta da due scienziati militanti come Alessandro Giuliani (ricercatore all’Istituto Superiore di Sanità) e Carlo Modonesi (specialista in biodiversità ed evoluzione), autori di Scienza della natura e stregoni di passaggio (Jaca Book, 2011, euro12), un libro ispirato da un autentico amore per la scienza e che intende difendere quel che viene definita la «scienza bella» contro la «scienza brutta», di cui si da subito un esempio in apertura con la cosiddetta «creazione della vita artificiale» da parte di Craig Venter. Di fatto, quest’ultima impresa fornisce l’esempio della scienza più «brutta» di tutte, in quanto pur realizzando un avanzamento nelle pratiche biotecnologiche non ha portato nulla «in termini di nuove conoscenze» e «in termini di nuove spiegazioni dei fenomeni naturali». Questa valutazione delle manipolazioni di Venter fa subito capire che gli autori difendono a spada tratta un’idea di scienza come conoscenza, contro la moda della «scienza-manipolazione», e affermano con forza il principio che, senza avanzamento nella comprensione dei processi naturali, e quindi senza ricerca di base, non ha senso parlare di scienza.
Tanto sono saldi in questa convinzione che non hanno timore di prendersela con un mostro sacro come Francesco Bacone, cui rimproverano il motto «scientia est potentia» all’origine di una visione empirista e utilitaristica, cui si contrappone l’affermazione di Henri Poincaré secondo cui «lo scienziato non studia la natura perché è utile, ma perché ne prova piacere e ne prova piacere perché è bella. Se la natura non fosse bella, non varrebbe la pena studiarla e la vita non varrebbe la pena di essere vissuta».
Va precisato che quando gli autori parlano di «bellezza» non intendono affatto qualcosa di fumoso e vago. Non si tratta di una sorta di richiamo sentimentale ed estetizzante. Al contrario, essi si sforzano di enucleare dei criteri precisi dell’idea di «bellezza» e gran parte del libro è dedicato a illustrarli con esempi. In tal modo, essi si collocano in un filone ben definito della scienza che con il riferimento al criterio estetico allude a un preciso equilibrio metodologico. Ad esempio, il celebre scienziato John von Neumann, individuava il criterio «estetico» nella formulazione di un modello matematico nell’esigenza che «in relazione con la quantità di informazione che fornisce debba essere piuttosto semplice». Una rappresentazione molto semplice può essere chiara ma troppo povera, una rappresentazione molto ricca e articolata può essere più aderente alla realtà ma troppo complicata e quindi inutilizzabile. Giuliani e Modonesi qualificano come modi di fare «brutta scienza» l’adesione dogmatica a certi «ismi», come il determinismo, il riduzionismo o la recente moda di proporre teorie della complessità tanto verbose quanto inconcludenti. Un altro modo di fare «brutta» scienza è di farsi dominare dall’ossessione di andare alla ricerca del sempre più piccolo, sempre «oltre», verso la spiegazione «ultima». Viene in mente la celebre annotazione con cui Pascal si proponeva di «scrivere contro coloro che si addentrano troppo nelle scienze». Erwin Chargaff la commentava (nel suo Mistero impenetrabile) osservando ironicamente che «la profondità di per sé non presenta alcun vantaggio, a meno che non abbia sotto di sé un fondo» e che il rischio è di «dimenticare alla fine le domande cui questa spedizione interminabile avrebbe dovuto dare risposta».
Come si è detto, il libro propone un gran numero di esempi di scienza «bella» e «brutta». Non possiamo certo farne un elenco sostituendoci alla lettura, ma vogliamo citare in particolare la «scienza del destino» e cioè l’ossessione di ricondurre ogni evento della nostra vita materiale e mentale a fatti genetici e quindi a un determinismo genetico stretto che, come osservano gli autori, non ha alcun fondamento scientifico serio, essendo «il problema della causalità biologica un affare tutt’altro che semplice e risolto». Sta di fatto che su questo rozzo determinismo - diciamo pure fatalismo - cresce una tecnoscienza ispirata al mito del controllo totale del destino dell’uomo e del mondo. La smania del controllo totale della natura - e, aggiungiamo, sempre più anche del pensiero dell’uomo - è «foriera di disastri», come hanno dimostrato i totalitarismi ispirati rispettivamente alle idee della rigenerazione razziale dell’umanità e della sua rigenerazione sociale.
Oggi, ammoniscono gli autori, il rischio totalitario si presenta in modo «infinitamente più subdolo», «in quanto si maschera del suo esatto contrario - un mondo di infinite libertà e possibilità senza alcun limite - che però, a conti fatti, si trasforma in feroce individualismo e in controllo spietato della debordante tristezza attraverso il consumo di merci, di antidepressivi e di altre false panacee».
Perciò, la «brutta» scienza non rischia soltanto di distruggere la scienza propriamente detta lasciando sulla terra bruciata soltanto pratiche manipolative prive di orientamento e finalità, se non quella di affermare con un vero delirio di potenza che la natura «fatta male» debba essere rifatta daccapo, ma ci consegna la prospettiva di un mondo privo di valori autenticamente umani.



sabato 21 maggio 2011

"The New York Review of Books" boccia Sam Harris - Anche il pensiero laico ha bisogno di verità morali oggettive di GIULIA GALEOTTI  (©L'Osservatore Romano 21 maggio 2011)

"C'era una volta una scienza popolare il cui fine era quello di spiegare al grande pubblico i risultati scientifici. Era uno sforzo nobile che assolveva a un'utile funzione. Altrimenti, come avrebbero fatto i non addetti ai lavori a comprendere la portata delle scoperte dei fisici, dei chimici e dei biologi? Recentemente, però, è comparso un nuovo genere di scienza popolare, un genere che ha spostato la sua ottica dal passato al futuro. Questi nuovi libri non si concentrano sulle grandi cose che la scienza ha fatto, ma su quelle che farà".
Così inizia la recensione all'ultimo saggio di Sam Harris, The Moral Landscape: How Science Can Determine Human Values (New York, Free Press, 2010, pagine 304), comparsa su "The New York Review of Books" (12-25 maggio 2011). L'analisi critica è firmata da H. Allen Orr, professore di biologia all'università di Rochester. Genetista che pubblica regolarmente su "Science" e "Nature", vincitore nel 2008 della Darwin-Wallace Medal (conferita ogni cinquant'anni dalla Linnean Society di Londra), Orr è molto critico verso lo scientismo e la sua convinzione che tutte le verità siano, in ultima analisi, scientifiche.
Il nuovo saggio di Harris che Orr analizza è, in sostanza, il seguito di quel suo primo lavoro, The End of Faith (2004), divenuto uno dei testi cardine del nuovo ateismo, che conteneva un attacco feroce alle religioni organizzate.
Preoccupato per il miserrimo stato in cui si trova oggi il pensiero occidentale, con il suo contributo Sam Harris intende spazzare via non solo la falsa costruzione di una morale proveniente dall'alto, ma anche il relativismo che ormai impera nelle menti secolarizzate. Il tentativo è così quello di convincere i lettori che verità morali oggettive esistono. La chiave è la scienza: "la morale deve essere considerata una branca non sviluppata della scienza". Non a caso, il sottotitolo del volume è proprio "come la scienza può determinare i valori umani", scalzando definitivamente dalla scena morale sia la religione che il relativismo.
"Il risultato di questa impresa non è particolarmente brillante", scrive però Orr, criticando sia la costruzione del testo (confuso e slegato al suo interno, in esso Harris si perde, quasi dimenticando che il suo fine era quello di dimostrare che è possibile una scienza della moralità), quanto, e soprattutto, la tesi di fondo che vi sostiene.
Come noto, la distinzione tra fatto e valore fu teorizzata per la prima volta da David Hume nel suo Trattato sulla natura umana (1739). Distinzione del tutto priva di senso invece per Sam Harris, che continua entusiasta nella certezza di aver finalmente identificato quale sia la giusta definizione del bene, individuato nel benessere di creature coscienti e consapevoli. E se dunque il panorama morale riflette il mondo dei fatti, per Harris è evidente che esso possa essere indagato e facilmente studiato dalla scienza.
Una volta messa a punto, la scienza della moralità porterà a certe sorprese (alcune nostre intuizioni morali potrebbero sbagliarsi circa ciò che effettivamente incrementa il benessere umano), ma potrebbe anche confermare alcuni visioni tradizionali (ad esempio, concetti come generosità e compassione verranno giustificati su basi neurologiche).
Il ragionamento di Harris, però, come già detto, non convince affatto H. Allen Orr. Innanzitutto, definire illusoria la distinzione tra fatto e valore è illusorio a sua volta: che senso ha dimostrare la relazione tra due giudizi sostenendo che essi sono prodotti dalla stessa regione del cervello? Se le stesse regioni del cervello funzionano quando si fanno le addizioni e le moltiplicazioni, Harris ne conclude forse che anche la distinzione tra addizione e moltiplicazione è meramente illusoria?
Del resto, quando sostiene che la moralità investe la massimizzazione del benessere, finisce per sfociare in quell'utilitarismo già oggetto di tante obiezioni (né Harris considera mai il fatto che persone diverse in tempi diversi abbiano avuto diverse visioni morali).
Ma il vero problema nella sua costruzione, continua Orr, è che il discorso sulla morale come massimizzazione del benessere delle creature coscienti non "segue" la scienza: quale esperimento scientifico vi risponde? Se, ad esempio, decidessimo che il nostro sommo valore fosse quello di vivere più a lungo possibile, la scienza medica ci potrebbe molto probabilmente aiutare, ma non potrebbe certo dimostrare e rivelare che il sommo valore in sé sia una lunga vita. "La volontà di Harris di dimostrare come la scienza può determinare i valori umani è temeraria. The Moral Landscape non fa nulla di simile".
Il punto è che Harris, continua sempre Orr, ha sbagliato il suo obiettivo. È chiaro, infatti, che ciò che lo fa agitare e infuriare è il relativismo morale, ma purtroppo egli "tende a confondere le questioni". Ad esempio, si può benissimo essere scettici sulla pretesa di elaborare una scienza della morale pur rifiutando in radice il relativismo (pensiamo a una persona religiosa che "non ha interesse alla scienza della morale, ma certo non la si può accusare di relativismo morale"). Pur condividendo molte posizioni di Harris (concorda ad esempio sul fatto che la religione non debba avere il monopolio sulla morale), Orr trova il suo progetto un fallimento. Perché ciò che si contesta al fondo è proprio l'idea che la morale debba e possa considerarsi "una branca non sviluppata della scienza". Orr è convinto che la scienza richieda due grandi cose: porre le domande giuste e ottenere le risposte giuste. Il problema è che oggi ci concentriamo esclusivamente sul secondo aspetto, con grave detrimento per la scienza tutta. Da laico a laico.

giovedì 27 gennaio 2011

Una provetta piena di utilitarismo - La fecondazione eterologa con 'donatori' in famiglia? È il tipico caso di libertà senza verità né responsabilità: qui non c’è più etica ma puro e semplice arbitrio  - contromano di Michele Aramini, Avvenire, 27 gennaio 2011

La Società Europea di riproduzione umana ed em­briologia (Eshre), che ha tra i suoi fondatori Robert Edwards, recentemente insignito del premio No­bel per la medicina, ci ha dato la bella notizia che la procreazione medicalmente assistita tra familiari (Imar) può essere moralmente accet­tabile. In un articolo pubblicato sulla rivista Hu­man reproduction gli esperti dell’Eshre ci ricor­dano quattro princìpi etici: autonomia, giusti­zia, benefici e 'non svantaggi'. Poi viene la per­la: «Ogni individuo deve poter scegliere la per­sona con cui riprodursi ed è comprensibile che voglia preservare una sorta di identità genetica con il bambino, scegliendo un donatore nella famiglia».
Dopo aver posto tali 'fondamenti' etici si pre­cisano alcuni rischi da evitare. Ne citiamo solo un paio: ci possono essere pressioni dal donatore o dalla madre surrogata che pos­sono portare a problemi psicologici. L’Eshre poi ritiene che il bambino abbia il diritto di essere informato sulle sue origini, ma se c’è il rischio di confusione allora bisogna accettare il segreto da parte dei genitori. Risparmio al lettore altre assurdità.

Nell’articolo non c’è nulla di etico. Occorre però considerarlo perché questo modo di ragionare si va diffondendo sempre di più tra quanti han­no abbracciato un comodo e cattivo utilitari­smo. I quattro punti etici di cui si parla sono i vecchi e stracriticati princìpi di una corrente bioe­tica nordamericana; essi si riducono al solo prin­cipio di autonomia, che detto così sembra roba nobile, mentre se lo si chiama per quello che è nella sostanza 'faccio quello che voglio' rivela il tremendo aspetto di arbitrarietà e di violenza che sta alla base di certa etica.

Gli altri tre princìpi valgono solo se coincidono con il primo. Si pensi un momento alla ba­nalità del 'principio' che le azioni debbo­no portare benefici e non svantaggi: siamo già nel campo dell’aborto eugenetico. Perciò non bi­sogna mai stancarsi di dire che la libertà deve stare insieme alla verità, quindi alla responsa­bilità e ai diritti degli altri. Altrimenti non c’è e­tica, ma arbitrio.
Detto questo, si capisce come gli altri cosiddet­ti principi etici proposti dall’Eshre siano solo dei meschini accorgimenti per limitare eventuali danni e inconvenienti. n’ultima annotazione, ma assolutamente importante, va riservata a tutti coloro che hanno responsabilità politica. Chi lodevol­mente si impegna nelle istituzioni italiane ed eu­ropee a difesa della vita, sa che sono associa­zioni come l’Eshre a diffondere tra i medici e nel­l’opinione pubblica la concezione che la perso­na umana nei suoi inizi sia solo un oggetto bio­logico. Sono le commissioni di lavoro che pre­parano progetti di legge che contano e che spes­so sono occupate da funzionari privi di una ve­ra etica. Perciò i politici hanno la responsabilità di trovare strumenti concreti politici, culturali, educativi, che possano adeguatamente contra­stare il deprezzamento della persona e dell’eti­ca. Soprattutto bisogna avere cura di nominare persone di qualità e amiche della vita nelle com­missioni e nei convegni, perché non sono solo i grandi livelli a determinare i comportamenti, ma sono rilevantissimi questi livelli intermedi, perché in essi si decide cosa fare nella pratica.