Psicologi, filosofi e giuristi si oppongono alle nozze gay di Davide
Galati e Antonio Ballarò, 27 marzo, 2012, http://www.uccronline.it
Ha fatto molto discutere la
recente sentenza della Corte di Cassazione Italiana secondo cui la coppia
omosessuale deve avere «diritto a un trattamento omogeneo a quello assicurato
dalla legge alla coppia coniugata». Nella nostra “aperta” società, dicono, è
«stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso
dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della
stessa esistenza del matrimonio». Al riguardo sono usciti diversi articoli
sulla stampa cattolica e non, scritti da filosofi, psicologi e giuristi,
attraverso i quali si riesce a comprendere meglio la situazione. Molti sono
raccolti in questa pagina, che sarà in continuo aggiornamento.
Il filosofo Giacomo Samek
Lodovici, docente presso l’Università cattolica, ha spiegato : «è ovvio che le
coppie omosessuali non possono contribuire mediante la procreazione alla
continuazione della società. Si obbietta che potrebbero farlo adottando dei
bambini ma, in realtà, dare dei bambini in adozione a queste coppie significa,
quanto meno, privarli della figura materna/paterna, che non può essere
surrogata da chi è uomo/donna». Inoltre, «i dati che finora abbiamo a
disposizione mostrano che i bambini affidati a queste coppie hanno una
probabilità molto più alta di soffrire di gravi disturbi psicologici, di avere
un’autostima bassa, una maggiore propensione alla tossicodipendenza e ad
autolesionarsi». Tutto questo, ha spiegato il filosofo (citando ovviamente le
fonti bibliografiche), per i seguenti 5 motivi: 1) assenza della figura
materna/paterna; 2) brevità dei legami omosessuali; 3) probabilità molto
superiori degli omosessuali di avere una salute peggiore; 4) i bambini che
vengono adottati hanno alle spalle già una storia di sofferenze e/o violenza:
così, alla differenza tra i genitori naturali i genitori adottivi – che già di
per sé costituisce una difficoltà – si viene ad aggiungere il fatto che la
coppia dei secondi non è analoga alla coppia dei primi; 5) è insito nel bambino
un bisogno di divisione dei ruoli, di sapere “chi fa che cosa” e “da chi mi
posso aspettare questo atteggiamento e da chi mi posso aspettare quell’altro.
Il matrimonio monogamico, ha quindi concluso, offre maggiore garanzie di
stabilità, perché: a) il vincolo giuridico matrimoniale rafforza il legame; b)
il diverso atteggiamento dei coniugi (che fanno un progetto di definitività)
rafforza l’impegno; c) l’antropologia culturale dimostra che la ritualizzazione
(per es. la cerimonia nuziale) di un impegno accresce la capacità di
rispettarlo. Inoltre lo Stato deve proteggere il matrimonio monogamico perché è
l’istituto giuridico migliore per garantire la continuazione di una società.
Il giurista Francesco D’Agostino,
professore di Filosofia del diritto e di Teoria generale del diritto presso
l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, membro del Consiglio Scientifico
dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e Presidente onorario del Comitato
nazionale per la bioetica, ha affermato : «A mio avviso, dietro a tutta questa
dinamica – che riguarda ormai la grande maggioranza dei Paesi occidentali – non
c’è tanto una nuova consapevolezza del valore del rapporto di coppia
omosessuale quanto, piuttosto, una continua e, sembra, inarrestabile perdita di
valore dell’essenza del matrimonio in quanto tale». Ha quindi continuato:
«Quanto più il matrimonio viene interpretato come un’esperienza eticamente ed
antropologicamente fragile, e priva comunque di un grande spessore sociale, tanto
più diventa facile equiparare al matrimonio esperienze di rapporto – come
quella omosessuale – che, con il matrimonio autentico, hanno ben poco a che
fare, ma che possono diventare apparentemente simili al matrimonio quando il
matrimonio eterosessuale viene progressivamente svuotato di senso, di valore o
di dignità».
Lo psichiatra Italo Carta,
docente di Clinica Psichiatrica presso l’Università degli Studi di Milano, ha
spiegato che se la legge , come fa la sentenza della Cassazione, va contro il
diritto naturale praticamente annullandolo, succede il caos: «Se si tolgono le
evidenze che accomunano qualsiasi uomo, a prescindere dal contesto e dalla
tradizione da cui proviene, si cade nell’arbitrarietà», cioè «prevale il
diritto del più forte, di chi urla di più. In questo caso quello dei promotori
di questi diritti. Siamo in un momento storico in cui la volontà è così
tracotante da voler prendere il sopravvento sulla conoscenza delle cose e così
le violenta: io voglio fare una famiglia con una persona del mio stesso sesso,
non solo chiedo di non essere discriminato ma pretendo di generare, con
tecniche violente e artificiali, e poi pure di allevare, un innocente in un
contesto che non gli farà sicuramente del bene. Se si salta il fondamento del
diritto che è nella legge naturale, e nella ragione umana che la riconosce, la
giustizia muore. Non possiamo neppure parlare più di diritti universali». Non
basta l’amore per crescere dei bambini, spiega, «servono due personalità
differenti dal punto di vista psichico». Nella carriera scientifica «ha seguito
tanti omosessuali. Sono aumentati moltissimo negli ultimi anni. La scienza e
l’esperienza dicono che non c’è alcun difetto di natura in loro. Non esiste
l’omosessualità naturale, non è iscritta nel Dna. L’omosessualità è
un’elaborazione della psiche di modelli affettivi diversi da quelli verso cui
la natura normalmente orienta. Questa tendenza è del tutto reversibile. Io mi
sono scervellato per anni, ho letto molto su come si può correggere questa
tendenza, il problema è che spesso, pur vivendo un disagio, molti di loro non
vogliono correggersi». E’ possibile riconoscere
loro dei diritti (possibilità di succedere nel contratto di locazione,
ricevere prestazioni assistenziali dai consultori familiari, astenersi dal testimoniare
in processi che vedono coinvolto il partner etc.), «ma non si può andare oltre
a concessioni di questo tipo. Pena la salute mentale di terzi». I figli, ma
«anche alla stabilità della società intera. Questa sentenza abolisce l’evidenza
e quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con
squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza
dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai
più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non
è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni
dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non
posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e
che quindi non ha rilevanza, è da criminali».
Il professor Antonio Maria
Baggio, politologo e docente di Filosofia politica presso l’Istituto
universitario “Sophia” di Loppiano, ha invece affermato : «Il matrimonio come
tale, anche se non è cristiano, è il solo matrimonio tra persone di sesso
differente. Il cristianesimo poi valorizza l’unione naturale tra un uomo e una
donna conferendo tutto l’apporto del sacramento [...]. Però non serve avere la
fede cristiana, o un’altra fede, per dare così tanta importanza all’unione in
sé, perché è un dato di natura. Dobbiamo fare appello alla realtà dei fatti,
cioè alla struttura antropologica dell’uomo e della donna.[...] Ciò che la
cultura cristiana ha sempre pensato è che non sia necessaria la fede per
riconoscere la verità dell’uomo». La difesa del matrimonio «è anzitutto una
battaglia civile per fare in modo che la società abbia questo legame fondativo,
importante, che è basato sulla fiducia reciproca di un uomo e una donna che si
scelgono per l’intera esistenza. Questo crea una solidità nella società e
questo ha anche un riscontro nella struttura psicofisica delle persone
altrimenti si pensa che veramente in base ad un desiderio, ad un impulso, ad
una esigenza individuale si possa decidere che l’essere umano è fatto
diversamente da come in realtà è fatto. [...] Ed è per fedeltà alla realtà che
è necessario difendere il matrimonio tradizionale».
Il filosofo Vittorio Possenti,
docente presso l’Università Cà Foscari di Venezia e membro del Comitato
Nazionale per la Bioetica, ha invece dichiarato : «Noi assistiamo da alcune
decine di anni in Occidente ad una visione dei diritti umani che sta cambiando
in maniera molto forte. Se noi stiamo accanto ad una visione dignitaria, i
diritti umani sono centrati sulla persona e non possiamo decidere qualsiasi
cosa. E invece, come accade con i diritti cosiddetti sessuali, andiamo verso
una visione libertaria dei diritti umani e prendono grande rilievo
esclusivamente i diritti di libertà. [...] Noi non possiamo trattare cose
diverse in maniera uguale. Quindi, c’è un richiamo al principio di
non-discriminazione e di uguaglianza che va considerato molto attentamente». Il
filosofo precisa meglio il suo pensiero: «Un matrimonio naturale, di cui parla
l’articolo 29 della nostra Costituzione, non può essere assimilato ad un
cosiddetto matrimonio omosessuale, perché manca in maniera intrinseca
l’orientamento alla fecondazione e alla procreazione, che rimane un fine
fondamentale della società naturale chiamata famiglia e fondata sul
matrimonio». Ritorna quindi sui “presunti” diritti: «Un diritto umano è
qualcosa che spetta alla persona come tale, ma non ogni pretesa della volontà o
del desiderio può essere classificata sotto “diritto umano”. Si tratta comunque
sempre di trovare qual è il bene che si intende tutelare. Se noi tuteliamo la
famiglia, se tuteliamo il matrimonio fondato – appunto – sull’unione
eterosessuale, sappiamo quali sono i beni che vogliamo tutelare. Nel caso di
una unione omosessuale, non risulta immediatamente chiaro quale sia il bene che
si vuole tutelare».
Il giurista Antonio Gambino,
professore ordinario di Diritto privato nell’Università Europea di Roma, ha
spiegato che la sentenza «si pone in aperto contrasto con il complesso delle
norme in materia familiare. A meno di non voler intendere che “vita familiare”
sia ormai diventato sinonimo di qualunque forma aggregativa (dai club sportivi,
alle “famiglie” aziendali, per passare ai vincoli solidaristici delle
associazioni di tendenza». Ricorda che la responsabile di questa “sentenza
creativa” è la stessa che nel 2007 ha firmato la sentenza Englaro, aggiungendo
poi che «il diritto italiano affronta attualmente il tema della distinzione di
sesso rispetto all’istituto del matrimonio civile» e che «tutti i giudici di
legittimità della suprema Corte sono tenuti ad applicare. Dall’insieme delle
disposizioni che disciplinano il matrimonio emerge con chiarezza che la
diversità di sesso dei coniugi ne costituisce presupposto indispensabile e che
solo a tale forma di unione il legislatore riconosce tutela e rilevanza
giuridica». Anche «la rara giurisprudenza che si era occupata della questione
ha considerato la diversità di sesso dei coniugi tra i requisiti minimi
indispensabili per ravvisare l’esistenza di una famiglia. Sono norme che
compongono elementi essenziali del cosiddetto “ordine pubblico” dello Stato,
che implica l’illegittimità di matrimoni contratti da soggetti non distinti
sessualmente». Si fa quindi notare che l’articolo 29 della Costituzione, riconosce,
nel primo comma, “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul
matrimonio” e «con tale espressione si intende che la famiglia contemplata
dalla norma ha dei diritti originari e preesistenti allo Stato, che dunque il
legislatore ordinario può “solo” riconoscere». Questo significato del precetto
costituzionale «non può essere superato per via ermeneutica, con una semplice
rilettura “culturale” (o, piuttosto, “ideologica”) del sistema». La normativa
italiana dunque non può in alcun modo ritenersi “superata”, la quale «pone la
famiglia, unione tra uomo e donna, quale cellula fondante della nostra società
umana e, perciò, meritevole di norme di protezione di rango superiore rispetto
ad altre unioni affettive».
Lo psichiatra Eugenio Borgna,
docente presso l’Università di Milano e primario emerito di Psichiatria
dell’Ospedale Maggiore di Novara, ha affermato : «Il matrimonio nasce
dall’integrazione delle due psicologie diverse, quella femminile e quella
maschile [...], legami che prescindano da questa integrazione
femminile/maschile si muovono su un campo diverso dal matrimonio e
dall’istituto della famiglia, senza con questo discriminare nessuno: sono
realtà profondamente differenti». L’affermazione secondo cui ormai è
radicalmente superata la necessità che i coniugi siano di sesso diverso, è
«apodittica, non motivata: non rivela il cammino con cui ci si è arrivati, non
dà argomentazioni né ricostruzioni storiche e psicologiche. Insomma, è una
fucilata che giunge senza un’origine, una opinione strana, tutt’altro che
univoca e soprattutto non razionale, perché dà per scontato ciò che non lo è.
Il senso comune è radicalmente - questa volta sì – allergico a una tesi
simile». Il diritto dei gay a vivere liberamente una condizione di coppia, è «cosa
ben diversa dal matrimonio, che nella nostra concezione della vita nasce dalla
contestuale presenza dei due diversi mondi che lungo un progetto unitario
uniscono le loro storie personali, anche sessuali, necessarie l’una all’altra
per completarsi. Tanto più se ci sono figli, che senza ombra di dubbio hanno
bisogno di una madre e di un padre, di due polarità ben precise, anche
sessualmente definite. Secondo natura». Lo psichiatra ha fatto inoltre notare
un errore clamoroso nella sentenza, quando si nega la valenza “naturalistica”
alla differenza di sesso tra coniugi: «il termine “naturalistico” in
psichiatria, che è una scienza biologica, significa una degenerazione del
naturale, una deformazione. Insomma, chi ha redatto la sentenza ha usato un
termine errato, incorrendo in un lapsus fragoroso e dicendo alla fine il
contrario di ciò che intendeva sostenere. Cosa significa naturale? Ciò che si
sviluppa spontaneamente, lungo orizzonti ontologici predicati nella condizione
umana. Il “naturalistico” invece tradisce l’umano. Dunque sono d’accordo: la
necessità che i due coniugi siano uomo e donna non è “naturalistica”, infatti è
naturale». Secondo la sua esperienza di
medico, «la gente non si riconosce nelle parole di questa sentenza. Nemmeno chi
a voce alta non ha coraggio di dirlo».
Il giurista Cesare Mirabelli, ex
presidente della Corte Costituzionale, ha spiegato che la Cassazione ha
riaffermato che «non c’è un diritto fondamentale a contrarre matrimonio da
parte di due persone dello stesso sesso», nemmeno c’è il diritto ad essere
riconosciute se si sposano all’estero. Inoltre la sentenza «respinge la
richiesta della coppia gay di portare la vicenda davanti alla Corte di
giustizia europea», poiché essa non è competente. Non siamo quindi davanti a
“diritti fondamentali”. Il problema è che la Cassazione «non si fa più
interprete del diritto vigente», ma parla di “concezione superata” riferendosi
alla diversità di sesso come principio indispensabile per il matrimonio. Lo fa
senza basi, «o la giurisprudenza manifesta convinzioni personali oppure
pretende di farsi interprete della sensibilità sociale, ma questo non è suo
compito», va oltre «quella che è la sua funzione interpretativa
dell’ordinamento, e si spinge a fare una valutazione di tipo culturale».
Oltretutto si dimostra contraddittoria in più punti. Bisogna anche insistere
sul fatto che «la libertà di vivere in una condizione di coppia», come chiede
la Cassazione, «esiste già e non richiede una distorsione dell’istituto del
matrimonio».
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