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lunedì 3 marzo 2014

Regno Unito, così si lasciano morire gli anziani, di Tommaso Scandroglio, 03-03-2014, http://www.lanuovabq.it/

AnzianiUna manciata di giorni fa il governo di Sua Maestà ha presentato una proposta di legge che mira a togliere o limitare l’assistenza sanitaria a quelle persone anziane che hanno vissuto già abbastanza e che hanno ricevuto cure più adeguate nel corso della loro esistenza. Continuare a prendersi cura di loro con medicinali e visite sarebbe uno sperpero di denaro pubblico. A conti fatti meglio l’abbandono terapeutico quando l’anziano non è più “un beneficio per la società più ampia” – così si legge nella bozza - perché non solo non è più in grado di produrre, ma addirittura consuma risorse.

Il criterio presente in questa proposta non è nuovo, l’aveva già coniato il giurista e filosofo Jeremy Bentham (1748-1832), guarda caso anche lui inglese. Bentham affermava che occorre perseguire la «massima felicità per il massimo numero di persone», anche a costo di sacrificare sull’altare del beneficio di molti la “felicità” di alcuni.

In tale prospettiva, medicine e terapie – eccetto il caso dell’accanimento terapeutico - non devono essere date al paziente sempre e comunque in quanto persona bisognosa di cure, ma solo se il gioco vale la candela. E dunque qualcuno a ragione ha parlato di “valore sociale delle medicine”, valore dato dalla proporzione tra apporto dell’anziano a beneficio della società e costi sociali. Se il bilancio è in rosso meglio licenziare dall’assistenza sanitaria il personale in esubero. È il vecchio concetto che tu vali per quello che fai o hai, non per quello che sei.

Questa proposta di legge riecheggia una simile fatta da Obama qualche anno fa: in tempo di crisi le risorse sono poche, dunque è meglio investirle su quei soggetti che potranno darti un ritorno perché ancora abili al lavoro (lo stesso criterio per cui nei campi di concentramento nazisti non tutti finivano subito nella camere a gas). Curiosamente Obama voleva aiutare chi aveva meno bisogno di aiuto e lasciare per strada chi meritava invece più attenzione. Una strana torsione del principio di sussidiarietà e solidarietà.

Nel Regno Unito si sta dunque assistendo ad una nuova variante dell’eugenetica, un’eugenetica di Stato promossa per motivi di bilancio che tende a buttare dalla torre una fetta di umanità non più sostenibile, non più ecocompatibile con le casse statali. Ma è anche una variazione sul tema “eutanasia”, un prodromo di questa, una variante soft perché l’anticipa in qualche modo, gettando a terra la zavorra per far volare il pallone del welfare più in alto con dentro però pochi eletti. Una vecchiaia terminale, a ben vedere. Ed infatti la bozza di legge risente nel suo contenuto della Liverpool care pathway, un protocollo clinico presente inizialmente  in un ospedale di Liverpool e poi esteso ad altre strutture, ma oggi non più vigente, in cui si prevedeva l’astensione delle cure ai malati terminali.

La proposta di legge non spunta fuori dal nulla, come idea bizzarra di qualche parlamentare progressista, ma affonda le sue radici in un particolare concetto bioetico che è stato più volte messo a tema soprattutto in ambiti accademici, concetto che prende il nome di fair innings il quale si incardina non solo sul principio di utilità, ma anche su quello dell’aspettativa di vita: meglio privilegiare i giovani rispetto a chi è ormai sul viale del tramonto.

John Harris, docente di bioetica alla Manchester University e sostenitore dell’eutanasia infantile, afferma in un suo scritto del 1970 (The Value of Life, an Introduction to Medical Ethics) che a tutti dovrebbe essere garantita una “equa quota di vita”, stimabile in 70 anni. Chi riesce a superarla “deve considerare eventuali anni ulteriori come una sorta di bonus”, insomma un fortunato a cui se si toglie la possibilità di vivere ancora più a lungo non può gridare all’ingiustizia perché “una volta raggiunta la soglia [dei 70 anni] ha ormai visto soddisfatto il suo diritto”. Un’esistenza a timer è la bella pensata di Harris. Da ciò discende con implacabile logica che tra due “candidati” (il termine è dell’autore) alla sopravivenza, se le risorse non ci permettono di soddisfare le pretese di entrambi, dobbiamo privilegiare colui il quale ha maggiori aspettative di vita, colui il quale ha appena iniziato il suo soggiorno terreno. Insomma, largo ai giovani.

Va da sé che, a rigore, occorrerebbe togliere le cure anche a quei giovani che con il loro stile di vita poco salubre – troppo alcool, cibo, fumo e droga e niente sport e verdure – erodono quote significative dell’esistenza, consumando in modo irresponsabile la propria aspettativa di vita e attentando in modo pernicioso alla sua lunghezza. Perché dare perle ai porci sottraendole a chi conduce una vita virtuosa? E dunque ad esempio attenti ad alzare il gomito, un emissario del Ministero della Sanità potrebbe segnalare il vostro nominativo alle autorità competenti e così potreste vedervi depennati dalla lista degli assistiti.

Come chiosa auguriamo al dott. Harris non più "lunga vita" – perché sul suolo inglese forse tra poco sarà vietato tale augurio – ma di rimanere in perfetta salute. Perché il tic tac della sveglia dell’abbandono terapeutico suonerà anche per lui e tra non molto, precisamente il 21 agosto del 2015 quando compirà 70 anni.

mercoledì 3 ottobre 2012


L'Onu: nel 2050 più anziani che bimbi - Tra dieci anni un miliardo di 60enni, 2 ottobre 2012 - http://www.avvenire.it

Tra meno di quarant’anni nel mondo ci saranno più anziani che bambini: a tracciare il quadro allarmante di un pianeta che invecchia sempre più in fretta è l’agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa). La stessa, paradossalmente, che non viene finanziata da alcune nazioni, tra cui gli Stati Uniti, perché promuove politiche di denatalità. Secondo il rapporto presentato ieri, entro la fine del decennio gli “over-60” saranno un miliardo, e tale numero raddoppierà nel 2050, superando i due miliardi. In Italia, fra quarant’anni, un cittadino su tre sarà ultrasessantenne.

Per gli esperti dell’Unfpa, l’invecchiamento della popolazione, reso possibile dall’allungamento della vita, è un fenomeno che non si può più ignorare. Rappresenta una sfida per ciò che riguarda le ripercussioni sull’economia e sulla salute pubblica, le pensioni. «La gente di tutto il mondo deve invecchiare con dignità, e vedere garantita la piena realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali», ha spiegato il direttore dell’Unfpa, Babatunde Osotimehin. Quest’ultimo ha sottolineato che sono stati compiuti importanti progressi in materia: nell’ultimo decennio, ad esempio, cento Paesi hanno adottato nuove norme sulle pensioni per gli anziani più poveri. «Ma rimane ancora molto da fare», ha detto, ribadendo che c’è bisogno di una leadership politica «coraggiosa» per gestire al meglio questo aspetto.

Attualmente due ultrasessantenni su tre vivono nel Sud del mondo. Nel 2050, la percentuale salirà a quattro su cinque, e più in generale gli anziani rappresenteranno il 30% degli abitanti in 64 Paesi del mondo. Se non si agisce tempestivamente, per gli esperti il rischio è che molti Stati – soprattutto quelli emergenti, che raramente hanno adottato politiche ad hoc – non saranno in grado di sostenere la fascia di popolazione più attempata.

mercoledì 19 settembre 2012


La mezza età? Inizia a 55 anni - Il confine è slittato: nel passato dopo i 35 molti si definivano nel periodo di mezzo. Gli anziani? Tali solo dopo i 70 - Eva Perasso - 18 settembre 2012 – http://www.corriere.it


MILANO – Secondo Doris Day, la mezza età è «la gioventù senza remore e la vecchiaia senza decadimento», ma l’attrice americana, che è passata ormai nell’era successiva della sua vita, non è la sola ad aver cercato di definire quel delicato momento di passaggio della vita verso uno stadio maturo. Tanto che negli anni le ricerche sui limiti della fantomatica età di mezzo si sono susseguite: ci hanno pensato scienziati, psicologi, scrittori a raccontare come il cervello sia migliore col passare degli anni, come si sia più felici, come si possa ancora lavorare tanto quanto in gioventù.
L’ETÀ GIUSTA – Ora ci si mette un nuovo sondaggio inglese a cercare di dare un limite temporale alla mezza età: mille adulti intervistati da un sito online (Love to learn) hanno dichiarato che l’era di mezzo delle loro vite inizierebbe in media a 54 anni e 347 giorni, dunque poco prima del 55esimo compleanno. Il tiro peraltro si sarebbe alzato verso l’alto: una delle ultime ricerche (americane) sul tema aveva decretato che la mezza età inizia a 35 anni, complice la crisi che, tra mille preoccupazioni, porta a invecchiare precocemente. Eppure gli inglesi non sembrano d’accordo, forti anche di una popolazione che raggruppa un maggior numero di abitanti sopra ai 65 anni rispetto agli under 16. Vi è anche una piccola minoranza (un intervistato su 5) che dichiara invece come la seconda fase della vita non inizi prima dei 60. Mentre quando si passa alla vecchiaia, o meglio all’età matura, lo stesso sondaggio rivela che questa fase inizi subito prima di soffiare le 70 candeline.

UNO STATO MENTALE – Se è vero che la mezza età e la sua eventuale e famosa crisi di identità sono solo uno stato mentale dai risvolti molto personali, tutti i ricercatori sono concordi nel collegare la maturità a maggiore consapevolezza e tranquillità. Nelle stesse interviste inglesi emerge come oltre la metà dei cinquantenni coinvolti si sentano «più fiduciosi, con un carico di esperienze maggiore, meno spaventati dal compiere eventuali errori», mentre solo due anni fa, mettendo insieme diversi studi e dati raccolti in tutto il mondo, l’Economist dava un numero all’agognato raggiungimento dell’età della felicità: 46 anni, dunque né troppo giovani, né troppo vecchi.

lunedì 11 giugno 2012


La terza e la quarta età più in forma del previsto - Aumentano gli anziani ma diminuisce il tasso di disabilità. La vita si è allungata perché ci si ammala meno e più tardi - Elena Meli, 11 giugno 2012, http://www.corriere.it

MILANO - Uno "tsunami" di anziani ci travolgerà. È questo che da anni raccontano le proiezioni demografiche: un problema non solo per il sistema pensionistico ma anche per quello sanitario, visto che l’allungamento della vita secondo molti osservatori non potrà che tradursi in una schiera sempre più folta di vecchietti fragili e malmessi. Rincuora scoprire che (forse) il futuro non sarà così apocalittico: stando ai dati dello studio Salute e Benessere nell’Anziano (SeBA) condotto dalla Società italiana di cardiologia geriatrica (Sicge) in collaborazione con la Fondazione Sanofi-Aventis, infatti, i nostri anziani sono più in salute e soddisfatti del previsto. Certo, sono tanti e pure destinati ad aumentare: nell’anno dell’Unità d’Italia gli over 70 erano l’1% della popolazione e l’aspettativa di vita si aggirava intorno ai 35 anni (bisogna però tener presente che il dato era influenzato dall’alta mortalità infantile che "abbassava" la media), oggi il 10% degli italiani ha più di 70 anni e se ne vivono in media 80.

SEMPRE PIÙ IN FORMA - I centenari sono oltre 15 mila contro i quattromila di 10 anni fa. Per fortuna però non si tratta di un esercito di zombie: «Abbiamo ridotto la mortalità ma anche le malattie: ci si ammala di meno e più tardi, tanto che la disabilità fra chi ha più di 65 anni è calata del 24% dal 1982 al 2005 — spiega Niccolò Marchionni, responsabile dello studio SeBA e presidente della Società italiana di cardiologia geriatrica —. Tutto questo è frutto delle campagne di prevenzione e degli avanzamenti in medicina. Uno su quattro fra i nostri intervistati ha detto di sentirsi bene, e la percezione del proprio stato di salute è uno dei migliori indici di sopravvivenza: chi si sente meglio vive più a lungo». Tutti sappiamo che un settantenne di oggi non ha nulla a che vedere, quanto a vitalità, con un suo coetaneo di 40-50 anni fa. Lo conferma l’indagine, raccontando di anziani mediamente in salute: quelli interpellati vivono quasi tutti con il coniuge o i figli, sono autonomi (ha una badante l’1,5%, e solo fra gli over 90 la percentuale sale al 10%), hanno problemi di vista o di udito in meno del 10% e sono soddisfatti della propria salute nel 22% dei casi. Solo il 20% soffre di solitudine, il 50% è contento della propria vita e perfino del reddito.

POPOLAZIONE SELEZIONATA - Un quadro forse troppo idilliaco?Va detto che lo studio è stato condotto su anziani andati con le proprie gambe dal medico di famiglia: si tratta perciò di una popolazione "selezionata", che non include chi sta peggio e non esce di casa. «Non solo: i dati provengono da tre Asl di Nord, Centro e Sud, ma non si possono considerare veri sempre e ovunque, in qualsiasi realtà — interviene Giuseppe Paolisso, presidente della Società italiana di geriatria e gerontologia —. Vivere in una metropoli o in una piccola città di provincia può fare la differenza per qualità della vita e assistenza: in un piccolo centro la maggior socializzazione può proteggere il benessere cognitivo, ma può essere più complicato l’accesso alle cure. E non dimentichiamo che le criticità della terza età sono ben lungi dall’essere risolte, basti pensare che il 70-80% degli anziani convive con un dolore cronico».

POCO MOVIMENTO - Insomma, non è forse tutto oro quel che luccica, anche perché alcuni indicatori dell’indagine non rassicurano: pure se la maggioranza degli anziani esce ogni giorno e un terzo fa attività all’aperto (dal giardinaggio alla cura dell’orto), oltre il 65% non ha mai praticato esercizio fisico nel corso dell’ultimo anno e la maggioranza ha qualche impaccio mentre cammina. Non solo: oltre il 70% sta davanti alla televisione più di 3 ore al giorno, il 67% non è andato mai al cinema o a teatro negli ultimi 12 mesi, circa la metà si dedica alla lettura meno di 3 volte al mese, poco più del 50% si è dedicato ad attività creative o ha frequentato altre persone al bar o altrove. Tuttavia, altri dati sembrano confermare che stiamo meglio del previsto: una ricerca pubblicata di recente sulla rivista Neurology, condotta in Olanda analizzando, nel 1990 e poi nel 2000, oltre settemila persone fra i 60 e i 90 anni, rivela che l’incidenza di demenza, lo spauracchio che più terrorizza chi invecchia, è in costante diminuzione.

DIAGNOSI MIGLIORI - «Significa che, anche se siamo diventati più bravi a fare le diagnosi e scoviamo un numero maggiore di nuovi pazienti rispetto a quanto riuscissimo a fare prima, i nuovi casi sono di fatto in calo, e lo sono pure fra gli ultranovantenni — commenta Sandro Sorbi, docente di neurologia dell’Università di Firenze —. Certo, complessivamente i malati sono tanti e in aumento, e ciò può sembrare una contraddizione: in realtà, questo dato si spiega, oltre che con l’incremento numerico della popolazione anziana, col fatto che la durata della demenza si è allungata, grazie a diagnosi precoci e cure che, per quanto non risolutive, ne rallentano la progressione. Per questo il serbatoio totale di malati non sembra ridursi, ma i dati indicano che è possibile diminuire l’impatto delle demenze e probabilmente i fattori che più hanno contribuito al calo di nuovi casi sono la riduzione del fumo e il miglioramento dello stato di nutrizione. Dobbiamo proseguire su questa strada, ottimizzando il controllo di fattori di rischio come l’ipertensione, il diabete o l’obesità».

DODICI MILIONI - Insomma: non per forza diventeremo anziani fragili e dementi, intervenire è possibile sia a livello individuale, cercando di mettere in pratica le buone regole per arrivare a cent’anni (o giù di lì) in buona salute, sia come comunità, provando a gestire al meglio le risorse disponibili e a programmarle pensando a numeri realistici di anziani fragili, senza farsi sopraffare dall’impotenza pensando di dover assistere milioni di over 65 tutti disabili. Senza farsi trasportare neppure troppo dall’ottimismo: gli anziani che hanno bisogno di aiuto restano tanti perché gli over 65 sono ormai oltre 12 milioni: anche se la mancanza di autonomia riguarda il 10% si tratta pur sempre di oltre un milione di persone. «Occorre pensare a strade alternative di gestione dell’assistenza — osserva Marchionni —. Sappiamo ad esempio quanto sia importante l’attività fisica negli anziani, anche dopo un evento che lasci disabilità motorie, ma è difficile garantire a tutti una fisioterapia. Perché non pensare allora a gruppi seguiti da laureati in scienze motorie che eseguano un’attività fisica adattata? Costa meno ed è comunque meglio che non fare nulla».

martedì 5 giugno 2012


Il pensiero anziano di Stefano Bartezzaghi - LA REPUBBLICA, 03 GIUGNO 2012, http://www.dirittiglobali.it/

A 80 anni fanno film o scrivono libri di successo. Ma non solo: sono anche protagonisti di romanzi e fiction tv. Ecco perché la produzione culturale si affida sempre di più ai grandi vecchi

Lo scorso lunedì, alle sette del mattino in punto, il sociologo anglo-polacco ZygmuntBauman faceva colazione in una sala di un albergo di Pistoia. Appariva in gran forma, canticchiava persino, a bocca chiusa, prima di attaccare yogurt e caffè. Pochi giorni prima aveva parlato di «Decodificare il mondo in cui viviamo» al Festival Biblico di Vicenza; poi aveva risposto alla domanda «La solidarietà ha un futuro?» agli antropologici Dialoghi sull´uomo pistoiesi (pubblico osannante) e quindi, sempre a Pistoia, ha tenuto per un´ora intera una conferenza stampa, davanti a (tre) giornalisti di testate locali. Bauman è nato nel 1925. Quando non gira per il mondo abita a Leeds, quando viaggia, vola con Ryanair, chiedendo solo il benefit dell´imbarco prioritario. Tuttora, a 87 anni, pubblica un paio di libri all´anno. E non si tratta di minestre riscaldate.
«Vecchio, io?». A chiederselo non era Travis Bickle allo specchio, ma Primo Levi, che, a differenza del famoso taxi driver, si affrettava a rispondere e anzi ad ammettere: «In assoluto, sì: lo dicono l´anagrafe, la presbiopia, le chiome grigie, i figli ormai adulti...». Era il 1982, e di anni Levi ne aveva sessantatré, età che oggi viene considerata "terza" solo da direttori del personale in uzzolo di prepensionamenti. Per chiunque altro, si è "nel pieno", e anzi oggi può capitare che un ottantenne faccia paternalistici buffetti a un sessantenne, mentre i quarantenni sono ancora alla gavetta e i trentenni al gavettone.
In sartoria i laticlavi sarebbero pronti da tempo, ma "per ora" gli ottantenni non ne vogliono sapere. Il regista francese Alain Resnais (89 anni) era in concorso a Cannes, dove ha vinto il film di Michael Haneke (70), sull´Amour fra due ottantenni. Paolo (81) e Vittorio (83) Taviani quest´anno hanno vinto Orso d´Oro e David: come miglior film e come migliori registi, non alla carriera. Longevità prettamente cinematografica, come per il portoghese Manoel de Oliveira (104) che ha diretto il suo ultimo film solo tre anni fa? No, perché il discorso riguarda anche il diplomatico franco-tedesco Stéphane Hessel (95), che tre anni fa ha esortato il mondo a indignarsi con un celebre pamphlet; o anche un amico e coautore di Hessel, il sociologo francese Edgar Morin (91). O il linguista e polemista americano Noam Chomsky (84) e i critici Harold Bloom (82) e George Steiner (83). Per non parlare di Oscar Niemeyer (105), che l´anno scorso ha inaugurato il centro culturale asturiano a lui intitolato e da lui progettato.
No, non è (o non è più) un mondo per gerontofobi. Persino il babau del Grande Vecchio (Bettino Craxi lo inventò per designare burattinai, gestori e manovratori di manine, manone, manopole, manipoli) è poi diventato Buono, e lo abbiamo mandato al Quirinale con Sandro Pertini, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, in una nazionale della terza e quarta età, vigile e carismatica (che ha avuto in Francesco Cossiga il suo Chinaglia).
Ogni discorso generazionale ha certo un fondo irriducibilmente idiota. Ma forse può fare eccezione il discorso che riguarda proprio la generazione degli odierni settantenni e ottantenni. È la più fortunata della storia post-edenica dell´umanità: troppo giovane per la Seconda guerra mondiale, intermedia nel conflitto generazionale del Sessantotto, troppo vecchia (e con diritti acquisitissimi) per subire le conseguenze delle successive crisi, è la generazione che si è presentata invece puntuale alla Dolce Vita, al Boom, alla liberazione sessuale (pre-Aids), al godimento no problem di ogni risorsa naturale, ambientale, economica. Al momento giusto, le hanno persino inventato il Viagra.
I fortunati vegliardi sembrano avvantaggiati anche nell´industria culturale. Sono sul mercato da più tempo e hanno un pubblico ben fidelizzato, essendo il mass-marketing basato su ripetizioni di stilemi e tormentoni. Ma ci deve essere dell´altro, una diversa disinvoltura. I più giovani, al loro confronto, spesso sembrano artisti a partita Iva o a progetto. Per intenderci basterà rimandare agli interventi del compianto Carlo Fruttero a Che tempo che fa. Sarà solo saggezza acquisita? Ricchezza del repertorio aneddotico? Penultime chance per testimonianze di prima mano su fatti remoti? O la squisita crudeltà del superstite, che non ha passato a caso né invano la feroce selezione del tempo?
Per demografia ci sono proprio più ottantenni in condizioni fisiche e cognitive ottimali. Tra gli artisti, Christopher Plummer (82) vince il primo Oscar, battendo Max von Sydow (83). Nel pubblico, settantenni e ottantenni hanno molto tempo libero, non hanno più mutui da pagare e (novità recentissima) non sono più tanto abitudinari e inclini ad accontentarsi di poco, come una volta. Costituiscono quindi un grande, gioioso target consumista a cui strizza l´occhio innanzitutto la tv. Maria De Filippi dedica parte di Uomini e donne a "tronisti" anziani, e vanno in onda serie tv come la britannica Downtown Abbey protagonista Maggie Smith (78) o l´americana Brothers & Sisters (tra i protagonisti, un omosessuale settantenne, che incontra il suo ex, interpretato da Richard Chamberlain, 76). Il cinema offre storie di coppie o combriccole mature (Another Year, di Mike Leigh; Marigold Hotel, di John Madden; l´atteso Hope Springs, con Meryl Streep). La letteratura, dominata in Italia dai bestseller senza età di Andrea Camilleri (87), inventa l´on the road degli ottuagenari con In viaggio contromano di Michael Zadoorian (Marcos y Marcos) e offre titoli come Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (Bompiani) di Jonas Jonasson. Un senilismo che giova anche ai vecchietti di provincia dei fortunati gialli di Marco Malvaldi (Sellerio) o a quelli di periferia del Marco Presta di Un calcio in bocca fa miracoli (Einaudi).
L´invecchiamento demografico e il marketing non spiegano, però, tutto. Come Malcom Gladwell ha sottolineato (in Avventure nella mente degli altri, Mondadori) per noi il genio è il bambino Mozart ma spesso la realtà ci presenta casi di anciens prodiges. È stato proprio un economista David Galenson (University of Chicago) che con studi come Old masters and young geniuses ha distinto Pablo Picasso da Paul Cézanne: l´artista che sin da ragazzino trova senza cercare e il genio tardivo, sperimentatore e perfezionista, che passa decenni a cercare, prima di trovare.
L´attuale fioritura di un´arte e di un pensiero anziani pare però legata più strettamente al tema contemporaneo dell´assenza dei padri, che ci porta a dare massima fiducia ai nonni. Il loro pensiero ci pare più radicale, la loro voce ci pare più ferma, la loro identità ci pare meno compromessa, meno strizzata dai perimetri dei format, meno modellata dalle convenienze economiche, sociali e editoriali. Nei maggiori, non vediamo pose, conformismo o anticonformismo, ma adesione spontanea a moduli espressivi già sperimentati o nuovi, a seconda delle occasioni, senza intenzione calcolata. Questa è la vera novità: fingiamo di interessarci alla loro saggezza, ma quello che ci affascina è che per loro il percorso non coincide con una carriera. I vecchi ci dicono che i veri limiti con cui siamo a confronto sono dati nel linguaggio, nel corpo, nell´Altro e nella morte e che del resto ci si potrebbe anche preoccupare di meno. Saggezza o non saggezza, con l´ascoltarli ci costruiamo, con gratitudine, l´immagine di una libertà ancora possibile.

martedì 22 maggio 2012


Sorpresa: la crescita zero allunga la vita (dei «vecchi»), 22 maggio 2012, http://www.ilsole24ore.com/

Buone notizie per "i vecchi", quelli per fortuna non esodati inconsapevolmente. Crollo delle nascite, invecchiamento della popolazione, crescita dei costi fissi sociali e l'esigenza di fare riforme per posticipare l'età pensionabile, mettono la soluzione della crisi anche in mano loro. La soluzione tornerà a far risaltare la loro utilità. Qualcuno sarà preoccupato, altri si sentiranno rivivere. Pensionare significa infatti creare costi fissi e privarsi di risorse lavorative. Allungare il pensionamento significa ridurre i costi fissi e lasciar esser utili ancora chi sa, può e vuole. Quasi allungare la vita.
Che potrà succedere infatti in un Paese dove chi ha più di 60 anni fra 15 anni sarà popolazione preponderante? Cosa significa che nel prossimo decennio un altro quinto della popolazione potrebbe essere pensionabile? Solo un dilettante può pensare che la demografia sia una ginnastica statistica e non invece l'origine della crescita o decrescita economica e finanziaria. Basta fare quattro calcoli per capire che un sistema economico con una crescita della popolazione negativa e una crescita del Pil altrettanto negativa, non è in grado di sopportare il costo del pensionamento. Il fatto è che spesso non è neppure opportuno privarsi della produttività generabile dai candidati al pensionamento.

Qualcuno, valutando questi squilibri demografici ed economici, aveva forse pensato che fosse necessario privarsi quanto prima di questi vecchi lavoratori troppo costosi, sostituendoli con lavoratori più giovani e meno costosi. Ora, rifacendo meglio i calcoli, ha cambiato idea. Il risultato è il dover riabilitare la dignità dei "vecchi", facendoli lavorare più a lungo possibile per automantenersi e mantenere magari anche figli e nipoti in difficoltà.
Si temeva che non avendo fatto figli non si potessero mantenere "i vecchi", ma ora si comincia a scoprire che, per compensare lo squilibrio demografico, devono invece esser tenuti in vita lavorativa il più a lungo possibile - e in salute - per sostenere il Pil e diminuire i costi sociali. Le riforme allungano la vita.
Non solo infatti facendoli lavorare più a lungo si impediscono i costi di pensionamento, ma si limita anche il declino di produttività dovuto alla perdita di competenza e di esperienza. I cosiddetti "vecchi", nati nel periodo postbellico e abituati a una certa austerità, servono alla competitività del Paese e si sentiranno utili. Anche da un punto di vista morale è molto meglio così che provare lo scrupolo di sentirsi inutili o persino gravosi per la collettività e arrivare a pensare, suggestivamente, di stare vivendo una vita "indegna di esser vissuta". E aver pertanto la tentazione di "autospendersi" dalla vita stessa.
Le riforme, senza dubbio, possono salvare loro la vita. Per salvare anche il lavoro dei più giovani invece ci vuole altro.

lunedì 7 maggio 2012


IL POTERE DI VITA E DI MORTE NELLE SOCIETÀ TECNOCRATICHE - Con l'eutanasia si vuole ridurre il numero degli anziani di Antonio Scacco

 ZI12050501 - 05/05/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-30496?l=italian

ROMA, sabato, 5 maggio 2012 (ZENIT.org) - Qualche anno fa, Mario Giordano, riflettendo sulla dolorosa vicenda di Eluana Englaro, così scriveva: «Ma se penso a quello che accadrà a noi, se possibile, rabbrividisco ancora di più. Perché il "caso" singolo, circondato da umana comprensione e ovvia pietà, rischia di diventare il grimaldello del liberatutti, il lasciapassare per ogni esagerazione.
È sempre stato così. Quando si parlava dell'aborto, per esempio, spesso si citavano casi limite: ragazze stuprate, minorenni, magari in condizioni di disagio. Non volete ammettere l'interruzione di gravidanza in queste situazioni? Poi, una volta ammessa, se n'è fatta una pratica consueta, un'abitudine, il surrogato del preservativo. Succederà così anche con l'eutanasia?»1.
Il grave pericolo paventato da Giordano non sembra lontano dal diventare una concreta realtà, specialmente in Europa. Qui, diversi segnali inquietanti rivelano il diffondersi e il prosperare di quella "cultura della morte", stigmatizzata più volte da Giovanni Paolo II; qui, il numero delle nascite non controbilancia più il numero dei morti; qui, la popolazione invecchia e il numero delle persone attive diminuisce.
Solo nel 2005, la Russia ha perso circa 800.000 abitanti e la Germania 140.000. L'Italia, la Polonia e la Spagna mostrano la stessa tendenza. Il "suicidio demografico" dell'Europa galoppa a spron battuto: nel 1914, annoverava il 25% della popolazione mondiale; nel 2050, il suo indice demografico si attesterà sul 7%.
Le prime vittime di questa "cultura" sono gli embrioni umani. Si calcola che, in Italia, in trent'anni di legge 194, sono stati soppressi "legalmente" ben 4 milioni e 800.000 nascituri. Per giustificare una simile strage degli innocenti, si ricorre a motivi futili e infondati: la salute della donna, il concepito non è ancora un essere umano, l'autodeterminazione della donna, l'esistenza dell'aborto clandestino, ecc.
 Dopo gli embrioni umani, le prossime vittime della "cultura della morte" o del "terrorismo dal volto umano", per usare il titolo di un recente libro di monsignor Michel Schooyans (Le terrorisme à visage humain, Paris, Éditions François-Xavier de Guibert, 2006)2 potrebbero essere, in un futuro prossimo venturo, gli anziani, come si immagina nel racconto di Richard Matheson, L'esame.
Il protagonista, Tom Parker, ha ottant'anni e, come tutti gli anziani dell'ipotetica società del futuro, deve sostenere, per legge, un esame che dimostri la sua piena efficienza fisica e mentale. Se non lo supererà, sarà condannato a morte: «Nessuno parlava della morte. Il governo mandava le lettere di convocazione, gli interessati si presentavano a sostenere l'esame, e chi non lo superava veniva pregato di passare al Centro governativo per l'iniezione. La legge funzionava perfettamente, il tasso di mortalità si manteneva costante, il problema della sovrappopolazione era contenuto - tutto ufficialmente, impersonalmente, senza un grido o un fremito»3
Tom sa che, questa volta, non supererà l'esame: non ci vede bene, non riesce a ricordare le sequenze numeriche, non ce la fa a tenere sospesa la punta della matita sopra un cerchio di pochi centimetri tracciato su un foglio bianco… Tuttavia, non vuole morire. Ma avverte che il figlio e la nuora, nella cui casa vive, lo considerano un peso.
Eppure, ad entrambi - commenta Matheson - sono stati inculcati i principi cristiani! Nessuna meraviglia, replichiamo noi: il fenomeno del tradimento dei valori non negoziabili è già presente nel nostro tempo. Si pensi all'ONG "Catholic for a Free Choice", una truffa intellettuale che inganna numerosi cristiani, facendo ad essi credere di essere un'organizzazione al servizio della vita, mentre il suo obiettivo è di spingere degli innocenti a scegliere la morte. Ed è questo che fa il povero Tom. Vistosi solo, disperato, decide, sì, di morire, ma scegliendo, come gesto di protesta e di sfida al sistema, il suicidio.
Nel mondo d'oggi, non siamo ancora arrivati a tanto, ma poco ci manca. Si pensi al testamento biologico esistente in alcuni Stati europei. Ma può l'uomo essere assimilato, come vorrebbe il darwinismo, ad una bestia che, una volta esaurito il suo compito di procreare e allevare la prole, deve staccarsi dal branco e andare a morire per lasciare spazio ad altre bestie? Teoria scientista, che respingiamo con tutte le nostre forze!
L'uomo è certamente un corpo, ma è anche, e soprattutto, un'anima. La sua meta ultima non è questo mondo, ma l'aldilà. Ma per certe lobbies tecnocratiche, la religione è come fumo negli occhi e cercano di eliminarla con ogni mezzo dalla convivenza umana.
Da qui, nasce la "cultura della morte". Non sanno che si va incontro alla rovina! La società, infatti, ha bisogno - come scrive Marcello Pera -  della religione: «Ne ha bisogno la nostra vita politica, per evitare che si de­gradi in solo esercizio del potere. Ne ha bisogno la nostra sapienza scientifica, per evitare che si separi dalla saggezza morale. Ne ha bisogno la nostra tecnica, per escludere che sia solo strumento eticamente indifferente.
Ne ha bisogno la nostra vita di relazione, per evitare che l'incontro con l'al­tro (una donna, un bambino, un povero, un uomo di colore, un ammalato o moribondo, un disperato o un disadattato) diventi violenza o manipolazione dell'altro. Ne ha bisogno il nostro stesso benessere materiale, per impedire che esso diventi sfruttamento cieco di sé, degli altri, dell'ambiente. Ne ha bisogno la nostra civiltà, perché non si distacchi dai principi che l'hanno fondata e nutrita»4.
*
1 MARIO GIORDANO, Eluana morirà. Da oggi in Italia c'è l'eutanasia, un orrore che ci divorerà, "Il Giornale", 14-11-2008. La donna è poi morta il 9 febbraio, dopo che, per legge, non è stata più alimentata.
2 fr. ZENIT (www.zenit.org) - 24 aprile 2007, Il terrorismo dal volto umano. Intervista a monsignor Michel Schooyans.
4 RICHARD MATHESON, L'esame (The Test, 1954), in S.SOLMI-C.FRUTTERO (a cura di), Le meraviglie del possibile. Antologia della fantascienza, Einaudi, Torino 1973, pp.241-242.
5 MARCELLO PERA, Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica, Mondadori, Milano 2008, p.58.

giovedì 12 aprile 2012


Il Fmi: nel 2050 troppi anziani - Metà del Pil andrà ai pensionati - In Europa si vive fino a 80 anni, nel Dopoguerra l’aspettativa era 50 di Paolo MASTROLILLI, inviato a new york, 12/04/2012, http://www3.lastampa.it

Il Fondo Monetario Internazionale lancia l’allarme longevità: l’allungamento della vita media rischia di far saltare tutte le previsioni per le spese della previdenza e l’assistenza sociale. Nei paesi più ricchi l’aumento del costo dell’invecchiamento potrebbe arrivare fino al 50% del prodotto interno lordo ai valori del 2010, se da qui al 2050 i loro abitanti vivranno solo tre anni in più di quanto viene s t i m at o o gg i . Un’eventualità assai probabile, che aprirebbe una voragine tanto nei conti pubblici, quanto in quelli dei fondi pensione privati. Dunque per prevenire questa catastrofe è necessario intervenire subito, puntando inevitabilmente ad un progressivo innalzamento dell’età in cui si smette di lavorare.

Largo agli ottantenni L’allarme del Fondo è contenuto nel Quarto capitolo del Global Financial Stability Report, appena pubblicato, alla vigilia degli Spring Meetings che si terranno a Washington dal 20 al 22 aprile. La longevità degli esseri umani sta aumentando: basti pensare che nel 1950 l’aspettativa media della vita nel mondo era di 48 anni, mentre nel 2010 è salita a 70. Meglio ancora va in Europa e nei paesi più sviluppati, dove è passata dai 40 anni del 1750 agli 80 di oggi. Questa è un’ottima notizia per l’umanità e le persone che vivono più a lungo, ma è una seria minaccia per le istituzioni pubbliche e private che devono sostenere i costi dell’invecchiamento. Se l’età media si alzerà di tre anni da qui al 2050, le spese cresceranno del 50%. Questo significherà un incremento dei costi che nelle economie avanzate arriverà al 50% del pil, e in quelle emergenti al 25%.

Il dramma dei costi Il problema riguarderà tanto la previdenza pubblica, quanto quella privata, perché all’innalzamento dell’età media corrisponderà una diminuzione degli anni di contributi, rispetto agli anni in cui si riceveranno le prestazioni.

Tanto per fare un esempio, il Fondo prevede che in queste condizioni i piani pensionistici privati degli Stati Uniti si ritroverebbero con un 9% in più di liabilities.

La stima basata sull’innalzamento della vita media di tre anni non è casuale: questo, infatti, è il margine d’errore commesso da tutte le previsioni di longevità fatte negli ultimi due decenni. E’ assai facile che lo sbaglio si ripeta nel prossimo futuro, anche perché la medicina per fortuna continua a progredire. L’Aids, ad esempio, non è più una condanna a morte, ed è molto probabile che da qui al 2050 arrivino altre scoperte scientifiche in grado di allungare ancora di più la vita. Il momento di agire, dunque, è ora, anche perché qualunque intervento richiederà anni prima di dare i primi frutti tangibili.

La ricetta del Fondo L’Fmi suggerisce un approccio basato su tre punti. Come prima cosa, i governi devono riconoscere la gravità del problema e prepararsi ad affrontarlo. Sembra ovvio, ma pochi lo stanno facendo. Come seconda, bisogna procedere ad una distribuzione più equilibrata dei rischi tra gli individui, gli sponsor dei sistemi pensionistici, e i governi stessi. In altre parole, «una riforma essenziale dovrebbe consentire l’innalzamento dell’età pensionabile in parallelo all’aspettativa di vita». Elementare: più a lungo si vive, più a lungo si deve lavorare.

Non c’è tempo Così aumentano le risorse raccolte attraverso i contributi, e diminuiscono quelle distribuite con le prestazioni. Ritardare gli interventi significa solo rimandarli al momento in cui esploderà l’emergenza, e quindi generare tensioni peggiori di quelle che si avrebbero varando riforme progressive, perché l’impatto dei cambiamenti non sarà diluito nel tempo e colpirà in maniera drastica.

L’innalzamento dell’età pensionabile può essere imposto dai governi, o incoraggiato su base volontaria, incentivando i lavoratori a ritardare l’uscita. Di sicuro c’è che se non verrà realizzato, diventerà necessario ridurre le prestazioni, perchè la coperta è quella e le risorse diminuiranno. La terza cosa che suggerisce il Fondo è il trasferimento dei rischi dai piani previdenziali ai mercati di capitali, che hanno strumenti più idonei per gestirli. Tre vie da percorre ora, per evitare una catastrofe annunciata.

Il vecchietto dove lo metto di Massimo Gramellini, 14 aprile 2012, http://www.lastampa.it

12/4/2012 Il vecchietto dove lo metto Diventar vecchi è una tragedia. Ma fortunatamente non più per i vecchi. Per l’umanità intera. Questo delicato pensiero traspare dalla profezia del Fondo Monetario Internazionale, noto ente benefico con il cuore a forma di trappola. «Se entro il 2050 la vita media dovesse aumentare di tre anni più delle stime attuali» sostengono i buttafuori dell’economia globale, «i già elevati costi del Welfare crescerebbero del 50 per cento». Lo scenario è da film catastrofico. Milioni di anziani che vanno e vengono dagli ospedali terremotando i bilanci delle Asl e le mazzette dei politici. I prezzi dei badanti alle stelle (basta vedere quanto ci è costata Rosy Mauro). Il peso di un esercito di indomiti e canuti nullafacenti a gravare sulle spalle di rari lavoratori precari e precocemente invecchiati. I fondi pensione - senza più nessuno che paga la pensione finiranno per andare a fondo, trascinandosi dietro le Borse, gli Stati e lo stesso Fondo Monetario, che per la gioia del suo ex presidente Strauss-Khan sarà costretto a rifugiarsi in Brasile, uno degli ultimi luoghi del pianeta dove le scuole di samba vantano più iscritti delle bocciofile.

Come scongiurare lo sfacelo annunciato? Qualcuno dovrà pur sacrificarsi. Escludendo che quel qualcuno sia il Fondo Monetario, non restiamo che noi, i vecchietti del 2050. Se l’assenza di diluvi universali dovesse malauguratamente protrarsi, ci toccherà mettere in pratica la soluzione avanzata dallo scrittore Martin Amis: entrare in una cabina al compimento del novantesimo anno, schiacciare un bottone e adios. Per lo spread, questo e altro.

lunedì 31 ottobre 2011


Oms,entro 2050 piu' vecchi che bambini

Gli over-60 diventeranno due miliardi

31 ottobre, 16:25
Oms,entro 2050 piu' vecchi che bambini(ANSA) - ROMA, 31 OTT - Anche se oggi è nato il bambino che ci ha fatto superare quota 7 miliardi di popolazione, il mondo presto sarà abitato più da anziani che da bambini. Secondo le stime dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la popolazione dai 60 anni in su, che attualmente è pari a 650 milioni, entro il 2050 raggiungerà i 2 milardi. L'invecchiamento è un fenomeno globale, non solo tipico dei Paesi ricchi. Entro il 2050, infatti, circa l'80% degli anziani vivrà nei Paesi meno sviluppati.
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giovedì 13 ottobre 2011


«Per gli anziani occorre un fondo sulla disabilità» di Daniele Piccini, Avvenire, 13 ottobre 2011

Anche in Italia, come già è stato fatto in Germania e Olanda, dovrebbe essere istituito un fondo per la disabilità, per dare dignità alla vita degli anziani colpiti da malattie invalidanti.
Nel nostro Paese infatti ben 600mila anziani soffrono di malattie cognitive come l’Alzheimer e il 60% dei costi grava sulla famiglia». Lo ha detto il professor Vincenzo Marigliano, direttore del dipartimento di Scienze cardiovascolari, respiratorie, nefrologiche e geriatriche dell’Università La Sapienza, intervenendo alla presentazione del convegno internazionale «Protezione degli anziani vulnerabili: aspetti economici e giuridici della fragilità», in programma a Roma presso Villa Aurelia il 27 e 28 ottobre.
«Dobbiamo tenere in considerazione – ha proseguito il geriatra – l’esplosione demografica: oggi si invecchia di più e gli anziani hanno un ruolo importante nella nostra società. Il 9,7% di loro aiuta finanziariamente i figli. Il 30% si occupa dei nipoti, il 40% aiuta figli e nipoti in quelle attività che loro non possono sbrigare. Ma queste cose possono farle solo se sono invecchiati bene: le istituzioni devono farsi carico della loro fragilità».
l tema della fragilità fisica e psichica degli anziani insieme a quello dei maltrattamenti, fisici e finanziari, di cui sono sempre più spesso vittima, sarà al centro del convegno promosso dalla Federazione internazionale delle associazioni delle persone anziane (Fiapa).
«Nel 2007 – ha spiegato Alain Koskas, presidente del Comitato scientifico di Fiapa – abbiamo svolto una ricerca sulla situazione dei maltrattamenti. In Europa circa 37 milioni di anziani ne sono vittime. Di essi, 29 milioni sono oggetto di abusi fisici, 6 milioni di abusi finanziari. Il 25% dei maltrattamenti sugli anziani è di tipo finanziario, la stessa percentuale degli abusi fisici e psichici. In Europa il 19% di persone "over 65" è stato vittima o testimone di un atto di abuso finanziario. Il fenomeno è tuttavia impalpabile perché le forze dell’ordine non possiedono dati in merito, perché gli anziani non li denunciano. Da qui l’idea di un congresso che ponesse l’attenzione su questo fenomeno a livello europeo».
Obiettivo del congresso internazionale – a cui parteciperanno sociologi, ricercatori, gerontologi, rappresentanti sindacali – è la sottoscrizione di una «Carta dei diritti delle persone anziane per la prevenzione dei rischi di abuso finanziario». «La Carta – spiega JeanClaude Roglian – conterrà proposte di strategie giuridiche di prevenzione e sanzione che armonizzeranno le legislazioni dei vari Paesi. Il documento verrà sottoposto a organizzazioni come l’Unesco, l’Oms, il Consiglio d’Europa, l’Organizzazione delle nazioni unite». 

mercoledì 21 settembre 2011


Anziani e alzheimer, un villaggio per amico di Antonio Giuliano, 21-09-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

La signora Maria ci accoglie cantando. Ha perso la facoltà di parlare, ma riesce ad esprimere la sua espansività col canto. Siamo al Villaggio Amico di Gerenzano (Varese), un nuovo centro all’avanguardia nell’assistenza delle persone colpite dall’Alzheimer, malattia di cui oggi si celebra la Giornata mondiale. La signora Maria è una tra i 40 malati ospiti di questa struttura che fronteggia una patologia con cui tutti i Paesi più ricchi dovranno sempre più fare i conti.

«Già oggi – spiega Paola Chiambretto, neuropsicologa responsabile del progetto Alzheimer al Villaggio Amico – sono 24 milioni nel mondo quelli affetti da questo morbo, con un incremento di 4 milioni di persone ogni anno. I Paesi più colpiti sono quelli dove più alta è l’aspettativa di vita perché questa è una demenza senile che intacca le cellule nervose del cervello fino all’immobilismo e colpisce soprattutto le persone dai 60 anni in su. Solo in Italia i malati sono circa 500 mila». Considerando che nel nostro Paese abbiamo già un esercito di oltre 12 milioni di over 65 e che nel 2030 saranno 15 milioni, l’Alzheimer si preannuncia come uno dei più gravi problemi sociali dei prossimi anni. «Sicuramente – conferma la dottoressa Chiambretto - i parenti dei malati rischiano di ritrovarsi più soli. Non è affatto facile fronteggiare queste situazioni, lo sanno bene tante famiglie: il malato regredisce allo stato di un bambino, perde le normali funzioni cognitive come la memoria o la capacità di parlare. E proprio perché non riescono più a farsi capire tendono ad essere aggressivi».

All’inizio del Novecento fu il neurologo tedesco Alois Alzheimer (da cui la malattia prese il nome), a descriverne per primo i sintomi e gli aspetti neuropatologici. E il morbo ha piegato personaggi noti come Charlton Heston, indimenticabile protagonista di film come Ben Hur e I Dieci Comandamenti, o politici come Ronald Reagan.

«Non si conoscono ancora le cause – spiega Paola Chiambretto -. Può colpire allo stesso modo persone che fanno un lavoro intellettuale o manuale. C’è solo una maggiore predisposizione in chi soffre di ipertensione. All’inizio si manifesta anche con semplici omissioni, anche con il solo dimenticarsi le chiavi: la difficoltà è proprio diagnosticarlo, perché molti tendono a mascherare i sintomi e molte volte si fa fatica a distinguerlo da una semplice depressione. Esiste anche una forma rara di Alzheimer giovanile che compare intorno ai 40 anni ed è più aggressivo con un processo degenerativo più breve di quello senile che invece si attesta intorno ai dieci anni. Non si muore di Alzheimer, ma è un morbo che ti accompagna fino alla fine rendendoti totalmente in stato vegetativo. La ricerca genetica sta andando avanti. Il problema è che non ci sono soluzioni farmacologiche atte a curare o a prevenire, ma solo a rallentare gli effetti. I familiari son costretti a ricorrere ai sedativi o a richiedere l’assistenza a domicilio. Gli ospedali ne fanno solo una valutazione diagnostica. Ecco perché è utile una struttura come il Villaggio Amico con un ambiente molto confortevole e adatto anche a terapie non farmacologiche».

Il Nucleo specializzato per l’Alzheimer è inserito in una struttura polivalente nata poco più di un anno e mezzo fa che può contare fino a 140 posti letto e che ingloba al proprio interno la Casa di riposo per anziani, centro diurno per disabili e centro di riabilitazione, poliambulatori, palestra e piscina aperta a tutti (ha già 400 iscritti). E perfino un asilo nido (con oltre 20 bimbi) a suggellare un legame tra generazioni per cui la vita è vita sempre, dai primi fino agli ultimi istanti.

«Il Villaggio Amico – spiega l’amministratore delegato Massimo Riboldi – è già punto di riferimento per le province di Milano, Varese e Como. Per entrarvi basta una domanda di ammissione e una disamina preliminare. I pazienti pagano una retta di 90 euro al giorno. Eppure non sarebbe comunque sufficiente per coprire le spese se non avessimo un sostegno della Regione. Oggi riusciamo a garantire 70 metri quadrati a posto letto. In ogni stanza ci sono solo due pazienti. Ma crediamo che in futuro una politica ancora più lungimirante permetta a tutte le famiglie di pagare strutture di qualità come questa».

Sabato 24 settembre (alle 9) il Centro organizza un convegno su “L’arte di parlare con il malato di Alzheimer” in cui interverrà anche Pietro Vigorelli psicoterapeuta e medico, responsabile della UOS di medicina riabilitativa dell’Ospedale S.Carlo di Milano. Sarà l’occasione per mettere a punto anche le terapie sperimentali che qui sono ormai di casa.

Addentrandosi nei reparti colpisce la varietà di colori e perfino di profumi: «Tutto è studiato secondo le esigenze del paziente – puntualizza la neuropsicologa Chiambretto. Chi viene colpito dal morbo tende a dimenticare persino il proprio nome. Quanti magari rimangono soli a casa e sono vittime di banali incidenti domestici. Qui invece di giorno ci sono sempre 4 operatori sanitari e un infermiere. E la notte un assistente e l’infermiere. Oltre alla presenza fissa dell’educatore che li stimola nelle attività più disparate, come cucinare insieme (sono tante le donne). Ci sono spazi comuni dove per esempio viene ricreato con l’ausilio di un monitor il caminetto: per loro che fanno fatica ad addormentarsi è un modo anche per sedersi in poltrona e rievocare proprio come si faceva davanti al fuoco. Molti hanno già perso la capacità di leggere, così per facilitare l’orientamento abbiamo studiato dei colori e delle raffigurazioni ad hoc. E anche dei profumi: stiamo applicando profumo-terapia e aromaterapia che si basano sulla potenza di olfatto e gusto nello stimolare i ricordi».

Un posto insomma dove provare le stesse sensazioni di Proust con la madeleine (il dolce) imbevuto nel tè, e sperimentare nuove forme di assistenza. «Stiamo incentivando – continua la dottoressa Chiambretto - la “doll therapy”, la terapia della bambole: è una pratica non farmacologica che prevede l’uso di speciali bambole terapeutiche verso cui il malato esprime il proprio affetto e rivolge le proprie attenzioni, come a un bambino. Viene così risvegliato nelle donne l’accudimento e il senso di maternità: la persona attiva relazioni tattili che diminuiscono l’agitazione, l’aggressività, l’apatia. E ci serviamo anche della “pet therapy”, la terapia che sfrutta l’interazione uomo-animale: abbiamo dei progetti in corso con l’ausilio dei cani. Senza dimenticare la musicoterapia: le canzoni più amate della loro gioventù agevolano la loro creatività e la loro capacità di relazione. Alcuni perdono la facoltà di articolare le parole, alcuini, come la signora Maria, mantengono però quella di cantare. La fatica più grande è quella di interpretare i loro bisogni, per questo stiamo studiando ogni forma di linguaggio. E i risultati si vedono. Mi colpisce per esempio come alcuni di loro che hanno questa tendenza spropositata a camminare avanti e indietro, rimangono poi composti quando partecipano alla messa in cappella. Rispondono al momento opportuno, pregano e cantano…».