mercoledì 14 marzo 2012


Osare Pensare A cura di Silvano Petrosino - Neuroscienze, il più recente attacco alla psicoanalisi - 13/03/2012, http://www.avvenire.it

«Noi abbiamo a che fare con schiavi che si credono padroni». Così affermava Lacan nei suoi Ecrits (1966) per descrivere, con un chiaro riferimento al mito platonico della caverna, la difficile situazione in cui si trova l'analista nel suo rapporto con il paziente. Tale affermazione, tuttavia, può essere utile anche per descrivere la difficile situazione in cui da sempre si è trovata la stessa psicoanalisi che fin dalla sua nascita ha dovuto difendersi dalle accuse di oscurantismo e di mancanza di rigore che periodicamente i supposti "guardiani" di turno della razionalità scientifica si sono sentiti in dovere di rivolgerle. Nuovamente questi schiavi che si credono padroni sembrano essere tornati all'attacco, questa volta armati di cognitivismo, di spettacolari mappature del cervello e delle strabilianti scoperte dell'industria farmaceutica. Nel 1999, nell'introdurre un suo lavoro dal titolo Pourquoi la psychanalyse? (Fayard), Elisabeth Roudinesco, una delle più autorevoli storiche del movimento psicoanalitico, scriveva: «Questo libro è nato da una constatazione: mi sono chiesta perché, dopo quasi cent'anni di esistenza e molti risultati clinici incontestabili, la psicoanalisi è ancora violentemente criticata da coloro che pretendono sostituirla con dei trattamenti chimici giudicati più efficaci perché capaci di intervenire sulle cause cosiddette celebrali degli scompensi dell'anima. Senza contestare l'utilità di questi farmaci e senza misconosce il conforto che possono dare, ho voluto mostrare ch'essi non sono in grado di guarire l'uomo dalle sue sofferenze psichiche, siano queste normali o patologiche (...) La psicoanalisi rappresenta un passo in avanti della civiltà sulla barbarie. Essa ripropone l'idea di uomo libero della sua parola e il cui destino non si risolve nel suo essere biologico. Di conseguenza, in futuro essa dovrà avere il suo posto, affianco ad altre scienze, nella lotta conto le pretese oscurantiste che mirano a ridurre il pensiero ad un neurone o a confondere il desiderio con una secrezione chimica». In questo stesso studio Roudinesco ricorda molto opportunamente la celebre conferenza del 1980 del famoso epistemologo e storico della scienza Georges Canguilhem intitolata «Le cerveau e la pensée». Nel corso di questa conferenza, osserva Roudinesco, «senza pronunciare la parola "cognitivismo", che apparirà nel 1981, Canguilhem critica con veemenza la credenza che anima l'ideale cognitivo: la pretesa di creare una "scienza dello spirito" fondata sulla correlazione tra stati mentali e stati celebrali». Una simile psicologia, nel risolversi di fatto nella biologia e nella fisiologia, viene qualificata dall'epistemologo francese come una «filosofia senza rigore», «un'etica senza esigenze», «una medicina fuori controllo» e viene ultimamente assimilata ad un'«autentica barbarie»: «essa (...) non è che uno strumento del potere, una biotecnologia del comportamento umano che spoglia l'uomo della sua soggettività e cerca di sottrargli la sua libertà di pensiero».
Dunque, il dibattito è noto, gli attacchi alla psicoanalisi sono sempre gli stessi (oscurantismo, irrazionalismo, assenza di rigore scientifico, eccetera, un po', mutatis mutandi, come all'esperienza religiosa), la tentazione riduzionista(l'uomo al cervello, il cervello ai neuroni, i neuroni alla chimica) è sempre presente e purtroppo anche le violente semplificazioni sono sempre le stesse. D'altra parte lo stesso Lacan lo ha ripetuto con insistenza: «La psicoanalisi è un sintomo (...) Ma vedrete che si guarirà l'umanità dalla psicoanalisi» (Il trionfo della religione, 1974). C'è da sperare che si sia sbagliato, soprattutto perché bisogna essere proprio sordi e ciechi, bisogna essere proprio dei militanti della non lettura e del non pensiero per non accorgersi del contributo essenziale che la disciplina nata con Freud ha dato, nel Novecento, ad una riflessione sull'uomo capace di non ridurre il soggetto a quella banale caricatura (senza profondità, senza complessità, senza fratture, senza cesure, senza mancanze, senza dramma) che molti padroni/schiavi, con algido sorriso, ci hanno sempre proposto e oggi ci ripropongono soprattutto in nome delle neuroscienze.
C'è dunque da augurarsi che la psicoanalisi non si limiti ad essere un sintomo ma continui ad essere seriamente studiata e ancora più seriamente praticata, anche perché è solo a queste condizioni ch'essa potrà aiutarci a non cadere nella trappola di quella barbarie che non riesce a concepire l'uomo se non come quel tutto che si raccoglie attorno ad un pene o ad una vagina o, come si sostiene oggi pensando di dire qualcosa di diverso e di più elevato, un cervello.

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