La famiglia che cambia e il modello di società, Autore: Antonio Golini,
Il Messaggero, 13 Luglio 2012, http://www.nuovitaliani.it
Siamo ormai tutti consapevoli
della grave crisi economica qual è quella che conosciamo attraverso le notizie
su disoccupazione, imposte e quant'altro che ogni giorno ci raggiungono e ci
colpiscono. Ad essa si aggiunge la conoscenza di una diffusa crisi sociale per
effetto delle notizie che oggi ci raggiungono tramite l'Istat e che ci
informano come da un lato il numero di matrimoni si vada abbassando di anno in
anno e quello di separazioni e divorzi vada invece sensibilmente aumentando.
Ancora una quindicina di anni fa
si celebravano in Italia 290 mila matrimoni e si avevano 52 mila separazioni
all'anno (con 27 mila divorzi); nel 2010 invece (ultimo anno per il quale si
hanno i dati) i matrimoni sono scesi a 218 mila - mai così pochi, nemmeno
durante la seconda guerra mondiale - e le separazioni salite a 88 mila (con i
divorzi a 54 mila). Da un lato si può registrare quindi una non piccola
disaffezione nei confronti del matrimonio — specie quello celebrato in chiesa —
con un sensibile aumento delle unioni coniugali libere e dall'altro lato una
non moderata crescita dell'instabilità coniugale: ormai il 31% dei matrimoni -
uno su tre – finisce con una separazione (e il 18% con un divorzio).
La crisi dell'istituto matrimonio
è un argomento ricorrente da oltre un centinaio di anni. Si ripete da sempre
che il matrimonio è finito, che è una forzatura della libertà individuale, che
non è necessario per vivere insieme in coppia, ma poi quando si fanno le
indagini di opinione è proprio il matrimonio che dai giovani viene indicato
come il modo migliore per vivere insieme e formare famiglia. E pur tuttavia
pare che ci si muova - non solo in Italia, ma in tutta la civiltà occidentale -
verso un nuovo modello di società. Un nuovo modello del tutto rivoluzionato
nelle relazioni interpersonali, che sembrano prescindere dall'istituto del
matrimonio, almeno per come lo abbiamo conosciuto fm dall'antichità.
Tenendo anche conto che i figli
nati fuori dal matrimonio sono ormai arrivati nel nostro Paese a oltre il 25%
(cioè un nato su 4, mentre un secolo fa erano uno su 20) sembra di poter dire
che siamo in epoca «post-matrimoniale», quasi che — come ha sottolineato
qualche studioso — sposarsi o non sposarsi sia la stessa cosa e quasi che ci
sia una sorta di nebbia dovuta alla non condivisione generalizzata
dell'importanza del matrimonio e della famiglia. Il punto è che per molte
persone il termine famiglia è una etichetta obsoleta o priva di significato in
quanto un gran numero di esse — la maggioranza ormai? — considera la famiglia come
un semplice insieme di esigenze individuali.
E invece se si vuole che la
coppia sopravviva, essa deve avere una sua identità. Insomma se volessimo dare
una semplice rappresentazione grafica potremmo immaginare che una coppia
coniugale possa essere rappresentata da una A maiuscola: alla base ci sono i
due individui con le loro specifiche identità, convincimenti, comportamenti;
poi c'è l'apice della A che è la coppia in quanto tale che dovrebbe costituire
una identità a se stante, frutto della volontà dei due individui nel costruirla
e nel farla sopravvivere.
Oggi parrebbe che questa volontà
si sia largamente attenuata, con gli individui che stanno insieme nella
famiglia mediamente, come misura l'Istat, circa 15 anni. Questo tempo è come se
fosse quello «normale» per stare insieme da parte delle coppie che vogliono
continuare a vivere congiuntamente; anche molto tempo fa un matrimonio aveva
più o meno la stessa durata e veniva poi sciolto dalla morte di uno dei
coniugi, lasciando un largo numero di orfani.
Oggi, con la formidabile
riduzione della mortalità, gli orfani biologici sono quasi del tutto scomparsi
e sono stati rimpiazzati dagli «orfani sociali», i figli di coloro che si sono
separati. Certamente qualche forma di maggiore attenzione e sostegno sociale
andrebbe dedicata a questi ragazzi, tra l'altro perché non sappiamo che
genitori essi stessi diventeranno una volta divenuti adulti. Così come qualche
forma di sostegno sociale andrebbe dedicato alle persone separate che sono
diventate tali contro la loro volontà. Questo sostegno andrebbe in particolare
rivolto ai maschi che si vanno dimostrando più fragili delle donne e che non
infrequentemente arrivano a uccidere la ex moglie o compagna.
Certamente questo crescente
numero di separazioni e divorzi porta con sé anche un gran numero di
conseguenze economiche, a parte quelle delle parcelle degli avvocati: la
rottura di una unione comporta infatti la necessità di una nuova abitazione, di
nuovi mobili, di nuovi elettrodomestici, e così via. In una certa misura
funziona da volano per l'economia. Ma non si vorrebbe davvero che sia questo,
che ha dei costi sociali non trascurabili, lo stimolo all'economia di cui si ha
gran bisogno in questo periodo di crisi.
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