Il costante aumento delle separazioni deve preoccupare tutti - Salvate
il soldato-matrimonio di Antonella Mariani, 13 luglio 2012, http://www.avvenire.it
La domanda è brutale, ma a
dettarla sono i dati sciorinati ieri dall’Istat. A qualcuno interessa salvare
il soldato-matrimonio? Eccoli, i numeri nella loro crudezza: 88mila separazioni
nel 2010, con un tasso di crescita di un paio di punti percentuali all’anno dal
2008. Si lasciano le coppie giovani (su 100 separazioni quasi 18 hanno
riguardato sposi con meno di 5 anni di matrimonio), ma anche quelle di lungo
corso (dal 1995 a oggi sono più che raddoppiate le separazioni dopo le nozze
d’argento). Di fronte a questo sfacelo – non c’è altro modo di chiamarlo, a
meno di voler negare che il fallimento di un matrimonio costa sempre lacrime e
dolore – c’è da chiedersi, dunque, se c’è qualcuno a cui interessa invertire la
tendenza.
A tanti, cattolici in testa,
interessa. C’è un fine più alto, nel caso di matrimoni celebrati davanti
all’altare, ed è quello che «nessuno separi ciò che Dio ha unito». Ma c’è una
preoccupazione che coinvolge tutti, anche chi non crede. Una preoccupazione
genuinamente sociale, dettata dalla frequentazione quotidiana di uomini e donne
e da una saggezza antica, eppure molto più attuale di tanta modernissima insipienza:
un’unione stabile, che funziona, che porta con sé la chiarezza di diritti e
doveri reciproci fissati per legge, che sa superare le inevitabili difficoltà,
che non si arrende ma al contrario è impegnata per un progetto in cui aveva
fortemente creduto, è un bene per la società intera. Per i figli, per ciascuno
dei due coniugi, ma in ultima analisi per tutti. Alla comunità cristiana sta a
cuore, e non è un interesse di facciata: da alcune grandi associazioni di
sostegno alla coppia ai Gruppi famiglia presenti in quasi tutte le parrocchie,
fino alle migliaia di corsi di preparazione alle nozze, l’impegno per dare
strumenti "di resistenza" agli sposi è costante, assiduo, capillare.
Ma a chi altro interessa? C’è una
certa cultura che osserva i dati dell’Istat e li commenta un po’ con un’alzata
di spalle, un po’, addirittura, con soddisfazione. Tutto scivola via: la
fragilità degli uomini e delle donne che non riescono a trovare la forza, il
coraggio, la determinazione di affrontare un problema, anche serio, per restare
sul sentiero di un progetto originario di vita in comune. La sofferenza di
migliaia di bambini che continueranno ad avere – come deve essere – un padre e
una madre, ma non la loro famiglia.
Non dovrebbe essere anche una
preoccupazione "laica", quella di aiutare tante coppie a sanare le
ferite, rafforzando quindi una stabilità che appartiene prima di tutto agli
sposi e alla famiglia ma che diventa ricchezza per la società? Alcuni Comuni
l’hanno capito e investono persino qualche risorsa in "corsi di
preparazione al matrimonio civile" (ultimi arrivati, Tolmezzo ad aprile e
Como a maggio). Alla società non servono scorciatoie come i registri delle
coppie di fatto o il divorzio breve: servirebbero, invece, strumenti condivisi
e generali, a partire da un incoraggiamento economico e fiscale reale alla
famiglia o almeno dalla rimozione dei tanti disincentivi innescati anno dopo
anno (anche questo conta, ai fini della stabilità...). Servono misure di
accompagnamento sia nella quotidianità sia soprattutto nei momenti di
difficoltà della relazione, attivando le risorse dei consultori familiari, dei
mediatori, perfino degli studi di avvocati che spesso sono solo un triste
approdo di fallimenti... Lasciati a loro stessi, troppi sposi si arrendono. E
finiscono nelle statistiche dell’Istat. A chi interessano?
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