Visualizzazione post con etichetta psicanalisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicanalisi. Mostra tutti i post

lunedì 13 gennaio 2014

L’amore, da solo, non basta. Perché un figlio ha bisogno di un padre e una madre che gli dicano: «Vai !» gennaio 12, 2014 Benedetta Frigerio, www.tempi.it

«Per vincere la sfida della famiglia bisogna giocare in attacco. Ci vogliono testimoni della bellezza di ciò che può nascere dall’amore fra un uomo e una donna». È per questo che lo psicoanalista Luigi Campagner ha intitolato il suo libro sulla famiglia Figli! O del vantaggio di essere genitori (Lindau, 13 euro, 155 pagine). «Perché ai miei figli insegno a vivere: amando mia moglie, lavorando per la mia crescita, coltivando le mie passioni. Ma da loro imparo anche a desiderare il massimo. Ad amare come un bambino, a guardare le cose in modo puro, per quelle che sono e non per quello che la maggioranza dice che siano».

campagner-figli-o-del-vantaggio-di-essere-genitoriDottor Campagner, nel suo libro lei parla della distinzione in relazione al sesso, la prima che il bambino coglie. Sottolinea che questa diversità è arricchente, ma che spesso oggi nell’esperienza si configura come difficoltà e, in casi estremi, come obiezione di principio. Può spiegare perché la differenza sessuale arricchisce e come mai oggi è vista come una cosa negativa?
La differenza sessuale è una cosa da riconoscere più che da spiegare. Se oggi, invece, ci si riduce a parlare del rapporto fra uomo e donna stando “sulla difensiva” è perché spesso manca il fascino di una madre e un padre che sappiano accogliere la differenza tra loro come arricchente. Che sappiano dare, ma accettando anche di ricevere, di dipendere. Mi viene in mente l’abbraccio fra Adamo e Eva di Jan Gossaert, un’opera che ho visto nel Palazzo Abatellis di Palermo (nella foto in basso). I due si guardano come complici. In questo dipinto la differenza appare come un bene. Essa, infatti, è necessaria all’uomo per rispondere al suo bisogno naturale di completarsi e di generare, per crescere e costruire. Il problema è che oggi chi vive così è una minoranza di cui la maggioranza dei media non parla.

adamo ed eva Come si può negare una differenza evidente?Le differenze biologiche esistono e le vedono tutti. Anche chi le nega ideologicamente, pur provandoci, non può eliminarle. Ma l’evidenza non basta da sola, insieme a questa dobbiamo usare l’arma del fascino: far venire invidia della famiglia naturale, l’uomo e la donna devono provare a costruire delle vere e proprie opere familiari.
Perché non possono costruirne anche due uomini o due donne?
Il bambino ha bisogno di una mamma e un papà diversi e complementari. Per la psicoanalisi, come disse già Freud, è necessario che il bambino attraversi la cosiddetta fase fallica, importantissima per lo sviluppo equilibrato di una persona. In questa fase il bambino impara ad accettare la propria identità, attraverso l’accettazione del genitore dello stesso sesso. Se non avviene questo processo il bambino resterà frustrato, non si sentirà voluto e cercherà continue conferme dalle persone del proprio sesso, che si percepiranno poi come antagonisti. Invece, quando la propria identità viene accolta, il bambino diventa stabile e crescendo cercherà il compimento nell’altro sesso.

Abbiamo bisogno della diversità per completarci. Cosa implica questo?
Ad esempio, lasciare da parte l’orgoglio: accettare di farsi accogliere oltre che di dare. Spesso, invece, siamo nella posizione di chi vuole solo dare. Questo succede con i figli, non solo fra coniugi. È un peccato, perché il lasciarsi accogliere è necessario e bello, completa: dove manco io farai tu e viceversa, questo aiuta a costruire una bella famiglia e quindi una bella società.

Cosa pensa della campagna per la promozione delle adozioni fra coppie dello stesso sesso? Basta l’affetto?
I sentimenti non sono sufficienti a crescere un bambino. E poi perché una persona desidera un figlio? Le ragioni possono essere due. La prima è la volontà pericolosa di soddisfare una proiezione di sé che ci confermi, pensando di colmare dei vuoti. La seconda è il desiderio di dare, educando un soggetto ad amare ed essere amato, comprendendo e accogliendo la diversità dei sessi. Una mamma e un papà possono cadere nell’errore di trattare un figlio come una proiezione di sé che li soddisfi, ma è una possibilità che non si può predire a priori. Mentre legalizzando le adozioni di persone dello stesso sesso l’errore sarebbe approvato legalmente il fatto che queste coppie non potranno mai dare al figlio ciò di cui ha bisogno. La natura poi è un segnale che sta lì a dire: «Per questa via non puoi generare un uomo. Fermati!».

Eppure a qualcuno sembra impossibile rinunciare ai figli che desidera.
Io lavoro in alcune comunità, vedo genitori che volontariamente rinunciano a tenere con sé i figli se capiscono che per un po’ è meglio così. Non è facile, ma questo è un atto d’amore enorme. Mi viene in mente la madre dell’episodio biblico di Salomone, che pur di non vedere il figlio morire è disposta a lasciarlo alla donna che mente, dicendo che il bambino è suo.

Non si perde qualcosa così?No, perché la vera felicità di un genitore è quella del figlio.
Si sente ripetere sempre più spesso che ciò che conta è solo l’amore.
La parola amore è abusata, intesa come un sentimento generico. Ai figli non bastano i soldi, l’affetto, le attenzioni. Oggi i bambini sono pieni di cose materiali e di protezioni. Li immergiamo in vasi di miele in cui soffocano. Ma se li teniamo sempre in braccio non impareranno mai a camminare. Il bambino stesso desidera essere lanciato nel mondo dall’adulto che vuole imitare. C’è un cartone africano, Kiriku e la strega karabà, che spiega cosa intendo. Kiriku chiede alla madre: «Ma perché la strega è cattiva?». La madre non gli spiega perché, ma gli dice che esistono persone cattive. Cioè gli dà degli argini entro cui muoversi e poi lo lascia andare.

Nel libro parla del rischio di alcune campagne pubblicitarie come quelle sulla pedofilia. Quali pericoli vede?
Se gli adulti appaiono come orchi si continua a separare il loro mondo da quello dei bimbi. Così il piccolo diventa un idolo, che alla fine rimane solo, senza rapporti: i grandi vedono i bambini come un fardello a cui bisogna dare senza ricevere, mentre nei piccoli si introduce un sospetto sull’adulto. Oggi bisogna muoversi al contrario, riavvicinando due mondi che hanno assoluto bisogno di dare e ricevere l’uno all’altro.

Lei scrive che aumenta l’intelligenza teorica delle nuove generazioni, mentre il pensiero pratico sta regredendo. Da dove deriva questa separazione?
Vedo tantissimi pazienti colti, bravissimi professionisti, ma assolutamente fragili nei rapporti, incapaci di gestirli. Come mai? Il bambino per crescere deve essere abituato a un lavoro continuo di costruzione di sé, di cambiamento di fronte all’altro, di accettazione del bene o di rifiuto del male. Se i genitori non hanno fatto questo lavoro continuo, se non hanno fatto squadra, anche nelle difficoltà, per costruire qualcosa, il figlio non sarà capace di fare altrettanto.

Nel suo libro spiega che spesso si parla ai figli senza tener conto del peso delle parole, che i genitori li sgridano senza mai confermarli, si irrigidiscono in un ruolo… Come riparare a questi sbagli che possono segnare i figli?
Siamo madri e padri, ma siamo innanzitutto uomini e donne e questo non va nascosto ai figli. Siamo esseri umani che sbagliano, hanno sbagliato, hanno delle passioni. La bussola per muoversi è la riflessione su di sé e sull’altro. Il far spazio a ciò che accade, a ciò che i figli ci dicono, lasciandoci interrogare. La tristezza in questo senso è un aiuto. Quando si introduce nel rapporto significa che c’è qualcosa che non andava, è quindi un bene che arrivi. Cosa fare? Attendere con pazienza e pensare a come cambiare, ricreare, riprovare in un altro modo. Siccome poi il rapporto di reciproca crescita è drammatico, si può anche arrivare a capire, come dicevo prima, che per un po’ è meglio che il figlio si riferisca ad altri. I veri genitori sono anche capaci di dire: «Vai, se serve, purché tu sia felice!». E qui si capisce come l’amore non sia un sentimento. Si può continuare a ripetere: ”Ti voglio bene”, come è giusto fare, ma servono anche i fatti. L’amore non è un enunciato generico, è un rapporto di dipendenza e di scambio reciproco, di errori e riprese, soprattutto fra i coniugi. E l’amore non si dice soltanto, si deve vivere: i bambini non imparano l’italiano se facciamo loro delle lezioni, ma se la mamma e il papà lo parlano fra loro e con lui.

Molti figli oggi sono in difficoltà perché non hanno davanti padri e madri come quelli che riporta a modello. Che risorse hanno?Tutti, anche chi ha avuto bravi genitori, a un certo punto abbiamo cercato madri e padri spirituali che ci hanno sostenuto, consigliato. A volte guardiamo più a loro che ai genitori biologici. Anzi spesso sono i padri spirituali a farci riabbracciare anche quelli biologici. Ai ragazzi dico che devono cercare padri e madri, a scuola, al lavoro, dappertutto. Esistono.

martedì 22 maggio 2012


22/05/2012 – INTERVISTA - C'è la crisi e anche l'inconscio si sente poco bene - Il senso del malessere "Non ricordo niente di simile tra i pazienti neanche all'epoca dell’inflazione al 18 per cento" - La Società psicoanalitica italiana a congresso su un tema di drammatica attualità : parla il presidente Stefano Bolognini, di EGLE SANTOLINI, http://www3.lastampa.it/

MILANO
Racconta Stefano Bolognini, presidente della Società psicoanalitica italiana e primo italiano salito al vertice anche dell’International Psychoanalytical Association, che il tema del sedicesimo congresso dei freudiani di casa nostra era deciso da un pezzo, ma in qualche modo è scoppiato in mano a chi l’aveva scelto.

Mentre i relatori lavoravano sul titolo «Realtà psichica e regole sociali - Denaro, potere e lavoro fra etica e narcisismo», e si elaboravano, sui tempi lunghi richiesti da queste manifestazioni, gli interventi anche di alcuni ospiti «laici», tra cui sindacalisti, banchieri e poeti, la situazione finanziaria ed emotiva del Paese si addentrava infatti in territori angosciosi e forse inesplorati. Una tempesta che, a memoria di analista, offre pochi paragoni possibili nel tempo: «Non ricordo un tale senso di malessere dei pazienti neppure all’epoca dell’inflazione al 18 per cento», riconosce Bolognini.

Presidente, come incide la crisi sull’inconscio degli italiani?
«Rode il narcisismo fino al midollo. Quello “cattivo” ma anche quello “buono”, quello di morte e anche quello di vita. Mi spiego. Noi distinguiamo tra due tipi di narcisismo, un po’ come accade per il colesterolo: c’è quello ridondante, malato, esibito in maniera patologica e impudica, come è accaduto anche nella recentissima vita politica italiana. E poi c’è il narcisismo che ha a che fare con l’identità e con il riconoscimento delle proprie risorse e dei propri progetti. Ecco: a questo punto, la crisi sta ferendo anche il senso di sé, in maniera vasta e preoccupante. Si instaura una cappa pesante di svalutazione, di mortificazione. Questa ondata di suicidi è il segno inquietante di uno stato di sofferenza diffuso».

Il tema del Congresso mette in relazione narcisismo ed etica.
«Se la nazione è in stato di sofferenza, diventano più acute anche le questioni di tipo etico. Che, in questa fase, sembrano assumere il tono della frusta nei confronti dei politici. Si è come arrivati a un clima da resa dei conti. E i soggetti più deboli, quelli dall’ego meno saldo, soccombono».

La perdita del posto di lavoro coincide con la perdita d’identità?
«Purtroppo sì, è quello che accade molto spesso. In questa società, spesso non riusciamo a valutarci se non per quello che realizziamo professionalmente. Vede, Freud diceva che l’analista doveva mettere il paziente in condizione di fare quattro cose: amare, lavorare, godere e soffrire. E aggiungeva che, se non si è in grado di lavorare, non si può neppure amare. Nel senso profondo, complessivo, del prendersi cura di chi ama».

Quali sono le generazioni più colpite?
«I giovani che sentono di non avere prospettive, i genitori terrorizzati dal futuro dei figli. Ma anche chi di figli non ne ha, perché è in gioco il senso stesso di progetto di un’intera società».

Come si manifestano queste ferite nel suo studio di analista? Le raccontano molti sogni ambientati nell’ufficio del personale o, magari, alla mensa dei poveri?
«No, questo non succede. Il lavorìo dei sogni prende un andamento autonomo, più profondo, non rispecchiando direttamente le vicissitudini quotidiane. L’angoscia emerge dalle comunicazioni dei pazienti più che dal loro materiale onirico».

Qualche esempio, al riparo del segreto professionale?
«Molti casi di oppressione emotiva perché ci si rende conto di non poter portare a termine dei progetti creativi. Di non poterci neanche più pensare».

Visti i costi dell’analisi, ci saranno quelli che non sanno più come proseguirla, oltre a quelli che stanno male, la vorrebbero ma non la cominciano. A proposito, quanto costa oggi una seduta?

«Certi giovani colleghi la fanno pagare anche 30 o 40 euro. In media direi che siamo sui 50».

Per una frequenza di…
«Tre o quattro volte la settimana, nello schema classico. Ma dati i tempi, si negozia, si arrangiano degli aggiustamenti. Certamente c’è un po’ più di cautela del solito nel cominciare una terapia».

Capita il paziente che arriva e le dice: dottore, non la posso più pagare?
«Capita sì. È allora che si pensa a qualche compromesso, magari tagliando una seduta o due. So di colleghi che si abbassano i prezzi. Ma è difficile che un soggetto in grave sofferenza rinunci al rapporto con l’analista. Di solito si trova il sistema».

Ha riscontri nel lavoro degli analisti di altri parti del mondo?
«Oh sì. Ci si dispera in tutta Europa, ora perfino in quelle società scandinave che tradizionalmente godevano di un welfare molto efficiente. D’altro canto, in certe nazioni giovani come il Brasile la situazione è più positiva».

Presidente, un paio di anni fa, proprio in occasione di un altro congresso della Spi, lei ci aveva descritto certi soggetti caratterizzati dalla paura del pensiero, estroflessi, incapaci di interiorizzazione, che vivevano una vita finta, incentrata sul look o su rapporti virtuali e non autentici. La crisi ne ha fatto piazza pulita?
«Per considerare come un’opportunità la situazione che stiamo sperimentando direi che, se non altro, abbiamo la chance di tornare all’essenziale: alla qualità delle relazioni, all’apprezzamento di ciò che si ha. Stiamo imparando che la felicità non sta nel vestire griffato o nel viaggiare intorno al mondo come trottole. E allora sì: a un prezzo altissimo, questa può essere l’occasione per liberarci dalla volgarità generalizzata. E dallo spreco anche emotivo».

mercoledì 14 marzo 2012


Osare Pensare A cura di Silvano Petrosino - Neuroscienze, il più recente attacco alla psicoanalisi - 13/03/2012, http://www.avvenire.it

«Noi abbiamo a che fare con schiavi che si credono padroni». Così affermava Lacan nei suoi Ecrits (1966) per descrivere, con un chiaro riferimento al mito platonico della caverna, la difficile situazione in cui si trova l'analista nel suo rapporto con il paziente. Tale affermazione, tuttavia, può essere utile anche per descrivere la difficile situazione in cui da sempre si è trovata la stessa psicoanalisi che fin dalla sua nascita ha dovuto difendersi dalle accuse di oscurantismo e di mancanza di rigore che periodicamente i supposti "guardiani" di turno della razionalità scientifica si sono sentiti in dovere di rivolgerle. Nuovamente questi schiavi che si credono padroni sembrano essere tornati all'attacco, questa volta armati di cognitivismo, di spettacolari mappature del cervello e delle strabilianti scoperte dell'industria farmaceutica. Nel 1999, nell'introdurre un suo lavoro dal titolo Pourquoi la psychanalyse? (Fayard), Elisabeth Roudinesco, una delle più autorevoli storiche del movimento psicoanalitico, scriveva: «Questo libro è nato da una constatazione: mi sono chiesta perché, dopo quasi cent'anni di esistenza e molti risultati clinici incontestabili, la psicoanalisi è ancora violentemente criticata da coloro che pretendono sostituirla con dei trattamenti chimici giudicati più efficaci perché capaci di intervenire sulle cause cosiddette celebrali degli scompensi dell'anima. Senza contestare l'utilità di questi farmaci e senza misconosce il conforto che possono dare, ho voluto mostrare ch'essi non sono in grado di guarire l'uomo dalle sue sofferenze psichiche, siano queste normali o patologiche (...) La psicoanalisi rappresenta un passo in avanti della civiltà sulla barbarie. Essa ripropone l'idea di uomo libero della sua parola e il cui destino non si risolve nel suo essere biologico. Di conseguenza, in futuro essa dovrà avere il suo posto, affianco ad altre scienze, nella lotta conto le pretese oscurantiste che mirano a ridurre il pensiero ad un neurone o a confondere il desiderio con una secrezione chimica». In questo stesso studio Roudinesco ricorda molto opportunamente la celebre conferenza del 1980 del famoso epistemologo e storico della scienza Georges Canguilhem intitolata «Le cerveau e la pensée». Nel corso di questa conferenza, osserva Roudinesco, «senza pronunciare la parola "cognitivismo", che apparirà nel 1981, Canguilhem critica con veemenza la credenza che anima l'ideale cognitivo: la pretesa di creare una "scienza dello spirito" fondata sulla correlazione tra stati mentali e stati celebrali». Una simile psicologia, nel risolversi di fatto nella biologia e nella fisiologia, viene qualificata dall'epistemologo francese come una «filosofia senza rigore», «un'etica senza esigenze», «una medicina fuori controllo» e viene ultimamente assimilata ad un'«autentica barbarie»: «essa (...) non è che uno strumento del potere, una biotecnologia del comportamento umano che spoglia l'uomo della sua soggettività e cerca di sottrargli la sua libertà di pensiero».
Dunque, il dibattito è noto, gli attacchi alla psicoanalisi sono sempre gli stessi (oscurantismo, irrazionalismo, assenza di rigore scientifico, eccetera, un po', mutatis mutandi, come all'esperienza religiosa), la tentazione riduzionista(l'uomo al cervello, il cervello ai neuroni, i neuroni alla chimica) è sempre presente e purtroppo anche le violente semplificazioni sono sempre le stesse. D'altra parte lo stesso Lacan lo ha ripetuto con insistenza: «La psicoanalisi è un sintomo (...) Ma vedrete che si guarirà l'umanità dalla psicoanalisi» (Il trionfo della religione, 1974). C'è da sperare che si sia sbagliato, soprattutto perché bisogna essere proprio sordi e ciechi, bisogna essere proprio dei militanti della non lettura e del non pensiero per non accorgersi del contributo essenziale che la disciplina nata con Freud ha dato, nel Novecento, ad una riflessione sull'uomo capace di non ridurre il soggetto a quella banale caricatura (senza profondità, senza complessità, senza fratture, senza cesure, senza mancanze, senza dramma) che molti padroni/schiavi, con algido sorriso, ci hanno sempre proposto e oggi ci ripropongono soprattutto in nome delle neuroscienze.
C'è dunque da augurarsi che la psicoanalisi non si limiti ad essere un sintomo ma continui ad essere seriamente studiata e ancora più seriamente praticata, anche perché è solo a queste condizioni ch'essa potrà aiutarci a non cadere nella trappola di quella barbarie che non riesce a concepire l'uomo se non come quel tutto che si raccoglie attorno ad un pene o ad una vagina o, come si sostiene oggi pensando di dire qualcosa di diverso e di più elevato, un cervello.