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mercoledì 9 aprile 2014

Sì unanime in commissione al divorzio breve. «Ormai è considerato un diritto, mentre è la prima emergenza sociale», Aprile 9, 2014 Leone Grotti, http://www.tempi.it/

torta-nuziale-divorzio_650x447-jpg-crop_displayPer Massimiliano Fiorin, avvocato esperto di diritto di famiglia, la fine del matrimonio «oltre ad essere lacerante dal punto di vista affettivo e a generare violenza, crea notevoli difficoltà economiche» 

«Le nuove proposte sul divorzio breve lo renderanno ancora più facile e banale, ma da tempo la legge italiana non è più rispettata e anche il matrimonio non viene più tutelato». Reagisce così a tempi.it Massimiliano Fiorin, avvocato e autore del libro La fabbrica dei divorzi. Il diritto contro la famiglia, dopo che ieri la commissione Giustizia della Camera ha approvato all’unanimità una proposta bipartisan per ridurre i tempi della separazione da tre a un anno e così permettere alle coppie di arrivare più in fretta al divorzio.
I promotori della proposta esultano e parlano di «battaglia di civiltà». Il testo potrebbe arrivare in aula già a maggio. Cosa ne pensa?
Devo ammettere che sono imbarazzato perché se da una parte sono contrario a un’ulteriore banalizzazione del divorzio, dall’altra devo ammettere che oggi il sistema è una presa in giro e meriterebbe un ripensamento radicale.
Perché?
Codice civile e Costituzione prevedono in Italia che la separazione sia legale quando si verificano fatti che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o possono creare grave pregiudizio all’educazione della prole. La separazione quindi è un rimedio accordato dal tribunale nella speranza che le cose cambino, il primato è riconosciuto alla conservazione della famiglia.
Invece cosa accade?
La verifica dei fatti non avviene mai, il divorzio è diventato un diritto e i tribunali concedono la separazione con facilità estrema. Chiunque può chiedere la separazione senza addurre motivazioni. Se uno si presenta in tribunale e si oppone alla separazione per mancanza di motivazioni, ti guardano come se fossi matto. Ma se questa verifica non c’è, cosa cambia aspettare tre anni o un anno per ottenere il divorzio? È già una burla.
Così non si indebolisce il matrimonio?
Certo, i fautori della proposta vogliono banalizzare tutto ancora di più, però oggi il matrimonio è stato destituito di qualsiasi valore giuridico. Chi si sposa non è più tutelato dalla legge. Un coniuge si carica di obblighi precisi verso l’altro coniuge e i figli. Ma poniamo il caso che oggi un coniuge, contro il volere dell’altro, chieda il rispetto davanti alla legge di quegli impegni alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e all’educazione della prole. Che cosa otterrebbe? Solo di farsi ridere in faccia, oggi ottenere tutela legale è impossibile.
Riformare il divorzio allora ha senso?
Potrebbe avere senso se si introducesse anche in Italia il sistema che vige in Inghilterra e Galles: se non ci sono motivazioni oggettive per arrivare al divorzio e c’è solo la volontà dei coniugi, allora è previsto per gli sposi un percorso obbligatorio di mediazione famigliare, per aiutarli a trovare una soluzione e spiegare loro le conseguenze. Questa sarebbe una vera riforma.
Il divorzio è legale da 44 anni in Italia. Quali sono state le principali conseguenze?
Prima di tutto ha causato una perdita di valore del matrimonio e non è un caso se oggi ci si sposa molto meno anche solo rispetto a vent’anni fa. Non solo non ci sono più tutele per chi si sposa, ma molti si separano solo per motivi fiscali. Aumentando le separazioni, poi, aumentano le violenze ad esse legate: non si dice mai, ma i casi di cronaca che oggi vengono etichettati come “femminicidi” sono quasi sempre tragedie familiari che derivano dall’impossibilità di sostenere l’attuale sistema del matrimonio e della famiglia. E che sia così, lo si capisce perché spesso chi uccide la moglie poi uccide anche i figli e si suicida.
Questa non è violenza di genere?
No, è violenza che nasce dalla disperazione. Il caso della madre che ha ucciso le tre figlie lo scorso 8 marzo evidenzia un dramma familiare seguito a una separazione. Spesso il femminicidio è solo propaganda mentre si dovrebbe riflettere sul valore che diamo oggi a matrimonio e famiglia.
Sad looking boy with his fighting parents behind him Spesso si dice che per i figli è meglio avere due genitori divorziati che sposati ma in perenne conflitto.
Questa è una bufala usata solo per rafforzare la tesi che il divorzio sarebbe un diritto, mentre era stato approvato come estremo rimedio per evitare mali peggiori. La tesi non ha riscontri nella psicologia infantile e sociale. Ci sono moltissimi studi autorevoli realizzati negli Stati Uniti, il paese che ha conosciuto per primo la tragedia del divorzio di massa, che mostrano come la crescita senza padre, in famiglie monogenitoriali, ricorre con percentuali impressionanti come fattore nei casi di abbandono scolastico, criminalità giovanile, depressione, suicidio, alcolismo e tossicodipendenza. Lo sviluppo psicofisico del bambino viene danneggiato molto più dalla separazione che da nuclei familiari dove esistono tensioni e conflittualità. Quindi chi dice che la separazione è un bene per i figli dice una sciocchezza.
Il divorzio ha fatto altri danni?
In questo periodo di crisi economica è sotto gli occhi di tutti, non ci vuole un economista acuto. Gli ultimi rapporti della Caritas dicono che i padri separati sono la prima categoria dei nuovi poveri perché vivono una situazione critica sotto il piano economico. Infatti, da un giorno all’altro, con gli stessi stipendi e senza sussidi ci si ritrova a mantenere due abitazioni. Con la crisi e la disoccupazione, poi, questo dramma è aumentato. Una separazione, oltre ad essere lacerante dal punto di vista affettivo, perché distrugge un progetto di vita, e a generare violenza, crea notevoli difficoltà economiche. Infatti si moltiplicano i centri di aiuto per i padri separati ma i politici non vedono questi drammi e non trattano il divorzio come emergenza sociale.
@LeoneGrotti

venerdì 24 maggio 2013


La crisi della famiglia e il disagio dei padri separati di Redazione, 22 maggio 2013 - http://www.documentazione.info/


La crisi del matrimonio e della famiglia ha numerose conseguenze. Dagli ultimi rapporti Istat risulta che nel 2011 in Italia sono stati celebrati 204.830 matrimoni, 12.870 in meno rispetto al 2010. Inoltre le nozze sono sempre più tardive: l'età media al primo matrimonio degli uomini è pari a 34 anni e quella delle donne a 31 anni.

E’ ancora l’Istat  a fornire un altro dato allarmante sul numero di separazioni e divorzi: nel 2010 le separazioni sono state 88.191 e i divorzi 54.160. Prima di rompersi un matrimonio dura in media 15 anni per le separazioni e 18 anni per i divorzi. L'età media al momento di separazione o divorzio è di circa 46 anni per i mariti e di 43 per le mogli e questi valori sono in aumento.

Una conseguenza, di cui si parla poco, è il fenomeno dei padri separati. Si tratta infatti di una categoria sociale in crescita che vive in situazioni di povertà sempre più gravi.

Il fatto che nel 20,6% delle separazioni è previsto un assegno mensile per il coniuge nel 98% dei casi corrisposto dal marito, fa sì che su 2 milioni di padri separati il 9% viva con meno di 300 euro al mese, come ha fatto notare Vanity fair . Anche perché spesso, nel 56,2% delle separazioni, la casa è assegnata alla moglie. Inoltre nell’80% dei casi di separazione i figli sono affidati alla madre.

Di conseguenza molti mariti sono costretti a vivere in macchina o nel luogo di lavoro, mentre alcuni scelgono di tornare a vivere dai genitori. Si registra che il 25% di chi usufruisce delle mense del povero è separato o divorziato, e secondo Gian Ettore Gassani, avvocato presidente dell’Associazione matrimonialisti italiani, «ce ne sono almeno 90 mila a Roma e 50 mila a Milano», e a Bologna 2 padri su 10 mangiano alla Caritas.

Un ulteriore dato particolarmente allarmante viene dalla nota informativa dell’Istat  sui suicidi in Italia. Nel 2009 i casi di suicidio maschile sono stati 3.094, mentre i suicidi femminili sono stati 881.

Tutto questo conferma la necessità di una tutela e un investimento nella cultura del matrimonio e della famiglia in Italia.

martedì 11 dicembre 2012


Gioco patologico, allarme separazioni - 11 dicembre 2012 - http://www.avvenire.it


​«La nostra impresa familiare ci ha sempre consentito di vivere agiatamente. Ma a un certo punto mi sono ritrovata in una tale ristrettezza economica da non poter fare neanche la spesa. Mio marito non mi parlava, mi sfuggiva. A un certo punto l’ho costretto a rivelarmi la causa delle nostre difficoltà. Mi ha confessato che stava dilapidando tutto nel gioco d’azzardo. Attività commerciale, casa, conto bancario, ha sacrificato persino le catenine d’oro dei nostri figli. L’ho sbattuto fuori di casa e gli ho tolto le chiavi. Ora voglio la separazione».

La testimonianza di Claudia, 39 anni, colpisce profondamente persino un avvocato dalla consumata esperienza come Attilio Simeone che, nelle vesti di coordinatore nazionale del Cartello "Insieme contro l’azzardo" – che aderisce alla Consulta nazionale antiusura –, ne ha viste e sentite di «tutti i colori». «Claudia – dice – è entrata nel mio studio dopo aver trascorso 6 anni di inferno in cui ha assistito a una vera e propria trasformazione da parte dell’uomo che ha sposato e che le ha sempre nascosto la sua malattia. Quell’uomo fa parte di un esercito di quasi un milione di italiani affetto da gioco d’azzardo patologico e che sembra interessare molto poco al nostro governo».

Ma sulla scrivania dello studio di Simeone, a Bari, non ci sono solo le testimonianze come quella di Claudia. C’è un dossier che fa tremare i polsi. Perché indica che il 10% delle separazioni nel nostro Paese è causato proprio dal gioco d’azzardo di cui soffre uno dei due coniugi e di cui si è discusso ieri nel convegno su gioco d’azzardo e usura, organizzato dall’associazione Anteas di Toritto (Bari), con la partecipazione della Fondazione antiusura San Nicola e Santi Medici, di "Insieme contro l’azzardo" e del Comune barese.
«Di questo 10% – spiega Simeone –, l’80% è costituito da ricorsi di separazione introdotti soprattutto da donne che, sfinite dai reiterati comportamenti compulsivi dei mariti, decidono di buttare la spugna rivolgendosi al tribunale anche per porre un argine alla devastazione sociale ed economica che un giocatore patologico ha la capacità di determinare in ambito familiare e lavorativo». Ma quell’80% non è da assumere in termini assoluti perché sempre più donne giocano ("gratta e vinci" e slot machine su tutto); un dato che, evidenzia Simeone, darà presto i suoi effetti in termini di separazione coniugale.Ma il legale sottolinea anche che, «trattandosi di una patologia strettamente connessa, se non proprio indotta, da difficoltà economiche dovute, nella migliore delle ipotesi, alla perdita del posto di lavoro magari già precario, la percentuale dell’80% è più che "giustificata" dal fatto che in molte parti d’Italia, in special modo al Sud, è ancora l’uomo l’unico percettore di reddito che, trovandosi in difficoltà lavorative, è tendenzialmente portato a tentare la dea bendata più della donna».

Un aspetto su tutti, nella triste sequenza di litigi e di declini familiari, è, a giudizio di Simeone, «socialmente rilevante»: quasi tutte le coppie arrivano alla separazione senza aver fatto prima un serio tentativo di risoluzione del problema. «Nessuno si è mai recato da un esperto o da un sacerdote – ammette l’avvocato barese – per capire innanzitutto che il gioco d’azzardo patologico è una malattia, una dipendenza dalla quale da soli non si arriva lontano. E della quale è complice lo Stato che, incentivando il ricorso all’azzardo quasi fosse una risoluzione a tutti i problemi esistenziali ed economici, non fa altro che impedirne una vera consapevolezza sociale».

Insomma, è questo il cambiamento di rotta che il Cartello "Insieme contro l’azzardo" chiede sia posto in essere: il giocatore incallito è un malato. Dunque, i giudici «dovranno cominciare a considerare l’aspetto patologico del gioco, che offusca provvisoriamente la capacità dei soggetti affetti. Se si vuole fare un "servizio" alla giustizia, in molti casi più che di separazione, l’istituto civilistico più adatto è quello dell’"amministrazione di sostegno" che offre ai giocatori un valido supporto nella capacità decisionale», e che può investire il coniuge del giocatore. Perché, come rileva Simeone, quasi mai viene messo in dubbio l’affetto verso il coniuge. E «quando è la famiglia a farsi carico del problema patologico – dichiara – muta radicalmente la visione delle cose, tutto appare rapportato alla risoluzione della patologia e a riscrivere le regole dello stare insieme».Repentinamente «cambiano le priorità di ogni membro del nucleo», si diventa più attenti «ai bisogni essenziali e meno consumisti. Registriamo un maggior equilibrio familiare, una maggiore capacità di rapportarsi agli altri, aumenta sia l’autostima sia la complicità di coppia». 

giovedì 18 ottobre 2012


FIGLI CONTESI - Quando giudici e tribunali si sostituiscono ai genitori - 

Fonte: MASSIMO RECALCATI, la Repubblica | 18 Ottobre 2012 - http://www.dirittiglobali.it   

Il compito dei genitori, dichiarava Freud, è un compito impossibile. Come governare (e psicoanalizzare), aggiungeva. Cosa significa? Significa che il mestiere del genitore non può essere ricalcato su di un modello ideale che non esiste. Significa che ciascun genitore è chiamato ad educare i suoi figli a partire dalla propria insufficienza, esponendosi al rischio dell’errore e del fallimento. Per questa ragione i genitori migliori non sono quelli che si offrono ai loro figli come esemplari, ma quelli consapevoli del carattere impossibile del loro mestiere. Ecco una buona notizia che dovrebbe alleggerire l’angoscia di chi si trova ad occupare questa posizione. 
Il compito impossibile dei genitori si carica oggi di nuove angosce, come dimostra il caso di Cittadella. Scopriamo l’acqua calda se diciamo che il nostro tempo è il tempo della crisi simbolica della funzione dell’autorità. Questo vuol dire che la Legge ha smarrito il suo fondamento simbolico. Se il nostro è il tempo dell’evaporazione del padre è anche il tempo dell’evaporazione della Legge come ciò che custodisce la possibilità degli umani di vivere insieme. I sintomi di questa crisi sono sotto gli occhi di tutti e non investono solo lo studio dello psicoanalista (genitori angosciati, figli smarriti) ma attraversano l’intero corpo sociale: difficoltà a garantire il rispetto delle istituzioni, frana della moralità pubblica, eclissi del discorso educativo, caduta di un senso condiviso, incapacità di costruire legami sociali creativi... In primo piano è un indebolimento culturale non tanto delle leggi scritte sul codice e sui libri di Diritto ma del senso stesso della Legge che, come la psicoanalisi insegna, ha come suo tratto fondamentale quello di sostenere la vita umana come marcata da una mancanza, da un senso del limite, da una impossibilità di autosufficienza.
Questo indebolimento culturale non genera solo smarrimento, ma anche l’invocazione compulsiva della Legge nella forma dell’appello ai giudici, ai tribunali, alle norme stabilite dal Codice. È un tratto del nostro tempo: la Legge viene continuamente invocata a partire da un difetto di trasmissione del senso simbolico della Legge. È quello che accade anche nelle famiglie. Ci sono i tribunali che accolgono le istanze dei bambini malmente trattati dagli adulti e quelli che soccorrono gli adulti nelle loro diatribe coniugali. L’istituto della mediazione familiare sembra essere divenuto indispensabile per temperare conflitti a rischio di degenerazione. Situazione tanto più paradossale se si considera che sono spesso i figli che impongono la legge in famiglia. Sono loro che dettano le regole. È una grande mutazione antropologica messa in rilevo da diversi studiosi: non è più il figlio che deve adattarsi alle norme simboliche che regolano la vita di una famiglia, ma sono le famiglie che si adattano alla legge stabilita dai loro figli. L’invocazione dell’intervento del giudice segnala questa alterazione profonda dei ruoli simbolici. I genitori, che sono sempre più in difficoltà nel trasmettere ai loro figli il senso sella Legge, si appellano alla Legge del giudice affinché gli restituisca la proprietà dei figli!
La violenza, il sopruso, il disordine caratterizzano da sempre le relazioni umane, comprese quelle familiari. I conflitti fanno parte della vita. Perché allora si è reso sempre più necessario l’intervento di una istanza Terza capace di regolare il disordine delle relazioni affettive più intime? Sempre più frequentemente i problemi della famiglia finiscono di fronte a un giudice o esigono una mediazione compiuta da un Terzo. Nell’epoca in cui il Terzo sembra non esistere più, nell’epoca dove tutto è uguale a tutto, si chiama in causa il Terzo ogni qualvolta si incontra un ostacolo al perseguimento dei proprio interessi o di quello dei propri figli. I genitori rompono senza problemi il patto generazionale con gli insegnanti se si tratta di non far perdere un anno al proprio figlio ingiustamente giudicato. La Legge agisce orizzontalmente permeando la nostra vita ordinaria.
Perché non si separano se non fanno altro che litigare? Si chiedeva un mio giovanissimo paziente. Quando osò porre questa domanda ai suoi genitori questi risposero all’unisono: «E tu cosa faresti?». Risposta. «Dunque se io morissi vi lascereste, finalmente?». La logica ferrea di questo piccolo non lascia scampo ai suoi genitori sull’assunzione delle loro responsabilità. La genitorialità non può mai essere confusa con il destino, talvolta burrascoso, della coppia. Sappiamo come i figli possano venire trascinati nel gorgo tremendo delle reciproche rivendicazioni dei coniugi. È allora che si esige l’intervento di un Terzo. Ma il giudice interviene sui figli o sugli adulti? La sua chiamata in causa sempre più inflazionata non testimonia forse una minorizzazione generalizzata degli adulti, nel senso che è venuta loro meno la forza di assumersi la responsabilità della decisione. In gioco è piuttosto una delega della responsabilità. Perché il Terzo deve essere necessariamente un giudice? Non dovrebbe apparire nella forma del riconoscimento del senso simbolico della Legge, quello che, per esempio, impone ai genitori la cura dei propri figli al di là dei loro interessi personali? Il senso simbolico della Legge oggi è screditato o del tutto confuso (querulomaniacalmente) con l’esistenza dei Codici. Restituire valore al carattere simbolico della Legge implicherebbe per i genitori saper rinunciare alle aspettative personali sui loro figli. Essere padri, come ci ricorda lo scandaloso racconto biblico del sacrificio di Isacco, implica la dimensione della rinuncia radicale al possesso dei propri figli, implica saperli affidare al deserto.

martedì 16 ottobre 2012


«Figli della separazione Servono nuove tutele» - 16 ottobre 2012 - http://www.avvenire.it/

Il caso di Padova, tristissimo come tutti quelli in cui sono coinvolti i bambini - circa 23mila solo nell’ultimo anno, quasi un milione nell’ultimo ventennio – è servito a riaccendere i riflettori sui problemi sulla conflittualità esasperante che lacera rapporti già esigui, sulla legislazione che sembra congegnata apposta per complicare situazioni foriere di profonde sofferenze. Nel nostro Paese nessuno - a parte la Chiesa - sembra avere davvero a cuore la tenuta del matrimonio e quindi delle famiglie. Anzi, esistono lobby potenti dentro e fuori il Parlamento, che lavorano per indebolire, creare fessure, introdurre mentalità dirompenti per la sorte di tante coppie e di tanti bambini. Dietro ci sono ragioni ideologiche, ma anche bassi interessi di cassetta. Tante le questioni aperte su cui non ci stancheremo di chiedere conto. Perché, per esempio, a distanza di pochi anni, si è arenato l’istituto dell’affido condiviso? Perché le proposte di legge finalizzate a rendere meno conflittuale la separazione non riescono a farsi strada? Inutile farsi paladini della famiglia, se poi non si fa seguire i fatti ai tanti proclami lanciati per motivi propagandistici.

Di essere coniugi si può smettere, di essere genitori mai. È questa la certezza su cui si basa da un ventennio l’attività dell’associazione Famiglie Separate Cristiane, ma anche la loro indignazione di fronte agli ultimi penosissimi casi di figli sacrificati sull’altare dell’egoismo adulto, capri espiatori di separazioni sfociate nell’odio, strumenti di vendetta branditi per punire rancori di anni. Le immagini del bambino di Padova trascinato via dalle forze dell’ordine, mentre i suoi "cari" se lo contendono con violenza e lui stesso si dibatte proprio come un cucciolo quando è braccato dal branco che lo caccia, non possono non interrogarci su fatti che avvengono fin troppo spesso, anche quando non c’è la telecamera di una zia a riprendere il tutto.
«Non conosciamo le motivazioni della sentenza che ha affidato quel bambino al padre, dobbiamo ritenere comunque che abbia motivazioni gravi e giustificate. Esprimiamo invece tutta la nostra indignazione sulle modalità», commentaErnesto Emanuele. L’associazione di cui è presidente raccoglie padri e madri separati «nella convinzione che per la crescita dei figli sia necessaria la presenza di entrambi i genitori. Separati ma pur sempre genitori».

In questo caso le responsabilità sono tante. Che cosa è inaccettabile?
Tante cose. Il prelievo del bambino va fatto in ambiente protetto all’interno della scuola, con operatori sociali qualificati e agenti professionalmente addestrati. Il buon senso, che spesso gli adulti non hanno, vuole poi che al bambino si parli, non che lo si prelevi come una bestia al macello. Occorrono regole nuove, che costringano i genitori separati a trovare un accordo sui figli, affinché uno scempio del genere non possa più avvenire.

Che cosa proponete voi, famiglie dolorosamente passate attraverso la separazione, pur restando nell’abbraccio di una Chiesa accogliente?
La proposta nostra e del Forum delle Associazioni familiari – di cui facciamo parte – è che la legge sull’affido condiviso venga modificata, perché evidentemente così com’è non basta a tutelare i minori.

In che modo?
Attualmente è prevista la figura di un mediatore tra i due coniugi, ma è facoltativa e comunque senza restituzione al giudice, ovvero non gli può riferire nulla, nemmeno ad esempio che il padre e la madre, seppure convocati, non si sono mai presentati. A che cosa serve, allora?

Quale modifica proponete?
Chiediamo invece un percorso che sia preventivo e soprattutto obbligatorio. Dico preventivo perché avrebbe luogo subito dopo il deposito dell’istanza di separazione da parte dei coniugi e prima dell’udienza del presidente, che di solito avviene dopo mesi. In questo lungo lasso di tempo marito e moglie dovrebbero incontrarsi con un terzo, una figura adeguatamente formata, e mettere giù nero su bianco una bozza di accordo di separazione, con il progetto educativo sul minore. Aiutati da questa figura, che potremmo chiamare "facilitatore", evidenziano nella bozza tutti i punti in cui non trovano un accordo: chi porterà il bambino all’asilo, se deve o no andare alla Messa, quali amici può frequentare, che sport seguire... Sembrano banalità, ma in una separazione sono questi i nodi che diventano insormontabili e per i quali spesso un figlio diventa strumento di ritorsione verso il coniuge. Questo accordo poi in udienza arriva al giudice, che decide i comportamenti. E tutto resta scritto.

Ma tra adulti incivili può ancora servire la forza, per farlo rispettare...
E allora servono agenti di buon senso, assistenti sociali formati, adulti seri, che sanno come trattare con un bambino terrorizzato.

Qual è l’identikit del "facilitatore"?
Un volontario: il medico del paese, il maestro, la farmacista... L’Italia che funziona è quella che si basa sui volontari. Deve seguire corsi di formazione e poi agire col buon senso.

L’affido condiviso ha fallito?
Quella legge è stata un enorme passo avanti perché ha tracciato i princìpi, dai quali non si torna indietro: che a educare si resta in due, che anche i nonni restano nonni e hanno i loro diritti (anche se oggi non coercibili), che la casa non va più automaticamente alla moglie... Ma si deve migliorare.

Per l’80% dei casi il minore è ancora collocato alla madre, anche se formalmente si tratta di affido condiviso.
E la nostra battaglia continua.

domenica 15 luglio 2012


Il costante aumento delle separazioni deve preoccupare tutti - Salvate il soldato-matrimonio di Antonella Mariani, 13 luglio 2012, http://www.avvenire.it

La domanda è brutale, ma a dettarla sono i dati sciorinati ieri dall’Istat. A qualcuno interessa salvare il soldato-matrimonio? Eccoli, i numeri nella loro crudezza: 88mila separazioni nel 2010, con un tasso di crescita di un paio di punti percentuali all’anno dal 2008. Si lasciano le coppie giovani (su 100 separazioni quasi 18 hanno riguardato sposi con meno di 5 anni di matrimonio), ma anche quelle di lungo corso (dal 1995 a oggi sono più che raddoppiate le separazioni dopo le nozze d’argento). Di fronte a questo sfacelo – non c’è altro modo di chiamarlo, a meno di voler negare che il fallimento di un matrimonio costa sempre lacrime e dolore – c’è da chiedersi, dunque, se c’è qualcuno a cui interessa invertire la tendenza.

A tanti, cattolici in testa, interessa. C’è un fine più alto, nel caso di matrimoni celebrati davanti all’altare, ed è quello che «nessuno separi ciò che Dio ha unito». Ma c’è una preoccupazione che coinvolge tutti, anche chi non crede. Una preoccupazione genuinamente sociale, dettata dalla frequentazione quotidiana di uomini e donne e da una saggezza antica, eppure molto più attuale di tanta modernissima insipienza: un’unione stabile, che funziona, che porta con sé la chiarezza di diritti e doveri reciproci fissati per legge, che sa superare le inevitabili difficoltà, che non si arrende ma al contrario è impegnata per un progetto in cui aveva fortemente creduto, è un bene per la società intera. Per i figli, per ciascuno dei due coniugi, ma in ultima analisi per tutti. Alla comunità cristiana sta a cuore, e non è un interesse di facciata: da alcune grandi associazioni di sostegno alla coppia ai Gruppi famiglia presenti in quasi tutte le parrocchie, fino alle migliaia di corsi di preparazione alle nozze, l’impegno per dare strumenti "di resistenza" agli sposi è costante, assiduo, capillare.

Ma a chi altro interessa? C’è una certa cultura che osserva i dati dell’Istat e li commenta un po’ con un’alzata di spalle, un po’, addirittura, con soddisfazione. Tutto scivola via: la fragilità degli uomini e delle donne che non riescono a trovare la forza, il coraggio, la determinazione di affrontare un problema, anche serio, per restare sul sentiero di un progetto originario di vita in comune. La sofferenza di migliaia di bambini che continueranno ad avere – come deve essere – un padre e una madre, ma non la loro famiglia.
Non dovrebbe essere anche una preoccupazione "laica", quella di aiutare tante coppie a sanare le ferite, rafforzando quindi una stabilità che appartiene prima di tutto agli sposi e alla famiglia ma che diventa ricchezza per la società? Alcuni Comuni l’hanno capito e investono persino qualche risorsa in "corsi di preparazione al matrimonio civile" (ultimi arrivati, Tolmezzo ad aprile e Como a maggio). Alla società non servono scorciatoie come i registri delle coppie di fatto o il divorzio breve: servirebbero, invece, strumenti condivisi e generali, a partire da un incoraggiamento economico e fiscale reale alla famiglia o almeno dalla rimozione dei tanti disincentivi innescati anno dopo anno (anche questo conta, ai fini della stabilità...). Servono misure di accompagnamento sia nella quotidianità sia soprattutto nei momenti di difficoltà della relazione, attivando le risorse dei consultori familiari, dei mediatori, perfino degli studi di avvocati che spesso sono solo un triste approdo di fallimenti... Lasciati a loro stessi, troppi sposi si arrendono. E finiscono nelle statistiche dell’Istat. A chi interessano?


La famiglia che cambia e il modello di società, Autore: Antonio Golini, Il Messaggero, 13 Luglio 2012, http://www.nuovitaliani.it

Siamo ormai tutti consapevoli della grave crisi economica qual è quella che conosciamo attraverso le notizie su disoccupazione, imposte e quant'altro che ogni giorno ci raggiungono e ci colpiscono. Ad essa si aggiunge la conoscenza di una diffusa crisi sociale per effetto delle notizie che oggi ci raggiungono tramite l'Istat e che ci informano come da un lato il numero di matrimoni si vada abbassando di anno in anno e quello di separazioni e divorzi vada invece sensibilmente aumentando.
Ancora una quindicina di anni fa si celebravano in Italia 290 mila matrimoni e si avevano 52 mila separazioni all'anno (con 27 mila divorzi); nel 2010 invece (ultimo anno per il quale si hanno i dati) i matrimoni sono scesi a 218 mila - mai così pochi, nemmeno durante la seconda guerra mondiale - e le separazioni salite a 88 mila (con i divorzi a 54 mila). Da un lato si può registrare quindi una non piccola disaffezione nei confronti del matrimonio — specie quello celebrato in chiesa — con un sensibile aumento delle unioni coniugali libere e dall'altro lato una non moderata crescita dell'instabilità coniugale: ormai il 31% dei matrimoni - uno su tre – finisce con una separazione (e il 18% con un divorzio).
La crisi dell'istituto matrimonio è un argomento ricorrente da oltre un centinaio di anni. Si ripete da sempre che il matrimonio è finito, che è una forzatura della libertà individuale, che non è necessario per vivere insieme in coppia, ma poi quando si fanno le indagini di opinione è proprio il matrimonio che dai giovani viene indicato come il modo migliore per vivere insieme e formare famiglia. E pur tuttavia pare che ci si muova - non solo in Italia, ma in tutta la civiltà occidentale - verso un nuovo modello di società. Un nuovo modello del tutto rivoluzionato nelle relazioni interpersonali, che sembrano prescindere dall'istituto del matrimonio, almeno per come lo abbiamo conosciuto fm dall'antichità.
Tenendo anche conto che i figli nati fuori dal matrimonio sono ormai arrivati nel nostro Paese a oltre il 25% (cioè un nato su 4, mentre un secolo fa erano uno su 20) sembra di poter dire che siamo in epoca «post-matrimoniale», quasi che — come ha sottolineato qualche studioso — sposarsi o non sposarsi sia la stessa cosa e quasi che ci sia una sorta di nebbia dovuta alla non condivisione generalizzata dell'importanza del matrimonio e della famiglia. Il punto è che per molte persone il termine famiglia è una etichetta obsoleta o priva di significato in quanto un gran numero di esse — la maggioranza ormai? — considera la famiglia come un semplice insieme di esigenze individuali.
E invece se si vuole che la coppia sopravviva, essa deve avere una sua identità. Insomma se volessimo dare una semplice rappresentazione grafica potremmo immaginare che una coppia coniugale possa essere rappresentata da una A maiuscola: alla base ci sono i due individui con le loro specifiche identità, convincimenti, comportamenti; poi c'è l'apice della A che è la coppia in quanto tale che dovrebbe costituire una identità a se stante, frutto della volontà dei due individui nel costruirla e nel farla sopravvivere.
Oggi parrebbe che questa volontà si sia largamente attenuata, con gli individui che stanno insieme nella famiglia mediamente, come misura l'Istat, circa 15 anni. Questo tempo è come se fosse quello «normale» per stare insieme da parte delle coppie che vogliono continuare a vivere congiuntamente; anche molto tempo fa un matrimonio aveva più o meno la stessa durata e veniva poi sciolto dalla morte di uno dei coniugi, lasciando un largo numero di orfani.
Oggi, con la formidabile riduzione della mortalità, gli orfani biologici sono quasi del tutto scomparsi e sono stati rimpiazzati dagli «orfani sociali», i figli di coloro che si sono separati. Certamente qualche forma di maggiore attenzione e sostegno sociale andrebbe dedicata a questi ragazzi, tra l'altro perché non sappiamo che genitori essi stessi diventeranno una volta divenuti adulti. Così come qualche forma di sostegno sociale andrebbe dedicato alle persone separate che sono diventate tali contro la loro volontà. Questo sostegno andrebbe in particolare rivolto ai maschi che si vanno dimostrando più fragili delle donne e che non infrequentemente arrivano a uccidere la ex moglie o compagna.
Certamente questo crescente numero di separazioni e divorzi porta con sé anche un gran numero di conseguenze economiche, a parte quelle delle parcelle degli avvocati: la rottura di una unione comporta infatti la necessità di una nuova abitazione, di nuovi mobili, di nuovi elettrodomestici, e così via. In una certa misura funziona da volano per l'economia. Ma non si vorrebbe davvero che sia questo, che ha dei costi sociali non trascurabili, lo stimolo all'economia di cui si ha gran bisogno in questo periodo di crisi.

SEPARAZIONI/ Nessuna legge può educare a fare i genitori - INT. Elena Donati, venerdì 13 luglio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Ci si sposa di meno e ci si separa di più. La crisi della famiglia in Italia si acuisce e la conferma viene dagli ultimi dati, che si riferiscono al 2010, resi noti giovedì 12 aprile dall’Istat. Nell’anno in questione le separazioni sono state 88.191, con un incremento del 2,6% sul 2009, mentre i divorzi (54.160) hanno fatto registrare un leggero decremento, pari allo 0,5%. Secondo l’avvocato matrimonialista Elena Donati contattato da IlSussidiario.net, «sono numeri che riflettono un fenomeno culturale. Oggigiorno i coniugi antepongono la propria individualità all’essere coppia. Pretendono che la legge tuteli i propri individuali interessi a discapito dei diritti della famiglia complessivamente intesa». C’è poi l’aspetto economico di una separazione, che spesso porta alla rovina uno dei coniugi, quasi sempre il padre. A fronte di questo, l’avvocato Donati ci ha spiegato come si sta evolvendo e cambiando il concetto di separazione in Italia, soprattutto a fronte di quello che è l’elemento più importante, e molto spesso anche la vittima, cioè i figli.

Avvocato, secondo recenti studi le coppie che si separano conoscono molto poco quanto li aspetta, soprattutto in termini economici. È così?
Non esattamente. Le persone che vengono da noi tendenzialmente sanno già a cosa vanno incontro. Non sanno magari cose di tipo specifico, ad esempio in quanto consisterà l’assegno di mantenimento, ma quando vengono qui sanno che c’è comunque l’aspetto economico da regolamentare, e chiedono a noi avvocati di precisare proprio questi aspetti. Nel nostro ordinamento giuridico non è prevista una modalità oggettiva per il calcolo dell'assegno di mantenimento previsto per i figlie e il coniuge più debole. Sono, infatti, molteplici i fattori che devono essere valutati al fine della determinazione del mantenimento, senza parlare del fatto che ogni situazione famigliare è unica. E intendo per questo non solo l'entità dell'assegno ma anche se questo sia dovuto o meno. Per il calcolo dell'assegno di mantenimento il punto di partenza è senz'altro il reddito dei coniugi cui si aggiunge il patrimonio inteso nel suo complesso (patrimonio immobiliare per esempio). Anche l'assegnazione della casa coniugale ha il suo peso all'interno della valutazione del contributo al mantenimento posto a carico di uno dei due coniugi. Infine, va considerato anche il diritto di visita.
 In che modo il diritto di visita può incidere sull’aspetto economico?
Un altro fattore che certamente dovrà essere preso in considerazione per la valutazione del contributo al mantenimento dei figli è la loro permanenza presso i genitori. Nell’ambito dell’affido condiviso dei figli, infatti, la permanenza di questi presso l’uno o l’altro genitore è variabile nel senso che alcune coppie scelgono di attuare un regime di affidamento e di conseguente collocamento dei figli su base paritaria.  In questo caso, secondo la previsione della legge 54/2006 è possibile per i genitori accedere al “mantenimento diretto” senza più la necessità di versare a mani dell’altro coniuge il mantenimento a favore dei figli. Questa modalità rimane del tutto residuale in quanto viene attuata quando vi è una capacità reddituale dei coniugi equivalente e soprattutto vi deve essere la capacità dei coniugi di accantonare la conflittualità tra essi esistente. Il mantenimento diretto e il collocamento paritario dei figli per la sua buona riuscita necessita, infatti, della capacità di collaborare e di comunicare dei coniugi.
Ed è difficile che questa comunicazione tra genitori separati si instauri?
Per i coniugi è sempre possibile la collaborazione e il dialogo. Spesso, però, questo aspetto viene a modificarsi grazie ad un percorso in cui il ruolo dell’avvocato è fondamentale. L’avvocato si trova quasi sempre a dover gestire la grande conflittualità esistente tra i coniugi. Conflittualità che si riverbera negativamente sui figli. Si arriva dal legale motivati da un forte dolore che non permette di entrare in comunicazione con l’altro coniuge. E’ essenziale, quindi, che il professionista riduca la conflittualità collocando nella giusta posizione i motivi di conflitto facendo comprendere ai coniugi che il loro essere genitori non viene meno nonostante la separazione, e che, anzi, occorre uno sforzo maggiore per garantire ai propri figli l’equilibrio che la separazione spesso fa venire meno. Solo avendo coscienza che il ruolo genitoriale non viene meno con la separazione o il divorzio, i coniugi riescono ad assumere appieno il proprio ruolo.
Ci sono associazioni di padri separati che lamentano che i figli vengano per la maggior parte dei casi affidati alle madri. È davvero così?
Oggi, per legge, l’affidamento è condiviso, e la potestà sui figli è affidata ad entrambi. Il fondamento della legge sull’affidamento condiviso è quello di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo tra figli e genitori. E’ pacifico che con la separazione i coniugi non vivono più insieme e quindi il rapporto con i figli subisce necessariamente un cambiamento dovuto alla lontananza e alla frequentazione con il coniuge che si è allontanato dall’abitazione famigliare. E’ oggettivo che nella cultura attuale il ruolo dei padri è stato radicalmente rivalutato, e la legge sull’affidamento condiviso ne è l’esito. Oggi i padri desiderano molto di più di un tempo essere presenti nella vita dei propri figli. Prima l’affidamento era di tipo esclusivo e veniva concesso per lo più alle madri. Oggi questo approccio risulta totalmente stravolto consentendo di fatto a padri di interagire molto di più nella cura dei figli. E’ chiaro che il collocamento dei figli è legato alla casa coniugale che, prevalentemente, rimane assegnata alla madre. E, perciò, i figli, benché affidati ad entrambi i coniugi, spesso vivono insieme alla madre con il diritto del padre a vederli e tenerli con sé.


Nella decisione del giudice di considerare maggiormente il padre rientra anche una valutazione di come era vissuto il ruolo paterno prima della separazione?
Certamente. Al momento della separazione, nel valutare il diritto di visita, il giudice deve conoscere qual’era la situazione famigliare esistente. E ciò al fine di collocare correttamente il ruolo di entrambi i coniugi. E’ altresì vero, però, che, se il ruolo materno spesso  si dà per scontato ed acquisito, il ruolo paterno va più precisamente delineato.
Si può dunque dire che la legislazione attuale non abbia bisogno di particolari cambiamenti?
Guardi, è una questione di educazione. Una legge non può cambiare la testa delle persone, tutto si risolve se c’è una capacità di collaborazione, se i genitori hanno coscienza del loro ruolo genitoriale. Non c’è nessuna legge che può educare il genitore a fare il genitore.


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lunedì 19 marzo 2012


Ragazzi condivisi I figli tradizionalisti e autonomi dei separati «L' ultima cosa che farei è rompere le nozze», 18 marzo 2012 - http://archiviostorico.corriere.it/

Sperimentano nuove forme di convivenza, imparano che non si sta insieme per dovere e si entusiasmano per il pranzo della domenica Hanno l' ideale della famiglia normale ma sanno confrontarsi bene con chi è diverso da loro Le tendenze Lasciano le loro famiglie sempre più tardi: in media le ragazze escono di casa prima dei maschi

I compleanni festeggiati due volte. Lo stesso con il Natale e decine di altre ricorrenze. La famiglia per molti ragazzi non è mai stata così «larga» come in questi ultimi anni. Da istituzione millenaria basata sul modello madre-padre-figli, oggi la struttura familiare è esplosa in una girandola di «format». Resiste ovviamente quello originario, ma sono sempre più frequenti le coppie non sposate con figli, le famiglie con un solo genitore oppure quelle «ricostituite» (in cui almeno uno dei partner ha già un matrimonio alle spalle). Queste sono le cornici, i tanti nuclei nei quali sono cresciuti i ventenni di oggi. In Italia, i figli lasciano le loro case - con nuclei più o meno tradizionali - sempre più tardi, a differenza di quanto accade nell' Europa centro-settentrionale, dove invece i giovani vanno più precocemente a vivere da soli, con amici (ipotesi più frequente tra chi ha vent' anni o più) o con un partner. La prima indagine sulle strutture e i comportamenti familiari condotta dall' Istat nel 1983 registrava che il 49% dei 18-34enni viveva in famiglia, percentuale salita al 51,8% nel 1990 e al 60,2% nel 2000, per poi restare abbastanza stabile (58,6% nel 2009). Erano sette milioni i giovani non sposati tra i 18 e i 34 anni che nel 2009 vivevano con almeno un genitore. La quasi totalità dei figli resta in famiglia fino a 24 anni (il 96,9% di quelli tra 18 e 19 anni, l' 86,1% di quelli tra 20 e 24), ma la percentuale continua a essere elevata anche tra i 25-29enni (59,2%). Ci sono forti differenze di genere: i ragazzi rinviano l' uscita più di quanto non facciano le ragazze. Tra i 25 e i 29 anni vive ancora in famiglia il 68,8% dei maschi contro il 48,8% delle femmine. Quelle di genere non sono le uniche differenze. Nel Mezzogiorno i figli 18-34enni che vivono ancora con almeno un genitore costituiscono i due terzi del totale, contro poco più della metà nel Nord-Est. In questo panorama frastagliato, in cui le famiglie restano l' ammortizzatore sociale fondamentale per le giovani generazioni, l' orizzonte sembra ricomporsi al capitolo dei sogni e delle aspirazioni. «I figli delle famiglie allargate possono vivere un surplus di instabilità e ansietà - spiega lo psichiatra Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano - ma questo può essere uno stimolo a crescere. Trovo in questi ragazzi una maggiore autonomia, sono meno legati al nucleo originario e hanno meno difficoltà a lasciarlo. Si abituano ad avere più punti di riferimento e di appoggio e soprattutto imparano presto che la vita è fatta anche di sentimenti, che i genitori non restano insieme per dovere ma hanno diritto a una vita sentimentale e sessuale che li faccia stare bene. Certo, quando funziona la famiglia dà sicurezza, il punto è che deve fondarsi su sentimenti autentici». «In chi proviene da famiglie in cui i genitori si sono separati c' è una gran voglia di normalità - dice la psicologa Silvia Vegetti Finzi, autrice di Quando i genitori si dividono. Le emozioni dei figli -. Quasi tutti i figli di separati sognano una famiglia tradizionale: si desidera sempre quello che non si ha. La famiglia normale viene però da loro idealizzata, i concetti più tradizionali come il pranzo della domenica vengono immaginati come momenti perfetti, di armonia e felicità». Molti i commenti sul tema inviati questa settimana al blog Solferino 28/anni. Ha scritto un lettore: «Nella vita succede di peggio che subire una separazione o vedersi imposta la convivenza con degli estranei. Di solito si riesce a tirare avanti. Quello che non si sopporta sono i discorsi ipocriti e manipolatori di chi vorrebbe dimostrare che è "normale" che i figli debbano passare attraverso queste esperienze». Sempre nelle parole dei lettori, si ritrova quel desiderio di normalità. Si legge anche in questo commento di una figlia di genitori separati: «I miei avrebbero potuto fare qualche sforzo in più per tentare di ricucire il loro rapporto. Ho dovuto subire, con mio fratello, i due figli del nuovo compagno di mia madre. Per noi è stato devastante, in primo luogo vedere nostra madre condividere il letto e la vita con un uomo che non era nostro padre e poi dover forzatamente convivere in casa nostra con due bambini intrusi che non conoscevamo, non avevamo nessuna voglia di conoscere, e che di fatto erano venuti ad occupare "abusivamente" spazi e tempi che prima erano solo nostri. Certo, alla fine si supera tutto, anche perché non se ne può fare a meno se si vuole sopravvivere. Non appena ho potuto, sono andata a vivere per conto mio. Adesso che sono sposata e ho dei figli, penso che l' ultima cosa al mondo che farei se dovessi separarmi (ma non credo che questo accadrà), sarebbe trovarmi un nuovo compagno e imporlo ai miei figli». Una lettrice definisce la separazione dei genitori «una liberazione»: «Non sopportavo più le liti, i malumori, le ripicche che si facevano e la mia reazione quando mi è stato detto della separazione è stata: era ora... I bambini e i ragazzi sono molto più elastici di noi adulti, basta semplicemente parlare con loro e spiegare le cose». 

giovedì 8 marzo 2012


LA SENTENZA - I GENITORI SI ALTERNERANNO OGNI SETTIMANA - Mamma e papà separati - La casa alla figlia di 4 anni - La coppia non era sposata, ha quindi deciso il Tribunale di Trieste per i minori, pensando alla tutela della piccola che potrà rimanere nell'abitazione di Cesare Rimini, http://www.corriere.it

Il Tribunale per i minorenni, per definizione, protegge i minori. Pensa alle loro esigenze e interpreta, quando può, i loro desideri. In concreto, deve decidere sulle liti tra i genitori non sposati ma conviventi da annui (per le coppie sposate decide il Tribunale ordinario che si occupa delle cause di separazione e questa è una stranezza processuale), dare le regole per le frequentazioni, per il mantenimento, per le spese e soprattutto assegnare la casa.

La bambina protagonista di questa storia ha quattro anni ed il Tribunale per i minorenni di Trieste ha assunto per lei un provvedimento inusitato. Non si era visto mai che la casa, di cui i genitori in lite sono comproprietari, venisse in pratica assegnata alla bambina.

La lite era aspra e, per solito, quando una bimba o un bimbo viene collocato prevalentemente presso la madre, il padre, anche se è comproprietario della casa coniugale, finisce fuori e vede il proprio figlio con umilianti cadenze... a weekend alternati, un giorno alla settimana, per parte delle vacanze estive e delle vacanze natalizie, per le vacanze pasquali ad anni alterni.

Al Tribunale per i minorenni di Trieste questa formula abituale e un po' scontata, nel caso concreto non è piaciuta ed il decreto del giudice è stato schematico. La sentenza è stata depositata lo scorso 29 febbraio dal presidente del Tribunale, Paolo Sceusa.

La bambina è stata affidata ad entrambi, rimarrà nella casa e le frequentazioni madre-figlia e padre-figlia saranno regolate in un modo speciale. I genitori si alterneranno il lunedì mattina, settimana dopo settimana, nella casa che è di fatto assegnata alla bimba. Ciascuno di essi nella sua settimana dovrà garantire i rapporti con l'altro e provvedere al mantenimento nella quotidianità contribuendo poi al 50% delle spese straordinarie (salute, istruzione e tempo libero). Tutto ciò anche con l'eventuale supporto di altri loro familiari. Dice la sentenza: «La minore viene affidata in modo condiviso ad entrambi i genitori i quali, limitatamente alle decisioni di ordinaria amministrazione e al tempo in cui la figlia è con ciascuno di essi, eserciteranno la potestà separatamente».

Non sarà facile eseguire questo provvedimento che sembra quasi provocatorio, una specie di paradigma per insegnare almeno ai genitori a fare, settimana per settimana, il proprio dovere. La bimba nel provvedimento è al centro della tutela, si affaccia anche la figura dei nonni.

Un progetto audace che può infrangersi sugli scogli della quotidianità. Una specie di mediazione familiare regolamentata dal giudice. Ma le buone intenzioni vanno apprezzate e un po' di ottimismo non guasta.