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venerdì 25 gennaio 2013


Shakespeare archiviato nel Dna 

di Martina Saporiti | Pubblicato il 24 Gennaio 2013 - http://www.galileonet.it/

Detail-provetta
Un tempo c’erano gli archivi con i loro scaffali pieni zeppi di faldoni contenenti documenti di ogni genere e sorta. Oggi c’è il Dna, una molecola così versatile da poter essere utilizzata persino per archiviare i miliardi di miliardi di dati digitali prodotti oggi nel mondo. Ricercatori dello European Bioinformatics Institute (Embl-Ebi), in Gran Bretagna, e ingegneri dell’Agilent Technologies , una compagnia di elettronica con base in California, hanno infatti lavorato assieme per mettere a punto una nuova tecnologia che permetterebbe di immagazzinare 100 milioni di ore di filmato in alta qualità in un piccolissimo frammento di Dna. Per capire come ci sono riusciti basta leggere lo studio pubblicato su Nature . 

Avete mai sentito parlare di zettabyte? È una delle unità di misura dell’informazione, una cifra stratosferica che corrisponde a mille miliardi di miliardi. Ebbene, oggi nel mondo esistono circa tre zettabyte di dati digitali, un numero destinato a crescere considerando l’enorme quantità di informazioni che vengono messe in circolo quotidianamente in ogni angolo della Terra. Ma come conservare questa gigantesca mole di dati? Gli hard disk sono costosi e ingombranti, mentre i nastri magnetici si rovinano in una decina d’anni, troppo poco per poter garantire un’archiviazione a lungo termine. Perché allora non usare il Dna? “E’ piccolo, compatto e non consuma energia per immagazzinare dati”, spiega Nick Goldman , il ricercatore della Embl-Ebi a capo dello studio. In più, si conserva per migliaia di anni. 

L’idea di utilizzare la regina delle molecole biologiche per archiviare dati non è nuova, e qualche successo in questa direzione era già stato raggiunto. Ma le vecchie tecniche impiegate per convertire le informazioni digitali in sequenze di nucleotidi (i mattoni del dna) erano suscettibili di errori e permettevano di immagazzinare solo piccole quantità di dati. La nuova tecnologia messa a punto dai ricercatori bypassa questi problemi. Ecco come funziona: l’informazione digitale espressa in bit viene prima convertita in trit, cioè l’unità di base di un sistema numerico che utilizza tre cifre (generalmente 0, 1 e 2) al posto di due (0 e 1); a ogni trit viene poi fatto corrispondere un nucleotide. In questo modo, è stato possibile assemblare lunghi filamenti di dna in cui, grazie alle molteplici combinazioni numeriche possibili con un codice a tre cifre, era quasi impossibile avere vicino due nucleotidi dello stesso tipo (la maggior fonte di errore in questo tipo di tecnologie). Il filamento è stato quindi spezzato in piccole porzioni (più facilmente manipolabili) a cui sono state legate sequenze indice che ne indicavano la posizione all’interno del filamento originale. 

Utilizzando questa tecnica, il gruppo di Goldman ha trasformato in dna varie tipologie di dati digitali per un toltale di oltre 700 kilobyte: un mp3 tratto dal celebre discorso di Martin Luther King I have a dream; una foto in jpg della Embl-Ebi; il pdf di un articolo di Watson e Crick (i due scienziati che scoprirono la struttura a doppia elica del dna); un file di testo dei sonetti di Shakespeare. Questa conversione ha generato più di 153mila frammenti di Dna piccoli come un granello di polvere. Dal sequenziamento di queste porzioni di materiale genetico, poi, è stato possibile risalire ai file originali con un’accuratezza del 100%. “Abbiamo creato un archivio capace di immagazzinare dati per 10mila anni, o forse più”, afferma Goldman. Ora i ricercatori sono al lavoro per perfezionare il processo con la speranza di poter presto disporre di molecole di Dna sintetico dalle stesse funzionalità di un hard disk.

venerdì 27 luglio 2012


La scatola nera dei ricordi che archivia i nostri sguardi - I super occhiali di Google scattano foto ogni dieci secondi, Mauro Covacich, 27 luglio 2012, http://www.corriere.it/

Il cofondatore di Google, Sergey Brin, ha annunciato che Google Glass, gli occhiali computerizzati i cui prototipi sono inforcati attualmente solo da duemila cavie umane felici, hanno in dotazione anche una microcamera settata in modalità autoscatto. In altre parole, questa diavoleria da Superpippo, oltre a far girare tutto il sistema informativo integrato di un qualsiasi palmare, fotografa automaticamente, con un intervallo di dieci secondi, ciò che viene «intenzionato » dallo sguardo (e quindi dalla coscienza) di chi la usa.
Il soggetto— in arte lo sviluppatore — cammina, twitta, risponde alle mail, consulta Wikipedia, compra il biglietto del treno, partecipa a una riunione su Skype, e intanto guarda il mondo. E guardando lo fotografa. La documentazione iconografica della sua giornata diventa sua personale scatola nera e, al tempo stesso, involontaria indagine di mercato. Ad esempio: il modo in cui dà un’occhiata ai manifesti degli hamburger scontati in vetrina sarà un’informazione utile per il fast food e contribuirà a modificare la composizione dei nuovi menu.Non è difficile prevedere la diffusione massiccia di questo aggeggio nel futuro più prossimo.

C’era la realtà virtuale, la realtà esplosa, quella immersa, quella diffusa, la surrealtà e l’irrealtà. C’era anche la realtà fabbricata ad arte per diventare spettacolo televisivo. Ma per quella inventata dai mefistofelici ingegneri di Google bisogna ancora trovare un nome. Sarà una realtà personale, ma non se ne andrà con noi. Sarà intima ma pubblica, mentale ma per nulla evanescente. Sarà un vero e proprio documento che conserverà il pezzetto di mondo sensibile e tangibile su cui si sarà posato il nostro sguardo. Questo piccolo dispositivo moltiplicherà la triangolazione dentro-fuori-dentro in un gioco di specchi in cui sarà sempre più difficile capire se è nato prima l’uovo o la gallina, il reale o colui che ne ha esperienza (vedi il recente dibattito filosofico sul new realism animato da Maurizio Ferraris). Quella che prima era la realtà soggettiva, ovvero la conoscenza acquisita da me che passeggio per il mall del centro commerciale e trattengo immagini—una conoscenza interiore, fino a oggi impossibile da oggettivare e condividere — diventerà un archivio oggettivabile su uno schermo.

Tutti potranno vedere il mio «atto mentale» di percepire quella vetrina di McDonald o, dieci secondi dopo, quella giovane mamma con la carrozzina. Disporrò, tutti noi disporremo, di una scatola nera su cui saranno registrate le «occhiate» della giornata per data e ora. Non solo potrò ripescarle in oggettiva — il che probabilmente farà diminuire le mie capacità evocative nonché l’effetto spesso suggestivo che un ripescaggio in soggettiva comporta — ma le mie «occhiate» diventeranno tesoro comune, alimenteranno sempre nuove ricerche di mercato, riveleranno i miei gusti, contribuiranno a sconvolgere con un semplice battito di palpebre (come la farfalla eccetera) l’universo commerciale, ovvero tutta la filiera che va dal sondaggista, all’ufficio marketing, alla progettazione, all’operaio in linea, giù giù fino all’agente di vendita.

I neuroscienziati (Edelman) e i filosofi della mente (Searle) ci insegnano che quando pensiamo a un caro amico e richiamiamo alla memoria il suo volto, le nostre facoltà intellettive ricompongono all’istante le mappe neurali in grado di farcelo vedere e riconoscere, ma non c’è un angolo del nostro cervello dove il suo ritratto sia conservato. La sua immagine non esiste, non permane dentro di noi, ma si ricrea ogni volta che la coscienza intende accenderla. Ora che avremo una scatola nera per i nostri ricordi, e basterà fare doppio clic su qualsiasi traccia visiva archiviata, cosa accadrà? I curiosi vedranno le nostre esperienze visive esattamente come le abbiamo viste e vissute noi? La fotocamera di Google incaricata a trasmettere la mia «occhiata » all’azienda produttrice di accessori per la prima infanzia, è sicura di aver capito cosa stavo guardando mentre vedevo la carrozzina?

lunedì 9 luglio 2012


Nella dispensa delle idee - Soltanto due regioni del cervello producono nuovi neuroni - Una di queste è l’ippocampo: qui si fissano pensieri e memoria - di Edoardo Boncinelli, Corriere della Sera – La Lettura 8 luglio 2012, http://foglianuova.wordpress.com


Il pensiero procede spesso per associazione d’idee. Questa è un’opinione piuttosto diffusa che risale almeno al Settecento. Una volta formate, le idee si possono comporre e scomporre e comunque correlare tra di loro sulla base di una più o meno marcata somiglianza o dissimiglianza, e si può chiamare associazione il meccanismo che si trova al centro di tali processi. È tramite il meccanismo dell’associazione che si consolidano, si memorizzano, si allacciano e si slacciano le idee elementari e quindi è attraverso l’operato delle più diverse associazioni che si formano le idee complesse, cioè le idee vere e proprie.

Ma che cos’è l’associazione d’idee? E perché certe idee procedono associate? La riflessione su questi temi ha portato a suo tempo a interessanti formulazioni teoriche sulla strada dell’identificazione dei princìpi seguiti dal processo associativo. Thomas Hobbes assegnò grande importanza a concetti quali quelli di successione, sequenza, serie, conseguenza, coerenza, svolgimento ordinato d’immagini o di pensieri, nel procedere della vita mentale. John Locke introdusse poi esplicitamente il termine di associazione d’idee, ma toccò a David Hume il compito di porsi espressamente la questione della natura dei princìpi dell’associazione di pensieri e di idee, che ridusse essenzialmente a tre: somiglianza, continuità nel tempo e nello spazio e rapporto di causa ed effetto. Una posizione rigorosa fu sostenuta da James Mill, padre di John Stuart Mill, che affermò fra l’altro: «Le nostre idee nascono nell’ordine in cui si sono succedute le sensazioni di cui esse costituiscono le copie. Questa è l’associazione delle idee, espressione con la quale, ricordiamolo, non s’intende indicare altro se non l’ordine in cui si presentano».

Delle tante ipotesi proposte, una delle più vivide è quindi quella secondo la quale idee apprese o concepite più o meno nello stesso tempo rimangano in qualche modo preferenzialmente associate tra di loro. Ebbene, le moderne neuroscienze sembrano fornire un forte appiglio a tale convinzione e forniscono un modello per pensare a idee associate nel tempo, perché acquisite nella stessa ondata di neurogenesi nell’ippocampo.

Vediamo di che si tratta.

Fino a una trentina di anni fa si riteneva che le cellule nervose del cervello non potessero rigenerarsi e rinnovarsi. Ci tenevamo per tutta la vita quelle che possedevamo alla nascita, a parte possibili perdite accidentali dovute a morte cellulare; di nuove non ne nascevano e quelle morte non potevano venire rimpiazzate. Il quadro è oggi un po’ cambiato. Anche se la stragrande maggioranza dei neuroni del cervello restano gli stessi per tutta la vita e se muoiono non vengono sostituiti, esistono due specifiche regioni cerebrali dove si osserva un certo tasso di neurogenesi, cioè di nascita di neuroni nuovi, anche nell’adulto. A cosa servono questi neuroni freschi? Quale ruolo giocano nella dinamica del cervello? Da queste domande è partita una ricerca ora pubblicata su «Nature».
Due sono le regioni del cervello adulto dove si possono osservare discreti livelli di neurogenesi, chiamiamola neurogenesi adulta: tutt’intorno alla superficie dei ventricoli cerebrali e nell’ippocampo. Il ruolo dei neuroni neonati nella prima regione è abbastanza ben compreso: dopo un lungo viaggio vanno a rimpiazzare le cellule nervose che sono morte nel frattempo nel bulbo olfattivo, la regione cerebrale che sovrintende all’odorato e all’elaborazione degli stimoli olfattivi. Meno chiaro, anche se potenzialmente molto più interessante, è ciò che possono fare i neuroni che nascono in continuazione nell’ippocampo, l’organo primariamente deputato alla fissazione dei ricordi.

Se c’è una cosa che sembra richiedere stabilità e continuità, questa è proprio la memoria, e a prima vista appare quasi paradossale che per quella occorra mettere in continuazione «nuova carne al fuoco», alterando così l’architettura complessiva dell’ippocampo adulto. D’altra parte la fissazione di nuovi ricordi è una cosa diversa dalla loro conservazione. Ed è proprio nel meccanismo di fissazione dei nuovi ricordi che sembrano giocare un ruolo i nuovi neuroni che nascono via via in una regione specifica dell’ippocampo adulto, il cosiddetto giro dentato, una regione chiaramente coinvolta nell’apprendimento di nuove nozioni. A tale proposito, si sa da tempo che ogni situazione che favorisce nuovi apprendimenti porta a un aumento della neurogenesi nell’ippocampo, mentre situazioni avverse all’apprendimento, e fra queste l’invecchiamento, conducono a una riduzione, anche se contenuta, dell’intensità di tale processo. I neuroni appena formati diverranno poi cellule mature inserite nella struttura definitiva del giro dentato, sotto forma di cellule granulari destinate a inviare i segnali nervosi fuori dal giro dentato e dall’ippocampo stesso.

Quella che è in gioco in ogni caso è la dimensione temporale dei ricordi. Il ricordo dei diversi eventi che si succedono nel tempo sembra interessare ondate diverse di neurogenesi. I neuroni nati in una determinata ondata appaiono funzionare come integratori del ricordo di eventi contemporanei o temporalmente adiacenti, mentre quelli formati in una differente ondata contribuiscono al ricordo, chiaramente distinto dal primo, di un altro gruppo di eventi fra di loro temporalmente adiacenti, dando così luogo ad associazioni temporali separate nella cosiddetta memoria episodica. Tale ruolo d’integratori di eventi vicini nel tempo e di separatori di gruppi di eventi appresi in tempi diversi sembra poi essere ereditato dalle cellule granulari che vanno poi via via maturando da questi neuroni neoformati, in un processo che richiede qualche tempo.

Sarebbe come se mettessimo in cassetti diversi i ricordi che si riferiscono a periodi di tempo diversi. Non è ovviamente così, ma la metafora rende l’idea e sembra dare un fondato motivo alla necessità di un’attiva produzione di nuovi neuroni nel corso dell’apprendimento di nuove nozioni. È poi ancora tutto da vedere se questo fenomeno si potrà estendere dalla memoria episodica, cioè la memoria degli eventi, anche a quella semantica, cioè la memoria delle nozioni. Vedremo. Ma non è ancora tutto qui.

lunedì 28 maggio 2012


Se si usa molto il cervello si conserva davvero la memoria più a lungo - La massa si riduce del 5% ogni 10 anni a partire dai 60 anni. Circa il 10% delle persone dopo i 70 anni ha ricordi perfetti - Danilo di Diodoro, 28 maggio 2012, http://www.corriere.it

MILANO - Con una massa cerebrale che si riduce più o meno del cinque per cento ogni dieci anni a partire dal compimento dei sessanta, è normale che la memoria possa perdere qualche colpo, e allora non si trovano più le chiavi, si perde il cellulare, non si ricorda il nome di qualche conoscente o il suo numero di telefono. In effetti, sebbene forse oggi si tenda a essere un po’ più ottimisti sul destino dei neuroni degli ultrasessantenni, a un certo punto della vita tutti si rendono conto del fatto che la memoria non è più quella di una volta. A soffrire è la memoria di lavoro, ossia la capacità di tenere a mente le informazioni che servono per svolgere il compito al quale in quel momento si è occupati. Ma comincia a incepparsi anche la memoria episodica, quella memoria a lungo termine di eventi personali che possono essere localizzati in un preciso spazio e in un preciso tempo, per esempio il pranzo in famiglia di domenica scorsa. Anche se invece gli eventi più lontani nella propria storia autobiografica tendono a permanere più saldamente, forse anche perché mentre si fissavano erano investiti di una elevata carica emotiva tipica dell’età giovanile.
LA RISERVA - Di questi cambiamenti ai quali va incontro la memoria con il passare degli anni parla una recente revisione pubblicata sulla rivista Trends in Cognitive Sciences ad opera di un gruppo di ricercatori guidati da Lars Nyberg dell’Università di Umea, in Svezia. La buona notizia è che però non tutti coloro che si inoltrano nell’età avanzata assistono a un decadimento della propria capacità di ricordare. Diversi studi hanno dimostrato che circa il 10 per cento degli ultrasettantenni conserva performance cognitive, memoria compresa, pressoché immodificate. Certamente alla base di questo privilegio c’è una genetica favorevole, ma conta anche la cosiddetta "riserva cerebrale", che in sostanza dipende dal livello che si era raggiunto precedentemente. Più si è fatto lavorare il cervello durante la propria vita, minore il rischio di andare incontro a una ridotta funzionalità cognitiva dovuta alla senescenza, perché in un certo senso si parte da un livello più alto, insomma, come in un serbatoio, si ha più riserva. Lo hanno dimostrato anche gli studi realizzati con la Risonanza Magnetica Funzionale, che indicano come gli ultrasessantenni con più elevate performance cognitive siano capaci di aumentare al bisogno l’attività nelle aree cerebrali che servono per l’esecuzione di un compito, compreso quello mnemonico.

IPPOCAMPO - Dice il professor Alberto Oliverio, docente di Psicobiologia all’Università La Sapienza di Roma, e autore dei libri L’arte di ricordare e Cervello (Bollati Boringhieri 2012): «La memoria ha una specie di crocevia che è l’ippocampo, un nucleo nervoso situato al di sotto della corteccia, vero e proprio snodo della memoria. Quando facciamo un’esperienza nuova, l’ippocampo la trasmette al talamo e alla corteccia dove viene depositata in reti neurali, archiviata per categorie. Similmente, se richiamiamo una memoria, si compie un cammino inverso grazie all’ippocampo. L’ippocampo non è però la sede della memoria ma una struttura essenziale per registrare e richiamare i ricordi. Con l’invecchiamento, l'ippocampo perde neuroni e così anche la corteccia, il che può portare a una minore efficienza nella registrazione delle nuove esperienze. I ricordi del passato, invece, non sono colpiti dai processi degenerativi, a meno che questi non siano gravi come avviene nel morbo di Alzheimer. A questo punto, però, bisogna tener conto che esistono differenze tra le memorie: quelle procedurali (ad esempio allacciarsi le scarpe, andare in bicicletta, compiere atti ripetitivi) sono molto robuste e difficilmente si disgregano col passare degli anni. Tra l’altro, sono le prime a comparire nel corso dello sviluppo. Le memorie dichiarative (si basano sul linguaggio, come lo specificare qual è il proprio indirizzo di casa o ricordarsi qual è la capitale di uno Stato europeo) sono invece più fragili: compaiono più tardivamente nel corso dello sviluppo infantile e sono anche più soggette a deficit. In gran parte queste memorie dipendono dall’efficienza di circuiti nervosi di cui fanno parte neuroni che si trasmettono l’informazione grazie a un mediatore nervoso, l’acetilcolina: sono questi neuroni ad essere più danneggiati nel corso dell'invecchiamento patologico, ad esempio nell’Alzheimer. In genere, le memorie relative ai nomi e ai cognomi delle persone "zoppicano" a partire dai 50-60 anni: è un fatto normale che, se non esistono altri problemi, non deve preoccupare».

CONSIGLI - Ma esistono strategie che davvero siano in grado di fortificare o preservare la memoria? Ecco alcuni consigli del professor Alberto Oliverio: «Più ci si impegna a mantenere una buona forma generale, anche attraverso un’attività fisica quotidiana, più il cervello risulta essere ben ossigenato e funzionante. Questa certamente è una delle azioni fondamentali che si possono fare per il buon funzionamento della memoria. Specialmente per le persone non più giovani, una buona memoria si conserva anche riducendo il rischio di arteriosclerosi, limitando il consumo di grassi, soprattutto di origine animale, mangiando frutta e verdura, cereali e legumi. Anche il controllo della pressione arteriosa ha un effetto protettivo nei confronti della memoria, preservando il cervello da possibili micro-infarti che all’inizio possono passare inosservati, ma che a lungo termine fanno sentire il loro effetto alterando la struttura cerebrale». «Stimolare il cervello con vari interessi è un ottimo modo per tenere attive tutte le sue funzioni, quella mnemonica compresa - prosegue l’esperto -. È soprattutto utile leggere con attenzione prendendo appunti o segnando a margine di libri e giornali i punti chiave, per poter meglio memorizzare il senso di quello che si legge. Ma servono anche l’ascolto attento della musica o fare le parole crociate o il sudoku».

FARMACI - «Non esistono invece farmaci della memoria - puntualizza Oliverio -, e questo vale tanto per gli anziani che per i giovani che devono affrontare gli esami a scuola. Inoltre non risulta particolarmente stimolante il passivo apprendimento a memoria, senza una spiccata partecipazione emotiva o intellettuale. Se studiate una poesia, provate a farlo con una lettura espressiva ad alta voce, che coinvolga quindi più sensi e soprattutto la sfera affettiva. La stessa regola vale per lo studio, ad esempio, di un capitolo di storia o di scienze: non basta ripetere svogliatamente, per ricordare meglio bisogna interpretare profondamente quello che si studia, porsi domande, fare confronti, individuare scalette logiche, tracciare analogie. Solo in questo modo quello che viene studiato è posto al riparo dalla naturale selezione operata dal cervello, che tende ad abbandonare le nozioni catalogate come poco significative o inutili».

mercoledì 19 ottobre 2011


CICLO DI CATECHESI DEDICATO ALLA PREGHIERA - UDIENZA GENERALE: CATECHESI DEL SANTO PADRE: L’UDIENZA GENERALE, 19.10.2011

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Salmo 136

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei meditare con voi un Salmo che riassume tutta la storia della salvezza di cui l’Antico Testamento ci dà testimonianza. Si tratta di un grande inno di lode che celebra il Signore nelle molteplici, ripetute manifestazioni della sua bontà lungo la storia degli uomini; è il Salmo 136 – o 135 secondo la tradizione greco-latina.

Solenne preghiera di rendimento di grazie, conosciuto come il “Grande Hallel”, questo Salmo è tradizionalmente cantato alla fine della cena pasquale ebraica ed è stato probabilmente pregato anche da Gesù nell’ultima Pasqua celebrata con i discepoli; ad esso sembra infatti alludere l’annotazione degli Evangelisti: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (cfr Mt 26,30; Mc 14,26). L’orizzonte della lode illumina così la difficile strada del Golgota. Tutto il Salmo 136 si snoda in forma litanica, scandito dalla ripetizione antifonale «perché il suo amore è per sempre». Lungo il componimento, vengono enumerati i molti prodigi di Dio nella storia degli uomini e i suoi continui interventi in favore del suo popolo; e ad ogni proclamazione dell’azione salvifica del Signore risponde l’antifona con la motivazione fondamentale della lode: l’amore eterno di Dio, un amore che, secondo il termine ebraico utilizzato, implica fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza. È questo il motivo unificante di tutto il Salmo, ripetuto in forma sempre uguale, mentre cambiano le sue manifestazioni puntuali e paradigmatiche: la creazione, la liberazione dell’esodo, il dono della terra, l’aiuto provvidente e costante del Signore nei confronti del suo popolo e di ogni creatura.

Dopo un triplice invito al rendimento di grazie al Dio sovrano (vv. 1-3), si celebra il Signore come Colui che compie «grandi meraviglie» (v. 4), la prima delle quali è la creazione: il cielo, la terra, gli astri (vv. 5-9). Il mondo creato non è un semplice scenario su cui si inserisce l’agire salvifico di Dio, ma è l’inizio stesso di quell’agire meraviglioso. Con la creazione, il Signore si manifesta in tutta la sua bontà e bellezza, si compromette con la vita, rivelando una volontà di bene da cui scaturisce ogni altro agire di salvezza. E nel nostro Salmo, riecheggiando il primo capitolo della Genesi, il mondo creato è sintetizzato nei suoi elementi principali, insistendo in particolare sugli astri, il sole, la luna, le stelle, creature magnifiche che governano il giorno e la notte. Non si parla qui della creazione dell’essere umano, ma egli è sempre presente; il sole e la luna sono per lui - per l'uomo - per scandire il tempo dell’uomo, mettendolo in relazione con il Creatore soprattutto attraverso l’indicazione dei tempi liturgici.

Ed è proprio la festa di Pasqua che viene evocata subito dopo, quando, passando al manifestarsi di Dio nella storia, si inizia con il grande evento della liberazione dalla schiavitù egiziana, dell’esodo, tracciato nei suoi elementi più significativi: la liberazione dall'Egitto con la piaga dei primogeniti egiziani, l’uscita dall’Egitto, il passaggio del Mar Rosso, il cammino nel deserto fino all’entrata nella terra promessa (vv. 10-20). Siamo nel momento originario della storia di Israele. Dio è intervenuto potentemente per portare il suo popolo alla libertà; attraverso Mosè, suo inviato, si è imposto al faraone rivelandosi in tutta la sua grandezza ed, infine, ha piegato la resistenza degli Egiziani con il terribile flagello della morte dei primogeniti. Così Israele può lasciare il Paese della schiavitù, con l’oro dei suoi oppressori (cfr Es 12,35-36), «a mano alzata» (Es 14,8), nel segno esultante della vittoria. Anche al Mar Rosso il Signore agisce con misericordiosa potenza. Davanti ad un Israele spaventato alla vista degli Egiziani che lo inseguono, tanto da rimpiangere di aver lasciato l’Egitto (cfr Es 14,10-12), Dio, come dice il nostro Salmo, «divise il Mar Rosso in due parti […] in mezzo fece passare Israele […] vi travolse il faraone e il suo esercito» (vv. 13-15). L’immagine del Mar Rosso “diviso” in due, sembra evocare l’idea del mare come un grande mostro che viene tagliato in due pezzi e così reso inoffensivo. La potenza del Signore vince la pericolosità delle forze della natura e di quelle militari messe in campo dagli uomini: il mare, che sembrava sbarrare la strada al popolo di Dio, lascia passare Israele all’asciutto e poi si richiude sugli Egiziani travolgendoli. «La mano potente e il braccio teso» del Signore (cfr Deut 5,15; 7,19; 26,8) si mostrano così in tutta la loro forza salvifica: l’ingiusto oppressore è stato vinto, inghiottito dalle acque, mentre il popolo di Dio “passa in mezzo” per continuare il suo cammino verso la libertà.

A questo cammino fa ora riferimento il nostro Salmo ricordando con una frase brevissima il lungo peregrinare di Israele verso la terra promessa: «Guidò il suo popolo nel deserto, perché il suo amore è per sempre» (v. 16). Queste poche parole racchiudono un’esperienza di quarant’anni, un tempo decisivo per Israele che lasciandosi guidare dal Signore impara a vivere di fede, nell’obbedienza e nella docilità alla legge di Dio. Sono anni difficili, segnati dalla durezza della vita nel deserto, ma anche anni felici, di confidenza nel Signore, di fiducia filiale; è il tempo della “giovinezza”, come lo definisce il profeta Geremia parlando a Israele, a nome del Signore, con espressioni piene di tenerezza e di nostalgia: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata» (Ger 2,2). Il Signore, come il pastore del Salmo 23 che abbiamo contemplato in una catechesi, per quarant’anni ha guidato il suo popolo, lo ha educato e amato, conducendolo fino alla terra promessa, vincendo anche le resistenze e l’ostilità di popoli nemici che volevano ostacolarne il cammino di salvezza (cfr vv. 17-20).

Nello snodarsi delle «grandi meraviglie» che il nostro Salmo enumera, si giunge così al momento del dono conclusivo, nel compiersi della promessa divina fatta ai Padri: «Diede in eredità la loro terra, perché il suo amore è per sempre; in eredità a Israele suo servo, perché il suo amore è per sempre» (vv. 21-22). Nella celebrazione dell’amore eterno del Signore, si fa ora memoria del dono della terra, un dono che il popolo deve ricevere senza mai impossessarsene, vivendo continuamente in un atteggiamento di accoglienza riconoscente e grata. Israele riceve il territorio in cui abitare come “eredità”, un termine che designa in modo generico il possesso di un bene ricevuto da un altro, un diritto di proprietà che, in modo specifico, fa riferimento al patrimonio paterno. Una delle prerogative di Dio è di “donare”; e ora, alla fine del cammino dell’esodo, Israele, destinatario del dono, come un figlio, entra nel Paese della promessa realizzata. È finito il tempo del vagabondaggio, sotto le tende, in una vita segnata dalla precarietà. Ora è iniziato il tempo felice della stabilità, della gioia di costruire le case, di piantare le vigne, di vivere nella sicurezza (cfr Dt 8,7-13). Ma è anche il tempo della tentazione idolatrica, della contaminazione con i pagani, dell’autosufficienza che fa dimenticare l’Origine del dono. Perciò il Salmista menziona l’umiliazione e i nemici, una realtà di morte in cui il Signore, ancora una volta, si rivela come Salvatore: «Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi, perché il suo amore è per sempre; ci ha liberati dai nostri avversari, perché il suo amore è per sempre» (vv. 23-24).

A questo punto nasce la domanda: come possiamo fare di questo Salmo una preghiera nostra, come possiamo appropriarci, per la nostra preghiera, di questo Salmo? Importante è la cornice del Salmo, all’inizio e alla fine: è la creazione. Ritorneremo su questo punto: la creazione come il grande dono di Dio del quale viviamo, nel quale Lui si rivela nella sua bontà e grandezza. Quindi, tener presente la creazione come dono di Dio è un punto comune per noi tutti. Poi segue la storia della salvezza. Naturalmente noi possiamo dire: questa liberazione dall'Egitto, il tempo del deserto, l’entrata nella Terra Santa e poi gli altri problemi, sono molto lontani da noi, non sono la nostra storia. Ma dobbiamo stare attenti alla struttura fondamentale di questa preghiera. La struttura fondamentale è che Israele si ricorda della bontà del Signore. In questa storia ci sono tante valli oscure, ci sono tanti passaggi di difficoltà e di morte, ma Israele si ricorda che Dio era buono e può sopravvivere in questa valle oscura, in questa valle della morte, perché si ricorda. Ha la memoria della bontà del Signore, della sua potenza; la sua misericordia vale in eterno. E questo è importante anche per noi: avere una memoria della bontà del Signore. La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c'è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell'oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro: è luce e stella che ci guida. Anche noi abbiamo una memoria del bene, dell'amore misericordioso, eterno di Dio.

La storia di Israele è già una memoria anche per noi, come Dio si è mostrato, si è creato un suo popolo. Poi Dio si è fatto uomo, uno di noi: è vissuto con noi, ha sofferto con noi, è morto per noi. Rimane con noi nel Sacramento e nella Parola. E' una storia, una memoria della bontà di Dio che ci assicura la sua bontà: il suo amore è eterno. E poi anche in questi duemila anni della storia della Chiesa c'è sempre, di nuovo, la bontà del Signore. Dopo il periodo oscuro della persecuzione nazista e comunista, Dio ci ha liberati, ha mostrato che è buono, che ha forza, che la sua misericordia vale per sempre. E, come nella storia comune, collettiva, è presente questa memoria della bontà di Dio, ci aiuta, ci diventa stella della speranza, così anche ognuno ha la sua storia personale di salvezza, e dobbiamo realmente far tesoro di questa storia, avere sempre presente la memoria delle grandi cose che ha fatto anche nella mia vita, per avere fiducia: la sua misericordia è eterna. E se oggi sono nella notte oscura, domani Egli mi libera perché la sua misericordia è eterna.

Ritorniamo al Salmo, perché, alla fine, ritorna alla creazione. Il Signore – così dice - «dà il cibo a ogni vivente, perché il suo amore è per sempre» (v. 25). La preghiera del Salmo si conclude con un invito alla lode: «Rendete grazie al Dio del cielo, perché il suo amore è per sempre». Il Signore è Padre buono e provvidente, che dà l’eredità ai propri figli ed elargisce a tutti il cibo per vivere.

Il Dio che ha creato i cieli e la terra e le grandi luci celesti, che entra nella storia degli uomini per portare alla salvezza tutti i suoi figli è il Dio che colma l’universo con la sua presenza di bene prendendosi cura della vita e donando pane. L’invisibile potenza del Creatore e Signore cantata nel Salmo si rivela nella piccola visibilità del pane che ci dà, con il quale ci fa vivere. E così questo pane quotidiano simboleggia e sintetizza l’amore di Dio come Padre, e ci apre al compimento neotestamentario, a quel “pane di vita”, l’Eucaristia, che ci accompagna nella nostra esistenza di credenti, anticipando la gioia definitiva del banchetto messianico nel Cielo.

Fratelli e sorelle, la lode benedicente del Salmo 136 ci ha fatto ripercorrere le tappe più importanti della storia della salvezza, fino a giungere al mistero pasquale, in cui l’azione salvifica di Dio arriva al suo culmine. Con gioia riconoscente celebriamo dunque il Creatore, Salvatore e Padre fedele, che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Nella pienezza dei tempi, il Figlio di Dio si fa uomo per dare la vita, per la salvezza di ciascuno di noi, e si dona come pane nel mistero eucaristico per farci entrare nella sua alleanza che ci rende figli. A tanto giunge la bontà misericordiosa di Dio e la sublimità del suo “amore per sempre”.

Voglio perciò concludere questa catechesi facendo mie le parole che San Giovanni scrive nella sua Prima Lettera e che dovremmo sempre tenere presenti nella nostra preghiera: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente» (1Gv 3,1). Grazie.

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